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Un’analisi del voto: Meloni, Conte, Schlein e il problema della rappresentanza

 

Il primo dato che mi sembra da rilevare in queste elezioni politiche nazionali nell’Italia del 2022 è che l’affluenza è stata la più bassa della storia repubblicana. Quasi il 40% degli aventi diritto ha scelto di non votare. Questo significa che chi va al governo non rappresenta la maggioranza degli elettori, ma una piccola minoranza.

Se sommiamo la percentuale di voti andati a partiti diversi dalla coalizione vincitrice (26,13 del PD; 15,43 del M5S; 7,79 del Terzo Polo; 1,90 di Italexit; 1,43 di Unione Popolare; 1,24 di Italia sovrana e popolare; 1 circa di altre liste più piccole) scopriamo che oltre la metà di chi si è recato alle urne alle elezioni di domenica 25 settembre 2022 non ha votato la coalizione che governerà l’Italia nei prossimi anni.

Se a questo aggiungiamo che il 36% degli aventi diritto si è astenuto, scopriamo subito che la maggioranza degli elettori italiani non ha votato il prossimo governo.

Un quorum alle politiche

Come si dice con una certa semplificazione giornalistica, dunque, il primo partito in Italia è, oggi, il partito dell’astensione.

È un partito però che non conta nulla. Pur essendo l’astensione una chiara scelta politica, di rifiuto dell’offerta politica presente, perché nasce dal fatto che non ci si sente rappresentati dai partiti esistenti, l’astensione nel nostro sistema non fa che lasciare la decisione agli altri, che dunque decidono (e governano) anche per chi non vota.

Questo accadrà finché non si deciderà di fissare un quorum per le elezioni politiche nazionali. Solo allora la scelta dell’astensione potrà assumere nei fatti la valenza politica che ha, producendo l’effetto virtuoso di obbligare i partiti a riformarsi per essere realmente rappresentativi.

Niente più logica del voto utile e del voto contro. Non mi sento rappresentato da nessun partito? Non voto. Non ci sarebbe più nessun bisogno di votare il meno peggio, di “turarsi il naso”. Con il quorum il mio non voto assumerà, nei fatti, la valenza politica che in effetti ha: in mancanza del quorum, bisognerà ripetere le elezioni.

Eppure, qualcuno potrebbe osservare, mai nella storia repubblicana l’astensione ha superato il 50%, quindi nessuna elezione si sarebbe ripetuta, nemmeno quest’ultima del 25 settembre 2022. È vero, ma questo accade proprio perché l’astensione attualmente non conta nulla, è un dare carta bianca a chi invece va a votare.

Se venisse stabilito un quorum per cui, come per i referendum, le elezioni non sono valide se non va a votare almeno il 50%+1 degli aventi diritto, vedremo che l’astensione, in mancanza di partiti capaci di rappresentare le istanze dei cittadini, salirà vertiginosamente, costringendo appunto i partiti a cambiare.

Qualcun altro potrebbe dire che ripetere le elezioni finché non si raggiunge il quorum sarebbe, quantomeno, costoso. E qui chiedo: è più costoso questo o una democrazia in cui i partiti non rappresentano più i cittadini, in cui i governi sono eletti da una minoranza e la maggioranza degli elettori rimane inascoltata? Il quorum alle elezioni politiche sarebbe una svolta e una possibile soluzione alla crisi democratica che stiamo vivendo, non solo in Italia.

Contestualmente, sarebbe credo sensato eliminare il quorum dai referendum, in modo da far crescere la partecipazione in occasione di questi rari e fondamentali momenti di democrazia diretta, proprio perché solo chi vota decide e allora conviene esprimersi tutti, per evitare che siano altri a decidere per me.

Il fascismo non c’entra niente

Nell’analizzare le ragioni del grande consenso ottenuto dal partito guidato da Giorgia Meloni dobbiamo partire da un dato che sembra sfuggire: il fascismo non c’entra niente.

Lo dico da antifascista convinto. Lo dico da persona perfettamente consapevole delle origini della fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia e dei fondamenti neofascisti (mai rinnegati) del pensiero e dell’attitudine di Giorgia Meloni, del suo gruppo dirigente e dei suoi sostenitori più accaniti.

Certo, la prossima presidente del consiglio italiano viene dalla storia del postfascismo italiano. Certo, i neofascisti in Italia esistono e l’hanno votata, convintamente. Tuttavia, sono, fortunatamente, una minoranza.

Giorgia Meloni ha invece preso il 26% dei voti, la coalizione di destra oltre il 40%, cioè circa 12 milioni di voti. In Italia, fortunatamente, non ci sono 12 milioni di fascisti. Il fascismo certamente ancora strisciante nella società italiana non basta a spiegare questi numeri.

Sono stato criticato perché in un mio precedente intervento avevo scritto che, in assenza dei partiti e delle ideologie (sparite, o meglio uniformatesi all’unica ora dominante, quella capitalista, all’inizio degli anni Novanta con la caduta del Muro e con Tangentopoli), alle elezioni “vince il nuovo” e che era stato così per Silvio Berlusconi nel 1994, per Matteo Salvini e per il Movimento Cinque Stelle nel 2018.

Ma anche per Matteo Renzi, con quel 40,81% delle elezioni europee del 2014, che rimane il miglior risultato della storia del Partito Democratico che in quel momento, però, democratico non era per nulla, era il Partito di Renzi, in un momento in cui Renzi era visto come il nuovo: infatti ora il partito di Renzi, Italia Viva, prende invece cifre risibili e si deve nascondere dietro l’io ipertrofico di Carlo Calenda per riuscire a entrare in parlamento.

So benissimo che la vittoria di Berlusconi si basava su un solido sistema economico-mediatico, su una trasformazione culturale della società italiana tramite il monopolio dei canali televisivi, su clientele e corruzione, su rapporti ormai acclarati con tutti i poteri e potentati italiani, compresi quelli occulti (Licio Gelli e la loggia massonica P2) e criminali (tramite Dell’Utri).

So benissimo che i successi elettorali di Renzi nel 2014 e di Salvini e del Movimento 5 Stelle nel 2018 hanno anche ragioni profonde: di abilità propagandistica, di difetti dell’informazione, di ingerenze di potenze mondiali, di capacità (momentanea) di certi leader populisti di intercettare e sfruttare le paure delle persone.

Eppure, è un dato di fatto che la grande maggioranza degli elettori italiani vota, non da oggi, per ragioni molto più terra a terra: questo ci ha deluso? Bene, proviamo questo che è nuovo, che non ha mai governato. È successo con tutti i sopra citati, succede anche ora con Giorgia Meloni. Se non si dimostrerà capace, quel consenso sparirà più in fretta di come è nato.

Questo è infatti anche il motivo per il quale il consenso è così volatile: nel giro di pochissimo tempo si gonfia e sgonfia, sale e poi crolla. Renzi ora prende le briciole di quel 40,8%, Salvini prende un misero 8% che fino al Papeete e all’adesione al governo Draghi era impensabile, il Movimento 5 Stelle, che canta incredibilmente vittoria, nelle ultime elezioni ha dimezzato il suo consenso rispetto al 2018.

M5S dimezzato ma CONTEnto

Qualche altra parola sul Movimento 5 Stelle. Nelle ultime elezioni, Giuseppe Conte ha rappresentato, per molti indecisi, soprattutto a sinistra, un’ancora di salvezza. Molti che non credono più nel PD e nei partitini alla sua sinistra, hanno scelto Conte e il Movimento da lui guidato come unica alternativa all’astensione. C’è stata la solita camaleontica abilità di Conte nel presentarsi con una pelle ancora nuova rispetto alle precedenti, senza vergogna e senza timore di contraddizione.

Dopo aver vestito i panni del federatore di Lega e Cinque Stelle nel Conte 1, di paladino del progressismo italiano nel Conte 2, con periodo da grande statista nei terribili mesi della pandemia, dopo avere sostenuto il governo Draghi insieme a destra e sinistra, ora ennesima giravolta per riuscire a salvare il salvabile (e ci è davvero riuscito).

In questo, Conte è un politico di razza (ha imparato in fretta): ha capito subito che bisogna buttarsi dove c’è il vuoto e con faccia di bronzo sostenere convintamente una tesi, non importa se in palese contraddizione con quello che si è stati fino ad allora: la gente ha memoria corta e a certe promesse è sempre sensibile.

C’è uno spazio a sinistra lasciato dal PD, buttiamoci lì. Non importa se il M5S nasce come partito antisistema, che doveva “aprire il parlamento come una scatola di tonno”, quello del “non siamo né di destra né di sinistra”, della diretta streaming con Bersani per dirgli in mondo visione che lui rappresenta solo il vecchio sistema e che loro, i grillini, quel sistema l’avrebbero fatto crollare e mai avrebbero governato col PD, poi ribattezzato nel 2019 Partito di Bibbiano in riferimento ai fatti scabrosi accaduti nella cittadina vicino a Reggio Emilia.

I Cinque Stelle, ottenuto un grande consenso proprio in virtù di questa loro alterità, si sono poi uniformati a quello che dovevano distruggere, finendo per governare prima con la destra, poi con la sinistra, poi con entrambe nel governo Draghi.

Sono diventati a pieno titolo parte di quel sistema politico che nella piazze dicevano, parole loro, di voler mandare a fanculo. I difetti del sistema sono diventati i difetti dei Cinque stelle, tra incoerenze, trasformismo, oscure manovre tramite la piattaforma Rousseau (povero Rousseau, se sapesse!), scissioni interne e perdita dei giovani leader che l’avevano condotto alla vittoria, Di Maio e Di Battista.

La plateale dismissione dei valori iniziali del Movimento e la sua partecipazione a tutti i governi della passata legislatura rendevano apparentemente inevitabile un crollo elettorale totale.

I sostenitori della prima ora dei Cinque Stelle non possono più votarci, devono avere pensato Conte e i suoi, siamo diventati parte del sistema, è impossibile da negare. E allora che facciamo? Proviamo ad allearci con il PD, tutto sommato sta funzionando. E facciamo cadere il governo Draghi prima del tempo, in modo da riacquisire una centralità politica. Ci distingueremo dalle altre forze che sostengono Draghi. Si tornerà a parlare di noi.

Poi il PD, con mossa davvero poco lungimirante (ma ci siamo abituati), ha scelto di “punire” i Cinque Stelle per questa scelta, credendo così di investire su un consenso nel paese nei confronti di Draghi, che si è rivelato invece pressoché inesistente, tanto che della misteriosa agenda Draghi, dallo stesso ex premier rinnegata, il PD ha presto smesso di parlare dopo le prime settimane di campagna elettorale.

Quindi, rottura con i Cinque Stelle, fine del campo largo. Questo, anziché punire il Movimento, l’ha rafforzato, dandogli la possibilità di rivendicare il proprio essere alternativi sia alla coalizione di destra che a quella di centrosinistra e lasciandogli le mani libere.

Ecco allora l’altra scelta vincente di Conte cui si accennava in precedenza: colmare il vuoto a sinistra, porsi cioè come difensori degli ultimi. Non importa se tale posizione è poco credibile, se il Movimento non ha mai avuto nulla di sinistra.

Abbiamo fatto approvare il reddito di cittadinanza? Sì. Ci sono milioni di italiani che lo percepiscono e che non ne vogliono sapere di perderlo, che ne abbiano diritto o meno? Sì. Bene, prendiamoci quel consenso lì, ci spetta. Praticamente un voto di scambio.

Aggiungiamoci una promessa di salario minimo, contro le paghe da fame e il gioco è fatto. Soprattutto nelle aree del paese dove non c’è lavoro, otterremo il boom di consensi. Ed è stato così. Non importa se il Movimento 5 Stelle nel 2018 aveva preso il 32,8% e ora, nel 2022, prende il 15,4%, avendo dilapidato la metà dei consensi che aveva. Per come si era messa, si tratta di un risultato del tutto insperato.

Il Pd: trovare (finalmente) un’identità, ovvero ripartire da Elly Schlein

Del PD avevamo già detto in precedenza, nell’articolo dell’8 agosto [Qui]. Non c’è molto da aggiungere. Si è verificato esattamente quello che tutti si aspettavano: sconfitta senza appello e resa dei conti interna con tutti a chiedere la testa di Letta, convinti ancora una volta che basti cambiare segretario.

E invece bisogna cambiare il partito, radicalmente. Il campo largo inseguito da Letta (ma con i 5Stelle, non solo con Calenda) avrebbe sicuramente limitato i danni, ma non garantito la vittoria, né risolto i problemi alla radice.

Il campo largo non avrebbe preso la somma dei voti presi dalle singole parti, ma sensibilmente meno. Questo perché chi è andato da solo ha guadagnato consenso, anche grazie alla possibilità di vantare una propria presunta alterità rispetto al PD, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di coalizione con Letta.

In ogni caso, se si pensa ancora una volta che per risolvere i problemi del PD basterà cambiare Letta (ennesimo capro espiatorio, prima venerato come Messia da Parigi, ora spinto dagli stessi che lo veneravano a tornarsene in fretta a Parigi) con Bonaccini, Ricci o De Caro, si fa il solito errore, ripetuto ormai decine di volte.

Il PD deve risolvere i problemi che ha dalla sua nascita, deve cioè rispondere a una domanda: che cosa siamo? Siamo il partito di sinistra, ecologista e femminista immaginato da Elly Schlein o quello democristiano perpetrato per tutti questi anni da Dario Franceschini? L’importante è scegliere, una volta per tutte.

Avere coraggio: prendere una parte e sostenerla con coerenza. Provare a rappresentare così una parte della società (non tutta la società) che nel partito tornerà a riconoscersi. Smettere di avere la pretesa di rappresentare tutto e il contrario di tutto, finendo poi per non rappresentare niente e nessuno.

E finirla, una volta per tutte, di concepire la politica esclusivamente come esercizio del potere. Non per ragioni etiche, so che di queste ve ne frega il giusto, ma proprio perché non paga più, non vedete che non vi vota più nessuno, che i vostri amati posti di potere, continuando così, non li raggiungete più?

L’opposizione, se fatta bene, aiuta in questo percorso di trasformazione per tornare ad essere realmente rappresentativi. Cominciamo?

La Russia di Dibba e le scimmiette bianche


Antonio Indelli, giovanissimo e talentuoso storico, inizia oggi la sua collaborazione a
periscopio. Devo dire che, quando ci incontriamo, de visu o da remoto, 8 volte su 10 non ci troviamo d’accordo. Anche per questo tengo particolarmente ad avere la sua voce nel coro polifonico di questo quotidiano. Siamo d’accordo, ad esempio, sulla condanna a Putin e al suo regime, mentre litighiamo sulla Nato e le sue scelte espansionistiche (che lui difende e io trovo sbagliate e pericolose), sull’invio di armi all’Ucraina (lui favorevole, io contrario) e in generale sul giudizio sulla genesi e gli sviluppi della guerra in Donbass.  Nel caso presente, nel mirino di Indelli c’è il tour ‘giornalistico’ (si fa per dire) in Russia di Alessandro Di Battista, il quale Dibba (così il suo popolo ama chiamarlo) esce letteralmente sbriciolato dalla documentata analisi e dall’ironia di Indelli. Ho controllato, su Facebook Dibba ha superato 1,5 milioni di followers; spesso sposa cause nobilissime, ma la sua ignoranza unita a un tot di mala fede (complice Travaglio e il suo il Fatto quotidiano) gli fanno dire una montagna di castronerie. Giusto quindi ‘castigarlo’. Anche se ad Antonio, tanto per litigare, contesterò che “sparare su Dibba é come sparare sulla Croce Rossa”. Buona lettura.
Effe Emme

I noti dispacci dalla Russia di Alessandro Di Battista c’entrano con le trappole per turisti cinesi?
Per capire ciò che intendo è necessario introdurre il concetto di “white monkey” (scimmietta bianca). Si tratta di una pratica di marketing diffusa in Cina da decenni, che prevede l’ingaggio di un ‘bianco’ a fini pubblicitari.
Una sua declinazione comune consiste nell’invitare un influencer occidentale (la ‘white monkey’, preferibilmente un blogger di viaggi) per un tour indimenticabile in una particolare località, secondo una tabella di marcia serratissima che prevede attività ricreative (balletti, sport bizzarri, visite a lunapark…), gastronomiche e culturali (tra cui la partecipazione a conversazioni e cene con i locali, meglio se con minoranze dai costumi pittoreschi, tutti ovviamente istruiti a dovere). L’influencer di turno paga poco o nulla (anzi, spesso è pagato a sua volta): tutto ciò che deve fare è rispettare la tabella di marcia, fare quello che gli è detto e sprizzare da tutti i social felicità e stupore di fronte alle meraviglie locali.

Il gioco è il seguente: da una parte, attirare il ricco turismo occidentale e promuovere all’estero la propria immagine, dall’altra attirare il turismo interno, che considera di particolare prestigio ciò che è gradito ai ‘bianchi’” (i ‘neri’ invece sono spesso sgraditi in Cina).

La formula ha avuto un successo tale da attirare l’attenzione del governo cinese, che prontamente ha deciso di farla sua. In particolare nello Xinjiang, pittoresca patria degli Uyghuri. Ivi si è recato sotto la ferrea sorveglianza degli agenti in borghese un profluvio di influencer occidentali che, visitando sempre gli stessi luoghi turistici secondo le medesime tappe e con annessa la stessa cena presso la medesima ridente famigliola locale, dimostravano al loro seguito adorante come i ristoranti fossero sempre aperti, le persone felici e il governo cinese non vi stesse assolutamente attuando un genocidio.
Ovviamente, le prove schiaccianti che testimoniavano e testimoniano ben altro (raccolte in buona parte da eroici attivisti cinesi con ovvi e notevoli rischi personali) erano tacciate di essere “falsità sinofobe dell’Occidente ignorante e cattivo”.

