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Vecchi, ricchi, “condizionati” … e una gran paura della morte:
cronaca di un dialogo impossibile

 

Ieri mi sono ritrovata imbottigliata nel traffico. Dovevo portare la mia anziana mamma a pranzo da suoi vecchi amici. A causa di un incidente l’autostrada era bloccata. Siamo arrivate a destinazione alle 14. I due anziani amici di mia madre, genitori di amici della mia infanzia che non vedevo da molto molto tempo, mi hanno gentilmente offerto di rinfrancarmi dal caldo accettando il loro invito a sedermi a tavola con loro.  Tutti ultraottantenni apparivano poco cambiati rispetto ai miei ricordi d’infanzia. Certamente più incurvati, con l’artrite nelle mani,  con il passo meno sicuro, ma con l’ espressione del volto che non era non molto diverso da quello dei miei ricordi.

Una bella casa genovese, in una splendida zona di Genova, la tavola apparecchiata con la tovaglia, la  donna di servizio con il grembiule in cucina che trafficava. Insomma un ambiente che ricordavo, molto borghese e raffinato,  rimasto tale e quale a 40 anni fa, avvolto da muri pesanti separato totalmente dal fuori. Mi sono ritrovata in un atmosfera tipica della mia infanzia che però fa a pugni con la vita che si prospetta per il futuro. Almeno così l’ho avvertito io. Ci siamo seduti a tavola ed è iniziata la conversazione di rito. Il tempo passato, le nostre storie di vita, famiglia figli etc. poi la fatidica frase parliamo un po’ di politica.

Sapevo che stavo cadendo in una trappola ma non ho resistito e siccome gli anziani ospiti avevano un condizionatore  che andava a palla – fuori c’erano 35 gradi – mi sono arrischiata nella battuta “ vedo che avete il condizionatore che va al massimo e dunque devo presuppore che non siate affatto d’accordo con Draghi”. Non l’avessi mai detto… “ Draghi il miglior presidente che abbiamo avuto negli ultimi 30 anni, unico presidente  ammirato in tutto il mondo (e intanto il mio cervello si chiedeva” a quale mondo facevano riferimento?”).  Hanno poi continuato “Autorevole e capace di limitare le “ troppe libertà dei nostri giovani” che naturalmente andavano recintati perché se no portavano il virus in giro causando la  morte dei vecchi”.

Il condizionatore continuava a sparare aria fredda, e loro mi parlavano dei poveri ucraini che andavano aiutat,i perché il mostro Putin” andava fermato. E intanto mi dicevano che i miei figli avevano fin troppe libertà e che andavano contingentate, che il loro sacrificio di sottoporsi a un vaccino sperimentale per difendere la vita dei vecchi era il minimo che potessero fare per ringraziarli per tutto quello che avevano ricevuto – e di nuovo il mio cervello si chiedeva “ un pianeta a rischio estinzione?” Aggiungevano che tutte le mie contro argomentazioni erano irrazionali,  frutto di isteria. Avevo tentato timidamente di dire che una società che usa come cavie i bambini e i giovani adolescenti  con un siero di cui nulla si sa sugli effetti a lunga scadenza era una società che non aveva a cuore il futuro delle nuove generazioni. Hanno tuonato che non avevo fiducia nella scienza! Quando ho opposto a quale scienza facevano riferimento, a quel punto mi hanno detto garbatamente che ero una folle complottista,  che se avevo avuto il Covid senza quasi sintomi era solo culo e che dei loro tre figli solo uno la pensava come me  (per fortuna) e lo definivano appunto il complottista.

Il vecchio padre continuava a ripetermi di aprire una disputa socratica: ”argomentiamo ogni singola posizione e vedrai che fallisci”. Ho accettato la sfida. Mi sono sembrati dei folli come folle apparivo io ai loro occhi. I loro punti erano tutti fondati sul dogma della giustezza delle scienza, quella riconosciuta dal Potere ovviamente, e sul dogma  dello Stato Padre, che sceglie sempre per il bene di tutti al quale i cittadini onesti  devono obbedire ciecamente. Ciò che io reputavo una ragionamento logico per loro era irrazionale e ciò che loro reputavano un ragionamento logico a me pareva solo un modo per scansare la  loro paura della morte.

Mi sono alzata sorridente, mantenendo il più possibile la calma, ho addotto la scusa che avevo una figlia adolescente da recuperare, e con  un filo di ironia ho aggiunto che certamente avrei telefonato al loro figlio complottista per organizzare le barricate in difesa del principio di autodeterminazione così criminalmente calpestato in questi due anni dallo Stato Padre e che come femminista non mi stupiva affatto  dal momento  che da millenni il principio di autodeterminazione viene osteggiata,  a partire dal controllo dei corpi delle donne, dal Patriarcato  di cui massima espressione, oggi, sono le istituzioni .  La padrona di casa mi ha gentilmente accompagnato all’uscita con questa bella battuta “il femminismo; la malattia peggiore che esista e per il quale purtroppo un vaccino non c’è”. Quanto a carattere lo sfoderava con ancor più audacia della mia, chapeau, un bel calcio in culo con il sorriso sulla bocca.

Fuori dalla porta mi aspettava un sole rovente ma una luce intensa, radiosa e meravigliosa.  Mi sono detta che la paura della morte, se non riconosciuta e messa in parole produce queste aberrazioni: “se non si bucavano i giovani,  andavano in giro, mi infettavano e mi ammazzavano” questo avevano detto gli ultra 85enni, come se la morte non fosse presente se non attraverso lo spazio che i giovani portano via ai non giovani . Con questo schema i vecchi possono allontanare il pensiero della morte spostandolo all’infinito sulla colpa dei giovani di essere giovani. Mi è venuto in mente questa brillante riflessione di Franco Nembrini “l’educazione è un casino da mo” [vedi il video], due minuti esilaranti che vi consiglio di ascoltare.

Non cambia nulla, la storia si ripete, se non siamo capaci di andare in fondo ai tunnel delle nostre paure. Resta però il fatto che in tempi estremi come quelli che stiamo vivendo, non affrontare seriamente e profondamente queste nostre paure ataviche diventa criminale perché ci si macchia dell’assassinio vero e proprio e non simbolico della gioventù.

lo confesso, sono uscita schifata anche se sento e so che parte del loro modo di vivere appartiene anche al mio, è parte di  me. E che per liberarmene c’è bisogno di un vero atto di rottura. La babele che ci avvolge, l’incomunicabilità tra generazioni  è forse il castigo che ci spetta per non volere  fare fino in fondo  il salto quantico, il salto  dentro al futuro, con gli occhi di chi lo ha davanti tutto da vivere. Ho scritto questo pezzo perché spero davvero di non fare il loro stesso errore, spero di non macchiarmi di una colpa che non riesco a perdonargli, quella di non sapere accettare la finitudine della vita che porta alla cancellazione del diritto allo  spazio della vita di chi verrà dopo di noi.

Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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Gli ultimi cinque minuti
…un racconto

Gli ultimi cinque minuti
Un racconto di Carlo Tassi

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
S’accettano scommesse!

Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
e non vede niente.
Denti finti, cariati, turati,
sorrisi dipinti, mascherati.
L’aria è saccente, l’alito pesante.

Pioggia acida nel cervello.
Apro l’ombrello, stringo il cappio al collo.
Questo mondo non m’appartiene.
Solo avvoltoi, sciacalli e iene.

Come un salto senza rete,
niente più fame né sete.
Finisce l’inganno totale,
dalla nascita al funerale.
Poco male.

Sarà la storia che mi compete,
e mia soltanto l’eterna quiete.

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

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Oltre la porta chiusa
…un racconto

Oltre la porta chiusa
Un racconto di Carlo Tassi

Attraente mostruosità il desiderio e la paura di sapere.
Oltre la porta chiusa, una luce sconosciuta o soltanto il buio.
Il buio che ci segue, che ci accompagna, che ci aspetta. Eternamente presente eppure inaccessibile.
Del resto cos’è mai la luce se non una piacevole menzogna?
Una bugia data in pasto agli occhi, interpreti speranzosi di messaggi illusori… i colori.
Vibrazioni elettromagnetiche. Particelle invisibili. Energia in eterna ebollizione.
Sotto la pelle, dentro i nostri sogni, negli spazi infinitamente piccoli e negli sconfinati spazi aperti.

Non c’è mai stata ragione di vedere l’incomprensibile quando lo si può immaginare.
Forse l’unico rifugio è la follia… la sola, vera arma della mente.

Ho varcato la porta.
Sono ore che cammino nel buio. Davanti a me il fascio della torcia rivela un percorso ad ostacoli tra ammassi di rottami e rifiuti maleodoranti. È necessario avanzare con cautela. Il silenzio è rotto dall’eco dei miei passi e da un costante rumore di gocce che cadono un po’ dappertutto.
È bastato un attimo di distrazione e quasi cado inciampando contro qualcosa. Punto la torcia in basso e vedo un mucchio di stracci sudici: è un uomo!
È rannicchiato lungo la parete del tunnel, con le spalle e la testa coperte da un cartone, e pare stia dormendo. L’urto del mio piede lo sveglia e con uno scatto si leva a sedere appoggiando la schiena al muro.
È a questo punto che la luce della mia torcia gli illumina il volto, o meglio, quel poco che ne rimane…
Lo vedo e non posso far altro che distogliere subito lo sguardo. È orribile!
Un indicibile terrore comincia a impossessarsi di tutti i miei sensi. Avevo già provato qualcosa di simile in passato, ma stavolta è più intenso, straziante. Per poter restare lucido devo attingere agli ultimi barlumi di ragione che ancora conservo, solo così posso impedirmi di fuggire in preda alla pazzia.
Il volto, dal mento in su, è ridotto ad uno squarcio dal quale si distinguono chiaramente rimasugli di cervello, brandelli di pelle e ossa frantumate. Occhi, naso e bocca sono spariti. Sul mento vedo, in un groviglio sfilacciato di carne e nervi sanguinolenti, la lingua e, attorno ad essa, i pochi denti rimasti della mandibola.
Ai lati di questo scempio restano un paio d’orecchi penzolanti e qualche ciuffo di capelli intriso di sangue raggrumato a testimoniare che un tempo questa era stata la faccia di un uomo.
Quest’uomo che non riesco a guardare s’inginocchia e m’afferra un braccio con entrambe le mani, come per implorare. D’istinto tento di liberarmi. Poi sento un suono angosciante provenire dalla sua gola e vedo chiaramente la lingua vibrare in quell’assurda cornice di carne straziata. Questo poveretto senza più la faccia cerca di parlarmi e, nel farlo, posso avvertirne lo sforzo indicibile e doloroso.
Ma la visione grottesca del suo volto maciullato, se pure orribile, è nulla paragonata al suono gorgogliante e metallico delle corde vocali immerse nel sangue.
Eppure, il terrore che mi ha sconvolto fin da subito si trasforma in pietà. E di fronte a tanto dolore mi pervade un senso di vuoto assoluto, disumano, che mi fa sentire impotente, del tutto inadeguato, incapace di reagire.

Avevo fatto il mio primo incontro, oltre la porta chiusa.

Adagio in Sol minore (Remo Giazotto, 1958)

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bambola triste

GUERRA. GLI OCCHI SPENTI DEI BAMBINI

 

Io odio la guerra, mi fa paura, toglie a tutti dignità. La definizione “crimine di guerra” non so chi l’abbia inventata ma la trovo assurda, è la guerra in sé che è un crimine. Lo è sempre. Bombardare un ospedale è un “crimine di guerra”? Sicuramente sì. Mandare al massacro migliaia di giovanissimi soldati è un “crimine di guerra”? Altrettanto sì. È una definizione che eviterei di usare, sembra fatta apposta per sancire una separazione fra un orrore giustificato e uno da condannare.

L’orrore è orrore per tutti, come la morte è morte per tutti. Una persona giovane è una persona giovane, un bambino è un bambino, un morto è un morto, maschio o femmina, piccolo o grande, non so che differenza faccia. Non so perché e quando la dovrebbe fare. Non so a chi possa servire questa distinzione tanto fittizia quanto fasulla.

Tutto ciò che noi chiamiamo guerra è anche un “crimine di guerra”, inutile cercare percorsi definitori poggianti su premesse false. “Guerra” e “crimini di guerra” sono di fatto due sinonimi, due parole orribili e nefaste che hanno accompagnato la vita dell’essere umano da quando è comparso sulla terra e che testimoniano quanta cattiveria sia insita in questo homo sapiens che di sapiens ha solo la presunzione di definirsi tale.

