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Un caso di coscienza
…un racconto

Un caso di coscienza
Un racconto di Carlo Tassi

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino.
Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite, la trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare»
Il tizio ha parlato finalmente!
Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete.
Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo»
«Dirmi cosa?»
«È difficile»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«Oh… Sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più.
Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue.
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano.

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.

Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

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Chi lo dice sa di esserlo

“Chi lo dice sa di esserlo” è una delle frasi che da bambini usavamo per contrastare con la dialettica un’accusa o un’offesa rivoltaci da un amico, o da uno stronzo. Si chiama anche “specchio riflesso”, e di recente Putin l’ha usata contro Biden, che aveva confermato ad un giornalista di ritenere che Putin stesso fosse un assassino (era all’inizio della sua presidenza: adesso già si abbracciano, il che denota progressi nella padronanza del ruolo).

Il nostro presidente di Ferrara Arte, nonchè assessore di fatto alla politica culturale del Comune, di recente mi ha fatto venire in mente questa frase. La prima volta è stata quando ha accusato in Parlamento un professore universitario di avere apostrofato con epiteti insultanti Giorgia Meloni. Lui, che ha praticamente creato il turpiloquio televisivo come genere sottoculturale. La seconda è stata quando si è scandalizzato per la pubblicità di una marca di caramelle perchè mostrava due ragazze che limonavano, definendo lo spot “immorale per i bambini”. Lui, che è stato praticamente costretto a riconoscere un figlio dopo anni di battaglie legali nelle quali si rifiutava di sottoporsi al test del DNA. Infine ha definito il Governo un manipolo di falsari, perchè durante il lockdown tenevano chiusi i musei e aprivano le tabaccherie. Lui, che è accusato di avere taroccato con la sua firma l’autenticità di quadri falsi di un celebre pittore (ma sarà sicuramente scagionato dall’accusa, la più infamante per un critico d’arte).

“Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco: una che predichiamo, ma non pratichiamo, e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo.”
Bertrand Russell

GLI SPARI SOPRA
2020, l’anno in cui non siamo stati da nessuna parte

Io sinceramente di questo 2020 non c’ho capito un cazzo, non so voi. Un anno che non passa mai, ma che è volato via come uno starnuto.
Mi viene in mente il diario del Che in Africa L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte, un mondo allo sfascio dove gli oppressi rimangono tali e gli sfruttatori pure, dove quasi tutti noi diamo il peggio di ciò che abbiamo. Dove chi lavora in prima linea combatte ogni giorno per la sopravvivenza dell’umanità, mentre nelle retrovie ci si scanna per una razione K in più.

Siamo una nazione che ragiona per opposte fazioni, Bartali e Coppi, Mazzola e Rivera, economia e salute. Prima noi e dopo gli altri, in un turbine di incongruenze, dove si parteggia per se stessi camuffandosi da popolo.
Nessuna unità d’intenti, governo e opposizioni, opposti personalismi, parole scontate (comprese le mie).

Mille domande e mille titubanze su ciò che non sappiamo, ma poi adoriamo i feticci da migliaia di anni, la mascherina ti uccide, il virus no, il vaccino non è sicuro, ma poi si calano due Viagra a weekend, tuteliamo i nostri diritti, siamo in una dittatura che ci toglie la libertà di infettarci e infettare. “Vogliamo essere sicuri, mica abbiamo l’anello al naso, ci volete fregare, diventeremo schiavi di Bill Gates, il 5G ci traccerà dappertutto” farnetica il social compulsivo mentre posta il milionesimo selfie con la bocca a culo di gallina.
Vorrei scendere da questo turbinio di notizie, dalla pletora di post copiati senza la ricerca di una minima, fottuta fonte.

Una classe politica specchio della peggior caratterizzazione razzista dell’italiano che sbarcava a Coney Island.
Nel marasma di governo e opposizione, nell’orgia di esperti e incompetenti seriali, impresari e imprenditori, operai e partite iva.
Imposte sul valore aggiunto dell’umanità.
Chi parteggia per il governo che lo rappresenta, chi parteggia per l’opposizione che lo rappresenta, io che sono rappresentato, a occhio e croce, da un quasi nulla parlamentare, credo che al netto dei tanti errori, nel tanto benaltrismo, negli innumerevoli tira e molla o apri e chiudi, se al governo ci fosse stata l’attuale opposizione i morti e la bagarre sarebbero stati di molto superiori.
Si sa, la storia non si fa con i se e tanto meno con i ma, e nulla è ovviamente più opinabile di una opinione.

A febbraio il mondo si è ritrovato all’interno di un film catastrofista di terza serie, dove un virus letale minacciava il mondo intero. Nessun Brad Pitt, era però pronto a salire su un aereo militare per scovare la fonte del contagio tra mille peripezie e salvarci da noi stessi incolpando un innocuo pangolino… mentre ci mangiamo felici uno spiedino di pipistrello.
Dopo quasi un anno abbiamo ancora la voglia ossessiva di additare il colpevole, quando il baco è nel sistema. La solidarietà è diventata motivo di vergogna, aiutare chi è in difficoltà ci pone sempre di fronte a un bivio, è dei nostri o no?
Perché se non è dei nostri, non va aiutato, anzi e lui stesso una concausa del male.

Quanto ci piacevano le lenzuolate di privatizzazioni, quanto eravamo felici nel vedere gli imprenditori fagocitare la sanità, com’era bella quell’idea del preside dirigente della scuola pubblica, in tanti gridavano “libertà!” Quando il privato si faceva finanziare con soldi pubblici.
E ora, cosa si fa? Parola torna indietro?

Non vorrei ricadere come sempre nel mio trito e ritrito slogan che pressappoco cita così: il problema non è la pandemia, ma il capitalismo.
Vorrei fermarmi prima, mi piacerebbe riconoscere, tra mille immagini farlocche, quelle vere. Mi piacerebbe che si desse più risalto a chi davvero combatte per distruggere questa torre di Babele avvelenata dalle radici.
Dopo la seconda stella a destra esisterà davvero un mondo anarchico che si dota di regole prima che gli altri le facciano per lui, saremo ancora in tempo oppure, dopo avere avvelenato l’ultimo fiume, pescato l’ultimo pesce, ucciso l’ultimo bisonte, ci ridurremo a mangiare le banconote che escono dalle banche? (Tatanka Yotanca).

Si parla di terza ondata, mentre ancora stiamo affogando nella seconda.
Politici, imprenditori e persone comuni utilizzano il termine libertà per indicare la schiavitù dell’ignoranza. Siamo disperati perché ci rubano il Santo Natale, ci tolgono la possibilità di riunirci con i parenti anche anziani, magari di infettarli, tanto sono vecchi, sono inutili, sono un prezzo consono, tanto muoiono sotto il fuoco amico.
La disumanizzazione del nemico è uno dei metodi utilizzati dagli eserciti, dai dittatori e dagli sterminatori di tutti i tempi per alleggerire l’anima dei soldati e dei carnefici. Questo metodo inconscio (o forse no), in questo mondo fetido di questo fetido 2020, viene utilizzato da una parte della classe dominante per individuare il rischio accettabile, quel pericolo per magnitudo che ben conoscono gli operatori della sicurezza quando valutano il rischio.
Cioè per ritornare a far galleggiare l’economia è ben plausibile una qualche decina di migliaia di morti in più, un po’ come quel migliaio di morti da portare al tavolo delle trattative di cui farneticava il pelato di Predappio.

Una ruota che gira a discapito di tutto e tutti, mille scuse da addurre ognuno al proprio egoismo. Non possiamo lasciar soli gli anziani quindi abbracciamoli in questa stretta mortale. Non possiamo chiudere le attività, perché poi i morti saranno mille e mille di più…
Lo sci, le piccole imprese, e il governo che fa? Studia app inapplicabili con l’aiuto di esperti che aprono e chiudono compulsivamente l’interruttore delle nostre vite.

I conti si faranno alla fine, che non mi pare imminente. Noi, ognuno inserisca la propria categoria, speriamo d’esser tra quelli che contano e non tra quelli che saran contati.

Libertà di pensiero

Pensate cosa ne sarebbe stato di “Lolita”, di Nabokov. De “La fattoria degli animali” di Orwell. De “Il pasto nudo”, di Burroughs. Di “Arancia meccanica” di Burgess. Di “Addio alle armi”, di Hemingway. Anzi, giusto: cosa ne è stato. Perchè tutti questi libri hanno rischiato di non uscire, e l’ultimo citato è stato addirittura mandato al rogo dai nazisti. Pensate se quel consigliere comunale che di mestiere fa il veterinario avesse potuto “valutarli” e decidere se una biblioteca poteva tenerli in catalogo o no. E pensate che, nella stessa città, in nome della libertà di pensiero, si terrà una mostra sul trasvolatore Balbo, meglio noto al tempo come picchiatore di braccianti al soldo dei latifondisti e mandante dell’assassinio di Don Minzoni.

