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Ti do un(a) Pack sui cabasisi

Infuria la battaglia della plastica che sta portando sull’orlo di una crisi di nervi il Pd e i suoi alleati mentre il bimbo Di Maio non sa più a quale santo (si fa per dire) rivolgersi. Preoccupato il presidente uscente dell’Emilia-Romagna, Bonaccini, dice, rettifica, convoca, usa un silenzio parlante mentre il Capitan Salvini s’appresta a sbarcare con le sue truppe nella forse conquistabile Emilia.

La più surreale tra le prove di dialogo tra Pd e il M5S si concretizza in un probabile incontro fra le due forze politiche chiamato “plastic meeting”.

Ma è possibile??? Già li vedo entrare con passo solenne avvolti in toghe di plastica mentre qualche Matteo di turno affila le armi per far saltare tutto, accusando l’abuso e la mala usanza di avvolgere i migranti in fogli dorati forse fatti con la plastica.

Zingaretti preoccupatissimo sollecita il fratello a prendere il suo posto e a mandare Fazio e la sua troupe poliziottesca a recuperare le plastiche che approdano inesorabili sulla spiaggia di Marinella mentre Catarella urla “dottore, dottore le vogliono rifilare un(a) Pack sui cabasisi”.

Inesorabile il commissario Montalbano evita plastiche e plasticume nuotando verso lidi puliti.

Ma il Capitano che fa? Munito di bei bicchieri di plastica e di bottiglie monouso minaccia sfracelli e proclama che si chiuderà in Parlamento al momento del voto e non ne uscirà se non verrà modificata la legge sulla plastica, ovviamente munito di package straordinari che invaderanno tutti gli angoli delle sedi parlamentari.

Frattanto l’imperturbabile Carofiglio dalla bella Gruber spiega che tutto giuridicamente è sbagliato naturalmente parlando dello scudo che blocca le trattative sulle sorti dell’acciaio mentre Carlo Calenda che non sa più a quale rete (tv) votarsi prova ad ululare la sua versione dei fatti in quanto esplicitamente coinvolto. Libri e libri si editano, si pubblicano tra i sorrisi conniventi dei soli (ig)noti che aspettano la prebenda della pubblicità mentre un Fiorello fuori di testa si lancia in una trasmissione folle che dovrebbe dimostrare la ‘freschezza’ dei programmi Rai, specie la rete ammiraglia.

La ‘negritudine’ intesa come categoria etico-politica si sfrena. Non è nemmeno il caso di citare il caso di Liliana Segre così abnorme da rischiare l’incomprensione dei raziocinanti che non si rassegnano a mettere sotto silenzio la campagna d’odio che ha investito la senatrice e che ha ireso evidente il comportamento , per me indecoroso, della destra parlamentare. Non entro poi nella vicenda Balotelli poiché uscirebbe, e ne sono conscio, tutta la mio personale avversione per le curve, gli stadi e le bocche urlanti dei loro frequentatori.

A ognuno il suo, scriveva un grande autore. Il mio non passa per il calcio. Tiratemi pure pomodori marci ricambierò con materia non certo odorosa, specie per i dirigenti del Verona calcio (si chiama così?), che assicurano di non avere sentito niente. E tutto questo nella città di Giulietta e Romeo e dell’Arena.

Ultima e non commentabile notizia che arriva dalla città pentagona.

4 Novembre, festa delle forze armate. All’alzabandiera in piazza la presidente della Provincia Barbara Paron si avvicina al prefetto e si scusa di allontanarsi dalla cerimonia in quanto il discorso sarà tenuto dal vicesindaco Nicola ‘Naomo’ Lodi in rappresentanza del sindaco Alan Fabbri, malato. Perché? Secondo la versione della Paron, lei non avrebbe potuto assistere a quella cerimonia in quanto l’anno scorso lo stesso vicesindaco avrebbe issato di notte la bandiera della Lega sul pilone destinato il giorno dopo alla bandiera italiana.