Per quanto tale iniziativa a dir poco grottesca non sembri aver sortito gli effetti sperati sui governi occidentali, ciò non ha impedito a Bashar al-Assad di importarla in Siria, come documentato da un recente report di Al-Jazeera che vi invito a vedere.

Veniamo dunque al nostro Dibba. Il quale, come è noto, da ormai un mese gira la Russia cercando di mostrarci ‘l’altra parte’ (#laltraparte).
Concretamente, posta su instagram, su tiktok, twitter e  facebook, su youtube ci comunica le sue impressioni (il suo ‘diario’) e risponde ai commenti (con occasionale uscita sulla politica italiana), mentre invia i suoi reportage al Fatto Quotidiano e raccoglie materiale per i documentari che saranno pubblicato su TVLoft, di proprietà del Fatto medesimo.

il risultato è quello che ci aspetteremmo da Di Battista, improvvisatissimo reporter allo sbaraglio: banalità per turisti e luoghi comuni sulla politica russa, che dimostrano gravissime lacune nell’ambito (si veda il commento a un suo video da parte di Marta Ottaviani, che invece la Russia la conosce sul serio).
Si badi, ciò non significa che non sappia nulla di Russia, ma che l’immagine che l’appassionato Di Battista ne ha è mitica, fortemente parziale e superficiale. Dibba non sarà putiniano, ma è sicuramente estremamente filorusso. È per l’allontanamento e la condanna dall’America (e perché no, l’Europa) e la comprensione e la vicinanza alla Russia. Sostiene che Putin strangoli l’opposizione, ma che sia ciò che la stragrande maggioranza dei russi vuole (sulla base del fatto che “pochissimi gli dicono il contrario”; non spiega poi come mai allora strangoli l’opposizione), poiché ha risollevato, riequilibrato e reso forte il paese dopo il caos dell’era Eltsin (vecchio cavallo di battaglia del regime, non serviva andare in Russia per sentire queste cose; ovviamente Dibba non mette minimamente in discussione tale narrazione, né a dire il vero la grandissima parte della narrazione del regime russo, presunto colpo di Stato in Ucraina compreso).

Tralasciamo la validità dei giudizi sulle “sanzioni che non funzionano” (smentito dagli stessi organi ufficiali del Cremlino) e sullo “sfondamento in Donbass” (arenatosi di lì a breve). Non stupisce che ripeta senza riportare un solo dato “quel che sente in giro”, senza dire cosa dicano gli organi di propaganda russi o  come e perché tali opinioni si siano formate, o dare adeguato conto del contesto al di là di basilari notazioni storiche (perlopiù manualistiche).
Gli intervistati, di nessuno dei quali è riportato il cognome, non sono verificabili, e non paiono pressoché mai contraddire il quadro già pensato e più volte espresso da Dibba, che trascrive di solito poche frasi isolate per intervista. Gli elementi da cui trae le conclusioni non possono che essere impressionistici. Così le sanzioni non funzionano perché le burrate autarchiche vanno a gonfie vele mentre la Russia commercia coi fantomatici BRICS , e dove invece funzionano alimentano il patriottismo (non riporta ovviamente la fonte, né come fosse la situazione prima della guerra, né cosa ne pensino gli oppositori a Putin più in vista e seguiti). Degli ucraini si insiste sulla percezione che li vede come nazisti che bombardano e hanno compiuto atrocità che sono alla base della guerra perché i profughi che gli han lasciato intervistare glielo han detto.

Non fa mai una domanda scomoda. Nulla sulla corruzione dilagante o sul processo a Navalny. Nulla sulla chiusura dei giornali. Nulla sui campi di filtrazione, eredità della guerra Cecena, attraverso i quali passano gli Ucraini che vengono deportati in massa in Siberia. Nulla sui bombardamenti dei civili e la distruzione delle città. Nulla sulle perdite e sui coscritti, mandati a morire in condizioni disumane malgrado il governo russo affermasse di non averne mandati affatto. Nulla sulla Wagner, palese eppure illegale, o sui crimini di guerra. Chiede (e a quanto pare, talvolta ripete) ai suoi interlocutori solo le cose che già sosteneva e si sostengono diffusamente in Italia, e che dunque non si capisce perché sia dovuto andare in Russia per riscoprirle, tanto più dato che già l’agenzia TASS (di fatto fonte quantomeno secondaria del Nostro) dice più o meno le stesse cose.

Le fonti riportate esplicitamente con coerente cherry picking, del resto, sono perlopiù giornali della stampa generalista (con ovvio plauso al Fatto Quotidiano e a Travaglio, il ché dovrebbe farci riflettere), Barbero, e almeno in un caso il Papa, di chiara risonanza presso il pubblico italiano.

Più interessanti sono le informazioni accidentali. Un esempio è quando si reca in gita in un campo profughi presso Belgorod, ove è seguito da vicino dal responsabile del campo “che sembra un militare più che un operatore sociale”, il quale tenta insistentemente di fargli il lavaggio del cervello sulla giustizia della ben nota ”Operazione Speciale” contro il nazismo ucraino. Si tratta di un raro caso di dissenso da parte del Nostro, che tuttavia è incapace di riconoscere le palesi falsità espresse dal suo interlocutore sulla mancata presenza di militari a Belgorod (centro logistico importantissimo per le offensive su Kharkiv e nel Donbass) o di commentare l’identificazione dei nazisti con gli europei.

La scimmietta bianca Dibba ci racconta dalla Russia cose che sono già diffuse in lungo e in largo nei media italiani, impegnato a dare conferma alle proprie opinioni, piuttosto che a riportare qualcosa di nuovo. Sorgono allora diverse domande. Chi organizza il viaggio di Alessandro Di Battista? Chi gli fa da guida e da interprete? Chi è di preciso la gente che incontra e lo ospita? Chi è che viaggia con lui e che talvolta compare nelle foto? Chi gestisce e inoltra i contatti?

Nonostante tutto ciò che condivide sui social, del viaggio di Dibba sappiamo in realtà assai meno di quanto vorremmo.
Nulla di grave per un privato cittadino, ma Di Battista è un personaggio pubblico che esercita influenza nella politica italiana, tanto più in questo momento e ancor più con l’enorme visibilità che questi “dispacci” gli danno.

In conclusione, è Alessandro Di Battista la white monkey più amata d’Italia?
Ciascuno lo giudichi in cuor suo. Se anche lo fosse, credo che sarebbe una white monkey straordinariamente sincera e “innocente”. Dibba riporta palate di propaganda russa perché ci crede, non perché ne tragga un diretto vantaggio (indirettamente sì, vista la recente visibilità), e voglio credere che si sforzi di essere distaccato, ma le sue simpatie e convinzioni glielo rendano manifestamente impossibile.
Non desidero infierire oltre su un uomo che probabilmente non si rende conto di quello che fa davvero, in fin dei conti è una vittima della disinformazione anche lui, e va detto che comunque risulta simpatico per il suo temperamento sornione, ironico e travolgente (cosa che però lo rende potenzialmente assai pericoloso).
Di certo Di Battista non riceve supporto e sovraesposizione dai russi, ma dal Fatto Quotidiano, il cui direttore ha deciso promuovere i post di Dibbaloqui in ogni modo possibile dando ad essi la dignità di “notizia”, nel tentativo forse di eterodirigere qualcosa della fumosa e rissosa ex entità politica che sostiene e difende a spada tratta (e di far due soldi dopo i minimi storici toccati dal suo giornale). Così Marco Travaglio procede con testardaggine su una via discendente segnata da traduzioni dall’inglese volutamente sbagliate, telefonate inventate, distorsioni e opposizioni per partito preso e promozione di propagandisti impresentabili. È solo naturale che in molti già l’abbiano abbandonato, esattamente come accaduto al suo coccolato protegé, il professor avvocato Giuseppe Conte.

Caro Draghi, anche se tu ti credi assolto, sei lo stesso coinvolto

 

Tre giorni fa Francesco Monini su questo quotidiano, intuendo la frittata che sarebbe sortita dalle repentine dimissioni del ‘formica elettrica’, ha attaccato duramente e preso in giro Mario Draghi [Vedi qui].  Devo invece confessare che, circa due anni fa, anche io avevo riposto alcune disincantate aspettative (ossimoro dettato dalla prudenza) in Mario Draghi (leggi qui). Per carità: non ero convinto che l’intervento del Drake versione libero pensatore, pubblicato sul Financial Times il 25 marzo 2020 (leggi qui), un mese scarso dopo l’esplosione mondiale della pandemia, lo avesse trasformato nel nuovo John Maynard Keynes.

Non ne ero convinto, anche se in un angolino del mio cervello albergava la speranza. Del resto, scusate, Draghi allora scrisse cose come questa: “Tali aziende forse saranno in grado di assorbire la crisi per un breve periodo di tempo e indebitarsi ulteriormente per mantenere salvi i posti di lavoro. Tuttavia, le perdite accumulate potrebbero mettere a repentaglio la loro capacità di successivi investimenti. E se la pandemia e la chiusura delle attività economiche dovessero protrarsi, queste aziende resterebbero attive, realisticamente, solo se i debiti contratti per mantenere i livelli occupazionali durante quel periodo verranno alla fine cancellati.”

Ha scritto “debiti cancellati”. Lo ha scritto lui, ed io ho pensato: toh, ha capito che questa non è una crisi come le altre, questa è una crisi che impone un cambio di paradigma. Attenzione, perché scrisse anche questo: “O i governi risarciranno i debitori per le spese sostenute, oppure questi debitori falliranno, e la garanzia verrà onorata dal governo. Se si riuscirà a contenere il rischio morale, la prima soluzione è quella migliore per l’economia. La seconda appare meno onerosa per i conti dello stato. In entrambi i casi, tuttavia, il governo sarà costretto ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche, se si vorrà proteggere occupazione e capacità produttiva”.

Lì pensai: la situazione è veramente pesante se lui arriva a dire queste cose (sacrosante). Ma ciò che più mi sorprese e al contempo mi rinfrancò fu quando lessi: “I livelli di debito pubblico dovranno essere incrementati. Ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo. Dobbiamo inoltre ricordare che in base ai tassi di interesse presenti e probabilmente futuri, l’aumento previsto del debito pubblico non andrà a sommarsi ai suoi costi di gestione.”
Capite? L’incremento del debito come male necessario e largamente preferibile alla distruzione della base produttiva. E infine: “Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.” 

Queste non sono parole di un banchiere. Queste sono parole di uno statista.
Un anno dopo Draghi è diventato Presidente del Consiglio
, spintoci da persone che lo hanno individuato come uno dei pochi (l’unico?) in grado di attuare certe linee di politica economica, perché dotato della credibilità e della affidabilità necessarie per attuarle senza farsi bacchettare dai burocrati del pareggio di bilancio e senza farsi condizionare dalle consorterie di partito.
Bene. Le ha attuate?

200 euro una tantum, 85 milioni per l’innovazione digitale a scuola, fino a 840 euro (tetto massimo) per le famiglie con handicap (eredità del precedente governo); negazione del reddito di cittadinanza a chi rifiuta una “offerta di lavoro congrua”; blocco sostanziale del superbonus per eccesso di abusi (che però parrebbero soprattutto esserci stati sul bonus facciate); rimodulazione Irpef sostanzialmente piatta, che ha restituito più potere d’acquisto a chi guadagna di più e meno a chi guadagna meno, con buona pace del criterio della progressività, e dell’idea della redistribuzione. Sto tenendo fuori i fatti che Draghi non poteva prevedere: la guerra e la conseguente impennata dei prezzi, rispetto a cui le misure adottate finora non sono minimamente avvertibili.

C’è uno scarto abissale tra il Draghi visionario del marzo 2020 e il Draghi capo di un governo che risponde con misure stitiche alla più grave crisi del secondo dopoguerra.
Non sono così ingenuo da pensare che fosse possibile trasporre integralmente, declinandole in provvedimenti di concreto e strutturale aiuto a famiglie e imprese, le linee da Piano Marshall da lui delineate in quell’intervento. Ma se devo pensare che questa sia stata la visione che lo ha ispirato, dovrei definire la sua gestione di questi 500 giorni di governo totalmente fallimentare.

Il fatto che sia caduto proprio adesso è considerata una sciagura perché proprio adesso stava arrivando il bello, la ciccia; i soldi del Pnrr, la riforma del fisco, quella della giustizia, il tetto al prezzo del gas (notare che la Spagna lo ha già introdotto, e noi no; quando pensiamo di introdurlo, invece di limitarci a dichiararlo?). A parte che suona comico questo “proprio adesso”, dopo che sono passati 516 giorni, non 56. Ma io chiedo: di chi è la responsabilità di avere messo “proprio adesso” nei casini il Paese, quel Paese nell’interesse del quale tutti, a partire da Draghi, dichiarano di agire?

I 5 Stelle hanno posto dei temi sociali all’attenzione del Governo. Se ci fossero state delle reali aperture, non credo che avrebbero rifiutato di votare la fiducia al cosiddetto Decreto Aiuti. Hanno fatto una cosa irresponsabile? Non saprei. Se avessero ritirato tutta la delegazione di ministri avrebbero fatto un passo da cui non potevano tornare indietro, ma non lo hanno fatto, per cui hanno lasciato la porta aperta.
Forza Italia e Lega non hanno votato la fiducia perché il Governo l’ha posta unicamente su una risoluzione del PD, firmata Casini, che diceva in sostanza “va bene quello che ha detto Draghi, punto e basta”. Irresponsabili pure loro? Può darsi.

Ma questa irresponsabilità va equamente divisa, perché se la logica è questa, c’è un terzo irresponsabile: Mario Draghi.

Il suo Governo, infatti, non è stato sfiduciato. Anzi, ha ottenuto nuovamente la fiducia della maggioranza del Parlamento. Nonostante questo, Draghi ha confermato le sue dimissioni.
In pratica ha detto: se non ci sono dentro tutti quelli di prima, io non ci sto più, però devono fare quello che dico io. Se non è un peccato di arroganza questo, vorrei capire cos’è. Dietro questo sfarinamento si intuisce chiaramente una difficoltà anche nella gestione di rapporti personali, e quando gestisci un gruppo da primus inter pares questa incapacità non è un difetto da poco.

Quindi Mario Draghi se ne va pur non essendo stato tecnicamente sfiduciato, ed è una mossa che personalmente non comprendo.
Se avesse a cuore i problemi che lascia aperti sul campo, se ne occuperebbe con un Governo dalla maggioranza più risicata ma sicuramente dalla linea più coesa. Invece è come se dicesse: io me ne vado, e se dopo di me deve diluviare, che diluvi. Non la trovo una mossa da statista.

UN VOTO “TRA VIRGOLETTE”
Mentre gli italiani vogliono tornare alla normalità

È stato detto che quella del 20 e 21 settembre è stata fra le prime chiamate alle urne in Europa dopo la terribile ondata pandemica e, nonostante i timori della vigilia, tutto pare si sia svolto nella normalità.
Non era per nulla scontato; meglio così e bravi tutti. Una volta tanto l’Italia ha dato prova di non ispirarsi al modello Cialtron Eston.
Ma sono i risultati a tenere banco nel dibattito pubblico.

Si potrebbe dire che sia stato un voto complessivamente tra virgolette.

Per prima cosa, il quasi 70 a 30 dei sì al referendum costituzionale è un esito che non ammette distinguo. Ma solo tra virgolette, perché è ancora presto per valutare le conseguenze della riduzione di onorevoli e senatori, congiuntamente al progetto di riforma elettorale in discussione in Parlamento. Un sistema proporzionale che, come detto da Roberto D’Alimonte in audizione della Commissione affari costituzionali a Montecitorio lo scorso 24 giugno, “priva gli elettori della possibilità di decidere chi governa e lascia i partiti liberi di decidere a piacimento con chi allearsi dopo il voto”.

Se si pensa che questo cambiamento è voluto principalmente dal partito che ha fatto della democrazia diretta la propria stella cometa, altro che tagli alla casta verrebbe da dire. Il problema è che i pentastellati non sarebbero i soli ai fornelli a condividere questa ricetta e allora staremmo per assistere a un solenne ritorno delle segreterie di partito.

Ricapitolando: da una parte si esulta per un taglio storico delle poltrone in una ritrovata sintonia del Palazzo con la volonté dei cittadini, dall’altra il simulacro di armonia è destinato a mostrare intatto il fossato, perché i nuovi parlamentari più che eletti saranno pienamente nominati. Con competenze, capacità e attaccamento al territorio che è facile lasciare immaginare, per collegi elettorali nel frattempo diventati come delle siberie.

Un minuto dopo l’esito del voto referendario, qualcuno ha gridato alla conseguente illegittimità dell’attuale Parlamento, sovradimensionato secondo la riscritta norma costituzionale. Conseguenza del verbo dal sen fuggito sarebbe stata l’invocazione di elezioni anticipate (prima del semestre bianco, durante il quale il Presidente della Repubblica non può sciogliere le camere), se evidentemente non fosse stato ricordato all’irruenza di prevalente marca padana, che non si è mai visto un tacchino chiedere di anticipare il Natale.

