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DIARIO IN PUBBLICO
I sensi e la realtà virtuale

Faticosamente, seguendo le recensioni della Mostra del Cinema a Venezia, ho cercato di capire cos’è la realtà virtuale e Netflix che tanto ha fatto discutere sui premi attribuiti a questa impresa.
Netflix “Dal 2014 ha iniziato a finanziare anche la produzione di film, stringendo accordi con alcune case di produzione cinematografica indipendenti, distribuendoli in prima visione senza un passaggio nelle sale cinematografiche” e per questo non era stata invitata a Cannes perché in un certo senso danneggerebbe le sale cinematografiche.
Più difficile capire cos’è la realtà virtuale. Andrea Carobene nell’enciclopedia Treccani la spiega così: “Il fine della realtà virtuale è simulare un ambiente reale per mezzo di tecnologie elettroniche, sino a dare a chi la sperimenta l’impressione di trovarsi realmente immerso in quell’ambiente. Oggi la locuzione ha assunto anche un significato più allargato e indica tutte quelle simulazioni che consentono un qualche grado di interazione con l’ambiente descritto, così come avviene per es. nei videogiochi, anche quando la simulazione non è totale, ma coinvolge solo alcuni sensi.”
Tra i sensi coinvolti, vista, suono, tatto sono quelli maggiormente impiegati. Per fortuna, meno l’olfatto. Sono allergico ai risultati dell’olfatto- fin da piccolo- e sempre un moto di repulsione mi prende quando vedo in tv l’accostarsi di due bocche nascoste dalla mano specie nei resoconti politici e nelle sedi istituzionali. Non oso pensare poi all’odore che aleggia in palestre, spogliatoi e luoghi ginnici ma ancor più a quello intollerabile degli ospedali confuso con quello del detersivo e del disinfettante.
Ma allora qual è la necessità che spinge nella realtà virtuale e riprodurre i sensi? Credo che nell’epoca forse più ‘sporca’ dell’Occidente, tra Medioevo e Rinascimento, il profumo che per sua natura allevia e restituisce gioia all’olfatto venisse usato per nascondere la puzza del corpo mal lavato a differenza dell’antichità dove terme e lavaggi detergevano il corpo senza distinzione di classe: ecco perché come ribadisce Carlo Carena nell’articolo del Domenicale del 9 settembre a commento del libro di Giuseppe Zanetto, Siamo tutti greci il ‘Perché non possiamo non dirci antichi Greci’.
E immagino le precieuses del Seicento come dovessero faticare a tenere a bada il miasma sorgente dal loro intimo! E’ vero poi che l’odore del corpo non è sgradevole in situazioni canoniche: due che fanno all’amore, ad esempio, ma quanta strada divide questa ricerca olfattiva dalla straordinaria concezione greca e poi romana della ‘mens sana in corpore sano’.
A questa rappresentazione olfattiva va aggiunta quella visiva della camicia bianca ormai distintivo di chi vuol fare politica. Da Renzi a Salvini post-felpa è tutto uno sbandieramento di camicie bianche doverosamente rimboccate e senza cravatta. Le indossano quelli di casa Pound e gli operatori dei Festival dell’Unità, i presentatori di talk show e i cantanti, studenti e lavoratori. Se poi volessimo approfondire la questione non dovremmo dimenticarci che in Oriente il bianco è il colore del lutto, appropriato dunque a questo nostro doloroso presente.
Nella città più bella del mondo dove ho trascorso due giornate incantevoli alla inaugurazione delle mostre su Tintoretto ho incontrato il Maestro Pier Luigi Pizzi integralmente di bianco vestito con una piccola rosa rossa all’occhiello: bianchi i capelli, la barba, il look. Gli ho ricordato quando decenni fa ci conoscemmo a Firenze. E’ rimasto un attimo perplesso poi gli occhi gli si sono illuminati e mi ha risposto: ‘Certo, ora ricordo! La voce, la sua voce inconfondibile!’ Abbracci a seguire e promesse di rivederci. Così un senso, l’udito che mi rese problematico parlare in pubblico se non in età matura causa la voce stridente, ora nella realtà diventa patente di riconoscimento.
Abbiamo camminato a lungo Margherita Visentini di cui ero ospite ed io per una meravigliosa Venezia minore straordinariamente viva. Margherita mi faceva notare come era sbagliato credere che Venezia avesse cancellato il suo tessuto civile degno di qualsiasi altra città per presentarsi solo come ‘la città’ virtuale’ . A Venezia ci sono negozi di frutta, di carne, di pesce, giornalai e latterie oltre i ristoranti di lusso e gli alberghi e l’immondo sciupìo che il turista maleducato produce nella città delle cento meraviglie. Così mi porta a mangiare i ciccotti da Alessandro alla Cantinetta di Majer. Un immediato feeling si stabilisce tra l’alto cuoco dal bellissimo cappello e il vecchietto che tale non vuole apparire. Mi presenta il suo aiuto: un giovane nero dal sorriso abbagliante e mi prepara tanti ciccotti squisiti dal prezzo super abbordabile e uno squisito beverone verde dissetante e vino cabernet mentre Margherita corre nella pasticceria di fronte sempre della stessa catena a rifornirci di meravigliosi cannoli alla ricotta. Alessandro mi racconta dei suoi cinque anni in Australia e del suo ritorno nel luogo unico, ci scambiamo impressioni e sorrisi e me ne parto tenendomi stretto al petto un pacchetto di straordinari ‘zalet’.
Tintoretto, gli amici, e la città che amo di più al mondo. C’è ancora possibilità di salvare ciò che di più fantastico la Storia abbia realizzato: il sogno di pietra.
Ritorno al paesello con una valigia prestata piena di libri poiché ero partito solo con uno zainetto di tre etti. Margherita mi accompagna fino al treno e sistema il carico. Ma il danno era stato fatto. Dolori lancinanti alla spalla, borsite ed infiltrazioni fatte dal mio meraviglioso amico Alberto Cominato dolcissimo nel rimproverarmi. Ma che conta?
Venezia ha sortito il suo effetto magico e lo si sente anche in un libro singolare appena uscito di Thomas S. Eliot, Viaggio in Italia, Morcelliana 2018. E un quadernetto di appunti redatti dal grandissimo poeta nell’Italia del Nord mai studiato in modo appropriato. C’è anche la recensione di una breve visita a Ferrara. I giudizi sono strani ma in perfetta regola come sottolinea il prefatore Marco Roncalli con la teoria del ‘correlativo oggettivo’ che tanto influenzò Montale. Ancora una volta l’imprevedibilità del destino ha concesso che per anni ad Harvard venissi ospitato alla Eliot House dove il grandissimo poeta visse e che per le cure di Anna e Lino Pertile dormissi e soggiornassi in quelle stanze. E sul letto con la coperta celeste un grande cuscino a forma di cuore ripieno di erbe profumate fosse il ‘correlativo oggettivo’ dell’arte e della bellezza.
Fortunato me.