 

“Quando i libri verranno bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone”

Heinrich Heine

L’infamia del potere

Cosa accomuna questi leader mondiali tra loro? Domanda sciocca si potrebbe dire! L’ovvia risposta potrà senz’altro essere: il potere.
Certo, è naturale che sia così… ma non basta! Perché occorre ribadire con forza che chi ambisce al potere non lo fa per altruismo, ma sempre per ambizione personale. Poi la si può rigirare come si vuole, ma l’ambizione può portare al successo solo se si antepone senza scrupoli se stessi agli altri. Egoismo, egocentrismo, scaltrezza, tanto cinismo, una buona dose di falsità ed il gioco è fatto!
Gli ingredienti ci sono tutti, ma se ci aggiungi anche la spietatezza puoi addirittura ambire a giocare alla guerra e persino far credere ai tuoi contemporanei d’esser nel giusto… Ma non sai che la memoria dei posteri ha già prenotato per te un posto d’onore tra gli infami della storia!

“Il drago, la bestia, l’essere infame è prima di tutto l’avidità, la sete di denaro e di potere.”
Annalena Tonelli

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

giacomo-leopardi

Giacomo Leopardi nella rilettura di Fiorenzo Baratelli: “‘L’infinito’, a duecento anni da un capolavoro assoluto”

da: organizzatori

Itinerario leopardiano in quattro incontri, a cura di Fiorenzo Baratelli (presidente dell’Istituto Gramsci di Ferrara)

Venerdì 31 maggio, ore 21, quarto incontro: “L’infinito” (1819): a duecento anni da un capolavoro assoluto”
“Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare”. (“L’infinito”).

Il filo che tiene insieme le quattro conversazioni è di carattere ‘filosofico-esistenziale’, non critico-letterario. Giacomo Leopardi è il poeta dei giovani e della giovinezza per la grandezza della sua anima. Il suo dolore è anche il nostro per la comune condizione umana, precaria e fragile. Il suo radicale bisogno di felicità è la nostra continua aspirazione inappagata. E nella guerra quotidiana che è in corso nei nostri cuori non c’è mai definitiva sconfitta per i nostri desideri, ma una continua ‘protesta’ contro la sofferenza e gli ostacoli che insidiano le nostre utopie.

Gli incontri si tengono nella sede del circolo culturale Doro, piazzale Savonuzzi, 8 (Ferrara).

giacomo-leopardi

Giacomo Leopardi, il ‘giovane favoloso’: “lo stato dei costumi degl’italiani” nella rilettura di Fiorenzo Baratelli

da: organizzatori

Itinerario leopardiano in quattro incontri, a cura di Fiorenzo Baratelli (presidente dell’Istituto Gramsci di Ferrara)

Venerdì 17 maggio, ore 21, terzo incontro: “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”. Considerazioni su ‘società e politica’ in Leopardi.
“Gl’italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi. L’Italia è, in ordine alla morale, più sprovveduta che alcun’altra nazione europea e civile. Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da un abito di cinismo diffuso”. (“Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” Marsilio Editore)

Il filo che terrà insieme le quattro conversazioni è di carattere ‘filosofico-esistenziale’, non critico-letterario. Giacomo Leopardi è il poeta dei giovani e della giovinezza per la grandezza della sua anima. Il suo dolore è anche il nostro per la comune condizione umana, precaria e fragile. Il suo radicale bisogno di felicità è la nostra continua aspirazione inappagata. E nella guerra quotidiana che è in corso nei nostri cuori non c’è mai definitiva sconfitta per i nostri desideri, ma una continua ‘protesta’ contro la sofferenza e gli ostacoli che insidiano le nostre utopie.

L’ultimo appuntamento sarà Venerdì 31 maggio, ore 21 “L’infinito” (1819): a duecento anni da un capolavoro assoluto.

Gli incontri si tengono nella sede del circolo culturale Doro, piazzale Savonuzzi, 8 (Ferrara).

L’arte del turbamento tra blasfemia e moralismo

Dopo il ‘Cristo LGBT’ o ‘Cristo gay’ di Veneziano, una tela anch’essa molto discutibile che rasenta la blasfemia, esposta a Palazzo Ducale di Massa alcuni mesi fa, rappresentante un Cristo in croce con tanto di slip leopardati e un cartiglio sul palo della croce con su scritto LGBT, al posto dell’usuale INRI, pensavo di aver visto di tutto e di più e, invece, mi sbagliavo.

Apprendiamo dalla stampa che la notte scorsa a Vergato (Bo) è stata imbrattata di letame la statua del noto artista Luigi Ontani, inaugurata pochi giorni fa e posizionata davanti alla stazione dei treni. Questo terribile gesto è da condannare sempre, anche se per onestà dobbiamo aggiungere che era stata molto criticata perché ritenuta discutibile e disorientabile, soprattutto nei confronti dei bambini, e perciò a rischio di vandalismo. Che cosa rappresenta questa “orrenda statua fallica”, come è stata definita da molti osservatori? Un fauno adulto, dal grosso fallo eretto, che tiene sulle spalle un bambino alato aggrappato alle sue corna. Ai piedi un serpente, che dovrebbe rappresentare la libido che si introverte, la zampa e la coscia caprine e l’occhio degli illuminati sull’ombelico.
Bisogna ammettere che l’arte provocatoria è sempre più di moda, dove certi artisti vogliono scioccare lo spettatore e convincerlo che è lui stesso a non capire un’arte troppo spesso incomprensibile. E’ anche vero che l’artista deve essere libero di fare ciò che sente e gli detta il suo estro: noi poi, abbiamo il diritto di giudicare, perché non sta scritto da nessuna parte che gli artisti dovrebbero avere una specie di salvacondotto di incriticabilità.

Il tutto mentre in Italia si coprono le statue “ignude” durante la visita di Rohani, e oggi si vorrebbero coprire le croci nei cimiteri per non “turbare” altre religioni.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Non è solo colpa loro

Sarebbe opportuno che di fronte agli errori degli adolescenti gli adulti si interrogassero più frequentemente sul cosa hanno sbagliato nel crescere quelle vite. Ma questo difficilmente avviene, poiché si tende a dare per scontato che sia nella natura di chi è ancora troppo giovane cadere in errore e che l’adulto detenga le chiavi della formazione.
Eppure, se gli adulti nutrissero fiducia nelle loro capacità pedagogiche, i rischi d’errore, per chi è ancora nella fase di formazione del sé, dovrebbero approssimarsi sempre più allo zero. Invece ad essere a zero sono le certezze sulle nostre performance formative e sui loro esiti. La questione è che i piccoli non sanno crescere perché i grandi non sanno educare.
Educare, proprio nel senso maieutico del termine, di condurre fuori, di trarre da sé. Come l’arte della dialettica e dell’ironia di Socrate che sarebbero necessarie ad ogni pedagogia della vita.
Noi, invece, pensiamo sempre di cavarcela con gli insegnamenti. Con la trasmissione orale di contenuti, di dosi di passato, ammaestramenti e ingiunzioni, a prescindere che poi nella vita di tutti i giorni, nostra e degli altri, vi siano coerenze con le etiche oggetto delle nostre istruzioni. I giovani li abbiamo messi nelle classi ad ascoltare verbi che non ritrovano al di fuori dei musei del sapere e della morale.
Così la separazione non è più tra il bene e il male, ma tra il racconto della vita e la vita. Quando le due cose non corrispondono, perché dovrebbero farle coincidere loro che non sono ancora cresciuti, che hanno il diritto di esser più fragili di noi che siamo adulti?
Poi ci inviluppiamo in concioni sul bullismo, curiamo i prepotentelli con i fanghi dell’educazione compensativa, senza mai uscirne migliori né loro né noi.
È che non ci siamo mai liberati dall’essere come le statue nella sonnolenza del meriggio, come la nuvola, mentre alto vola il falco del “male di vivere” che il poeta spesso ha incontrato.
All’indifferenza divina abbiamo aggiunto la nostra, abbiamo disimparato a misurarci con il male di vivere, lasciando sempre più che ci passi accanto, tanto da non accorgerci quando, anziché sfiorare noi, si struscia contro i nostri figli.
Non esiste il vaccino contro il male di vivere e mettere in guardia dai pericoli dell’esistenza non è più sufficiente a fornire gli anticorpi.
Dei giovani bisogna farsi carico, vivere accanto a loro, condividerne le esperienze, dedicargli il nostro tempo, coinvolgerli nella gestione della vita, non come un manuale di istruzioni pronte per l’uso, ma con la propria identità di adulti testimoni responsabili delle proprie scelte: come un manuale di coerenza.
I giovani crescono se hanno modelli, testimoni da imitare, se la fascinazione dell’altro, adulto, li ha incontrati nel loro percorso.
Se, invece, la vita diviene troppo presto un insieme di pagine da staccare giorno dopo giorno, non c’è da stupirsi che gli antidoti siano l’aggressività, il sopruso, il bullismo. Finisce che si uccide perché il volto felice dell’altro diviene insopportabile.
Quanto di umano investiamo nella formazione delle giovani generazioni è una responsabilità collettiva.
Se le esistenze che annegano in mare fanno notizia anziché scandalo, se lo sgombero dei campi rom con le ruspe è un atto di pulizia anziché un delitto, testimone di quale credibilità e coerenza è l’adulto che sta accanto ai suoi figli, ai giovani che dovrebbe crescere come educatore o come insegnante?
Nella società dell’ambivalenza è l’etica che si sdoppia, perché non ci sono più condotte condivise, anzi a prevalere sono destinati quei comportamenti che meglio accarezzano gli istinti aggressivi dell’uomo, specie dell’uomo più giovane.
Nonostante gli sforzi che privatamente si possono compiere per opporsi ad una simile deriva, chi cresce, cresce nell’ambivalenza e nell’ambiguità. Basta guardarsi attorno per comprendere che il nostro male di vivere oggi veste gli abiti dell’ambiguità, dalle proteste dei gilet gialli a quanti sostengono che destra e sinistra non esistono più, dai sovranismi ai populismi.
Questa ambiguità l’hanno scoperta i giovani come Greta, per questo sono scesi in piazza a denunciare il doppio volto del mondo degli adulti che ha tradito le promesse e, dunque, non può più proporsi come testimone degno di fiducia. Lo sciopero della scuola ne è la conseguenza, come significativo rifiuto d’essere formati da chi non è più in grado di essere adulto.
Se il ruolo dell’adulto manca, i giovani sanno provvedere e prenderlo in mano, perché adulto è crescita, è modello di crescita e non può essere assente, ma neppure tutto ciò è esente dall’ambiguità, per tanto può sfociare nell’etica del “Friday For Future”, come in quella opposta della prepotenza.
I giovani avrebbero bisogno di “exempla” in cui credere, in cui immedesimarsi, ma il prodotto interno lordo delle nostre società di exempla non ne produce più e gli adulti ne hanno da tempo perduto il mestiere.