Che dire? Siamo ridotti tutti a tirarci, come in un probabile e imminente futuro, Pack nei cabasisi

L’addio a Camilleri, laborioso artigiano della scrittura

Non so quanto resterà dell’opera di Andrea Camilleri, morto cieco – come Borges, come Omero – dopo aver dominato per più di vent’anni le classifiche dei libri più venduti. Il suo Montalbano non ha solo arricchito gli scaffali di tanti italiani (conosco amici che vantano la collezione completa) ma è arrivato trionfalmente in prima serata di Rai 1, quella che una volta si chiamava la Rete Ammiraglia.
Milioni di volumi venduti (25 milioni solo per le avventure del commissario di Vigata), tantissimi lettori affezionati, record di ascolti per le serie televisive. Eppure Camilleri ha fatto molto altro prima di diventare uno scrittore cult, lo scenografo, il regista teatrale e televisivo, ma quando ha preso la penna in mano ci ha preso gusto e in trent’anni ha raggiunto e superato la soglia dei 100 volumi. Cento libri! Non tutti dedicati alle avventure del suo commissario, alcuni anzi – quelli incentrati su piccoli e dimenticati episodi di storia sicula – forse più belli, perché liberi dal necessario tributo alla serialità dei suoi apprezzatissimi gialli.
Non credo che la sua scrittura – nemmeno il suo celebrato pastiche linguistico ispirato (e inventato) a un godibilissimo idioma pseudo siciliano – diventeranno quello che si suole definire ‘un classico’. Insomma, tra la più riuscita avventura del Commissario Montalbano e l’indagine del Commissario Ingravallo nel Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda rimane un abisso incolmabile. Di vocabolario, di lingua, di stile, di invenzione. Camilleri ne era perfettamente conscio: si è sempre definito un laborioso e artigiano della scrittura, non un grande autore in attesa del Nobel.
Ma se Andrea Camilleri non potrà essere accostato a Luigi Pirandello, a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a Leonardo Sciascia – e nemmeno a un altro grande scrittore siciliano come Leonardo Consolo – il suo rimane un posto di rilievo, non solo e non tanto nella ‘storia della letteratura italiana’, quanto della italica ‘storia della lettura’. Basta scorrere la serie storica delle classifiche dei libri più venduti. Trent’anni fa, prima del fenomeno Camilleri/Montalbano, la vetta (con rare eccezioni) era appannaggio di volumi usa e getta o tuttalpiù dall’ennesimo bestseller americano. Oggi non è più così. Potremo dire che Camilleri ha insegnato a leggere gli italiani. A leggere libri migliori. Ha aperto la strada alla new wave dei giallisti italiani di qualità. Soprattutto ha condito di intelligenza e ironia una produzione letteraria che sembrava essersi impantanata nella retorica o nel consumo.
Una ironia preziosa, quella di Camilleri, gemella anche se diversa da quella praticata da un altro grande intellettuale scomparso pochi giorni fa, Ugo Gregoretti. Entrambi erano intellettuali impegnati civilmente, con una grande attenzione, rispetto, com-passione verso gli ultimi. Entrambi avevano in odio ogni retorica. Ci mancheranno.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Montalbano sono!

“Sai che ti dico, che se tu non puoi parlare, lo faccio io: sono stanca di aspettare una tua telefonata, una tua visita, una tua qualsiasi proposta. Io aspetto, aspetto…sono in attesa da una vita, sospesa tra il tuo lavoro e quello che dovrebbe accadere in un futuro che non arriva mai. Ma secondo te è normale che tu non mi abbia cercata per giorni? Che tu non ti chieda come sto io, cosa faccio, come mi sento? Salvo, c’è una sola cosa che può giustificare il tuo comportamento: tu non mi ami più. O comunque non abbastanza da fare qualcosa per me. Ed io, adesso, sono stufa di dare priorità solo a quello che è meglio per te. Io voglio pensare a me. Perdonami, forse non è giusto dirtelo per telefono ma sono davvero esausta. Per me la nostra storia è alla fine.”
Livia a Salvo Montalbano
Il metodo Catalanotti, Andrea Camilleri (Sellerio 2018)

