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IL SASSO NELLO STAGNO
ANZI, NELLA FOSSA (DELLA SINISTRA)

Ho scoperto per caso questa lunga Lettera Aperta nella pagina Fb (data: 9 maggio) di Franco Ferioli, un amico che non vedevo e non sentivo da anni. Che stimo come un tipo di grande creatività, una persona (ed è questo che qui interessa) che coltiva con ostinazione l’esercizio del pensiero libero: esattamente quell’attitudine dello spirito che fa di lui, nel gergo sprezzante di certi politici di professione o vocazione, ‘un cane sciolto’.
Per la medesima ragione, e nonostante il suo articolo chiami fastidiosamente in causa anche il sottoscritto, ho chiesto a Franco se potevo pubblicare su Ferraraitalia le sue ‘considerazioni di un impolitico’. Che invece è un’analisi politica allo stato puro. Senza veli o giri di parole, prendendosi il rischio di giudizi ruvidi e col coraggio di mettere per iscritto nomi e cognomi. In fondo, la stessa idea balzana di quel ragazzaccio che al passaggio del sovrano si è messo a gridare “Il Re è NUDO”.
Non condivido tutte le cose che scrive Franco. Su molte la penso come lui. Ma questo è meno importante, ci sarà il tempo per discuterne. Quel che è sicuro è che Il Re (la Sinistra) è drammaticamente nudo/a. A Ferrara più che altrove. E che da oggi, da questo Anno Zero, non si uscirà, non si potrà mai uscire, non si potrà mai battere la Destra, con gli stessi programmi, le stesse alchimie, gli stessi balletti, le stesse mediazioni, le stesse facce di sempre.
Serviranno le “riflessioni indigeste” di Franco Ferioli? Non lo so, io me lo auguro. Mi danno l’idea di un sassone da macero (in ferrarese: ‘na masègna) che finisce con un gran tonfo in mezzo alla Fossa del Castello provocando un locale maremoto. Se così fosse, per una stagnante Sinistra sarebbe tutta salute.
Infine un invito, un caldo consiglio a chi (ai molti, ai tanti) che nelle righe seguenti si vedranno attaccati. Offendersi, peggio ancora arrabbiarsi, non solo non porta a nulla, ma è segno inconfondibile di poca intelligenza. Le provocazioni – anche così possono esser lette le parole di Franco Ferioli – a due cose possono servire. A riflettere. E a migliorarsi.
(Effe Emme)

di Franco Ferioli

Proposta di lettura di un manifesto contenente notizie e riflessioni di pubblico interesse ferrarese – che, avviso importante, potrebbero risultare indigeste – di un apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato).

Invogliato da un articolo di Francesco Monini apparso su Ferraraitalia e riportato sulla sua pagina Facebook nel quale si invitava a proseguire pubblicamente l’analisi del voto regionale e i risultati raggiunti dalla Lista E.R. Coraggiosa Ecologista e Progressista, ho deciso di aderire partecipando al primo incontro e non mi sono per niente sentito rappresentato o rassicurato di aver fatto la scelta giusta nel votarla anch’io. Anzi, credo di essermene pentito.

Speravo che l’analisi del voto proseguisse collettivamente con la stessa apprezzabile lucidità con cui Francesco l’aveva iniziata e impostata, speravo che da quell’analisi ne potesse seguire una programmazione, insomma, per dirla in politichese, ho creduto che lo scopo dell’incontro fosse quello di compiere un’analisi programmatica del voto. Invece ho partecipato a una ‘festa di vincitori’ dove l’unico a sentirsi sconfitto sono stato io.
Che bello che sarebbe stato, per me, se qualcuno si fosse alzato e avesse detto non abbiamo vinto niente e continueremo a perdere fino a quando non ci renderemo conto di quali sono i motivi, al di là dei meriti organizzativi e degli impegni profusi, che hanno portato 2.227 persone a votare in questa direzione. Come avrei voluto sentir dire:  abbiamo perso e continueremo a perdere fino a quando non capiremo da parte di chi siano arrivati i voti e cosa abbia spinto a votare un’alta percentuale in più di elettori che in precedenza ha fatto vincere la Lega quando la stessa percentuale era in meno…Che bello che sarebbe stato se qualcuno avesse detto: si potrà vincere solo se riusciremo a mettere in campo filosofie e pratiche politiche che siano non solo alternative ma completamente differenti e opposte alle altre.

A dominare la scena e a strappare gli applausi per primi, sono stati gli esponenti degli ex Verdi: erano forse seduti lì per dare nuove esemplari risposte ai ferraresi e utili consigli agli emiliani dopo che per decenni hanno non solo ignorato, ma anche impedito ogni domanda degli altri ambientalisti imponendo la scelta della centrale a turbogas e degli inceneritori come la migliore delle soluzioni per produrre energia sul nostro territorio dal momento che loro, più alcuni consulenti esterni presenti in sala, erano gli unici entro le Mura autorizzati scientificamente a sapere cosa fossero davvero le emissioni di micropolveri sottili e i soli in grado di giudicarle inoffensive e tollerabili per la salute pubblica?
Per parlare oggi e domani di ambiente e inquinamento e per porre mano all’ambizioso Patto per il Clima che prevede zero emissioni di Co2 entro il 2050 e 100% di energie rinnovabili entro il 2035, bisognerà pertanto continuare a fare scienza con coscienza in quel modo e divenire scienziati come hanno dimostrato di essere stati loro? [leggere Qui] [e Qui] [e anche Qui]
Quanti saranno stati i giovani ambientalisti che hanno espresso la loro preferenza elettorale per la Lista Emilia Romagna Coraggiosa, Ecologista e Progressista che pone i problemi legati al cambiamento climatico in testa alle priorità e in seconda linea sul proprio stemma? Tra la gente intervenuta e presente in sala, non era presente nessun giovane al di sotto dei 35-40 anni. Nessun giovane, nessun neo-votante, nessun neo-cittadino italiano di origine straniera.