Ogni volta che una persona viene uccisa, che una vita viene spezzata, che un bambino resta orfano, un giovane vedovo, un anziano solo come un cane, vedo la guerra. Il suono della parola guerra è orribile. Un sibilo violento e metallico che squarcia il cielo e impedisce alle nuvole di continuare ad essere bianche. Le fa diventare rosse di sangue e nere di odio in un batter d’ali. La guerra sa di bruciato, puzza di carne umana cotta, di sangue che riempie i canali di scolo e li trasforma in tombe. La guerra è una parola che porta con sé molta disperazione.
Non ci sono attenuanti per chi la fa, come non ci sono per tutti coloro che la potevano impedire e non l’hanno fatto.  La guerra si porta dietro un carico di terrore e sofferenza inaccettabili, interrompe la vita di chi muore e rovina quella di chi resta, per sempre.

Ogni volta la storia si ripete, ogni volta le armi sono più distruttive perché più precise e sofisticate. Individuano il ‘nemico’ e lo massacrano, non resta nulla, forse qualche brandello di una divisa che sembrava bella, che avrebbe potuto fare colpo su quella ragazza brava a scuola a cui pensavano tutti e che nel frattempo è morta anche lei dilaniata da una bomba, esplosa nella sua macchina, raggiunta da un proiettile vagante, morta in un sotterraneo mentre con la testa sotto il cuscino cercava di non sentire le sirene.
La guerra è questo, è la morte sulla terra. È la perdita di ogni speranza, è l’abdicazione dei nostri sentimenti più nobili alla brutalità e alla ferocia condensate dentro la vita come l’antimateria in un buco nero.

Tutto quel sangue rosso come il fuoco e viscido come un albume colorato è ciò che ci tiene in vita, la nostra linfa, il nostro nutrimento, il nostro giorno e la nostra notte. Senza sangue il cuore non pompa più, si ferma e si addormenta nel suo dolore. La morte di un cuore è la morte della persona che lo ospita. La morte di tanti cuori è una catastrofe umana. È la fine della nostra dignità.

Dopo la guerra non resterà pace a chi la guerra ha voluto, né a chi l’ha subita. La parola pace diventa una parola vuota perché non può più nutrirsi di buoni ricordi ma di orrore. Diventa un coccio pieno d’aria, una noce senza gheriglio.
Non si instaura la pace dopo la guerra, perché nessuno sa più cosa sia, né dove la si possa trovare. Si perde la bussola, la strada maestra verso la civiltà. L’odio per le vite spezzate e rubate al loro tempo non riesce a comprendere alcun tipo di pace se non attraverso un percorso catartico lungo, accidentato, non alla portata di tutti.
Resta il dolore. Un dolore che grida forte e che sovrasta tutto: i buoni pensieri, l’aria leggera, gli occhi trasparenti dei bambini.

Negli occhi trasparenti dei bambini non esiste la consapevolezza della guerra. Forse è proprio per questo che sono trasparenti. Negli occhi trasparenti dei bambini c’è la voglia di giocare, di crescere e di vivere.
La guerra li rende improvvisamente opachi, non brillano più. I bambini “in guerra” hanno gli stessi occhi opachi dei vecchi, la stessa malinconia, la stessa indifferenza. Non vedono più niente di bello, ciò che era bello non esiste più. Gli occhi dei bambini “in guerra” non vedono l’amore perché l’hanno perso, non vedono la pace e non vedono alcun perdono. Gli occhi dei bambini “in guerra” non vedono l’alba azzurra, le nuvole bianche, il sole che spunta da laggiù e scalda il cuore. Sono occhi abituati al rosso, al nero, al viola, alla morte e non brillano più.

Negli occhi trasparenti dei bambini ci sono tutte le nostre speranze e tutto il nostro futuro, senza quegli occhi possiamo morire tutti perché tanto non cambierà più niente, il sole non brillerà, l’erba non sarà più verde e il cuore non trionferà. Togliamo ai nostri bambini la vita e nessuno ce lo perdonerà, nemmeno noi riusciremo a perdonarcelo. Senza perdono non c’è pietà, non c’è speranza, si perde la strada della verità.

Interminabili frotte di uomini vanno verso l’ignoto, camminano abbracciati e persi su strade di cemento e ghiaccio. Vanno verso ciò che li salverà dalla guerra e in cambio regalerà loro la tristezza sulla terra. Senza patria, senza casa, senza speranza e senza un ritorno. Un passo dopo l’altro, un sospiro dopo l’altro, uno sguardo dopo l’altro, cento sguardi, mille sguardi, infiniti sguardi che sanno di dolore e dentro i quali si possono specchiare gli sguardi di tutti.

Mi chiedo se per tutta la gente che scappa e si muove raminga sulla faccia di questa brutta terra, che vista dall’altro sembra un’oasi azzurra e verde e vista da quaggiù sembra un mostro di cemento, potremo fare qualcosa, aprire le nostre case, dare a loro il pane. Ma questo basterà per togliere l’orrore dai loro occhi, il ricordo dell’odore del sangue e dei morti per strada?
Basterà per farci sentire migliori e non attanagliati dalla consapevolezza che la guerra è una sconfitta di tutti? Di questa povera umanità che arranca e arranca e arranca.

La Prima Guerra Mondiale è stata un tragico esperimento naturale: durante il conflitto la psichiatria moderna ha acquisito per la prima volta la consapevolezza che lo stress della guerra può arrivare a fare impazzire i soldati. Gli inglesi l’hanno chiamata shell shock , da noi era il vento degli obici: era la malattia nata sui campi di battaglia e nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
I soldati colpiti da questa sindrome allora misteriosa avevano una varietà incredibile di sintomi: palpitazioni, paralisi o tremori in tutto il corpo, incubi, insonnia; a volte smettevano di parlare. Alcuni sembravano perdere il senno per sempre, altri recuperavano dopo un periodo di riposo.[Vedi qui]

Una possibilità per dimenticare la guerra è la follia. Il rifugio in quei mondi inventati dove c’è spazio per fare ciò che si vuole, tornare a casa, riaprire la porta, guardare il vaso di fiori sul tavolo e pensare: “Questa primavera è proprio bella. Le violette hanno sparso profumo per tutta la stanza.”.
La follia permette di ritrovare l’amante morto sotto le bombe, di nuovo vivo, in una nuova dimensione dove esistere, navigare sopra una canoa di bambù e arrivare in un bel posto, sopra l’acqua e sotto il cielo come esige una vita sana, come promette l’aldilà.
La follia fa risuscitare i morti, li depone in un vaso di cristallo da cui escono di notte come spiriti famelici che danzano con chi li ama e per sempre li custodirà.
La follia permette di portare ogni mattina a scuola i bambini mentre loro sono sepolti, chiusi in una cassa, avvolti di terra e mangiati dai vermi.
La follia permette una nuova vita a chi vita non ha più.
Ho sempre avuto pietà per la follia, per chi non ha potuto stare tra noi perché lo starci era impossibile, perché la sofferenza era troppa, perché la solitudine uccide tutti, un po’ alla volta, un po’ al giorno, un po’ in tanti giorni e alla fine per sempre.

Non voglio abituarmi alla guerra e non voglio che nessuno si abitui.
Guadate l’orrore e indignatevi tutti i giorni, tutti i minuti della vostra vita, ogni attimo, ogni sospiro. Un bambino morto è la fine dell’infanzia, di tutte le infanzie possibili.

E ci ritroveremo come le star, a bere dell’whisky al Roxy Bar … (Vasco Rossi). Già, ci ritroveremo come delle vecchie star con gli occhi pieni di orrore, con le mani fasciate, i denti rotti, i capelli bruciati, gli occhi spenti e il dolore nel cuore. Questa è la guerra, questo è ciò che ci lascia. Penso che solo un folle possa affrontare tutto questo per il suo bene, per quello della sua famiglia, della sua nazione.
Non esistono beni che si nutrono di guerra, non esistono speranze per chi ammazza, per chi toglie la vita a chi è piccolo e a chi gliel’ha donata. Non c’è rimedio né pietà per chi fa la guerra, non cambia nulla che sia bianco, rosso o verde, povero o ricco, sano o folle, che abbia o non abbia delle giustificazioni, che creda di non avere alternative. Non c’è nessuna giustificazione possibile e senza giustificazione è difficile trovare la pietà.

L’uomo del fiume
…un racconto

L’uomo del fiume
Un racconto di Carlo Tassi
dedicato a Nick Drake

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Nuvole sparse all’orizzonte.
Tre gabbiani intrecciano ricami nel basso cielo.
L’acqua scorre come il tempo,
dalle montagne al mare,
ininterrottamente, eternamente.
La vita insegue, come sempre,
da un passato di ricordi
a un futuro di speranze e delusioni.
In mezzo solo dolore e gioia:
la vita non s’accorge di vivere.

L’uomo del fiume arriva al mattino presto,
si siede sulla riva e s’accende una sigaretta.
Fuma lento, guarda la corrente e aspetta.
L’aria è leggera, come i pensieri, come il vento.
L’uomo del fiume è alla sua quinta sigaretta,
unghie e barba ingiallite.

È mezzogiorno.
Un magro bottino di pesce per la sera,
quattro bocconi di pane e formaggio,
e un bicchier di vino.
Poi di nuovo sulla riva
a guardare il tempo scorrergli davanti,
spumeggiante, indomabile, indifferente.

Il giorno è passato,
come altri mille e mille ancor prima.
Altri giorni passeranno
nell’attesa che qualcosa succeda.
Perché qualcosa dovrà succedere
prima o poi.

Ma l’unica certezza è nell’acqua
che scorre e non si ferma.
L’uomo del fiume allunga una mano,
la immerge nella corrente,
sente il tempo scorrergli tra le dita,
cerca d’afferrarlo ma gli sfugge.

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Non può fermare il tempo.
Tra le ombre della sera osserva la corrente
che muove il mondo e decide.

Il fiume gli ha dato tanto
e gli ha tolto tutto:
una vita di attese,
le ceneri della moglie,
un figlio troppo acerbo,
adorato e scomparso
dentro un vortice al largo.

È mezzanotte.
Un passo oltre il pontile,
un tuffo nel buio,
un abbraccio gelido e avvolgente…

L’uomo del fiume ha catturato il tempo.

Nick Drake muore suicida nel 1974, all’età di ventisei anni…
River Man (Nick Drake, 1969)

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LINEA 5 – SANGUE E ACCIAIO
Una storia vera

 

Molto spesso i racconti sono frutto di immaginazione, sono pensieri collegati alla realtà, alle volte, spesso, non sono veri, vengono infarciti con dalla fantasia e romanzati ad arte dal narratore.
Questo no.

Thyssen Krupp è un gruppo industriale tedesco, con sede ad Assen. I più importanti insediamenti in Italia sono a Terni e a Torino.

Un giorno, intorno ad un tavolo ovale, il management del gigante della produzione dell’acciaio decide di disinvestire nello stabilimento di Torino. In particolare, ritiene la linea 5 non idonea a rimanere in Piemonte. Meglio trasferirla a Terni.

Le scelte delle multinazionali sono spesso discutibili, ma non ammettono discussioni.

E quindi si produce senza grossa attenzione alla manutenzione e alla pulizia. Le ditte in appalto vengono eliminate, tanto ancora pochi mesi e la linea verrà trasferita. Gli operai lo sanno, protestano, ma il ricatto del quindici del mese è troppo importante, il mutuo, l’affitto, la scuola dei ragazzi, la salute, le bollette, la spesa, non si pagano da sole.

Sono mesi che si toglie, sono mesi che i livelli minimi di sicurezza calano a vista d’occhio. Gli estintori vengono sostituiti tutti, meglio optare per un estinguente a CO2 rispetto ad uno a polvere, in caso di utilizzo sporcherà meno il prodotto. Abbiamo fretta, non possiamo perdere tempo a pulire i fogli di acciaio.

Sotto alle linee dei nastri trasportatori i bacini di contenimento traboccano di olio idraulico, ma chi doveva pensare allo svuotamento? Le ditte in appalto, che non ci sono più. Non ne abbiamo bisogno, fra qualche settimana smonteremo tutto, abbiamo fretta.

I pulsanti di arresto di emergenza dislocati ogni dieci metri di linea sono stati bypassati, se li spingi non funzionano. Ma perché, chi l’ha deciso? I capi. Non è che si può interrompere il flusso ogni tre minuti perché un coglione si diverte a spingere il fungo. Ma poi è vero che alcuni pulsanti, a livello progettuale sono stati debitamente installati ma non funzionano da sempre? Mah, così si dice.