Il parto della nonna

Cos’ha di tanto speciale la foto di una donna che partorisce?
La protagonista di questa foto non è chi sembra essere o, per meglio dire, non soltanto. La donna ritratta è Cecile Eledge, nonna della bambina partorita, ma anche madre legale perché nello stato in cui si è svolta la vicenda, il Nebraska, è tale chi partorisce. La bambina è frutto di una fecondazione in vitro ottenuta con il seme del figlio di Cecile e con l’ovulo della sorella del marito omosessuale, situazione che li rende quindi rispettivamente padre genetico e fratello il primo, madre biologica e zia la seconda. Insomma più che una foto ci vorrebbe uno schema.
Non è priva la cronaca di tutto il mondo di situazioni analoghe, più o meno complesse, e sebbene io stessa in passato abbia voluto segnalare una storia simile perché altrettanto incredibile, non solo ho potuto esimermi dal condividere anche questa.
Perché al di là delle valutazioni personali, morali e di opportunità che è giusto ciascuno elabori a modo proprio, ho l’impressione che sempre più l’anormale ci venga presentato come normale, perché alla fine forse ci si abitua un po’ a tutto. E la testa d’ariete per abbattere questi muri sembra essere il far sentire le persone che non condividono queste storture delle persone bigotte, dalla mentalità ristretta. Come se un limite, una regola dovesse avere esclusivamente valenza negativa.
La diga che trattiene l’acqua non è un ostacolo per quest’ultima, ma al tempo stesso fonte di salvezza per le persone che ne beneficiano?

Un caso di coscienza

Un caso di coscienza
Un racconto di Carlo Tassi

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino. Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi…»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite. La trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare…»
Il tizio ha parlato finalmente! Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete. Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo…»
«Dirmi cosa?»
«È difficile…»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh, insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’…» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«O sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi!»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso…»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più. Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue!
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano!

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.
Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

Saper essere

Gli articoli di Sergio Gessi hanno sempre il merito di suscitare delle riflessioni. Credo valga la pena aprire un dibattito pubblico intorno alle sue riflessioni poste nell’articolo ‘Che paghi il Comune’.
Condivido gran parte delle sue riflessioni e lo spirito di fondo che lo anima su ciò che dovrebbe essere la politica. Su un solo punto non sono del tutto d’accordo: sulle doti del saper fare che dovrebbe avere un buon politico. Per un motivo molto semplice: ne abbiamo già avuto uno eletto a furor di popolo. Si chiama Silvio Berlusconi. Dunque, attenzione a non lasciarci affascinare anche noi, intendo noi di sinistra (qualunque cosa voglia dire sinistra oggi) dall’uomo che sa fare. Non si può certo negare che non sia l’uomo del saper fare, uno che ha costruito un impero e ha saputo amministrarlo, seppure con molte zone d’ombra, certo, ma su questo saper fare ha giocato la sua fascinazione nei confronti delle masse. Riuscendoci. All’uomo che “sa fare” preferisco l’Uomo che sa essere. L’uomo che non ha una doppia morale, una pubblica e una privata e non mi riferisco solo all’essere onesti, questo lo do per scontato. Ma alla coerenza di vita. Nei paesi di cultura anglosassone dove il puritanesimo e l’etica protestante hanno avuto un ruolo fondamentale nel forgiare il senso civico, un politico si dimette per una scappatella, persino per una multa non pagata, perché, secondo quel modello culturale, chi tradisce il/la proprio/a partner non è affidabile e potrebbe tradire il proprio paese o l’istituzione che rappresenta, presto o tardi, o potrebbe intascare una mazzetta se è stato capace di non pagare una multa. Berlusconi è l’uomo del saper fare, ma è anche quello del bunga bunga, delle olgettine, di Veronica Lario che gli scrive una lettera pubblica per prendere le distanze, e divorziare, da un uomo che non ha il senso del saper essere. Avrebbe dovuto dimettersi dopo trenta secondi dopo quell’atto d’accusa così intimo e per questo ancor più rilevante politicamente, se non altro per senso del pudore. Ma Berlusconi, e tanti come lui, è perfettamente in linea con l’etica cattolica di questo paese.
Uso questo esempio eclatante per dire che chi si espone ad un impegno pubblico di rappresentanza politica deve essere trasparente come il cristallo. Non ci può essere una scissione tra pubblico e privato. Invece, questo è un paese di dissociati psichici. Ciò che vale nella sfera pubblica non vale in quella privata e viceversa. C’è bisogno di persone limpide a ricoprire ruoli di rappresentanza popolare e istituzionale, con un’etica di vita coerente. Che sappiano anche non saper fare tutto e subito (nessuno nasce imparato), ma che abbiano una visione, una progettualità, un orizzonte persino utopico a cui guardare e che nei più piccoli recessi della loro vita privata non ci sia nemmeno una macchia. Persino se hanno una multa non pagata o che si sono fatti togliere da un amico assessore o se hanno tratto vantaggio personale da relazioni sociali col potere politico o se questo vantaggio l’abbiano usato a favore di amanti e parenti per occupare posti di prestigio. Di queste persone dovremmo farne a meno. Per la tutela del bene comune. È ora di cambiare paradigma nelle scelte di chi andrà a rappresentarci. Senza andare tanto lontano la primavera di Palermo partì proprio con queste parole d’ordine, su una scelta etica della qualità delle persone che avrebbero dovuto incarnare il cambiamento. Dice: ma così almeno metà degli italiani non potrebbero candidarsi nemmeno tra i rappresentanti dei genitori a scuola dei figli. È proprio così, ma questo dipende dal profondo degrado dell’etica pubblica e privata di questo paese su cui c’è da riflettere.
E allora alla prossima tornata elettorale, qualunque sia, bisognerà leggere bene i nomi delle persone sulle gambe delle quali dovranno camminare i programmi di governo a cui affidare i nostri destini di comunità, prima di dare il nostro consenso. Questo dovrebbe essere il principale criterio di valutazione del personale politico: il saper essere eticamente coerente. Un criterio che deve valere in primo luogo per le formazioni politiche che si affacceranno sulla scena nel selezionare il personale politico.
Purtroppo, in questo paese persino la massima evangelica “chi è senza peccato scagli la prima pietra” è stata piegata alla logica della convenienza nella vulgata corrente come un “liberi tutti”, “vivi e lascia vivere” e non con il senso profondo che voleva dare chi la pronunciò e cioè l’imperativo di vivere una vita irreprensibile.

