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Pino Mango e una poesia che si intitola Coimbra

Io ho diciannove anni. “Rebecca ormai sei grande” mi dice sempre la zia Costanza. Mia sorella Valeria ne ha dodici e Enrico, il piccolo di casa, ne ha compiuto quattro.
Credo che una delle cose che la zia ha cercato di insegnarci in questi anni sia l’amore per la musica e per la poesia, per la storia e per quel poco di filosofia che può essere utile a dei bambini.
Fin da quando ero piccola facevamo il gioco delle rime. Lei diceva una frase e io dovevo concluderla con una rima:
“Il gatto si fece male alla testa” e io dicevo “perché volò dalla finestra”. Oppure lei diceva:    “C’è una striscia d’oro nel cielo” e io continuavo “sembra luccicante come un velo”. Oppure giocavamo alle rime tra le parole: “Cane” e “pane”, “Vento” e “tempo”, “fiore” e “amore”, “fratello” e “ombrello”.
Non so se siano giochi usuali ma a me piacevano e vedo che piacciono anche ai miei fratelli piccoli.
Enrico ama particolarmente le rime con i nomi degli ortaggi: “zucca” e “mucca” ,  “uva” e “clava”, “mela” e “ragnatela” e così via.

Oggi ho sentito in Tv un’intervista a Laura Valente, la ex moglie di Pino Mango, nonché cantante dei Matia Bazar per quasi dieci anni (dal 1990 al 1998). Oltre ad essere una bravissima cantante, Laura è una donna molto forte e determinata. L’ho sentita dire che ciò che riempie la sua vita e quella dei suoi figli è la poesia che ha lasciato loro Mango.
Le canzoni, le rime, la possibilità di ‘volare alto’ attraverso la poesia e la musica sono l’eredità che questo grande uomo, compositore e cantante, ha lasciato alla sua famiglia e di cui sua moglie si sente fiera e testimonial. Mango ha lasciato loro un modo di vivere che, abbracciando l’arte, diventa semplice, possibilista, aperto alla sorpresa e alla felicità. Un’arte aperta ai sogni e a ciò che di bello può succedere.
Filippo e Angelina Mango sono due musicisti eccellenti. Angelina canta e Filippo suona la batteria e altri strumenti. Molto talentuosi i ragazzi, figli di illustri genitori. I Mango senior (sulla terra o nei cieli) sono sicuramente contenti della scelta professionale dei loro figli perché l’hanno sempre considerata e tramandata come una strada per la felicità, come un modo, forse il migliore di tutti,  per andare via dalla tristezza del mondo e innalzare lo spirito verso la stella più vicina. Là c’è Orione.

Anche la zia Costanza, che considera Mango un poeta oltre che un bravo cantante, ogni tanto scrive poesie.  Dice che le sue sono opere “casalinghe”, che non hanno la pretesa di diventare famose. Basta che piacciano a noi tre, i suoi nipoti. Le altre migliaia di persone non contano nulla. E’ convinta che  se una poesia sia in grado di illuminare, anche solo per un attimo, la vita di un’unica persona, merita tutta la dignità della sua esistenza, del nome che l’identifica. Dice che non bisogna scrivere poesie per diventare famosi, ma per allietare le giornate delle persone che ci circondano, che ci vogliono bene, che sono la nostra famiglia (biologica o acquisita poco importa, ciò che importa è la qualità delle relazioni che si instaurano  e consolano).

Con questa premessa, e cioè che il suo scrivere poesie è esclusivamente finalizzato all’apprezzamento parentale, la zia scrive spesso senza pretese e senza alcun desiderio che altri leggano  le sue opere.
Lo scopo delle poesie della zia si esaurisce tra le mura domestiche. Sono parole che non vanno altrove, nessuno prova a mandarle ad un editore, a inviarle a una rivista, a postarle da qualche parte. Noi tre nipoti siamo gelosi dell’appartenenza, quasi esclusivamente nostra,  dei componimenti della zia. Ci sembrano più preziosi perché racchiusi nei cassetti dei nostri comodini. La poesia è sensibile come lo è chi la scrive e come deve esserlo chi la legge. Altrimenti diventa una qualunque lista di parole che serve solo a riempire cestini che vengono svuotati subito.