Tutta quella carta ammassata in impianto andrebbe smaltita, è fonte di innesco, ed è pure unta. Ci penseranno le ditte in appalto. Ah già, gli abbiamo tolto i contratti di manutenzione; dai, manca poco.

Li avete visti i nastri trasportatori? Nessuno li registra più, carichi con i fogli di acciaio, sbarellano da tutte le parti, alle volte fanno attrito con le travi di sostegno e producono scintille. Qualche volta capita, non sempre, che si appiccano piccoli incendi. Ma i ragazzi sono bravi e con un paio di estintori a testa li spengono. Succede quasi tutte le notti, non è un pericolo, è tutto sotto controllo. Ci sono però delle volte che uno prende in mano un estintore e lo trova vuoto, la ditta che fa le ricariche non riesce a mantenere il ritmo di riempimento, occorre chiamarla, alle volte arriva dopo due giorni, insomma sono tanti gli estintori scarichi.

La notte tra il cinque e il sei di dicembre del 2007, in turno ci sono otto operai. Otto tute blu, otto storie diverse, otto colleghi, forse amici. E’ passata da poco la mezzanotte e la linea 5 ricottura e decapaggio è stata riavviata, come sempre scodinzola un po’, si vede che i tiranti dei nastri sono lenti, mannaggia a loro. Ecco che nel trasporto delle lamine di acciaio, lo strusciamento contro le colonne fa le solite scintille. Ecco che parte la rottura di coglioni, l’incendio. Provano a spegnerlo, qualche estintore non funziona, gli altri a CO2 hanno un basso potere estinguente. C’è fermento tra gli operai, uno corre in sala quadri, avverte gli altri. Nel PLC che controlla la linea non esiste un selettore a chiave che interrompa il flusso, anzi sì, ci sarebbe una sequenza alfanumerica che impostandola blocca i nastri, ma nessuno la conosce, è troppo lunga.

L’incendio aumenta, uno dei ragazzi è pronto con la manichetta, uno prova ad aggredire l’incendio da dietro con un estintore mezzo vuoto. I circuiti idraulici si surriscaldano, un tubo cede, comincia a sputare olio sopra la carta di protezione già in fiamme, i bacini di contenimento dell’olio prendono fuoco poi, in un attimo, l’inferno. Gli otto operai vengono investiti da lingue di fuoco che li risucchiano, li accartocciano.

  • Antonio
  • Roberto
  • Angelo
  • Bruno
  • Rocco
  • Rosario
  • Giuseppe

Antonio muore subito, Giuseppe dopo tre settimane, gli altri dopo ore o giorni.

Solo Antonio B. si salverà. Qualche ustione, prognosi di alcune settimane.

Gli altri? Carne offerta sull’altare del capitale. Nessuna sfortuna, nessun caso, nessuna sorte avversa.  E’ come sparare bendati al gioco dell’orso, nelle giostre di quaranta anni fa. Ad ogni colpo l’orso passa indenne, ma poi, continuando a sparare, sparare, sparare, l’animale a un certo punto alza le zampe e cade a terra.

La Corte d’Appello di Torino condanna i dirigenti del colosso industriale per omicidio colposo. Il primo grado non riconosce l’omicidio volontario. La freddezza dell’esecuzione rimane. Ci sarà un risarcimento. Ma un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico, non hanno prezzo. Il sangue su quell’acciaio non sarà mai lavato.

Omaggio a Lina Wertmuller … ricordando Mariangela Melato

 

Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Espanol, nota come Lina Wertmuller, nata da una famiglia di antiche origini svizzere, una donna forte, curiosa, rivoluzionaria, caparbia, diretta, in parole povere una Grande Donna, simbolo di emancipazione e genio artistico.
Genio creativo che ha segnato la strada del cinema anche al femminile. Libera e femminista a modo suo, era solita dire: “Mi sono sempre fatta rispettare, volevo fosse così per tutte”. Raccontava di essere stata una studentessa ribelle e poco incline alla condotta, indole che la portò ad essere cacciata da ben 11 scuole prima di iniziare gli studi teatrali all’età di 17 anni.
La morte non la spaventava, ed era solita affermare nelle interviste: “Un giorno o l’altro morirò e non mi preoccupo. Mal che vada mi farò un gran bel sonno. Se in paradiso si dovesse stare da soli, preferisco non andarci”.
Determinante, nella sua vita artistica, per sua stessa ammissione, fu, nella sua fase iniziale, la collaborazione con Federico Fellini nella Dolce Vita e in Otto e mezzo.
In seguito il suo cinema si mostrerà ribelle, provocatorio, vivo, brillante, spesso immerso negli squilibri della società, ironico, allegro, imprevedibile e anarchico. A questo proposito mi è d’obbligo ricordare il Film d’Amore e d’Anarchia, ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973). La Wertmuller racconta che: “La storia mi era venuta in mente leggendo le notizie sulla stampa dei primi terroristi. Ragazzi e ragazze che pagavano con la vita le loro idee. Se ne parlava paragonandoli ai criminali ma io volevo capire meglio. Mi misi a studiare la storia dell’anarchia. Le storie degli anarchici italiani mi fecero conoscere l’antica radice che l’anarchia ha avuto in Spagna e nel nostro Paese, in particolare in alcune regioni, come Puglia e Toscana. Così nacque la storia di Tunin, contadino lombardo-veneto, innamorato delle idee di un vecchio anarchico ascoltate fin da bambino davanti al focolare, “gli uomini tutti uguali e liberi, come Dio ci ha creato”. Quando vede il suo vecchio amico anarchico ucciso con quattro schioppettate dai carabinieri, decide di sostituirsi a lui e di andare ad uccidere Mussolini.
L’anno dopo (1974) un altro capolavoro di successo, ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto’, dove si intrecciano, tra Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, protagonisti di alcuni tra i film centrali della Wertmuller, un doppio conflitto di cui alla fine è difficile stabilire il vincitore: la lotta di classe e la guerra tra i sessi; il marinaio comunista e la donna in carriera, dirigente aziendale, che il destino fa ritrovare naufraghi su un gommone e in seguito su un’isoletta deserta, dove i loro mondi si scontrano e diventano battaglia, guerra, e alla fine amore.
E’ doveroso citare un altro capolavoro, ‘Pasqualino Settebellezze’, una visione catastrofica totale della sovrappopolazione. Di seguito la regista affermerà: “Mi fa piacere che le mie storie siano amate da milioni di persone perché fanno piangere, ridere e commuovere. E poi, questo film, mi ha fatto entrare nel Guinness dei primati”. Con quattro candidature all’Oscar, Lina fu la prima donna ad essere candidata come miglior regista.
Lina Wertmuller, in questi giorni ha raggiunto la sua adorata attrice e amica Mariangela Melato, scomparsa nel 2013 a soli 71 anni. Si conobbero negli anni ’70 grazie allo scenografo Enrico Job, marito di Lina. Riguardo a quel primo incontro, la regista afferma: “La giovane Melato mi piacque immediatamente per la sua bellezza e per il talento, grande attrice dalla rara intelligenza”. Mariangela, un’attrice indimenticabile ed elegantissima, capace di passare con disinvoltura attraverso tutti i personaggi, da quelli comici a quelli tragici.
Due donne indimenticabili Lina e Mariangela, che hanno saputo raccontare e interpretare con ironia i conflitti sociali, i sentimenti e i temi caldi del nostro Paese, passato e presente.

Natale altrove
…un racconto

Natale altrove
Un racconto di Carlo Tassi

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

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PER CERTI VERSI
Si è buttato sotto il treno

SI E’ BUTTATO SOTTO IL TRENO

Si è buttato sotto il treno
Nella morte più disperata
Che straccia
La vita di un giovane
Con un viso
Da cerbiatto
Diciotto anni
Di insulti
Di chissà quali
Colpe ingoiate
Nella più sola innocenza
Di essere gay

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Abbiamo perso prima di tutto un poeta

 

È inutile girarci troppo attorno ma a ‘sto giro è davvero il caso di prendere in prestito le parole di Moravia al funerale di Pasolini.
Anche se l’hanno fatto cani e porci, ci tengo comunque a dire che non sono probabilmente la persona più adatta per lanciarmi in giudizi sui testi di Franco Battiato.
Di una cosa però sono sicuro: il suo pionieristico lavoro di inizio carriera sul poderoso sintetizzatore VCS3 è certamente roba degna della miglior poesia.
Non posso nemmeno dire di essere un conoscitore di tutta la vastissima opera di Battiato.
Ma di un’altra cosa sono sicurissimo: tutti i dischi suoi che ho sentito mi hanno fatto sbarellare come pochi altri dischi.
Dalla fase “sperimentale” alla fase in cui il nostro si butta sul pop io son sempre cascato non bene ma benissimo.
Il mio parere poi è decisamente poco autorevole – per non dire irrilevante – quindi mi pare il caso di chiudere queste umili righe con le parole di colui che è unanimemente considerato il più autorevole critico musicale a livello internazionale, il buon vecchio Simon Reynolds:
Battiato’s native status as a seer to be taken seriously is a bit beside the point for non-Italian listeners, given the language barrier.
But even responding purely to the sonic surface, the mixture in Battiato’s music—especially evident in these early albums—of playful mischief and questing passion is captivating.
Quindi grazie di tutto al Maestro e via con il pezzo della settimana, preso direttamente da uno di questi “early albums” a cui si riferiva l’esimio sig. Reynolds.

Propiedad Prohibida (Franco Battiato, 1974)

LA PAURA NERA:
una strega che ci ruba l’umanità

Avevo sempre ammirato l’opera di Simone Baschenis con distacco artistico. Ora la sua Danza Macabra, che campeggia sulla parete sud della chiesa cimiteriale di S. Vigilio a Pinzolo, assume un’altra dimensione. Da quando frequento la val Rendena non ho mai mancato l’occasione per tornare a rimirarla. Oggi, che la Morte e il Tempo sono la sola cosa che renda tutti uguali, ce lo ricordano quotidianamente i bollettini con cui contiamo le vittime di questa pandemia. Sembrava appartenere al pennello dei Baschenis, alle narrazioni dei loro affreschi, invece accompagna i nostri giorni, non con le rappresentazioni pittoriche di scheletri e di falci, ma con i dati statistici e la traduzione iconografica che ne fanno i mass media. Baruch Spinoza scriveva nella sua Etica: “Ciò a cui l’uomo libero pensa di meno è la morte, e la sua saggezza si esprime nel meditare non sulla morte, ma sulla vita.”

È evidente che, costretti a ragionare di morte, abbiamo perso in libertà e in saggezza. Per il Censis siamo nell’anno della ‘paura nera, meglio sudditi che morti, mentre il sistema paese è una ruota quadrata che non gira. Ciò che prima era tondo ora si è fatto spigoloso, neppure la paura è quella di prima, è così nera da essere panico, da produrre i suoi malefici, come le paure delle fiabe nella nostra infanzia.
Sgomento, terrore, angoscia, la paura ha tanti nomi e tante facce. È un’emozione forte, potenzialmente vitale e sana, ci aiuta nei momenti di pericolo. Quest’anno invece ci ha precipitati nel nero delle tenebre, che sono più buie del buio. Senza vie di uscita, ci paralizza, ci toglie il fiato, blocca e ostacola il nostro naturale sviluppo.

Non è la paura di Antonio Albanese, che per la prima volta vestiva i panni del Ministro della Paura nell’ottobre del 2008, ospite della trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa. Neppure quella di dieci anni dopo del libro di Antonello Caporale: “Matteo Salvini. Il ministro della paura”.
È la somma di tutto questo e molto di più. È la Monarchia della paura, come titola l’ultimo lavoro di Martha Nussbaum. La paura  spesso mescolata a rabbia, colpa e invidia. L’ira e la rabbia incontrollata hanno preso il posto dell’Italia del rancore del Rapporto Censis del 2018. Scrive Martha Nussbaum nell’introduzione al suo libro: “La paura troppo spesso blocca la deliberazione razionale, avvelena la speranza e impedisce la cooperazione costruttiva per un futuro migliore”.