Naturalità innocente e moralità indecente

di Federica Mammina

Non molti giorni fa ho sottoscritto una petizione in favore dell’allattamento in pubblico, solo l’ultima di una lunga serie. Il fatto scatenante, anche questo l’ultimo di una lunga serie, è stato l’invito ad allontanarsi rivolto da una guardia giurata ad una donna che si è trovata nella necessità di allattare il proprio bambino all’interno dell’Università degli Studi di Parma. La motivazione: non urtare la sensibilità degli studenti. Al di là del singolo episodio che per fortuna si è concluso con le scuse dell’Università ai genitori del piccolo che tanto scalpore ha creato con la sua strampalata richiesta di latte, vale la pena forse fare una riflessione più generale.
È sempre più necessario rendersi conto di come si assista ad un capovolgimento nell’attribuzione di significato, nella valutazione degli eventi e ancor più di quelli costitutivi della vita dell’uomo: un mutamento radicale tra ciò che è naturale in quando insito nella natura umana, e necessario per la sua sopravvivenza, e ciò che naturale non è. Bisogna ormai per forza accettare le più svariate situazioni innaturali per essere al passo con i tempi, ma si rinnegano gesti connaturali all’uomo.
E ciò perché si confonde ciò che è naturale con ciò che è normale, laddove i due termini però non coincidono e non possono pertanto essere intercambiabili.
Ebbene non è vedere un seno che nutre un neonato ciò che urta la mia sensibilità, ma che agli occhi di qualcuno sia celata l’innocente naturalezza del gesto.

L’eterno dilemma della libertà d’espressione

di Federica Mammina

Si è da poco conclusa una vicenda giudiziaria risalente a qualche anno fa, che ripropone l’eterno dilemma su cosa debba prevalere tra il diritto a non veder offesa la propria religione e il diritto d’espressione. Alla Corte europea dei diritti dell’uomo si era rivolta nel 2012 una società lituana produttrice di vestiti che si era vista multare da un organo locale adibito al controllo della pubblicità, dopo aver realizzato una campagna pubblicitaria in cui campeggiano un uomo e una donna chiaramente riproducenti le fattezze di Gesù e Maria, vestiti con jeans e abiti moderni, tatuaggi in bella mostra e frasi di accompagnamento del tipo “Gesù che pantaloni!”.
Non potendo essere il ridicolo ammontare della multa (ben 580 euro per aver offeso la morale pubblica!) il motivo che ha spinto l’azienda al ricorso, sembrerebbe piuttosto da individuare nel voler affermare un principio. Missione compiuta, si può dire, per l’azienda spalleggiata dalla Corte che con questa sentenza legittima e difende l’uso di simboli religiosi nelle pubblicità, perché nel caso specifico ha ritenuto che l’organo multante “non abbia raggiunto un giusto equilibrio tra la protezione della morale pubblica e i diritti delle persone religiose da una parte e il diritto alla libertà d’espressione dell’azienda dall’altra”.
Davvero siamo giunti al punto di affermare che la libertà di espressione applicata ad un’attività commerciale sia prevalente rispetto all’intimo sentimento religioso di chi vede la propria divinità (qualsiasi essa sia!) sminuita da un simile utilizzo?
La Corte ha detto sì, ma si è dimenticata di precisare in quale forma sarebbe possibile non offendere le persone religiose pur utilizzando l’immagine di una divinità per scopi che esulano completamente dal culto. Forse alla prossima puntata ce lo dirà.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanesimo e metamorfosi, l’ultima opera di Edgar Morin

L’umano porta in sé l’avventura dell’universo e l’avventura della vita. In questo senso, l’umano è un microcosmo, a immagine dell’universo.
Ma l’avventura dell’umanità può trasformarsi in una folle avventura che rischia il sublime e l’orribile, per Edgar Morin la mente umana viaggia verso due avventure disgiunte.
L’una cerca all’esterno di svelare, e perfino di possedere, i segreti del mondo fisico, della vita, della società, e ha sviluppato una scienza capace di conoscere tutto, ma incapace di conoscersi e che oggi produce non solo “elucidazioni benefiche, ma anche accecamenti malefici e poteri terrificanti”.
L’altra avventura cerca, all’interno di sé, di conoscersi, di meditare su ciò che sappiamo e su ciò che non sappiamo, di nutrirsi di poesia vitale, di sentire il commovente, il bello, il mirabile.
La prima è l’avventura conquistatrice della trinità scienza/tecnica/economia. La seconda è l’avventura della filosofia, della poesia, della comprensione, della compassione.
L’ultimo libro del filosofo francese Edgar Morin, “Conoscenza Ignoranza Mistero” chiama all’appello la nostra intelligenza, accende la spia rossa, l’allarme sulla rotta del vascello spaziale Terra guidato dalla supremazia della triade: scienza/tecnica/economia.
Scienza, tecnica, economia conducono la mondializzazione, promettono all’uomo di sconfiggere la morte e di emanciparlo dal lavoro con le macchine intelligenti. Sempre più la prospettiva della post-umanità si fa immaginabile sotto diverse forme.
Ma questa prospettiva necessita imperativamente di noi, umani, e sin da ora di un pensiero della condizione e dell’avventura umane, di una coscienza delle possibilità e dei pericoli che comporta la complessità antropologica, di una coscienza di ciò che di più prezioso c’è nell’uomo.
È tragico che la metamorfosi post-umana sia cominciata sotto la spinta cieca del triplo motore scientifico/tecnico/economico, mentre la metamorfosi etica/culturale/sociale, sempre più indispensabile a questa metamorfosi resta ancora nel limbo. Peggio: la regressione etica, psicologica, affettiva accompagna la progressione scientifica, tecnica, economica.
Il sonnambulismo del mondo politico, che vive alla giornata, del mondo intellettuale cieco alla complessità, l’incoscienza generalizzata contribuiscono alla marcia verso i disastri.
Il viaggio e la destinazione sono sempre più verso la metamorfosi del post-umano, se non interviene una guida etica/culturale/sociale.
Per questo l’invito è di continuare a pattugliare ai confini della conoscenza per apprendere e sentire l’inseparabilità di conoscenza, ignoranza e mistero, perché il fiammifero che accendiamo nel buio non solo rischiara un piccolo spazio, ma rivela anche l’enorme oscurità che ci circonda. Fino a quando il sapere produrrà la consapevolezza dell’ignoranza, sarà salva la vera forza rivoluzionaria della conoscenza: l’ignoranza sapiente che conosce se stessa, come direbbe Blaise Pascal.
Altrimenti rimarremo ignoranti della nostra ignoranza, incapaci di comprendere che vivere è una navigazione in un oceano di incertezze con qualche isolotto di certezze per orientarsi e approvvigionarsi.
Conoscenza, ignoranza e mistero sono i nostri compagni in seno all’avventura cosmica, i soli che ci possono soccorrere nell’incertezza di quale parte prendere nel corpo a corpo tra Eros e Thanatos, nel sapere dove andare.
Ma è sempre più necessaria la rigenerazione di un umanesimo planetario, radicato nella Terra-Patria per evitare il regno della nuova specie dei signori che dispongono di tutti i poteri, fra i quali quello del prolungamento della vita, sull’insieme degli altri umani asserviti.
La metamorfosi biologica-tecnica-informatica necessita soprattutto di essere accompagnata, regolata, controllata e guidata da una metamorfosi etico-culturale-sociale, per evitare che macchine pensanti pensino per noi e possano dominare il destino post umano.
Per sottrarsi all’inumanità della post-umanità è necessaria una profonda riforma intellettuale e morale come resistenza all’egemonia del calcolo, del profitto, dell’egoismo. Una resistenza animata dai bisogni di realizzazione personale, di condivisione, d’amore, di vita poetica. Un umanesimo antropo-bio-cosmico, una comunità di destino di tutti gli umani sulla Terra con una comune coscienza di Terra-Patria. Da questa aspirazione e da questa doppia coscienza potrebbe nascere una nuova via per un altro avvenire.

Un caso di coscienza…

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino. Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi…»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite. La trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare…»
Il tizio ha parlato finalmente! Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete. Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo…»
«Dirmi cosa?»
«È difficile…»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh, insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’…» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«O sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi!»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso…»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più. Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue!
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano!

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.
Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

Kevin Spacey e la morte del pubblico

di Lorenzo Bissi

Sono profondamente amareggiato per ciò che in questi ultimi giorni sta accadendo a Kevin Spacey. Non riporterò qui tutti i fatti e le dinamiche di come lo scandalo delle molestie sessuali nei confronti di giovani ragazzi da parte sua sia venuto fuori, ma mi limiterò a parlare e a fare una riflessione più generale. Non è questione di essere a favore o contro Kevin Spacey, qui è in discussione il valore dell’Arte stessa.
L’attore Anthony Rapp, oggi 46enne, pochi giorni fa ha dichiarato al giornale americano ‘Buzzfeed News’ di essere stato molestato sessualmente da Kevin Spacey all’età di 14 anni. Ha detto di aver trovato la forza di parlare dopo la pubblicazione delle accuse, anche in questo caso di molestie sessuali, contro Harvey Weinstein. E la caccia alle streghe si è aperta.
La conseguenza è stata che Netflix ha interrotto la serie ‘House of Cards’, in cui Spacey aveva il ruolo principale, e la International Academy of Television Arts and Sciences ha revocato l’Emmy Award che Spacey avrebbe dovuto ricevere in dicembre a New York.
Le confessioni hanno dato avvio a un processo mediatico che, per definizione, non tiene conto degli elementi del processo vero e proprio (che non mi risulta sia ancora stato avviato, semmai dovesse esserlo), ma vede l’opinione pubblica come giuria e condanna l’imputato sulla base di simpatie o antipatie. Eppure è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, nell’articolo 11, ad affermare che “ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo”.
Senza contare che è inutile e ipocrita revocare un premio che riguarda i risultati creativi di un attore, giudicando la sua condotta di vita e non esclusivamente le sue performance: ciò di certo non cancella il passato, né, a mio parere, manda un messaggio positivo sulla concezione di Arte. Infatti, questa scelta sembra stabilire dei criteri di giudizio nell’assegnazione del premio in cui si legano inscindibilmente ala vita di un’artista alle sue performance. Una mossa, quella della International Academy, frutto di una aderenza cieca alla imperante morale contemporanea del ‘politicamente corretto’.