L’unico accento straniero di matrice anglosassone, è stato quello di Robert Elliot referente dell’Associazione Cittadini del Mondo, che strappa l’applauso dopo essere brevemente intervenuto per richiedere tempestività nell’affrontare il post elezioni con volontà, determinazione e idee chiare.
Nessuno straniero, nessuno zingaro, nessun Rom, nessun Sinti, nessun emigrato, immigrato, migrante, profugo, rifugiato, richiedente asilo, clandestino, presente in una riunione tenutasi in pieno Quartiere Giardino, Zona GAD, tra una ronda e l’altra della camionetta dell’Esercito Operazione Strade Pulite.Nessuna donna africana, nessuna donna araba, orientale, esteuropea, nessuna badante, nessuna infermiera, nessuna studentessa, ma, per fortuna, molte donne ferraresi intervenute per chiedere operatività, programmi, contenuti e dimostrando che la matrice della lista è indubbiamente autoreferenziale ma, evviva, sicuramente femminista.

Il terzo applauso, forse il più meritato, se non altro per la simpatia espressa da un signore anziano, esponente e sostenitore del PD di cui non ho afferrato il nome, che si appella all’unità della sinistra. In maniera piacevolmente spontanea e apparentemente ingenua informa l’assemblea che lui si riconosce nella Lista Coraggiosa e che tra forze di sinistra la cosa più importante dovrebbe essere quella di mantenere l’unità.
Ma il problema rimane lo stesso e semmai i termini sarebbero da capovolgere: per me e forse per molti altri (?), la difficoltà consiste esattamente nel sentirsi di sinistra e di riconoscersi nel PD e probabilmente, oltre a me, sono stati molti altri (?) a votare questa lista pur di non votare direttamente proprio il PD. E probabilmente sono stati in molti anche a votare PD solo come voto di sbarramento, per mancanza di offerte politiche migliori, per antifascismo e solo per non far vincere la Lega.

Ho battuto anche io le mani, per gratitudine: questo simpatico compagno mi ha fatto alleviare il pesante ricordo di essermi persino trovato in passato costretto a votare Dario Franceschini pur di non votare Berlusconi e di rimuovere il vero e proprio incubo di essermi presentato in una lista civica che ha appoggiato Gaetano Sateriale fino a sette giorni dopo la sua avvenuta elezione a sindaco. Nel primo caso si trattava di questioni tecniche legate al sistema rappresentativo, nella seconda all’appartenenza di una nuova forma di pratica pollitica in città: sissì, proprio con due elle, come la pollitica-becchime da destinare a poveri polli d’allevamento destinati al girarrosto dopo averli imbottiti di antibiotici e luci artificiali.[leggi Qui]

I record no limits di profondità abissale da me raggiunti come apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato) avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa: sono doppiamente grato a quel vecchio compagno perché mi rendo conto di quanto io continui ad essere molto più sprovveduto e ingenuo di lui. Avrei dovuto insospettirmi: in una sala popolata da numerosi trionfanti fantasmi di sé stessi non avrei dovuto stupirmi nel vedere entrare vittoriosa anche la vecchia padrona di casa perché la strategia politica della signora Roberta Fusari a capo della Lista Azione Civica e della mini pletora di altre listarelle collegate per sostenere uno spacciato e dato per disperso Aldo Modonesi come sindaco, per me è una storia che oltre che inutile trovo allarmante come il suono di una sirena della croce rossa che si ferma sotto casa.

Mi sono alzato e sono uscito: mai nessuno, tantomeno io, se la sentirebbe di sparare sulle crocerossine impegnate ad assistere i soldati nelle guerre perse in partenza o colpiti da fuoco amico.
Me ne sono andato ma con la coscienza a posto: più o meno per gli stessi motivi di sempre non ho votato lei ma il candidato della sua lista Federico Varese quando per me ha rappresentato l’unica possibilità di non votare Lega e neanche, perlomeno direttamente, il PD.
Ho votato Federico come avrei potuto votare uno dei tanti altri aspiranti martiri, come Maria Ziosi o Simone Diegoli, chiamati in ritardo a individuare ed esprimere quel qualcosa di sinistra che ha reso muti ciechi e sordi i becchini in carica mentre scavavano con le proprie mani le fosse comuni della sinistra ferrarese e quelle comunali dei propri incarichi.

