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BORDO PAGINA
ʿUn Paese a 5 Stelleʾ, un libro di Mimmo del Giudice

Hanno abbassato la media dell’età anagrafica ed elevato quella del livello di cultura in entrambi i rami del Parlamento, ma sono tutti alle prime armi. Quindi esperienza zero o quasi. A 4 anni dalla pacifica “invasione” nei palazzi della politica, che dovevano aprire come una scatola di sardine, sono ancora in tanti a esprimersi con slogan come se fossero in campagna elettorale e non legislatori. Stiamo parlando del “fenomeno” Movimento 5 Stelle. Di questo fenomeno si occupa “Un paese a 5 Stelle” (Armando editore, novembre 2017), un libro che racconta la storia di un movimento che ha quale principio fondamentale sostituire la democrazia rappresentativa in vigore nel nostro paese con la democrazia diretta, la democrazia dal basso

Proprio alla vigilia elettorale (il prossimo 4 Marzo), in piena anche polemica per le cosiddette parlamentarie grilline (con circa l’80% dei candidati grillini letteralmente telematici- leggi la famosa democrazia diretta a quanto pare disoccupati o precari lavorativi se non esistenziali… in certo senso) andrebbe letto questo complesso e ottimamente analitico lavoro giornalistico culturale di Del Giudice (edito dalla storica Armando editore, specializzata nelle scienze sociali) per capire certamente meglio la genesi del Non Partito fondato da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.
Un non-antipartito che secondo le previsioni potrebbe anche vincere questa tornata elettorale.
Non a caso, l’autore è un cosiddetto politologo di lungo corso, dai tempi di una certa Democrazia Cristiana e di un certo stesso Andreotti:
dietro una cifra letteraria, a volte sorniona, a volte con improvvisi blitz più soggettivi ma ben calcolati (mai ridondanti), il testo via via si dilata e trasmette con una buona persuasione, senza alcuna demonizzazione, né elegiache off topic: trattasi comunque e sempre di un diversamente partito che tutto sommato probabilmente potrebbe anche, paradossalmente raggiunti apici futuro prossimi e imminenti, alla lunga quasi estinguersi, quasi una avanguardia del web nell’agorà politico destinato a generare però in futuri a medio lungo termini altri e nuovi soggetti post Internet e meno contradditori.
Certo registro di sistema è acutamente evidenziato dall’autore nelle sequenze originarie., circa 10 anni fa e oltre dedicate specificatamente a Gianroberto Casaleggio e a Beppe Grillo, ancora quasi ignari l’uno dell’altro, un Grillo che come noto in precedenza, oltre alla sua oltraggiosa e coraggiosa satira politica come comico, denunciava quasi davvero come i luddisti il pericolo dei Computer e delle Tecnologie…
Poi l’incontro rivelatore ed illuminante con Casaleggio, nel suo camerino dopo proprio uno spettacolo: con il futurologo visionario e un comico interessato e stupito ma dapprima anche scettico, prima della quasi poi immediata sinergia e aurorale discesa in campo con il blog che ha rivoluzionato la politica italiana.
Del Giudice pone in primo piano in sintesi anche la famosa Carta di Genova di circa 10 anni fa, dove Grillo ispirato da Casaleggio comunica ai media una sorta di Manifesto del Futuro, con indubbiamente visioni potenzialmente pragmatiche dopo le nuove tecnologie mica banali, anzi: roba da fantascienza ma solo per i partiti classici arcaici in tal senso.
Del Giudice, inoltre sviluppa cronologicamente il volume, dal V- Day e il vaffanculo elevato a motto 2.0 contro il vecchio mondo corrotto e senile dei partiti, oltre alle altre fasi salienti dell’ascesa irresistibile e continua (tranne qualche flop) del Movimento dei 5 Stelle, fino alla conquista di Torino e Roma con l’Appendino e la Raggi; dalla scomparsa prematura del diversamente guru informatico al suo sostituto meno “mitico” ma non meno visionario e futuribile, ovvero il figlio Davide. Fino allo stesso astro nascente Di Maio, candidato premier.
La parola anche ai grillini o meno della strada, off line!, ai molti anche ex grillini, con analisi in generale anche della strana democrazia grillina, nei fatti paradossale, ancora una volta contraddittoria (fino alle stesse attuali recenti Parlamentarie):
Non a caso, più che il compianto Gianroberto, Grillo è, tra il serio e il faceto, paragonato in ampie pagine precise agli stessi Berlusconi, Mussolini, Mao… secondo noi anche forzatamente dall’autore,
Come spiegato da Del Giudice, concludendo, e alla luce delle prossime elezioni e degli esiti, trattasi di una ricognizione dagli esordi a una virtuale fine del movimento come mera forza di opposizione e antipolitica. Come anticipato comunque già da prima comuni e poi regioni e città metropoli conquistate, il salto è in ogni caso compiuto. Dopo il 4 marzo sarà tutta un’altra storia…