Da quando la conosco, sono sempre stata dalla parte di Livia. La fidanzata di Montalbano è una donna messa in stand by che ha deciso di non aspettare più. E non è urgenza d’altro o impazienza, Livia si è svuotata: non è più piena di lui, dell’importanza, dell’amore che ha mandato avanti tutto per anni. È finita la malinconia dolce di cui un rapporto a distanza si nutre, la bolla di perfezione degli incontri si è rotta, bucata dalla stanchezza di una vita esausta in sala d’aspetto.
Come Livia, ce ne sono di donne che a un certo punto si stancano di dedicarsi a un amante, a un marito, a qualcuno che non vuole esserci. Ma per stancarsi bisogna avere aspettato tanto, essersi fatte andare bene l’attesa edulcorata dal pensiero che qualcosa sarebbe arrivato.
La proiezione sposta lo sguardo in avanti, il pensiero è proteso verso una data, una sera, un fine settimana, ma intanto sfugge il presente che è fatto di sostanza, soddisfazioni, inceppamenti, invecchiamento, rinascite, cioè la vita vera che Livia ha vissuto sospesa in attesa di Salvo, quasi al di sopra della realtà. Ma il qui e ora è un’altra cosa, è Salvo che non chiama per giorni, è Livia che aspetta fino a non poterne più. La distonia fra le due vite, quella che c’è e quella che immagini arriverà, si appiana quando Livia si sente finalmente libera di ricomporre lo sfasamento tra il tempo con e il tempo senza Salvo.
È un punto di non ritorno per una donna, può arrivare anche dopo una vita in cui all’altro si è dato un tale potere di gestione del tempo e del rapporto da averne perso la percezione. Livia ora vuole un tempo tutto suo, dove per Salvo non c’è più posto.

Cari lettori, siete mai stati in attesa di qualcuno? Oppure avete mai lasciato qualcuno ad aspettarvi? Com’è finita?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Dalle madelaine di Proust agli arancini di Montalbano: il cibo nella letteratura

Il cibo e la cucina rimangono sempre interessanti metafore dell’esistere umano: nel cibo o attraverso la sua immagine poniamo domande, cerchiamo risposte, troviamo consapevolezza della nostra identità, condividiamo vite, regaliamo sensazioni e ci facciamo travolgere da emozioni. Il cibo non è solo fonte e linfa di sostentamento: diventa anche elemento comunicativo di una forza senza pari. I luoghi letterari della narrativa, le cucine, i ristoranti, i caffè, le dimore umili e le dispense dei grandi signori, i falò nelle radure, i fuochi sulle spiagge, la strada con il pane elemosinato e i banchetti scintillanti, ospitano sempre spezzoni di storie avvincenti i cui protagonisti si muovono tra eventi, peripezie, avventure e movimento, trame e intrecci, sollevando la nostra partecipazione emotiva e la nostra curiosità.

Opulente e abitudinarie cuoche d’altri tempi servono con orgoglio gustose pietanze, moderni dinamici chef dalle promettenti carriere luminose esibiscono autentiche opere d’arte, dissoluti buongustai si avventano senza ritegno su piatti traboccanti, umili famigliole radunate attorno ad un tavolo scarno toccano il cibo come fosse un miracolo, annoiate signore sbocconcellano ciò che rimane di qualche dolce per riempire tediose giornate e anziane dagli antichi saperi ci spiegano, tra un capitolo e l’altro, il beneficio e le proprietà delle erbe officinali e delle spezie. Ciascuno instaura col cibo un rapporto particolare fatto di impressioni dove gusti, sapori, forme e colori contengono echi simbolici inequivocabili.