Se la componente ferrarese della lista Emilia Romagna Coraggiosa è uscita per partenogenesi dalla scapola sinistra della Lista Azione Civica, ha davvero un gran coraggio nel proporsi e propinarsi come vincente, festante e innovativa e ha anche un gran coraggio nel pensare di essere in grado di rispondere alle aspettative di sinistra, ecologiste e progressiste riposte nel voto senza trovare urgentemente una nuova linea e identificare nuovi programmi e nuovi candidati.
Non che il mio giudizio conti qualcosa di più della provocazione di una lettera, ma a mio modo di vedere e di capire c’è solo un modo di porsi per combattere sia la violenza espressa dalla forma di autoritarismo e di ricatto assunta dall’attuale amministrazione di destra, sia l’arroganza, la distanza e la presupponenza espressa da quelle precedenti di sinistra.
Con questi tipi di violenza c’è solo un modo per combattere: non una violenza pari e contraria, ma una non-violenza, che disciplini prima di tutto una filosofia politica basilare, fondante e permeante. Per questo dico e chiedo Daniele Lugli Sindaco Subito e Marco Bianchi Vice.

Oppure chiedo: Ma tu chi vorresti Sindaco?
E’ così difficile partire da zero, iniziare dal basso e chiederselo, anche solo per gioco o per provocazione? E non è così che si potrebbe fare per capire qualcosa di utile e urgente per molti, se non per moltissimi?

E a voi Francesco Monini, David Cambioli, Federico Varese, che potreste contribuire a garantire e consolidare un programma veramente innovativo mi vien da chiedere: state in disparte per libera scelta, perché non ne avete tempo e voglia, perché nessuno ve lo ha ancora chiesto, o perché la Lista Civica e la Lista Coraggiosa sono contenitori colmi solo di personalità politiche e ideologie riciclate destinate all’autodistruzione contro il muro di gomma shackespeariano dell’”essere o non essere PD?
Nel mio specifico caso il mio voto riflette un atteggiamento di rifiuto, rifiuto della Lega, rifiuto del PD, non di adesione o appartenenza politica a una lista fiancheggiatrice di quest’ultimo e non credo di essere stato l’unico a votare questa lista usando la matita con la tecnica surrealista della scrittura automatica e ad avere quella come unica scelta per non votare destra, non votare Pd e sperare di votare per qualcosa appartenente alla sinistra che rimane tra le righe della scheda o schiacciato sotto il peso dei risultati dell’urna.

Del programma, dei candidati, della campagna elettorale, della lista che ho votato non sapevo praticamente nulla. Un voto alla meno peggio, un voto senza vuoto a rendere, come una cambiale firmata in bianco pur di contrastare qualcuno e qualcosa che è divenuto a pari merito inaccettabile e insopportabile come le due facce della stessa medaglia politica attuale.

Secondo me a vincere le elezioni sono state le elezioni e le loro eccezioni: i veri vincitori sono stati quel + 30% di votanti rispetto alle precedenti. La Lista E.R. Coraggiosa ha vinto un giro gratis in giostra dopo essere riuscita a strappare la coda alla scimmietta e a tirare la corda del dissenso dei senza patria e identità di una sinistra desaparecida, fatta a pezzi e gettata in pasto ai pescecani e ora nel pugno chiuso ha solo la catenella dello sciacquone.

Gli stessi motivi che hanno portato ieri molte delle 22.000 persone a votare la jolly Elly Schlein, saranno gli stessi che potrebbero portare 22.000 persone a votare tra cinque anni per una nuova lista analoga che svolga le stesse funzioni o che le reindurranno a rimanersene chiuse in casa col televisore e il telefonino spento lasciando di nuovo vincere i partiti della peggiore destra di ogni tempo.
La Lista Civica ha invece vinto l’ultimo giro di walzer degli ideali di sinistra sulla scena politica ferrarese prima che venisse chiusa la balera, licenziata l’orchestra e buttata fuori la finestra dalla finestra.

Se non verranno immediatamente individuate nuove filosofie e nuove pratiche politiche che raccolgano i valori sociali, socializzanti e socialisti della sinistra, cancellati da coloro che sono corsi fuori dal palazzo a cercarli e a reclamarli dagli altri solo quando sapevano che erano già stati da loro stessi irrimediabilmente ignorati, mistificati e buttati nell’indifferenziata… se l’unica funzione politica ammissibile continuerà ad essere quella di continuare a soccorrere questa tipologia di oppositori del regime e di continuare a confortare e rifocillare di voti collegati e paralleli questa armata brancaleone di consiglieri doverosamente divenuti di minoranza… inutile sarà tirare la catena di un wc autopulente.

O dovrei lasciarmi convincere che a vincere sono stati tutti? E anch’io?
La Lega ha vinto continuando a vincere nella nostra provincia e in Calabria; il PD ha vinto perché non ha perso la roccaforte Emiliano-Romagnola: Berlusconi, la Meloni e Sgarbi non perderanno mai per diritto divino acquisito alla vittoria: nemmeno una sentenza della commissione antimafia è riuscita a far perdere qualcosa in città a qualcuno come Mauro Malaguti.
Quindi a vincere sono stati tutti? Paradossalmente anche chi non si è presentato affatto, come il Movimento delle Sardine che anche tutti gli altri partiti,  oltre al PD, dovrebbero ringraziare di non averlo fatto?
Che nessuno trovi poi il coraggio di dire che a perdere è stato solo il M5S, dal momento che è ancora al governo ed è sempre e solo stato un movimento perlopiù virtuale, digitale e avanguardista che quindi non ha mai avuto niente da perdere come partito politico tradizionale.

