Tag: movimenti sociali

IL PIANO DRAGHI LAMORGESE:
privatizzare, vietare i cortei, comprimere la democrazia

 

Come nel più prevedibile dei copioni di teatro, dopo aver sapientemente preparato il terreno per un paio di mesi, il cerchio si chiude e il governo Draghi-Lamorgese porta l’affondo finale: nell’Italia della ripresa-resilienza sarà vietato manifestare.

L’esito è stato preparato attraverso diverse tappe.

La prima avviene il 9 ottobre, quando una “sconsiderata” gestione dell’ordine pubblico a Roma permette un assalto di gruppi neofascisti alla sede nazionale della Cgil, dopo averlo annunciato due ore prima dal palco di Piazza del Popolo.

La seconda avviene in vista del G20 del 30-31 ottobre, quando si costruisce una campagna di stampa di tre settimane su allarmi inesistenti in riferimento alle manifestazioni dei movimenti sociali, che portano esercito per strada e cecchini sui tetti a fronteggiare nientepopodimeno che la giovane generazione ecologista dei Fridays For Future. Naturalmente la buona riuscita delle mobilitazioni viene attribuita al Ministero dell’Interno che ha “impedito” alle stesse di produrre disagi all’ordine pubblico.

Serve la goccia per far traboccare il vaso: ed ecco l’annuncio di un possibile cluster di contagiati dovuto alla ripetute manifestazioni No Green Pass nella città di Trieste e la presa di posizione del Sindaco della città, il quale, senza nessun senso delle proporzioni e del ridicolo, richiede a gran voce l’adozione di leggi speciali: “come ai tempi delle Brigate Rosse”.

Il pranzo è servito e il governo Draghi – non contento di aver imposto un Parlamento embedded, totalmente allineato alle sue scelte politiche sul post pandemia – prova a risolvere anche l’altro polo del problema, rappresentato dal conflitto sociale.

Ed ecco il nuovo pacchetto di provvedimenti annunciato sugli organi di stampa dalla Ministra Lamorgese, la quale, naturalmente non disconosce il diritto a manifestare (art. 21 della Costituzione), ma lo colloca dopo il “diritto” dei cittadini a non partecipare ai cortei (come se fosse obbligatorio) e dopo il “diritto” dei commercianti a poter trarre gli usuali benefici dallo shopping festivo e, ancor più, natalizio prossimo venturo.

Saranno vietati i cortei nei centri storici delle città, in tutte le vie dei negozi e in prossimità dei punti sensibili. E, come se non bastasse, laddove non ci siano “particolari esigenze e garanzie” – chi le stabilisce? – saranno vietati i cortei in quanto tali e permesse solo manifestazioni statiche e sit-in.

Il quadro è sufficientemente chiaro. La pandemia ha messo in evidenza tutte le contraddizioni e la generale insostenibilità di un modello di società basato sull’economia del profitto. Il governo Draghi si è imposto il compito di proseguire con quel modello costi quel che costi.

Ed ecco allora un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR) tutto rivolto ad accontentare le imprese e a mortificare il lavoro e i suoi diritti; una politica fiscale volta a liberare i ceti abbienti dalle insopportabili imposte, di nuovo scaricate su lavoratori e pensionati; una transizione ecologica interamente vocata al greenwashing; una nuova ondata di privatizzazioni di tutti i servizi pubblici locali; un attacco alla povertà, attraverso provvedimenti vergognosi come il tentativo di restringere il reddito di cittadinanza e di comprimere l’indennità alle persone con disabilità.

Tutte misure che, com’è ovvio, acuiranno il disagio delle persone e produrranno rabbia e conflitto sociale. Come risolverlo? Non c’è problema, basta vietarlo.

D’altronde, non è da tempo che i grandi poteri finanziari dicono che le Costituzioni dei paesi del Sud Europa sono poco adatte alla modernità perché troppo intrise di idee socialiste?