A proposito di irruenza padana, Matteo Salvini ci sta facendo una capa tanta col cartello con sopra scritto: “Da 46 a 70 consiglieri regionali”, per celebrare la vittoria della sua Lega alle regionali. Qui le virgolette sono d’obbligo e basterebbe fare la somma: era stato lui a porre l’asticella elettorale su un punteggio tennistico (6 a 1), se non un 7 a zero, mentre è finita 4 a 3; perde prima la sfida in Emilia-Romagna e perde anche in Toscana nonostante stavolta non sia andato per citofoni in campagna elettorale; la stratosferica affermazione di Luca Zaia in Veneto (73,5%) è il risultato di una lista personale che è quasi tripla rispetto ai voti del partito e la Lega, in generale, esce dalle regionali con un 13,1 rispetto al 33,1 delle Europee 2019.

Oltre alle virgolette, si può dire che la formazione leghista a due punte per fare il pieno dei voti stia mostrando delle crepe, perché i risultati paiono venire più da quella di governo, mentre quella che non sa stare seduta a tavola sbaglia goal anche a porta vuota.
E qualche problema potrebbero iniziare ad averlo anche certi contesti locali in cui si è ricorso allo stesso schema di gioco.

Il problema è che li perde a destra a favore di Giorgia Meloni (vincente nelle Marche ma sconfitta in Puglia), in un rimescolamento di carte che se, da un lato, mette in crisi il modello salviniano di Lega nazionale (rispetto al ritorno di un respiro più autonomista), d’altro canto non lascia presagire un tranquillo traghettamento del popolo verde su sponde più moderate.

Per restare in paragone fluviale, si è detto che la contesa regionale ha visto un vincitore: Nicola Zingaretti.
Anche qui, però, non è campato in aria usare le virgolette. È vero che ha retto come un insospettabile argine a una bomba d’acqua da molti data in arrivo, tanto che c’era già chi si scaldava a bordo campo per l’ennesima sostituzione di segretario, ma le vittorie di Campania e Puglia avvengono con nomi che si pongono ai confini dell’ortodossia piddina.

In ogni caso, l’affermazione, si dice, dà ora fiato al ritrovato Pd per porre sul tavolo di palazzo Chigi alcuni punti con più decisione: si rincorrono gli esempi di Mes, decreti sicurezza di Salvini, ius soli…
Certo è difficile per l’alleato di governo – M5S – nascondere il tonfo regionale del 7,2 %, rispetto al 35,6 del 2018, intestandosi il 70 a 30 referendario, al cui risultato, peraltro, hanno contribuito anche quasi tutti gli altri partiti.

C’è da aggiungere, sempre in tema di virgolette, che laddove è stata messa in campo (Umbria, 2019, e ora in Liguria), sia pure a costo di non pochi mal di pancia, l’alleanza elettorale Pd-5 Stelle esce con le ossa rotte. E questo è un problema, perché è uno dei presupposti politici del governo Conte bis.

Non occorre, invece, usare le virgolette per definire il risultato di Matteo Renzi, alla prima prova delle urne. Vista l’ininfluenza del suo Italia Viva persino in Toscana, alcuni vanno giù pesante ribattezzandolo per la circostanza Italia morta.

Volendo tentare una sintesi del voto, si potrebbe dire che esce una domanda di tregua allo stato di emergenza che stringe questi tempi tribolati senza sosta.
Gli italiani sono sembrati dire che ne hanno abbastanza dell’emergenza pandemica, climatica (nel libro Terra bruciata Stefano Liberti scrive che rispetto ai 328 eventi meteo estremi del 2010 oggi se ne contano 1.665), ed economica e si sono rivolti alla politica per chiedere un po’ di normalità e tranquillità, che tra l’altro dovrebbero essere gli ingredienti essenziali per usare come dio comanda i 209 miliardi del Recovery Fund, più – se si vuole – i 37 del Mes.
Riusciranno i nostri (tra virgolette) eroi?

LA DIFFERENZA TRA LA CRISI DEL 2008 E DEL 2020
Giuseppe Conte, il Movimento 5 Stelle… e l’ultimo ballo sul Titanic

Il crollo finanziario del 2008, a cui il fallimento della Lehman Brothers diede inizio, fu denso di conseguenze, catastrofiche sicuramente ma anche illuminanti.
La maggior parte dei lettori comprenderà subito cosa intendo quando scrivo “conseguenze catastrofiche”, la mente volerà ai titoli dei giornali e alle aperture dei telegiornali, al ricordo dei suicidi e delle aziende che abbassavano le saracinesche, alle richieste di aiuto degli imprenditori e alle file alle mense dei poveri. Poi all’austerità e a Monti, alla stretta sulle pensioni e alla Fornero.

Ma perché ‘illuminante’? Mi spiego. Dopo il 2008 abbiamo scoperto che:
1) le agenzie di rating potevano dare giudizi da tripla “a” ad aziende (magari banche) che erano destinate al fallimento il giorno dopo e che quindi il loro giudizio non valeva nulla;
2) che il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke poteva rispondere in TV a chi lo intervistava che i soldi immessi nel sistema per salvare le banche non venivano dalle tasse dei cittadini ma era una delle possibilità a costo zero delle banche centrali (cioè, le banche centrali “possono creare soldi semplicemente aumentando le riserve delle banche commerciali detenute dalle banche centrali”, schiacciando quindi un pulsante);
3) che il governatore della Banca Centrale Europea Mario Monti poteva rassicurare l’intervistatore sul fatto che le banche centrali “non possono finire i soldi”.

Insomma, la crisi del 2008 ci fornì gli elementi per comprendere in maniera anche plateale, in TV e su youtube, che il sistema si basava su false verità e che il denaro non era il vero problema. Questo si poteva creare alla bisogna mentre ciò che servivano erano controlli, separazione dei ruoli, costruzione di un muro tra economia reale e finanziaria, salvaguardia degli interessi dei cittadini e delle imprese dallo strapotere dei poteri finanziari a cui erano state date le chiavi del mondo.

Sarebbe bastato un po’ di visione politica, di buona informazione e di attenzione da parte delle comunità perché tutto cambiasse, ma non successe nulla. Tanto che le élite realizzarono che in fondo la misura non era colma, che eravamo indifferenti alla nostra stessa sorte … e decisero di affondare il coltello.

La storia continua e alla crisi del 2008 seguì la crisi del 2011, quella dei debiti pubblici. Tutti i debiti privati diventarono pubblici, cioè un peso per i cittadini, quelli che non avevano partecipato alla festa furono chiamati a rimettere insieme i cocci. La grande finanza non voleva perderci, aveva oramai compreso che il popolo non aveva capito ciò che era successo nel 2008 nonostante avessero detto la verità a reti unificate, che in fondo banche e mercati avevano più sostenitori che delatori (c’era addirittura chi voleva cambiare le Costituzioni per dare più spazio al globalismo finanziario), e che l’idea di recuperare le perdite finanziarie ritirando dalla circolazione benessere poteva anche passare se si fosse continuato ad utilizzare l’arma del ‘siamo tutti nella stessa barca’. E di fatto questa idea, per quanto assurda, sembra continuare a convincere i più, di conseguenza remiamo insieme, mano nella mano, con Apple, Amazon e FCA verso il baratro cantando felici Bella ciao.

Sembra proprio che la maggioranza delle persone preferisca seguire il rassicurante pastore fino al macello per paura del lupo. Pochi riflettono sul fatto che il macello da meno possibilità di salvezza del lupo e ancor meno persone vogliono riflettere sull’evidenza che dal 2008 in poi si sarebbe potuto aggiustare tutto semplicemente lasciando gestire la crisi finanziaria alla finanza stessa, senza trasformarla in economia reale, che si poteva rispondere ai soldi con i soldi rimettendo al centro la persona e i suoi bisogni, i lavoratori, le aziende e le famiglie.

Ma far passare il concetto che i soldi non siano un problema avrebbe messo da parte l’élite che sa come gestirli e strumentalizzarli, o meglio, avrebbe eliminato il potere che attraverso il suo monopolio queste “società strumentalizzanti” esercitano sulle popolazioni, avrebbe insomma sconvolto gli equilibri politici e sociali mondiali. Il sovvertimento del rapporto denaro = potere avrebbe addirittura potuto dare pane e lavoro a tutti, quindi questa idea folle non doveva passare. E non è passata.Infatti arrivò Monti, la Fornero e gli equilibri europei a rimettere tutto a posto. A far sembrare che l’unica via per uscire dalla crisi era quella del dolore e della sofferenza. E talmente sono stati convincenti che è diventato impossibile dire il contrario, rappresentare la semplicità dell’assurdità di tali assunti.

Cosa ci resta a questo punto se non la certezza che l’unica via è l’attesa. L’attesa del disastro e della caduta finale, perché solo a quel punto sarà chiaro quello che sta succedendo e che non è più possibile fermare. Non è utile opporsi alla folla che scalpita e urla, come non serve provare a farsi ascoltare da Lilly Gruber.
In questi giorni siamo andati oltre grazie sia al Recovery Found che al nostro Primo Ministro Conte, che ha lottato fino allo stremo insieme al M5S arrivando agli applausi finali in Parlamento. Ha lottato perché non si scegliesse il MES e alla fine ha vinto, portando a casa un grande risultato. Quale?
Quello di aver fatto completamente dimenticare gli insegnamenti, seppur di velata memoria, che per fare quello che farà il Recovery Fund, o che avrebbe potuto fare il MES, devono farlo invece le Banche Centrali che ne hanno gli strumenti ed esistono per questo. E che possono farlo senza indebitare i popoli, restituendo loro democrazia attraverso la restituzione della proprietà della moneta.
Conte è riuscito nell’arduo compito di annullare gli ultimi residui di ricordo delle parole di Bernanke e Draghi, è riuscito ad eliminare dai dibattiti i paper della BCE e persino della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) che dimostravano la possibilità di intervento delle banche centrali durante le crisi. Conte ha eliminato qualsiasi speranza che si ritorni a parlare di monetizzazione dei debiti sovrani.

E grazie alla sua opera nell’Eurozona si consolida l’idea di un “gold standard without gold”, cioè un sistema dove la moneta è merce nonostante non sia più rappresentativa di un gold standard da almeno cinquant’anni.
Ha rafforzato l’idea che uno Stato per avere soldi deve chiederli a qualcuno, chiamare a raccolta i nanetti per scavare buche sotto le montagne svizzere o nel lontano Klondike. Un anacronismo storico che confonde i nostri figli, mette contro le generazioni che si ritrovano nemiche e rafforza il potere di chi gestisce il denaro a scapito di chi vive di forza lavoro, di sudore e di inventiva. Conte e il M5S hanno contribuito a rendere divino il capitale, professandosi contemporaneamente difensori del popolo e dei lavoratori.
E ancora gli applausi riecheggiano, come quelli che accompagnarono l’ultima ballata dei musicisti del Titanic.

DOPOELEZIONI
Premio al buongoverno o apertura di credito?

di Davide Nani

Dopo aver trepidato e poi gioito per la fallita ‘liberazione al contrario’ della Emilia Romagna, ho letto i dati del nostro Comune e della nostra Provincia e un certo allarme mi è rimasto.

E non solo. Se guardiamo alle scorse elezioni regionali del 2014, Stefano Bonaccini superava il candidato della Lega di quasi 20 punti, in una magra di voti mai vista in regione (37,70%), e l’allora candidato della destra (mi perdoni l’attuale) Alan Fabbri era. a mio parere di gran lunga più credibile. Fatto dimostrato dalla sua storica vittoria alle elezioni comunali di Ferrara delle scorso anno. Un intero partito da percentuali attorno al 30% nel 2014 disertò le urne. Forse la grande astensione fu in parte provocata dalle dimissioni di Vasco Errani (ricordo a tutti che fu poi assolto con formula piena!), ma a mio parere la prima responsabile fu la politica del Pd di Renzi, con i suoi messaggi di liberismo e la sua personalissima definizione di ‘Sinistra’ che si sarebbe poi rivelata pian piano per quello che era, cioè tutt’altra cosa.

Che ne è stato di quel partito fantasma del 2014? Certo, è tornato a votare ma se i calcoli non mi ingannano, nel frattempo ha subito una metamorfosi che ha ridotto il vantaggio del Centrosinistra da 20 punti agli 8 di oggi. Non vi è il minimo dubbio che molti a sinistra (e col voto disgiunto, anche molti 5 Stelle) hanno messo la crocetta per un atto di resistenza.

A Ferrara non è comunque bastato. Non è stato sufficiente, nemmeno dopo il dimostrato inganno sul millantato pugno duro nei confronti degli stranieri: “Tutti voi sapete che non ho poteri sulle forze dell’ordine come carabinieri e polizia”, ha scritto Alan Fabbri. Strano che prima delle Comunali si imputasse a Tagliani la colpa di non fare abbastanza in GAD. E non è bastato, nemmeno dopo le gesta discutibili di qualche notabile della Lega cittadina.

Il messaggio di quei benedetti 8 punti in regione, a mio avviso, è più un’apertura di credito che un premio al buongoverno. Rappresenta un invito, forse l’ultimo, a un profondo rinnovamento di linea e di volti nel Pd. Il movimento delle Sardine ha dimostrato che la base del Centrosinistra su alcune priorità è più unita del vertice. Mi pare un paradosso, se non altro geometrico.

DOPOELEZIONI
Scampato il pericolo, c’è molta strada da percorrere

Adesso che abbiamo tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, vale la pena ragionare su cosa ha determinato questo risultato e su alcune tendenze di fondo che percorrono la società regionale e quella ferrarese in particolare. Dal punto di vista dei flussi elettorali, ci soccorrono le analisi, come sempre molto puntuali, dell’Istituto Cattaneo che giustamente individua nel passaggio del voto M5S delle scorse elezioni europee al campo del Centrosinistra e nella crescita della partecipazione i due fattori fondamentali della vittoria del Centrosinistra. A cui si può aggiungere il voto disgiunto per Bonaccini, anche se, comunque, a differenza delle elezioni europee, in queste elezioni regionali il consenso alle liste del Centrosinistra supera quello andato alla coalizione della destra.

In particolare, va notato il tracollo del M5S che passa, su base regionale, in valori assoluti, da più dei 600.000 voti delle elezioni politiche del 2018 a 290.000 nelle elezioni europee a poco più di 100.000 voti in questa tornata regionale. Con una dinamica che – detta un po’ grossolanamente – ha visto la propria perdita dalle elezioni Politiche fino a quelle Europee dirigersi prevalentemente verso la Destra e l’astensione, mentre quella dalle Europee del 2019 ad oggi verso il Centrosinistra. Così come va sottolineato che la crescita della partecipazione è sì generalizzata, ma, in termini percentuali, registra valori più alti in quelle province dove è più forte il Centrosinistra, a partire da Bologna, Modena e Reggio Emilia.

Non c’è dubbio, come in molti hanno già fatto presente, che questi spostamenti elettorali, sul piano politico, sono innanzitutto il prodotto dell’emergere del movimento delle Sardine, da una parte, e dalla reazione all’estrema radicalizzazione dell’impostazione e dei toni della campagna elettorale in terra emiliana, dall’altra. Radicalizzazione voluta in primo luogo da Salvini, che di fatto ha evocato un referendum sulla Lega e sulla sua fisionomia di ‘uomo solo al comando’,. Matteo Salvini, inoltre, intendeva verificare anche la propria ipotesi strategica: arrivare a prendere i ‘pieni poteri’, “liberando” dapprima l’Emilia Romagna per poi dare una spallata al governo e approdare a nuove elezioni anticipate.

Da questo punto di vista, anche per le ragioni che provo subito dopo ad avanzare, non penso sarebbe bastato a costruire un argine sufficiente sottolineare che le elezioni avevano un carattere regionale – ragionamento peraltro giusto e che è stato bene avanzare – che l’esperienza amministrativa emiliano-romagnola aveva rappresentato un solido esempio di ‘buon governo’. In realtà, come si è realizzato nei fatti – e non per un’operazione programmata a tavolino – serviva anche una narrazione di carattere generale capace di contrapporsi a quella di Salvini. Serviva, per fermare il suo disegno, un sentimento popolare, proprio come quello proposto dal movimento delle Sardine e scaturito anche come rigetto dei toni pericolosi e sopra le righe continuamente avanzati da Salvini. Parlo di sentimento popolare come dato politico e culturale, perché di questo si è trattato, di una forza che ha contrastato con efficacia l’idea di una società divisa, incattivita e impaurita, che può essere governata e rimessa a posto solo con politiche securitarie e repressive, cioè quella idea di fondo che alla fine costituisce la vera cifra della destra salviniana. Opponendo a questa, una visione alternativa per cui – ancora prima dei contenuti che sono tutti quanti ancora da mettere a fuoco –  si sente la necessità di costruire una responsabilità sociale condivisa, una politica capace di progettualità e che necessariamente si alimenta della partecipazione, Dunque una visione, quella proposta dal movimento delle Sardine, che rifiuta il manicheismo, la semplificazione, e ancor più l’insulto e la demonizzazione dell’avversario.

E’ stata questa grande spinta politica e culturale che è stata fortemente in campo nella vicenda elettorale emiliano-romagnola e ha determinato la polarizzazione elettorale, ben di più e ben al di là della vulgata di un ritorno al bipolarismo come prodotto dell’esistenza di due schieramenti contrapposti, del pesante ridimensionamento del Movimento 5 Stelle che ha visto evaporare definitivamente la propria già malcerta identità di non essere né di destra né di sinistra, e anche dell’irrilevanza delle liste a sinistra del Pd che non hanno proprio capito ciò che si stava producendo nella realtà emiliana..

