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ABBATTERE STATUE E’ COME BRUCIARE I LIBRI
La memoria di un popolo non si può cancellare

Erano i primi mesi del 2015 quando l’Isis dichiarò guerra al patrimonio archeologico mondiale distruggendo le opere esposte nel museo di Mosul.
Tutto l’anno durò il massacro perpetrato dallo jihadista Stato Islamico: la distruzione delle antiche mura della città di Ninive, delle statue leonine alle porte di Raqqa in Siria, della Porta di Dio a Mosul, fino alla distruzione delle colonne a Palmira, e la lista potrebbe continuare.
La furia iconoclasta porta sempre al medioevo della mente e della cultura, al fanatismo delle fedi, alle anguste visioni del mondo, all’oscurantismo dell’ignoranza.

Ora le manifestazioni di piazza abbattono le statue, come se strappando le pagine di storia se ne potesse cambiare la narrazione. È ciò che abbiamo visto accadere al tramonto di regimi dittatoriali ad opera delle forze vittoriose, come segno di un potere decapitato.
Nessuna manifestazione è più benedetta di quelle contro il razzismo e per i diritti dell’uomo. Ma se l’indignazione e la protesta giungono fino al punto di scaricare la propria rabbia fino ad abbattere le statue, che a giudizio di alcuni costituirebbero la celebrazione di ciò contro cui si sta protestando, allora di fronte alla foga irruenta dei manifestanti è necessario che tutti ci fermiamo a riflettere. Perché abbattere monumenti non è molto distante da bruciare libri in piazza.

Eravamo abituati a manifestazioni che degeneravano nella rottura delle vetrine e in altri atti vandalici, ma l’abbattimento delle statue ci pone di fronte a un fenomeno nuovo, non certo per la storia, ma per il nostro tempo. Subito viene alla mente una considerazione, perché non si è fatto prima? Quelle statue hanno sfidato i secoli. Non si è fatto prima solo perché le coscienze dormivano? È un modo strano di guardare alla storia. Assolvere la propria coscienza, illudendosi che le responsabilità siano anzitutto individuali anziché collettive. Pensare che furono responsabili del colonialismo solo negrieri e mercanti di schiavi è una grande fandonia, perché secoli di civiltà e di ricchezze hanno le loro mani sporche di sangue, e di quei secoli noi siamo i discendenti.

Non serve abbattere le statue, se siamo noi a non cambiare. Il razzismo di oggi è anche responsabilità nostra, e per rendercene conto è sufficiente dare una scorsa al secolo passato e a quello presente. Allora viene da pensare che questa indignazione distruttiva non sia altro che figlia del nostro tempo, una modalità diversa di dar sfogo al populismo e all’ignoranza. Perché dietro a quegli atti violenti contro il patrimonio culturale di un luogo, di una nazione o addirittura mondiale, non si accompagna nessuna riflessione culturale, nessuna considerazione della storia, della narrazione che ha portato alla sua realizzazione, nessuna biografia dell’autore, nessuna considerazione del fatto che monumenti ed altri artefatti fanno degli spazi delle nostre città dei luoghi, anziché dei non luoghi. Molte piazze perderebbero il loro nome, la toponomastica sarebbe un racconto vuoto, senza fatti, avvenimenti, biografie, un luogo vuoto della storia.

Ogni città ha le sue pagine di storia, ogni via, ogni piazza è la convocazione del passato, come il metrò parigino di Marc Augé. L’abbattimento di una statua non è un atto di giustizia, una esecuzione della storia, ma uno sfregio ai luoghi che abitiamo, alla narrazione che altri prima di noi hanno scritto. È un atto da tribunale dell’Inquisizione, è una condanna al rogo, è una condotta tribale, è un imbarbarimento della civiltà e della cultura. È una violenza alla città e alla sua urbanistica, a come siamo e come eravamo. L’abbattimento di una statua non cancella la memoria di un uomo, ma di un’epoca e di un popolo. Se dovessimo fare pulizia delle nostre memorie, temo che ci resterebbe ben poco.

