Tag: multinazionali

Black Friday per l’utero in affitto

 

Arriva il black friday per l’utero in affitto (Qui).
Eh si, già, perché noi donne, per il transumanesimo, ideologia che sorregge un capitalismo malato e perverso, siamo degli uteri in affitto e niente più.
Arriva subito dopo la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, ed è davvero paradossale. È paradossale vedere che i milioni di parole spese per rendere evidente la smisurata violenza contro le donne nel mondo, parole utilizzate dai politici e dalle politiche progressiste di tutte le democrazie occidentali nelle loro campagne politiche, abbiano prodotto un’accelerazione della mercificazione dei corpi, e dei pezzi di corpi.

Sul mercato oggi non ci sono solo gli uteri, ma embrioni congelati, sperma, ovuli e a seguire. Infinite possibilità di modificare i corpi come se fossero gusci vuoti, dentro e fuori. Corpi sui quali intervenire per modificarli a piacimento e in continuazione

Si parte dai corpi delle donne per arrivare a convincere tutti, che i corpi sono delle macchine difettose, che necessitano continuamente di revisione.

A noi donne ce lo hanno inculcato dalla nascita, siamo buone a procreare ma per il resto dobbiamo solo compiacere il Sistema patriarcale per occupare lo spazio pubblico: siamo invitate a modificare anche il mondo della nascita, della vita e lo hanno chiamato atto di Amore. Ma  tutta questa narrazione è stata strumentale per portare tutti, uomini donne e bambini a vivere i loro corpi come inadeguati, limitanti e limitati.

È inutile ripercorrere tutto il pensiero femminista che ha svelato che “il patriarcato è IL SISTEMA che produce tutte le oppressioni, tutte le discriminazioni e tutte le violenze che vive l’umanità e la natura, ed è costruito storicamente sopra il corpo delle donne!” (Adriana Guzman).

E’ inutile perché oggi, a detta dei nostri governanti, è il Sistema che deve essere salvato. E questa accelerazione spaventosa del mercato dei corpi la vediamo proprio in questo tempo di pandemia. “Abbiamo ripreso ad essere normali; vogliamo conservare questa normalità” parole di Draghi ieri: questo è il mantra. E se per far questo i corpi vanno costantemente monitorati dall’esterno, digitalizzati, modificati, corretti,  allora si farà.

Ma il vero scopo è un altro; assecondare  il mercato dei desideri e farne il business che sorreggerà ancora per un po’ il Sistema.

Mai come oggi mi è chiaro il disegno che sta dietro alla pratica aberrante della maternità surrogata, un disegno perpetuato da decenni, corredato da narrazioni progressiste che esaltano la Scienza, la scienza medica. Una scienza medica che non cura più, ma che ti procura il prodotto finale, ti realizza il desiderio senza bisogno di cure.

Pensateci bene: la PMA, IVF, l’utero in affitto non cura la sterilità o l’infertilità, bypassa il problema, e ti confezione il prodotto. Il vaccino, quello nuovo a MRNA, fa la stessa cosa. Una scienza medica al servizio del business, poco importa che i corpi diventino degli strumenti, l’importante è realizzare i propri sogni costi quel che costi.

Ma a chi giova questa umanità? Questa è la domanda che dovremmo porci, così come noi donne ci siamo poste la domanda a chi giova il nostro essere strumenti del potere patriarcale.
La risposta che mi sono data è che giova ai Cingolani e ai Colao e andando più su nella catena ai Gates (si hanno nomi e cognomi). Quelli che il medicinale ”lo inietteremo da remoto”,. Quelli della salvezza “viene dalla scienza, viene dalla genetica modificata. Giova ai propagandisti delle multinazionali del farmaco che sui corpi e pezzi di corpi immessi sul mercato fanno soldi a palate. Tutti impegnati a mantenere in vita questo capitalismo malato e perverso, condannando l’umanità a perdere il vero senso della vita e della natura.

Pochi mesi prima dell’arrivo della pandemia, ho pubblicato il romanzo Il mio nome è Maria Maddalena, Marlin editore. È  la storia di una giovane ragazza che, per realizzare un suo sogno, si presta come madre surrogata.  Lo scrissi perché convinta che il corpo, tutti i corpi, contengono un sapere ancestrale. I miei protagonisti scoprono la forte interconnessione tra biologia e biografia, tra corpo e natura, proprio grazie a un viaggio nella foresta amazzonica (il ventre primigenio del pianeta), a contatto con le popolazioni indigene ye’kuana.