Con la paura l’intera macchina del pensiero va in panne, la negazione prende il sopravvento e la politica stessa si fa politica della negazione, della proibizione, dell’imbrigliamento. Prende i sopravvento il lutto, il dolore di aver perduto la libertà e le possibilità di prima. La paura è sempre quella che abbiamo sperimentato dall’infanzia, la paura di perdere l’oggetto d’amore, per dirla con Freud, dove l’oggetto d’amore non è il grembo materno ma la nostra vita, la nostra vita di sempre. È questa forse la vera infantilizzazione, di cui La Stampa ha scritto, l’infantilizzazione delle nostre esistenze.

In meno di un anno oltre un milione e seicentomila decessi per Covid-19 nel mondo, donne e uomini che se ne sono andati, per ognuno di noi anonimi, salvo per i loro cari.
Poi muore un calciatore, Diego Armando Maradona e il mondo si mobilita per celebrare il ‘niño de oro’. Li Wenliang, morto in corsia d’ospedale, chi lo ricorda più? Nessuno. Il medico cinese ‘eroe’, che a dicembre del 2019 per primo diede l’allarme del Coronavirus e non fu ascoltato. Se gli si fosse dato retta, forse oggi racconteremmo un’altra storia. Invece la regressione infantile prende le forme dell’ondata di popolo che invade le piazze a piangere il mito del panem et circenses dell’industria calcistica mondiale.

Così che le morti non sono tutte uguali. Fisicamente tutti gli uomini devono morire, ma certuni, definiti ‘grandi’, possono sopravvivere nella memoria dei loro successori. Avere una seconda vita, oltretombale, durare finché esisteranno persone dotate di memoria. Il problema è l’ordine di grandezza che l’esorcizzazione della paura non consente di cogliere, tanto da abbandonarsi a riti  collettivi che appaiono più tribali che razionali.
Non dico che si debba essere dell’opinione che Platone pone in bocca a Socrate: “l’anima al divino, all’immortale […] è simigliantissima”, per cui “alla natura degli dèi non è lecito giungere a chi non abbia esercitato filosofia […] a nessuno è lecito se non al filosofo”. Ma non scadere neppure nell’indifferenza fino alla dimenticanza di chi veramente merita questo genere di immortalità, non farci sorprendere da un’altra malattia, che rischia da tempo d’essere più radicata del virus: la perdita di umanità.

Sentirsi impotenti, senza controllo sulla propria vita non giustifica d’abbandonarsi a riti catartici collettivi, semmai usati dalla politica e dall’informazione come distrattori, come stanze di compensazione dove scaricare le emozioni, l’ira e la rabbia.
C’è una filastrocca dei tempi della Melevisione dal titolo Filastrocca della paura nera, che potrebbe aiutarci a combattere il rischio di infantilizzazione. Sostanzialmente insegna ai bambini, ed ora agli adulti, che la paura nera è una strega, che fa dire le bugie, che addormenta e impietrisce, rende ciechi e intontisce.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

PER CERTI VERSI
Il sonno è fatto

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CARO CLAUDIO

Caro Claudio
Medico di famiglia
Amico e terapeuta
Non me lo cavo dalla testa
Che la cosa più dura
Se ne esci
Sia fare i conti
Con ciò che resta
La paura

IL SONNO È FATTO

Il sonno è fatto
Per chi sta bene
Quando ti crivellano la mente
I colpi del dolore
Non vorresti altro che sparire
Volere insieme
Vivere e morire

PERCHÉ

Perché
Me lo sono chiesto
Tante volte perché
Proprio a me

DI MERCOLEDÌ
La misura della maturità

Proprio ieri ho fatto visita a una signora più grande di me di qualche anno che vive sola in una grande casa dalle finestre perennemente chiuse. La sua giornata trascorre così, tra studio, lettura e tanto computer. Ha un indubbio carisma e una sofferta maturità. Mi ha parlato a lungo di questi suoi ultimi anni pieni di dure prove, dei lutti di tutti i suoi famigliari. Ha detto di essersi smarrita in un lungo cammino buio, ma ora si sente di nuovo libera nello stare con se stessa e sul suo volto ancora bello ed espressivo ho letto in effetti un messaggio sereno. Poi, prima di addormentarmi alla fine della giornata ho voluto aprire il mio nuovo libro. L’ho fatto con delicatezza perché non è mio, ma è il prestito di un amica. L’ho fatto perché molti libri hanno le ali e non vanno spezzate.

Che inizio. Ho ritrovato immediatamente lo stile dell’autore che leggo da anni, le frasi ben scandite  che seguono i pensieri del protagonista e li fissano con precisione semplice. L’autore è Gianrico Carofiglio, il protagonista è l’avvocato Guido Guerrieri, il romanzo ha per titolo La misura del tempo ed è arrivato secondo alla edizione più recente del Premio Strega.

Ci sono giornate in cui i fatti che accadono e le sensazioni che si provano sono tra loro in armonia. Ieri è stato così: la lettura serale mi ha portato di nuovo a riflettere sulla nostra maturità di uomini e donne della seconda età.
Ho letto solo le prime ventidue pagine, per cui mi accingo a scrivere eccezionalmente di un romanzo che non ho ancora letto. Però l’esperienza di vita dell’avvocato Guerrieri si è già accampata nel libro e mi ha dato spunti preziosi per misurarmi con lui.

La nuova cliente, che egli riceve alla fine di una lunga giornata di lavoro, non è una persona qualsiasi, ma una donna con la quale molti anni prima ha avuto una relazione piuttosto intensa, anche se è durata solo alcuni mesi. Quando lei entra nello studio c’è l’impaccio del ritrovarsi dopo un così lungo intervallo e dopo tante esperienze di vita. Se accadesse a noi che leggiamo, non potremmo che dare conferma di ciò che accade a Guido e Lorenza: lui riconosce lei a fatica, lei lo trova molto simile al Guido giovane, ma si salutano entrambi con un gesto goffo. Lei gli dice sinceramente che non lo trova cambiato, lui sa evitare di dirle la stessa frase che risulterebbe formale se non addirittura insincera. Perché lei porta male i suoi 57 anni ed è lì per un problema serio che riguarda il figlio e che aggiunge altri anni alla pelle del suo volto.

Nel corso della giornata, prima di questo appuntamento delle 19, Guido ha incontrato per caso un amico, Enrico, e l’ha trovato estremamente provato dalla morte della madre. Anche un mio amico ha perso la madre nel mese di giugno e ora sta faticando a riprendersi. Quanto a me, ho perso madre e padre da molti anni ormai, come Guido Guerrieri. Bene, siamo tutti dalla stessa parte: narratore, personaggio, lettrice (e lettori). Leggo il resoconto che Enrico fa a Guido della scomparsa della madre e sento che mi emoziono e mi scompongo; Guido dice di avere avvertito “come un pugno alla bocca dello stomaco” e credo usi le parole giuste anche per me. Perché sono parte in causa e anch’io mi libero, sentendo dire da Enrico che è una prova durissima quella di assistere un genitore nei suoi ultimi mesi e giorni, quella che a volte ci ha fatto esasperare e talvolta abbiamo risposto con asprezza o con insofferenza a una delle  persone più care. Enrico dice che questo comportamento ci toglie la “dignità”, io non lo penso: nei brevi momenti in cui è toccato a me ho sentito di smarrire semmai  la mia identità, sperduta in uno spazio senza confini e senza leggi. L’ho chiamata “la terra di nessuno”, anche perché non si lascia governare da alcun principio razionale ed è lei a impadronirsi del nostro smarrimento e di noi, a tratti. Ci rende insensibili, quasi dovessimo metterci in salvo dalla spirale della malattia e della fragilità.

Guido ha invitato Enrico a prendere un caffè e ha ascoltato il suo sfogo. E’ un atteggiamento che mi pare misurato, che soccorre nel modo più naturale l’amico. Enrico ha bisogno di buttare fuori dolore, sgomento e delusione di se stesso. Non servono donchisciottismi, basta esserci nell’istante giusto, prima di tornare ognuno alla propria vita e alla propria identità.

Da ultimo, ma per ventidue pagine può bastare, l’inventario. Spinto dai discorsi di Enrico, Guido ripensa a sua volta ai propri genitori e in sole tredici righe fa un bilancio preciso di quello che gli hanno lasciato. Anche qui mi sono scomposta. So bene cosa hanno lasciato a me i miei genitori, non so se saprei esprimerli in così poche parole, con nettezza. Tento di occupare le righe del libro con il mio elenco, come se provassi a sovrapporre la mia mano a quella del narratore. L’operazione mi sta riuscendo abbastanza bene: nelle due liste sono compresenti “onestà” e “rispetto per gli altri”. Nella lista di Guerrieri segue l’”amore per le idee”, nella mia metto l’amore per la creatività e per la sana adesione a se stessi. Quanto al “bisogna sempre sbrigarsela da soli” mi discosto un po’: se Guido fatica ad accettare aiuto dagli altri, credo di essere diventata meno rigida di lui nel tempo, con tutta la collaborazione di cui ho goduto nella mia professione di docente e nei rapporti dentro la mia nuova famiglia.

E’ finita una giornata vissuta in armonia. Mi sento bene, anche se il dialogo con la signora mi ha sbattuto in faccia che il dolore può farci così male e le pagine del nuovo libro mi hanno riportata alle mie manchevolezze. Mi sento al mio posto, anche se stare qui comporta avere paura e prendere la misura ai miei limiti.

Non so quali tra le infinite variabili della narrazione compariranno da pagina 23 in poi; non so intuire gli ostacoli che l’avvocato Guerrieri dovrà superare per condurre a termine il processo al figlio di Lorenza, che si presenta piuttosto difficile. Confido nella sua professionalità e nell’esperienza che ha maturato in ormai molti anni di attività come avvocato penalista. Conosce i propri punti di forza e le fragilità, sa valutare i rischi e le risorse di cui dispone; saprà ricostruire pazientemente una verità, forse dovrà scegliere tra verità processuale e verità vera, credo che come altre volte cercherà di trovare la loro migliore intersezione. E poi il finale della storia potrebbe piacermi oppure no, spesso i finali sono scontati o poco plausibili o troppo espliciti. Insomma deludono.

Tuttavia non ho scelta, sono o non sono da sempre una lettrice? E allora non posso che accettare il rischio e procurarmi il piacere di continuare a leggere.

L’estate dell’Ottanta
La vacanza, la bomba, la scelta di mio padre

Brass in pocket (The Pretenders, 1980)

Ricordo bene l’estate dell’Ottanta. La vespa comprata da poco, nel mangiacassette la musica dei Dire Straits, alla radio i Pretenders e nella testa una voglia matta di divertirmi. Ma soprattutto ricordo le lunghe vacanze tra luglio e agosto con mio cugino Gianfranco che finalmente avrebbe condiviso con me noia, divertimento e la costante ricerca d’avventura tra le spiagge di Cattolica e Gabicce. Poi ricordo un’altra cosa…

Agosto è appena iniziato. Sono circa le dieci e un quarto del mattino e alla stazione centrale di Bologna non è successo ancora niente. Niente a parte un mondo di gente che si sposta, parte e ritorna, chiacchiera e aspetta in silenzio.
Mio padre è sceso dall’espresso per Roma e aspetta quello per il mare. È contento, ha anticipato la partenza di un giorno per farci una sorpresa. Il tempo di bere un caffè, comprare le sigarette e il Carlino, e l’altoparlante annuncia l’arrivo sul binario otto dell’espresso per Bari. Ferma a Rimini e Cattolica, è il suo treno. Mio padre s’incammina a passo veloce al binario indicato, sale sulla terza carrozza, entra in uno scomparto di prima classe e s’accomoda vicino al finestrino. È una bella giornata di sole.
Io, mia madre e mio cugino siamo all’Hotel San Marco di Gabicce Mare ormai da una settimana, ignari di tutto.

Circa due ore dopo, di ritorno dalla spiaggia, vedo mio padre nella hall dell’albergo. È tutto sorridente, mi viene incontro col suo immancabile borsello a tracolla e una sigaretta accesa tra le dita. “Ciao Carlo, sono appena arrivato, dov’è la mamma?”
“Ciao papà, la mamma sta tornando dalla spiaggia… Ma non dovevi venire domani?”
“Ho finito le consegne in anticipo, così ho deciso di partire stamattina e farvi una sorpresa!”
“Vieni papà, andiamo incontro alla mamma. Voglio guardare la sua faccia quando ci vede!”

Sono le dodici e tre quarti di venerdì primo agosto. Di lì a poco, io, mio cugino, mio padre e mia madre ci saremmo riuniti a tavola sotto la veranda dell’hotel, per consumare l’ultimo pranzo spensierato di quell’estate.