Serve però scavare ancora più a fondo per comprendere davvero ciò che ci consegna il risultato elettorale emiliano-romagnolo. Anche qui i dati sono molto chiari: non esiste più un’unica società regionale, tantomeno il modello emiliano. Anche in Emilia Romagna il tessuto sociale ed economico si è fortemente differenziato e si è determinata una ri-gerarchizzazione territoriale e sociale. Ciò è stato il prodotto, in primo luogo, del predominio delle logiche neoliberiste e mercatiste che, ancor più dentro la crisi, hanno messo in discussione il compromesso sociale costruito in passato e accentuato le disuguaglianze e alle quali, nei fatti, le stesse politiche di governo, nazionale e locale, del Centrosinistra si sono mostrate subalterne. Ce lo dicono gli stessi risultati elettorali, che, non a caso, vedono prevalere del Centrosinistra nelle aree più forti della regione ( Bologna, Modena e Reggio Emilia) e nella Romagna (con l’eccezione di Rimini), mentre nelle province di Piacenza, Parma, Ferrara e Rimini, fuori dall’area forte si estende una cintura dove la Destra è maggioritaria. Così come il centrosinistra realizza i risultati migliori nelle aree urbane e nei Comuni medio-grandi, come già ci aveva avvertito sempre l’Istituto Cattaneo sin dalle elezioni europee dell’anno scorso.

In proposito possiamo anche utilizzare, in modo emblematico, anche la situazione di Ferrara, dove nel Comune capoluogo la destra subisce un arretramento rispetto alle elezioni comunali dell’anno scorso e la differenza tra i due candidati è favorevole alla Borgonzoni per soli 142 voti ( 48,05% per lei e 47,85% per Bonaccini), ma il risultato  degli altri Comuni della provincia fa sì che nella circoscrizione provinciale la distanza significativa a favore della candidata della destra ritorna pesantissima: 54,88% contro il 40,76% di Bonaccini.

Insomma, lo scampato pericolo non deve trasformarsi in un’autoassoluzione. Penso, prima di tutto, a una  tentazione, prima di tutto nel Partito Democratico: quella di pensare di avere battuto definitivamente la destra e quindi si poter proseguire in continuità con le politiche fin qui attuate, di occultare che ci sono grandi questioni irrisolte, invece di costruire un nuovo pensiero e un’azione politica adeguata alla situazione che si è squadernata di fronte a noi e di mettere in campo nuove politiche economiche e sociali. Occorrono cioè politiche concrete capaci di aggredire i nodi delle fratture e delle disuguaglianze sociali e territoriali, senza le quali non si potrà mettersi alle spalle il disagio sociale, l’insicurezza e l’incertezza sul futuro, che costituiscono il terreno di coltura su cui si innesta la propaganda della destra razzista e autoritaria.

Tutto questo vale anche per Ferrara. Per risalire la china è possibile, ma solo se non ci si culla nell’illusione che basta aspettare gli errori dell’attuale Amministrazione. Servono invece, e contemporaneamente, forte mobilitazione sociale e nuova progettualità per prefigurare la città del futuro.  Non saranno sufficienti iniziative puntuali ma frammentate, né ragionamenti astratti sulla città ideale: abbiamo bisogno, con pazienza ma determinazione, di individuare alcuni punti di fondo che costituiscano il cuore di un progetto – innovativo, attrattivo e vincente – per la Ferrara dei prossimi anni e, nello stesso tempo, far crescere su questi temi partecipazione e attivazione delle persone. Non è una strada né facile né breve, ma probabilmente l’unica efficace.

 

Il post elezioni: tra estremismi e ipocrite responsabilità

L’unica cosa chiara è che non c’è nulla di chiaro. Si potrebbe sintetizzare con queste poche parole questo risultato elettorale. Ma a mente fredda, passati oramai tre giorni dal voto e recuperato il sonno dopo svariate maratone, si potrebbe azzardare qualche commento più ‘oggettivo’.
Ci sono almeno cinque punti sui quali vale la pena riflettere e su cui tutte le forze che siederanno in parlamento dovranno interrogarsi.

1. La legge elettorale
Appare chiaro a tutti come il Rosatellum abbia fallito sotto tutti i punti di vista. Primo su tutti non ha dato una governabilità né al partito più votato né alla coalizione più votata, costringendo tutti a dialogare, cosa buona, e a dover formare strane alleanze, cosa meno buona.

2. Alleanze di Governo
Proprio queste, nelle ultime ore, sono oggetto di aspre diatribe che stanno facendo scendere il confronto politico in una disputa da stadio tra fazioni di ultras ‘crudi e puri’ a quelle frange di tifosi ‘distinti’ che pur di tener su questa baracca non si offenderebbero a dividere il posto anche con le tifoserie avversarie. Peccato che fino al 2 marzo sembrasse più probabile vedere capi di partito praticare l’harakiri che governare insieme a chi, fino a quel momento, non è stato visto come ‘avversario‘, ma bensì come ‘nemico‘.

3. Il peso delle parole
L’aver considerato come un ‘nemico’ il proprio contendente politico ha generato un conflitto talmente basso e a tratti grottesco e violento da rendere poco credibile qualsiasi tipo di alleanza, soprattutto tra Pd e Movimento 5 Stelle: da una parte i “piddioti”, così soprannominati dai grillini, fanno notare come fino a ora siano stati insultati, chiamati mafiosi e, addirittura, “sporchi di sangue”; dall’altra i “grullini”, così soprannominati dai loro avversari, sono stati spesso apostrofati come ignoranti, antiscientifici, antipolitici e populisti. Come si può pensare a un governo credibile formato da queste due fazioni? Le parole hanno un peso e quel peso vale sia per le promesse fatte, come il reddito di cittadinanza o l’abolizione della legge Fornero, sia negli insulti arrecati agli avversari. Questa poi è stata la campagna elettorale che ha visto trionfare anche un altro tipo di lessico: quello violento. Dalle minacce vere e proprie alle promesse di “invasioni” di paesi stranieri, pulizie etniche, deportazioni di massa, difese delle razze. Tutto ciò, e lo si sta sperimentando da un po’, sta portando a un acuirsi degli scontri nella società: nessuno può credere che dall’attentato a Macerata agli ultimi accadimenti di cronaca, il comune denominatore non sia un certo tipo di propaganda. Repetita iuvant: le parole hanno un peso.

4. Credibilità vs. Responsabilità
Solo cinque anni fa, in una diretta streaming, ricorderete quali furono le risposte date a Bersani ‘colpevole’ di voler provare a fare un governo con i grillini. Il seguito è storia recente, e proprio le azioni compiute dal Pd sono state oggetto di un’intera legislatura di denigrazione da parte del Movimento. Qualsiasi sia il pensiero che prevale in chi sta leggendo queste righe, una considerazione comune ci sarà: il Pd e il Movimento 5 Stelle, insieme, non sarebbero un gesto di responsabilità, ma un atto di prepotenza verso parte del Paese. In queste ore, infatti, molti pentastellati e una parte dei dem richiamano a questo gesto di coscienza che dovrebbe fare il Partito democratico appoggiando i 5 Stelle. Sembrano quasi dimenticare tutti però una cosa fondamentale: chi ha la maggioranza, non assoluta, sia alla Camera, sia in Senato è il centro-destra a guida Lega. Inutile volerci girare intorno, dannoso fare finta di non vedere una chiara intenzione della gran parte dell’elettorato italiano: le posizioni di centro sinistra e sinistra ora non servono più. Sono state distrutte, cancellate. Le urne, almeno su questo, sono state chiare: una parte della nazione vuole il centrodestra con a capo la Lega, l’altra parte i 5 Stelle. Il senso di responsabilità farebbe sì che queste due forze si rendessero conto di ciò e iniziassero a trovare i punti in comune per formare un governo. Il Partito democratico, ora come ora, ha la necessità di ripartire praticamente da zero, dopo una sconfitta cocente, pensando più che alla ‘responsabilità’ verso il nuovo direttivo, alla ‘irresponsabilità’ avuta verso alcuni ideali, verso alcune mozioni, avendo abbandonato intere fette di elettorate fagocitate ben volentieri non solo dal Movimento grillino, ma persino dalla Lega. La lettera di Di Maio, pubblicata guarda caso proprio su ‘La Repubblica‘, giornale aspramente criticato fino a pochi giorni, suona come un tentativo ipocrita di richiamo verso un senso dello Stato che, fino a ora il suo movimento non ha dimostrato; inoltre, lo ripeto, il suo interlocutore, per volere degli italiani, non è Renzi, ma Salvini. Questo, si spera, sarà il primo gesto di responsabilità verso gli elettori. Altrimenti resta solo una strada: nuova (ed ennesima) legge elettorale ed elezioni entro l’anno. Qualsiasi altro tentativo farebbe crescere solo il disgusto e la disapprovazione verso un certo tipo di politica, aumentando in maniera esponenziale i voti soprattutto degli estremismi.

5. Il futuro del Paese
Quello che appare chiaro, in questo torbido panorama post elezioni, è il fatto che gli italiani non solo si sono sentiti traditi da molti partiti di centro-sinistra ma che, realisticamente parlando, probabilmente non hanno più la necessità di risposte progressiste alle domande di questi tempi: basti guardare a Macerata dove la Lega, dopo l’attentato, è passata dal 4 al 20%, o a Pesaro, dove Minniti è stato sconfitto da un impresentabile anche per gli stessi pentastellati. Si può pensare che siano diventati tutti improvvisamente razzisti e xenofobi? E se anche così fosse, interrogarsi sui perché di un clima sempre più incandescente sicuramente farebbe bene soprattutto a quelle forze che, dopo il 4 marzo, sono uscite con le ossa rotte. Le domande, le esigenze dei cittadini in questi anni sono cambiate e nel futuro cambieranno ancora, chi non riesce a intercettare questi cambiamenti non è destinato solo a un fallimento elettorale, ma a una scomparsa dai bisogni politici e ideologici di un Paese interno. La sinistra ha fallito in questo e prima ci si renderà conto di ciò, prima potrà partire una seria disamina su cosa abbia o non abbia funzionato, partendo dai Comuni, l’esempio di Ferrara passata da ‘rossa’ a ‘verde’ può essere emblematico (a livello di elezioni nazionali, per ora). Farsi le giuste domande, darsi le giuste risposte, ripartire da ciò che si è in gran parte, soprattutto dal Pd, abbandonato: i territori. Tra qualche anno forse si potrà affrontare di nuovo una campagna elettorale con una scelta progressista credibile e in linea con i tempi, ma fino ad allora è meglio accettare la realtà dei fatti: il ‘vento dell’est‘ sta arrivando anche in Italia, e sarà meglio per tutti farsene una ragione.

BORDO PAGINA
ʿUn Paese a 5 Stelleʾ, un libro di Mimmo del Giudice

Hanno abbassato la media dell’età anagrafica ed elevato quella del livello di cultura in entrambi i rami del Parlamento, ma sono tutti alle prime armi. Quindi esperienza zero o quasi. A 4 anni dalla pacifica “invasione” nei palazzi della politica, che dovevano aprire come una scatola di sardine, sono ancora in tanti a esprimersi con slogan come se fossero in campagna elettorale e non legislatori. Stiamo parlando del “fenomeno” Movimento 5 Stelle. Di questo fenomeno si occupa “Un paese a 5 Stelle” (Armando editore, novembre 2017), un libro che racconta la storia di un movimento che ha quale principio fondamentale sostituire la democrazia rappresentativa in vigore nel nostro paese con la democrazia diretta, la democrazia dal basso

Proprio alla vigilia elettorale (il prossimo 4 Marzo), in piena anche polemica per le cosiddette parlamentarie grilline (con circa l’80% dei candidati grillini letteralmente telematici- leggi la famosa democrazia diretta a quanto pare disoccupati o precari lavorativi se non esistenziali… in certo senso) andrebbe letto questo complesso e ottimamente analitico lavoro giornalistico culturale di Del Giudice (edito dalla storica Armando editore, specializzata nelle scienze sociali) per capire certamente meglio la genesi del Non Partito fondato da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.
Un non-antipartito che secondo le previsioni potrebbe anche vincere questa tornata elettorale.
Non a caso, l’autore è un cosiddetto politologo di lungo corso, dai tempi di una certa Democrazia Cristiana e di un certo stesso Andreotti:
dietro una cifra letteraria, a volte sorniona, a volte con improvvisi blitz più soggettivi ma ben calcolati (mai ridondanti), il testo via via si dilata e trasmette con una buona persuasione, senza alcuna demonizzazione, né elegiache off topic: trattasi comunque e sempre di un diversamente partito che tutto sommato probabilmente potrebbe anche, paradossalmente raggiunti apici futuro prossimi e imminenti, alla lunga quasi estinguersi, quasi una avanguardia del web nell’agorà politico destinato a generare però in futuri a medio lungo termini altri e nuovi soggetti post Internet e meno contradditori.
Certo registro di sistema è acutamente evidenziato dall’autore nelle sequenze originarie., circa 10 anni fa e oltre dedicate specificatamente a Gianroberto Casaleggio e a Beppe Grillo, ancora quasi ignari l’uno dell’altro, un Grillo che come noto in precedenza, oltre alla sua oltraggiosa e coraggiosa satira politica come comico, denunciava quasi davvero come i luddisti il pericolo dei Computer e delle Tecnologie…
Poi l’incontro rivelatore ed illuminante con Casaleggio, nel suo camerino dopo proprio uno spettacolo: con il futurologo visionario e un comico interessato e stupito ma dapprima anche scettico, prima della quasi poi immediata sinergia e aurorale discesa in campo con il blog che ha rivoluzionato la politica italiana.
Del Giudice pone in primo piano in sintesi anche la famosa Carta di Genova di circa 10 anni fa, dove Grillo ispirato da Casaleggio comunica ai media una sorta di Manifesto del Futuro, con indubbiamente visioni potenzialmente pragmatiche dopo le nuove tecnologie mica banali, anzi: roba da fantascienza ma solo per i partiti classici arcaici in tal senso.
Del Giudice, inoltre sviluppa cronologicamente il volume, dal V- Day e il vaffanculo elevato a motto 2.0 contro il vecchio mondo corrotto e senile dei partiti, oltre alle altre fasi salienti dell’ascesa irresistibile e continua (tranne qualche flop) del Movimento dei 5 Stelle, fino alla conquista di Torino e Roma con l’Appendino e la Raggi; dalla scomparsa prematura del diversamente guru informatico al suo sostituto meno “mitico” ma non meno visionario e futuribile, ovvero il figlio Davide. Fino allo stesso astro nascente Di Maio, candidato premier.
La parola anche ai grillini o meno della strada, off line!, ai molti anche ex grillini, con analisi in generale anche della strana democrazia grillina, nei fatti paradossale, ancora una volta contraddittoria (fino alle stesse attuali recenti Parlamentarie):
Non a caso, più che il compianto Gianroberto, Grillo è, tra il serio e il faceto, paragonato in ampie pagine precise agli stessi Berlusconi, Mussolini, Mao… secondo noi anche forzatamente dall’autore,
Come spiegato da Del Giudice, concludendo, e alla luce delle prossime elezioni e degli esiti, trattasi di una ricognizione dagli esordi a una virtuale fine del movimento come mera forza di opposizione e antipolitica. Come anticipato comunque già da prima comuni e poi regioni e città metropoli conquistate, il salto è in ogni caso compiuto. Dopo il 4 marzo sarà tutta un’altra storia…

Info
https://www.libreriauniversitaria.it/paese-5-stelle-non-partito/libro/9788869922947

IL CASO
“Vitalizio per un solo giorno in Parlamento”: l’avvocato Boneschi spiegò in esclusiva le sue ragioni a Ferraraitalia

Luca Boneschi è morto lo scorso ottobre e non può più difendersi. Fu parlamentare per un solo giorno, sufficiente a garantirgli il vitalizio. Ieri è stato chiamato in causa per questo da Luigi Di Maio, del Movimento 5 stelle, additato come simbolo del privilegio e appellato al presente come se ancora fosse vivo. La sua vicenda andò in tv un paio d’anni fa da Ballarò. E all’epoca l’avvocato fu interpellato da Ferraraitalia per comprendere i contorni di una storia che suscitava indignazione. Boneschi, avvocato di grido e politicamente impegnato, accettò di spiegare le sue ragioni e il quadro che emerse risultò più complesso di come fu tratteggiato.

Riportiamo qui integralmente l’intervista che ci ha rilasciato e che abbiamo pubblicato l’11 giugno 2015

IL CASO
Sbatti il mostro in prima pagina: il ‘re dei vitalizi parlamentari’ e il rovescio dell’informazione

“Luca Boneschi, proclamato deputato il 12 maggio 1982, è giunto al termine del mandato 24 ore dopo. Non ha mai partecipato a una seduta parlamentare, ma gode di una pensione da 3.108 euro lordi da 32 anni. È un avvocato di prestigio e si occupa, non casualmente, di diritto del lavoro”. La notizia, pubblicata dall’Eco, di Bergamo, è stata amplificata un paio di settimane fa dal popolare programma di Rai 3 Ballarò, in occasione di una puntata dedicata ai vitalizi dei parlamentari. Nella messa in onda, l’avvocato Boneschi, pedinato dagli inviati Rai che gli chiedono spiegazioni, reagisce con stizza e rimedia una pessima figura. Sembra la conferma di quanto emerge dalla cronache: il comportamento tracotante di chi si avvinghia ai propri privilegi e rifiuta persino il confronto.