Info
https://www.libreriauniversitaria.it/paese-5-stelle-non-partito/libro/9788869922947

Il caso delle elezioni romane: emblema della crisi della rappresentanza in Italia

A giugno si vota in 1.371 Comuni italiani. Fra le città in scadenza di mandato, capoluoghi del calibro di Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Torino, Trieste. E poi Roma.
Forse la capitale è l’emblema, per troppi versi preoccupante, dello stato di salute di politica e partiti in generale.
Che questo sia un problema lo diceva Giuseppe Dossetti nel memorabile discorso di Pordenone nel 1994. Con quella capacità di saper guardare lontano, a circa due anni dalla morte (1996) e nell’anno che segnava storicamente il crollo della prima repubblica, travolta dall’infezione della corruzione, il monaco di Monteveglio metteva in guardia dal pericolo per la stessa democrazia della crisi della politica e dei partiti.
Una crisi di cui un segnale, alcuni fanno notare, è il fatto che già nel nome molte formazioni non si chiamano più “partito”. Unica eccezione, o quasi, il Pd.
Proprio a Roma sembra più eclatante uno stato delle cose che sembra pericolosamente prossimo alla necrosi della politica.
Nella contesa per la capitale il centrodestra dà l’idea del caos. Già il termine ‘gazebarie’ per designare il candidato, che anche l’accademia della Crusca avrebbe un reflusso gastrico nell’ammettere nel vocabolario dovrebbe, da solo, mettere in allarme. Praticamente il giorno stesso in cui emerge il nome – Guido Bertolaso – viene clamorosamente e platealmente smentito dalla discesa in campo di Giorgia Meloni.
Tanti fanno presente che qui la vera posta in gioco è il centrodestra. A Matteo Salvini – è stato scritto e riscritto – non importa nulla della capitale. Vuole detronizzare definitivamente l’ex cavaliere e rimanere il padrone unico dello schieramento. Di più: nella sua deriva lepenista forse sa di non poter neppure conquistare Palazzo Chigi. Quello che vuole è comandare la destra.
Sullo sfondo sono destinati, quindi, a rimanere Roma, i romani, gli enormi problemi della città che più rappresenta l’Italia e le quindici pagine dell’Autorità Anticorruzione. Quindici pagine in cui l’Anac fa a pezzi le giunte Alemanno e Marino. Uno spietato atto d’accusa – scrive Oscar Giannino dalle colonne de Il Messaggero (16 marzo) – sulle condizioni di illegalità pervasiva in cui si trova l’amministrazione del Campidoglio. Sistematici aggiramenti delle regole, perpetrati in alcuni casi addirittura da vent’anni in tema di appalti, 14 miliardi di debiti accumulati e ora lo scandalo degli appartamenti pubblici con affitti che sono un insulto innanzitutto alla gente perbene. Canoni che, come se non bastasse, non vengono neppure pagati. Danno e beffa in una simultaneità sfacciata e impunita, con una morosità che pesa sulle casse comunali per centinaia di milioni di euro. Salvo poi assistere alla liturgica processione del primo cittadino di turno del Campidoglio a Palazzo Chigi col cappello in mano ad ogni legge finanziaria, perché Roma Capitale è un caso a sé.
Ebbene, di questo buco nero cosmico – spettacolo non proprio astrofisico cui assistono attonite le cancellerie di mezzo mondo – importerebbe poco o nulla alla destra italiana, a quanto pare.