Stazione di Bologna, sabato due agosto, ore dieci e venticinque del mattino…

Centotrentacinque chilometri. La mattina successiva non ricordo affatto cosa facemmo di preciso. Probabilmente ce ne stavamo tutti in spiaggia a prendere il sole e a divertirci, almeno fino a quando non sentimmo qualcuno che diceva che alla stazione di Bologna c’era stata un’esplosione. “Pare sia scoppiata una caldaia e che sia morta della gente” disse mentre ascoltava il notiziario da una radiolina sotto l’ombrellone a fianco.

Sessantacinque metri. Agostino, quarantaquattro anni, stava facendo manovra col suo taxi nella piazzola della stazione. Sentì un colpo tremendo e la macchina che sbalzò di mezzo metro in avanti. Parabrezza e lunotto posteriore andarono in frantumi e diversi frammenti gli si piantarono tra la guancia e la nuca. Agostino andò a sbattere la faccia contro il volante e si ruppe il naso. Non perse i sensi e barcollò fuori dal veicolo, si sentiva stordito, gli fischiavano le orecchie e gocciolava sangue dal mento. Si guardò attorno ma fumo e polvere coprivano tutto e gli bruciavano gli occhi. Tossiva e sputava sangue, poi riconobbe un collega che giaceva a terra davanti a lui e gli prestò soccorso.

Cinquantotto metri. Manfredo, ventun anni, stava camminando sulla banchina del primo binario con uno zaino caricato sulla schiena e un altro agganciato sul petto. Lo spostamento d’aria lo buttò a terra violentemente procurandogli un forte trauma cranico. Si svegliò al pronto soccorso del Rizzoli con un polso fratturato, una spalla lussata e un fortissimo mal di testa. Un infermiere gli disse che lo zaino gli aveva fatto da scudo impedendo che una grossa scheggia di vetro gli si conficcasse nel petto.

Quarantuno metri. Lorenzo, ventisei anni, doveva partire per Livorno dove si sarebbe imbarcato per la Sardegna. Stava in piedi sotto la pensilina della sala d’aspetto a ripassarsi gli orari d’attracco dei traghetti. Ad Alghero abitava la sua ragazza che aveva incontrato all’università. Era pensieroso, i genitori di lei l’avrebbero conosciuto soltanto al suo arrivo e si chiedeva come l’avrebbero accolto. La forza dell’esplosione lo investì solo in parte perché il muro portante dell’edificio centrale resse facendogli da scudo. Il braccio sinistro gli venne strappato da un pezzo di telaio della porta d’ingresso distrutta e volata via. Il ritorno d’aria lo risucchiò all’interno della sala già crollata seppellendolo sotto decine di chili di calcinacci e pezzi di corpi. Dopo quaranta minuti fu estratto dalle macerie ancora vivo perché il calore delle lamiere roventi gli aveva cauterizzato il moncone fermando l’emorragia. Si svegliò all’ospedale e solo allora venne a sapere d’aver perso il braccio.

Trentadue metri. Giuliana, ventitré anni, stava entrando nella cabina telefonica addossata alla parete esterna della sala d’aspetto. Voleva chiamare il suo ragazzo che l’aspettava nella casa presa in affitto a Riccione. L’avrebbe raggiunto nel primo pomeriggio e insieme avrebbero continuato la vacanza fino a ferragosto. L’esplosione proiettò la parete contro il treno in sosta sul primo binario, portando con sé la cabina e Giuliana. I frammenti della cabina attraversarono come proiettili il suo corpo asportandole parte del viso e crivellandole il torace, mentre la pedana d’acciaio alla base della cabina le amputò di netto entrambe le gambe. Quello che restava del suo cadavere fu ritrovato tra le rotaie sotto il treno investito dalle macerie.

Ventiquattro metri. Antonia, trentotto anni, era appena entrata nella sala d’aspetto e stava controllando quanti spicci aveva nella borsetta, voleva comprarsi qualcosa da leggere per il viaggio. Contò tre monete da cento lire e quattro da cinquanta, ce n’era abbastanza anche per fare colazione. Un cappuccino, due paste e un settimanale di moda. La deflagrazione provocò una fiammata che l’investì in pieno bruciandole in una frazione di secondo i capelli e i vestiti, l’onda d’urto scaraventò il suo corpo rovente contro la parete opposta frantumandole bacino, costole, cranio e spappolandole fegato e polmoni. La sua vita era cessata ancor prima di toccare terra.

Dodici metri. Giovanni, diciotto anni, era fresco di patente. Aveva appena saputo che suo padre gli aveva comprato la macchina dei suoi sogni. Era un Dyane usato color kaki, il suo regalo per il diploma. Stava tornando dalla vacanza appena trascorsa a Senigallia coi suoi amici e non vedeva l’ora d’arrivare a casa e guidare la sua prima macchina. Una lastra di vetro gli squarciò il ventre mentre alcune lattine di bibite lanciate a velocità supersonica gli sfondarono torace e cranio. Nello stesso istante la gamba destra gli venne amputata dal coperchio d’alluminio di un cestino dei rifiuti. Era ancora vivo quando cadde a terra dopo un volo di dieci metri. Giovanni giaceva immobile con gli occhi fissi al cielo, fumo e polvere gli impedivano di vedere ma forse il suo cervello era già spento. Respirò per altri otto minuti prima di morire per collasso cardiaco dovuto a dissanguamento.

Un metro e mezzo. Angela, tre anni, s’era appena chinata a guardare un insetto che giaceva morto sul pavimento in marmo della sala d’aspetto. Era la prima volta che vedeva un animale così strano e non resistette alla tentazione di prenderlo e farlo vedere alla mamma. Mentre allungò la manina per raccoglierlo, venne decapitata da un pezzo di lamiera del tavolino portabagagli che stava dietro sua madre. Una piccola parte del suo corpicino fu risparmiata dalla disintegrazione perché si trovava più in basso rispetto alla traiettoria delle schegge. Intanto pezzi di ferro, vetro, plastica, carne e ossa provenienti da tavolini, panche, bagagli e persone volavano dappertutto uccidendo altre persone e distruggendo ciò che stava intorno in un effetto domino che durò appena qualche decimo di secondo.

Mezzo metro. Maria, ventiquattro anni, s’era appena alzata dalla panca attaccata al tavolino portabagagli sul quale aveva notato una grossa valigia di stoffa. Non capiva chi l’avesse lasciata lì. Poi tutta l’attenzione si spostò sulla sua bambina che s’era chinata a raccogliere qualche schifezza dal pavimento. In un millesimo di secondo, lo spostamento d’aria produsse sul suo corpo una pressione di trenta chili per centimetro quadrato e un calore di duemila gradi, sufficienti a disintegrarla completamente. Il corpo di Maria scomparve in un attimo e risultò essere l’unico, tra i resti delle ottantacinque vittime, di cui non venne mai ritrovato nemmeno un frammento.

Ci misero una manciata di ore per capire che non era stata una caldaia difettosa a scoppiare.
Alcuni testimoni parlarono di una valigia abbandonata su un tavolino della sala d’aspetto distrutta. Altri dissero d’aver visto dei giovani lasciare la valigia e allontanarsi circa mezzora prima dell’esplosione.
Così accadde che dei ragazzi appena ventenni si sostituirono a Dio e rubarono il destino di ottantacinque persone. Ottantacinque universi di pensieri, emozioni, desideri, speranze e sentimenti distrutti. Ci vollero venticinque chili di tritolo e in una frazione di secondo quelle ottantacinque vite vennero cancellate e altre centinaia vennero stravolte per sempre.

E anche noi cambiammo. Io, mio padre, mia madre e mio cugino, protetti e timorosi nel nostro albergo di Gabicce, ringraziavamo la sorte. Lo facevamo di notte, in silenzio, fissando il buio, per tutte le notti che restarono di quella vacanza. Certo, sotto il sole i nostri umori erano altri, distratti com’erano dalla tenace spensieratezza della vita che nonostante tutto ammantava le nostre giornate. Tuttavia ci sentivamo anche noi, in qualche modo intimamente, dei superstiti, dei miracolati, degli scampati all’attentato.
Ripenso spesso a mio padre nei giorni che seguirono. Alla sua faccia quando apprese che, nell’attimo in cui la bomba scoppiò, lui avrebbe potuto trovarsi in quella sala d’aspetto, a due passi da Maria e la sua bimba di tre anni.
Sono convinto che fu il suo amore per noi a salvarlo, a fargli decidere di partire un giorno prima per la voglia di passare più tempo con la sua famiglia.
E forse fu proprio quel giorno in più a consentirgli di trascorrere con noi i restanti quindici anni della sua vita.

Brass in pocket (The Pretenders, 1980)

albero morto

Fuori dal coro

Si potrebbe visionare a lungo la forza di un luogo attraverso i suoi abitanti. Ovunque si giri si può vedere la conquista della propria posizione predominante. Capitalismo evoluzionistico di stampo darwiniano. Smania di vincere la luce solare per fotosintetizzare nutrimenti mescolati a minerali provenienti da radici possenti. Per urlare di essere unico bisogna decidere se stare qui o dall’altra parte, con tutte le conseguenze, fino all’estrema. L’unicità, in mezzo alla vita, è l’essere morti.

Lara Van Ruijven

[10 Luglio 2020]. Lara van Ruijven (27 anni), campionessa di short track, si stava allenando sui Pirenei con la Nazionale Olandese quando è stata colpita da una malattia autoimmune. Ricoverata d’urgenza, è morta dopo due settimane di coma.” Valeria legge questa notizia ad alta voce e poi mi guarda sbalordita.

“Ma zia Costanza hai sentito?”
“Si Valeria, purtroppo ho sentito. Le persone possono morire a qualunque età.”
“Ma aveva ventisette anni e io ne ho già dodici, se dovessi fare come lei mi resterebbero quindici anni di vita!”
E’ così, non oso dirle che potrebbero restagliene anche meno, sembrerebbe un commento macabro.

Certo la morte di una persona giovane fa impressione. Rattrista nel profondo, crea uno stato di sofferenza tangibile,  apre le porte a una solidarietà che si nutre di angoscia.
Nel dolore di alcune perdite se ne rivitalizzano altre, ognuno di noi ricorda qualche altro campione dello sport morto giovane, questo aumenta lo sgomento, lo dilata a dismisura.
Nella sensazione di dolore c’è sempre qualcosa che noi non riusciamo a comprendere del tutto, qualcosa che ci interroga sul quel sappiamo, su quel che crediamo, su quel che vorremmo sapere e credere.

Spiegare la morte ai bambini è sempre difficile, perché non puoi barare, non puoi edulcorare la cruda verità sul modo  in cui finisce l’esistenza che conosciamo.
Ogni volta che una madre dona a un figlio la vita, gli consegna in dote anche la morte. I genitori hanno sempre una fede incrollabile sulla longevità dei loro figli, è il loro modo di affrontare le giornate con serenità. “I figli moriranno dopo gli ottant’anni”. Farebbero molta fatica a convivere con altre ipotesi.
Riguardo Valeria che mi sta osservando pensierosa.
Sta ancora pensando a Lara Van Ruijven.
“Non pensarci Valeria, non serve a nulla, ormai se ne è andata, starà pattinando in paradiso”. Le dico.
“Ma perché, in paradiso si pattina?”
“ No, non credo, dicevo così per dire”
“Allora non dirlo”.

Bello sport lo short treck, la traduzione italiana è “pista corta”. Fa parte delle gare di velocità del pattinaggio su ghiaccio che si disputano su una pista di 111,12 metri. Una specie  di grande anello di ghiaccio su cui si sfidano da tre a nove pattinatori/pattinatrici per volta, a seconda del tipo di gara. Dal 1992 è uno degli sport del programma dei giochi olimpici invernali e le distanze ufficiali delle varie gare sono: 500 m, 1000 m, 1500 m sia per le donne che per gli uomini. Le staffette vengono corse su distanze di 5000 m per gli uomini e di 3000 per le donne.
Uno sport spettacolare e avvincente. Sicuramente anche molto faticoso. Spinge allo stremo la resistenza e la reattività di muscoli, apparato cardio-circolatorio, nervi.
Su quell’anello di giaccio si muovono velocissimi gli atleti con i loro pattini forniti di lame d’acciaio. Corrono con un braccio appoggiato sulla schiena per essere più aerodinamici. Piegati in avanti, spingono con le gambe come dei forsennati. La velocità è tale per cui si verificano spesso cadute e infortuni, in alcuni casi gravi.