Nel frattempo noi Ferraresi Civici ed Emiliani Coraggiosi vincitori continueremo a brindare, con le mascherine, al Bar Korowa davanti agli insuccessi televisivi di Fabbri, Lodi e Solaroli su La Sette, mentre la setta Cavallini-Sgarbi si è impadronita delle sale espositive del Castello Estense come proprio scantinato, salotto e galleria d’arte… stapperemo champagne al chiosco di via Poledrelli conosciuto dai più come ‘da Hitler’ quando Vittorio Sgarbi inaugurerà due mostre per oltraggiare il significato dell’arte di Banksy e il significato del lavoro di Franco Farina al Palazzo dei Diamanti e per riabilitare la grande figura morale di Italo Balbo magari al MEIS… e punteremo i colli di bottiglia contro i suicide bombers della sinistra all’opposizione in Consiglio Comunale che, anziché minacciare di nuovo di abbandonare fisicamente e inutilmente l’aula per qualche minuto e di qualche metro, avrebbero dovuto abbandonarla eticamente per sempre il giorno dopo i risultati delle elezioni con le quali hanno regalato la città nelle ruvide mani e forti braccia tese della ‘peggiore destra ferrarese di  utti i tempi’, come l’ha definita Aldo Modonesi in campagna elettorale.

Peggiore di quella composta da squadre di picchiatori fascisti in camicia nera che ammazzavano di botte, di deportazioni e fucilate sacerdoti, ebrei e comunisti un attimo prima di partire per compiere eroiche trasvolate atlantiche o pericolosissime e audaci missioni di bombardamenti aerei in Libia?
I fascisti ferraresi di oggi contro cui combattere sono profeti in patria e profeti di loro stessi, legittimati dai governanti precedenti e dai non votanti di sinistra: giusti o sbagliati che siano, sono loro stessi a insegnarci che per eliminarli in futuro servirà buona mira.

Quelli di ieri sono stati profeti all’estero e profeti di sventura, per eliminarli ci è stato detto dalla storia che è bastata la mira giusta e un colpo di artiglieria antiaerea partito (guardacaso, solo per tragico errore). Quelli di oggi si limiteranno a imbucare e ad autospedirsi un pacco con dentro il proiettile che nessun ferrarese è disposto a sprecare per loro o saranno costretti a farsi autorecapitare lo stesso micidiale cannone della seconda guerra mondiale in dotazione al mitragliere ferrarese impegnato in Cirenaica ad abbattere l’aereo di Italo Balbo con il suo entourage di giornalisti padani?

La Ferrara dell’altro ieri, la Ferrara di ieri e la Ferrara di oggi: è già troppo tardi per chiedersi che forma prenderà la politica di sinistra per diffondersi nel coprifuoco imposto anche dalle azioni mirate a limitare il diffondersi del corona virus Covid-19?
Inchiostro su carta? Email? Post sulle pagine Fb degli amici degli amici mai visti ne’ incontrati? Piccioni viaggiatori?

Cover: foto di Beniamino Marino (maggio 2020)

DOPOELEZIONI
Matteo Salvini e la Vogelschiss. Una nota tedesca dopo il voto

Lunedì 27 gennaio era il Giorno della Memoria, domenica 26 gennaio c’è stato il voto in Emilia Romagna. Cosa c’entra il giorno della memoria con le elezioni emiliane? A prima vista molto poco, perché emiliani e romagnoli hanno votato per il rinnovamento della giunta di una regione italiana nell’anno 2020, ben lontano dagli anni ai quali il giorno della memoria rimanda. Ovviamente non era presente, fra le diverse formazioni in lizza, un partito che negasse i fatti di Auschwitz e di tutti gli altri campi di concentramento per quali sono stati responsabili i nazisti tedeschi.
Ma attenzione: mi ricordo benissimo un comizio di Salvini alcuni mesi fa assieme a un rappresentante ufficiale di Afd (Alternativa per la Germania), un partito tedesco di estrema destra, che definiva l’epoca nazista in Germania come un vogelschiss, ovvero “piccola merda di un uccello”. Sicuramente la Lega italiana non è un partito fascista paragonabile con il fascismo italiano di una volta e men che meno con i nazisti tedeschi, ma a ben guardare ci sono tanti aspetti della propaganda leghista che ricordano la weltanschaung delle Destra estrema della Germania di ieri e di oggi.
Per questo, a mio avviso, rimane vergognosa l’amicizia dell’onorevole  Vittorio Sgarbi con la Lega e il suo furioso attacco al movimento delle Sardine, che ha risvegliato in Italia il sentimento antifascista. Assolutamente inaccettabile la sua strumentalizzazione di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna e, più in generale, le sue continue e quasi sempre violente aggressioni verbali contro gli avversari politici. Le ho ascoltate ancora, appena due giorni prima del voto emiliano.
Ciò detto resta almeno una speranza, quella che ci viene dalla nuova e giovane cultura delle Sardine: l’epoca politica di uomini come Sgarbi è in declino.
Per l’Europa nuova e giovane il risultato del voto emiliano apre una finestra. Un po’ più di speranza e dignità. E meno aggressività e volgarità verso il prossimo.

DOPOELEZIONI
Scampato il pericolo, c’è molta strada da percorrere

Adesso che abbiamo tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, vale la pena ragionare su cosa ha determinato questo risultato e su alcune tendenze di fondo che percorrono la società regionale e quella ferrarese in particolare. Dal punto di vista dei flussi elettorali, ci soccorrono le analisi, come sempre molto puntuali, dell’Istituto Cattaneo che giustamente individua nel passaggio del voto M5S delle scorse elezioni europee al campo del Centrosinistra e nella crescita della partecipazione i due fattori fondamentali della vittoria del Centrosinistra. A cui si può aggiungere il voto disgiunto per Bonaccini, anche se, comunque, a differenza delle elezioni europee, in queste elezioni regionali il consenso alle liste del Centrosinistra supera quello andato alla coalizione della destra.