Una poesia che a me  piace particolarmente è stata scritta dalla zia di ritorno da un viaggio a Coimbra e si intitola appunto “Coimbra”.
Alcuni anni fa, tornata a scuola dopo la pausa estiva, ho descritto in un tema la vacanza della zia e ho trascritto la sua poesia (dopo averle chieste il permesso che mi ha concesso senza troppo entusiasmo e che non credo mai mi riconcederà. E’ stato un attimo di debolezza momentaneo che ha dato a “Coimbra” un po’ di visibilità).
Ho preso “appena sufficiente”, l’insegnante diceva che la poesia era sicuramente copiata. Ma da chi? Non lo sapeva, forse da un autore locale portoghese. Si sa i portoghesi con la poesia ci vanno a nozze. Pessoa, uno per tutti.

Le ho spiegato che la poesia era stata scritta dalla zia Costanza, ma non mi ha creduto, oppure ha creduto che era la zia stessa ad avermi imbrogliato e ad aver spacciato per sua una poesia di qualcun’altro. A quel punto è venuto un piccolo dubbio anche a me e mi sono messa a cercare ovunque. Di questa poesia non c’è traccia da nessuna parte. L’ha proprio scritta la zia per regalarla a me. L’insegnante non ci ha creduto, credo che sia ancora là che si arrovella alla ricerca del vero autore che secondo lei deve avere tutt’altro nome che Costanza Del Re. Siamo talmente abituati a conti, bollette, bilanci, rapporti scientifici che non riusciamo più a prendere in considerazione l’dea che ci sia ancora qualcuno che ama le parole baciate ed è in grado di scrivere poesie (almeno per le persone a lui care).
Eppure i grandi poeti sono importanti almeno quanto gli ingegneri, gli architetti,  i matematici e i medici. Attraverso la poesia possiamo  aprire le ali e garantire a noi stessi un senso dell’esistere che migliora i nostri respiri e i nostri attimi di pace, la nostra voglia di vivere.

Laura Valente dice che con Mango ha vissuto molti anni in mezzo alle note e alle parole  e che questo ha migliorato molto la sua vita.
Il grande regalo che Pino Mango ha lasciato a sua moglie è una poesia dentro la quale vivere e che le potrà tenere  compagnia per sempre, fin che vivrà. La poesia sopravvive a chi la scrive. Consola chi la ama. Un grande uomo non può che lasciare ai suoi amori delle poesie.
Pino Mango leggeva molto e tra i suoi autori preferiti c’erano: William Shakespeare, Eugenio Montale, Federico Garcia Lorca, Charles Baudelaire, Pablo Neruda e Nazim Hikmet. Poco prima di lasciare questa terra, ha inserito in una prefazione questo pensiero:
Non tutti amano la poesia, anzi alla maggior parte delle persone sembra non piacere affatto, però io credo che, il più delle volte, non si tratti di scarsa sensibilità verso questa nobile arte, quanto di una mancata abitudine all’analisi intima dei colori che da, all’arcobaleno dei sentimenti, la vera tonalità del vivere.”

DI MERCOLEDI’
La noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole

 