Ma la malattia autoimmune non credo centri nulla con lo short track. E’ arrivata sulla testa di una ragazza di ventisette anni, ingiusta come il caso e irrimediabile come la morte.
Una mannaia senza scampo. Uno stop inaspettato e definitivo. La fine della sua vita.
“Zia ma perchè secondo te è morta proprio lei?”
“Perché si è ammalata e purtroppo esistono malattie gravi a cui i medici non sanno trovare rimedio” le rispondo.
“ Io non credo che la morte arrivi per caso, ci deve essere qualche altro motivo, forse si è meritata il Paradiso prima degli altri.” Dice lei.
“Si forse è proprio così” le rispondo.

La fede resta sempre una grande speranza e la migliore delle scommesse possibili. Forse questo può rasserenare un po’ Valeria.
“Noi non siamo certi di cose ci succederà dopo la morte, ma se proprio dobbiamo scommettere, puntiamo tutto su questa possibilità importante, avvincente e quasi incredibile. Scommettiamo sull’eternità.” dico.
“Si puntiamo tutto sull’eternità” dice lei e mi sembra un po’ rasserenata. Meno male. Data l’età è meglio così.  Fra poco arriverà Sara, una delle sue amiche, si metteranno a giocare a dama cinese, oppure decideranno di uscire a fare un giro in bicicletta o di andare all’oratorio di Pontalba a fare una partita di calcetto. I bambini dimenticano in fretta, hanno molta vita da vivere. Molta energia da mettere in quel che fanno. E poi è estata, fa caldo, non c’è scuola, non ci sono i compiti da fare, le piscine hanno riaperto e anche le gelaterie. Evviva, anche quest’estate avrà una parvenza di normalità nonostante il Covid-19 e nonostante le prospettive non entusiasmanti per il prossimo autunno.

Valeria sta già riprendendosi.  Il suo momento di tristezza sta passando, sta volgendo i suoi pensieri altrove. Lo vedo dalla sua faccia, prende in mano il telefono, digita velocemente qualcosa, poi attende risposta. Dopo poco si sente una vibrazione. E’ la risposta al sue messaggio. Sorride e se ne va. Anche i telefoni hanno la loro utilità. Le amicizie ancora di più.
Io resto là con l’idea della morte che fa da sfondo ai miei pensieri e con alcune immagini dello short treck indelebili nella memoria.
Uno sport elettrizzante, avvincente.
A differenza del classico pattinaggio di velocità, qui non esistono le corsie e i contatti tra gli atleti sono molto frequenti. Il tipo di gara molto veloce, prevede una divisione in batterie dei concorrenti. Esattamente come si fa nelle gare veloci dell’atletica.
Gli atleti di ogni batteria corrono la loro gara e i primi a tagliare il traguardo passano al turno successivo. Si continua così fino ad arrivare, per i migliori, all’accesso i finale che decreterà il podio e i tre medagliati del momento. I contatti continui portano a continue cadute, a volte accidentali, altre volte provocate dagli avversari (che se sorpresi dall’arbitro vengono espulsi).  Tutto questo cadere e rialzarsi causa continui cambi di piazzamento nelle gare. E’ uno sport fatto così.

Ripenso di nuovo a Lara Van Ruijven. Mi sembra di vederla con la sua tuta arancione e la visiere, che protegge dalle scaglie di ghiaccio alzate dalle avversarie, che sfreccia felice in mezzo alle altre. Sta correndo molto bene. Siamo ai mondiali di Sofia nel 2019 e la distanza che sta percorrendo è quella dei cinquecento metri. Sta andando fortissimo. Sempre più forte. La cinese Fan Kexin, e l’olandese Suzanne Schulting restano indietro. Lei continua ad aumentare la velocità e tagli il traguardo per prima. E’ la nuova campionessa del mondo. Bravissima!
Ricordiamocela  così,  quei campionati del mondo lei li ha vinti per sempre.

PER CERTI VERSI
A V.

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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A V.

Eri un amico
Di un mio amico fraterno
In parte infermo
In una casa di riposo
Ah il riposo
È diventato sonno eterno
Il covid fu un soffio
A una farfalla morta

CREATURE DI UN SOL GIORNO
Camminando lungo la strada verso nessun dove

“Fragile”: questa semplice parola stampata in bella evidenza su una  confezione ci avverte di fare attenzione, di maneggiare con molta cura il contenuto.
Sin dallo sviluppo del pensiero greco dell’antichità abbiamo appreso che il contenuto più fragile per eccellenza è l’Uomo stesso; e questo perché  sostanzialmente inerente alla natura umana è la morte, in modo imprescindibile ne condiziona non solo l’esistenza ma il senso stesso dell’esserci.
Allo stesso tempo la morte mostrando così tutta la fragilità della creatura umana, sottolinea la preziosità della vita stessa.

Il poeta greco Pindaro nell’ottava Pitica chiama in modo straordinariamente evocativo e lirico le creature umane creature di un sol giorno“, ed è proprio questo verso che utilizza Mauro Bonazzi, docente di filosofia antica alla Statale di Milano, come titolo del suo ultimo saggio sul mistero dell’esistenza secondo il pensiero greco. La natura di “creature di un sol giorno”, cioè creature effimere, porta con sé due fondamentali conseguenze: l’essere mortali e quindi  il problema del senso da dare alla nostra esistenza  e l’essere soggetti al passare del tempo e quindi il senso da dare all’instabilità delle cose dentro e fuori di noi, ai cambiamenti dovuti allo scorrere del tempo stesso.
Per impedire all’angoscia, alla paura e al timore di impossessarsi dell’animo umano di fronte all’inevitabilità del termine della nostra vita, la civiltà greca, (che detto per inciso gli allievi della scuola media italiana grazie alla riforma Moratti non hanno più come oggetto del loro studio!) ha prodotto una riflessione filosofica che ha condizionato la storia del pensiero occidentale e che interroga seriamente anche noi uomini della  società post moderna. 

La tentazione: la vita del piacere

La riflessione dei greci sulla morte e sull’esistenza, seguendo il percorso suggerito da Bonazzi ,è riconducibile a tre possibilità.
Aristotele chiama la prima la vita del piacere”. E’ la vita di chi segue il godimento dei beni concreti, di chi sublima il mistero dell’esistenza nel soddisfacimento esclusivo di bisogni materiali e in tale dimensione trova adeguata realizzazione. E ‘il medesimo principio su cui si fonda la nostra società globalizzata dei consumi, caratterizzata per l’appunto, secondo la psico analista di formazione lacaniana Julia Kristeva, dal narcisismo e conseguentemente dalla rimozione della mortalità.

L’immagine più significativa ed esplicita di quello che si sta dicendo la possiamo ritrovare nel videoclip Road to nowhere dei Talking Heads, nella sequenza  del giovane che insegue il carrello della spesa, segno inequivocabile di uno strumento – il consumo – che si è fatto fine e non solo necessario mezzo per soddisfare determinati bisogni.
Il titolo del videoclip, in italiano la La strada per il nessun-dove , rappresenta  con una serie di veloci sequenze della durata di pochi secondi, l’ inconsistenza dell’american dream, e riprendono i temi chiave della denuncia di Christopher Lasch affrontate nel suo  La cultura del narcisismo, opera edita nel 1979 ma talmente profetica e attuale che proprio quest’anno è stata ristampata per i tipi della Nora Pozza. L’autore, anticipando il ruolo di grandi scrittori di saggistica sociologica come J. Rifkin e Z. Bauman, riflette sulla crisi culturale che anima l’Occidente e che consacra la trasformazione del narcisismo da disturbo psicologico a format di un’intera società. “Il narcisismo impatta potentemente sulla percezione del tempo e della storia, determinando ciò che in modo diverso i teorici del postmoderno avrebbero chiamato ‘presentificazione’. Per dirla con le parole di Lasch: “Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie ‘realizzazioni personali’, diventare fini conoscitori della propria decadenza, coltivare un’“auto-osservazione di ordine trascendentale”.[Qui]

 …altre due possibilità: la vita politica e la vita contemplativa

La vita politica e la vita contemplativa sono le altre due strade significative che, secondo Aristotele, riescono a dare senso pieno all’esistenza e  rispondere così al problema della morte. Impegnandosi nella vita politica, nella vita attiva,  l’uomo deve combattere per dar prova del suo valore e dunque mostrare che non è vissuto per niente. Omero è il primo cantore di questa concezione e Achille ne è il campione . Per l’eroe ciò che conta è il time, l’onore, espresso dal valore del bottino conquistato sul campo di battaglia ,e che conduce al kleos ,alla gloria.
Ma anche noi uomini del post moderno abbiamo la nostra Iliade: forse che non si è parlato dell’essere in emergenza da covid-19 come dell’ essere in guerra e di medici e infermieri come eroi a cui rendere pubblico onore? Ecco quindi che possiamo vedere il nostro pensiero archetipo emergere attraverso il linguaggio; scelte lessicali  che non vengono comprese  da chi rigetta giustamente tale terminologia bellica per scegliere altre prospettive  più solidali  (“siamo in cura”), ma che non permettono di capire cosa sta succedendo: sempre i cittadini affidati al sistema sanitario sono da considerarsi in cura, ma mai si era parlato, prima dell’emergenza pandemica, di medici-eroi…anzi!
Secondo questa seconda interpretazione, che si fonda sulla priorità della vita attiva, il kleos è il richiamo profondo  che davvero interessa, perché è ciò che permette di non essere dimenticati e quindi di raggiungere l’immortalità: nel momento in cui riusciamo a lottare contro la morte, lottiamo contro la nostra morte, sino a dare la vita.

Il pensiero greco ci svela che siamo esseri desideranti, perché è proprio il desiderio che ci spinge a lottare per affermarci, per non morire. E quando il mondo omerico verrà superato dal nuovo mondo della polis, la sfida diventerà quella di affermare il proprio valore insieme, non più distruggendo ma costruendo. Costruire con gli altri è l’unica attività capace di dare significato alla realtà e a noi stessi.
Tutto questo abbiamo ereditato col seguire la via della vita politica ;da qui nascerà lo Stato e la democrazia.
Tutto questo oggi è in profondissima crisi.

Ma l’uomo non è solo azione, è soprattutto  conoscenza, ragione, contemplazione.
Infatti è la razionalità, è il pensiero che ci contraddistingue come esseri umani.  Siamo fatti per conoscere. Siamo Ulisse, l’Ulisse del XXVI canto dell’Inferno di Dante. E’ con la ragione che riusciamo a comprendere noi stessi e  la realtà. La morte fa parte di questa realtà. La conoscenza ci rende liberi, anche dalla morte. E’ con la ragione che si è capaci di andare al di là dell’apparenza, cogliendo il tutto e quindi l’ordine con cui è organizzata la realtà, dove la morte è una necessità.
Conoscenza che  il socratico conosci te stesso ha posto alla base della realizzazione di ognuno di noi ma che invece viene messa dalla nostra società liquida al servizio di qualcosa d’altro.
La conoscenza serve infatti a modificare l’agire, o a direzionare la vita attiva quando questa non produce i risultati sperati. Abbiamo visto Istituzioni, autorità laiche e religiose rimettersi fiduciose a virologi, scienziati, ricercatori e seguire protocolli suggeriti dalla comunità scientifica fino alla interdizione dalla partecipazione ai riti funebri.

Se c’è un elemento che può sviluppare il senso critico questo riguarda la conoscenza. Non a caso per esempio abbiamo assistito ad un percorso di normalizzazione della scuola che l’ha portata dall’essere scuola della conoscenza a quella più funzionale agli imperativi di mercato, dI scuola delle competenze. E’ sempre il mondo della conoscenza che cambia la società, mai il contrario. Se questo non succede, come nel caso citato, allora dietro ci sono altri interessi particolaristici.
L’eredità per il pensiero occidentale della filosofia  greca è proprio questa: la possibilità inerente alla vita attiva e alla vita contemplativa di poter essere infinitamente finiti e finitamente infiniti.
‘Il fine’
‘la fine’ per i greci coincidono, la morte si concepisce all’interno della vita, la rende possibile. Nella società attuale la fine invece è un incidente che si cerca solo di rinviare, i nostri fini sono tutti nella vita.

Si può perdere la propria vita e vincere la Morte

Nel 1957 il regista Ingmar Bergman con il suo film Il settimo sigillo  rappresenta il tentativo della società occidentale di rimuovere la paura della morte. Un cavaliere, Antonius Bloch, sulla via del ritorno dalle crociate incontra la Morte e le propone una partita a scacchi: una partita la si può vincere o perdere, così come la propria vita.
Ma nel film di Bergman viene presentata un’altra soluzione…ci arriviamo da un’altra parte.

