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CHIESA E CORONAVIRUS
Appellarsi alla libertà di culto nasconde altri fini. Poco nobili.

Fa discutere la sospensione delle celebrazioni liturgiche durante la pandemia da coronavirus, in osservanza ai Dpcm del governo italiano. Tanto che il tema è diventato nuova benzina nel serbatoio di chi, da tempo, sta muovendo dubia e attacchi a una Chiesa guidata da un pontificato giudicato troppo cedevole nei confronti di un mondo secolarizzato, che espelle riti e sacramenti, ossia l’essenza dell’annuncio evangelico.

Per la verità, fra le voci critiche che si sono levate, non è passata inosservata quella di Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, in un articolo su La Repubblica lo scorso 15 marzo (pubblicato e in un secondo tempo scomparso sul sito di Bose), che titolava: Coronavirus, la Chiesa non può chiudere. Parole che sono sembrate come il sale su una ferita, sulla quale si ha l’impressione che in tanti abbiano l’interesse a mettere il dito, piuttosto che curare. A cominciare, sulla sponda politica, da chi, come Matteo Salvini, si è espresso apertamente per la riapertura di chiese e celebrazioni, recitando poi in Tv L’eterno riposo insieme a Barbara D’Urso! (30 marzo).

La puntata di Report del 20 aprile scorso ha raccontato i potenti intrecci internazionali all’opera, per acuire le tensioni vaticane e preparare la successione di papa Bergoglio, evidentemente data in un orizzonte ormai breve. Personalità come il cardinale Raymond Leo Burke, le sintonie tra la Fondazione russa San Basilio il Grande, il mondo ultraconservatore cristiano statunitense e l’attivismo dell’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon, oltre al fiume di denaro (circa un miliardo di dollari), che dagli Usa sta piovendo in Europa e in Italia, per alimentare la galassia tradizionalista all’insegna della riconquista cristiana, sono gli esempi citati dalla trasmissione di Rai 3.

In una recente intervista rilasciata al giornalista Aldo Maria Valli sul sito portoghese Dies Irae (un nome che è tutto un programma), l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha detto parole in chiara continuità con questo programma: “Non lasciamoci intimidire! Non permettiamo che si metta il bavaglio della tolleranza a chi vuole proclamare la Verità!”. Una potenza di fuoco che mai come durante il pontificato di Francesco, almeno nella storia recente, sta alzando i toni di quello che a molti appare ormai un vero e proprio scontro, senza esclusione di colpi. Al punto che persino sul fronte opposto, specie nella fase  giudicata discendente dell’attuale pontificato, alcuni sembrano allargare le braccia.

Vito Mancuso, per esempio, sul suo sito lo scorso 21 aprile ha finito per ammettere: “Forse il sogno del Vaticano II si rivela alla fine quello che effettivamente è destinato a essere: solamente un sogno”. Fatto sta che, rileva il direttore della rivista dei Dehoniani di Bologna Il Regno, Gianfranco Brunelli, sul “digiuno liturgico” (le chiese chiuse e le messe senza fedeli) si sono registrate per settimane le prese di posizione di singoli vescovi, ma non della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). Un silenzio colmato con un comunicato del 26 aprile, nel quale la Conferenza episcopale italiana conferma, in sostanza, di non poter “accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”.
È innegabile, il problema esiste, come anche quello della limitazione delle libertà più in generale. Eppure fa pensare che, proprio nel tempo liturgico pasquale di risurrezione, la riflessione biblica e teologica potrebbe aiutare a fare un po’ di chiarezza sulla questione. “Il tempo messianico – scrive Gianfranco Brunelli – non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico”. In altre parole, l’escatologia cristiana, cioè il compimento della salvezza, implica una trasformazione delle cose penultime, la storia, a partire da quelle ultime, non la loro contrapposizione. La riflessione teologica significa che la costruzione della vita ultima inizia qui e ora, a partire dalla vita di tutti. Se così è, vuol dire che la rinunzia alla vita liturgica in questa fase di emergenza in realtà non è una privazione, imposta e subita con imperdonabile debolezza, ma è l’offerta che la comunità ecclesiale fa innanzitutto per la vita di tutti. “Se si chiudono le chiese – continua Brunelli – è per la vita, nel suo significato evangelico di dono e non semplicemente per un provvedimento, pur necessario, di sanità pubblica”.