In particolare, va notato il tracollo del M5S che passa, su base regionale, in valori assoluti, da più dei 600.000 voti delle elezioni politiche del 2018 a 290.000 nelle elezioni europee a poco più di 100.000 voti in questa tornata regionale. Con una dinamica che – detta un po’ grossolanamente – ha visto la propria perdita dalle elezioni Politiche fino a quelle Europee dirigersi prevalentemente verso la Destra e l’astensione, mentre quella dalle Europee del 2019 ad oggi verso il Centrosinistra. Così come va sottolineato che la crescita della partecipazione è sì generalizzata, ma, in termini percentuali, registra valori più alti in quelle province dove è più forte il Centrosinistra, a partire da Bologna, Modena e Reggio Emilia.

Non c’è dubbio, come in molti hanno già fatto presente, che questi spostamenti elettorali, sul piano politico, sono innanzitutto il prodotto dell’emergere del movimento delle Sardine, da una parte, e dalla reazione all’estrema radicalizzazione dell’impostazione e dei toni della campagna elettorale in terra emiliana, dall’altra. Radicalizzazione voluta in primo luogo da Salvini, che di fatto ha evocato un referendum sulla Lega e sulla sua fisionomia di ‘uomo solo al comando’,. Matteo Salvini, inoltre, intendeva verificare anche la propria ipotesi strategica: arrivare a prendere i ‘pieni poteri’, “liberando” dapprima l’Emilia Romagna per poi dare una spallata al governo e approdare a nuove elezioni anticipate.

Da questo punto di vista, anche per le ragioni che provo subito dopo ad avanzare, non penso sarebbe bastato a costruire un argine sufficiente sottolineare che le elezioni avevano un carattere regionale – ragionamento peraltro giusto e che è stato bene avanzare – che l’esperienza amministrativa emiliano-romagnola aveva rappresentato un solido esempio di ‘buon governo’. In realtà, come si è realizzato nei fatti – e non per un’operazione programmata a tavolino – serviva anche una narrazione di carattere generale capace di contrapporsi a quella di Salvini. Serviva, per fermare il suo disegno, un sentimento popolare, proprio come quello proposto dal movimento delle Sardine e scaturito anche come rigetto dei toni pericolosi e sopra le righe continuamente avanzati da Salvini. Parlo di sentimento popolare come dato politico e culturale, perché di questo si è trattato, di una forza che ha contrastato con efficacia l’idea di una società divisa, incattivita e impaurita, che può essere governata e rimessa a posto solo con politiche securitarie e repressive, cioè quella idea di fondo che alla fine costituisce la vera cifra della destra salviniana. Opponendo a questa, una visione alternativa per cui – ancora prima dei contenuti che sono tutti quanti ancora da mettere a fuoco –  si sente la necessità di costruire una responsabilità sociale condivisa, una politica capace di progettualità e che necessariamente si alimenta della partecipazione, Dunque una visione, quella proposta dal movimento delle Sardine, che rifiuta il manicheismo, la semplificazione, e ancor più l’insulto e la demonizzazione dell’avversario.

E’ stata questa grande spinta politica e culturale che è stata fortemente in campo nella vicenda elettorale emiliano-romagnola e ha determinato la polarizzazione elettorale, ben di più e ben al di là della vulgata di un ritorno al bipolarismo come prodotto dell’esistenza di due schieramenti contrapposti, del pesante ridimensionamento del Movimento 5 Stelle che ha visto evaporare definitivamente la propria già malcerta identità di non essere né di destra né di sinistra, e anche dell’irrilevanza delle liste a sinistra del Pd che non hanno proprio capito ciò che si stava producendo nella realtà emiliana..

Serve però scavare ancora più a fondo per comprendere davvero ciò che ci consegna il risultato elettorale emiliano-romagnolo. Anche qui i dati sono molto chiari: non esiste più un’unica società regionale, tantomeno il modello emiliano. Anche in Emilia Romagna il tessuto sociale ed economico si è fortemente differenziato e si è determinata una ri-gerarchizzazione territoriale e sociale. Ciò è stato il prodotto, in primo luogo, del predominio delle logiche neoliberiste e mercatiste che, ancor più dentro la crisi, hanno messo in discussione il compromesso sociale costruito in passato e accentuato le disuguaglianze e alle quali, nei fatti, le stesse politiche di governo, nazionale e locale, del Centrosinistra si sono mostrate subalterne. Ce lo dicono gli stessi risultati elettorali, che, non a caso, vedono prevalere del Centrosinistra nelle aree più forti della regione ( Bologna, Modena e Reggio Emilia) e nella Romagna (con l’eccezione di Rimini), mentre nelle province di Piacenza, Parma, Ferrara e Rimini, fuori dall’area forte si estende una cintura dove la Destra è maggioritaria. Così come il centrosinistra realizza i risultati migliori nelle aree urbane e nei Comuni medio-grandi, come già ci aveva avvertito sempre l’Istituto Cattaneo sin dalle elezioni europee dell’anno scorso.