Nel 1915 Sigmund Freud scrive un breve articolo, Caducità, prendendo spunto da un episodio accadutogli due anni prima, da una conversazione avvenuta durante una escursione con due amici, il giovane poeta Rainer Maria Rilke e Lou Salomè, l’affascinante confidente di entrambi, dove il giovane poeta si rammaricava  che tutta quella bellezza  sarebbe poi finita col sopraggiungere dell’inverno.
Così commenta Cristina Cimino su Doppiozero: “La risposta di Freud al giovane poeta è che la caducità delle cose non ne sminuisce il valore, al contrario, lo accentua. Una posizione consolatoria solo a uno sguardo superficiale e che in realtà ribadisce in termini meno crudi quanto egli aveva già affermato pochi anni prima nel saggio Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: la vita va vissuta e può essere vissuta solo accettando ciò che non è eliminabile, ossia la morte.” [Qui] Freud solo in seguito strutturerà in modo più adeguato la sua teoria sull’elaborazione del lutto e dell’estrema difficoltà che ha l’individuo ad affrontarlo e superarlo. Qui interessa proporre alcune osservazioni a margine di tale percorso.

In primo luogo il lamento di Rilke sulla caducità della natura umana sarà ripreso nelle sue Elegie duinesi del 1912 in cui arriva ad affermare che “l’esser stati, pur una volta soltanto, non pare essere revocabile”. Nessuno potrà togliere la gioia immensa derivata da tutti i momenti vissuti con la persona oggi assente.
La scrittrice americana Joan Didion nel suo struggente  L’anno del pensiero magico fa proprio  questa operazione: guardando al tempo trascorso col marito morto all’improvviso, incontra i ricordi di una vita, non fugge, ma gioca la sua partita a scacchi ,e pur nella sofferenza devastante di ogni mossa, la porta a termine.

Ed eccoci di fronte all’altro. Infatti “nessuno di noi crede fino in fondo alla nostra morte” dice Freud “anche quando ci raffiguriamo come andrà dopo la morte, chi ci piangerà… possiamo notare che noi siamo ancora lì in qualità di spettatori.”. Impariamo cosa è la morte dalla morte dell’altro. E’ quando l’altro diventa il nostro fine che ci battiamo contro la nostra fine.
L’altro è oggetto del nostro desiderio, vivere è desiderare dei desideri che moriranno nel momento in cui saranno soddisfatti. Questa è la morte, ma la morte non interrompe nulla. E’ la morte del desiderio la vera morte.

Ogni discorso sulla vita e sulla morte ha come premessa la presenza dell’altro, soggetto e oggetto del nostro desiderare. La soluzione quindi proposta nel film di Bergman è quella di un amore gratuito, infinito verso l’altro: “L’unico modo di sconfiggere la morte – e quindi di inaugurare la vita nuova – è l’amore verso il prossimo. E difatti, pur di salvare una giovane famiglia di saltimbanchi dall’incontro con la morte, il cavaliere con un gesto improvviso e premeditato rovescia le pedine degli scacchi dando così la possibilità alla morte di vincere la partita. Questa sorride perché ha raggiunto il suo scopo. Non si accorge invece di essere stata ingannata. Distratta dalla mossa del cavaliere infatti la famiglia riesce a fuggire e salvarsi .Di fatto la Morte ha perso perché sconfitta dall’amore”. [vedi qui]

Non è casuale che  alla società dell’uomo globalizzato, la società che opera per la rimozione della morte e del dolore, sia confacente invece l’espulsione dell’Altro! Questo è il titolo dell’ultimo saggio di Byung-Chul Han (L’espulsione dell’Altro, nottetempo edizioni) docente di filosofia all’università di Berlino, dove viene mostrata la destabilizzazione e il disturbo provocato, in un mondo dominato dalla comunicazione digitale e dai rapporti  neoliberistici, dalla singolarità vivificante dell’Altro.

 …finchè Amore non vi separi!

In una intervista del 2012 Zygmunt Bauman parla con l’inviato di Repubblica della sua vita a trecentosessanta gradi nella sua casa a Leeds in Inghilterra. La stanza dove si svolge l’incontro è tappezzata di ricordi dell’amatissima moglie Janina, scomparsa nel dicembre del 2009 dopo essere stati sposati per sessantadue anni. Dopo quel lutto non scrisse più una riga per molti mesi, lui che ogni giorno alle cinque del mattino era solito aver già compilato quattro cartelle! Questa è la risposta data alla domanda del giornalista su come fosse riuscito a superare un evento del genere:
“L’inarrestabile eloquio del professore si arresta. Chiude gli occhi. Riaccende la pipa. È un’esperienza molto privata, non voglio condividerla. So bene che viviamo in una società confessionale, ma io non mi ci trovo bene. Posso solo dire che lei è ancora con me. Le sue ceneri sono al piano di sopra, nel mio studio. La sua immagine è la prima che vedo quando accendo il computer all’alba. Riesco, in qualche modo, a vivere ancora con lei. Conversiamo, e non perché sia pazzo, ma perché è il modo in cui abbiamo vissuto insieme per sessantadue anni e probabilmente non finirà mai. Mi spiace, ma è tutto quel che posso dire”.[Qui l’intervista integrale su Repubblica del 12/06/2012]

L’amore è così tanto mescolato  alla morte che non si estingue con l’assenza della persona amata ma persiste nel tempo, superandolo. Il suo passare non lenisce alcunchè, ma permette di vivere la sacralità dell’eternità anche a chi ritiene essere vuoto il cielo. E’ un dialogo che continua, che  trasforma chi è stato toccato dall’amore dell’altro, e che trova modi e forme inedite in ognuno, ma che sempre congiungono eternamente il cielo alla terra. E questo è un legame talmente profondo da rovesciare completamente ciò che ordinariamente viene considerato forte e debole, poiché riesce a metterci a nudo di fronte alla nostra fragilità.

Tutto ciò mostra la scena dell’Iliade nel XXIV canto, con la visita del re Priamo nella tenda di Achille, venuto a supplicare la restituzione del corpo di suo figlio Ettore ucciso dall’eroe acheo:
“Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
«Pensa al tuo padre, Achille … io sono infelice del tutto, che generai forti figli
e non me ne resta nessuno…,
e quello che solo restava..
tu ieri l’hai ucciso…
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te».
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre… s’alzava per la dimora quel pianto”.( Iliade, XXV)

Fino a quando l’amore continua il dialogo interrotto, fino a quando l’uomo sarà capace di “piangere insieme” – la morte non avrà l’ultima parola. E questo infine è anche il messaggio che ci ha lasciato Emanuele Severino, recentemente scomparso all’età di 91 anni , non a caso definito ‘il filosofo che ha sconfitto la morte’. Intellettuale originale, tra i più autorevoli del Novecento italiano, capace di conciliare la tensione speculativa e etica alle radici del pensiero occidentale, partendo dalla filosofia greca, con le inquietudini e le problematiche della società tecnologica attuale.
Il nucleo del suo pensiero risiede nel ritorno al pensiero di Parmenide, con l’affermazione che il divenire non esiste, le cose non nascono dal nulla né ritornano nel nulla, sono invece eterne, anche se abbiamo l’impressione fallace che scompaiono.
Anche   Severino ricordava spesso nelle interviste la moglie Esterina scomparsa una decina anni prima di lui, prima lettrice delle sue opere, sempre discusse e condivise prima con lei nei lunghi intensi anni  passati assieme. In una di queste possiamo leggere che a  volte mentre Esterina rileggeva i suoi scritti, alla menzione dell’eternità dell’essere, lei gli diceva: “come vorrei che le cose stessero davvero come dici tu”. [Vedi linkiesta.it del 15/06/2019] 

Cover: Ingmar Bergman sul set de Il Settimo sigillo (Wikipedia commons)

Il passato non torna

Una breve storia da raccontare e un brano musicale scelto per accompagnare il racconto. Perché le storie si possono leggere e ascoltare. Immagini, brani e testi, magari nati in momenti diversi, ma legati da un unico sentire. Tre differenti visioni che diventano una sola, un viaggio nel tempo, nel sogno e nella fantasia.
Buon ascolto e buona lettura.

Ashes To Ashes (David Bowie, 1980)

Un morto non torna. Una vita vissuta, finita, estinta, non ritorna.
Tutto è cancellato, per sempre dissolto, risolto. E’ passato.
Resta solo un vago sapore di polvere nel palato.

Mi passo una mano sulla faccia. Sfioro con le dita i solchi del tempo. L’età s’accumula nelle pieghe della pelle. S’attenua la tensione della vita.
Le cellule rallentano, invecchiano e statiche contemplano. Il veleno scorre discreto in queste vene lacere, ricucite. Braccia e gambe arrancano, scricchiolano, si muovono con fatica, a volte gridano, fanno quel che possono.
Ma la battaglia è persa. Come a Dunkerque in quei giorni di maggio, si salva quel che si può.
Questa è la vita: resistere, salvare il salvabile.
E camminare sul margine dell’oblio, aspettando di cadere.

Respiro vecchi profumi, ascolto vecchie canzoni, m’affanno a ricordare. Chiudo gli occhi, inizio a scavare, cerco oggetti smarriti, una preghiera di conforto. Dolcezza, spensieratezza. Un’ultima volta riemerge la purezza posseduta. E mi consuma vedere ch’è perduta.

Ferite addomesticate di poesia, lame affilate di malinconia, bruciano e incantano.
Il sangue sgorga, torna puro alla sorgente, svuotando ogni mio volere. Vivo al passato per fuggire dalla gogna del presente.

Poi incontro un bambino. Mi sorride, mi chiede di giocare. Corro con lui nel prato. Le ombre sbiadiscono sotto il sole e la sua luce cogente. M’accorgo ch’è divertente.
Il bambino se ne va, ma domani tornerà. Come il sole, prepotente. E con lui questo prato e i suoi colori, i suoi rumori, i suoi odori. La vita è provocante, pulsante come questo mio cuore ancor battente. Già, non è il momento di lasciarsi andare, di chiudere gli occhi e smetter di respirare.

Ma, a torto o a ragione, un rifugio non è una prigione.
Mi cullerò nell’idea di ciò ch’è stato. Ne trarrò nutrimento, non certo per la pancia. Sfamerò invece l’immaginazione. La renderò struggente, ardente, degna d’attenzione.
Buona, come il cibo che non si può più mangiare.
Bella, come la donna che non si può più avere.

Sublime, come il passato che mai più potrà tornare.

Come un pensiero

Diamonds on the Inside (Ben Harper, 2003)

Una notte venne a trovarmi mio fratello.

Mio fratello era morto. Era successo due anni prima che io nascessi, aveva otto anni e morì di leucemia.
Non era la prima volta che c’incontravamo io e lui. Accadeva nei miei sogni e ogni volta tutto avveniva allo stesso modo: lui arrivava, salutava e mi sorrideva.

Quella notte l’accolsi con noncuranza, come sempre, come se fossimo sempre vissuti insieme.
E fui io ad attaccar discorso. Gli volli chiedere una cosa che m’aveva sempre incuriosito, una cosa strana, bizzarra in fondo. Ma nella mia testa c’erano tante domande strampalate che esigevano risposta, e chi meglio di lui poteva chiarirmi questi misteri? Dopotutto, se non lo sapeva lui che della materia era un esperto…
Quindi ne approfittai e glielo chiesi: «Senti Nicolas, quanto pesa un’anima?»
«Quanto un pensiero!» rispose prontamente lui.
«E quanto pesa un pensiero?»
«Beh dipende… Se è buono non pesa nulla, se è cattivo pesa come il mondo!»

Ne sapevo come prima, eppure mi sentivo soddisfatto. Era il potere di mio fratello morto, che mi diceva tutto senza dirmi nulla.

Ma da quella notte, per quella vaga risposta, cercai sempre d’aver pensieri buoni.
E devo dire che, in effetti, mio fratello aveva ragione: la vita mi sembrava più leggera!

