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I GIOVANI DI FERRARA
e la “fauna inselvatichita” del Resto del Carlino

Succede a Ferrara. Una signora scrive al Carlino per lamentare che la quarantena ha reso i giovani  più selvaggi e più maleducati e per salutare la ripresa delle scuole che porrà fine alle orde di giovani ammassati in alcuni punti particolari della città.

Il Carlino, non so se per la penna del suo direttore o di un altro redattore, risponde rincarando la dose, etichettando gli ‘under 18’ della nostra città come “fauna inselvatichita” e commiserando quei poveri insegnanti che con la ripresa delle scuole dovranno prendersi cura di loro. Studenti sfaticati, finora graziati dalla didattica a distanza e dai registri elettronici, esperti nell’arte dell’imbosco, dediti alla sciopero e alle autogestioni per questioni futili come le aule fredde, figurarsi cosa succederà ora che hanno pure una base scientifica a cui appigliarsi: il Covid-19.

Ci mancavano solo bullismo, sesso, alcol e droga per completare il quadro della fiera dei luoghi comuni.

Che dire? Non ci resta che fare i complimenti, anzi le congratulazioni al direttore e al suo giornale per l’alta considerazione che nutrono nei confronti dei giovani della nostra città. Non è dato di sapere se i destinatari degli ‘apprezzamenti’ siano solo le ragazze e i ragazzi ferraresi o se il giudizio del Carlino si debba considerare esteso a tutti i loro coetanei a prescindere dalla residenza.

Stiamo, dunque, allevando “una fauna inselvatichita”, non so se al Carlino abbiano figli e se pure loro siano compresi nella fauna inselvatichita.

Evito di fare l’elenco dei tanti giovani cresciuti e formati nella nostra città che in questo momento stanno facendo onore a se stessi e a noi tutti in tante parti dell’Europa e del mondo, nonostante la distrazione di una città che non ha saputo investire su di loro come risorse da non disperdere.

Ma per dire come le generalizzazioni rivelino uno sguardo miope, basta ricordare i giovani a cui il nostro presidente della Repubblica, la scorsa primavera, ha conferito gli attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica” perché si sono distinti come costruttori di comunità, attraverso la loro testimonianza, il loro impegno, le loro azioni coraggiose e solidali. Sono giovani che rappresentano modelli positivi di cittadinanza e che sono esempi dei molti ragazzi meritevoli presenti nel nostro Paese.

Può darsi che al Carlino venga un attacco di orticaria a rammentargli che quella ‘fauna inselvatichita’ è la stessa che ha sfilato nei “friday for future” per scuotere una ‘fauna adulta’ sprofondata nell’indifferenza del proprio torpore.

I giovani ferraresi non sono da meno e non hanno certo bisogno della mia difesa d’ufficio. Sarebbe ora che anziché disprezzare pensassimo alla responsabilità che ognuno di noi porta verso quelle preziose risorse che cresciamo nelle nostre scuole e che lì investono il tempo migliore della loro vita.

Il buon senso dovrebbe suggerire di non dimenticare mai, specie se si fanno generalizzazioni, che quei giovani dal Carlino considerati irrecuperabili altro non sono che il riflesso di noi adulti. Ne sono testimonianza, in queste ore, i familiari dei killer di Willy con il loro osceno: “Era solo un immigrato”.

Se l’esito è una ‘fauna inselvatichita’, sarà bene che impariamo a guardarci allo specchio, innanzitutto noi che dovremmo essere già cresciuti, secondo l’etimologia della parola ‘adulto’ e che, dunque, dovremmo evitare di discolparci con troppo facili luoghi comuni.

Ci sarebbe da interrogare la città su cosa ha fatto e su cosa sta facendo per le sue bambine e i suoi bambini, le sue ragazze e i suoi ragazzi, che non appartengono solo alle loro famiglie, ma sono anche figlie e figli nostri di cui prendersi cura con amore, perché costituiscono le vite su cui contare per il futuro nostro e della città, tenendo ben presente che  di ogni distrazione nei loro confronti siamo tutti responsabili.