Sono convinta che un sapere ancestrale è passato per millenni attraverso le viscere delle donne ma verrà cancellato per sempre se ci piegheremo alla volontà di un potere che fa della tecnologia e della medicina tecnoligica, un Dio.
La cancellazione di quel sapere significa la fine della Natura Umana
.
La radice culturale del transumanesimo  è l’annientamento della Natura Umana.
Mi chiedo e vi chiedo: ma è quello che davvero vogliamo, noi gente comune? Salvare la  nostra singola vita individuale al prezzo della morte definitiva dalla Natura Umana?

 

Per chi volesse approfondire:
Scienziati coreani creano un’interfaccia neurale in grado di fornire farmaci da remoto al cervello: Qui
Bioetica e gravidanze trans: Qui 
Documento OMS sul vaccino ai bambini senza il consenso dei genitori: Qui

Monopoli di Stato, come fumarsi le persone

La Logista è una multinazionale spagnola della logistica, particolarmente diramata nell’Europa meridionale. Una specie di Amazon dei prodotti contenenti tabacco lavorato. Logista Italia ha avuto in concessione dall’agenzia dei Monopoli di Stato la distribuzione ai punti vendita finali (le tabaccherie) dei prodotti a base di tabacco. Uno pensa: lavoro per una ditta che funge da fornitore di un servizio per lo Stato di un bene in regime di monopolio, ergo sono in una botte di ferro. Bene. Andatelo a chiedere a un addetto/a in servizio al magazzino di Logista Bologna, se si sente in una botte di ferro o in una botte di qualcos’altro. I lavoratori del magazzino sito a Bologna Interporto hanno ricevuto a fine luglio un messaggio whatsapp del seguente tenore: “da lunedì prossimo (il 2 agosto, NdA) lei è dispensato dal prestare servizio per la nostra azienda”.

https://www.fanpage.it/attualita/bologna-speranze-per-i-lavoratori-logista-stop-ai-licenziamenti-dopo-i-messaggi-whatsapp/

Molti autorevoli esponenti delle istituzioni mostrano la loro indignazione per una pagliuzza, dimenticando la trave. Il problema non è essere licenziati con un messaggino: quella è una pagliuzza, odiosa, vigliacca, impugnabile finchè si vuole per ragioni formali, ma è una pagliuzza. La trave è essere licenziati da un’azienda multinazionale che va bene, che non accusa nessuna crisi, che tra l’altro subappalta liberamente parti di produzione ad aziende terze e che, nonostante tutto questo, quando decide di licenziare lo fa. Punto. Nella rossa Bologna. E il resto del mondo (Governo, Regione, parti sociali) è costretto ad inseguire, a cercare soluzioni negoziali basate su accordi deboli, come il “Patto per il lavoro”. Perchè deboli? Perchè si basano su gentlemen agreements, protocolli di intesa, impegni presi sulla parola che si sostanziano in procedure di consultazione, concertazione, con il coinvolgimento teorico di decine di attori istituzionali e privati, al termine delle quali l’azienda può consolidare le proprie decisioni. Questo è il significato che ha assunto la parola “condivisione” nel linguaggio burocratico delle relazioni industriali: ti metto al corrente che faccio il cazzo che mi pare.

Mi dispiace ripeterlo, perchè l’ho già scritto: questo continuo inseguire decisioni già assunte in pieno arbitrio dalle aziende, per cercare almeno di mitigarne gli effetti di massacro sociale, dipende dal quadro legislativo vigente. L’Agenzia del Demanio e quella delle Accise, Dogane e Monopoli, è stata istituita dal governo D’Alema il 30 luglio 1999 con decreto legislativo n. 300, in attuazione dell’articolo 11 della legge numero 57 del 14 marzo 1997, approvata sotto il governo Prodi. Io me le sono andate a spulciare, queste leggi. In mezzo a disposizioni scritte in un italiano triste e bizantino, non ho trovato nessuna norma che stabilisse delle regole stringenti per le aziende private concessionarie di servizi di pubblico interesse, anzi di servizi afferenti a beni in regime di monopolio statale. Norme che, ad esempio, stabilissero che non si possono subappaltare pezzi di produzione per risparmiare sui costi del personale. Norme che stabilissero che un’azienda concessionaria di un servizio datole in gestione da un’agenzia statale non può decidere di chiudere lo stabilimento come e quando le pare, pena sanzioni economiche pesantissime, molto più pesanti dei soldi che l’azienda ritiene di risparmiare spostando la produzione in un altro posto, dove le maestranze costano meno, dove i diritti sono sepolti sotto una coltre di ricatti quotidiani. Sanzioni che funzionassero da deterrente nei confronti di decisioni assunte sulla base (invece) dell’ unica variabile di cui un’azienda concessionaria deve realmente tenere conto, ovvero: dove mi costa meno il personale? Poi mi tocca leggere, in uno dei rapporti ufficiali della Logista: “…, la vendita dei tabacchi è effettuata in virtù di una concessione novennale rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli all’esito di un’attenta verifica in ordine alla sussistenza, in capo all’interessato, di una serie di requisiti volti a comprovarne l’onorabilità, l’affidabilità e la preparazione professionale”.  Onorabilità? Affidabilità? Nei confronti di chi?