Nel racconto di Karen Blixen ‘Il pranzo di Babette’, i dodici sospettosi e diffidenti abitanti del villaggio, avvezzi a una spenta vita di privazioni, rimangono sedotti dalle delizie gastronomiche che Babette, grande cuoca, ha preparato loro a sue spese. Ciò che seguirà sarà un significativo e benefico cambiamento di prospettiva nei confronti della vita e degli esseri umani. Ed ecco che in letteratura compaiono le madelaine inzuppate nel tè, quei piccoli dolci morbidi che per Marcel Proust, nel suo capolavoro ‘Alla ricerca del tempo perduto’, diventano improvvisamente suggestivi mediatori col passato e gli fanno rivivere sensazioni e ricordi della giovinezza. In ‘Le anime morte’ di Nikolaj Gogol, il cibo rispecchia la primordialità, qualcosa che attira brutalmente il protagonista Chichikov e lo invita ad affrontare verdure in salamoia e abbondanti bevute di vodka, zuppe di cavolo, njanja (stomaco di montone ripieno di grano saraceno, cervella, carne delle zampe), vatrushki (focacce con ricotta). Georges Simenon riesce a descrivere in molte sue opere, quasi con nostalgia, piatti e pietanze della cucina francese e belga che rivelano l’attaccamento alle origini e il bisogno di richiamare gusti e sensazioni del passato attraverso i flan della madre, la torta di riso e le saporitissime portate di cozze e patate.

Tutti conosciamo poi ‘Chocolat’ di Joanne Harris, dove il cioccolato è il protagonista assoluto delle storie di ciascuno, in una forma o nell’altra, e riesce a produrre strane e meravigliose reazioni utili a trasformare e rinnovare vite e destini. Il cibo che compare in ‘Ulisse’ e ‘Gente di Dublino’ di James Joyce ci mostra l’Irlanda dell’autore attraverso le solide tavole di legno in grigie cucine affumicate, dove spesso c’è ben poco da mangiare e ogni pasto è una benedizione: interiora di animali e volatili, minestra di rigaglie, cuore arrosto, fegato a fette impanate, uova di merluzzo, patate. Un romanzo particolarmente legato al cibo è ‘Dolce come il cioccolato’ di Laura Esquivel, diviso in dodici capitoli ciascuno dei quali contiene una ricetta dell’antica tradizione messicana. In questo caso gli ingredienti hanno un potere taumaturgico sorprendente e inaspettato sui giovani protagonisti e coloro che ne contornano la storia, permettendo di risolvere situazioni difficili. Nei libri di Camilleri, Salvo Montalbano non si preoccupa di nascondere l’autentica forte passione per il cibo, che diventa un vero e proprio ‘oggetto del desiderio’, uno dei piaceri più intensi e importanti. Tonno arrosto, polipetti alla napoletana, arancini lavorati e cucinati a regola d’arte secondo tradizione, gioiose annaffiate di vini della Sicilia, passiti di Pantelleria e Marsala popolano le pagine dell’epopea del commissario, tra un crimine e l’altro, colpi di scena, movimento e anche romanticismo. In ‘Visto per Shangai’, l’autore Qui Xiaolong rivela l’amore per le tradizioni gastronomiche del suo Paese. Il romanzo che esordisce con un cadavere ritrovato in un parco di Shangai dà l’incipit a una storia dai contorni gialli permeata di una sottile tensione costante che diventa motivo principale per raccontare della saggezza millenaria della cultura cinese, le tradizioni, i cambiamenti nel tempo e una gastronomia che ancora oggi ci dà la possibilità di degustare squisitezze esotiche.

La cucina può diventare il cuore pulsante di un’esistenza, come ci racconta l’autrice giapponese Banana Yoshimoto nel suo ‘Kitchen’. La protagonista, la giovane Mikage, smette di nutrirsi dopo la morte della nonna, l’unica persona che aveva al mondo. Si rinchiude e vegeta tristemente nella cucina della sua casa finchè non scopre in casa di amici, l’armonia, il benessere e la serenità che un altro ambiente e un altro modo di considerare il cibo le offre. Riprenderà a mangiare ed apprezzare quel cibo che le era diventato estraneo. La cucina è apparsa improvvisamente il luogo da amare. “Non importa dove si trova, com’è fatta purchè sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.”