Dobbiamo impedire all’oblio di cancellare ciò che siamo stati, perché la storia dell’uomo non può essere come gli angoli della nostra mente, che contengono ricordi e pensieri che vorremmo dimenticare. La pars destruens ha il suo contraltare nella memoria, che è la pars costruens della storia, l’antidoto culturale contro i nostri errori. L’abbattimento delle statue, come degli idoli dagli altari, i sacrilegi civili, i sacrilegi contro la storia, non saranno mai la catarsi, tanto meno nei confronti del razzismo e delle morti violente, bensì un’altra catastrofe, la soluzione luttuosa di un dramma.

Morire di giornalismo: raccontare la guerra per lavoro

di Diego Gustavo Remaggi

Spesso immagino i reporter di una volta, Tiziano Terzani, il Vietnam, Joker, Rafterman, la scuola di capitan Gennaio, i loro quaderni sporchi di terra, diventati laceri, talvolta macchiati dall’umidità. Ma voi immaginate le storie dell’Afghanistan, dell’Iran, di Nuova Delhi, dei campi di lavoro russi, gli arcipelaghi Gulag?
A Malala Yousafzai, mentre scriveva a 12 anni nel suo blog del regime dei talebani pakistani, hanno sparato in testa non riuscendo però ad uccidere né lei, né i suoi quaderni, anzi, le hanno fatto guadagnare un premio Nobel per la pace che è servito solo a ricordarle di essere ancora in guerra contro chi le vuole male. A Sean Penn hanno dato il compito di raccontare la storia di El Chapo Guzman, che nei cartelli del narcotraffico centro americano era molto di più di un re fuggito da una prigione.

I giornalisti occidentali raccontano dalle loro precarie condizioni di sicurezza le storie di tante piccole persone che si muovono e corrono in un mondo davvero strano per loro, inseguiti da maledizioni religiose, da scomuniche pastorali o da diritti costituzionali o semplicemente da odio.A Kenji Goto, reporter giapponese, ma freelance per diverse testate occidentali, hanno tagliato la testa. Un emissario dell’Isis con accento inglese lo ha sgozzato senza pensarci due volte, o magari riflettendoci su, affilando la lama assaporando la libido, facendolo e basta. Reporter senza frontiere dice che lo scorso anno tre quarti dei giornalisti uccisi si trovavano in paesi “teoricamente” in pace, il 2% di loro erano donne. Ma al di là dei dati, non vi fa sorridere sapere che uno dei posti più pericolosi dove lavorare è stato la Francia?

Immaginatevi questo: una mattina avete appena preso carta e matita per disegnare la vostra vignetta settimanale e una raffica di proiettili stermina la vostra redazione, quella di un periodico che si chiama Charlie Hebdo, che sputa irriverenza sulla testa di tutti e lo fa così bene da essersi messo contro migliaia di esagitati integralisti. Voi sopravvivete e ora uscite solo sotto protezione e sinceramente, non vi meravigliate quando a metà novembre fanno fuoco sul Bataclan o nel centro di Parigi; all’orizzonte dei campi Elisi c’è quello stesso cielo fumoso della scena finale di Full Metal Jacket, e a vederlo, forse non siete solamente voi.

Non vi aspettate nulla di diverso nemmeno da Mosul, che da 2 anni è sotto il controllo dello Stato Islamico. Dicono che in questa città del nord dell’Iraq ci sia stato un vero buco nero dell’informazione, anche ora che i curdi e le forze alleate stanno per riconquistarla; qui i Taglia Gole sono stati responsabili, in un anno e mezzo, di una cinquantina di rapimenti e 13 esecuzioni pubbliche di reporter, gli inviati stanno tornando timidamente adesso, alle spalle dei carri armati, i pochi rimasti non avevano alcuna possibilità di comunicare con l’esterno, i contatti sono ed erano tutti accuratamente tagliati dall’Isis e con essi anche ogni singola via di comunicazione, internet o giù di lì.