Quali spazi, quale ruolo ci si è mai preoccupati di assegnare ai nostri giovani, se non quello di cittadini di serie B sotto perenne tutela.

È difficile pretendere da loro di nutrire un sentimento di appartenenza alla città che abitano, se da parte della città non c’è innanzitutto il loro riconoscimento e la loro responsabilizzazione sociale. La formazione alla responsabilità muove a partire  da chi ha la responsabilità di coltivare un terreno fertile per il suo sviluppo. La prima condizione è che bambine e bambini, ragazze e ragazzi si sentano considerati dalla comunità a cui appartengono, che vedano negli adulti dei testimoni attendibili. Occorre che sentano di abitare una città che si stringe intorno a loro, perché interessata alla realizzazione del loro progetto di vita. Non percepirsi come un disturbo, come un affanno per gli adulti, ma come  forze vitali sulla cui crescita la città investe le sue risorse ed energie migliori.

Sono ormai anni che da queste pagine propongo alla città di coinvolgere i giovani, piccoli e grandi, per far sentire che la città crede in loro, che ha bisogno della loro intelligenza, del loro successo formativo, del loro progetto di vita, perché è dalla loro intelligenza e dalle loro competenze che dipende la possibilità, per loro e per noi, di coltivare il sogno di orizzonti nuovi. Credo che questo sia il modo più autentico di valorizzarli, di coinvolgerli e di responsabilizzarli.

L’idea è quella di celebrare ogni anno il Festival dell’Apprendimento per dimostrare l’attenzione e l’amore della città per le sue scuole, su quello che avviene al loro interno, sulla loro qualificazione. Soprattutto per rendere pubblico l’apprezzamento e la riconoscenza dell’intera città nei confronti del sacrificio e dell’impegno delle nostre bambine e bambini, ragazzi e ragazze per imparare, formarsi e crescere anno dopo anno.

Mettere a disposizione degli studenti una tribuna in cui essere loro i protagonisti, tenere loro le lezioni, esporre i prodotti del loro lavoro scolastico, mettere in pratica quanto appreso nei tanti giorni di scuola, illustrare le loro esperienze, sentirli motivare per quali ragioni imparano e raccontare come l’hanno appreso.

Un modo attraverso il quale la città celebra il loro ruolo, li aiuta a riconsiderare lo studio, a guardarlo con motivazioni e occhi nuovi.

Credo che la precedente amministrazione cittadina abbia compiuto un errore a sottovalutare l’importanza di questa iniziativa, con la quale ormai diverse città nel mondo fanno sentire la loro attenzione e vicinanza non solo alle nuove generazioni, ma anche agli adulti che sono impegnati nel campo dell’apprendimento, da chi studia a chi insegna.

Una città che non sa rendere protagonisti e non offre spazi di espressione e di riconoscimento ai suoi giovani, finisce per rinchiuderli nel ghetto degli stereotipi sociali,   offrendo il fianco ad amplificatori qualunquisti come le pagine del Carlino, abdicando alla propria intelligenza e sprecando quella delle sue figlie e dei suoi figli.

I-detriti-del-Tevere

Salvare Roma ricominciando dall’acqua?

 

Ferraraitalia è un giornale glocal, quindi: Ferrara ma non solo Ferrara. Molti lettori e collaboratori ci leggono e ci scrivono da tutta la Penisola. Da Roma ad esempio.

‘Ricominciamo dall’acqua!’ è lo slogan con cui  Vinicio Capossela presenta l’ottava edizione del suo Sponz Fest che si svolge in Irpinia alla foce del Sele, tra I fiumi Sele e Ofanto. L’evento viene presentato con una fila di piccole barche che scorrono tra quelle acque fluviali, celebrate da una mitologia secolare ma anche bisognose di essere purificate. Tra musica, letteratura e cinema vengono tenuti una serie di eventi decentrati, al massimo 200 spettatori ben distanziati. Ma Capossela non è il solo ad affidarsi in questo periodo tormentato al potere magico-salvifico dell’acqua.