Nel campo della sinistra le cose non vanno meglio.
Le primarie continuano a essere fonte di polemiche, opacità e contestazioni, che finiscono per lasciare il segno (sempre meno partecipate) su uno strumento pur nato sulla carta con le migliori intenzioni.
Anche qui la contesa elettorale è pretesto per un estenuante regolamento di conti.
La sinistra del partito contesta al segretario-presidente del Consiglio di governare coi voti di Verdini.
La compagnia in effetti fa venire in mente il detto: “meglio soli che male accompagnati” e non manca neppure chi legge il dato come il segnale della persistenza dell’inconfessato Patto del Nazareno. Su QN (16 marzo) si riporta, per esempio, il virgolettato del Pd Federico Fornaro, membro della commissione vigilanza della Rai: “Con il canone in bolletta la Rai otterrà risorse, in termini di minore evasione, pari a 500 milioni. Così il sistema, non solo Mediaset, chiederà che sia diminuito l’introito pubblicitario del soggetto pubblico”.
Questioni d’interessi, che in tempi di uomini del fare evidentemente contano più di idee e progetti.
Se Verdini è il bastone lanciato polemicamente tra le ruote di Renzi dalla sinistra del partito, il problema però permane quello di un respiro che manca.
Ne parla distesamente Massimo Cacciari (su L’Espresso il 24 marzo). Secondo il filosofo ed ex sindaco di Venezia Renzi è “la forma che ha assunto in Italia la crisi storica della socialdemocrazia europea”, nell’ambito della “subordinazione delle socialdemocrazie tradizionali ai poteri forti”.
Detto in altri termini, per contendere la sua leadership occorrerebbe mettere il dito sulle ragioni profonde di questa disfatta e cioè sulla storia di una sinistra per tanti versi conservatrice. “Conservatrice – prosegue Cacciari – in campo istituzionale, centralistica, ministeriale, burocratico-romana, in materia di mercato del lavoro e di politiche sociali, nella difesa di un modello di welfare ormai insostenibile anche economicamente (…). Un tramonto che inizia negli anni Settanta, ignorando le ragioni profonde della crisi fiscale dello Stato, smarrendo il rapporto con le trasformazioni epocali del mercato del lavoro e della composizione sociale”. Insomma “una grande crisi culturale che globalizzazione e finanziarizzazione del capitalismo finiscono spietatamente per mettere a nudo”.
Ma c’è la forza di pensiero, innanzitutto, per levare il coperchio su queste radici – che chiamerebbero in causa responsabilità di natura storica – o è più comodo individuare un capro espiatorio, per quanto vulnerabile?
Il forte timore è che, anche in questo caso, abbia ragione Corrado Guzzanti con il suo celebre motto: “la seconda che hai detto”.
Infine c’è il volto telegenico pentastellato di Virginia Raggi, la giovane avvocatessa che si è fatta le ossa nello studio legale di Cesare Previti, la cui regola di vita non pare sia mai stata “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Una designazione fuoriuscita dalle primarie, in questo caso formato on line.
Risulta francamente faticoso plaudire a tale digitalizzazione del consenso contabilizzato in poche decine di persone.
Qui più che di primarie sarebbe più appropriato parlare di ‘parentarie’, a costo di far venire il mal di testa alla solita accademia della Crusca.
Hanno provocato un sussulto di battito cardiaco le parole della senatrice grillina Paola Taverna sulla contesa elettorale romana, secondo la quale le forze politiche tradizionali starebbero tramando per perdere apposta, lasciando al M5S il compito ingrato, e al limite della mission impossible, di governare Roma, scommettendo evidentemente sul fallimento.
Quando si dice che la classe non è acqua.
Non rimane che fare tanti auguri ai romani e all’Italia intera, perché se queste sono le premesse ne hanno – ne abbiamo – davvero tanto bisogno.