Se non si capisce questo snodo fondamentale, vuol dire che non è chiaro nemmeno il senso spirituale, biblico e teologico dell’eucaristia e della santa messa, cioè del corpo e sangue di nostro signore offerto per la vita di tutti. Dunque, non esisterebbe alcuna mutilazione alla libertà della Chiesa, bensì l’occasione storica per l’intera comunità ecclesiale di avere capito e di testimoniare a tutti il mandato di Cristo durante l’ultima cena: “Fate questo in memoria di me”.
La questione non è mettere il bavaglio alla vita liturgica, ci mancherebbe, ma se si accede a questo significato, a partire dalle radici bibliche, si esce dalla sua riduzione a puro diritto rituale, fino a issarlo come vessillo identitario contro ogni nemico e si entra nell’economia sacramentale, cioè in pieno cammino escatologico, che dovrebbe essere la ragione costitutiva della Chiesa. Altrimenti essa diventa (è) un’istituzione di potere come tante altre. Questo ha detto il concilio Vaticano II, che, evidentemente, non è una discontinuità eretica nella tradizione ecclesiale, come troppi sorprendentemente affermano, anche in posizioni di rilievo nella gerarchia, bensì è stata una straordinaria operazione di riscoperta delle sorgenti bibliche (in francese: ressourcement) e apostoliche della Chiesa. Più tradizione di così!

Discussioni come quella in atto dovrebbero suonare come un campanello d’allarme alle orecchie dell’intero popolo di Dio, per avvertire con maggiore consapevolezza di quanto non sembri, che il tema è usato come un pretesto per altre partite, che nulla hanno a che fare con il senso letterale del testo biblico.

Di conseguenza, su questo registro teologico e spirituale non si gioca la cedevolezza della Chiesa (tantomeno di Bergoglio) all’anticristo, ma il coraggio e tutta la potenza  di un amore eccedente, cioè di un messaggio di speranza per la vita di tutti, che conserva una straordinaria e spiazzante attualità.

Leggerei in questo senso anche la decisione dell’arcivescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, di esporre la bandiera italiana nella festa del 25 Aprile. Un gesto che non solo richiama la memoria del vescovo Ruggero Bovelli e la sede del CLN ferrarese proprio nel palazzo vescovile, ma che è in sé la volontà, che trova fonte nell’economia sacramentale, di includere coerentemente nella liturgia della vita ecclesiale le sorti, la vita e la libertà di tutta la comunità civile. In un certo senso, quella bandiera appesa è anche la messa che l’arcivescovo Perego ha celebrato, insieme con la comunità ecclesiale e tutti i ferraresi, nella Festa della Liberazione, perché nello spirito escatologico dell’eucaristia tutti siano una cosa sola.

 

 

Monsignor Perego nello spirito di Giovanni XXIII, papà di tutti a partire dai più deboli

“Il 3 giugno 1963 moriva il Santo Padre Giovanni XXIII che, illuminato dallo Spirito, ebbe il coraggio di annunciare e aprire il Concilio Vaticano II, primavera della Chiesa. A lui affido l’inizio del mio ministero episcopale”.
Con questa parole ha esordito il nuovo arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego, il giorno del suo ingresso a Ferrara, il 3 giugno scorso.
Parole pronunciate al termine della sua prima omelia in cattedrale, che già delineano l’impronta di un vero e proprio programma pastorale.

Il riferimento all’assise svolta tra l’ottobre del 1962 e il dicembre 1965, non si limita infatti al pontefice che lo convocò e che lo aprì con lo storico discorso ‘Gaudet Mater Ecclesia’.
Prendendo spunto dalla festa di Pentecoste, fra le più importanti del calendario liturgico della Chiesa cattolica, mons. Perego ha esortato a “vivere dentro la città, a condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, soprattutto dei più deboli”. Citazione letterale della Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’, approvata in concilio l’8 dicembre 1965. Se si considera poi che ‘Gaudium et Spes” sono anche le parole che Perego ha scelto come suo motto episcopale, si fa chiara la traccia di un percorso iniziato con l’evidente volontà di caratterizzarlo con una precisa punteggiatura.
Un’intenzione ulteriormente rafforzata dal fatto che il sottotitolo di quel documento conciliare, ‘La Chiesa nel mondo contemporaneo’, apparve fin da subito il segno di quel “balzo innanzi” auspicato da papa Roncalli solo dieci giorni prima di morire, a concilio iniziato. Fu chiaro a tanti che usare l’espressione “La Chiesa nel mondo”, anziché dire “La Chiesa e il mondo”, significava un cambio di passo per un’istituzione che per lungo tempo si era rapportata al proprio tempo in termini oppositivi, se non di condanna.
Quel “vivere dentro la città” usato da mons. Perego, pare proprio l’eco di una Ecclesia che, roncallianamente, vuole essere Mater oltre che solo maestra.
E l’accenno a una terminologia che richiama più il contesto famigliare rispetto alla cattedra, esce rafforzato anche dalle attese del vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, nel corso della stessa celebrazione: “Siamo tutti migranti, nella vita come nella fede. Abbiamo bisogno di una guida e si spera che tu possa essere il nostro papà”.