Anche quest’anno si è svolto il Trasimeno blues, una serie di concerti  in cui vengono utilizzate come palcoscenico le barche dei pescatori del lago Trasimeno. Galleggiando e muovendosi lentamente lungo le coste di Castiglione del lago i  musicisti suonano musica blues, tradizionale o sperimentale, dalla mattina fino al tramonto, ognuno dalla sua barchetta. Il pubblico assiste in ordine sparso e a piccoli gruppi seguendoli lungo la riva.

Oliver Stone ha presentato il suo progetto ‘Floatingtheatre dopo aver collocato un grande schermo su una zattera galleggiante tra le dolci onde del laghetto dell’EUR per proiettare ogni sera film da lui accuratamente scelti. Dal 24 agosto al 24 settembre. Capienza massima 150 spettatori all’aperto, ben distanziati e ascolto con cuffie. 30 serate, 2 film a serata e perfino il dibattito con il pubblico.  Quest’ultima iniziativa ha come location un quartiere periferico di Roma che gode di ampi spazi, dotato anche del più grande laghetto artificiale di tutta la città. Ma Roma è una città circondata da acqua, seconda forse solo a Venezia.

Passeggiando per le strade di Roma, alcune deserte, altre affollate di un’umanità variegata come non mai, psicologicamente provata, lacerata tra paure e rimozioni, in preda a una vitalità accaldata e irrazionale, dove l’imprudenza e l’incoscienza si mescolano con una rabbia sorda pronta a scaricarsi sul primo presunto colpevole, con i cervelli intasati da informazioni contraddittorie e propagande politiche avvelenate, alla fine di una lunga estate torrida non può non venire alla mente la meraviglia concreta e simbolica dell’acqua. Assetati come siamo tutti di normalità perduta e di acqua fresca, simbolo di vita e di rinascita, di limpidezza e trasparenza, di mutamento continuo che rinnova e purifica i residui stagnanti. Dopo la tremenda esperienza del lockdown e di un’epidemia che sembra non volerci abbandonare, tutti, ognuno a modo suo, cercano di recuperare una parvenza di una normalità che non esiste più, se mai è esistita, con comportamenti confusi, a volte disperati, sognando di tornare a una libertà perduta. Ma in fondo, anche i più sprovveduti, sanno che tutto è definitivamente cambiato rispetto a un prima che, a ben vedere, era carico di problemi irrisolti e disastri sociali e economici che incombevano sottotraccia. E si è capito che questa volta l’elemento catalizzatore ha preso la forma di un virus particolarmente subdolo.

La vita culturale della città della grande bellezza, della grande storia, della grande architettura da molti anni, anzi decenni, era in costante declino. Al di là dei soliti grandi eventi presieduti da grandi nomi (in questa città l’aggettivo grande viene usato e abusato fino alla nausea) il sostrato sociale che vedeva la partecipazione di migliaia di persone, giovani in particolare, alla vita culturale e artistica della città è andata sempre più scemando. Ed è progressivamente svanita quella tensione utopistica che, al netto di risultati politici non sempre felici, ha comunque in passato favorito  la partecipazione e la condivisione dell’esperienza collettiva della  musica, delle arti visive, della letteratura, la creatività collettiva di masse di persone fino a quel momento escluse dalla vita culturale e artistica. Troppa di quella tensione giovanile si riversa oggi nell’esperienza estetico-estatica del ballo di massa nelle discoteche, storditi e inebriati da droghe varie, o in raduni più o meno clandestini. Momenti di partecipazione collettiva che sotto il nome seducente di ‘movida’ si consumano nell’arco della serata/nottata senza lasciare nulla, se non aumento di malessere sociale e dipendenze varie.