Marco Bersani, Attac Italia

Questo articolo è apparso con altro titolo su Attac Italia il  9 novembre 2021

IMBOCCARE UN’ALTRA STRADA
Investire nei Servizi che abbiamo abbandonato
Ridurre le diseguaglianze che si sono aggravate

Ho avuto modo di scrivere nei giorni scorsi su questo giornale dell’esito deludente degli Stati Generali dell’economia, [Vedi qui] Rispetto all’impostazione che mi è sembrata prevalente in quell’assise, e cioè di una dialettica tra Confindustria e governo, con differenze sui provvedimenti da adottare ma non alternativa nella visione di fondo, bisogna invece dire che la strada da battere dovrebbe essere tutt’altra.
Occorre avere il coraggio di percorrere un disegno che guarda ad un’idea alternativa di modello produttivo e sociale, un progetto che, al di là di come lo si voglia definire, capace di sottrarre alla logica di mercato e alla realizzazione di profitto la loro centralità nel definire le priorità nelle scelte economiche e sociali.
In primo luogo, serve un massiccio investimento nella scuola, nella sanità pubblica e, in generale, nei beni comuni. Per la scuola, anche solo per la ripartenza a settembre nelle condizioni imposte dal contrasto al Coronavirus, si tratta di mobilitare tra i 3 e i 6 miliardi (più del doppio di quanto sinora stanziato) per avere più insegnanti e reperire spazi adeguati per tornare alle lezioni ‘normali’, superando la modalità non utile della didattica a distanza. Sopratutto, va cambiato il modello aziendalista e di puro assecondamento alle tendenze del mercato del lavoro, che si è affermato negli ultimi anni, e  colmato il divario nei confronti della spesa media per l’istruzione in Europa. Gli ultimi dati Eurostat disponibili, relativi all’anno 2017, mostrano, infatti, una percentuale della spesa suddetta nel nostro Paese per tutti gli istituti del sistema di istruzione (dalla primaria alla terziaria) pari al 3,8 per cento del PIL a fronte del 4,6 per cento della media europea, che attualmente ci colloca negli ultimi posti: l’Italia è quartultima tra i 28 paesi dell’Unione europea.

Per la sanità – senza dover ricorrere al MES, visto che i pochi risparmi in termini di minor tassi di interessi lì previsti, nel medio periodo costerebbero assai più cari sul piano delle condizioni da rispettare ( che rimangono non all’entrata, ma durante e alla fine del prestito) – l’ordine di grandezza dell’investimento necessario è perlomeno pari al definanziamento del sistema sanitario degli ultimi 10 anni e al raggiungimento dei livelli della spesa percentuale di Paesi come la Francia e la Germania. Non ci discostiamo di molto da circa 40 miliardi di Euro, che vanno prioritariamente utilizzati per potenziare i servizi territoriali, l’attività di prevenzione e il numero degli operatori, ridottosi fortemente in questi anni.

Oltre a questi interventi fondamentali nei campi principali del Welfare ( a cui, peraltro, ne andrebbero aggiunti altri, in particolare quelli volti a ripubblicizzare i servizi pubblici consegnati ai privati, dall’acqua al ciclo dei rifiuti), punto decisivo diventa quello di mettere in campo un Piano straordinario di investimento e intervento pubblico, in grado di produrre una nuova traiettoria di crescita sociale e occupazionale.
Qui non si tratta – come non smette di proclamare ad ogni piè sospinto il presidente di Confindustria Bonomi – di voler essere dirigisti o di imporre una sorta di visione astratta e ideologica per affermare il primato dell’intervento pubblico rispetto al mercato, ma di avere la consapevolezza che non sarà il mercato a poter dare risposte utili alla crisi aperta dinanzi a noi. Persino Cottarelli – il padre della spending review, fustigatore della spesa pubblica- riconosce che gli investimenti pubblici sono quelli che generano il ‘moltiplicatore’ ( cioè l’impatto sulla domanda e sull’occupazione) più alto rispetto ad altri tipi di interventi, come quello sull’IVA o sul fisco. A maggior ragione se si considera che le questioni da affrontare implicano un salto di paradigma rispetto agli orientamenti ‘naturali’ del mercato e che sono rappresentate dalla riconversione ecologica dell’economia, dalla cura e risistemazione del territorio e dalla creazione di lavoro, che vanno assunte come obiettivi in quanto tali. E’ su questi terreni che vanno indirizzate le risorse – e non solo quelle – che deriveranno dal Recovery fund che arriverà dall’Europa, anche se probabilmente depotenziato rispetto alle ipotesi iniziali.