Molte cose accadono di mercoledì. Da molti anni registro che accadono perché al mio paese è giorno di mercato: aumentano le auto in circolazione, molte persone escono dalle case o affluiscono dai paesi vicini e dalla campagna per aggregarsi nella piazza. Abbiamo una piazza grande a Poggio Renatico ed i banchi del mercato sono numerosi e vendono un po’ di tutto. Chi deve fare la spesa settimanale, oppure ha bisogno di andare per uffici aspetta il mercoledì; di mercoledì si possono depennare dalla lista delle commissioni da fare quasi tutte le voci, e se si arriva presto in piazza e non c’è troppa gente si riesce a fare tutto.
Viva l’efficienza, che quando siamo indaffarati (e cioè, quasi sempre) diventa un valore.
Per me che ne scrivo il mercato del mercoledì assume da sempre un bel po’ di significati aggiunti. Mi entra in circolo una umanità così piena di umori che mi fa scattare dentro una sorta di corto circuito, e allora vanno a braccetto quotidianità e letteratura.
Anch’io faccio i miei giri entrando e uscendo dalla piazza, e mi fermo a parlare con tutte le persone che mi conoscono; molte di loro riesco a incontrarle solo in questo giorno della settimana. Pure, un doppio fondo nella mia valigia di parole mi accompagna e mi fa sentire la mia voce mentre parlo, mentre ascolto o mentre rispondo a domande. Mi fa stare dentro e fuori al tempo stesso.
Eccomi per esempio in una estate di molti anni fa, durante la mia adolescenza. Sono in piazza con mia madre che è la regina tra le bancarelle, conosce tutti i venditori sia che si tratti di compaesani, sia che vengano dai dintorni. Il più distante è di San Pietro in Casale (inutile dire che la globalizzazione non c’è ancora) e parla un dialetto bolognese molto marcato. Ha un banco di scarpe molto belle, che espone in base ai prezzi raggruppando sotto la stessa cifra, in lire, i modelli più diversi e dai colori variopinti. Sono tutte scarpe da donna e sono campioni.
Oggi il venditore è più sornione del solito. A chi gli chiede se può provare un certo paio di scarpe risponde sì con la testa; chi invece gli chiede se ha l’assortimento dei numeri di un certo modello non ottiene risposta. Mia madre, che di scarpe e di pellami se ne intende, sferra un attacco dopo l’altro. Gira e rigira tra le mani un bel paio di mocassini color verde tenero, dalla linea affusolata e aggraziata, che mi invita a calzare. E intanto chiede di quale ditta sono, osserva che il pellame è di buona qualità, fa le prove per verificarne la morbidezza, mi sottrae e poi tiene con le due mani la scarpa destra e la piega ad arco trovando che si flette che è un piacere.
Io intanto. Mi trovo in mezzo tra l’entusiasmo di lei, così ciarliera in questo suo giretto del mercoledì (è l’unico svago che si prende durante la settimana, per molte ore ogni giorno la vedo seduta alla macchina per cucire, per cucire la pelle) ed il silenzio incantato che avvolge lui. E ancora una volta lievito al di fuori dalla situazione; vedo mia madre e il venditore bolognese incastonati come diamanti in una bambagia dorata. Il caldo di luglio è appiccicoso come il miele. Le parole che lei ha pronunciato passano scavando piccoli cunicoli sospesi; sono tutte dirette verso di lui che è raggiunto dai tanti spruzzi di miele sonoro. Ma non parla.
Come? E la comunicazione dov’è? Mi sento indispettita per la noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole. Ho nella testa ben demarcate le liste di quello che si fa e di ciò che non si deve fare, come su di una lavagna quando alla scuola elementare tiravamo una riga centrale per scrivere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.
Devono passare molti anni prima che io ritrovi la serena accettazione di mia madre nelle parole di un poeta. Leggo i testi che il grande Eugenio Montale ha scritto per la moglie Drusilla, quando rivela di lei la capacità di capire gli uomini “anche al buio” col suo “radar da pipistrello”. La Drusilla che dando il braccio al poeta ha sceso con lui le scale della vita ed ha mediato sapientemente il rapporto del marito con la quotidianità.
Come la Drusilla, mia madre ha capito che il bolognese è stanco, oggi. Oppure è avvilito per qualcosa. Va comunque lasciato “nel suo”. Le persone sono così: non c’è alcun bisogno di esprimere giudizi per una volta che sono “spastati”.
E così dai miei libri, dai tanti che ho letto come se una seconda madre mi stesse parlando, ho imparato. E ancora leggo, e imparo ogni volta. Anche se non è mercoledì.
Sono davvero tanti. Da esprimere uno alla volta finché potrà avere vita questa rubrica.
Incomincio.

DIARIO IN PUBBLICO
Ritorni: le cronache dal… L(a)ido

“Spesso la noia di vivere ho provato. Era il lamento del gabbiano sopra la casa e il degrado del Laido abbandonato”.

Per dare dignità (?) pseudo letteraria alle mie sempre più insofferenti calate marine al Lido/Laido degli Estensi mi affido al Poeta ricordando con estrema nostalgia gli anni felici al Forte dei Marmi quando Eusebio/Montale soggiornava all’“Alpe Mare” e noi si viveva in collina. Unico legame tra le due villeggiature marine là il Bagno Blu di Marina di Pietrasanta, qui l’“Onda Blu” .

Arriviamo stremati, carichi di bagagli e di libri, sollecitamente aiutati dai nostri ‘scudieri’. Mi aspetta il sacrario canoviano di stampe e oggetti trasferiti da Firenze e da Bassano del Grappa a cui aggiungo il poster dell’ultima conferenza tenuta assieme all’amico carissimo Andrea Emiliani per la presentazione del suo fondamentale volume Opere d’arte prese in Italia nel corso della Campagna napoleonica 1796-1814 e riprese da Antonio Canova nel 1815 (Carta Bianca, 2018). Un altro pezzo importante della mia vita che se ne è andato con la scomparsa dell’amico e Maestro.