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FRA LE RIGHE
I dubbi di Montalbano nel teatro dell’orrore

La verandina, la notte e il mare placido sono il suo rifugio silenzioso e solitario.
Il commissario Montalbano ha bisogno di raccogliersi per venire a capo di un caso che presenta tante evidenze quante apparenze. Montalbano stesso è vittima di un equivoco, uno dei tanti scambi in cui la sorte lo infila.
La giostra degli scambi è questo, un meccanismo che avanza imbarcando dubbi e inducendo il commissario a qualche errore e non poche domande. Montalbano si sente disorientato. Che abbia ragione il dottor Pasquano quando, beffardo, gli ricorda che è invecchiato?
Indizi e coincidenze fanno pensare che il colpevole sia un uomo tradito e furioso. In effetti è così, ma non quel sospettato, bensì un altro, al di là delle apparenze.
A mettere il commissario sulla pista giusta è, come sempre, la sua intuizione affinata dalla sensibilità umana con cui afferra il non detto. E, infatti, da ciò che non gli viene rivelato, Montalbano percepisce come arrivare alla verità.
Il commissario scopre il colpevole, ma l’uomo Salvo coglie l’orrore a cui è stata condannata una giovane donna. Montalbano, che non rinuncia mai ad andare a vedere, arriva in una discarica, un girone infernale, metafora esplicita delle nefandezze di cui la società è capace.
In mezzo a quello spettacolo raccapricciante che mozza il respiro, il commissario è preso da pietà e rispetto per quel che rimane di una vita sconosciuta su cui si stanno spegnendo anche le ultime luci del giorno.

La giostra degli scambi, Andrea Camilleri, Sellerio editore 2015

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Le impervie strade di Montalbano

Sono gli anni ottanta, quelli della morte del banchiere Michele Sindona, della P2 e dell’attentato a papa Giovanni Paolo secondo. Le notizie si apprendono alla radio, al massimo al telegiornale. Montalbano, ancora giovane, ma già molto simile all’uomo maturo dei romanzi più famosi, si muove tra il commissariato, la sua verandina, la passeggiata allo scoglio e le indagini in mezzo alla cultura della sua terra. I Cuffarro contro i Sinagra, Livia e Adelina che apertamente non si sopportano, il dottor Pasquano che lo maledice, la miseria umana più bieca e la passione che diventa delitto e vendetta, a qualsiasi età.
In un’intervista alla televisione, il commissario cita Pirandello, gli serve per fare capire che lui l’apparenza non la scambia per realtà e viceversa, il doppio sa bene dove trovarlo. E il messaggio avrà il suo effetto perchè Montalbano non va mai alla cieca quando agisce e quando dichiara.
Il commissario è uomo acuto, piglia, mette insieme, da un romanzo di Sciascia a un film di James Bond. Al suo fianco la caricatura di Catarella, Mimì Augello sciupafemmine e l’insostituibile Fazio. Ci sono sensazioni che non quadrano, non sa perchè, qualcosa di vago che lo inquieta, un odore che lo punge, ma poi, ipotesi dopo ipotesi alla soluzione finale Montalbano arriva sempre.
I metodi? Più o meno leciti, “ninni catafuttemmo” risponde a Fazio quando l’indagine gli viene tolta dal questore per essere affidata a un collega. È abituato a non percorrere strade troppo battute, gli capita anche di fidarsi di un povero ladro quasi onesto per risolvere un caso. E non sbaglia.
Gli otto racconti parlano di mare e di terra, di giovani donne e vecchie rancorose, mafia e linguaggi della malavita che il commissario sa cogliere molto bene.
E soprattutto sul finire compaiono i notturni, serate morbide e accoglienti con la luna piena “che pariva ‘na mongolfiera”, sono le notti in cui tirare l’alba con Livia alle saline ne vale davvero la pena.