IL DIBATTITO
Sinistra e sinistre

La distinzione fra destra e sinistra, prima ancora di essere una questione che riguarda dottrine politiche partiti e movimenti, attraversa le coscienze degli individui. Verrebbe quasi da dire che di sinistra (o di destra) si nasce, o comunque si diventa molto presto, e tali si rimane, quasi sempre, per tutta la vita. D’altra parte si tratta di una discriminante antropologica fortissima, forse addirittura archetipa in quanto connaturata con il suo contrario alla nostra specie. E’ di sinistra infatti chi ritiene che il bene della comunità sia più importante di quello dei singoli, da cui discendono inevitabilmente i principi di uguaglianza e di solidarietà, mentre è di destra chi pensa il contrario. Volendo si potrebbe persino azzardare che destra e sinistra rappresentino nient’altro che il modo peculiare di manifestarsi per la specie umana, rispettivamente, dell’istinto di sopravvivenza individuale e di quello della specie.
Si potrebbe dire che una definizione così ampia e per molti versi così indeterminata sia poco utile: è tuttavia l’unica che consente, al di là delle ideologie, ossia dell’idea che nel tempo l’essere di sinistra ha di sé, di trovare nella storia umana anche remota elementi di ‘destra e di ‘sinistra’ del tutto riconoscibili. Soprattutto, solo partendo da così lontano si capisce molto bene che parlare di un’unica sinistra non ha alcun senso, a maggior ragione in una fase storica travagliata come quella che stiamo attraversando, mentre invece occorrerebbe fare riferimento ad una pluralità di ‘sinistre’, che declinano i comuni valori di riferimento in modo diverso, ognuna cercando di ottenerne l’applicazione nel modo più efficace. Purtroppo al giorno d’oggi questo non accade quasi mai ed ogni raggruppamento, chi più chi meno, tende ad intestarsi l’esclusiva del marchio, diffidando addirittura altri dall’usarlo. Un muro contro muri che se non fosse tragico sarebbe persino un po’ comico, pienamente inserito in un solco ben tracciato in tutto il ‘900 che ha quasi sempre visto nel partito o movimento politicamente più prossimo il peggiore dei nemici. In queste condizioni il dialogo è nei fatti impossibile, perché per discutere proficuamente con qualcuno è necessario riconoscerne la legittimità: a sinistra oggi in Italia non si discute, ma ci si accusa reciprocamente di misfatti di ogni tipo, perché manca quasi del tutto quel riconoscimento.
E sì che di argomenti ce ne sarebbero. Uno su tutti: come conciliare un progetto riformista nel contesto dei vincoli legislativi ed economici del quadro europeo. Perché le varie sinistre, non solo in Italia, finora si sono accapigliate ragionando su uno scenario sostanzialmente tutto nazionale, che ormai non esiste più, tanti e tali sono i vincoli che ci pongono l’UE e la moneta unica. Come reagire alla globalizzazione e quale modello di sviluppo praticabile proporre, alla luce dei vincoli posti dal punto precedente che non consentono illusorie fughe in avanti e ipotesi di “socialismo in un sono Paese”. C’è chi dice che il mondo sia all’inizio della quarta rivoluzione industriale, quella dell’automazione pervasiva, che porterà alla scomparsa nel giro dei prossimi anni di milioni di posti di lavoro sostituiti da macchine sempre più intelligenti, non solo nelle fabbriche, come è stato finora, ma anche negli uffici e nei servizi. Come si risponde da sinistra a questo fenomeno, che, si badi bene non può essere contrastato e che comunque è lo strumento che progressivamente consentirà all’umanità”, ovviamente a patto che siano in piedi meccanismi adeguati di redistribuzione, di affrancarsi dalla “schiavitù del lavoro? Legato a questo, in un’ottica di prospettiva, osserviamo però che negli ultimi 30 anni nell’intero mondo occidentale la disuguaglianza sta aumentando vertiginosamente: sempre meno persone possiedono percentuali sempre più elevate della ricchezza dei singoli Stati. Un trend che non pare destinato ad arrestarsi e che ci porterà nel giro di qualche anno ai livelli di inizio ‘900. Per contrastare questo fenomeno, più che sulla leva fiscale, sarebbe necessario intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale della ricchezza; come si costruisce un consenso ampio attorno a questo obiettivo? E poi i fenomeni migratori: come vanno gestiti per uscire dalla vuota proclamazione dell’accoglienza a cui non corrispondono interventi utili per realizzarla? Come è fatta una società multiculturale e quali limiti devono eventualmente essere imposti alle singole culture che la compongono? Ma anche, come contrastare i movimenti terroristici globali, certamente quasi sempre nati come conseguenza di politiche miopi quando non scellerate dell’occidente, ma che mettono violentemente in discussione alcuni dei principi fondamentali di libertà e di uguaglianza a cui non vogliamo rinunciare? E, ancora, la salvaguardia dell’ambiente, le risorse del pianeta, l’aumento della popolazione.
Tutte questioni di grandissima complessità, sulle quali non esistono, prima ancora che le proposte, analisi di merito condivise. La migliore sinistra, nelle sue molteplici articolazioni, si è sempre distinta dalla destra per il tentativo di produrre analisi approfondite della realtà dalle quali far derivare proposte politiche perseguibili. A tal fine, oggi, sarebbe necessario uno sforzo comune, senza assurde tentazioni di primogenitura, ma anzi dimostrando da parte di tutti la grande umiltà necessaria a fronte dell’enorme difficoltà del compito.
Si notano invece troppo spesso, oltre a grandi dosi di iattanza del tutto immotivata, accanimenti furiosi su questioni relativamente di poco conto, singole persone, frasi e citazioni al di fuori dal loro conteso, così come, di fronte alla complessità, tentativi di rinchiudersi in un illusorio ‘specifico nazionale’, del tutto avulso dalla realtà. Qualcosa che può essere definito solo con l’ossimoro di ‘nazionalismo di sinistra’ (cosa peraltro non nuovissima).
Da ultimo, come in quelle animazioni sulla storia del pianeta in cui l’uomo compare negli ultimi microsecondi, le incombenze immediate. Vale a dire, in sostanza, come raccordare con le grandi questioni appena enunciate il necessario processo di riforma da avviare in un Paese che già manifestava alla fine del secolo un grandissimo bisogno di innovazione a tutti i livelli e che è invece rimasto bloccato per ulteriori vent’anni di governo sostanziale della destra. Poi, certo, appena prima dei titoli di coda e se proprio non se ne può fare a meno, Renzi, Bersani, Fassina, Vendola, e chi altri vi pare.