Lento pede mi dirigo al bagno costeggiando i ruderi di un hotel un tempo glorioso, ‘La conca del Lido’; sul muro perimetrale a caratteri colossali s’inneggia all’organo femminile “W la f…” che campeggia orgogliosamente come se fossimo in qualsiasi periferia degradata dell’Italia di oggi. Buche nella strada sconnessa ti accompagnano fino al supermercato che si sa ormai rappresenta il luogo per eccellenza degli ‘itagliani’. Incuranti e sprezzanti delle esigenze del turismo a luglio avanzato si decide di rifare marciapiedi e strade e di rinnovare la rete idrica; così l’ultimo tratto della nostra via risulta ancora impercorribile per lavori e dall’alto il gabbiano detta il ritmo del lavoro con urla scomposte e, come direbbero i pronipoti che debbono percorrere la strada per arrivare al paradiso dei giornalini, grandina cacca sui passanti. Di conseguenza corro a comprare un telo per proteggere la macchina che installato alle ore 13 alle 17 è già stato rubato. La gelida poliziotta a cui telefono mi dice, incisiva, che è assolutamente proibito coprire le macchine sul suolo pubblico ma solo su quello privato; tuttavia, al massimo, ci avrebbero fatto la multa, ma rubare il telone, no! Quello no. Tremante ringrazio e mi propongo di dare lavoro ai lava macchine che puliranno il prodotto escrementizio dei gabbiani.

Sui viali in attesa dello smantellamento della ‘folie’ inventata anni fa da una celebre archistar bolognese è tutto un fiorire di cartelli: ‘vendesi’, ‘affittasi’. La notte, un lugubre silenzio sovrasta il centro nemmeno più interrotto da qualche spettacolino da ‘café chantant’ e allora il cuore si scioglie e mi ritrovo a rimpiangere il Lido d’antan. Le serate al cinema o a sentire qualche cantante famoso, quasi fossimo in un romanzo di Bassani. Alla storia non si può sfuggire specie se si era un giovane intellettualino allevato in Toscana ma sempre con le radici saldamente ancorata alla città dalle cento meraviglie. Molti mi rimproverano e mi domandano “ ma perché ci vai”? E non regge la scusa evidente di evitare l’afa della città, per un’afa altrettanto potente del mare. Al bagno, imbarazzatissimi, mi dicono che è proibito recarsi in bicicletta fino all’ultima fila di ombrelloni, un percorso di circa 4/500 metri, perciò mi si offre un ombrellone appena fuori lo stabilimento dove il mare s’intravvede in lontananza: Faute de mieux, in mancanza di meglio, accetto la situazione addolcita dall’idea che l’anno prossimo si attrezzeranno con carretti semoventi per la gioia dei diversamente giovani. Il mio amico, il bagnino Luca, laureando in filosofia del linguaggio, capitano, mi pare, della squadra di hockey, mi sorride tra l’arruffìo della barba bionda, pronto a segnare l’ultimo libro che sto leggendo. Mi offro di prestarglielo, ma lui sorride e mi confessa che i libri li vuole avere. Bravoooooo!

Siamo circondati da campi di Beach Volley dove ragazzetti decenni giocano tra una imprecazione e talvolta una bestemmia amorosamente accuditi da parenti e amici.

Sorge allora la nostalgia delle vacanze montane Mi sveglio la mattina con l’odore penetrante dei tigli che mi ricorda tempi felici e mestamente ritorno al presente e l’addio all’amatissima Sterzing- Vipiteno. Qui per undici giorni si svolge l’Orfeo Music Festival 2019, la manifestazione che porta a Vipiteno straordinari musicisti, direttori d’orchestra, cantanti, virtuosi di strumenti, quattro direttamente dal Bolshoi, che insegnano a selezionati giovani. Poi- meraviglie delle meraviglie- due volte al giorno un concerto gratuito nella sala del Municipio e dopo quello del pomeriggio, il ritorno in hotel sul calessino trainato dai miei ragazzi-cavalli, Poldo e Paghira.

Così si consumano i ritorni mentre sulla spiaggia infuocata risuona mestamente la domanda: “ma il sindaco di Comacchio che fa?”

Silentium.