Tolti il Parco della musica e Santa Cecilia, il Teatro dell’Opera, le Scuderie del Quirinale, la Festa del Cinema, le serate letterario-filosofiche alla basilica di Massenzio, le mostre al Campidoglio e a palazzo Venezia, la Fiera autunnale della piccola e media editoria, è rimasto davvero ben poco. La solita alta cultura per grandi nomi applauditi da un pubblico sempre più anziano, sempre più di élite, sempre più chiuso in se stesso e malato di uno snobismo vagamente provinciale. Consorterie, narcisismi estenuanti, radical/chic di destra e di sinistra. E dopo il lockdown e le misure di distanziamento sociale anche quel poco di tensione residua si è drammaticamente ridotto. Mentre la iperattiva instancabile frenetica vita culturale ridotta a frasi a effetto, insulti e polemiche che domina il web, tranne poche, troppo poche eccezioni, non può sostituire la voglia di partecipare, approfondire e trasformare che caratterizza una vita culturale degna di questo nome. Ecco perché  l’ultima grandezza di Roma che ancora non è stata elencata è la grandezza dello spreco. 

E se fosse allora proprio l’acqua l’elemento fisico e simbolico di una possibile rinascita? Roma è una città dove scorrono il Tevere e l’Aniene, un crocevia di acquedotti dove scorre l’acqua dalle tante sorgenti che sgorgano dai monti intorno. Nella mitologia la stessa fondazione di Roma nasce dalle peregrinazioni di Enea per il Mediterraneo e ancora dalla leggenda di Romolo e Remo abbandonati dentro una cesta sulle acque dell’Aniene e poi miracolosamente salvati dal fiume e ritrovati ai piedi del colle Palatino. E’ una città circondata da laghi, a nord come a sud. Si trova in prossimità del mare. Noi inquiniamo, sprechiamo l’acqua in grandi quantità, ma non sfruttiamo quella che abbiamo. E i buchi negli acquedotti sembrano  la rappresentazione simbolica delle tante risorse culturali e artistiche, soprattutto giovanili, che non trovano ascolto nè spazio e che non vengono valorizzate. Giovani che arrancano e sgomitano tentando di emanciparsi dalla tutela finanziaria dei genitori – almeno quando questa tutela esiste – fino a dover rinunciare.

Roma è anche una città in cui abbondano parchi delle più svariate dimensioni, e spesso, da Villa Borghese fino a Villa Pamphili o Villa Savoia, questi parchi ospitano laghetti o altri piccoli corsi d’acqua. Se davvero l’acqua è un simbolo di purificazione e rinascita, questi luoghi, dai più grandi fino ai più modesti giardini di periferia, si potrebbero utilizzare per organizzare eventi decentrati in cui musica, letteratura, mostre di pittura, proiezioni di corti, si alternano dando spazio non tanto ai soliti grandi nomi ma ad alcuni artisti, poeti, pittori, musicisti che conoscono e possibilmente fanno parte del territorio in cui l’evento si svolge. Possibilmente giovani. E  un ruolo centrale nell’organizzare questa rinascita della vita culturale dal basso potrebbe essere affidato al circuito delle biblioteche comunali, fino a questo momento sempre più sacrificate dal punto di vista finanziario e occupazionale. Con l’aiuto delle scuole di zona in grado di partecipare, una volta capito e deciso se, come e quando potranno rientrare veramente in funzione. Ma anche dando vita a eventi pensati più in grande, come il mese di proiezioni sull’acqua organizzato all’EUR da Oliver Stone, o altri eventi che si potrebbero svolgere per esempio alla confluenza del Tevere con l’Aniene a Ponte Salario, o ancora una versione itinerante del Tevere Expo solo per fare alcuni dei tanti possibili esempi. Senza contare i concerti e le letture di poesie e racconti che si possono organizzare sul lago di Bracciano, di Vico, di Nemi, di Martignano sull’esempio del Trasimeno blues. E infine anche molti luoghi di mare, verso nord come verso sud, possono rappresentare splendidi scenari per iniziative simili.