A questi interventi, poi, bisognerà affiancare un’azione forte per ridurre le disuguaglianze sociali che si sono prodotte e amplificate in questi anni. Questo tema è stato finora troppo oscurato e sottovalutato, e non casualmente. Vale la pena approfondirlo.
Nel nostro Paese, secondo i dati elaborati da Eurostat nel 2018, il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito è pari a 6,09. In sostanza il 20 per cento delle famiglie più ricche in Italia ha un reddito annuale oltre sei volte superiore rispetto a quello del 20 per cento delle famiglie più povere, che è il quinto rapporto più alto nell’Europa a 28 Stati, superati in questo solo da Lettonia (6,78), Lituania (7,09), Romania (7,21) e Bulgaria (7,66), mentre quelli di Germania e Francia sono pari rispettivamente a 5,07 e 4,23. Peraltro la media Ue a 28 Stati risulta essere di 5,17.
Ancora peggio va se guardiamo alla distribuzione della ricchezza ( che misura non il reddito, ma il patrimonio posseduto): qui l’elaborazione di OXFAM ci dice che la ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero. La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 22% della ricchezza nazionale) vale 17 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana.

Sono dati impressionanti, se ci si sofferma un attimo a rifletterci sopra, che rendono necessario un intervento perlomeno per ridurre questa forbice. E, si badi bene, non solamente per una ragione di equità, ma anche perché, come ormai è sufficientemente noto, la crescita delle disuguaglianze è anche una delle radici da cui diparte la stagione delle crisi iniziata con il 2008. Non c’è dubbio – e questo vale in particolare per il nostro Paese – che la crescita della domanda interna, sostenuta in particolare dai redditi bassi e medio bassi, è componente importante per disegnare una nuova traiettoria di uscita dalle crisi. Non mi dilungo sui vari interventi che si possono mettere in campo in proposito: da una reale riforma fiscale che ripristini un tasso consono di progressività fiscale (a questo proposito sembra un’eresia ricordare che nel 1974 l’aliquota fiscale sui redditi superiori a 75.000 Euro andava dal 54 al 72%, mentre oggi essa è al 43%) all’istituzione strutturale di un reddito e di un salario minimo garantito, arrivando anche – altra eresia – alla tassazione sui grandi patrimoni.

Tutto quanto esposto rischia però di essere un’esercitazione intellettuale se, a partire dall’autunno, non si produrrà una mobilitazione sociale adeguata allo scontro che si profila. Una mobilitazione sociale che sui punti decisivi di una piattaforma di politica economica e sociale alternativa riesca a creare uno schieramento largo, partendo dalla costruzione di connessioni tra i vari movimenti sociali e, possibilmente, anche con il movimento sindacale. Vale la pena iniziare a lavorare per questa prospettiva.

Né cattivi né primitivi: cronaca della criminalizzazione dei No Tav

Complesso di ‘Nimby’, acronimo che sta per: Not In My Back Yard. Wikipedia lo descrive come “atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico o non, che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, cave, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili. L’atteggiamento consiste nel riconoscere come necessari, o comunque possibili, gli oggetti del contendere ma, contemporaneamente, nel non volerli nel proprio territorio a causa delle eventuali controindicazioni sull’ambiente locale”.