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Luca Boneschi

Boneschi però non è un signor nessuno piovuto dalla luna: ha un significativo percorso professionale e politico alle spalle, si è distinto per un costante impegno volto alla tutela dei diritti civili, del diritto all’informazione e dei diritti dei lavoratori, è stato eletto in Parlamento come rappresentante del libertario partito Radicale. Lo abbiamo quindi interpellato per domandargli ragione di un atteggiamento apparso irriguardoso nei confronti dei cittadini prima ancora che dei giornalisti che lo intervistavano. “Il problema – ci ha spiegato con cortesia – è che uscire dopo dodici ore di pesante lavoro alla mia abbastanza ragguardevole età (76 anni, ndr), essere pedinato per almeno trecento metri e bloccato per strada da tre persone ‘armate’ di microfono telecamera e lampada, che si mettono a farmi domande, ma che in realtà non vogliono risposte, con date e circostanze tanto suggestive quanto fuorvianti, ed essere impedito di proseguire, oppure continuamente seguito fino in ascensore, non è cosa da poco. Ho reagito male, lo so, e me ne sono subito pentito, perché ho capito quale uso sarebbe stato fatto delle riprese e delle poche frasi che ho detto (tra l’altro, di quelle poche sono state utilizzate solo quelle che facevano comodo agli intervistatori). Anche le cifre non corrispondono alla realtà, ma fare un’inchiesta giornalistica seria è faticoso”.

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L’avvocato Boneschi ai tempi del processo Masi

L’avvocato ci ha fornito una serie di documenti dai quali emergono alcuni aspetti interessanti della vicenda: le repentine dimissioni dalla carica parlamentare risultano, secondo la sua versione e stando a quanto all’epoca scrisse alla presidente della Camera Nilde Jotti per motivarle, una scelta di responsabilità. L’avvocato era a quel tempo impegnato per parte civile nel processo relativo alla morte di Giorgiana Masi, studentessa diciottenne, simpatizzante di Avanguardia operaia, uccisa a Roma durante uno scontro con la polizia nel maggio 1977 a seguito di una manifestazione in difesa dei diritti civili. Il legale si era battuto con passione e determinazione per ottenere la condanna dei poliziotti che riteneva responsabili della morta della ragazza. Il coinvolgimento fu tale da costargli una denuncia per diffamazione da parte del giudice che aveva archiviato le indagini. E proprio per non intralciare un’eventuale riapertura del procedimento, Boneschi decise di rinunciare, pur a malincuore, al seggio (che gli sarebbe toccato secondo una prassi di rotazione delle cariche all’epoca in uso nel partito Radicale) e con esso alla conseguente immunità parlamentare che avrebbe determinato un rallentamento della macchina giudiziaria. Il risultato fu beffardo: la sua condanna e la definitiva archiviazione dell’inchiesta per l’omicidio di Giorgiana Masi, i cui responsabili restarono così impuniti.
Ma con questo ricordo, Boneschi ci dice che non ci fu speculazione da parte sua in funzione del futuro vitalizio, che al contrario quelle dimissioni gli pesarono ma furono una scelta doverosa concepita in uno spirito di servizio in ossequi alla propria deontologia professionale.
Peraltro, l’avvocato precisa che il vitalizio – che una legge certo opinabile prevede anche per coloro che hanno anche solo per brevissimo tempo assunto un incarico parlamentare – fu corrisposto non dal 1983 come riportato dalle cronache, ma dal 1999. Boneschi percepisce dunque l’indennità da 16 anni e non da 32. Inoltre, per avere diritto a quel vitalizio, riconosciuto al compimento del sessantesimo anno di età, ha preventivamente dovuto versare le indennità contributive necessarie, quantificate in 91 milioni di lire.

A margine delle sue argomentazioni va detto, comunque, che il baratto resta pur sempre molto vantaggioso (poiché con appena 15 mesi di ‘pensione’ ha pareggiato la somma da lui versata in contributi) e che la legge che concede questi privilegi appare scandalosa.
Però i termini della questione assumono altri contorni. Ma proprio per questo Boneschi avrebbe fatto bene a spiegare con precisione e pacatezza a chi glielo domandava quali furono i presupposti e le motivazioni della rinuncia. “Ho cercato subito di chiarire le circostanze con Massimo Giannini, ma inutilmente – replica -. Perché ho dato le dimissioni rinunciando a una carica prestigiosa che rappresentava un traguardo ambìto, perché le ho date in quel giorno e non qualche mese dopo, come mai molti anni più tardi io abbia versato i contributi e poi percepito il vitalizio, e via dicendo. Ma tutto questo non interessa alla trasmissione perché non fa audience, non è scandalistico: e quindi si cancella tutto. Non è la prima volta che mi succede, e ormai ho capito il meccanismo. Quando c’è qualcuno che vuole parlare seriamente, non ho problemi, ma certo giornalismo attuale preferisce questi metodi: non cercano di capire, hanno una tesi e devono dimostrarla”.

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Opera di Maurits Cornelis Escher

Insomma, se la parte di vittima non si attaglia all’avvocato neppure quella di arrogante privo di scrupoli gli si confà. La sua vicenda è comunque la riprova di come la realtà sia sempre più complessa, sfaccettate e ricche di sfumature rispetto a come la si immagina o ci viene rappresentata.  “24 ore deputato, 3mila euro da 32 anni” è indubbiamente un titolo che fa effetto e fa vendere, ma non rende piena giustizia della complessità della storia e delle ragioni dei suoi protagonisti.
Talvolta le informazioni risultano imprecise per superficialità e non per dolo. Ma mantenere l’intelletto vigile è sempre necessario, soprattutto per non cadere nelle artate trappole dei trafficanti di verità, di coloro, cioè, che intenzionalmente ci vogliono convincere del proprio punto di vista, semplificando o alterando i fatti per favorire un preciso interesse.

SPESE PUBBLICHE
Porta Catena, la consigliera 5S attacca: “Campo scuola affidato alla Fidal? Oltre 17mila euro di spese non giustificate”

Di Federica Mammina

L’accusa della consigliera Ilaria Morghen del Movimento 5 Stelle è ben precisa: “è facile far sparire denaro pubblico se le amministrazioni sono assenti”. Così esordisce nella nota stampa pubblicata il 3 aprile scorso, accompagnata da un video registrato con Andrea Vitali con il quale ha condiviso il lavoro di esame di tutti i documenti. Già nel maggio 2015 lo stesso Vitali aveva evidenziato una rendicontazione completamente inattendibile, e impossibile da controllare per la mancanza dei giustificativi dove in alcuni casi si chiedeva un rimborso al Comune fino al doppio della cifra spesa. Insomma, stando alla consigliera a 5Stelle, una ‘mala gestio’ da parte della FIDAL nel triennio 2012-2014 a cui era stato affidato il Campo Scuola di via Porta Catena da cui è emersa una somma di 17.200 euro non giustificati.

Il sunto di Morghen è chiaro: bilanci incompleti, non dettagliati e spese non giustificate da un lato, mancanza di controlli da parte dell’amministrazione dall’altro. E una deliberazione della Corte dei Conti che ha imposto all’amministrazione in questione di recuperare la cifra contestata, già recuperata dal Comune. “Una vicenda molto lunga e travagliata” che abbiamo cercato di chiarire con lei che non esita ad evidenziarne gli aspetti più critici. Vicenda che “avrebbe meritato molta più attenzione, ma ognuno decide a quale notizia dare rilevanza”. Loro però la notizia l’hanno data utilizzando un sistema di interfacciamento diretto con i cittadini che usano per rendere conto dell’attività svolta. In questo caso si tratta di “Tre anni di indagini, cinque tra interpellanze e accessi agli atti protocollati, più esposti e diverse chiamate alla Corte dei Conti, perché abbiamo avuto resistenze a più livelli per arrivare alla fine di questo percorso di indagine”

Resistenze da parte di chi?
La prima da parte dell’amministrazione che, dopo cinque interpellanze e numerosissimi accessi agli atti, alla fine non ha predisposto quello che noi chiedevamo in modo molto corretto nello svolgimento del lavoro di indagine.

Poi? Parlava di resistenze a più livelli…
Ci sono voluti dei mesi e tantissime richieste di incontro con la magistratura che aveva preso in carico la pratica, sempre rifiutati, finché nell’autunno 2016 mi sono rivolta alla Corte dei Conti di Roma, all’organo di trasparenza per pretendere un intervento presso la Corte dei Conti di Bologna.

Che ha ottenuto?
Poco dopo la mia segnalazione mi ha telefonato il Procuratore Capo della Procura della Corte dei Conti di Bologna, dichiarando che non si era arrivati a sentenza di condanna perché, a seguito dei nostri esposti, i controlli eseguiti tramite la Guardia di Finanza, avevano fatto sì che la Corte dei Conti intervenisse con un richiamo all’amministrazione. Quindi nonostante ci debba essere una verbalizzazione, non ci è stata fornita, c’è stata data solo una conferma telefonica. A quel punto, su indicazione della Procura stessa, abbiamo chiesto un ulteriore accesso agli atti all’amministrazione contabile del Comune di Ferrara la quale ha finalmente fornito la documentazione relativa alla restituzione di quanto non era stato registrato correttamente nelle spese dell’amministrazione pubblica.

Numerosi ostacoli quindi…
Moltissimi, non ce lo aspettavamo. La cosa è impressionante: una montagna di ostacoli e tre anni per recuperare 20mila euro. E questo è solo un impianto di 91 che dovremmo controllare.

Nel video pubblicato su facebook lei infatti lancia una proposta per cui i cittadini sono invitati ad adottare un impianto da controllare…
Sì. Il mio ruolo è quello di un amministratore di controllo, ma la mole impressionante non mi renderà possibile, nell’arco del mio mandato elettorale, effettuare la quantità di controlli che questo tipo di pratica di mala gestio comporta. E quindi ho lanciato la campagna “adotta il tuo impianto” perché attualmente con la legge sulla trasparenza i cittadini hanno diritto all’accesso agli atti. La legge però è applicata malissimo in ogni campo, per qualsiasi ente istituzionale pubblico. I cittadini hanno risposto, ma molto spesso trovano un muro e non viene consentito loro il libero accesso agli atti garantito per legge. E questo quindi per noi è anche uno strumento di denuncia: le leggi ci sono e sono fatte correttamente, ma poi la macchina burocratica si oppone alla loro applicazione.

Perché avete operato questi controlli proprio per l’impianto di via Porta Catena? Vi siete mossi su segnalazione?
Sì. Ci siamo mossi per i cittadini che ci sono venuti a chiedere degli accertamenti in merito alla gestione dell’impianto a seguito dell’affidamento alla FIDAL regionale Emilia Romagna, perché erano particolarmente evidenti delle situazioni di mala gestio e poiché avevano anche della documentazione comprovante abbiamo avviato il percorso.

Ad oggi avete avuto altre segnalazioni?
Al momento no. Abbiamo però continuato a verificare e ci è stato riferito che l’attuale situazione di affidamento (al Comitato Provinciale UISP ndr) del Campo Scuola risulta soddisfacente.

Al di là del singolo episodio del Campo Scuola questa gestione in concessione convenzionata degli impianti sportivi funziona?
Direi di no, l’esito è drammatico. L’esternalizzazione si è rivelata fallimentare, ma forse non è da considerare l’esternalizzazione in sé fallimentare, è fallimentare il fatto che poi venga vissuta come una delega totale dell’amministrazione. L’esternalizzazione va sottoposta a regime di controllo. Deve essere un ausilio e un’implementazione del servizio, non un alleggerimento del lavoro dell’amministrazione perché incide sulla qualità del servizio reso al cittadino. Questo è quello che noi contestiamo fortemente, perché se non sei in grado di controllare una esternalizzazione, non esternalizzi. È inoltre mancato un business plan per ottimizzare i soldi e questo manca purtroppo in tante parti dell’attività amministrativa di questa città.

Quindi l’esternalizzazione della gestione degli impianti sportivi non ha portato il risparmio per cui è stata scelta?
No. Per quanto riguarda l’esternalizzazione degli impianti sportivi ci sono delle evidenze di abbandono, come ad esempio la piscina di via Bacchelli che è una situazione su cui accendere un faro. Per carità la risposta dell’amministrazione è che non ci sono fondi a causa dei tagli statali, ma bisogna fare bene con quello che si ha a disposizione.

C’è stato anche un interessamento regionale?
Sì, sono stata contattata dalla consigliera regionale Piccinini (Movimento 5 Stelle ndr) perché in Regione si sta parlando del progetto di legge sul finanziamento allo sport e abbiamo fatto presente che prima di pensare ad un progetto di legge forse sarebbe stato meglio convocare i consiglieri comunali per interrogarli sullo stato della gestione alla luce dei fatti di illecito rilevati, ma questo passaggio non è avvenuto e ci lascia perplessi perché è fondamentale andare ad indagare su quello che è lo status quo visto che il progetto di legge si presume debba essere migliorativo. Consideriamo che per Ferrara si parla di 91 impianti, ma io penso che la questione vada valutata a livello regionale, è un dato che va esploso su tutto il territorio regionale.

IL RICORDO
Casaleggio tecnoprofeta dell’Italia dei nativi digitali

A un paio di giorni dalla scomparsa del co-fondatore del Movimento 5 Stelle, in ricordo di Gianroberto Casaleggio pubblichiamo un commento scritto nel 2012 da Roby Guerra.

La macchina orwelliana di tutti gli old media, reliquie della storia e del cibermondo, è in piena attività: unica arma della partitocrazia tradizionale, asse nazional-liberal-socialista del mondo (il novecento che fu…) contro la primissima, unica, finora, autentica news esito fatale e strutturale della Internet generation in Italia, ovvero il cosiddetto M5Stelle di Beppe Grillo, e ora lo sanno tutti- di Gian Roberto Casaleggio, tecno guru dicono…
Poveracci Bersani, Fini, Casini, Vendola, e nano poco tech anche gli ex seguaci di Grillo, sinceri forse quest’ultimi ma al confronto sia di Grillo che soprattutto il cosiddetto Tecnoguru, appunto meri link inconsci dei primi..
Poveracci i direttori del Corsera, L’Unità, La Stampa, e tutti quanti e i loro pennivendoli tecnici del secolo scorso, mediocri e netanalfabeti, esattamente come Rigor Montis e armata Euroleone…
Ma come, tutte le sonde della media e della moda statistica segnalano la rivoluzione del web in Italia, del M5Stelle finalmente a livello elettorale prossimo venturo e – sinergia live di un popolo italiano che sub liminalmente almeno si è rotta il cazzo del Novecento, dell’Ideologia, dei Partiti, dell’AIDS politik e dei Partiti tradizionali in fase terminale e – la paleo società pseudo liberale italiana altro non trova altro che riesumare i vecchi copioni-totem/tabù sia del nazismo che del comunismo per esorcizzare la decomposizione e il funerale del Vecchio Mondo anche in Italia e persino sterminare il Mondo Nuovo che sarà?
Grillo fascista! Casaleggio persino un inquietante transumanista o futurista che sogna un mondo dominato da macchine e robot? Gli orwelliani old media e old politik sparano queste cazzate confermando che non capiscono un cazzo delle nuove tecnologie, del computer mondo nascente…
Casaleggio è un raro tecno genio italiano, uno dei pochi, a quanto pare, ancor più di Grillo (che ha comunque il merito di avere captato e divulgato nell’Agorà politik e sociale la Web Revolution prima di qualsivoglia Intellighenzia nazionale) che – anche nei fatti (e almeno questo riconosciuto tacitamente o controluce e loro malgrado dagli stessi old media) – mica Centro Sociali… . E’ realmente contemporaneo di Marinetti, McLuhan,Toffler, De Kerkchove, Negroponte, Bill Gates, Steve Jobs: contemporaneo nel cuore, nello spirito, nell’anima.
Quale dittatura delle macchine? Questa c’è già in Italia… quella della macchine umane dei Politik e dei giornalisti! Semmai Casaleggio, il contrario! La Superdemocrazia delle macchine pensanti, della Matrice senziente nascente, le 3 leggi della robotica di Asimov, più democratiche delle costituzioni parkinsoniane di tutta Europa, meglio Neuropa.
Già: i pazzi autentici comandano Europa e Italia, senza il voto dei popoli e bollano di tecno fascismo proprio Casaleggio e Grillo, confondendo strategie iperdemocratiche del M5Stelle che geneticamente e memeticamente non possono capire… Perché le scimmie non parlano?
E anche così tecnoignoranti old media e old politik! Se un comico profeta della Rete solleva anche dubbi (ma Chaplin capì il nazismo con Il Grande Dittatore ben prima degli… Alleati!), l’attenzione inedita mediatica verso Casaleggio rivela un registro di sistema del M5Stelle ben più arma letale per la paleo politica italiana!
Secondo i virus programmati già da Casaleggio… l’infezione ora è nel cuore del sistema come si diceva negli anni di piombo… La Lotta Amata per il (Web) Futurismo è già cominciata! Ma gli anni di Silicio sono l’ossimoro degli anni di piombo.
Burocrati di tutta Italia unitevi ed estinguetevi! La Nuova Italia dei nativo digitali sta arrivando! E Casaleggio (ancor più di Grillo) il suo tecno profeta!!!