Per concludere con un salto nella musica classica, non potrebbe una nuova politica culturale come questa essere annunciata dalla splendida Water Music di G. F. Handel? Con un grande concerto tenuto sulle rive del Tevere, magari ai piedi di Castel Sant’Angelo?
Ma, come dice il poeta J. Keats alla fine di Ode a un usignolo : “Fu una visione o un sogno ad occhi aperti? Terminata è quella musica: son desto o sono nel sonno?”

Nel frattempo cerchiamo di mantenerci vivi e di poter continuare a sognare.

l’inconsapevole leggerezza dell’essere… italiani

Stazioni sciistiche frequentate all’inverosimile, neanche fosse la pausa natalizia; movida sui navigli, sui litorali tirrenici e adriatici; picnic fuori porta e street food per le vie mertropolitane del gusto; gruppi e compagnie che popolano i plaid distesi sui prati, parchi stipati di festanti bambini; assalti in massa a supermercati e treni. E’ l’immagine di questo ultimi fine settimana, di questi ultimi giorni: così affollati, straripanti di vitalità, spostamenti, aggregazioni.
Una popolazione in fuga dal proprio abitato quotidiano perché l’energia degli uni accresce quella degli altri, e restare insieme riduce la percezione del pericolo, se distribuita su tutti.

Ci si convince che l’uno non rischia più dell’altro e se lo fa l’altro lo posso fare anch’io. Un movimento unitario che serve alla salvezza di tutti – si pensa – l’esatto contrario di ciò che la realtà attuale richiederebbe.
E qualsiasi considerazione, dimostrazione scientifica, ragionamento accreditato, suggerimento, restrizione normativa che turbi l’andamento di questo esodo, genera panico. Scriveva Elias Canetti in Massa e potere: “Nulla l’uomo teme più che essere toccato dall’ignoto”. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo.
Dunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere dal timore di essere toccato. Non si bada più a chi ‘ci sta addosso” perché siamo un corpo unico dove le differenze di prima si annullano davanti alla minaccia comune. Non esiste più un ‘contro gli altri’ ma ‘insieme agli altri’, anche sotto il profilo negativo, laddove invece ci sarebbe necessità di non avvicinare, di porre distanza, di isolare per il bene comune. Si vive tutti nell’interminabile uguale attesa e speranza dove non esistono più i vincoli di prima.

Questa corsa all’evasione in preda al desiderio di conquistare, insieme, spazi di leggerezza e spensieratezza, fa pensare al racconto di Edgar Alla Poe del 1842, la maschera rossa’ i cui protagonisti sono il principe Prospero e i suoi cortigiani, un migliaio di dame e cavalieri che egli convoca in una delle sue magnificenti abbazie fortificate per creare un clima di gaiezza, edonismo e sicurezza, lontani dalla peste che imperversava fuori. Buffoni, ballerine, musicisti allietano i presenti, immersi nella totale bellezza dei saloni, degli addobbi e delle prelibatezze. Nel corso del grande ballo mascherato indetto dal principe, scopriranno la presenza di una figura misteriosa e spettrale con mantello, sotto il quale non esiste nessuna forma tangibile, e che al rintocco della mezzanotte decreterà la fine di tutti. La fuga dalla realtà e l’abbandonarsi alla inconsapevole leggerezza non erano serviti a nulla.