Ora veniamo a ciò che più mi interessa, il concetto di Arte; per definirlo partirò da lontano.
Gli Antichi Greci, nella loro falsa democrazia, nel loro imperante maschilismo, nella loro apertamente violenta società, non si sono lasciati sfuggire una cosa: la componente di superiorità che l’Arte porta con se nelle sue manifestazioni.
Platone nel ‘Fedro’ parla di quattro divine manie: profetica, mitica, artistica ed erotica. Mi soffermerò su quella artistica. Durante questo processo, l’artista, che è un essere umano, è visto come un vaso (da cui la parola ‘invasamento’) che passivamente riceve l’ispirazione dalle Muse. Queste, spiritualmente, entrano nell’essere umano e lo utilizzano come semplice mezzo attraverso cui produrre un’opera. Il risultato è un’opera a sé stante, di natura divina, e completamente scissa dalla volontà dell’artista, figurarsi poi dalla sua vita.
L’uomo che svolge la funzione di artista è un mero strumento nelle mani della divinità e quando si approccia la sua opera, ci si mette in contatto con la divinità senza alcuna considerazione per l’autore.
Se ciò non è abbastanza convincente, o troppo ‘mitico’ e surreale, ecco un altro esempio. Come facevano in antichità a interpretare ruoli femminili nelle recitazioni teatrali, se le donne non potevano recitare? Indossavano una maschera, che in latino era detta ‘persona’.
Nel momento in cui l’attore saliva sul palcoscenico, con la maschera sul volto, era richiesta la complicità del pubblico, lo sforzo di immaginare il personaggio stesso davanti a se, e non l’attore mascherato. Mediante questo, l’attore non era più il signor Tizio Caio, ma un’altra ‘persona’, per esempio Medea, Edipo, Oreste o chiunque altro.
Dicendo ciò non voglio paragonare gli attori Greci con quelli contemporanei. Voglio sottolineare che i Greci avevano capito che la maschera, intesa come ‘persona’, aveva la funzione di legittimare chiunque si sentisse in grado di svolgere il ruolo d’attore a fare.
Questo perché anticamente l’Arte richiedeva, anche da parte del pubblico, uno sforzo immaginativo, che evidentemente al giorno d’oggi non siamo più disposti a fare. La conseguenza è la perdita dell’essenza superiore dell’Arte. E pensare che Oscar Wilde ha dato la sua vita per insegnarci che l’arte non è morale né immorale, ma va al di là del Bene e del Male, e per questo non deve essere giudicata secondo criteri etici.
Non posso fare a meno di arrabbiarmi quando sento persone che liquidano Pasolini chiamandolo “sporco pederasta”, Woody Allen “pervertito”, Lewis Carrol “pedofilo fissato con la sua piccola Alice”, o Pirandello “leccapiedi fascista”. Con questa logica Caravaggio era un assassino e Socrate probabilmente un marito violento. Ciò non toglie che le loro opere vadano al di là della loro vita, e come tali debbano essere apprezzate nella loro indipendenza. Oggi per molti non è più così, perché non si è più capaci di estrapolare l’opera dal contesto.
Qui non è questione di Kevin Spacey colpevole o innocente. Se il pubblico non è più disposto a svolgere attivamente la parte dello spettatore, viene meno tutta l’impalcatura su cui si regge la sottile esistenza dell’Arte, il piccolo segreto che l’arte è tutta finzione, capace di mettere in contatto l’artista e il suo pubblico. Da quello che si vede, ahimè, questa illusione è già stata abbandonata da tempo, e non sembra ci siano le condizioni per praticare un’Arte vera, un’Arte autentica.

SPIRITUALITA’
L’armonia tra scienza e coscienza secondo Angela Volpini, mistica e veggente amica di Pasolini

di Angela Volpini

Scienza e coscienza: è possibile un’armonia? Sì, è possibile, perché sia la conoscenza, base della scienza e della tecnologia, sia la coscienza, sono qualità e attività dell’essere umano, che non dovrebbero essere mai in contraddizione. E quando c’è contraddizione bisogna cercarne le cause perché lo scollamento tra scienza e coscienza potrebbe mettere in gioco la nostra stessa sopravvivenza.

La scienza è il risultato della spontanea curiosità che gli umani hanno verso tutto ciò che li circonda. Dopo l’osservazione e forse anche il compiacimento di trovarsi in un ambiente tanto vario e bello, suppongo che si domandino:
Come posso muovermi in questa immensità?
Che utilità ha per me tutto quello che vedo, sento, tocco?
Chi sono io che vedo?
Faccio parte di quello che vedo, sento, tocco, o sono altro?
E’ qui che può apparire la prima intuizione di essere altro da quello che uno vede e che possiamo chiamare inizio della coscienza di sé. Coscienza di sé che procede attraverso la continua distinzione da tutto ciò che è altro da sé e si pone come riferimento di tutto quello che c’è. E’ così che può mantenere la distinzione fra sé e intuire la relazione che può avere con tutto l’altro da sé fino a riconoscersi soggetto consapevole.
Questo a me pare il normale processo attraverso il quale l’essere umano prende coscienza di sé e delle relazioni con il suo mondo. Se si mantenesse così, apprenderemmo velocemente quello che è buono per noi e per il mondo e non avremmo tanti conflitti e sofferenze.

Potremmo vedere l’evoluzione e la storia umana da un’altra angolazione. Riconosceremmo nella spinta evolutiva la caratteristica della nostra natura in ricerca continua di una qualità umana sempre più libera e sciolta dal peso della necessità. Riconosceremmo la nostra tensione a creare interazioni sempre più godibili fino a capire che ciò che chiamiamo limite in realtà è la possibilità di esercitare la nostra libertà e creatività affinché a questo mondo che ci ha permesso la vita, gli si possa restituire una finalità armonica e infinita come sentiamo di averla dentro di noi.
Potremmo vedere la storia come il risultato della creatività delle generazioni passate che la offrono in dono alle future affinché il processo di umanizzazione sia sempre più facile e veloce. Potremmo ammirare i tentativi che gli esseri umani hanno fatto lungo la storia per affrancarsi dal limite, dal dolore, dalla fatica, fino a scoprire che il bello, il buono, l’armonico sono le condizioni ottimali dell’essere umano per sentirsi a casa e in comunione con il primo umano fino all’ultimo che verrà. Questo e’ il gusto di esserci!
E’ l’angolazione dalla quale si possono vedere le possibilità, le prospettive, le aperture all’infinito per ogni essere umano. E’ il punto di vista dove si può vedere che il desiderio più grande che ogni persona custodisce nel proprio profondo è l’amore. Un amore che è desiderio di comunicazione, di rivelazione del proprio sé e di scoperta dell’originalità dell’altro perché si è compreso che è nella relazione che si può essere felici. Desiderio di armonia non solo con i propri simili ma anche con tutta la natura, l’universo.
Desiderio di pace, di gioia, di gusto della vita. Quando ci si rende conto che quello che accade in noi succede anche negli altri, finalmente possiamo cancellare quell’orribile immagine che abbiamo dell’essere umano. Possiamo riconoscerci nel desiderio di bene anziché nella capacità di fare il male e riconoscere che l’umanità sta camminando verso la propria pienezza e comprendere che questa pienezza è possibile proprio in virtù di quella dinamica evolutiva e di quelle realizzazioni storiche che hanno qualificato la nostra umanità. Possiamo, quindi, pensare che il nostro obiettivo è l’infinito bene: è il divino.
Questo è il punto di vista mistico dove il procedere è sempre dalle possibilità e dalle prospettive che sono profondamente radicate in noi, nella esigenza di dare senso alla nostra vita personale e nel desiderio di godere già di quello che non è ancora ma che sappiamo dipendere da noi.