Naturale dunque che l’etichetta venga pregiudizialmente appiccicata al Movimento No Tav della Val di Susa dai critici di varia estrazione: sono montanari primitivi, nemici del progresso, che protestano perché non riescono a guardare al di là della propria valle. E attraverso questa de-politicizzazione della protesta si tenta, all’inizio, di renderla innocua. Poi però arrivano gli anni 2000, il movimento dà prova di capacità tutt’altro che primitive. Gli attivisti elaborano dati e acquisiscono elementi conoscitivi e quindi costruiscono un sapere differente: “i No Tav hanno ragione perché così dicono i risultati che hanno raggiunto gli studi tecnico-scientifici degli esperti”, una mole di lavori e di conoscenze che difficilmente si ritrova nelle altre esperienza di protesta sociale. Mettono in pratica un modello alternativo di progresso e portano avanti pratiche di partecipazione dal basso, facendosi sostenitori di una visione non convenzionale della democrazia. È quello che è accaduto con l’“acquisto collettivo dei terreni” nei pressi delle aree di cantiere o con la “Libera Repubblica della Maddalena”, il presidio permanente a Chiomonte: da maggio a giugno 2011, quando viene sgomberato dalle forze dell’ordine, è stata “un’esperienza importante di due mesi di autogestione”. E quindi bisogna cambiare strategia, non più il muro di gomma che finge di ignorare la protesta, ma la criminalizzazione e la creazione di un nemico, con la comparsa della categoria del ‘terrorismo’. Cattivi sono personaggi sovversivi, affiliati a gruppi insurrezionalisti variamente nominati – anarchici, black bloc, attivisti dei centri sociali – sempre pronti a fronteggiare lo Stato agendo attraverso forme illegittime: questi ‘professionisti della violenza’ sarebbero stati in grado di trascinare nelle loro modalità d’azione i valligiani più primitivi. Se non fosse che anche questa seconda narrazione viene neutralizzata, attraverso “la conoscenza reciproca e i processi di socializzazione e solidarietà” che il movimento mette in atto anche grazie alla sua intergenerazionalità.

A parlare mercoledì pomeriggio nella sala al terzo piano di Palazzo San Crispino – sede della libreria Ibs+Libraccio – è Alessandro Senaldi, autore di ‘Cattivi e primitivi. Il movimento No Tav tra discorso pubblico, controllo e pratiche di sottrazione’ (Ombre Corte, 2016), scritto nella doppia veste di ricercatore sociale e di militante, già nel Laboratorio Crash di Bologna e ora per lo più nella galassia dei movimenti per la casa. Sì perché per descrivere e analizzare un conflitto che dura ormai da più di venticinque anni l’autore adotta un approccio etnografico ed esplicitamente militante, facendo ricorso alla propria esperienza di attivista. “Ci sono due verità – continua Senaldi – quelli che considerano la Tav un’opera necessaria e i No Tav che sono contrari”. “Ho voluto dare spazio ai senza voce”, racconta il ricercatore, attraverso l’osservazione diretta, o meglio “partecipante”, delle forme organizzative e delle azioni del movimento e “una trentina di interviste”, che senza quella partecipazione e quindi la creazione di un rapporto di fiducia con gli attivisti sarebbero state difficili da realizzare. Insomma non aspettatevi un saggio accademico asettico e ‘politically correct’, ma un vero e proprio contro-discorso e una contro-narrazione dal punto di vista dei cattivi e primitivi montanari.

Il testo poi analizza anche “i processi di criminalizzazione e le tecniche di controllo”, quello che Foucault avrebbe chiamato “disciplinamento”, come spiega Senaldi, attraverso i quali i mezzi d’informazione e gli attori riconducibili a quella che l’autore nel testo definisce “compagine istituzionale” o “statale” (forze dell’ordine e magistratura) provano a screditare e delegittimare la mobilitazione valsusina. Ne risulta una narrazione della “dinamica fra il livello repressivo, le forme di resistenza messe in atto dal movimento e il cambiamento che tutto ciò comporta”.
A questo proposito Alessandro Senaldi parla di “diritto alla resistenza” e di “azioni radicali”: “non è lo stesso tipo di violenza di una rissa al bar, la violenza politica è diversa proprio perché c’è quell’aggettivo, ‘politica’. Proprio per questo si tenta di depoliticizzare il gesto in modo che rimanga solo la violenza”. E come attivista aggiunge che la sfida dei movimenti sociali è “riuscire a far capire che dietro ad azioni radicali c’è una struttura di valori e una possibilità di alternativa di società”.
Parole che al giorno d’oggi, nel tempo che ci è stato dato in sorte di vivere, ma forse non solo nel presente, impongono una grande consapevolezza della pericolosità dello strumento che si ritiene legittimo usare nell’agone politico e dunque un grande senso di responsabilità: in altre parole se si ammette la violenza come uno degli strumenti della politica, bisogna poi essere pronti ad affrontare le conseguenze delle azioni radicali messe in atto.