Ma i riferimenti al Vaticano II nella prima omelia del nuovo arcivescovo di Ferrara-Comacchio non si fermano qui.
Esplicita è stata infatti la citazione della ‘Sacrosanctum concilium’, ossia la Costituzione liturgica che il concilio approvò al termine della prima sessione, il 22 novembre 1963, che papa Giovanni XXIII fece in tempo a vedere.
Breve, ma sufficientemente chiaro, è parso il passaggio che mons. Perego ha usato in questa parte della sua omelia: “Anzitutto l’impegno di strutturare la nostra vita di fede (…) sui segni della grazia (i sacramenti)”.
Ancora oggi c’è chi tende a leggere il primo documento approvato dal Vaticano II riconducendolo a una sorta di rinnovata disciplina nello stretto ambito rituale e liturgico, anche se da qui partì l’innegabile svolta della messa celebrata non più spalle ai fedeli e non più in latino.
Ciò che ancora stenta a essere recepito pienamente è il contenuto ecclesiologico di quel documento. Lo ha scritto molto bene lo storico Massimo Faggioli nel suo libro giustamente intitolato ‘Vera riforma’ (Edizioni Dehoniane, 2013). Il diverso modo di celebrare i santi misteri rispetto al passato non è solo una nuova forma strettamente ritualistica, ma l’espressione coerentemente consequenziale di una Chiesa che teologicamente (ecclesiologicamente) si comprende a partire dal suo essere comunità, prima ancora di essere strutturata gerarchicamente.
E questa consapevolezza le deriva dal fatto che tutti i suoi membri sono innanzitutto, e prima ancora di ogni differenza, santificati dall’acqua del battesimo e resi una cosa sola dal pane eucaristico.
Ecco dunque i segni della grazia, cioè i sacramenti, di cui parla Perego, cui fare “anzitutto” riferimento.
E’ l’economia misterica e sacramentale che affiora come un unico e distinto filo conduttore in tutti i documenti conciliari e che trova nella Sacrosanctum concilium una chiarezza espositiva tanto esemplare quanto tuttora non pienamente percepita. Una consapevolezza tutta teologica, quindi, che porta la Chiesa a sentirsi comunità (famiglia), piuttosto che societas perfecta, istituzione gerarchica.
A sentirsi innanzitutto, tutta intera, convocata e dipendente dalla grazia divina, prima ancora che muscolarmente in possesso delle verità dottrinali.
Esattamente su questo punto si dipartiva la riflessione conciliare del duo Lercaro-Dossetti sulla Chiesa povera, secondo una concezione della povertà essenzialmente teologica e sulla base della quale la Chiesa si ricomprende (ecclesiologicamente) a partire dai suoi tesori sacramentali (la grazia), piuttosto che mondani.
Forse in questa chiave va letto anche lo sguardo che rivolge mons. Perego da vescovo alla Chiesa di Ferrara-Comacchio, “in cui entro – ha detto nella stessa omelia d’ingresso – in punta di piedi”.
Non sono parse parole di facile modestia, ma la coerente espressione posturale di chi ha aperto consapevolmente cuore e mente al soffio del concilio.