Possiamo anche riscattare molte delle conquiste umane anche se realizzate senza una intenzionalità di bene perché non ancora coscienti delle conseguenze delle nostre scelte.
Per usare le qualità umane attraverso le quali possiamo agire sia sul mondo sia su di noi, dobbiamo avere intenzionalità buone per tutti. Allora possiamo davvero usare i nostri strumenti per migliorare la qualità della nostra vita come il Creatore ha usato il suo amore per darcela.
Senza intenzionalità buona, e per essere buona deve essere l’espressione della nostra coscienza e della nostra relazione armoniosa e amorosa con il mondo, il nostro agire può essere pericoloso soprattutto per i mezzi poderosi che abbiamo creato.
Questo pericolo ci mette paura e diffidiamo delle qualità umane anziché della intenzionalità perversa con la quale molti ne usano i prodotti. Questo ci impedisce di essere orgogliosi anche delle nostre buone conquiste. Siamo arrivati al punto di temerle tutte, perché, anziché continuare il processo creativo di miglioramento delle realizzazioni, in conseguenza dei disastri ambientali e economici che questo processo ha prodotto, temiamo l’esercizio delle nostre facoltà peculiari tanto da pensare o a un arresto della espansione scientifica o addirittura ipotizzando un processo di decrescita che potrebbe causare il decadimento o la distruzione della nostra civiltà.

Come superare questo dilemma?
La risposta più semplice sta nell’additare la colpa alla malvagità dell’essere umano, ma non è così. La difficoltà nasce dal fatto che non siamo ancora capaci di riconoscerci tanto nel nostro desiderio-esigenza quanto nella nostra capacità creativa. Non siamo ancora capaci di riconoscere la libertà di cui godiamo e la creatività che sempre usiamo come le naturali qualità per farci come il nostro desiderio ed esigenza ci indicano.
Siamo scissi fra quello che sentiamo essere proprio nostro e quello che facciamo per abitare il mondo. La soluzione è metterci in ascolto e dare parole a quello che sorge dal nostro profondo perché è lì che possiamo riconoscere la nostra vera immagine. Una immagine di bontà, di speranza, di comunione che cancella dal nostro sé e dal nostro orizzonte ogni male confermandoci nell’agire sempre come esternazione del nostro desiderio d’amore, di armonia e di relazione.
Finalmente possiamo capire che siamo buoni, perché è solo nel bene, nel bello che ci riconosciamo e stiamo bene. D’altronde già l’arte che ha accompagnato tutto il cammino dell’umanità è una espressione dell’originalità soggettiva che tenta di rivelare al mondo il proprio mondo. E se nell’arte è evidente il desiderio di rivelazione del proprio mondo a tutto il mondo, se osserviamo bene, ogni scoperta e creazione umana hanno come intenzione recondita quella di migliorare la condizione umana, quella di superare i limiti per cui possiamo legittimamente pensarci buoni e non smettere di creare ma difendere le nostre creazioni dagli usurpatori che vogliono finalizzarle al potere di pochi sui molti.
Si può conciliare la scienza con la coscienza e diventare orgogliosi delle nostre realizzazioni se diamo intenzionalità buona al nostro agire e vigiliamo affinché tutto ciò che scopriamo e creiamo sia veramente per il bene di tutti. Dobbiamo difendere la creatività di ogni persona affinché si possa sempre usare per tutta l’umanità.

L’esplosione del sapere scientifico e tecnologico ha coinciso con l’emancipazione femminile. Questa coincidenza mi ha fatto molto riflettere e l’ho avvertita come un punto di svolta di tutta la storia umana. Il mondo, che è riconosciuto solo maschile, si trova a esercitare un potere totale su tutta la natura. Un potere che poteva essere di cambiamento, di realizzazione, finalmente, di un mondo umano, giusto, solidale, bello e invece è risultato prevaricante e strumento dei forti sui deboli, perché ha ridotto la creatività a una razionalità funzionale alle necessità del momento tanto da creare una realtà così complicata e intricata da cui è difficile uscire.
Voglio dire che la creatività di mezzo mondo, quello maschile, non ha potuto trovare il suo compimento positivo. Non l’ha trovata perché era appunto di mezzo mondo solamente. Mi piace vedere che per arrivare a risolvere i problemi che oggi ha il mondo, è necessario il contributo dell’altra metà.
Un contributo che non si basa più solo sulla curiosità di conoscere e di creare realizzazioni potenti, ma non orientate, bensì anche sul contributo della donna che è la speranza di un mondo dove sia possibile vivere relazioni d’amore. Per questo la donna ha continuato a essere madre. Madre di figli veri, e soprattutto madre dell’umanità possibile. Adesso è arrivato il tempo di unire la speranza di una umanità possibile che è la connessione diretta tra il desiderio di bene custodito nel cuore delle donne con le capacità realizzative sviluppate dagli uomini e decidersi di costruire veramente il nostro mondo.
Un mondo d’amore e di giustizia affinché i nuovi nati possano guardare la vita non partendo dai limiti ma dalle possibilità, dalla fiducia e non dalla paura, e poter riconoscere in ogni essere umano la novità originale che ognuno è.
Questa congiunzione sana le scissioni e le ferite e ci permette di riconoscere nella nostra capacità di amare e di creare la somiglianza con il nostro Creatore che ci ha dato l’ambiente per la vita e che noi possiamo trasformare nell’ambiente dell’amore per la felicità di tutti.
Questa dovrebbe essere la nostra creazione e il nostro grazie per l‘Amore originario.

Cenni biografici sull’autrice:
Angela Volpini è nata nel 1940 a Casanova Staffora, paesino dell’Oltrepò Pavese in provincia di Pavia. Il 4 giugno 1947 fu protagonista di una straordinaria esperienza mistica (il primo di ottanta episodi che si sono ripetuti ogni quattro mesi fino al 4 giugno 1957). In un periodo particolarmente turbolento quelle apparizioni mariane diventarono oggetto dell’appetito dei media dell’epoca e della curiosità popolare fino ad attirare in quei luoghi circa 300.000 persone in un giorno. Tale esperienza suscitò grande interesse anche in molti intellettuali come Pier Paolo Pasolini, Gianni Baget Bozzo e Raimon Panikkar, che di Angela diventarono, per qualche tempo, compagni di viaggio.
Oggi Angela continua instancabilmente a diffondere il messaggio che ha avuto in dono e poi elaborato nel corso di una vita: riconoscere il divino che è dentro di noi, diventare consapevoli delle proprie infinite possibilità di sviluppo, dare senso alla propria vita attraverso la relazione con l’altro e l’esercizio della creatività e della libertà. Un messaggio forte, capace di dare speranza al futuro e futuro alla speranza.

CONTROCANTO
Salvaguardiamo la satira, terapeutica libertà di pungere

(Pubblicato il 7 gennaio 2016)

​È il bambino che punta il dito e grida “il re è nudo”. A un anno dalla strage di Charlie Hebdo si ripropone il dibattito sulla satira. Fastidiosa ma utile, ci mostra ciò che spesso non vediamo. Sbagliato pensare di regolamentarla su base etica, perché l’etica è disciplina individuale del comportamento, autoimposta secondo la logica dell’imperativo kantiano della quale dunque è artefice il soggetto stesso, ciascuno per sé. Quando invece si tenta di imporla la si trasforma in morale, ossia in un vincolo esterno, con il forte rischio di inciampare nel moralismo, cioè nella pretesa di condizionare su base valoriale le scelte di ognuno.
A limitare il comportamento e a tutelare i diritti di ciascuno da eventuali infrazioni opera la legge, cioè il codice giuridico che vincola l’azione definendo ciò che è lecito e ciò che non lo, e prescrivendo di conseguenza le sanzioni per i trasgressori. Al di là della legge ogni altro vincolo si configura come censura.
Oltre questo confine dunque anche l’autore satirico deve essere pienamente libero di esprimersi secondo estro e coscienza, proprio come l’artista. Perché come l’artista sovverte i paradigmi comuni, provoca e può essere urticante. Ma non va per questo sanzionato. La satira, poi, in particolare è sberleffo nei confronti del potere. Di ogni potere. Ed è una manifestazione di dissenso nonché una forma di esercizio del diritto di resistenza a qualsiasi pretesa di egemonia. E siccome la morale si pone sul piano della conformità mentre l’arte e la satira agiscono controcorrente e sono trasgressive, il giudizio non può essere di ordine morale.
Ma il rischio di una sovrapposizione di piani sussiste. La morale, infatti, come la legge agisce sul piano collettivo ma a differenza di essa dovrebbe esercitare la propria influenza solo in termini persuasivi, senza imporre obblighi. Può tentare di condizionare le scelte sulla base della propria capacità argomentativa, ma non può pretendere di definire regole comportamentali generali valide per tutti. Quando lo fa – e spesso ci prova – travalica il proprio spazio, mostra cioè l’ambizione di universalizzarsi, di estendere il proprio dominio su ogni individuo in maniera totalizzante.
Da questa smania egemonica, ecco l’ambizione di dettare le regole. Ed ecco il rischio. Che nel caso specifico si materializza nei limiti che la morale vorrebbe imporre alle espressione della satira. Così affiorano temi che si dovrebbero considerare intangibili: la divinità, la religione, la morte, la diversità… Ma la pretesa di universalismo si scontra con l’evidenza che la morale non è univoca e ogni differente sistema morale ha le proprie priorità e le proprie sacralità. E tende a non riconoscere e rispettare i valori propugnati dai sistemi morali concorrenti. Anzi si pone in aperto contrasto con essi. E li combatte. Talvolta non solo con le armi dialettiche. Lo scontro fra Cattolicesimo e Islam ne è un chiaro esempio.
Se ci ponessimo su questo crinale assecondando il declivio, ognuno avrebbe pretesa di imporre le salvaguardie al proprio credo. Invece, a tutela dell’autentica libertà individuale di pensiero e di espressione di ogni cittadino da esercitare laicamente, senza ricorso ad anatemi, va fatto appello alla coscienza e alla legge: cioè a una primaria valutazione soggettiva di responsabilità e alla eventuale conseguente verifica di accettabilità sulla base del diritto. E parimenti anche l’autore di satira deve potersi esprimere senza vincoli ulteriori, affrancato da pressioni morali, rispondendo di ciò che fa solo alla propria coscienza e alla legge. La sua opera sarà comunque posta al vaglio del pubblico che potrà apprezzarla, criticarla o ignorarla, ma non pretenderne la censura. Solo il giudice, eventualmente, potrà sanzionarla sulla base del diritto, in considerazione delle eventuali violazioni del codice.
Ma ricordando come legalità e giustizia non sempre coincidano è opportuno distinguere i piani della valutazione. E lasciare alla coscienza individuale dei singoli individui ogni considerazione etica, respingendo la radicata tentazione di sovrapporre o sostituire alla valutazione giuridica il vischioso infamante velo del biasimo morale dei presunti tribunali del popolo.