Non sentiamoci invulnerabili e riappropriamoci della consapevolezza, traendo energia da una coesione fatta di buonsenso e volontà di percorrere insieme la direzione giusta, fatta anche di sacrificio e abbandono delle modalità di convivenza del ‘prima’, accompagnati da un pensiero di speranza che José Saramago suggerisce nel suo romanzo Cecità: “ Un commentatore televisivo ebbe l’ingegnosità di trovare la metafora giusta quando paragonò l’epidemia, o quello che fosse, a una freccia scagliata verso l’alto, che, nel raggiungere il culmine dell’ascensione, si mantiene per un momento come sospesa, e poi comincia a descrivere l’obbligatoria curva discendente che, a Dio piacendo… poi ci penserà la gravità ad accelerare fino alla scomparsa del terribile incubo che ci tormenta.”

‘Laissez faire‘ non è uno slogan civile

Degli svaghi notturni dei giovani ferraresi, del fastidio procurato ai residenti e delle possibili soluzioni da adottare si è a lungo discusso nelle settimane scorse. Poi, come sempre, il dibattito pian piano si spegne. Ma il problemi restano aperti e insoluti. “Piazza Verdi” e la ‘movida’ di via Carlo Mayr sono specchio di situazioni che si verificano anche in altri luoghi e in altre città: conciliare aspettative e interessi divergenti non è mai cosa semplice.
Per quanto mi riguarda devo premettere, per onestà, che sono politicamente anti-leghista, sopratutto a causa della politica verso l’Europa e verso gli immigrati, per l’uso di un linguaggio spesso cosi volgare e aggressivo contro quasi tutti coloro che non gridano “Prima gli Italiani!”. Il senso della famosa sentenza ‘“law and order” richiesto da un leghista non è la stessa cosa ho in mente io. Le cose che costoro hanno presentato negli ultimi anni non rappresentano certo un modello per una nuova cultura democratica. Non voterei mai la Lega o, per me come cittadino tedesco, il partito “Alternativa per la Germania“ (Afd). ll loro antisemitismo e anti-democratciismo, la loro volgarità di linguaggio, non mi piacciono per niente.
Ma devo confessare, anche, che posso capire la politica del Comune di Ferrara, dell’amministrazione di Destra, verso la “Movida” notturna senza regole chiare.
Facciamo un esempio che mi fa arrabbiare non con il Comune ma con i clienti degli ‘streetbar’ in via Carlo Mayr: è un diritto bloccare completamente una strada pubblica come succede durante i mesi estivi quasi ogni notte? Certo, “cosi fan tutti” ma una strada pubblica ha le sue regole. Cosi invece, requisito un pezzo di città che è di tutti.
Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr ci si sente in un “failed district”, un territorio senza regole, dove il cliente diventa il re e il cittadino (non cliente) deve rispettare suo malgrado una legge non scritta.

Per essere chiaro: nemmeno io provo grande nostalgia per la ‘Ferrara funerea’, una città silenziosa e noiosa come è stata Ferrara per decenni. Mi piace l’idea della “movida”, con la possibilità di essere in contatto con amici e stranieri all’aperto; ma talvolta il rumore diventa davvero insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Soprattutto venerdì o sabato notte, talvolta fino alle 4 di mattina, non è possibile dormire. Non capisco neppure perché molte stradine in questo storico e bellissimo quartiere di Ferrara siano diventate con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi impellente “bisogno umano”.
Anche per questo avverto grande solidarietà per i residenti, che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro, spesso sgradevole, per riportare un po’ di civiltà in un quartiere incantevole durante il giorno e che lo dovrebbe essere anche di notte.
“Tutti devono accettare le norme”, come ha detto la candidata sindaca della lista civica Roberta Fusari durante la campagna elettorale, ma senza un chiara indicazione di sanzione legale per i trasgressori resta un’affermazione un po’ naif .
Negli anni precedenti, di notte, purtroppo, tanti clienti degli ‘streetbar’ non hanno mai accettato le norme e non credo che le accetterebbero oggi solo perché lo chiede una rappresentante dell’opposizione in Consiglio comunale.