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

Chi anticipa e chi rallenta: strategie d’impresa nella salvaguardia ambientale

Un numero sempre crescente di aziende si sta impegnando per inserire il rispetto dell’ambiente tra le proprie priorità strategiche. E’ furbizia commerciale o esigenza reale? Certo non basta la risposta che si è attenti ai vincoli normativi; sappiamo che l’osservanza delle norme non è proprio una virtù nazionale e di solito viene intesa in forma elastica. Forse neanche la motivazione culturale può essere sufficiente; la consapevolezza pragmatica che i problemi ambientali tendono a peggiorare con il tempo e che un approccio positivo di tutti possa essere un’esigenza sentita non pare una motivazione consolidata. Neppure le risposte economiche sono tali da consentire di valorizzare in termini competitivi eventuali vantaggi di costo o di barriere all’entrata connessi alla eco-efficienza economica.
Però un dato certo è che le imprese leader nei loro mercati considerano di fondamentale importanza l’acquisizione di un alto profilo nel rispetto dell’ambiente: non basta rispettare le leggi, bisogna essere socialmente graditi. Sono noti gli esempi in cui una realtà aziendale inquinante e non rispettosa dell’ambiente ha spesso penalizzato gravemente l’immagine dell’impresa che ne è stata causa e, di riflesso, vittima (di se stessa).

La propensione all’acquisto dell’utente-cliente-consumatore sta crescendo di importanza e il ‘prosumer’ è sempre più attento al rispetto dell’ambiente. Gli elevati standard di compatibilità ambientale sono un elemento importante della competizione. In verità non tutti i consumatori sono sensibili al tema ecologico e solo un quinto costituiscono la tipologia del cliente coerente con le proprie convinzioni ecologiste. Un terzo sono passivi e poco propensi a favorire la eco-sostenibilità, anzi delegano agli altri (istituzioni di controllo) la verifica del rispetto ambientale (anche se poi però non credono che vengano fatti). Poi ci sono gli indifferenti, consumatori con scarso potere d’acquisto e minimo interesse ai prodotti ecologici.
Però le persone realmente motivate e caratterizzate da atteggiamenti decisamente responsabili stanno aumentando e in qualche modo stanno sollecitando modificazioni del mercato, anche se poi non sono disposti a rinunciare alle performance funzionali o ad accettare prezzi più alti. La crescita della sensibilità è un fattore decisivo.
La conseguenza è che ci sono le cosiddette aziende di lobbying passivo che cercano di intercedere con le autorità pubbliche per rallentare il cambiamento. Fingono la disponibilità al miglioramento sapendo di mentire e cercano di influenzare la evoluzione del contesto. Sono la maggioranza. Però ci sono anche le aziende che hanno adottato una strategia reattiva e anticipativa; che sviluppano una proposta commerciale sostenibile prima dei concorrenti per conseguire un vantaggio competitivo in campo ambientale attraverso nuove tecnologie “verdi” (‘early movers’). Penso che a ciascuno vengano in mente alcuni esempi. Ma quelle che ci devono interessare di più sono quelle che investono in innovazione e che considerano la dimensione ambientale come una importante priorità. Cercano strategie di prodotti e tecnologie di processo che permettano un miglioramento delle prestazioni ambientali, creando prodotti eco-compatibili. A loro un grazie e spero anche una propensione all’acquisto.