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Morale

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Margherita Hack

Non è necessario avere una religione per avere una morale. Perché se non si riesce a distinguere il bene dal male, quella che manca è la sensibilità, non la religione.(Margherita Hack)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

LA RIFLESSIONE
Dilemmi della complessità e scelte etiche

Viviamo in un mondo straordinariamente complesso fondato sull’incessante azione di influenzamento che agenzie e soggetti istituzionali svolgono per orientare atteggiamenti, opinioni, scelte e decisioni di altri soggetti verso scopi ritenuti per qualche motivo rilevanti. Per vivere consapevolmente in questo mondo, godendone i frutti migliori e senza esserne vittime, occorre conoscenza e capacità di discernimento; serve creatività, capacità di pensare fuori dagli schemi mantenendo un forte senso della propria responsabilità. Servono regole di pensiero e guide di comportamento che consentano un orientamento e permettano di valutare con indipendenza di giudizio gli eventi sociali, la finanza, l’economia, la politica, gli affari, l’informazione, la tecnologia.

Ogni giorno siamo impegnati in un costante processo cognitivo ed emotivo che ci porta a valutare e giudicare eventi e notizie, fatti ed accadimenti, che vengono portati all’attenzione da un sistema mediatico sempre più invasivo e diffuso. Su questi prendiamo spesso partito, discriminiamo tra ciò che riteniamo bene e male, giusto o sbagliato; siamo in altre parole impegnati nostro malgrado in un processo di tipo etico mirato a distinguere, dal nostro particolare punto di vista, fatti e comportamenti buoni, giusti, o moralmente leciti, da fatti e comportamenti cattivi o moralmente inappropriati.

L’esperienza insegna che, in quanto soggetti sociali, siamo sempre coinvolti in queste procedure quotidiane di valutazione che usiamo, in modo implicito o esplicito, per dirimere questioni, giudicare eventi, fare scelte; dietro queste procedure siamo costretti a riconoscere l’esistenza, spesse volte oscura, di alcuni principi, di alcuni valori ai quali ci affidiamo, a volte in modo intuitivo altre volte in modo ragionato, per sostenere ed argomentare la bontà delle nostre posizioni: conseguenza, dovere, diritti, giustizia sociale, cura, sono alcuni dei più noti. Questi principi forniscono una guida per l’azione e consentono di dare fondamento a ciò che si ritiene essere giusto e buono rispetto a ciò che si definisce male e sbagliato.

Secondo il principio di conseguenza caro all’utilitarismo, un’azione è ritenuta buona e giusta in base alle conseguenze che produce; ad esempio se permette di ottenere i migliori effetti positivi per il maggior numero di persone.
Se usare il criterio del dovere un’azione è giusta e buona se deriva dal rispetto di un obbligo derivante da ruoli, leggi, prescrizioni di tipo morale o religioso, ovvero da obbligazioni ed aspettative che altri soggetti hanno rispetto ai comportamenti propri di un ruolo o di una persona. L’imperativo morale che ne consegue può essere descritto dalla regola aurea “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”.
Se ci si appella al criterio dei diritti, un’azione è ritenuta giusta e buona se tiene sempre in considerazione i diritti di ogni persona, li rispetta e li garantisce. La salvaguardia dei diritti delle persone comporta il suggerimento morale di trattare  le persone sempre con un fine in sé e mai come un mezzo.
Se si usa il criterio della giustizia sociale un’azione è giusta e buona se garantisce l’equità, ovvero se garantisce un comune accesso alle libertà fondamentali, se contrasta l’ineguaglianza sociale e la sperequazione economica.
Infine se si adotta il criterio della cura, già fondamento degli approcci femministi, un’azione è ritenuta giusta e buona se sviluppa e protegge le relazioni e tiene conto del contesto nel quale si manifestano i dilemmi etici di creature che prima di essere razionali sono sensibili.

Quale principio tendiamo ad adottare per giudicare quanto avviene nel mondo? E quale principio orienta maggiormente le nostre azioni? Quali principi siamo in grado di riconoscere alla base di particolari decisioni politiche o amministrative? Oppure non usiamo nessuno di questi principi ed accettiamo per buone, acriticamente, le idee e le decisioni del nostro clan di appartenenza, del nostro gruppo o della parte sociale o politica alla quale riteniamo di appartenere?
Nessuno di noi è tenuto ad essere un filosofo ma un minimo di consapevolezza circa questi assunti taciti può aiutare la comprensione reciproca e può aiutare a comprendere un po’ meglio la complessità quotidiana in cui viviamo, evitando quegli scontri frontali che sempre più spesso avvelenano il clima e sostituiscono quel processo di costruzione di senso basato sulle differenze che sta alla base della democrazia.

Breccia_di_Porta_Pia

GERMOGLI
Italia unita
L’aforisma di oggi…

20 settembre 1870 con la breccia di Porta Pia, Roma e lo Stato Pontificio vengono finalmente uniti al resto del Regno d’Italia. Sono passati 145 anni, ma ci sono consuetudini difficili da lasciarsi alle spalle.

giuseppe mazzini
Busto di Giuseppe Mazzini di Mario Rutelli

Oggi ciò che importa anzitutto è moralizzare l’Italia. (Giuseppe Mazzini)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Quando anche i bimbi ‘sgambano’