C’è chi non ha trattenuto un velo di delusione dal mancato riferimento nella sua prima omelia al tema migranti. Era da alcuni atteso, visto che mons. Perego è stato preceduto a Ferrara dal suo incarico di direttore generale della Fondazione Migrantes (organismo della Cei). Magari per iniziare a solcare delle differenze, partendo da chi lo ha preceduto.
Se però questa, pur parziale, lettura delle parole del suo ingresso non è una forzatura del loro senso, anche l’aspetto dei migranti pare chiaramente ricompreso all’interno di una più ampia visione teologica e pastorale, che fin dalle prime battute sembra affermarsi come una vera e propria bussola generale di marcia. Quasi a voler dire che la sua azione non sarà connotabile in un aspetto, un ambito sociologico, per quanto rovente, ma pur sempre settoriale (e facile preda di fronti polemici), per essere teologicamente e pastoralmente un “papà” di tutti, a partire dai più deboli.

Il vescovo Perego: “Testimoniare la fede con il coraggio del dialogo e della carità”

Testo dell’omelia del vescovo Giancarlo Perego pronunciata a Ferrara (da ufficio stampa Arcidiocesi di Ferrara)

Con emozione e preoccupazione, unite alla gioia e alla speranza, inizio il mio ministero episcopale tra voi e con voi, cari fratelli e sorelle della Chiesa di Ferrara-Comacchio. E tra voi e con voi guardo a questa città e a tutte le comunità della Diocesi con il desiderio di raggiungere tutti, anche chi è lontano e guarda altrove per trovare le ragioni della propria vita.

Saluto il Metropolita, S. E. Mons. Matteo Zuppi e il Vescovo di Cremona S. E. Mons. Antonio Napolioni, tutti i confratelli Vescovi. Un saluto particolare all’Arcivescovo Luigi Negri, che oggi passa a me il testimone di un ministero episcopale appassionato in questa Chiesa. Un saluto fraterno ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, a tutti i fedeli, uomini e donne, che rappresentano il popolo di Dio, a immagine della comunità apostolica, e che provengono dalla città, dalla diocesi e da comunità a me care. Saluto le autorità presenti, ringraziando il Sindaco di Ferrara per le parole di saluto, non formali ma esemplari di un cattolico impegnato con libertà e responsabilità nella vita politica di questa città.

Il mio primo sguardo, arrivando sulla piazza è stato a questa nostra Cattedrale, la cui facciata coperta oltre che l’interno, portano i segni di sofferenza e le piaghe del terremoto. Nelle sue ferite vedo anzitutto le ferite di tante nostre comunità, dove le case, la chiesa, la scuola, i luoghi del lavoro e dell’incontro non sono ancora stati risanati. Nelle ferite della Cattedrale vedo, inoltre, anche le sofferenze di tante famiglie e persone: per il lavoro che manca o non è degno, per la malattia, per la solitudine e l’abbandono, per un dialogo generazionale interrotto. Nelle ferite della Cattedrale vedo infine ‘le nostre debolezze’ ricordate dall’apostolo Paolo, le ferite e le fatiche delle nostre parrocchie: ad arrivare a tutti, in particolare ai giovani, a costruire relazioni con chi vive da anni sul territorio e per chi arriva.
La Pentecoste, con il suo vento e il suo fuoco segni di Dio Spirito d’amore, viene oggi a sanare le ferite e fatiche che la nostra Cattedrale rappresenta e – come abbiamo ascoltato dalla prima lettura del profeta Gioele – rende gli anziani capaci di sogni e i giovani aperti alla profezia. Anche gli apostoli riuniti con Maria nel Cenacolo sono feriti, delusi, impauriti. Lo Spirito Santo li aiuta a leggere con gli occhi della fede la storia e ad aprirsi, ad andare. Non solo. Lo Spirito Santo spinge i cristiani della prima comunità, che per noi rimane esemplare, norma normante, a vivere dentro la città, a condividere le gioie e le speranze, le tristezze le angosce, soprattutto dei più deboli (cfr. Gaudium et Spes, 1), a costruire una nuova storia di solidarietà e responsabilità, di fraternità. La lettera ‘A Diogneto’ – citata nella Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II – ricorda questa ‘simpatia’ e ‘sintonia’ con la città da parte dei cristiani, animati e resi creativi dall’azione dello Spirito Santo. Infine, la Pentecoste struttura una comunità di fede, una nuova esperienza di vita insieme, sinodale.