L’epoca del risentimento

Sentimento è la facoltà e l’atto di sentire, di avvertire impressioni, di esercitare i cinque sensi come cinque sentimenti, modi e maniere di sentire. È l’avere coscienza, il prendere consapevolezza della propria vita. Quando la consapevolezza viene a mancare, quando non sappiamo più che uso fare dei nostri cinque sensi, allora la vita entra in agonia e subentra la stagione del risentimento, una specie di entropia del sentimento che anziché crescere “versione” ed “animo” produce “avversione” e “animosità”.
Siamo malati di sentimento e la nostra patologia è il risentimento. Tornare sui sentimenti traditi, sulle recriminazioni, su quello che è stato e che non è stato come se il mondo improvvisamente si fosse fermato lì. Il risentimento è come la vendetta, entrambi sono ciechi, non ti fanno vedere, ti uccidono il respiro.
Il risentimento detesta, nel caso migliore ci arresta alle parole del poeta: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi posso dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
Troppo poco, non ce lo possiamo più permettere. Era il 1923 quando Eugenio Montale scrisse questi versi. Quello che è accaduto dopo dovrebbe averci resi consapevoli che non serve sapere “ciò che non vogliamo”, che il risentimento non promette di aprire mondi nuovi, perché in ogni epoca è necessario essere consapevoli di dove si vuole andare, se manca questa coscienza viene meno la spinta a fare la storia, a scrivere la narrazione delle proprie vite.
Il risentimento è la frustrazione dell’ego, l’ego deluso da sé perché “io non sono”, il risentimento nasce dal “non essere”, per cui tutto deve non essere, ciò che è quello che io non ho potuto o saputo essere va cancellato, attende la rivincita della storia. Potessi essere qualcun altro! Ma non lo sono e non ho la forza e le opportunità per esserlo. Questa è l’ingiustizia sociale. E tutti quelli che sono “qualcuno” lo sono per via di privilegi, perché diversamente anch’io avrei potuto essere qualcuno e i loro privilegi hanno certamente impedito a me di diventare anch’io qualcuno.
È che di questo passo chiunque può essere quel qualcuno che mi ha sottratto ciò che mi spettava, che mi impedisce di essere qualcuno.
La società del rancore, la società del sospetto, la società della diffidenza, la società della rivincita come vendetta giustizialista. Dobbiamo fare finta che tutti siamo alla pari, muoviamo dalle stesse condizioni, dobbiamo azzerare differenze e privilegi, uno vale uno. Ripartire tutti da capo. Rifarci la democrazia. Non si delega più, perché, se no, non siamo più uguali. Ognuno dice la sua e poi si va a maggioranza e poi si sorteggia uno che esegua quello che abbiamo deciso. E tutte le volte si ricomincia da capo.
È la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa. La democrazia diretta dovrebbe accompagnarsi alla società degli uguali. Abbattere le differenze di censo e di opportunità e invece si accanisce contro la democrazia rappresentativa, che è in partenza perdente, in quanto destinata ad essere soppiantata dalla partecipazione diretta dei cittadini. Si accanisce sul passato da raddrizzare anziché combattere prima di tutto le cause delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali, le prime ad impedire una democrazia diretta esercitata alla pari.
Invece questi paladini della democrazia diretta, destinata ad archiviare parlamenti ed istituzioni per sostituirli col sorteggio on line, non sono né di destra né di sinistra, anziché sanare le ingiustizie ritengono prioritario porre fine ai privilegi, senza riscattare le plebi e sostituendosi alle aristocrazie detestate.
Perché sapere “ciò che non vogliamo”, volere per “negazione” è più facile che volere per “affermazione”. Perché democrazia diretta non significa avere un progetto condiviso, essere partecipi di un progetto collettivo, non significa esercitare un’egemonia culturale, ma solo la propria mediocrità personale.
Stare al di qua dell’uomo, mai avventurarsi oltre l’uomo, perché ciò potrebbe metterci di fronte alla nostre miserie, alle nostre piccolezze e scoprire che si potrebbe essere più colti e più intelligenti, più capaci di leggere a fondo e più lontano.
Democrazia diretta e mediocrità si danno la mano perché aiutano a fingere che non abbiamo bisogno dei migliori, che chi si distingue sia chiamato a servire lo Stato, che non si progredisce per i meriti dell’eccellenza, tanto uno vale uno.
È Pericle a ricordare agli Ateniesi: “Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore”.
Una democrazia del rancore teme il “valore”, il valore dell’altro, abdica alla cultura e all’intelligenza, in queste condizioni qualunque democrazia diretta o rappresentativa non sarà altro che una miseria.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

LETTERATURA
L’ombra grigia del burocrate dai romanzi alla vita:
identikit dei ‘mezzemaniche’

Chino fino a toccare con la fronte il cumulo di carte da timbrare e protocollare, con quelle mezzemaniche scure e gli occhiali che scivolano sulla punta del naso, mani secche e nervose che impugnano saldamente la penna e piedi ordinatamente congiunti sotto la scrivania di legno scheggiato: ecco la figura del burocrate che troviamo rannicchiata nei racconti e nei romanzi di qualche tempo fa, il cui eco rimane anche nella letteratura più recente, seppure con i dovuti distinguo. Una figura grigia, raccolta nella sua totale introversione che la isola dal resto del mondo, dipinta con tratti di fastidio per quella sua diligenza maniacale e servile che la rende ancora meno popolare.