SGUARDO INTERNAZIONALE
I due volti della Turchia: l’autoritarismo di Erdogan e l’attivismo dei movimenti sociali

Nell’introdurre l’incontro “Erdoğan piglia tutto. Democrazia, minoranze, Europa. Tutte le sfide del presidente”, Marco Ansaldo, inviato speciale di Repubblica per il Medio Oriente, traccia un breve e chiaro profilo della Turchia odierna: “E’ un Paese che negli ultimi anni si è avvicinato all’Europa, ma che sta prendendo derive sempre più autoritarie. Nei fatti degli ultimi giorni gli occhi del mondo sono puntati sulla Turchia perché rappresenta un caso: la testa di ponte che può fermare l’Isis.”

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L’incontro alla Sala Estense, gli ospiti

Ansaldo è tornato qualche giorno fa dalla Turchia, e dice di aver trovato un Paese molto diviso, “con dinamiche che portano ad un’accelerazione delle istanze islamiche; un’opposizione frammentata e divisa, che non riesce ad esprimere un’alternativa politica, ossia un leader politico da opporre a Erdogan. Per quanto riguarda la lotta all’Isis, il governo sembra avere un atteggiamento ambivalente: dopo il viaggio negli Usa della settimana scorsa, Erdogan sembrava deciso a partecipare alla lotta contro l’Isis: due giorni fa il parlamento di Ankara aveva ha approvato la missione militare per fermare l’avanzata degli jaidisti dell’Isis a Kobané (città al confine con la Turchia), ma in pratica non ha fatto nulla, Kobané è stata presa, con il conseguente esodo di circa 160.000 civili curdi oltre il confine, ma Ankara ha rifiutato di assistere i miliziani dello Ypg (Unità di difesa del popolo curdo), in quanto imparentato con il Pkk, considerato gruppo terroristico.”
Questo il quadro, che spiega bene la scelta del titolo dell’incontro “Erdogan pigliatutto”: è un leader indiscusso che ha il 50% dei voti, guida il Paese da dodici anni con un governo monocolore autoritario, ma aspira ad entrare nell’Unione europea; dice di voler collaborare con la Comunità internazionale per fermare Assad, ma da tre anni permette l’ingresso dei miliziani armati che dalla Turchia si inseriscono in Siria.

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Pinar Selek

Ansaldo comincia l’intervista da Pinar Selek, non solo perché è donna ma anche perché è delle ultime ore una notizia che la riguarda direttamente, l’unica buona notizia dalla Turchia da diverso tempo: il tribunale penale di Istanbul ha ordinato il ritiro della richiesta del carcere a vita nei confronti della sociologa e attivista turca rifugiata in Francia (e non il ritiro del mandato d’arresto, come si legge erroneamente sui giornali italiani). Pinar Selek, è perseguitata da 16 anni dalla giustizia turca, che l’accusa di aver partecipato a un attentato nel 1998, accusa che l’interessata smentisce categoricamente.

A Pinar Ansaldo chiede “Che fine ha fatto il movimento spontaneo di Gezy Park del 2013, voce del dissenso contro il regime, represso con la violenza e con un bilancio di otto morti?”. Pinar si dice subito ottimista, e colpisce per l’incredibile energia e passione, sembra stia parlando in una piazza davanti a centinaia di manifestanti: “I movimenti non si sono spenti. Nonostante il contesto repressivo influenzi moltissimo le attività, i movimenti di contestazione si muovono in un meccanismo dinamico. In realtà, questa deriva autoritaria a noi non ha fatto molto effetto, siamo abituati a questo tipo di regime. Il fatto che Erdogan abbia oscurato l’informazione e tolto YouTube non ci stupisce e non ci spaventa, troveremo altre strade. Dovete immaginare la Turchia immersa in un contesto di Paesi, come l’Iraq e la Siria, che vivono da decenni nella repressione e nel terrore. Come movimenti sociali abbiamo sempre dovuto adattarci, fin dagli anni ’80. E anche oggi, gli spazi militanti che ci stiamo ritagliando stanno operando degli adattamenti tattici. Proprio “grazie” alla repressione di Gezy Park, si sono costruite nuove alleanze, come con le minoranze curde e armene, con le femministe, ecc. e stiamo costruendo delle reti di militanti, anche a livello internazionale. Dai movimenti non bisogna aspettarsi che portino tutto e subito, sono meccanismi più incontrollati rispetto a quelli della politica dei partiti, ma io credo possano portare a risultati importanti nei prossimi anni.