E guardando sempre la nostra Cattedrale, libera dal velo che la ricopre, ritroviamo le tre meravigliose facciate, e riconosciamo tre porte d’ingresso. La porta centrale ci ricorda e rimanda all’Eucaristia, forma della Chiesa che – diceva Giorgio La Pira – salva la città, anche quando è povera, solitaria e celebrata nel cuore della città con poche persone, che magari vi partecipano un po’ svagatamente. Dalla stessa porta l’Eucaristia esce nel cuore delle persone e tocca i luoghi familiari della nostra vita: la casa, il lavoro, la malattia, il peccato, la vita e la morte. Una delle altre due porte ci ricorda che in Cattedrale si entra per l’ascolto e l’annuncio della Parola che invita a scelte responsabili, a un nuovo stile di vita. E da questa porta si esce e si portano in città le ragioni della speranza cristiana, con gioia. La terza porta è la porta della carità, che ricorda che la Chiesa è aperta a tutti, con una preferenza per i più deboli, i sofferenti. E da questa porta si esce e s’impara a condividere, ad accogliere, a dialogare, ad aprirsi alla pace e alla vita.

Non chiudiamo mai queste tre porte della Cattedrale e delle nostre chiese, perché queste tre porte ci ricordano i tre impegni del cristiano! Anzitutto l’impegno di strutturare la nostra vita di fede, illuminata dallo Spirito Santo, – come ricorda la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – sui tempi di Dio e dell’uomo (l’Anno liturgico), sui segni della grazia (i sacramenti), che baciano le stagioni diverse della nostra vita. In secondo luogo, l’impegno di cammini rinnovati di vita cristiana, a partire dall’ascolto della Parola, letta dentro una ricca Tradizione e nel confronto con le storie quotidiane. I catechismi della Cei hanno inaugurato dopo il Concilio nella Chiesa in Italia un itinerario di vita cristiana che ha saputo coniugare l’annuncio della verità con la vita dei bambini e delle loro famiglie, dei ragazzi, dei giovani e degli adulti, attraverso anche nuovi linguaggi. A questi cammini, oggi, si sono affiancati nuovi cammini di iniziazione cristiana per i giovani e gli adulti, itinerari e gruppi di accompagnamento per coniugi divorziati o risposati, che l’enciclica di Papa Francesco ‘Amoris laetitia’ ha invitato a non trascurare nelle nostre comunità. Infine, l’impegno di testimoniare la fede non solo a parole, ma con i fatti, con il coraggio del dialogo, dell’accoglienza, della giustizia e della carità, con uno sguardo dalla città al mondo.

Questa Cattedrale ricorda oggi, ad ognuno di noi, ad ogni famiglia, ad ogni comunità, alla città, a chi arriva o a chi passa ‘la bellezza della fede’, che illumina la vita. Mentre oggi professo con voi ‘Credo nello Spirito Santo’, desidero volgere lo sguardo al cammino di questa Chiesa in cui entro in punta di piedi. Leggendo durante gli Esercizi spirituali il bel volume di Mons. Antonio Samaritani sulla storia della spiritualità della Chiesa di Ferrara-Comacchio (Profilo di storia della spiritualità, della pietà e devozione nella Chiesa di Ferrara-Comacchio, Reggio Emilia, Diabasis, 2004) ho trovato alcuni aspetti che credo non dobbiamo disperdere. Anzitutto lo sguardo ad Oriente di questa nostra Chiesa, di cui lo stesso patrono S. Giorgio e il santo vescovo Maurelio ne sono delle testimonianze più evidenti, come pure la seduta conciliare di Ferrara nel secolo XV, esperienza ecumenica straordinaria. E’ una Chiesa che ha saputo dalle sue origini respirare ‘a due polmoni’ – per usare un’espressione del Santo Papa Giovanni Paolo II – Oriente e Occidente, con una teologia e una spiritualità monastica aperta alla fraternità (privilegium amoris) e al dono di sé (donum lacrimarum), ispirandosi a S. Romualdo, di cui S. Guido, abate di Pomposa, è discepolo.