Spesso i lapsus freudiani tradiscono quei pensieri che ci proponiamo di tenere celati agli altri, con una sorta di censura più che morale, perbenistica.
È il caso dell’appello rivolto alla nostra amministrazione comunale da un gruppo di mamme che chiedono maggiore cura e decoro per l’anello di piazza Ariostea, in modo che sia, c’è scritto nella loro petizione, “un’area pulita e sicura di sgambamento bimbi”. Sì, “sgambamento”, come quello delle aree riservate ai cani o dei cavalli che in quell’anello corrono il palio.
Me li vedo questi bambini costretti a vivere sacrificati in angusti appartamenti condominiali e le loro mamme che spazientite cedono con un: “Uffa! Non rompere! Ora ti porto a sgambare.” Sgambare, anziché giocare, cinque giri di corsa dell’anello di piazza Ariostea, e poi a casa.
Tra le categorie che la nostra società dovrebbe culturalmente rivedere ci sono proprio l’infanzia, i bambini e l’adolescenza. Rivedere a partire dal significato etimologico di queste parole, rivelatore, nonostante tutte le nostre dichiarazioni e le nostre petizioni di principio, di una cultura dura a morire. Infante è colui che non sa parlare, bambino deriva da “bambo”, come bambola, cosa sciocca, infine adolescente, colui che non è adulto. Noi definiamo un ampio arco della nostra esistenza, dalla nascita alla maggiore età, per “assenza”, per “mancanza di”, potremo dire come ‘minorazione’ o ‘menomazione’. Adulti e anziani hanno un valore in sé, non è così per l’infanzia e l’adolescenza, che divengono età di sottomissione, di dipendenza e di tutela. Per cui l’infanzia è tempo di spensieratezza e trastulli, e l’adolescenza tempo di crisi e conflitti.
Non è che la maggiore cura che abbiamo per i nostri figli, l’investimento affettivo che su loro facciamo o la scelta consapevole d’essere genitori mutino i termini della questione.
Cosa c’è allora che non va? Una possibile chiave di lettura credo consista nell’ideologia dell’infanzia e dell’adolescenza scritta da anni di teorie e di ricerche. Separando drasticamente le fasi della vita degli esseri umani abbiamo finito per ghettizzarne le caratteristiche a scapito della capacità di valorizzarne le peculiarità. Con la conseguenza di rendere inconfutabile, persuasiva e pervasiva la dominazione dell’adulto su chi è considerato come meno e non come più, secondo concetti di “piccolo” e “grande” del tutto opinabili, basti pensare a quanti minori nel mondo sono ancora costretti a compiere lavori ed assumersi responsabilità da “grandi”, per i quali “infanzia” e “adolescenza” sono solo categorie del pensiero borghese occidentale. Per tacere delle tante patologie, specialmente comportamentali, che le varie scienze psichiche e mediche, insieme alle teorie sociali e pedagogiche, oggi attribuiscono all’infanzia e alla adolescenza.
Ritenere che siano patologie è un punto di vista adultocentrico, è patologico ciò che non rientra nei nostri modelli, nelle nostre aspettative, nella norma che tutto conforma. Ma disagio, rifiuto, contrasto, ribellione, per quali motivi dovrebbero avere ragioni diverse da quelle che portano gli adulti agli stessi comportamenti? Anche per i bambini e gli adolescenti la rottura è sempre contro qualcosa, solo che il nostro adultismo, al quale secondo noi deve aspirare chi cresce, ci impedisce di vedere che appunto si tratta di forme di resistenza, da parte di chi indubbiamente è più debole e non ha ancora elaborato gli strumenti per difendersi, all’imperante potere adulto e ai suoi modelli di riferimento.
Capisco che collocarsi in questa prospettiva è dirompente, perché sconvolge l’intero impianto delle relazioni educative nella nostra società, perché mina alle fondamenta come abbiamo pensato finora la scuola, la famiglia, l’associazionismo e ancora altro. Ma attenzione si tratta di compiere un salto, che ci può sembrare ovvio, ma che nella pratica poi quotidianamente contraddiciamo, considerare bambine e bambini, ragazze e ragazzi (nei fatti e non solo in teoria) come soggetti. Questo concetto non è certo chiaro in chi pensa di portare a “sgambare” il proprio bambino, come un oggetto, un cane o un animale da gestire.
Infanzia e adolescenza come età autonome, liberate dalle relazioni educative e sociali, significa mettere in discussione il predominio dell’adulto che si esprime in termini educativi, culturali, economici e psicologici.
Credo che siano sotto gli occhi di tutti le condizioni devastanti prodotte dall’ideologia “infantilistica” delle nostre società, a partire dai modelli prettamente consumistici che il mercato per l’infanzia ha imposto, dalla competizione fino ai farmaci per gestire l’ansia da prestazione e le sconfitte. Anziché occuparci del progetto di vita dei nostri bambini, adolescenti e giovani, li abbiamo trasformati in progetti a misura del mondo adulto che li circonda.
Cibo, giochi, attività, spostamenti, sport, ecc. sono sistematicamente monitorati, programmati, controllati, pensati e organizzati sempre dall’adulto e dalle sue visioni. I risultati di questa colonizzazione sono riconoscibili anche in ambito psicologico e medico: obesità, bulimia, anoressia, disturbi cardio-vascolari, depressione, autolesionismo. Il tutto in una relazione con adulti che oscillano dall’autoritarismo al permissivismo, con padri amiconi e madri giovanili, nella convinzione di poter così penetrare più efficacemente nelle coscienze “infantili” e “adolescenziali”.
Le stesse considerazioni valgono anche per la scuola che continua il ruolo di uniformizzazione della famiglia, di controllo secondo le necessità dello Stato, isolando sempre più l’infanzia e l’adolescenza da se stesse, dalla vita reale e viva della comunità sociale.
Scoprire la portata del valore in sé dell’infanzia e dell’adolescenza comporta un capovolgimento nella relazione adulto-bambino, adulto-ragazzo, un ribaltamento di prospettiva e di finalità, essere adulto al cospetto dell’infanzia e dell’adolescenza non per educare a “dover essere”, ma per “educare a essere”, solo così forse è possibile offrire alle nuove generazioni un mondo più libero e felice di quello che attualmente abitiamo, prodotto da un adultismo in funzione di sé e del mercato, anziché al servizio della vita e dei progetti di chi ora è solo apparentemente “piccolo”.

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L’OPINIONE
Le problematiche di turno

Come un rombo di cannone. Non tanto si tratta della rossiniana calunnia, quanto della nuova parola che fa impazzire gli “itagliani”. Problematica. Anzi problematiche. Al suo confronto, selfie, energy, education, ashtag scompaiono di fronte a una sana parola delle nostra tradizione. E guai sostituirla con “problemi sollevati da” o altre circonlocuzioni modestamente banali. Problematiche devono essere e siano!
Vuoi mettere le problematiche sollevate dalla falsa tomba di Caravaggio, monumento supremo al genio italico? O le dotte discussioni intrise di squisiti veleni accademico-politici sulla necessità di spostare la collocazione della Pietà Rondanini da una stanza all’altra nel Castello di Milano?
O la problematica sollevata dai vini dalemiani? O quella bofonchiata dal signor Salvini riguardo ai campi Rom? E, mi si perdoni, il serissimo e fondamentale convegno medico che si terrà a Ferrara, non per l’evento in sé che richiede il massimo rispetto, ma il modo con cui è stato presentato sui giornali: “le problematiche sulla patologia del pavimento pelvico”.
E se invece di problematiche si passasse ai modesti ma sempre efficaci interventi?
Mi è parso evidentissimo che nella bellissima mostra rodigina “Il demone della modernità”, curata dall’amico Giandomenico Romanelli, la problematica della nascita della modernità sotto il segno del demonismo e della guerra sia stata risolta con un racconto fatto di quadri dove gli ormai insopportabili geni del Novecento e dell’Ottocento, con la inevitabile puntata sull’ “unico” Caravaggio, erano sostituiti da una generazione o da due artisti in prevalenza nordici – con la straordinaria presenza dell’italiano Alberto Martini – poco conosciuti, acutissimi nel rappresentare il lato oscuro della modernità: senza problematiche ma con lo sguardo dell’artista che conosce e crea la realtà dal suo punto di vista privilegiato.
Ma ormai, nel sabato luminoso, a Rovigo sembrava di essere a Ferrara, nello stesso identico momento. Tutto un tambureggiare di figuranti e sbandieratori che passavano orgogliosi tra banchi e bancherelle di cibo e di prodotti alimentari e che attraevano i passanti a suon di assaggini. Fin sulle scale del palazzo della Gran Guardia dove il nostro grande ferraresissimo antichista Claudio Cazzola teneva una conferenza sull’enigma di Omero. E mentre gli enigmi si dispiegavano – che sottofondo di rulli, di trombe, di sventolii – cortesemente si sollecitava ad abbreviare la dotta riunione perché alle diciotto parlava il signor Salvini.
L’”Itaglia” ormai sta raggiungendo il picco della incapacità, prima linguistica e conseguentemente morale ed economica, di un periodo storico che raccoglie i frutti (ormai è d’obbligo un riferimento costante all’Expo e alle sue problematiche) di una stagione sciagurata.
Ci si può consolare dalle problematiche? Beh forse un mezzo c’è ed è, al solito, quello offerto dallo sguardo implacabile dell’arte che testimonia e crea. L’altro termine abusato “evento” ormai non scalda più i cuori. Per caso ho rivisto, dopo decenni, il secondo film di Bernardo Bertolucci “La strategia del ragno” (1970) che ricordavo pochissimo. E le memorie si sono infoltite: gli anni trascorsi all’istituto tecnico V. Monti, collega di Franco Giovannelli, attore splendido nel film. E le storie dei tre amici a Bologna: Franco Giovannelli, Giorgio Bassani e Attilio Bertolucci. E l’incontro con Claudio Varese e Giuseppe Dessì… e l’ultimo racconto del libro “Una città di pianura” uscito nel 1940 di quel giovane scrittore, Bassani, che è obbligato a nascondersi per le leggi razziali sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi. E mi accorgo di essere tra gli ultimi testimoni di quella stagione ferrarese straordinaria, anche se di un’altra generazione. Poi “gira il mondo gira” e mi lascio trascinare dalla voce di Mina che canta la canzone del film. E ancora i disegni di Ligabue nei titoli del film girato tra Brescello (il paese di Don Camillo), Sabbioneta e Fidenza, e scoprire che al paese sul fiume era stato dato il nome di Tara, l’unica solida realtà a cui si attacca disperatamente Rossella nell’ultima scena di Via col vento. Poi la straordinaria presenza di Alida Valli a 14 anni di distanza da “Senso” di Luchino Visconti. Ancora meravigliosa…
Così in luogo di problematiche rivivono le testimonianze.

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