Queste agenzie pubbliche firmano atti di concessione che incrementano il fatturato delle multinazionali in cambio di nulla. Nessuna garanzia occupazionale, nessun vincolo a tutela dell’interesse nazionale – evidentemente perchè l’interesse a conservare il lavoro di lavoratori e lavoratrici locali non è considerato “interesse nazionale”. Mi fa male constatare che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” , art.1 della Costituzione, è una frase talmente svuotata di senso, dalla legislazione ordinaria dagli anni novanta a seguire, da essere leggibile non come un orizzonte cui tendere nell’imperfezione del presente, ma come una presa per il culo. Ma la beffa non è opera dei padri costituenti: è opera di quelle maggioranze parlamentari (per dirla alla Gaber: “che cos’è la destra, cos’è la sinistra?”) che hanno allegramente licenziato, in nome della “modernizzazione” e di privatizzazioni senza vincoli, leggi che hanno consegnato il destino di migliaia di persone nelle mani di un centinaio di amministratori delegati che giocano a Monopoli con la loro vita, trattandoli come se fossero un pacco di sigarette, senza nemmeno il “maneggiare con cura” che vediamo scritto sugli involucri.

Poi come si fa a lamentarsi del fatto che, nella attuale composizione del Parlamento, la sproporzione di forze tra “destra” e “sinistra” rende impossibile modificare certi assetti per via legislativa? Si confonde la causa con l’effetto. Infatti negli ultimi 30 anni le leggi più penalizzanti per i lavoratori (leggi che hanno reso ridicolo il divieto di appalto di manodopera, che era un pilastro di quando studiavo diritto del lavoro; leggi che hanno permesso di costruire decine di forme contrattuali al ribasso del rapporto, che hanno reso il licenziamento un puro costo d’azienda da calcolare ex ante) sono state approvate in buona parte durante governi di “centrosinistra”; per cui l’attuale assenza di rappresentanza parlamentare del mondo del lavoro non è un accidente del destino, ma la conseguenza di uno smottamento ideologico post 1989 che è diventato un’ autentica frana. Se la sinistra parlamentare ha continuato a fare alcuni progressi nel campo delle libertà civili, ha viceversa abdicato totalmente alle sue fondamenta ideali nel campo dei diritti sociali.

 

 

Licenziamenti collettivi, un’alluvione senza argini

Gkn allo stabilimento di Campi Bisenzio, Whirlpool nello stabilimento di Napoli. Nel primo caso, 422 persone. Nel secondo, 356 persone. Licenziate con un tratto di penna, che nell’era della tecnologia cheap diventa un messaggio whatsapp, o una pec. Sono solo due esempi dell’alluvione che sta per allagare il tessuto sociale dopo la fine del blocco dei licenziamenti decretato a causa dell’epidemia di Covid-19. Un provvedimento tampone, seguito da un “avviso comune” Confcooperative, Cna, Confapi e Confindustria da una parte, sindacati dall’altra, con l’egida del Governo, che recita: le parti  “si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro. Auspicano e si impegnano, sulla base di principi condivisi, ad una pronta e rapida conclusione della riforma degli ammortizzatori sociali, all’avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua” . Raccomandazioni, nient’altro che raccomandazioni. Con le quali infatti alcune multinazionali si sono già spazzate il didietro, procedendo a comunicare i licenziamenti con modalità che ricordano le ferriere dell’800.

La debolezza ormai storica della rappresentanza politica di quella parte del mondo produttivo che è lavoro salariato si misura in tutta la sua profondità in questa fase di “ritorno alla normalità”, la peggiore per chi si ritrova senza tutele nel momento in cui il blocco dei licenziamenti termina: evento che produce lo stesso effetto di quando togli un tappo ad una falla senza che nel frattempo sia stato creato un recipiente in grado di contenere tutta l’acqua che uscirà.