In secondo luogo, questa Chiesa ha interpretato in diverse occasioni la voglia di riforma della Chiesa, di una purificazione da abitudini, resistenze, chiusure, di cui sono testimonianza esperienze straordinarie di vita contemplativa e attiva e figure – come il beato Vescovo Giovanni Tavelli da Tossignano e il domenicano Girolamo Savonarola – che sogneranno e daranno anche la vita per una Chiesa ‘libera, povera e bella’. Infine nella storia della spiritualità contemporanea di questa Chiesa incontriamo l’impegno sociale e politico come luogo per un nuovo servizio all’uomo nel lavoro, nell’economia, nella finanza, nella cultura. Penso alla bella figura di Giovanni Grosoli, la cui pluriforme azione ha informato il movimento sociale cattolico ferrarese e non solo, l’Azione Cattolica, alimentando insieme ad altri movimenti e associazioni una spiritualità che sta generando nuove figure di santità laicale, tra cui ricordiamo, Alberto Marvelli, Flora Manfrinati, Laura Vincenzi e Riccardo Tagliati. Lo sguardo ad Oriente, che oggi significa apertura al mondo e al dialogo ecumenico e interreligioso, una riforma della Chiesa, che oggi chiede responsabilità e trasparenza, sinodalità, un rinnovato impegno politico e sociale: sono tre linee di continuità nella Chiesa tra Ferrara e Comacchio, che vive in pianura e si affaccia al mare, che guarda a Roma e a Costantinopoli, ad Atene e a Gerusalemme, e che vuole prepararsi al futuro con gioia e speranza.
Il ‘vento’ della Pentecoste ci scuota e ci aiuti a rileggere la storia di Gesù e a rinnovare la nostra storia, non disperdendo, ma rinnovando un patrimonio di spiritualità e di fede. Il 3 giugno 1963 moriva il Santo Padre Giovanni XXIII che, illuminato dallo Spirito ebbe il coraggio di annunciare e aprire il Concilio Vaticano II, primavera della Chiesa. A Lui affido l’inizio del mio ministero episcopale. La Madonna, patrona della nostra Arcidiocesi invocata come Beata Vergine Maria, Madre delle Grazie e Santa Maria in Aula Regia, ci accompagni oggi come ha accompagnato gli apostoli ad essere ‘pescatori degli uomini’. ‘Veni Creator Spiritus’, vieni tra noi Spirito Creatore.

“La solidarietà è un valore”, il benvenuto del sindaco Tagliani

Testo del saluto di Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara, al vescovo Giancarlo Perego

Eccellenza Mons Arcivescovo di Ferrara-Comacchio,
a nome dei ferraresi tutti e delle autorità locali Le porgo il più cordiale saluto di benvenuto Da sempre l’ingresso del nuovo Arcivescovo da quest’antica Basilica di San Giorgio – la prima Cattedrale di Ferrara – ha il significato di legare insieme il passato al presente.

Passato e presente allacciati in un cammino storico tuttora ricco di testimonianze archeologiche, monumentali, letterarie e d’arte, che fanno di Ferrara un capitolo originale e prezioso del Patrimonio Unesco. Ma anche testimonianze di una lunga e feconda identità cristiana che dal monaco Guido di Pomposa, del quale Ella eredita le potestà abbaziali, alla beata Beatrice d’este a Suor Veronica attestano quante speranze nei secoli  la nostra gente abbia riposto nelle proprie braccia, nelle propria creatività, ma anche nella fede.
Storia di donne e di uomini sulle rive del Grande Fiume, che ci unisce idealmente alla Sua Cremona, di passioni e sacrifici che ancora segnano i territori della provincia di lapidi e steli a ricordo dei martiri della resistenza.

‘Terra e acqua’ è un binomio talmente distintivo dell’identità di questa terra, che le istituzioni hanno scelto, anni or sono, come marchio territoriale in grado di cogliere l’essenza di Ferrara. Materie povere, ma in fondo le stesse che il Creatore ha utilizzato per il primo uomo, le più nobili dunque, ancorchè umili.
Storia mai compiuta e sempre in cammino, in un intreccio di avvenimenti che hanno visto presente anche la Chiesa cattolica e il suo messaggio: dal Concilio del 1438, fino alla visita di papa Giovanni Paolo II nel 1990.

Mi piace ricordare, il giorno dopo la Festa del 2 Giugno, il ruolo avuto dal vescovo Ruggero Bovelli durante la notte della dittatura, in quei frangenti questi si meritò l’appellativo di ‘defensor civitatis’ e ogni anno – in occasione della Festa della Liberazione – Ferrara tributa una corona sulla sua tomba in Cattedrale.