 

Andrea Camilleri, Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano, Sellerio

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LA RIFLESSIONE
Il cibo e la politica

L’abbinamento cibo-politica sembra ormai un dato acquisito con tutto il senso un po’ untuoso o appiccicoso delle performances più note: dalla mortadella in parlamento, ai cibi grevi scambiati in piazza a Roma ai tempi di Alemanno sindaco, ai gelati offerti coram populo dal presidente del Consiglio attuale. Non dimentichiamoci che in questa stagione del nostro scontento è d’obbligo il rifugio in sagre, incontri mangerecci plurimi dove si spettacolarizza di tutto e di più: pesce, carne, anatre, tartufi, “pinzini” richiestissimi ancora, come ai miei tempi, nelle feste dell’Unità dove volonterosi volontari stringono mani e abbondano in sorrisi al politico di turno per cui diventa obbligatorio da parte di quest’ultimo soffermarsi negli stand in cui si cucina. L’ossessione attuale e mediatica che fa leva sull’istinto primario del cibo sembra adombrare l’angoscia di una reale minaccia per cui il cibo non sarà più scelta e attrazione ma unicamente bisogno non sempre soddisfatto: la spesa degli italiani in default. La televisione d’altra parte, spettacolarizza i master chefs proponendoli come divinità padrone del destino umano. Anche chi vi scrive ha le sue colpe (o i suoi meriti) essendo stato per anni socio della prestigiosa e antica Accademia della cucina italiana per la quale ha ripubblicato testi rinascimentali di cucina e divagato anche sulle proprietà e nascita nientemeno che della salama da sugo oggi orrendamente chiamata con un ipercorrettismo degno di miglior causa “salama da succo” (brrr…). Poi il destino e le scelte lo hanno di fatto allontanato dai profumati pranzi e cene per avviarlo più convincentemente verso i banchetti della mente; quei simposi dove il cibo intellettuale, direbbe Dante, è il “pan degli angeli”.

Torniamo all’importanza del cibo in politica. Ieri una “Amaca” di Michele Serra su “La Repubblica” parla di questa metaforica sazietà del cibo abbinato alla politica che si conclude con una riflessione non solo letterariamente bella ma che ci induce anche ad assaporare un retrogusto di sazietà che fa bene a un’etica della politica. Scrive Serra che il connubio politica – cibo “lascia perplessi” proprio per l’abuso della “promiscuità tra microfono e pistacchio, tra discorso programmatico e brodo, un sentore di macchie d’unto sulle austere carte, di briciole sulla cravatta, e un’ostentazione pubblica di allegro appetito non è neanche tanto opportuna, via…”

Dunque se non è più tanto sollecitante scoprire come in segreto si mangino torte tra i politici, anzi, che la gravezza del post -prandium potrebbe essere solo riscattata dalle passeggiate che il commissario Montalbano fa fino al faro per digerire così , come in un transfert, lo scrittore Camilleri rinuncia alle sue fantasie mangerecce per affidarle al suo personaggio il quale alla fine proprio per quelle scorpacciate riporta la moralità e la giustizia là dove sono state offese e irrise.
Questo succede anche alla politica politicante? Lascio al lettore il giudizio.

Mi arriva appena edito un volumetto di un caro amico, lo scrittore Hans Tuzzi che è diventato famoso per i suoi romanzi polizieschi e per le inchieste condotte dal commissario Melis che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico ma che è anche autore di un importante romanzo di natura etico-politica Vanagloria ambientato nella “Milano da bere”. Il titolo del libriccino è Zaff&rano e altre spezie, editore Slow Food, quindi in regola con l’attuale mania del cibo. Eppure questo racconto complesso e affascinante fa del cibo non qualcosa che lascia il sapore di unto sui vestiti e in bocca ma si rivela una lirica evocazione affidati a due “djinn dei deserti” due Folletti che si chiamano Zaff e Rano. La storia di questa spezie si affida alla rivelazione della prozia Augusta, unica e somma ministra dei misteri della cucina. Il cibo diventa dunque la possibilità di un’evocazione lirica che traduce in parole sapori e memorie. Bellissimo! Le tradizioni materne della cucina austriaca e paterne italiane si fondono e diventano quella “passione civile” assente nella casa dell’autore ma che l’autore oggi rivive proprio alla luce del racconto di memorie che sono, come ci è stato detto dai grandi scrittori non un fedele ricordo ma una menzogna letteraria. C’è un passo che spiega tutto questo e che vale la pena riportare. La memoria riporta alla mente (e alla scrittura) un’Italia diversa che l’autore ricostruisce ben sapendo che in quel caso non è quella della sua infanzia ma una finzione. Eppure quell’Italia anni Cinquanta: “ Aveva già come il seme la pianta, tutto il degrado etico civico culturale e ambientale che ci devasta oggi. Ma era l’Italia della mia infanzia, e se oggi le rimpiango entrambe – Italia e infanzia- sono consapevole di mentire a me stesso, perché è solamente nel mio rimpianto che la complice magia dell’inverno succedeva innocente e perfetta dell’assorta immobilità dell’estate”