In proposito possiamo anche utilizzare, in modo emblematico, anche la situazione di Ferrara, dove nel Comune capoluogo la destra subisce un arretramento rispetto alle elezioni comunali dell’anno scorso e la differenza tra i due candidati è favorevole alla Borgonzoni per soli 142 voti ( 48,05% per lei e 47,85% per Bonaccini), ma il risultato  degli altri Comuni della provincia fa sì che nella circoscrizione provinciale la distanza significativa a favore della candidata della destra ritorna pesantissima: 54,88% contro il 40,76% di Bonaccini.

Insomma, lo scampato pericolo non deve trasformarsi in un’autoassoluzione. Penso, prima di tutto, a una  tentazione, prima di tutto nel Partito Democratico: quella di pensare di avere battuto definitivamente la destra e quindi si poter proseguire in continuità con le politiche fin qui attuate, di occultare che ci sono grandi questioni irrisolte, invece di costruire un nuovo pensiero e un’azione politica adeguata alla situazione che si è squadernata di fronte a noi e di mettere in campo nuove politiche economiche e sociali. Occorrono cioè politiche concrete capaci di aggredire i nodi delle fratture e delle disuguaglianze sociali e territoriali, senza le quali non si potrà mettersi alle spalle il disagio sociale, l’insicurezza e l’incertezza sul futuro, che costituiscono il terreno di coltura su cui si innesta la propaganda della destra razzista e autoritaria.

Tutto questo vale anche per Ferrara. Per risalire la china è possibile, ma solo se non ci si culla nell’illusione che basta aspettare gli errori dell’attuale Amministrazione. Servono invece, e contemporaneamente, forte mobilitazione sociale e nuova progettualità per prefigurare la città del futuro.  Non saranno sufficienti iniziative puntuali ma frammentate, né ragionamenti astratti sulla città ideale: abbiamo bisogno, con pazienza ma determinazione, di individuare alcuni punti di fondo che costituiscano il cuore di un progetto – innovativo, attrattivo e vincente – per la Ferrara dei prossimi anni e, nello stesso tempo, far crescere su questi temi partecipazione e attivazione delle persone. Non è una strada né facile né breve, ma probabilmente l’unica efficace.

 

DOPOELEZIONI
La cometa del 26 gennaio ha portato molti doni,
ecco perché Ferrara è rimasta a bocca asciutta.

Molti, moltissimi, i commenti del Dopoelezioni. Si sapeva che mai prima d’ora una elezione parziale, anche se in un territorio importante come l’Emilia Romagna (senza nulla togliere alla Punta dello Stivale), avrebbe significato qualcosa di tanto decisivo per tutto il Paese. Così è stato.

Tutto il quadro politico nazionale è stato investito dal sisma emiliano e ne ha registrato le conseguenze. La pesante battuta d’arresto per una parabola salviniana che sembrava puntare diritto in cielo, la definitiva liquefazione del Movimento Pentastellato, qualche pastiglia ricostituente per un Partito Democratico in perenne ristrutturazione, infine, un probabile scampolo di vita per il traballante Governo Conte. E’ indubbio, le elezioni emiliane hanno portato in dono queste quattro cose: dolcetti per gli uni, carbone per altri.

Eppure, a guardar bene, queste 4 cose non sono le più importanti, E’ successo qualcosa di molto e di più. Mentre infatti i quattro effetti ricordati segnano un contingente (e forse effimero) cambiamento degli equilibri politici, un riposizionamento delle strategie dei partiti e dei vari leader, una grande cosa è successa sotto i nostri occhi, un fatto nuovo destinato a segnare profondamente la società italiana. Dopo svariati anni in cui il vento di destra ha soffiato, con una tale violenza che sembrava non trovare nessun ostacolo di fronte a sé, da un paio di mesi si è levato un vento uguale e contrario. Non proprio uguale: il vento populista, sovranista, egoista, assomigliava (e assomiglia) a una tempesta, a una rabbiosa bufera, mentre Il vento messo in moto, forse inconsapevolmente, dalle prime quattro sardine bolognesi, sembra piuttosto una brezza leggera, gentile e nonviolenta, pacifica e pacifista, accogliente e pluralista.

Bene ha fatto il Segretario del Partito Democratico, nella stessa notte di domenica, a ringraziare in primis Le Sardine e il grande risveglio che hanno saputo suscitare. Lo stesso ha fatto il neoeletto Stefano Bonaccini, anche se con meno enfasi e forse minor simpatia. Ringraziamenti assolutamente doverosi perché, ed è bene scolpirselo in testa, Bonaccini non avrebbe vinto, non ce l’avrebbe fatta senza quella brezza leggera, senza quel grande movimento che ha riempito le piazze e acceso un nuovo protagonismo.

In Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha lasciato indietro Lucia Borgonzoni di quasi 8 punti. Una vittoria netta, indiscutibile, superiore ad ogni previsione. Matteo Salvini ce l’ha messa tutta, ha battuto la regione palmo a palmo, dalla Riviera Romagnola a Bibbiano, lanciando pubblici avvertimenti e suonando privati campanelli,  ma la sua candidata è naufragata nelle urne. L’Emilia Romagna (scusate, non posso nascondere un filo di orgoglio) si è dimostrata ancora una volta un baluardo della democrazia e dei valori costituzionali. L’avanzata populista della Nuova Destra si è trovata davanti un argine invalicabile e ha dovuto arretrare. Questo è il primo, fondamentale successo, che in molti oggi celebriamo. A cui ne aggiungerei un secondo: l’exploit di Elly Schlein, la più votata in assoluto in regione, con oltre 22.000 preferenze, e nonostante fosse la capolista non di uno squadrone di partito ma di una piccola lista di sinistra collegata. Elly Schlein entrerà in Consiglio Regionale e ci porterà un po’ di quella brezza leggera. L’unico rammarico è che, se tutto il Centrosinistra avesse scelto di puntare su di lei, se oggi potessimo festeggiare in lei la prima Governatrice donna, non saremo a festeggiare solo lo stop alla Destra, ma l’inizio di un nuovo corso, l’apertura cioè a quel cambiamento radicale di cui la Sinistra ha un disperato bisogno.