Roby Guerra

I fumi sulla città

E alla fine si è dovuto attivare il prefetto. Magari sollecitato, probabilmente indotto a convocare un tavolo di confronto che vedrà riunite istituzioni, aziende e organi di controllo per capire cosa sta succedendo al petrolchimico e quali sono i rischi per la popolazione. L’accensione delle torce e le alte colonne di cupi fumi sono ormai uno spettacolo quotidiano tutt’altro che edificante. Fra il 19 e il 30 novembre e poi ancora fra il 7 e il 9 dicembre, quindi il 14 dello stesso mese e infine l’8 e il 10 di gennaio le lingue di fuoco fuoriuscivano dalle ciminiere degli stabilimenti. Si tratta di un’emergenza, poiché l’accensione delle torce è consentita solo in casi straordinari. Il problema ora è comprenderne le ragioni e stabilire i pericoli. Yara e Versalis sono le imprese più attentamente monitorate. Loro per prime dovranno fornire spiegazioni.
Le istituzioni per ora si sono limitate a generiche rassicurazione. Non c’è stata una presa di posizione netta. La scelta è stata forse quella di trasferire al rappresentante del governo l’impegno di mediare e sollecitare i chiarimenti. Una strategia accorta, improntata alla prudenza, per qualcuno finanche eccessiva. E’ il caso del Movimento 5 stelle, per esempio, che sollecita una presa di posizione politica e snocciola fondate ragioni di inquietudine.
Peraltro le inquietudini destate dal petrolchimico a Ferrara si assommano all’emergenza che in questi ultimi due mesi ha interessato tutto il Paese e in particolare la pianura padana a seguito del drammatico aumento del livello di polveri sottili presenti nell’aria.
“E’ piovuto un po’ e questo ha indotto qualcuno a considerare sbrigativamente risolto il problema, ma non è così e lo sappiamo bene – commenta il deputato 5 stelle, Vittorio Ferraresi – Gli ultimi dati sono molto preoccupanti. Per affrontare la situazione servono interventi strutturali e misure mirate. Non si tratta di allarmismo ma di rischi reali. A Gela di recente il tribunale ha emesso una sentenza che presuppone il nesso causale fra morti e miasmi petrolchimici. Teniamone conto. Ferrara in questa fase è simultaneamente oppressa da problemi sindacali e rischi per la salute. Il prefetto si è mosso giustamente e lo ha fatto per primo”.

Il Movimento 5 stelle punta l’indice sul ricatto occupazionale. “Si è perennemente in bilico fra produttività e sicurezza. Su questo terreno la politica non fornisce alcuna risposta. E’ ovvio che le aziende, nei limiti posti dalla legge, facciano tutto ciò che conviene loro per trarre il massimo”. Sono entità economiche e tutelano i loro interessi. E’ la politica – sostiene Ferraresi in conferenza stampa – che dovrebbe condizionarne l’operato “incentivando chi attua comportamenti virtuosi e sanzionando pesantemente chi inquina”. Tali non si possono certo considerare, per esempio, le ammende inflitte in passato a Yara e Basell per una serie di ripetute infrazioni: emissioni non autorizzate (fra il 2007 e il 2010) e improprio utilizzo torce (fra 2010 e 2011). In totale 41 mila euro: una sanzione ridicola, un regalo.

Manca un piano economico energetico-produttivo che abbia valenza strategica, fa notare anche il deputato ferrarese del Movimento 5 stelle. Denuncia come per estrarre petrolio, allettati da una manciata di euro, si vogliano violare il paradiso delle isole Tremiti. E addita Ferrara come capitale delle Pm10, le terribili polveri sottili. All’inquinamento altissimo certificato dai dati Istat corrisponde un alto tasso di mortalità. Si è registrato un aumento dei casi di tumore, ben 2980 in più. E le risposte sono insufficienti. Alle nostre latitudini – riferisce – l’aspettativa di vita è di tre anni inferiore al resto del Paese. Vergognoso e allarmante il silenzio. Il problema riguarda prima di tutto la salute dei cittadini. Ma ha anche ricadute economiche, sottolineano ancora i 5 stelle. In Emilia Romagna c’è un costo di tremila euro procapite che gravano sulle spalle di ognuno di noi, dovuto ai danni arrecati all’ambiente e agli interventi attuati per attenuarne gli effetti.

Servono interventi mirati a livello nazionale, con specifico riguardo per la pianura padana. Che fare? “Incentivare la raccolta differenziata. Stop ai propellenti fossili (invece si punta ancora sugli idrocarburi). Per contrastare l’inquinamento ambientale, stop ai veicoli diesel. Favorire la diffusione di vetture a gpl, metano e ibride. M5s ha proposto incentivi solo per questo tipo di auto. Invece hanno incentivato tutti”.
Poi c’è il dito puntato sulle infrastrutture e l’ostilità per la Cispadana. “Stiamo per costruire una strada assolutamente inutile fra Ferrara e Reggiolo, proprio quando l’Europa chiede un potenziamento del trasporto ferroviario. Serve la sensibilità del governo”.

Alle questioni prettamente locali torna il neoconsigliere comunale Sergio Simeone: “Chiediamo che il tavolo convocato per martedì dal prefetto sia allargato alla presenza di un organismo terzo indipendente e rappresentante società civile”. Il soggetto proposto è l’associazione Isde di cui è esponente il medico Luigi Gasparini, simpatizzante del Movimento 5 stelle, anch’egli presente in conferenza stampa. “Chiediamo all’Amministrazione comunale cosa fatto per migliore la qualità aria. Sul problema torce noi ci siamo mossi tempestivamente senza ottenere risposte. E’ stata ignorata da Arpa la nostra richiesta di chiarimento. Sono arrivate generica rassicurazioni ed eluse le reali problematiche. Ferrara subisce tutte le problematiche proprie della pianura padana. In aggiunta ci sono petrolchimico e inceneritore: la situazione è particolarmente pesante”.

Simeone solleva poi una questione non secondaria: Arpa ha fornito dati rilevati da Yara, sono stampati sulla loro carta intestata. Possiamo fidarci? Chi controlla il controllore. Di questi tempi ci vorrebbero verifiche scrupolose, al di sopra di ogni sospetto. La situazione del petrolchimico è preoccupante. Oltretutto Versalis è in fase di vendita e potrebbe esserci un allentamento controlli… Per questo, pur apprezzando l’iniziativa del prefetto che ha invitato aziende, organismi di controllo e istituzioni, sosteniamo che sia importante coinvolgere la società civile. Quella di Iside è una proposta, ma siamo aperti ad altre soluzioni. La nostra è una richiesta non polemica, un contributo costruttivo. Speriamo si possa dare questo segnale importante.
E in tema di contributi fattivi, Simeone aggiunge un’annotazione e la conseguente proposta: “l’inquinamento delle caldaie incide più di quello delle auto. Spesso negli uffici pubblici le temperature sono eccessive. sarebbe il caso di verificare e intervenire. Se si iniziasse dagli uffici pubblici a dare il buon esempio forse poi si sarebbe più autorevoli a chiedere l’impegno dei cittadini. Servirebbe anche un fondo pubblico per la mobilità sostenibile, immediatamente disponibile. E, al riguardo, a livello di comportamenti virtuosi bisognerebbe per esempio che tutti quanti spegnessimo il motore ai semafori. Tante piccole cose utili che sommate possono contribuire a migliorare la situazione…”.

Infine Luigi Gasparini, in attesa del nulla osta per partecipare al vertice in prefettura di martedì, snocciola i dati delle polveri sottili rilevati in città. E fa notare come i valori non siano rassicuranti. “La situazione epidemiologica di Ferrara conferma vecchie tendenze. L’eccesso di micropolveri causa malattie cardiocircolatori e tumori. “Ieri le pm10 in corso Isonzo erano a 74 microgrammi di media. I danni alla salute, secondo l’Organizzazione mondiale per la sanità, iniziano già dai 20 microgrammi per metro cubo. E poi, analizzando la serie storica del 2015 ci si accorge che i valori più alti e il maggior numero di sforamenti 2015 sono al Barco non in città”. Alla radice del problema, dunque, più che il traffico automobilistico ci sarebbe proprio il petrolchimico.

LA PROVOCAZIONE
Fantacronaca
di un’insubordinazione elettorale: “Nessuno di voi”

E’ più facile vincere alla lotteria o cambiare le cose con il voto? Un Paese senza nome. Una città senza nome. Una giornata di elezioni amministrative. Ma qualcosa non va per il verso giusto. La gente non va al mare, non diserta i seggi. Vota in massa, ma vota scheda bianca.

L’apparato governativo è in allarme e sospetta l’esistenza di un complotto: “si tratta di una congiura anarchica o di sconosciuti gruppi estremisti” si affrettano a dichiarare agli organi di informazione “un’azione finalizzata al sovvertimento dell’ordine pubblico e alla destabilizzazione” ripetono con fermezza. Il Governo decreta, inizialmente, lo stato di assedio della città e, successivamente, non riuscendo a piegare la resistenza civile della popolazione, la abbandona e trasferisce la capitale altrove. La previsione che la città cada in preda al caos non si verifica, grazie al senso di responsabilità dei cittadini.

Questo descrive José Saramago nel suo “Saggio sulla lucidità” del 2004. Un’utopia, forse un sogno dello stesso Saramago.

E’ possibile immaginare uno scenario simile in occasione delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna, in programma il prossimo 23 novembre? Possibile sì, decisamente improbabile.

Questa riflessione parte dalla convinzione che si otterrebbero cambiamenti più efficaci se i cittadini votassero scheda bianca o rifiutassero esplicitamente al seggio la scheda elettorale. Per molti, tradizionalmente rispettosi del nostro sistema democratico, sarebbe una scelta dolorosa, sofferta ma consapevole e dettata dalla necessità di dare una svolta e cambiare veramente la nostra classe politica. Quali possibilità infatti abbiamo oggi di cambiare l’attuale sistema con il nostro voto?

E’ ingenuo votare un candidato perché “è una brava persona”: il candidato non può prescindere dal partito (o movimento o lista) di cui fa parte, con tutti i suoi limiti e le sue criticità. Decontestualizzando il candidato, la persona, dal grande contenitore in cui è inserito, si cade in un banale errore di inconsapevolezza, non riconoscendo i diktat e le regole del contenitore stesso, alle quali questa persona dovrà sottostare.

Analizziamo allora i tre principali contenitori i cui leader populisti, che condividono l’opportunismo e la demagogia di stampo televisivo, sono sempre in scena con tweet, declami, urla, slides, fotografie, mentre salutano e abbracciano la folla, senza mai rispondere a una vera domanda.

Il Partito Democratico da anni sta portando avanti una politica economica che si è dimostrata nei fatti fallimentare: il partito ha votato a favore di tutti i trattati che impongono l’austerità all’Italia con privatizzazioni dei beni pubblici e tagli alla spesa. Ma non si può dichiarare di voler difendere il lavoro se non si inizia ad investire e creare occupazione. E’ desolante uno Stato caritatevole che conforta i lavoratori con pochi spiccioli (80 euro) tolti dalla bocca di altri; uno Stato deve essere imprenditore, deve investire e difendere i beni pubblici (sanità, istruzione, trasporti, acqua, energia, casa, sicurezza). Purtroppo il Pd non è il partito che dichiara di essere, ma si inserisce nella lunga tradizione trasformista di stampo giolittiano che ha sempre caratterizzato la sinistra italiana. Non c’è nulla di cui stupirsi, la storia inevitabilmente si ripete.

Forza Italia, se ancora esiste come partito, è troppo impegnato a salvarsi dal fallimento totale per capire quale politica economica perseguire: al governo ha sostenuto i trattati europei e ha votato per il pareggio di bilancio in Costituzione, all’opposizione si è dichiarato partito “anti-euro” e “anti-austerità” ma negli ultimi tempi, dopo il famoso patto del Nazareno, è diventato il più fedele alleato del Pd di Renzi. Non sarà di certo questo partito, che in tanti anni di governo non è riuscito a difendere l’industria italiana e la piccola e media impresa, a poter rilanciare l’occupazione in Emilia Romagna.

Il Movimento 5 Stelle è un fenomeno particolare: sono numerose le posizioni critiche verso l’attuale politica economica e monetaria, ma l’eterogeneità del movimento e l’opprimente e angosciosa presenza delle direttive che provengono via blog dal suo vertice (Grillo-Casaleggio) non consentono l’adozione di una linea politica precisa ed efficace, facendo scadere la discussione sotto i frazionamenti e la schizofrenia interna al movimento stesso.

Gli altri partiti non sono una realtà in grado di impostare una precisa azione di governo e molto spesso ricadono in un autocompiacimento e narcisismo tipico di una mentalità elitaria, autoreferenziale e salottiera.

Quindi nessuno, nella situazione attuale, può rappresentare un vero cambiamento che possa creare subito occupazione e dare impulso alla nostra economia.

E’ “antipolitica” non dare ragione a chi sostiene che “il voto è un diritto e un dovere”?

Anni fa il giornalista Paolo Barnard scrisse: “Il voto, così come inteso nel dettato costituzionale dei Paesi come l’Italia, non è libero. […] Non è libero perché offre al cittadino una sola scelta, e non l’altra scelta, che sarebbe in assoluto la più importante”. Questo viscido meccanismo rende quasi impossibile sbarazzarsi del Potere vigente che continua ad autoalimentarsi, voto dopo voto.

Votando possiamo semplicemente confermare il sistema partitico disponibile, scegliendo all’interno di una gabbia di partiti oltre alla quale non c’è nessuna possibilità e dalla quale non ci viene data possibilità di uscire. Non possiamo fare l’azione cruciale, perché non ci è permesso, cioè sfiduciare l’intero sistema partitico disponibile, per fare spazio ad altro.

La scheda bianca, ora capite, dovrebbe avere il significato di una casella aggiuntiva sulla scheda elettorale: ‘nessuno di voi’. E a questa scelta di non voto dovrebbero corrispondere un numero in meno di politici eletti. Il cittadino non può essere costretto a votare “il meno peggio”, non può essere costretto a scegliere fra “schifo” e “miseria”.

Il cittadino deve riappropriarsi della sua lucidità, quella di cui parla Saramago, riempiendo le urne elettorali con 50.731.312 (*) di “nessuno di voi”, lasciando un Parlamento temporaneamente deserto. Per poi ripartire con una politica più sana e seria.

(*) italiani attualmente aventi diritto al voto

IL PUNTO
La concretezza dei sogni

E’ finita come era ampiamente prevedibile. Con la cacciata del sindaco Marco Fabbri dal Movimento 5 stelle e una conseguente spaccatura verticale, che fotografa il gruppo pentastellato di Comacchio schierato compatto con il suo primo cittadino, mentre i ferraresi appoggiati dal nazionale ne stigmatizzano il comportamento. Ma se torniamo sulla vicenda della Provincia di Ferrara già altre volte trattata non è per entrare nel merito o per nostra fissazione sul tema. Il punto è che questa vicenda è specchio paradigmatico di un’arte di governo che mette a repentaglio la corretta dialettica politica, la quale non può prescindere da un confronto aperto fra tesi contrapposte. Rappresenta quindi un rischio reale che va denunciato.

Le larghe intese, addirittura extralarge nell’anomalo caso della nostra Provincia, non sono un ampliamento della democrazia, come qualcuno ci vuol far credere. Al contrario sono un suo restringimento. Governare tutti insieme significa presupporre che le cose che si possono fare siano semplicemente quelle dettate dal buon senso. Una premessa che non ammette alternative razionali. Se passa questo concetto si cancella ogni margine di dissenso e si confina il pensiero antagonista nelle praterie frequentate da sparuti epigoni di idealità radicali: illusi, sognatori, resistenti che hanno perso il contatto con la realtà dei fatti, le cui fantasie non hanno alcuna concretezza.
Il mondo, secondo gli alfieri del pragmatismo, va governato dai ragionieri, con i piedi ben piantati sulla terra e lo sguardo incollato all’orizzonte dei fogli contabili. Questo è il pericolo dal quale dobbiamo difenderci.

Il messaggio che si tenta di contrabbandare è che le decisioni assunte non siano frutto di scelte, ma si configurino semplicemente come atti che rispondono razionalmente a bisogni diffusi, soluzioni inevitabili che scaturiscono come logica conseguenze a necessità comprovate, secondo una presunta forma di automatismo della ragione a una sola via di transito.

Invece c’è sempre un’altra possibilità, un diverso orizzonte, un percorso differente. Come ci insegna il salmone.

Il pensiero alternativo, oggi più che in passato, è bollato di astrattezza e inconsistenza. Ma se a tenere in piedi il mondo contribuiscono i ragionieri, a cambiarlo, da sempre, sono i visionari. Teniamolo a mente. Con la consapevolezza che questa è epoca di tramonto, che impone grandi, radicali cambiamenti per poter essere preludio a una nuova alba.

E adesso Renzi può: sguardo a sinistra e occhio al nuovo Presidente

Adesso Renzi può. E deve. Può forzare sulle riforme. E decidere di mandare a casa il Parlamento se dovesse avvertire il rischio di trappole o ricatti, forte della prospettiva di riuscire a mettere all’incasso – in termini di deputati e senatori – il plebiscito popolare emerso dalle urne europee. Saldo in Italia, emergente agli occhi del consesso internazionale, con l’impulso del semestre italiano alla guida dell’Ue, può accreditarsi anche come leader continentale, motore propulsivo del rinnovamento di strategie politiche e visioni comunitarie e persino come elemento di mediazione fra i partner, in ispecie fra tedeschi e francesi.

Ha grandi opportunità, il leader del Pd, enormi responsabilità e zero alibi. Annotazione, quest’ultima, che non dovrebbe preoccuparlo (perché a suo onore va detto che alibi non ne ha mai accampati). Fra le responsabilità che gli competono c’è anche quella di riflettere sulla composizione della sua compagine di governo. Gli elettori hanno cancellato Scelta civica e ridimensionato le ambizioni del Nuovo centrodestra. Considerando l’innaturalità di questa alleanza e il suo carattere sempre definito ‘necessitato e transitorio’, farà bene, Renzi, a cominciare a valutare intese diverse, guardando a sinistra, cioè a quel mondo di cui anche il Pd, ancorché in termini di moderazione, è e resta espressione.