Un piccolo anonimo eroe che non sempre però è disposto ad assoggettarsi alla tetra omologazione imposta dalla società e improvvisamente tenta forme di ribellione e rivolta che inceppino l’ingranaggio della macchina sociale, quasi fossero piccoli sabotaggi che disturbano fino a rischiare di diventare una minaccia. Ed allora tutto cambia: l’eroe cade in disgrazia, viene isolato, per lui non rimane che il suicidio o l’internamento in manicomio, additato, disprezzato, odiato. La reclusione assume i connotati della punizione che gli spetta per aver osato rompere gli schemi, per aver alzato quella fronte china. Ne è un esempio Bartleby, il copista, una “figura pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida”, protagonista del racconto di Herman Melville, Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (1853). L’impiegato, assunto in uno studio legale, lavora all’inizio con scrupolo e affidabilità. Dopo poco, messo di fronte ad altri compiti e mansioni, rifiuta con un “I would prefer not to” – Preferisco di no. Il gran rifiuto sarà l’avvio alla sua lenta discesa che lo porterà a smettere del tutto di lavorare, di nutrirsi, di vivere, motivando le sue scelte con la stessa immutabile frase “ I would..”. Sotto gli occhi del lettore, Bartleby si trasforma in una larva umana che lascia lentamente un lavoro alienante, quattro mura soffocanti, dei colleghi estranei e un’organizzazione che succhia energia vitale. Quando l’uomo muore d’inedia, la sua scomparsa viene attribuita disinvoltamente al suo lavoro precedente presso l’Ufficio Lettere Smarrite di Washington dove maneggiare lettere morte lo aveva condotto alla depressione e alla follia.

Diverso risulta l’universo impiegatizio descritto da Honoré de Balzac nel racconto Gli impiegati (1844) e l’ufficio diventa l’habitat di servilismi, arrivismo, rapporti umani malati, scontri, alleanze, astuzie e viltà. L’impiegato, per Balzac, è “un prodotto che nasce, si ottiene, si scopre, si sviluppa soltanto nelle calde serre di un governo rappresentativo” che gli impedisce un ruolo onorevole e ne fa un suddito. Nel racconto, l’impiegato parigino Rabourdin, sposato a una donna di ceto sociale superiore, rincorre la promozione che gli permetterà la scalata sociale e si aggrappa alle conoscenze, le raccomandazioni, la benevolenza dell’uno o dell’altro per arrivare allo scopo. E’ solo uno dei 30.000 impiegati dell’epoca, un uomo senza una caratterizzazione precisa, che non merita descrizione approfondita ma diventa l’emblema di uno spicchio di società in cui ciò che conta è farsi strada a cinici spintoni, tra ansie e speranze di avanzamento. Con Napoleone che nel 1800 istituì i prefetti, dando l’avvio alla macchina statale con il suo esercito di funzionari, burocrati, amministrativi e prima ancora Maria Teresa d’Austria (1717-1780) che attuò importanti riforme in campo amministrativo e giuridico, la burocrazia diventa l’ossatura del sistema, un formidabile veicolo di carriere e promozione sociale, uno dei perni dello Stato insieme all’esercito. “Novelle per un anno” (1922) di Luigi Pirandello, è una raccolta di 255 novelle in cui i protagonisti sono esponenti delle borghesia impiegatizia. Tra essi c’è l’impiegato Belluca, animatore di una memorabile storia dal titolo “Il treno ha fischiato”. E’ un computista modello, puntuale, irreprensibile, preciso, sottomesso che improvvisamente si ribella al suo capoufficio assumendo comportamenti del tutto estranei alla sua vita scandita dal lavoro in ufficio e l’assistenza a tre donne vecchie e cieche, nonchè due sorelle vedove con sette figli. Questa rivolta d’impeto gli costerà cara e sarà internato in un ‘ospizio dei matti’. L’uomo continuerà a parlare con veemenza del fischio di un treno a chi gli fa visita. Un fischio che aveva squarciato qualcosa nella sua routine alienante e gli aveva permesso di intravvedere la libertà, una dimensione diversa dalla trappola che lo aveva fagocitato.