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Ahmet Insel

Ahmat Insel, economista e politologo turco, completa l’analisi di Pinar su cosa ne è rimasto del movimento di Gezy Park: “Non bisogna attendersi che dal movimento di Gezy Park nasca un partito. E’ molto difficile, anche perché il nostro è un sistema elettorale con uno sbarramento del 10%: dall’82, dopo il colpo di Stato del generale Ahmet Kenan Evren, un partito per presentarsi deve avere il 10 % dei voti, soglia altissima. Se una traccia l’ha lasciata, dal punto di vista più prettamente politico, è stata la candidatura del leader curdo Selahattin Demirtas, accreditato con il 10 per cento, candidatura che sarebbe stata impossibile fino a pochi anni fa, ma che è stata possibile grazie all’attività dei tanti movimenti sociali che l’hanno sostenuta. Oggi il sistema di governo della Turchia è un ossimoro: è sulla via della democrazia, gli ingredienti ci sono tutti, la partecipazione è molto elevata, è all’85%, le elezioni non sono truccate. Eppure vediamo che non si tratta di democrazia. In realtà è un caso tipico di autoritarismo democratico, simile all’Ungheria odierna, ad alcuni Paesi dell’America latina. Il problema è come sciogliere questo nodo con strumenti democratici. Il problema principale è che gran parte della società, la più conservatrice e arretrata, ha paura di se stessa perché la Turchia ha una storia piene di violenze, di scontri etnici e religiosi, e non c’è mai stato un lavoro di memoria che potesse sciogliere i nodi più controversi e dolorosi, come invece hanno fatto, per esempio, l’Italia e la Germania. C’è un travaglio fortissimo sull’identità turca. E lo stesso governo sta vivendo una sorta di schizofrenia rispetto alla realtà: vuole entrare nell’Ue, questo è uno dei primi punti nell’agenda politica, ma allo stesso tempo vuole mantenere la forma di governo autoritaria che ha ereditato dalla storia.”

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Cengiz Aktar

Con Cengiz Aktar, Ansaldo affronta proprio la questione dell’entrata della Turchia nell’Unione europea, dal 2005 il Paese è ufficialmente candidato ad entrare nell’Ue. “L’attualità non è incoraggiante, ma ci tengo a ricordare che Erdogan non è sempre stato così. La prima vittoria del 2002 era stata una sorpresa politica senza precedenti, perché per la prima volta si affermava un Islam politico innovativo. Il governo ha varato molte riforme in senso democratico, tanto da indurre i Paesi dell’Ue, Francia e Germania in primis, a riconoscere questa straordinaria apertura e ad invitarlo a farne parte. La presenza di Erdogan è quindi stata utile al processo europeo, e viceversa la candidatura è stata utile alla democratizzazione della Turchia: la società civile si è veramente avvantaggiata con questo slancio di modernizzazione, basti pensare all’abolizione della pena di morte, e al riconoscimento dell’eccidio degli Armeni. E Gezy Park è stata la quintessenza di questo slancio, tanto da dimostrarsi forte abbastanza per affrontare il regime quando si è rovesciato nell’autoritarismo. Indubbiamente si riscontra una grande difficoltà del sistema a democraticizzarsi, ma la società turca sta facendo molto in questo senso, figure come Pinar Selek e Ahmet Insel hanno aperto un dibattito importantissimo, grazie al quale i turchi che potranno finalmente conoscere la grande complessità della storia e del Paese in cui vivono. ”
Alla domanda del moderatore, che chiede se i turchi vogliono veramente entrare in Europa, nonostante ora non se la passi proprio bene, Aktar risponde: “I turchi sono ancora favorevoli all’entrata nell’Ue, ad un sondaggio di due settimane fa il 50% della popolazione ha votato “sì.” Ma – continua – la domanda dovrebbe essere un’altra: l’Unione europea potrebbe procedere nel suo percorso senza la Turchia e altri Paesi dei Balcani e del Mediterraneo, correndo il rischio di vedere scoppiare conflitti come, ne cito solo uno, quello tra Romania e Ungheria che stava scoppiando nel ’94? Io credo che la pace e la stabilità abbiano un prezzo, ma che sia necessario garantirle. La politica dell’ampliamento, a mio avviso, è una delle politiche di maggior successo dell’Unione europea.

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