Sapranno i politici locali e nazionali difronte a salama e “pinzin”, “taiadel” e “torta ad taiadel” capire e ritrovare il giusto rapporto tra politica e cibo?

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E Montalbano affronta
il fango della corruzione

Pioggia e fango intorno, melmosa è l’indagine che il commissario Montalbano sta affrontando, una storia di appalti, frane e morti ammazzati…
La piramide di fango (edizioni Sellerio, 2014) è l’ultimo romanzo che ha per protagonista il commissario di Vigata alle prese con gli intrighi dell’edilizia e della politica, con costruzioni e permessi.
Piove su questo pezzo di Sicilia in cui le grandi opere si fermano e le società sono controllate dai Sinagra e dai Cuffaro, Montalbano è convinto che sia lo specchio della situazione nella quale si trova il paese intero. L’indagine si impantana di continuo, tutto quel fango Montalbano se lo sente fin sotto la pelle, procede “senza slancio, senza passioni, senza vitalità”, è come se una “brutta copia” del commissario avesse preso il posto di quello vero. C’è una malinconia che non lo molla, è il pensiero di Livia che, lontana e provata, dopo la morte di Francois non è più la stessa. Ma non appena Livia inizia a stare un po’ meglio, appena fra di loro riprendono “le sciarriatine”, Montalbano riparte.
A dirigere il commissario è la convinzione che davanti ai suoi occhi si stia mettendo in scena una commedia atto per atto. Ma chi è il regista? Chi muove questi attori che recitano una parte fin troppo studiata? La solita storia di corna non regge. Nulla è mai come appare a una prima occhiata, tanto meno per uno come Montalbano che alla comoda superficie ha sempre preferito l’impervia profondità delle cose.
Il fiuto da sbirro si unisce all’intuito dell’uomo che sa scrutare i dettagli di chi gli sta di fronte, cogliendone il non detto e il falso attraverso l’impercettibile. Come in una grande pantomima, il commissario recita a sua volta, finge di credere a una confessione molto bene orchestrata e imbocca la strada per la verità.
Ma la pioggia non cessa, certe domande faticano a trovare spiegazione, il rituale del cibo, con la sua sacralità così cara a Montalbano, è disturbato e la passeggiata al molo sotto un sole nascosto gli rende l’umore ancora più “nivuro”.
Montalbano ha bisogno dei suoi notturni per riflettere, la panchetta della verandina è bagnata, possono bastare una seggiola e un bicchiere di whisky, la risacca culla e fa nascere i pensieri.
Per arrivare in fondo all’indagine, il commissario deve agire a suo modo, che non è mai quello ortodosso di uomo delle istituzioni, per entrare nella piramide deve solo bucarla, come fu con quella di Cheope che accesso non aveva.
Salvo risolve il caso, può finalmente partire e andare da Livia a Boccadesse, lascia Augello e Fazio a concludere l’indagine, ad aspettarlo ci sarà anche Selene, la cagnolina che Livia ha adottato e che le ha fatto ritrovare la voglia di vivere. Benedetta Luna.

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