“Tutti a casa”, i 100 anni di Luigi Comencini

“Tutti a casa”, il film del 1960 diretto da Luigi Comencini, è stato presentato in versione restaurata la sera precedente l’inaugurazione della 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, per celebrare il centenario della nascita del regista.
L’opera ritorna in una sala cinematografica grazie al restauro in 4K realizzato a cura di Filmauro e CSC – Cineteca Nazionale di Roma, partendo dai negativi originali. Le lavorazioni digitali sono state eseguite nel laboratorio Cinecittà Digital Factory, mentre il ritorno in pellicola 35mm presso gli studi Augustus Color di Roma.

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Una scena tratta da “Tutti a casa”

Il film, oltre alla proiezione speciale, era inserito nella sezione “Venezia Classici”, curata da Alberto Barbera con la collaborazione di Stefano Francia di Celle, che dal 2012 presenta alla Mostra una selezione dei migliori restauri di film classici realizzati nel corso dell’ultimo anno da cineteche, istituzioni culturali e produzioni di tutto il mondo. Oltre a “Tutti a casa”, durante il Festival sono stati proiettati altri 19 film, tra cui: “The Brat” (La trovatella) di John Ford, “Dawn of the Dead” – European cut (Zombi) di George A. Romero, “Manhattan” di Woody Allen, “Pretty Poison” (Dolce veleno) di Noel Black e “Twentieth Century” (XX secolo) di Howard Hawks.
“Tutti a casa”, considerato tra le migliori opere di Comencini, si aggiudicò il premio speciale della giuria al Festival di Mosca 1961, un Nastro d’argento e due David di Donatello, assegnati ad Alberto Sordi e al produttore Dino De Laurentiis. Nel cast, oltre a Sordi, figurano Eduardo de Filippo, Serge Reggiani e Carla Gravina, la sceneggiatura porta la firma di Comencini, Age & Scarpelli.