Ferrara ricca di quelli che l’amico Carlo Bassi ha chiamato ‘luoghi dell’anima’, è particolarmente lieta quindi che da oggi questi stessi luoghi e questa storia possa essere anche con Lei condivisa. Questo sentimento di accoglienza e collaborazione non sembri tanto il segno di una consuetudine, quanto, invece, il proposito di condividere l’intima convinzione di operare per il bene comune, per la costruzione di una comunità solidale e generosa, aperta al futuro delle nuove generazioni e all’ascolto delle esperienze e dei consigli dei più anziani che in questa terra, aggiungo per fortuna, non sono pochi.

Condivisione, certamente, su prospettive differenti e nel pieno rispetto laico dei rispettivi ruoli e responsabilità, ma pur sempre nell’auspicio di una collaborazione diretta al bene intero della comunità.

Dalle ferite di una crisi economica pesante, che tuttora produce incertezze e preoccupazioni, a quelle di un sisma che ha portato lutti e macerie, da cui Ferrara sta uscendo ma non piegata, anzi più determinata nell’obiettivo di fare ciascuno la propria parte nel migliore dei modi
Anche in questo angolo di Emilia siamo abituati a farlo senza mai dimenticare che la solidarietà è un valore. E da fare c’è tanto ancora a partire dalle nostre Chiese centri delle comunità e patrimonio di tutti. Di questo impegno ne è testimonianza la rete di volontariato – cattolico e non solo – che è una ricchezza particolarmente preziosa, in un tempo nel quale stanno rapidamente cambiando stili di vita e con perimetri di cittadinanza che si stanno allargando – come sa non senza problemi – a culture, fedi, usi e costumi diversi.

La collaborazione laica tra istituzioni pubbliche e realtà ecclesiale è una realtà consolidata, tanto che ci si può spesso trovare attorno a un tavolo e chiamarsi per nome. Colgo, poi, nel motto che ha scelto per la sua missione pastorale un segno che dice già tanto del bene che potrà venire dal suo incontro con questa terra.

‘Gaudium et spes’ è si il titolo della Costituzione pastorale del concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ma è anche quella parola di speranza e di cordiale vicinanza che oggi questo popolo chiede al suo pastore.
Sono infatti già troppi i segnali nel mondo che inducono alla paura, alle chiusure, ad un pessimismo paralizzante e che talvolta toglie persino senso al futuro: ciò di cui giovani oggi hanno bisogno maggiormente, accanto alla dignità del lavoro di cui Papa Francesco ha ben descritto il valore a Genova, è proprio un senso positivo del vivere, ovvero la libertà di lasciare frustranti miti di successo, ma anche la possibilità di incontrare uomini, laici e sacerdoti in grado di trasmettere la certezza che il mondo muove verso il bene e non è condannato da noi prima che da qualcuno più titolato.

Sui giornali Eccellenza accanto ai necrologi non compaiono mai le nascite, ma queste ci sono e,  bene o male, ogni giorno, ci dicono che qualcuno continua a scommettere sul futuro e non va lasciato solo.

Ispirare la propria missione a questa scelta di ascolto delle speranze degli uomini, è ciò che Le chiediamo, in compenso ci offriamo di portare con lei, per un tratto di strada che le auguriamo lungo e sereno, le due simboliche valigie che ha portato da Cremona, ci sono parse piene di ‘suggerimenti’ tanto utili anche per noi.

Benvenuto a Ferrara Mons. Perego.

Manservigi: “Siamo fiume che abbraccia il mare”

testo dell’intervento di Massimo Manservigi (vicario generale della Diocesi di Ferrara)