I RITI CAMBIATI:
nella pandemia reinterpretiamo la nostra esistenza

Quando si dice che è ‘un rito’, si intende qualcosa che stancamente ripete se stessa. Poi ci sono ‘i riti’, i riti al plurale che sono cerimonie, celebrazioni, culti con le loro liturgie, laiche e religiose. Non possiamo fare a meno dei riti, perché i riti confermano le nostre appartenenze. La famiglia ha i suoi riti, una volta legati al desco. Il corteggiamento ha i suoi riti, fino all’anello di fidanzamento e alla promessa. Il lavoro ha i suoi riti, le entrate e le uscite, le divise come paramenti sacerdotali, le ore di fatica. Anche la memoria ha i suoi riti negli anniversari. A guardarci intorno scopriamo che tutta la nostra esistenza è una costante di riti, procedure, recite, rappresentazioni, liturgie, copioni.

Poi, un giorno accade che il grande palcoscenico della vita improvvisamente prende la forma del coro del dolore e della cavea della paura. Il rito si spezza, si frantuma, il complesso delle norme che lo definiscono e lo descrivono viene meno. È accaduto in questi giorni di eccezionalità, in cui abbiamo dovuto difenderci dal rischio del contagio.
I riti sono cambiati, altri ne sono stati confezionati come l’uso della mascherina e il distanziamento fisico. Altri ancora sono stati negati come la condivisione del lutto. La morte, che una volta era accompagnata dai vivi, per confermare che la vita non si ferma, è stata lasciata sola, tenuta a distanza, perché non sapevamo se la vita avrebbe continuato a scorrere, tanto la morte dominava incontrastata sui nostri timori e sui nostri rifugi.

Le comunità si riconoscono nei loro riti, che sono il racconto dei loro miti e la costruzione delle loro simbologie, le forme che abbiamo dato alla narrazione della nostra cultura. Al posto dei riti sono rimaste le autobiografie, quelle che lasciamo scritte ogni giorno sui social a cui accediamo, a cui affidiamo la trasmissione dei messaggi come parte di noi stessi, di quello che siamo. Lasciamo testimonianza della qualità delle nostre biografie. Qualcuno un giorno studierà le forme che hanno assunto i nostri racconti e i prodotti dei nostri pensieri come l’espressione di una cultura indigena.

Non ci siamo resi conto che si è aperta la porta per uscire dal rito, per uscire dalle nostre autobiografie. Che non abbiamo più nulla da celebrare. Perché quella che abbiamo vissuto non è una pausa, non è una sospensione, ma è stata una rottura delle nostre sacralità, dei riti a cui eravamo convocati, dei nostri sacerdozi. Forse l’ultimo episodio di una stagione che ha rincorso le ombre delle costruzioni che ci siamo eretti. Abbiamo dovuto dismettere le nostre anime colpite dallo stupore della sorpresa, dall’imprevedibilità dell’imperscrutabile, abbiamo scoperto di tremare, di essere come la tribù ancestrale che teme l’ira delle divinità. Abbiamo veduto e ascoltato lo sciamano pronunciare la sua preghiera agli dei, agli idola specus, nello spazio lasciato vuoto pure dal tempo, sotto le intemperie della natura.

Questa rottura è una ferita benefica che ha sollevato il velo sulla nudità che siamo, sulla  fragilità delle nostre liturgie, sull’insensato abbarbicarci alle ridondanze che si infrangono contro l’inatteso e l’improvviso, e non ci sono altari da innalzare e numi da pregare. La nostra solitudine è fuori e dentro di noi, temere la solitudine è come temere se stessi, l’unica speranza è quella di non coltivare speranze per prendere la vita nelle nostre mani. Senza fingerci cammini e mete, continuare ad arare, a coltivare la terra, a piegarci alla fatica per coloro che verranno dopo di noi e forse ce ne saranno riconoscenti, come si usa, nella memoria.

Siamo usciti dai riti e dalle nostre autobiografie per ritrovare il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Occorre fare igiene nelle nostre menti, provvedere alla raccolta differenziata dei cascami delle nostre certezze, correre il rischio della pulizia delle nostre presunzioni. Sgombrarle dall’occupazione dei pensieri sedimentati, dagli incartamenti degli incanti. Dimenticare le usanze per far spazio alle incognite, svuotare gli abiti della zavorra di cui li abbiamo caricati, seminare per dare inizio a nuovi raccolti. Ripartire dall’interrogativo socratico Ti Esti, che cos’è? Che cos’è quello di cui parliamo, che cos’è quello che facciamo, che cos’è quello che siamo, che cos’è quello che vogliamo essere.

Il nuovo secolo ancora non aveva posto nell’urna le ceneri del venir meno del sentimento religioso, del tramonto della metafisica e della crisi delle ideologie. La dimensione globale della pandemia ci ha posto con inesorabile prepotenza innanzi al nostro Essere e al nostro Tempo, per dirla con il filosofo, alla sfida nuova, alla capacità di saperla cogliere, alla necessità di dare una svolta ermeneutica alle nostre vite, al coraggio di reinterpretare l’intera dimensione umana. E questo con ogni probabilità è solo il primo capitolo, perché altri ben presto se ne aggiungeranno, e non potremo correre se non ci libereremo delle pastoie che ancora legano le nostre menti.

L’ultima brezza dell’anima

Stairway To Heaven (Led Zeppelin, 1971)

Un vento gelido e tagliente mi frustava la faccia, mentre il frastuono delle onde che sbattevano contro i pilastri del ponte e contro gli enormi massi frangiflutti sottostanti copriva gli ululati strazianti del mio cane: lui aveva già capito tutto.
Respirando a pieni polmoni l’aria della baia, migliaia di minuscole goccioline che il vento faceva risalire dalle creste spumose delle onde lasciavano un sapore salato in bocca e un odore salmastro tutt’intorno.
Mi voltai indietro e lo guardai un’ultima volta, appoggiai una mano sul finestrino e salutai il mio giovane e forte compagno di solitudine. Vidi nei suoi occhi la disperazione dell’abbandono, abbaiava e grattava forsennatamente il vetro del finestrino.
Quella scena aggiunse ulteriore pena al dolore che mi tormentava l’anima. La convinzione che avrebbe comunque trovato una buona sistemazione, grazie alle indicazioni che avevo lasciato scritte in un foglio piegato e riposto nel bauletto del cruscotto, m’aiutò ad alleviare quell’ennesimo, ultimo dispiacere.
Poi un vortice di sensazioni fisiche, violente e sovrapposte, m’allontanò finalmente da quella realtà.
Nessuna bottiglia di vino e nessuna droga avrebbero potuto regalarmi ciò che la natura impazzita fuori e dentro di me stava per offrirmi.
Il tormento si era tramutato in ebbrezza, il gelo e l’umidità sulla pelle erano penetrati nella carne fino a lambire le ossa, e attenuavano quell’insopportabile bruciore dell’anima. Ogni elemento contribuiva al mio sollievo e mi cullava verso il più completo abbandono.
Poi tutto cominciò a oscillare e il buio, l’aria fredda e gli odori del mare si mescolarono avvolgendomi completamente.
Per un momento ebbi l’esatta sensazione di non avere più alcun peso. Il piano dell’orizzonte era scomparso e ora galleggiavo nello spazio, diretto non so dove.
Era forse l’inizio del viaggio che mi avrebbe riportato verso un’insperata felicità?
Fuggire per sempre dalle pene che avevano reso la mia vita un deserto arido e sterile. Questo stavo facendo.
O forse mi stavo sbagliando di nuovo? Forse, per un secondo, avrei vissuto un’altra illusione?
Stavolta era diverso. Stavo correndo da lei e avrei raggiunto il luogo del nostro primo incontro, poi il primo bacio: River Bay. Era laggiù, e mi stava aspettando per ricominciare.
Poi, all’improvviso, tutto si spense.

L’euforia, la speranza che per un attimo era tornata a illuminare la notte e la mia stessa anima, il suo viso che mi sorrideva, tutto. Tutto quanto terminò in un tonfo sordo e tremendo.
Fu come l’esplosione di una bomba: confusione e delirio assoluti.

La morte non era così semplice dopo tutto, non lo era affatto!

Stairway To Heaven (tributo live ai Led Zeppelin del 2012)

ZOROASTRO E’ TORNATO
Il tempo rubato e la pandemia del regresso

Provate a lasciarvi alle spalle il futuro. È come camminare a ritroso, marciando in avanti. Cadrete nel buco nero della dimenticanza.
Abbiamo perso il tempo, non nel senso che siamo stati a oziare, anzi, mentre eravamo operosi ce l’hanno tolto.
Ci hanno lasciato lo spazio, ridotto, circoscritto, di misura per sopravvivere, ma senza più il tempo. Trafugati di ogni dimensione, di un prima e di un dopo.
Neppure ci avessero rapito l’identità, no, quella ce l’hanno lasciata, con la condanna di non poterla più riflettere nello specchio del tempo.
Ci hanno sottratto il succedersi degli intervalli, dei pieni e dei vuoti, delle pause e delle riprese, il contrappunto d’ogni esistenza, di ogni alfa ed omega. È come essere stati costretti a riporre la nostra identità nei cassetti dei ricordi, di fronte alla caduta del tempo e all’attesa del suo ritorno, se ci sarà.

Intanto Zoroastro è nuovamente sceso dalle sue dimore a predicare pregi e vantaggi dell’unica dimensione che ci hanno lasciato, quella che non fa male alla carne e fa bene allo spirito. La dimensione del tempo senza tempo, la dimensione delle spirito che incarta le anime, la dimensione che nutre ogni fede: c’è sempre la trascendenza a cui ci si può attaccare. Dio è morto ma non la trascendenza, sempre in agguato dietro ai beati di spirito, dietro ai fardelli di anime accatastati, una trascendenza che non ci è dato di negare, poiché ciò che è fuori dal tempo non lo si può falsificare.
Ora ci siamo noi fuori dal tempo, ci hanno spalancato le porte per uscirne, non attendevano altro che si presentasse l’occasione.

Le giovani generazioni cresceranno in batteria con genitori a distanza, come le adozioni dei bambini e dei cani, senza alcuna differenza. Ognuno figlio dell’affetto virtuale e della paratia di un desktop. La distanza è lo spazio del tempo dimenticato, del tempo arrestato. Chi carica l’orologio ha deciso di attendere, non si può più camminare con le ore. È il momento della fermata, tutta la terra è ferma, e perché mai preoccuparsi se in questa tregua inattesa la terra rigenera, respira come mai prima ha respirato? Noi potremmo essere gli immobili spettatori con il cuore sospeso di questa terra che rinasce, che ritrova l’equilibrio che le abbiamo sottratto. Noi e il progresso, noi e il consumo, noi e lo sfruttamento, noi siamo la grande malattia della natura, più grande del nostro genio, delle nostre invenzioni, delle nostre conquiste. Non siamo più i cittadini di un cosmo, ma solo animali rifugiati nella tana della terra.

Non sopporto più chi vuole porre fine alla sfide dell’uomo con la vita, con la conquista di ciò che ancora non ha, con la conquista di saperi e conoscenze sempre nuovi, con la voglia di superare noi stessi, di andare oltre l’uomo.
Non sopporto più chi confeziona argomentazioni come catechismi per convincerci dei danni commessi, chi ci vorrebbe monaci della terra anziché imprenditori e avventurieri. Imprenditori e avventurieri del pensiero per restituire il tempo al futuro, per oliarne gli ingranaggi, per ritornare ad udire il battere delle ore. Per celebrare ogni nuovo traguardo. Se c’è una ragione d’essere, questa è caricarsi della sfida che comporta vivere, accettare di esistere con i costi che si debbono pagare. Questa è la lotta che abbiamo ingaggiato da quando siamo apparsi sul pianeta Terra e finché ci saranno vite umane sarà una lotta che non si esaurisce.

L’uscita dal tempo produce la pandemia del regresso, la sindrome del prima era migliore del dopo. La vita degli archivi, delle muffe e delle ragnatele, tutti impiegati di concetto delle nostre mediocrità, pavidi di fronte al conflitto, al conflitto tra noi come al conflitto tra noi e la natura. Non è tirandosi indietro che si vince, ma cercando di tenerci uniti per andare avanti, tutti con la stessa volontà di non disertare il palcoscenico delle nostre esistenze, che è la storia. La morte non è un accidente della vita, ma la condizione di ogni esistenza, possiamo imparare, e l’abbiamo fatto, a procrastinarla, ma non la possiamo evitare. Ciò che dobbiamo appagare è la nostra sete di andare avanti, di coltivare le nostre intelligenze, la nostra ricerca del sapere, la nostra fame di giustizia e di umanità. Ma non possiamo tirarci indietro, pensare di rallentare la nostra corsa, perché con la vita si corre una sola volta e le sfide che non avremo vinto noi resteranno a carico di chi verrà.

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