Dentro questa grande festa, non tutti possono gioire. Se Bologna, Modena, Reggio Emilia si sono ‘slegate’, votando in massa contro il populismo e ricacciando indietro la Lega e i suoi alleati, la nostra Ferrara è rimasta saldamente in mano al Centrodestra. Lo stesso Centrodestra che nel maggio scorso aveva vinto a mani basse le elezioni comunali.

Sul triste destino di Ferrara –  e sulla sua figura vergognosa, come denuncia Giovanni Fioravanti su questo giornale [qui] – ho ascoltato molti lamenti, e anche qualche tentativo di spiegazione. Perché la Lega di Salvini e i suoi uomini (Alan Fabbri e Naomo Lodi in testa) sono riusciti a conquistare stabilmente il favore della maggioranza dei ferraresi? Un caro amico vede in questa resa alla Destra radici antiche. In poche parole, dietro la Ferrara democratica e antifascista, dietro la Ferrara governata per Settant’anni dal Pci e dai suoi nuovi avatar, dietro – ma nemmeno tanto – c’è ancora la Ferrara culla del fascismo. La Ferrara che nel giro di due o tre anni si trasformò da inespugnabile roccaforte socialista in città fascistissima. La tesi di questo amico, pessimista o semplicistica la si voglia giudicare, suona come una sentenza, una condanna della storia. Ferrara diventerebbe la peggiore incarnazione della nostra tara nazionale, il trasformismo, essendo passata con imbarazzante disinvoltura dal socialismo turatiano, al fascismo di Italo Balbo, al comunismo di Togliatti, per giungere oggi al leghismo proto-squadrista di Naomo. Un viaggio lungo un secolo: dalla Destra… alla Destra.

Il discorso è assai scomodo, e meritevole di approfondimenti. Lo dico a chi nella nostra città coltiva la passione per la storia. Personalmente però non mi sento di aderire a questa lettura; ne uscirebbero dei ferraresi ‘geneticamente tarati’, impermeabili al libero arbitrio e alla responsabilità individuale.No, non siamo così. Non siamo peggiori degli altri italiani.

Le ragioni del ‘ritardo politico’ di Ferrara e dei suoi abitanti, mi sembrano avere radici più recenti. Stanno in buona misura nel ritardo – nella miopia, nel conservatorismo, nella pigrizia – della sua classe politica, e segnatamente nella classe dirigente del Partito Comunista ferrarese e dei partiti che l’hanno via via incarnato dopo la svolta della Bolognina. Con rare eccezioni, i leader locali della Sinistra e i candidati selezionati per tutte le elezioni per sedersi negli scranni del Consiglio Comunale, Provinciale o Regionale, fino ai ‘posti sicuri’ in Parlamento, non hanno mai rappresentato e dato voce alla necessità del cambiamento. Brave persone, oneste, ma sempre polli allevati alla disciplina del partito e del sindacato. Chi proponeva nuove idee, chi chiedeva nuove regole, ma razzolava fuori dal pollaio, è stato sistematicamente accantonato.

Da qui – o almeno, anche da qui – la mediocrità della Sinistra Politica ferrarese, la sua autoreferenzialità, la sua incapacità a rapportarsi e valorizzare la ricchezza della società civile, e corre dirlo, anche la sua superbia. E dove lo mettiamo il Buongoverno? Certo, ma il mondo va veloce e alla fine il Buongoverno non basta (vale anche per Stefano Bonaccini che non ha vinto per il suo Buongoverno). Anche alle ultime elezioni a Sindaco il Pd ferrarese si è presentato all’insegna della continuità, riproponendo il vecchio: sia nei programmi sia nei candidati. E per queste elezioni regionali, a Ferrara la musica non è affatto cambiata. Con tutto il rispetto, chi può sostenere che la candidata di punta Marcella Zappaterra, già assessore a Portomaggiore, già Presidente Provinciale e ora eletta in Consiglio Regionale, rappresenti in qualche modo il nuovo che avanza?

Ora il pollaio è vuoto. Il Partito Democratico di Ferrara è ridotto ai minimi termini. C’era un segretario che aveva aperto un dialogo aperto e coraggioso con la società civile; è stato prima sconfessato, quindi sostuito. La sinistra a sinistra del Pd si diletta in un inutile e suicida tiro al bersaglio. A Ferrara la situazione è tutt’altro che eccellente. La Destra rimane forte, nonostante le scivolate del Sindaco e del Vicesindaco. Per riconquistarla fra quattro anni non serviranno le baruffe in Consiglio Comunale, né saranno sufficienti le pubbliche denunce o i sacrosanti flash mob. Bisognerà ripartire insieme. Da capo. Dal basso. Da domattina..