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”   Sembra una dichiarazione burlesca, calata dentro la situazione di fatto dell’industria italiana. Invece è il testo dell’art.41 della Costituzione. La legge che dovrebbe determinare “i programmi e i controlli opportuni perchè l’attività economica possa essere indirizzata a fini sociali” nel caso di specie è la disciplina sui licenziamenti collettivi, contenuta nella legge 223 del 1991, da coordinare con la legge Fornero e poi con il Jobs Act, che non hanno fatto che accentuare il suo carattere antisociale. Faccio un’affermazione così perentoria perchè la ratio che ispira questa disciplina è l’assunto secondo il quale è l’impresa stessa, in piena autonomia, a decidere quando uno “stato di crisi” giustifica l’apertura di una procedura di riduzione del personale. Non ci sono correttivi o interventi esterni all’impresa che possano realmente mettere in discussione la fondatezza delle ragioni della chiusura o della ristrutturazione, al punto che una multinazionale che complessivamente aumenta i profitti può permettersi di dichiarare la decisione di chiudere un “ramo secco” della propria produzione senza che alcuna regola o sanzione ne possa condizionare o scoraggiare la scelta. Le uniche regole imposte riguardano il rispetto di modi e tempi della procedura di discussione con la controparte sindacale: elementi formali, burocratici, il mancato rispetto dei quali tra l’altro non comporta nemmeno la reintegra di quei lavoratori illegittimamente selezionati per il licenziamento, ma solo una tutela indennitaria (nemmeno risarcitoria: quindi, un piatto di lenticchie). Per il resto, nella migliore delle ipotesi si finisce in mobilità, con un trattamento economico che dopo 24 mesi finisce. Per chi come il sottoscritto svolge attività sindacale, questa cornice legislativa è una palla al piede, che costringe a giocare costantemente di rimessa, a inseguire gli eventi senza poterne minimamente influenzare la genesi, potendo alfine solo negoziarne gli effetti su alcuni (da salvare) rispetto ad altri (da condannare). Come corollario arriva il disprezzo bipartisan per il ruolo del sindacato, chiamato a difendere i lavoratori con armi spuntate in partenza, che ne riducono la funzione a gestore del meno peggio. Come accennavo prima, questa situazione di cornice legislativa gravemente contrastante con il dettato costituzionale è il frutto di decenni di abbandono di una cultura politica che ha trasfuso il conflitto sociale e l’idea di uguaglianza sostanziale dentro leggi cardine come lo Statuto dei Lavoratori, che infatti è vecchia ormai di cinquant’anni. Questo abdicare alla propria funzione, che avrebbe dovuto essere un imprinting della propria stessa ragion d’essere, è una gravissima responsabilità della sinistra storica scagliata nel mondo globalizzato del post 1989, topos nel quale ha mostrato una inadeguatezza di aggiornamento ideale e di comprensione dei mutamenti tumultuosi dei fenomeni sociali che l’ha resa subalterna alle logiche economiche non tanto capitalistiche, ma liberistiche; con un cedimento al liberalismo che, applicato alla vita economica e sociale, produce effetti opposti rispetto al progredire del libertarismo nel campo dei diritti civili. Un liberismo, sia detto per inciso, che non esclude affatto l’intervento dello Stato nell’economia, purchè l’intervento serva a sovvenzionare le imprese con strumenti di sostegno (La Cassa Integrazione) completamente svincolati da qualunque reale impegno dell’impresa stessa in termini di investimenti per la riqualificazione degli impianti. L’impresa prende i soldi dallo Stato e quando decide di delocalizzare lo fa, e basta. Questo, in brutale sintesi, è il risultato della libera circolazione dei capitali. Questo, in brutale sintesi, è il frutto della “iniziativa economica privata”  riguardo alla quale il legislatore ordinario degli ultimi trent’anni(di destra, di centro e di sinistra) si è ben guardato dal coniugare libertà e rispetto della dignità umana e sociale, con buona pace del dettato costituzionale.

Una soluzione a breve termine non c’è, in tasca non ce l’ha nemmeno Draghi, a prescindere dalla considerazione sul suo più o meno elevato tasso di keynesismo (sopravvalutato, a giudicare dalla scelta degli uomini in settori cardine della macchina economica dello Stato). Esiste solo la possibilità di perseguire, dentro una cornice asfittica, una serie di interventi di riqualificazione professionale che non possono, ovviamente, essere disgiunti da scelte di politica industriale che pianifichino attività di riconversione (pensiamo al settore dell’energia) prima che le decisioni di chiusura dispieghino i loro nefasti effetti sociali.