Ed arriviamo all’Italia dei giorni nostri, dove in ‘Cordiali saluti’ (2005) di Andrea Bajani, lo scenario dei burocrati diventa una jungla. Carlo Simoni, dipendente di una grossa azienda viene licenziato. Il suo compito era scrivere lettere di licenziamento da inoltrare ai colleghi da congedare: lettere accurate, piccole opere d’arte. Il suo posto viene occupato da un giovane e quando Simoni muore in seguito a grave malattia epatica, viene affidata al nuovo entrato l’incombenza di scrivere il discorso per la commemorazione. Il giovanotto lo farà, ma non parteciperà alla cerimonia funebre perché in quel frangente si sarà già accomodato su un aereo per destinazione ignota. Anche Georges Courteline, in ‘I mezzemaniche’ (2008), muove i suoi personaggi in una scena da teatro dell’assurdo. I burocrati si muovono nei corridoi e spazi comuni dei ministeri come non appartenessero a quel luogo e a quel preciso istante. Il piccolo funzionario ministeriale è una figura perfettamente globalizzata ancora prima che esistesse la globalizzazione come fenomeno esteso; una maschera universale che sarebbe piaciuta anche a Pirandello. Esseri descritti con un sorriso ironico e una risata finale, tante piccole parodie moderne.

La sociologia ha raccontato più volte i ‘colletti bianchi’ ma è la letteratura a sondarne gli aspetti più profondi. D’altronde, molti grandi autori come Kafka, Saba, Fenoglio, Montale, Zola, Turgenev svolsero il lavoro d’ufficio per brevi o lunghi periodi, per necessità o per temporanea esperienza di vita. La letteratura, ebbe a dire Oscar Wilde, anticipa sempre la vita. Non la copia ma la foggia per il suo proposito.

I racconti del lido/7
E alfine il sindaco di Comacchio rispose!

La risposta del primo cittadino della cittadina lagunare naturalmente arriva non a me ma al suo omonimo Fabbri capogruppo della Lega in Regione: un Marco contro un Alan. Un codino contro un barbuto. Numeri, severe reprimende, minacce di sfracelli, guardie private per preservare l’integrità dei bagni. Di tutto e di più. Sulla spiaggia scene da Far West: macchine della polizia che sequestravano la ‘roba’; i dannati della terra che si gettavano a terra singhiozzando o urlando; ma come raccontava Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo si vuole cambiare perché tutto rimanga uguale. Infatti dopo un’ora le culone si ammassavano ai banchetti per comprare.

Ma perché non multano loro???
Ritornato alla dignità di Lido, decido, dopo la tempesta di vento che ha scosso i pini tra gli ululati del mare e i fremiti di paura della Lilla, di avventurarmi nella prima, e forse unica, passeggiata lungo la battigia.

Gran folla e gran passeggio sulla riva montalianamente invasa dalle macerie degli abissi quasi che l’invocazione del poeta al mare, ‘Antico’, possa nell’orrida situazione che stiamo vivendo permettermi di “svuotarmi così d’ogni lordura / come tu fai che sbatti / sulle sponde / tra sugheri alghe asterie le inutili macerie del tuo abisso”.

I bambini raccolgono conchiglie, i cani tentano di tuffarsi tra le onde frenati da severe regole che vietano bagni comuni tra umani e pelosi. Insomma aria di festa per cui ottimisticamente mi propongo utopisticamente di trasformare queste cronachette in un romanzo il cui titolo non potrà che essere “Lardo”.

Fianchi opimi di signore in età gareggiano nel lento procedere della folla con i ventri dei loro accompagnatori. Coppie più giovani tra le pieghe del grasso esibiscono complicati tatuaggi che s‘inoltrano là dove il sol tace. Poi un momento di smarrimento e di sdegno. Un bambinetto etiope che non dimostra più di dieci anni offre timidamente le collanine: smarrito, spaesato. Resisto alla umana tentazione di dargli una moneta ma mi trattengo. Vorrei solo che chi lo sfrutta finisse immediatamente in carcere.

Dopo l’intervento della polizia si ritorna allo status quo un gruppo di lati B debitamente esibiti da non più giovani dame s’affolta attorno a un banchetto dove la bigiotteria riflette la luce del sole. Implacabili non hanno nemmeno il pudore di muoversi i modo discreto.

La calma è tornata dopo la tempesta e come si cantava ispirati: “i sogni son desideri racchiusi in fondo al cuor” e nel Lido riconquistato i sogni di “calme, luxe et volupté” come ci insegnava il Poeta passano per la falsità degli oggetti esposti in riva al mare.