In questo senso, superando sia pure a stento il quorum, il cartello di partiti, movimenti e intellettuali aggregati attorno a ‘L’altra Europa’ ha fornito un, sia pur timido, segnale di vitalità, smentendo le previsioni di coloro che ne vaticinavano il sostanziale azzeramento. Invece, in questa nuova e più mite temperie, anche le istanze radicali di cambiamento dovrebbero assumere vigore e trovare un’adeguata rilevante collocazione in un ambito di confronto che non può prescindere da urgenze dettate dalla drammaticità dei problemi in campo (il lavoro, la tutela dei diritti fondamentali di cittadinanza, la salvaguardia dell’ambiente, la riforma del sistema giudiziario, il rilancio della rete educativa e delle agenzie preposte alla trasmissione del sapere, la riaffermazione di un solido concetto di bene comune in termini coscienza civica, il recupero del valore della partecipazione e la pratica della cittadinanza attiva…). La radicalità delle istanze propugnate da chi sta a sinistra del Pd, servirà a tener ben ferma la barra di comando sull’asse valoriale e a propiziare soluzioni conformi ai bisogni e alle attese.
Con interesse andranno osservate le dinamiche interne al Movimento 5 stelle, a livello di aderenti e di rappresentanze parlamentari: anche lì ci sono risorse per ora mantenute in naftalina che si spera possano concorrere con intelligenza, onestà e passione al rinnovamento.

Per quanto riguarda lo scenario politico, la prossima mossa attesa, a questo punto, è quella delle dimissioni del capo dello Stato. Il voto del 25 maggio consegna al nostro Paese un quadro di ritrovata stabilità e una chiara indicazione di scelta da parte degli elettori.
Il (secondo) mandato straordinario di Giorgio Napolitano perde la sua ragione costitutiva. Ora il presidente della Repubblica, a volte lodato, più spesso di recente biasimato – non senza ragione – per atti talora ambigui o discutibili, può ritirarsi ottenendo, in questo clima, il plauso e la gratitudine della nazione. Fino a qualche giorno fa questa evenienza era tutt’altro che scontata, perlomeno in tempi serrati.
Chi sarà il successore? Renzi punterà di nuovo su Prodi, sapendo che i 101 con una pistola alla tempia stavolta non faranno scherzi? Oppure sceglierà una figura diversa, con una storia politica meno connotata, emblema di un’Italia che cambia? Non attenderemo molto per scoprirlo.

I ciocapiat

Il chiasso vergognoso, sempre più stupido, sempre più insulso che da anni contraddistingue le campagne elettorali, ha raggiunto il diapason del rumore più molesto, assai simile, anzi quasi eguale, a quello dei bambini quando in casa sbattono due coperchi e a quel frastuono, beati loro, si esaltano, per cui appare del tutto fruibile la definizione coniata da tempo a proposito di colore che parlano, parlano e parlano senza saper che cavolo dicono, ecco per loro si dice in dialetto che sono dei “ciocapiat”.
La battaglia televisiva (e sulle piazze) dei nostri moderni ciocapiat, i quali si insultano a vicenda, urlando che bisogna cambiare senza poi chiarire che cosa, chi e come cambiare , la battaglia, dicevo, ha superato ogni peggiore previsione quando lo scontro uterino è avvenuto direttamente tra Berlusconi e Grillo, due pregiudicati che non possono entrare in Parlamento, ai quali il nostro strano Paese, contraddistinto da una società disattenta e qualunquista, ha concesso il privilegio di rappresentare la cultura politica italiana. Uno spettacolo indecoroso che dovrebbe essere vietato, come nei film a luci rosse, ai minori ancora da educare.
Il terribile è che, comunque, è da questa gente, che, a meno di un miracolo, in parte siamo e saremo governati. Che cosa dobbiamo aspettarci? Quali ideologie sociali li animano. Non si sa, non ce lo dicono semplicemente perché non lo sanno nemmeno loro. Gli esempi dimostrativi sono molti, a partire da uno, abbastanza clamoroso, ma del tutto non sottolineato da alcuno, che riguarda la candidata sindaco dentro alle mura estensi, candidata grillina. Si chiama Morghen, mi pare, quella che ha detto, senza sapere nulla in merito, ha detto basta grandi mostre a palazzo dei Diamanti, quelle mostre, che portano in città migliaia e migliaia di turisti, i quali affollano alberghi, ristoranti e bar, non dimenticando che le grandi mostre sono nate a Ferrara grazie all’intuizione e al coraggio di Franco Farina, mai abbastanza lodato, quindi la prima città italiana a inaugurare questo importante capitolo della cultura europea dovrebbe privarsi del suo fiore all’occhiello. Lo disse la candidata, la quale, tanto per essere precisi, ha un background politico di assoluto prestigio: la ragazza, infatti, ha confessato orgogliosamente di avere sempre respirato aria di estrema destra. Personalmente la cosa non mi tranquillizza affatto, ma non tanto perché la candidata ha simpatie fasciste, quanto perché il suo movimento l’ha scelta: la campionessa dei Quattro stelle (ho tolto una stella perché cinque mi sembrano invero troppe) dunque è questa e, allora, dobbiamo credere che tutti i suoi sostenitori sono di estrema destra? Non credo, ma tant’è, questa sembra la realtà politica, il forte substrato sociale da cui trae linfa e vita è un pensiero che al Paese ha portato guerre, lutti e ingiustizie, un pensiero che la storia si è incaricata di bocciare per sempre. Bene!

Per votare più che la pancia è meglio usare il cervello

Ormai mancano pochi giorni e finalmente cesserà questa brutta campagna elettorale, brutta perché ci sono alcuni soggetti in campo che usano l’offesa sistematica come metodo di comunicazione, e tutto ciò senza capacità alcuna di proporre cose concrete e realizzabili, brutta perché vengono fatte proposte generiche e non concretizzabili, gettando fumo negli occhi degli elettori ed infine brutta perché in questo baillamme poco si parla dei temi veri delle elezioni di quest’anno, ovverosia dell’Europa (come è stata sino ad ora, e come vorremmo diventasse) e delle amministrazioni comunali e dei loro sindaci laddove vi saranno anche le amministrative.
Provo, brevemente, ad analizzare quanto stiamo vedendo in queste settimane di campagna elettorale in cui i soggetti in campo utilizzano metodi comunicativi molto differenti.
La Lega che in uno dei momenti più bassi della sua storia, dopo aver deluso il proprio elettorato e operato un cambiamento del proprio vertice, cerca di arraffare voti giocando sulla crisi economica e fornendo agli elettori messaggi fuorvianti sull’eventuale efficacia dell’uscita dall’euro del nostro paese, dimentichi, i dirigenti leghisti, che nel periodo in cui c’era da gestire il passaggio all’euro e verificare che ciò non avrebbe creato e favorito opportunismi economici, al governo c’erano loro in compagnia del signore di Arcore.
La rinata Forza Italia che dopo la condanna in via definitiva del loro leader, prova a recuperare il crollo di consensi parlando un po’ a tutti gli italiani delusi, attraverso messaggi a volte contraddittori in cui il “leader maximo” un giorno sembra uno statista di livello ed il giorno dopo sembra un uomo all’attacco ed attaccato al potere, anche costoro dimentichi di quanto hanno promesso negli ultimi 20 anni e di quanto non hanno mantenuto, peraltro con la giustificazione dei loro fallimenti incolpando sempre altri soggetti, a volte la magistratura “comunista”, a volte il capo dello Stato, a volte i poteri forti mondiali, a volte l’Europa o la Germania, senza mai fare una vera autocritica.
Il Movimento cinque stelle che dopo i fasti delle elezioni del 2013 e gli insuccessi alle amministrative celebrate l’anno scorso, attraverso il suo massimo leader e cofondatore, utilizza tutti gli strumenti comunicativi, compreso il turpiloquio e le sparate a zero (o per meglio dire a vanvera) per raccogliere o, meglio , ramazzare i voti di tutti gli italiani (che purtroppo sono davvero tanti) scontenti , delusi dalla politica tradizionale e fortemente incavolati. Non contenti di utilizzare gli sproloqui, i pentastellati si lanciano persino in messaggi parzialmente veri od elencano una sequela di proposte che possono apparire interessanti ma che non hanno la concretezza delle cose serie e a volte sono chimere impossibili da realizzare.
Poi, a sinistra c’è la lista che sostiene Tsipras, che propone un Europa molto diversa dall’attuale, che può affascinare le persone che come me hanno una storia e che provengono da quella storia importante, ma che, purtroppo, prefigura soluzioni e ricette difficilmente realizzabili per svariati motivi, di cui i più importanti sono il numero probabilmente esiguo dei consensi in Europa che li farà essere marginali e le difficoltà dell’attuale momento in cui è necessario avere ricette percorribili se si desidera davvero un cambiamento.
Infine c’è il Pd che dopo le evidenti difficoltà del dopo elezioni politiche e conseguente cambio al vertice non solo del suo segretario ma anche del presidente del consiglio, sta provando a porsi, attraverso la sua adesione al Pse, come una delle speranze per l’Europa di arrivare ad un profondo cambiamento della stessa, mantenendo, però, i fondamenti di essa, e rendendola più moderna e più aderente ai tempi .
Noi normali cittadini siamo perciò circondati da miriadi di informazioni, molto spesso contraddittorie ed espresse in un linguaggio che, a volte, non ci appartiene, ma abbiamo il diritto-dovere di esprimere il nostro voto, e per far questo dobbiamo fermare il nostro pensiero a quanto vorremmo da questa Europa che sembra aver deluso molti, ma che è indispensabile prosegua nel suo cammino, certamente riformandosi e divenendo una sorta di stato federale.
Saggio per tutti noi, cittadini italiani, sarebbe non abbandonarci ai “mal di pancia” e all’irritazione del momento di crisi che stiamo vivendo, ma, piuttosto usare un altro organo che la vita ci ha donato, ovverosia il cervello, e attraverso esso provare a discernere le motivazioni che ci porteranno ad esprimere il nostro voto.
Io personalmente farò questo esercizio, dapprima analizzerò quanto è nelle mie aspettative sia sull’Europa che sul Comune di Ferrara, verificherò le criticità emerse , se ve ne sono state, dagli esercizi amministrativi precedenti, proverò a comprendere, informandomi, le motivazioni di tali criticità e come si è provato a risolverle, successivamente cercherò tra le proposte e tra i candidati coloro che, secondo me, rappresentano meglio la risoluzione delle criticità e che hanno una visione per migliorare, attraverso le idee e non attraverso il turpiloquio distruttivo.
Insomma il mio consiglio, per quanto poco possa valere è di affidarsi a chi ha programmi seri da proporre, idee che abbiano il senso della volontà di cambiare costruendo un futuro migliore di oggi e di non seguire coloro i quali propongono solo la distruzione di tutto il passato, perché dopo le macerie non vi è la certezza di un futuro.

Quel pizzino dal palco: addosso ai 5 stelle…

Un lettore ci ha scritto per riferire una vicenda gravemente scorretta accaduta ieri durante il confronto elettorale che si è svolto in castello. Riportiamo qui la sua testimonianza.
“Desidero segnalare un episodio emblematico del clima politico attuale. Domenica mattina 18 maggio ho assistito nella Caffetteria Castello ad un dibattito organizzato dal Movimento Federalista Europeo e Comitato Ferrara per la Federazione Europea a cui erano invitati i candidati della Circoscrizione Nord-Est alle elezioni del Parlamento Europeo del 25 maggio. Presiedevano l’incontro Rossella Zadro, vicepresidente del Comitato e attuale esponente della Giunta comunale (nonché candidata alle amministrative per il Centro Democratico, a sostegno di Tagliani) e Giorgio Anselmi, direttore della rivista “L’Unità Europea”. Dopo un introduzione del sindaco uscente Tiziano Tagliani (Pd), in corsa per il secondo mandato, sono iniziati gli interventi dei vari candidati. Era presente un buon numero di liste. Dopo gli interventi degli esponenti di Fratelli d’Italia, L’Altra Europa con Tsipras, Scelta Europea, Nuovo Centrodestra, Partito Democratico, è stata la volta della candidata del Movimento 5 Stelle Francesca Nicchia, laureata in economia, che ha evidenziato le conseguenze dell’adesione all’Eurozona e ai Trattati europei, subite dai cittadini a causa di decisioni mai sottoposte a nessun tipo di consultazione. Finito il proprio intervento, Francesca Nicchia non ha fatto in tempo a sedersi in platea che Giorgio Anselmi, moderatore del dibattito, si è alzato dal tavolo dei relatori per avvicinarsi a una persona del pubblico – che fino a quel momento aveva rivestito il ruolo di “fotografo ufficiale” dell’incontro – consegnandogli un fogliettino.

Il caso ha voluto che io fossi seduto molto vicino a questa persona e ho avuto la possibilità di leggere la prima frase del “pizzino” che esortava inequivocabilmente un intervento “CONTRO M5S”, sottolineato con doppia linea.

Questa persona, destinataria del messaggio è stata subito inserita nella lista degli interventi dal “moderatore” Anselmi e, appena presa la parola, il “fotografo ufficiale” trasformatosi in “militante federalista” ha porta avanti un’invettiva sollecitata e mirata contro Movimento 5 Stelle e la candidata presente all’incontro, questo tra gli applausi della maggioranza dei federalisti presenti, rappresentati Pd e Scelta Europea compresi e lo sdegno degli esponenti di L’Altra Europa con Tsipras e di alcune altre persone del pubblico.

Ciò che è accaduto è moralmente e politicamente disgustoso: un moderatore di un evento pubblico patrocinato da un Comitato cittadino che vede la presenza dell’istituzione Comune al suo interno, non può permettersi di condurre un dibattito progettando interventi che sostengano solo una delle tante espressioni politiche presenti, cercando di distruggere in modo pilotato un’idea diversa, per altro ben motivata e argomentata. Trovo altrettanto vergognoso che autorità cittadine, candidate alle prossime amministrative, come Tagliani e Zadro prestino la loro disponibilità ad essere garanti del rispetto della pluralità di pensiero dei cittadini in questi incontri, che purtroppo hanno un preciso e univoco indirizzo politico. E’ anche a causa di incontri come questi che la democrazia in questa città, in Italia e in Europa appare sempre più come un diritto che ci stanno togliendo, pezzo dopo pezzo”.

L.Z. cittadino indignato (lettera firmata)

Alcune osservazioni in merito all’intervista di Ilaria Morghen

La nostra intervista al candidato sindaco per Ferrara del Movimento 5 stelle, Ilaria Morghen [leggi], ha suscitato interesse e varie considerazioni. Riportiamo qua quelle espresse da un lettore che esprime circostanziate riserve in ordine ai meccanismi di organizzazione interni al movimento.

1) Alla domanda “La sua candidatura è stata per tutti una sorpresa. Lo è stata anche per lei?” la Morghen risponde “In un certo senso sì, solo dallo scorso autunno sono attivista del meetup Grilli estensi e di recente sono stata selezionata dagli iscritti e poi designata per questo ruolo“. Le affermazioni della Morghen contrastano con quelle che la medesima aveva rilasciato nell’intervista pubblicata sul Resto del Carlino sabato 5 aprile 2014 a pag. 7: allora la Morghen aveva affermato di non essere stata scelta tramite una consultazione di tutti gli iscritti al meetup Grilli Estensi (450 persone) ma solo da 40 persone. La candidata grillina aveva anche affermato che questo piccolo gruppo di 40 persone si era auto-delegato in rappresentanza di tutti i 450 iscritti al meetup Grilli Estensi che, tra l’altro, non sono mai stati consultati in merito all’elezione del candidato sindaco. L’elezione della Morghen infatti ha dato adito a dubbi, perplessità e accuse di poca trasparenza come risulta anche dalla lettera pubblicata dal Resto del Carlino in data 8 aprile 2014 pag. 10. Si nota inoltre che Morghen risulta essersi iscritta al meetup dal 9 gennaio 2014 e non dallo scorso autunno (vedi sito meetup grilli estensi)

2) Alla domanda “Ma se lo spirito è quello della condivisione e del confronto come si giustificano le epurazioni dei dissidenti dal movimento?” la Morghen risponde “Sono mistificazioni della stampa. Grillo e Casaleggio non si sentono mai, al punto anzi da farci desiderare qualche loro consiglio. I gruppi dirigenti sono lasciati liberi di decidere senza condizionamenti“. Nel Movimento 5 Stelle non esiste un gruppo dirigente perchè non è un partito ma un movimento di liberi cittadini e rappresenta una piattaforma ed un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it. Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso. E’ quindi Beppe Grillo a concedere e a revocare l’uso del nome e del simbolo del movimento (leggi il regolamento).