Ampliando il concetto, quanto succede a Ferrara è specchio di tanti piccoli diffusi disagi che insieme però rendono conflittuale il clima comunitario. Una nuova Sinistra, in Italia e in Europa, deve trovare una posizione chiara e credibile a partire già da queste situazioni di quotidiani fastidi, e non di tipo “laissez faire”: se la Sinistra non ha il coraggio di prendere posizione sui problemi della sicurezza e delle norme di convivenza, incluse le sanzioni possibili, la Destra (sia la Lega in Italia, sia l’Afd in Germania) avrà di fronte un futuro radioso per anni.
Sulla sicurezza urbana, il rispetto verso gli altri (anche verso gli stranieri) e sull’angoscia diffusa si giocherà infatti la partita politica dei prossimi anni. E, proprio per questo, “laissez faire” non è, e non può più essere, uno slogan adeguato né per una nuova Sinistra, né più in generale, per le forze che si definiscono civili e “non-populiste”.

BORDO PAGINA
Movida universitaria e Movida istituzionale

Dalle cronache, polemiche sulla annunciata Movida Istituzionale, come giustamente, checchè pontifichi come al solito il misterioso utente A. Bottoni (sembra pagato dal PD visto lo zelo quasi da ufficio stampa pro Tagliani e contro le opposizioni su qualsvoglia tema locale?), protestano le opposizioni. Che dire? Nessun moralismo o sorpresa…..
Prima una premessa on topic come si vedrà: se Maisto globalmente non è assessore incompetente in diverse dinamiche del suo mandato culturale e politico (noi siamo oggettivi) da un pezzo, oggettivamente, è anche in deriva quasi alla piccolo Berja con puntuali deja vu tardoideologici astorici antifascisti fobici (ultima perla certe sue affermazioni su Nello Quilici stesso e certa quasi forzata sinergia istituzionale, nonostante la storiografia ufficiale da tempo reputi lo stesso Quilici e il Corriere Padano, anche oasi di creatività culturale nel ventennio fascista. La gaffe altrettanto oggettiva di Quilici sulle leggi razziali che colpiscono Maisto e altri, beh, allora Bocca e non solo? E Dario Fo repubblichino, per non parlare di un Napolitano fautore dei carroarmati sovietici nel 1956 a Budapest e poi tranquillamente presidente della Repubblica a suo tempo… insomma ridicolo…).
La nuova movida istituzionale in piccolo rientra nel filone di pensiero negativo e tardoideologico di Maisto (ma non solo lui): un minculpop anche sulla Movida con amici degli amici conclamati (alcuni persino in sinergia lavorativa con il Comune!) che meglio stiano zitti anzichè giustificare l’ingiustificabile.
Criticamente parlando trattasi anche di produzioni e realtà culturali in genere di buon livello culturale ma manieristiche e fuori Ferrara meno sopravvalutate o persino ignote.
Ma la cosa più grave, ci pare un’altra. In sé l’idea di affiancare alla Movida standard anche iniziative culturali non è sbagliata per ottimizzarla (magari con gli esercenti in partner ship e andava fatto già nel 2000… per la cronaca), ma presentarla quasi come una alternativa intellettualistica come palese – ci pare offensivo verso sia i protagonisti esercenti della Movida sia verso i giovani ferraresi ma soprattutto giovani universitari che da anni salvano con la Movida il debole PIL locale per intenderci.
Dietro ancora il vecchio razzismo antipopolare di certa Intellighenzia organica e militante tardocomunista unica depositaria della vera condizione giovanile, roba da museo di scienze naturali della politica, la Cultura a una dimensione.
La Movida standard, si sanno da anni certe problematiche, ma solo menti ristrette possono esorcizzare lo scopo (parallelo a altre news preelettorali del PD anche a Ferrara) della Movida istituzionale, mero mantello per appunto le future elezioni (anche locali) e riflesso anche di certa Intellighenzia local poco libera e pronta come automi a cantare il Regime. Personalmente non ho nulla da aggiungere: la città semplicemente nei suoi vertici al potere è arretrata di 20-30 anni. E la Movida istituzionale molto prevedibile e semplicemente noiosa.
Certamente meglio in ogni caso il Campari Spritz deperiano e futurista dei giovani universitari e la libera produttività commerciale degli imprenditori standard della Movida (che magari per alcune problematiche avrebbero ben sottoscritto i circa 40 mila euro destinati alla Movida Istituzionale per i famosi bagni pubblici in centro! Ferrara è l’unica città d’arte al mondo senza bagni pubblici in centro! A volte anche l’Intelligenza vera organica dovrebbe aggiornarsi….