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Luigi Comencini

Luigi Comencini, cui la Biennale di Venezia ha attribuito nel 1987 il Leone d’oro alla carriera, è considerato uno dei grandi maestri della commedia all’italiana, nonché “il regista dei bambini”. Il primo filmato sul tema dell’infanzia fu “Bambini in città” del 1946, un corto premiato a Venezia con il Nastro d’argento, seguì “Proibito rubare” (1948), ambientato tra gli scugnizzi di Napoli. Gli altri film con protagonisti i bambini furono “La finestra sul Luna Park” (1957), “Incompreso” (1966, in concorso a Cannes e premiato col David di Donatello), “Le avventure di Pinocchio” (1971 – prodotto dalla RAI), “Voltati Eugenio” (1980, presentato a Venezia), “Cuore” (194), “Un ragazzo di Calabria” (1987, in concorso a Venezia), “Marcellino pane e vino” (1991).
“Tutti a casa” è uno dei capolavori del genere commedia all’italiana, dove convivono aspetti diametralmente opposti quali comico e drammatico, reale e grottesco, coraggio e paura. La storia racconta uno dei periodi più controversi dell’Italia, seguiti all’8 settembre del 1943, dopo l’armistizio con gli alleati firmato dal Maresciallo Badoglio, quando i soldati italiani furono abbandonati a loro stessi. Il film uscì nelle sale in pieno boom economico e fu premiato ai botteghini con un incasso record per quei tempi, le ferite della guerra erano ancora aperte e i temi trattati dall’opera di Comencini tutt’altro che dimenticati. L’impostazione “on the road” favorì l’aspetto realistico della narrazione, mostrando un’Italia disastrata, ancora visibile nelle campagne livornesi dove furono girate le riprese. La sceneggiatura fu resa credibile dalle esperienze di Age & Scarpelli, che vissero in prima persona, dopo l’8 settembre, i fatti narrati nel film. I due autori seppero fondere aspetti drammatici con momenti paradossali, come nella scena in cui Alberto Sordi, al telefono sotto il tiro dell’esercito tedesco, dice ai superiori: “Signor colonnello, sono il tenente Innocenzi, è successa una cosa straordinaria, i tedeschi si sono alleati con gli americani”.
Alberto Innocenzi, ligio al dovere, attende ordini e cerca un comando cui presentarsi ma il suo reggimento si sfalda e i soldati, stanchi della guerra, tornano a casa dalle proprie famiglie. Con il geniere Ceccarelli (Serge Reggiani), il sergente Fornaciari e il soldato Codegato, anche Innocenzi inizia il difficile ritorno a casa, abbandonando progressivamente il linguaggio e l’atteggiamento militaresco per adeguarsi alla nuova realtà. I soldati italiani, oramai in abiti civili, incontrano un gruppo di partigiani, ma non vi si uniscono, poi assistono senza fare nulla alla cattura di una ragazza ebrea da parte dei tedeschi. Il personaggio interpretato da Sordi giunge a casa dove trova il padre che vuole farlo aderire alla Repubblica Sociale Italiana ma Innocenzi non accetta e prosegue con Ceccarelli il viaggio verso sud.
Arrivati vicino a Napoli i due sbandati sono catturati dai fascisti che li consegnano ai tedeschi, costringendoli a lavorare tra le macerie di Napoli per l’Organizzazione Todt. Cercano di fuggire, ma Ceccarelli è ucciso a pochi metri dalla sua casa che ha rivisto da lontano sulla via dei lavori forzati. La morte del compagno di disavventura spinge il tenente a reagire e a unirsi alla lotta per la liberazione.
I ruoli di Alberto Sordi ed Eduardo De Filippo, che nel film interpretano rispettivamente figlio e padre, furono inizialmente pensati per Vittorio Gassman e Totò.

LA STORIA
Un giorno in Italia, i protagonisti siamo noi

di Alessandro Oliva

E’ forse incredibile pensare che 44.197 video girati come contributo e materiale fondante di un bizzarro progetto audiovisivo possano venire scremati e assemblati da una esperta squadra di selezionatori e montatori coordinati da un regista premio Oscar per poi venire dotati di una colonna sonora, di movimento ed intenzionalità narrativa ed infine costituire un film di grande impatto visivo ed emotivo?
Istintivamente verrebbe da dire che è impossibile o troppo difficile, ma è proprio da questo processo che è nato Italy in a day, documentario realizzato su iniziativa di Gabriele Salvatores e presentato pochi giorni fa fuori concorso alla 71esima Mostra di Venezia.