Qualche considerazione di sintesi: è ormai maturata la consapevolezza che la sfida per un ambiente più vivibile non si vince esclusivamente attraverso le normative né tantomeno con le schermaglie diplomatiche fra i potenti della terra. Però neanche tramite la delega a movimenti critici spontanei. L’azione culturale per sviluppare una migliore qualità della vita inizia con il posizionare al centro dell’attenzione e della ricerca il binomio ambiente-economia. L’obiettivo è quello di perseguire uno sviluppo sostenibile, un avanzato equilibrio fra crescita economica e salvaguardia dell’ambiente. Il coinvolgimento di tutti i soggetti della sfera produttiva, istituzionale e sociale, che prescinda da pregiudizi ideologici, è indispensabile come insieme di risorse da tutelare e utilizzare responsabilmente a garanzia delle generazioni presenti e future.

ECOLOGICAMENTE
Acqua pubblica: principio inderogabile e giusto prezzo

Il mercato dei servizi pubblici ha subito molte trasformazioni e alcune non sempre hanno prodotto risultati positivi per il cittadino. Si va verso il miglioramento dei servizi o si incrementa la spinta liberalizzatrice dei soggetti privati? Permangono alcune perplessità e criticità su cui ho già espresso la mia opinione [vedi].
Il sistema dei servizi pubblici locali, nonostante sia al centro dell’attenzione da molti anni sia sul piano delle riforme possibili sia sul suo ruolo, evidenzia posizioni contrastanti; manca una condivisione di politica industriale, di sviluppo sociale ed economico dei servizi pubblici territoriali. Deve crescere la condivisione del servizio pubblico locale in una logica di trasparenza e di sviluppo della qualità. Il bisogno di ‘governance’ nei servizi pubblici ambientali ha infatti portato con sé anche elementi di conflitto tra interessi contrapposti in cui a finalità sociali e di miglioramento della qualità della vita si intersecano e talvolta si contrappongono esigenze economiche di tipo societario. Il settore dei servizi pubblici ambientali, in generale, e il ciclo dell’acqua, in particolare, richiedono che siano garantiti forti principi di regolazione per favorire la prevalenza del sistema integrato e della gestione unitaria. Si tratta allora di rivedere l’intero ciclo dei servizi in una logica complessiva e non di minor costo, orientata verso economie di scala e progetti integrati (quantità adeguata alla domanda e qualità compatibile con la economicità).
L’acqua è, oggi come ieri, un problema di tutti. La presa di coscienza e la mobilitazione dei movimenti di pubblica opinione nei confronti della “crisi dell’acqua” sta però cambiando, e la volontà di riconoscere l’acqua come bene comune, e sostenerne il diritto all’accesso, stanno diventando principi fondamentali. L’acqua è un bene primario profondamente legato all’ambiente, alla salute e alla vita dell’uomo, su cui è necessario affermare il controllo pubblico: dunque, la proprietà pubblica dell’acqua è un principio inderogabile. Non è un prodotto commerciale, bensì un patrimonio che va protetto difeso e trattato come tale.
Questo però non significa che deve essere gratuita. Anzi, il valore, il costo e il prezzo del servizio devono essere tra loro collegati e interdipendenti; i prezzi che riflettono i loro costi danno infatti a tutti (utenti, amministratori e gestori) l’indicazione del valore (e del valore aggiunto) del servizio. Il giusto prezzo, dell’acqua è un importante incentivo per incoraggiare un utilizzo sostenibile dell’acqua stessa (una accurata politica tariffaria regola infatti i consumi e soprattutto dà il giusto valore al bene). L’acqua, anche se è un bene pubblico, deve essere gestita con criteri industriali e fondamentale diventa la centralità dell’individuazione di nuovi livelli di coordinamento (autorità di bacino, autorità territoriali ottimali per il servizio idrico integrato ) in un corretto sistema di pianificazione e di governo delle risorse idriche.
In sintesi i principi base dei sistemi tariffari si potrebbero così riassumere: adeguare le tariffe ai costi del servizio, garantire la qualità gestionale dei servizi, tutelare tutti i clienti-consumatori, impegnare i gestori in investimenti tecnologici e soprattutto funzionali, garantire la qualità gestionale nella erogazione dei servizi e tutelare tutti i clienti-consumatori, compresi quelli del ciclo produttivo, consapevoli che solo ritrovando un equilibrio industriale si può fare crescere il settore.

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