3) All’affermazione “La sensazione però è che ci sia scarsa tolleranza per le opinioni non allineate” la Morghen risponde “E’ così quando sono espressione di ambizioni personali. Ci sono norme etiche di comportamento che vanno rispettate. Aderire è una libera scelta, prima di diventare attivisti si è sottoposti a un periodo di osservazione. Una volta dentro, le regole vanno onorate”.
I regolamenti interni del meetup Grilli Estensi (il “Regolamento attivisti” è stato “stranamente” rimosso dal sito del meetup – vedi link) sono stati approvati solo a partire dall’ottobre 2013, ben 8 anni dopo la sua fondazione (26 settembre 2005). In questi 8 anni, in assenza di qualsiasi regolamentazione scritta, come è stato gestito il meetup? I regolamenti interni non sono stati approvati mediante una consultazione di tutti gli iscritti al meetup (attualmente 475) ma solamente da parte una piccola cerchia di poche decine persone che si sono autodefinite “attivisti” e che li hanno imposti di fatto all’intero meetup (infatti, come può vedere in fondo alla pagina del regolamento allegato, risulta che alle votazioni hanno partecipato solo poche decine di persone e non risulta da nessuna parte che siano stati convocati tutti gli iscritti al meetup). Oltre a tutto questo, al fine evitare l’ingresso di persone scomode, (molto democraticamente) gli stessi attivisti hanno stabilito che l’aspirante attivista è tenuto ad effettuare due mesi di prova per poi venire confermato o no a completa discrezionalità della stessa assemblea degli attivisti (“I nuovi attivisti passeranno 2 mesi di prova dopo di che verranno valutati nell’assemblea attivisti che deciderà se confermarli oppure no” vedi paragrafo “attivisti“). Non si capisce in base a quali criteri di valutazione l’aspirante attivista possa essere giudicato idoneo oppure no, sembra proprio un sistema poco trasparente architettato ad hoc al fine di impedire che possano diventare attivisti persone non allineate con le posizioni espresse dalla maggioranza. A tal proposito si ricorda che lo scorso novembre all’interno del meetup ci sono state espulsioni di attivisti dissidenti con modalità alquanto discutibili.
Lettera firmata – Ferrara

Gentile lettore,
rispettiamo la richiesta di non divulgare la sua identità e pubblichiamo la lettera che ci pare contenga spunti degni di riflessione. Nel merito delle osservazioni da lei svolte io posso rispondere solo a ciò che espone al punto 1. Nell’intervista – come è prassi – riporto in sintesi quanto con maggiore dovizia di particolari mi è stato riferito. Per quanto concerne le modalità della nomina a candidato sindaco, Ilaria Morghen ha parlato di una consultazione generale fra tutti gli iscritti, dalla quale è scaturita l’indicazione di due figure. Fra di esse, la scelta è stata compiuta da un gruppo ristretto, composto da quarantina di attivisti, a suo dire designati dall’assemblea appunto per dirimere questa sorta di ballottaggio.
A riguardo della data di iscrizione la Morghen ha affermato di avere cominciato a prendere attivamente parte al meetup ‘Grilli estensi’ dallo scorso autunno. E ha anche parlato di un periodo di “osservazione”, preliminare alla formalizzazione del ruolo di “attivista”. Dal sito del meetup ho in effetti verificato che in data 10 gennaio ci sono le felicitazioni per il suo ingresso. Considerando che l’autunno termina il 20 dicembre, anche formalmente siamo lì…

Le questioni che lei affronta ai punti 2 e 3 andrebbero invece direttamente poste a Ilaria Morghen e agli attivisti del meetup.

Morghen: voglio una città-parco che valorizzi le risorse locali, con i cittadini protagonisti delle scelte

Ilaria Morghen, medico anestesista del Sant’Anna, 43 anni, romana di Velletri, ferrarese adottiva dal 1997, è l’aspirante sindaco del Movimento 5 stelle.
La sua candidatura è stata per tutti una sorpresa. Lo è stata anche per lei?
In un certo senso sì, solo dallo scorso autunno sono attivista del meetup Grilli estensi e di recente sono stata selezionata dagli iscritti e poi designata per questo ruolo.
Alle spalle non ha un’esperienza politica, le posso però chiedere il suo orientamento?
Destra. Sono cresciuta in un ambiente familiare permeato da quei valori. Non ho mai militato, ma sempre considerato la politica una cosa seria e importante. Votare significa affidare a qualcuno la responsabilità di governare e decidere, per me e per la mia famiglia. Rimpiango il tempo in cui ci si poteva sedere in un tavolino del bar a Campo dei fiori per parlare con i nostri rappresentanti politici, in semplicità e senza formalismi. Era una forma di rispetto e una pratica di educazione civica. Poi tutto è cambiato, fa male ricordare quel che è successo: gli uomini a un certo punto sono spariti e al loro posto sono arrivati gli avvisi di garanzia. Ci è toccato prima Craxi col suo socialismo degradante e poi Berlusconi, un ventennio orribile…
Mai stata berlusconiana, desumo!
No no no, per carità… E quando Alleanza nazionale si è sciolta in Forza Italia è davvero finito tutto.
Nostalgia per quei tempi?
No, ora c’è il movimento 5 stelle. Abbiamo ritrovato la speranza.


Con lei sindaco, Ferrara come cambierebbe?

Metteremo su una bella squadra e faremo belle cose. Voglio subito sfatare la diceria che non saremmo preparati. Abbiamo competenze molteplici, fra noi ci sono economisti, artigiani, artisti, medici, semplici impiegati. Facciamo riunioni su riunioni, ci confrontiamo, studiamo. Abbiamo anche frequentato una scuola di amministrazione etica. Siamo pronti a portare innovazione in questa città, anche da un punto di vista tecnico. Viceversa è il Pd che mostra incapacità e continua a sperimentare sulla pelle del cittadino soluzioni inadeguate, con esiti fallimentari.
Per esempio?
Prendo il caso delle “unità per intensità di cura”, spacciate per ospedali. Esistono solo nelle regioni rosse e sono in realtà strutture assistenziali a bassa qualità, affidate a personale infermieristico, dove lo specialista passa ogni due o tre giorni. Sembrano concepite apposta per spingere il cittadino verso il privato. A Tagliani è persino sfuggita un’ammissione, quando ha riconosciuto che la ‘cronicità’ è da sempre affidata a Quisisana e Salus. Noi invece si battiamo per il potenziamento e la riqualificazione del servizio pubblico, non vogliamo cittadini di serie A e cittadini di serie B. Quello attuale è un modello che non ci sta bene perché penalizza i meno abbienti. Io consiglio di farsi assicurazioni private per essere tranquilli, ma non è giusto che sia così perché non tutti se le possono permettere.
A proposito di servizio sanitario pubblico, che ne pensa dei medici obiettori?
L’interruzione volontaria della gravidanza è un diritto che deve essere garantito.
Con l’80% di medici obiettori non è semplice. Non ravvisa anche doppiezza e ipocrisia in questa scelta?
Non conosco personalmente casi di medici che si dichiarino obiettori e poi pratichino aborti in cliniche private.


Tornando a Ferrara, ha detto che un modello virtuoso di innovazione al quale si ispira è quello di Bogotà. Non teme di spaventare qualcuno mettendo di mezzo nientemeno che la capitale della Colombia?

I miei attivisti sostengono che sono avanti vent’anni! L’esperienza del sindaco Mockus è stata qualcosa di straordinario. Diceva: “Noi non cerchiamo voti, cerchiamo voci”. E’ la nostra stessa ottica assembleare, il nostro è un programma aperto al contributo dei cittadini. In condizioni molto peggiori di queste, Mockus ha realizzato risultati eccezionali. Il fulcro della sua azione è stata l’educazione civica: trasmettere alle persona la consapevolezza del ruolo sociale di ciascuno. Qui siamo in piena anestesia partecipativa, noi vogliamo risvegliare il senso di appartenenza a una comunità.
Ma se lo spirito è quello della condivisione e del confronto come si giustificano le epurazioni dei dissidenti dal movimento?
Sono mistificazioni della stampa. Grillo e Casaleggio non si sentono mai, al punto anzi da farci desiderare qualche loro consiglio. I gruppi dirigenti sono lasciati liberi di decidere senza condizionamenti.
Le espulsioni però ci sono state, le reprimende a sindaci, deputati e senatori pure…
Ci sono solo tre regole di base: rispettare i cittadini, rispettare le leggi, non farsi manipolare. Sono norme che disciplinano la vita civica del movimento evitando danni ai cittadini e anche ai tuoi compagni. Chi non rispetta i patti viene segnalato ed eventualmente allontanato.
La sensazione però è che ci sia scarsa tolleranza per le opinioni non allineate.
E’ così quando sono espressione di ambizioni personali. Ci sono norme etiche di comportamento che vanno rispettate. Aderire è una libera scelta, prima di diventare attivisti si è sottoposti a un periodo di osservazione. Una volta dentro, le regole vanno onorate.
Una curiosità: di Grillo sappiamo tutto, ma Casaleggio che tipo è?
Affascinante, grande cultura, appassionatissimo di storia, timido e un po’ schivo.
Un carattere opposto al vostro leader. Non ritiene anche lei che i toni siano spesso sopra le righe, troppo gridati, che l’invettiva non faccia bene al confronto?
Dobbiamo gridare per farci sentire, non siamo in tv, siamo spesso censurati, i giornali dei padroni non ci vogliono. E quando sei in piazza e parli direttamente con le persone si crea un forte legame emotivo, un effetto trascinamento. Avverti la speranza e insieme la rabbia e la delusione di tanti. Abbiamo il dovere di fornire risposte a quelle domande e infondere fiducia nel cambiamento, anche per impedire che la protesta si trasformi in violenza. I toni sono una conseguenza di ciò. Ma quando la gente sente Beppe, se ne va con un sorriso e la convinzione che ancora ce la si possa fare a cambiare le cose.
Quindi anche il contestato “bastardi” che lei qualche giorno fa ha gridato dal palco di Bologna all’indirizzo del Pd è frutto di questo contesto?
Siamo arrivati sul palco arrabbiati perché ci censurano continuamente, siamo stanchi, esasperati…


Con gli altri candidati non c’è dialogo?

Ma non hanno niente da dire! Non hanno neanche presentato il programma. Un programma ce l’abbiamo io, Anselmi e poi, vabbé, il Pd che scrive le solite cose.
Nel suo programma ci sono soluzioni concrete per fronteggiare la crisi a livello locale?
Bisogna rilanciare l’economia, pensiamo a un tavolo con artigiani e imprese, dobbiamo partire dalle nostre risorse, non cercare – come fa questa amministrazione – le holding che vengono da fuori, fanno i loro interessi, lasciano le aree da bonificare e il deserto. Noi puntiamo sulle forze produttive locali. Certo, la spending review non aiuta ma siamo convinti che in ogni settore ci siano margini di espansione.
Qualche esempio di cose che vorreste fare?
La riconversione energetica degli edifici pubblici. L’apertura di un’agenzia per l’energia, come ha fatto Modena costituendo un consorzio. Ma a Ferrara ci si è rifiutati di aderire perché si volevano favorire gli interessi di Sipro. Così abbiamo perso decine di milioni di euro. E’ sempre la stessa storia, si agisce non per il bene dei cittadini, ma per compiacere gli amici. Lo stesso capita sistematicamente con Hera, che è un vero moloch: cura solo i suoi interessi e deprime la nostra economia locale. Ora si vorrebbe estendere la geotermia che non porta alcun risparmio ai cittadini ma conviene ad Hera. Entro il 19 maggio il sindaco ha la possibilità di richiedere lo spegnimento dell’inceneritore, ma se ne guarda bene. Così si continuerà a inquinare. Ma se si continua a spargere diossina sulle nostre campagne addio Doc e Igp…
E per le imprese?
Vorremmo unificare le partite Iva e avviare processi di investimento garantiti dall’amministrazione comunale per sottrarre i cittadini imprenditori alle vessazioni di Equitalia, che è il grande nemico. Vanno semplificati gli iter burocratici…
Il modello di città che lei citava all’inizio, quello del sindaco Mockus di Bogotà, si basa sostanzialmente sul concetto di learning city, cioè di comunità educativa che offre stimoli continui di crescita e occasioni di partecipazione. Come lo tradurrebbe per Ferrara?
Abbiamo in mente un piano estetico urbano che parte dalle periferie. Vorremmo fare dei grattacieli la porta di accesso della città, in versione ‘land art’, tappezzandoli di pannelli termoriscaldanti e trasformandoli in ‘green building’. E tutto intorno un esteso e diffuso parco che metta in connessione le aree cittadine.
Turismo?
Innanzi tutto un’adeguata politica dei prezzi. Tagliare la tassa di soggiorno, ridurre i costi degli hotel. Diffondere mappe digitali e cartacee. Rilanciare il ‘made in Fe’, ad esempio attraverso l’industria della bicicletta, fare promozione all’estero con la presenza di stand alle fiere del turismo. Insomma, va rivitalizzata la città che ora è tagliata fuori persino dai flussi del traffico passeggeri. Bisogna fare arrivare anche qui i treni dell’alta velocità.
Per la verità arrivano già…
C’è un frecciargento e basta. Bisogna adeguare la banchina della stazione. E’ una cosa che si fa facilmente. Abbiamo anche privati pronti a investire per il rilancio della città: imprenditori locali.
Nomi?
Per ora è meglio di no.
E le politiche culturali?
L’ottica è appunto quella della ‘land art’, vogliamo una città verde, vorremmo creare il parco ‘land’ più grande d’Europa abbracciando tutta la città, raccordando aree verdi e opere d’arte…
Questo implicherebbe un’estensione dei divieti al traffico veicolare?
Pensiamo a parcheggi scambiatori e uso di navette elettriche gratuite. Poi vogliamo ripulire la città: via i cassonetti dell’immondizia per esempio, per liberare spazio al transito delle biciclette.
Via i cassonetti nel senso che li interrereste?
No, via perché non serviranno più facendo raccolta differenziata.
Le sembra realistico? Di certo non avverrà in un giorno…
Le persone vanno educate, tutto parte dall’educazione civica, l’educazione al rispetto degli spazi e degli altri. Il cambiamento non si fa in un giorno, ma si può e si deve fare. E noi vogliamo realizzarlo.

La cultura marmellata

Certi caratteri nazionali resistono tenaci e persistenti nel tempo. Per esempio, a quasi due secoli di distanza, sembra confermata la diagnosi di Leopardi: “Le conversazioni d’Italia sono un ginnasio dove colle offensioni delle parole e dei modi s’impara per una parte e si riceve stimoli dall’altra a far male ai suoi simili… Gli italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente colle parole, più che alcun’altra nazione.” (“Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”, 1824).
Il gusto di colpirsi a sangue con le parole è l’opposto della principale dote richiesta al vero confronto, che deve rispettare l’altro mentre ne critica le idee. Senza questa normale disposizione non c’è vera conversazione. Ma essa cresce solo dove esiste una società veramente civile, in cui le élite dettino tono e stile. In Italia, negli ultimi decenni, abbiamo registrato un degrado del linguaggio. Il principale strumento di informazione e intrattenimento, la televisione, ne è stato il veicolo principale. Sono stati promossi a star personaggi che hanno sfondato grazie al turpiloquio, all’ostentazione di arroganza ed aggressività. Al posto dell’eleganza e della eccellente testimonianza di cultura e di educazione civica del mitico maestro Alberto Manzi, è arrivato un esercito di intolleranti e di maleducati. Una parte della politica ha fatto suo questo stile. Soprattutto quella nuova. Mi riferisco alla Lega di Bossi e Borghezio e, per ultimo, al M5S il cui capo, Grillo, rivendica il V Day come l’evento fondativo del movimento.
Quale conseguenza deriva da questo degrado? Che il foro pubblico è stato occupato da un populismo ignorante e prepotente, secondo il quale l’opinione della gente più semplice e ignara sarebbe il fondamento della democrazia. Pian piano, è scomparsa l’idea che per confutare una posizione occorra conoscerla e che non basta, per neutralizzare una critica, squalificare il suo portatore con qualche etichetta qualunquista.
Bisogna riconoscere che la tendenza a sorvolare su prove, fatti, verifiche è una delle eredità peggiori del post-’68. Una parte di quei protagonisti (magari passati attraverso l’imposizione ai docenti del 18 garantito) pensava che la verità dovesse essere messa ai voti e non basata su competenza e rigore nella sua ricerca. Il prodotto più deteriore è stato un certo relativismo che non significa tolleranza e rispetto della pluralità, ma assolutizzazione di ogni punto di vista a scapito della verifica dei fatti. Così si presenta il relativista assoluto: “io la penso così. Non mi interessano le dimostrazioni!”. Ma se l’analisi della realtà viene annullata dalle credenze dei singoli e dei gruppi, allora al posto del pensare si sostituisce una propaganda fatta di retorica fumosa e abuso di parole astratte. Già gli antichi filosofi greci, avevano ben chiara la differenza tra credenze e conoscenze. La credenza non ha bisogno di essere dimostrata, la conoscenza sì: per questo Socrate non si stancava mai di dialogare. E il meglio della modernità (illuminismo, empirismo, rivoluzione scientifica, liberalismo) ha rappresentato il primato della cultura della sobrietà e della permanente ricerca e verifica pratica di idee e valori.
E’ uscita, in questi giorni, una raccolta di articoli e saggi di un raro intellettuale illuminista del nostro tempo, Giovanni Jervis (“Contro il sentito dire”, Bollati Boringhieri). In uno di questi saggi ricorre alla definizione di cultura-marmellata. E’ una metafora che vuole evocare un mondo in cui prevalgono le idee spalmabili, quel modo di pensare diffuso privo di caratteristiche salienti, amorfo, mai troppo impegnativo, mai compromettente, utilizzabile da tutti e in tutte le circostanze.
E voilà! Ecco pronto l’universo delle mode, dei tic e dei sentito-dire, degli stereotipi ripetuti senza capirne il senso, delle leggende metropolitane, dei titolo sensazionali che ispirano le agenzie di informazione (stampa e tv). La cultura-marmellata è l’erede di quel dizionario dello stupidario che compilò Flaubert nel suo capolavoro “Bouvard e Pecuchet”. Quando poi la melassa si fa eccessiva, ecco opporglisi l’urlatore rozzo e aggressivo. Ma, ovviamente, non si tratta di un’alternativa, ma dell’altra faccia del degrado. Entrambi, il ripetitore di luoghi comuni e il volgare trasgressore, impediscono che una cultura seria e rigorosa svolga il suo compito: produrre un progresso intellettuale di massa. Ma ciò è proprio quello che i demagoghi e gli arruffapopoli di ogni colore e di ogni tempo non vogliono che si realizzi.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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