 

Oceano mare:
Bologna, piazza VIII Agosto, 19 gennaio 2020

Siamo d’accordo. La piazza è la piazza, e le elezioni sono un’altra cosa.

Ma oggi in piazza VIII Agosto ti senti davvero in altomare; raggiunto, travolto, cullato da onde di voci, canti, emozioni. Una piazza così non capita molte volte in tutta una vita. Quando? Quando finisce una guerra. Quando a San Siro cantava Bob Marley e tutto lo stadio ballava in una nuvola di fumo. Quando moriva un signore di nome Berlinguer. Quando – c’era questa usanza, ma tanto tempo fa – tutti i sindacati chiamavano tutti allo Sciopero Generale.

Altri tempi… ma la piazza di oggi, cosi giovane e colorata, così arrabbiata e sorridente, mi sembra avere quello stesso, strano e rarissimo sapore. Come quando senti che sta succedendo davvero qualcosa di nuovo. Domani, come al solito, i commentatori si divideranno: per alcuni sarà una piazza PRO, per altri una piazza CONTRO. Interrogativo capzioso, o interessato, e comunque un po’ stupido. Perché, se sono contro il nuovo fascismo, sono per una democrazia e una politica diversa. Se sono contro i Porti Chiusi, sono (automaticamente)  per i Porti Aperti, l’accoglienza, il dialogo, l’integrazione dei nuovi arrivati, i diritti per tutti, a partire da quello di Cittadinanza. Mentre canto in coro Bella ciao o leggo in piazza gli articoli della Costituzione, mando un messaggio preciso a una classe politica di Sinistra autoreferenziale, con pochissimo coraggio, inscatolata nei tatticismi.

Sono le 3 e mezza del pomeriggio e in piazza c’è già tanta gente. Ma è così enorme questa piazza… si riuscirà a riempirla? Sul palco si accordano gli strumenti, due schermi giganti rimandano l’immagine di una sardina azzurra tra le onde azzurre, insieme alla parola d’ordine di oggi:”Bentornati in mare aperto”. Tocca ai primi ospiti, tre brevi interventi di tre perfetti sconosciuti. Prima un signore di origine meridionale: “Sono arrivato trent’anni fa con la classica valigia di cartone e Bologna mi ha accolto”. Poi un ragazzo africano del Benin che racconta il suo viaggio della speranza. Infine una ricercatrice universitaria emigrata, tornata finalmente in Italia dopo 10 anni all’estero, l’unico modo per trovare da lavorare. Il tutto dura non più di un quarto d’ora, ma è un incipit che vale più di un biglietto da visita. E’ un altro messaggio: chiaro, preciso. efficace. Queste Sardine mi sembrano tutt’altro che ingenue, hanno in testa delle cose da dire. E le dicono.

Sono quasi sotto il palco, torno verso il fondo della piazza. Continua ad arrivare gente, moltissimi giovani, cartelli creativi con la firma di provenienza. Provo a scattare qualche foto con il cellulare, ma non è semplice, ho sempre qualche testa davanti che mi rovina lo scatto. Allora mi dirigo verso la Montagnola: da lì forse riesco a farmi un’idea di quanti sono, di quanti siamo. La Montagnola non offre una gran vista –  non è come affacciarsi dalla terrazza di Villa Borghese sopra Piazza del Popolo – ma tra alberi , transenne e lampioni vedo che ormai piazza 8 agosto è quasi piena. E molti, gruppi di studenti, famiglie con bambini al seguito, pensionati, hanno scelto di partecipare rimanendo sulle sponde della Montagnola.

Le 5 e un quarto. Decido di tornare verso la stazione. Voglio tornare a Ferrara per scrivere qualche riga su questa giornata. Cammino decisamente controcorrente, perché la corrente delle sardine mi viene incontro, continua a fluire dalla stazione ferroviaria verso la piazza. Mi inseguono le note del concerto; durerà fino a tarda notte. Gli ultimi che riesco a sentire sono gli storici Skiantos che attaccano duri con “Mi piaccion le sardine”. Applausi a scena aperta. Meritano fin d’ora il primo premio della giuria popolare.

In treno provo a fare un po’ di conti. Sento il radiogiornale dal cellulare. Sta parlando Mattia Santori, uno dei leader del movimento delle sardine bolognesi: “Siamo almeno 40.000”. Ma la festa è appena cominciata, quanti saranno fra un paio d’ore? Alla fine sarà impossibile fare un computo attendibile. Ogni giornale, ogni televisione, ogni partito sparerà il suo numero. Quello del manifesto sarà più o meno il doppio di quello denunciato da Libero. Quello della questura, come sempre: la metà esatta del numero dichiarato dagli organizzatori. Sprovvisto come sono di elicottero e di pallottoliere non azzardo cifre. Anzi, forse non sono neppure tanto importanti (infatti, come vedete, non ho scelto come copertina la solita foto panoramica della folla). Se mi chiedete in quanti eravamo, posso dirvi che eravamo un gran mare, anzi, un Oceano Mare..

Quanto alle elezioni regionali, staremo a vedere. Riempire le urne sarà ancora più difficile che riempire una grande piazza. Se c’è però la possibilità di vincere, di fermare al confine la marea leghista, non credo che dipenderà tanto da Bonaccini e dalle sue tante liste, ma dalla marea ostinata e contraria che oggi, 19 gennaio dell’anno del Signore 2020, è andata in scena a Bologna.  .

 

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