DIARIO IN PUBBLICO
Pensieri visivi

Un bus semivuoto mi accoglie ancora avvolto dal velo onirico della calda notte. Facendomi la barba ascolto Stefano Folli che ancor più addormentato di me legge a scatti le tremende vicende che corrompono il mondo e l’Italia. Parla di barbuti per connotare i seguaci del Califfato e un pensiero improvviso mi attanaglia. Che metaforicamente tutti – o quasi – i politici italiani si facciano crescere la barba che li rende indistinguibili per mandare un minaccioso messaggio subliminale sulla loro determinazione a perseguire i fini che si sono posti? Resta il mistero del rasato Renzi.

Più facilmente spiegabile il velo nero che si stende sulla faccia del ministro Franceschini condannato come Dorian Gray a un eterno viso di ragazzino.
Un po’ da commiserare i barba-rada che dopo giorni e giorni di faticoso allevamento producono guance a chiazze.

Nei giorni di maggiore attacco politico il sindaco Tagliani esibisce una spazzola dura come le parole che pronuncia. Di pura imitazione quelle che adornano i visi di quasi i tutti i sindaci della Provincia.

Arriviamo frattanto alla volta di piazza Verdi. Una macchinetta sbarra la strada all’ansimante bus. Dopo un’attesa di qualche minuto la bella e brava autista senza alzar la voce dichiara il suo intento di chiamare i vigili. Lasciandoci arbitri di una scelta non facile: scendere e perder il treno oppure sperare in un miracoloso intervento?
Naturalmente i vigili non rispondono ma ecco affannata una giovanetta s’avvicina timorosa e rivela il peccato: “Ebbene sì! La macchina è mia. Ero andata a far colazione al bar”. Dalla mia ugola esce uno strozzato lamento pensando che forse avrei perduto il treno, ma la brava autista non inveisce e professionalmente riprendendo la strada chiama un collega e annuncia il ritardo. Poi sparlano del servizio pubblico!

All’altezza del ponte di via Bologna una bellissima donna vestita con abito lungo e spacco vertiginoso fa danzare un grande cane bianco (forse pitbull) tra l’ammirazione dei presenti. Immediato il ricordo di Montale e a quei versi misteriosi che generazioni di critici non hanno mai saputo spiegare fino in fondo:
“(a Modena, tra i portici, / un servo gallonato trascinava / due sciacalli al guinzaglio).”
Che c’entrano nel Mottetto delle “Occasioni” un servo che trascina al guinzaglio due sciacalli sotto i portici di Modena?
Che c’entra a Ferrara alle 8 di mattina una ragazza dal lungo e nero vestito che trascina un pitbull al guinzaglio?

Sale una signora velata con bambino e sollecitamente porge al secco taglio della macchina “obliteratrice” (per chi non lo sapesse questa è una parafrasi di una bellissima poesia di Carducci) il suo biglietto. Invano. La macchina si rifiuta,quella macchina che fino a poc’anzi funzionava regolarmente.
Tutti tentano di farla funzionare , io compreso, ma invano e la bella conducente tace forse perché stressata da un viaggio così periglioso.

Miracolo! Lo sportello dei biglietti è privo di clienti. Con la felicità dovuta ad un fatto così straordinario mi lancio in un’orgia di prenotazioni; Roma fra due giorni? “Vuole lo sconto che lo inchioda però alla impossibilità di recuperare il biglietto se non partisse?” MAI! è la pronta risposta. E se mi viene il raffreddore? Chi parte più.

All’annuncio di due ricchi biglietti andata e ritorno rigorosamente corridoio per Firenze, la maga buona si scioglie in un sorriso e mi dice che posso fare una prenotazione speciale con risparmio di ben 6 euro a tratta e per biglietto. Che felicità! Pago e saluto accompagnato dal sorriso dell’addetta.

Che importa poi che il sole bruci e ti faccia sciogliere se mentre t’appresti all’attesa una classetta di bambini (terza elementare) in maglia verde parte schiamazzante tra il sorriso trepido dei genitori e la fiera e materna protezione della giovane maestra. Chiedo a uno di loro dove vanno “A Bologna, al museo egizio” e immediatamente si mette in posa come una nuova Iside.

Come per l’Esterina di Montale io prego per loro un destino di visi glabri e di poter mantenere una parte di quella vivacità che ora li accompagna alla scoperta della Bellezza.

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