Il film, diretto discendente di Life in a day, documentario diretto da Kevin Mcdonald e prodotto da Ridley Scott, realizzato grazie al monumentale lavoro di selezione e montaggio di oltre 80.000 video, è una forma audiovisiva totalmente innovativa, generata dagli utenti e per questo acclamata come democratica e descritta come Social Movie. In questo nuovo modello di film si palesa un obiettivo tanto semplice quanto ambizioso: regalare una panoramica dell’ Italia, dei suoi abitanti e della loro vita in un giorno qualsiasi, il 26 ottobre 2013, grazie a riprese, spezzoni, corti realizzati dagli italiani stessi.

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Il logo di ‘Italy in a day’, progetto sviluppato sotto la regia di Gabriele Salvatores

Non si può prevedere il risultato di un simile esperimento e io, che sono in sala durante l’anteprima veneziana, non so cosa aspettarmi. Da un lato credo che sarà inevitabile ritrovarsi di fronte a scene grezze e volgari, dall’altro provo una sorta di oblio, mi sento come un foglio bianco su cui il film è pronto a scrivere e dipingere. Non si capisce se per uno scherzo del destino o se intenzionalmente, ma prima della proiezione viene consegnato il Leone d’Oro a Thelma Schoolmaker, storica montatrice di Martin Scorsese, quasi a ribadire l’importanza di questo specifico momento dell’arte filmica.

Infine le luci si spengono e tutti attendiamo di vedere un giorno italiano in 75 minuti.
Quello a cui assistiamo è strabiliante: piccoli frammenti si legano l’uno all’altro secondo una suddivisione temporale e tematica che ci porta dall’alba al tramonto, dalle prime luci al buio. In essi gli italiani si raccontano e mostrano: alcuni sono abbracciati ai loro cani o gatti, altri sotto le coperte, alcuni si ritraggono in sport estremi, molti si baciano. Ci sono astronauti, medici, testimoni di giustizia, pensionati, anziani, barboni e molti giovani, alcuni disoccupati, altri oramai fuori dall’Italia. I sentimenti si alternano: gioia, umorismo, divertimento, cupezza, perplessità, determinazione, rimorso, amarezza e riflessività travolgono lo spettatore, in un caleidoscopio emozionale. Il film ha una vita sua, va avanti a ritmo serrato e poi ti lascia respirare, ti porta nell’intimità più profonda e poi ti fa sfrecciare nelle strade, nelle montagne e nei fiumi. Le immagini colpiscono, si susseguono una dopo l’altra sul sentiero tracciato dalla musica. La sala ride, piange e applaude.
Al termine della proiezione siamo tutti storditi, gli spettatori se ne vanno barcollanti, tra di loro ci sono anche alcuni dei realizzatori dei video.

Uscito, non posso fare a meno di chiedermi che cosa abbiamo visto. Certo, un trionfo dell’internet culture e un nuovo genere di film, ma è un puzzle di piccole realtà o un ritratto illusorio? La risposta probabilmente è entrambe. Sicuramente non è stato mostrato tutto, mancano molti tasselli come la mafia, la corruzione, altre cose di cui ci dovremmo vergognare e altre di cui dovremmo andare fieri. L’ onnicomprensività in un film forse non può esistere, e per varie ragioni: contributi non poi così numerosi, necessità selettive da sposarsi a un formato fruibile, quindi la semplice impossibilità di riprendere o fare riferimento a tutto. Un film, proprio per la sua costituzione, non può rivelarci il reale, perché è orientato, perché è un racconto che subisce l’influsso dei suoi autori, sempre e comunque. Il quadro, nella sua interezza, difficilmente è realistico, ma, gli spiragli di realtà sono molti perché, nonostante tutto, Italy in a day ritrae un paese con persone semplici, modeste, dignitose, desiderose di condividere senza quell’esibizionismo piaga dei social network e per questo, a mio modo di vedere, vere. L’Italia che ho visto rappresentata allora non è veritiera, né magari quella di tutti i giorni, ma è di certo un’ Italia umana, che mi ha emozionato e che mi ha reso fiero, che dovrebbe renderci tutti fieri.

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