Eccellenza Reverendissima,
nel prendere la parola a nome del presbiterio e della nostra comunità diocesana, in questa giornata di importanza capitale per tutti, non voglio aggiungere – né potrei – ulteriori riflessioni alla sua omelia, così profondamente ispirata e illuminante rispetto alla nostra attuale situazione.
Come ho ricordato sabato scorso, al termine della liturgia eucaristica che ci ha visto salutare commossi S.E. Mons. Luigi Negri, molto è stato fatto, tanto ed in ogni settore, tuttavia siamo una famiglia, una famiglia che vive, cresce, si trasforma velocemente, e questo comporta – anche quando si lavora bene – ricominciare sempre, ogni mattina, Comporta la fatica di dire quotidianamente un grande ‘Sì’ al compito di prenderci cura di ciascuno e di tutti. Sappiamo che Lei è pronto per questo, ne siamo certi. Mi permetta allora solo di leggerle alcune righe scritte da Barbara Giordano, cuore del settimanale diocesano, che illustra con semplici ma poetiche parole, la nostra gente, la nostra terra, il popolo che le è stato affidato. Ascoltando presso la Basilica di San Giorgio il benvenuto del sindaco Tagliani, ho avvertito una grande sintonia con questa descrizione, una conferma di quello che realmente siamo: “Siamo terra e siamo acqua, nobiltà dal sapore antico e insieme miseria di braccianti che hanno rubato alla palude la forza di una nuova vita. Siamo fiume che abbraccia il mare, siamo aironi e campanili di piccoli paesi dove l’identità storica è appannaggio del ricordo dei molti anziani e il futuro è nella voglia di farcela di pochi giovani, giovani che però faticano a restare e a costruire il loro domani in un mondo fatto di infiniti campi di grano e con all’orizzonte le ciminiere del polo chimico. Siamo un antichissimo e prestigioso ateneo dove si laurearono Paracelso e Copernico, ma siamo ancora oggi i volti e i colori di tantissimi studenti che arrivano da tutta Italia e dall’Europa, cuore vivo e pulsante di una città che ha ancora il sapore del tranquillo vivere emiliano. Siamo piccole e grandi sagre patronali, ma anche la devozione alla Madonna delle Grazie e a San Giorgio, al Miracolo Eucaristico di Santa Maria in Vado e al grande Crocifisso trasportato dal Po fin sulle rive del borgo di San Luca. Siamo gli uomini e le donne del Quadrivio astrologico, dei Decani di Schifanoia, di Abu Masar e dei Tarocchi del Duca, ma siamo anche gli uomini e le donne della Beata Beatrice, di Caterina De Vigris, del Beato Tavelli da Tossignano, di Suor Veronica, Laura Vincenzi, Sergio Morelli. Siamo la sfrenata leggerezza del carnevale rinascimentale, ma anche l’invettiva di frate Savonarola, la spiritualità di decine di monasteri dentro e fuori le mura della città…siamo i Baccanali del Dosso, ma anche la Pietà di Guido Mazzoni, siamo i Giochi e l’Aurora nelle stanze del castello, ma anche il Giudizio universale di Bastianino e della facciata della Cattedrale, Gesù che sale da solo sulla croce nel coro antico delle benedettine. Siamo la favola di Ariosto, il lamento di Tasso, le atmosfere di Bassani, ma siamo anche lo splendore dei codici miniati dei Corali della Cattedrale, la bellezza della Bibbia di Borso d’Este, le note musicali di Guido Monaco nel silenzioso scrigno pomposiano, Bibbia dei poveri. Siamo l’Officina ferrarese, le Ante del Tura, ma anche la sagrestia nuova, limpido inno alla ferraresità fatta fede di Lorenzo Barattella. Siamo il Maggio del Palio, l’estate del Busker Festival, il Teatro, le Mongolfiere, ma siamo anche la Settimana Mariana, la grande processione del Corpus Domini, i Ragazzinfesta, l’impegno di tanti sacerdoti ed educatori perché ai più piccoli, ai giovani, agli adulti sia offerta la possibilità dell’incontro quotidiano con Cristo, sia in un Grest, in una serata di riflessione in canonica o nel Rosario lungo le strade del centro storico alla ricerca del volto di Maria sui muri che trasudano storia. La nostra.
Siamo la terra ferita dal terremoto, quella che ha perduto vite e chiuso case, aziende, botteghe, le sue chiese, i suoi oratori, nelle due scosse che le hanno cambiato la vita…ma siamo anche la gente che come un’araba fenice ha saputo rinascere giorno dopo giorno dal proprio dolore, ricominciando subito a ripensare, riprogettare, ricostruire il futuro…e che in quel futuro ancora vuole credere nonostante il peso dalla crisi dell’economia, del fallimento di grandi realtà locali e la difficoltà di un calo demografico tra i più alti del nostro Paese.
I ferraresi non sono mai a metà. Vivono molti mesi nel grigiore della nebbia, ma il grigiore non gli appartiene, perché se si trova la chiave giusta del loro cuore, sanno aprirsi alla luce di inaspettati soli”.

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Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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