Il Messico continua ad essere il paese dell’America latina con il maggior numero di cadaveri di giornalisti. Lo scorso anno ne sono stati uccisi otto, di cui cinque per ragioni ancora da chiarire. Per chi volesse passare un weekend da quelle parti e mettersi a fare qualche indagine sui cartelli del narcotraffico, l’Odg sconsiglia fortemente le zone a sud di Veracruz e Oaxaca, dove è segnalata anche una forte corruzione tra crimine, politici e polizia locale, dopo la morte di Ruben Espinosa a Città del Messico, a dir la verità, Reporter senza frontiere, dice che non esiste più un posto sicuro in Messico. Occorre farsene una ragione e non imitare assolutamente Sean Penn.

Da un certo punto di vista non vi potete dire sicuri nemmeno se evitate di fare 2 anni di praticantato e mantenete la vostra sacra nomea di blogger per la pace.
Quattro simpatici scrittori sono stati semplicemente uccisi nel giro di dodici mesi in Bangladesh: avevano la colpa enorme di essere prima di tutto laici e poi di sostenere la libertà di parola, di pensiero, di tolleranza all’interno dei propri blog. Ansar al-Islam, una poco rassicurante sezione locale di Al-Quaeda e Ansarullah Bangla Team (nome assolutamente da film) si sono presi la briga di dichiarare le proprie responsabilità nelle uccisioni, alcuni dei loro aderenti sono stati arrestati e condannati, nulla di nuovo sul fronte del subcontinente indiano.

Hindiya Mohamed è una delle ultime vittime in Somalia (ricordate Ilaria Alpi?). Lo scorso 3 dicembre Hindiya stava tranquillamente – ehm… tranquillamente – accendendo la sua auto per recarsi al lavoro come ogni giorno, quando improvvisamente, assieme al boato di un ordigno, tutto è saltato in aria in pochissimi secondi. Non è la prima volta che accade a Mogadiscio. Non sarà l’ultima. Il marito di Hindiya, Liban Ali Nur, lo hanno ucciso solo tre anni prima sempre gli islamisti ribelli di Al Shabaab.
Il problema è che nessuno in Somalia sembra voler indagare o condannare questi omicidi e questo incoraggia molti terroristi a non preoccuparsi di come e dove mettere a segno i prossimi colpi, soprattutto a discapito dei reporter, dei fotografi e degli operatori. Il governo somalo, dal canto suo, ha detto più volte che la sicurezza dei giornalisti non è una priorità.
Reporters Senza Frontiere ha più volte scritto al Segretario Generale dell’Onu, al Consiglio di Sicurezza, all’Assemblea Generale per far aumentare i meccanismi di protezione nei confronti dei giornalisti di tutto il mondo. Secondo RSF l’Onu dovrebbe farsi carico di una rappresentanza speciale per la sicurezza di centinaia di giornalisti e dovrebbe riportare i crimini compiuti nei loro confronti alla Corte penale internazionale così come è già successo per i reporter in area siriana e dell’Iraq lo scorso anno.

Il problema è che ancora non sappiamo se il Consiglio di Sicurezza riuscirà a garantire la pace e la sicurezza in quelle aree totalmente fuori controllo, è già abbastanza complicato per la Corte penale fare chiarezza per i crimini compiuti sulla pelle dei giornalisti che di fatto non stavano lavorando in aree sottoposte alla giurisdizione internazionale e quindi non perseguibili.

Ogni volta che parlo di guerra immagino Terzani a scrivere dal Vietnam. Immagino lui ma anche tutti quei giornalisti e tutti coloro che hanno scritto di fucili e bombe da posti che nemmeno esistono più. Vorrei che tutti fossero al sicuro adesso, assieme ai loro quaderni, appunti, disegni, e assieme alle loro famiglie, ai loro sogni.
Vi siete mai chiesti quanto sono importanti loro per noi?
Potete iniziare a farlo, pensando a tanti che ci hanno lasciato, leggendo magari qualcosa proprio di quell’uomo con la barba vestito di bianco nella valle di Orsigna, un giornalista che scriveva lettere contro la guerra e sosteneva che il rimedio per sconfiggere l’odio era sorridere.
Ah, il giornalismo!

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