LA RIFLESSIONE
Ma quella catena è emblema di chiusura

di Francesco Fiore

L’ennesimo capitolo della lotta per il sagrato del duomo ha attirato negli ultimi giorni l’occhio dei media locali, quando è stata comunicata la cifra (30.000 euro a carico del Comune) per il progetto di recinzione dell’area antistante alla cattedrale. Se anche non sapevate dell’iniziativa dell’Amministrazione comunale, sicuramente avrete discusso, sentito o anche solamente letto dell’aspro scontro tra il vescovo di Ferrara Luigi Negri e i ragazzi della cosiddetta ‘movida’, che ha ora portato al citato intervento.
La discussione, che va avanti dal 2013 con occasionali picchi di tensione, ha alla sua base l’idea di decoro, urbano e morale, e si è sviluppata come un ‘1vs1’ tra due poli opposti: moralità e divertimento. In base al proprio convincimento si assegna un valore positivo a uno dei due poli e un valore negativo all’altro, precludendosi di fatto la possibilità di trovare qualsiasi punto di incontro. Il limite, da cui deriva la sterilità del dibattito sulla questione, è proprio il concetto di degrado, infatti “degrado è un termine che ha un significato diverso a seconda di chi lo utilizza, ed è proprio questo che lo rende tanto utile per il linguaggio del potere. Può intendersi come degrado fisico […], oppure può essere inteso come degrado morale e sociale, e in quel caso le azioni che risulteranno saranno dirette fin dall’inizio della pianificazione a provocare modifiche sulle persone oltre che sugli ambienti, sulla composizione sociale del quartiere degradato prima che sui muri. E se è vero che il degrado fisico degli edifici può essere valutato con parametri tecnici e quindi grosso modo condivisibili dai diversi attori, il degrado morale o sociale è questione delle più arbitrarie, perché informato dal sistema di valori di chi lo denuncia”. (Gian Maria Valent, “La riqualificazione urbana come mezzo di controllo sociale”, clic qua per leggere).

In questo modo la soluzione a un problema reale, che interessa tutta la collettività, diventa un intervento urbano che reitera anche a livello fisico la distanza tra le due parti, separate da una distanza di valori e una spiccata incapacità comunicativa. Le catene della recinzione diventano così un simbolo di chiusura, il quale instaura un ulteriore barriera tra due elementi della stessa comunità che condividono lo stesso spazio fisico, senza che si agisca minimamente sul problema al centro del dibattito, come confermano gli stessi promotori del progetto affermando che “nessuna soluzione potrà far fronte alla poca educazione e al disdoro procurato dai ‘fruitori della notte’, ma sarà un limite ben evidenziato che consentirà interventi di ordine pubblico più mirati”. (Estense.com)

Questa battaglia tra difensori della moralità e perturbatori del buon costume ha portato solo ad avere una piazza spesso sporca e, se l’intervento dell’Amministrazione andrà andrà a buon fine, anche preclusa (almeno parzialmente) ai suoi principali frequentanti. Per questo dobbiamo spostare il piano della discussione su un terreno più fertile, dal quale possano nascere soluzioni adeguate e mature consapevolezze, condizioni imprescindibili per un reale e condiviso miglioramento sociale.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
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