Google, Facebook e Amazon pagheranno le tasse: poche, ma meglio di niente.

Google, Facebook, Amazon, Microsoft finalmente pagheranno le tasse. Almeno, un po’ di tasse, perchè attualmente il loro contributo alla fiscalità dei paesi nei quali vendono i loro beni è praticamente pari a zero. Tra i vari articoli usciti in questi giorni sulle nuove regole di tassazione minima per i colossi del web, citiamo questo di Open:

https://www.open.online/2021/06/05/g7-tassa-minima-globale-colossi-web/

I due colossi del web (Google e Facebook) si sono detti a favore dell’accordo del G7, riunitosi a Londra, sulla tassazione globale delle multinazionali, che tocca direttamente i loro interessi. La misura che è stata introdotta prevede una tassazione minima del 15%, da pagare in quei paesi dove le multinazionali vendono i loro beni e servizi, e non, come possono fare adesso in maniera legale, spostando i proventi su filiali aventi sede legale (spesso, una semplice casella postale) in paesi “paradiso” in cui pagare poi aliquote minime. Il presidente degli affari globali di Facebook afferma: «vogliamo che la riforma della tassazione internazionale abbia successo, e riconosciamo che potrebbe significare un carico fiscale maggiore per Facebook, e in diversi Paesi». Un portavoce di Google, secondo Sky News, dichiara: “il gruppo è fortemente a favore dell’iniziativa e spera in un accordo finale «bilanciato e durevole»”. Tutti filantropi? No di certo: anzi, le azioni di filantropia e beneficenza privata di questi giganti sono tanto più possibili quanto più ingenti sono i fondi sottratti alla tassazione pubblica. Il fatto che si dichiarino prontamente favorevoli ad una misura che li obbligherebbe ad eludere meno e a pagare di più potrebbe quindi far sorgere il sospetto che si tratti di uno specchietto per le allodole.

Eppure non credo che sia questa la ragione delle loro dichiarazioni di favore. Si tratta, probabilmente, di una mossa di immagine dietro la quale si può facilmente immaginare una accorta azione di lobbying nei confronti delle istituzioni politiche che al G7 hanno raggiunto questo accordo. Infatti una tassazione del 15 per cento è largamente inferiore alle aliquote applicate sia alle imprese “tradizionali”, sia ai redditi da lavoro. Un imprenditore italiano non avvezzo ai magheggi della fiscalità creativa (che, attenzione, non è affatto una pratica semplice: necessita di una accurata e specialistica conoscenza dei meccanismi dell’elusione) può confrontare la tassazione complessiva che grava sulla sua azienda rispetto a quella che graverà su questi giganti: rimane sempre un delta a suo sfavore, che può andare dal 20 al 30%.Un lavoratore dipendente può agevolmente controllare la tassazione che grava sulla sua busta paga: il 15% non lo paga nessuno. Si va dal 23 al 40% circa. E’ per questo che il noto economista progressista francese Thomas Piketty si è affrettato a definire questa riforma “scandalosa”, affermando “anche a me piacerebbe pagare il 15% sui miei guadagni” e facendo i conti su quanti sono i miliardi di maggiori entrate fiscali cui i paesi europei rinunciano(120 miliardi di euro) per non aver deliberato una tassazione minima al 25%, anzichè concentrarsi su quelli che guadagneranno (50 miliardi) rispetto alla situazione attuale (stime dell’Osservatorio europeo sulla tassazione). E’ per questo che Gabriela Bucher, direttore esecutivo di Oxfam International, dichiara che il G7 “aveva la possibilità di mettersi al fianco dei contribuenti, invece ha scelto di stare al fianco dei paradisi fiscali”. In effetti, per rendere la proposta digeribile per quei Paesi industrializzati, anche membri della UE, che prosperano grazie ai trattamenti di favore riservati alle multinazionali (Cipro, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo), l’asticella è stata abbassata dall’ipotesi iniziale del 21% all’attuale 15%.

Certe affermazioni sulla inadeguatezza delle nuove misure, tuttavia, puzzano molto di naftalina, quella abitudine accademica a discettare con tono professorale del “meglio”, senza considerare che in molti casi il “meglio” è nemico del “bene”. Per fare un solo esempio: il ministro delle Finanze cipriota Constantinos Petrides ha preannunciato l’intenzione di porre il veto su questa proposta di riforma al Consiglio Ue, dove le decisioni in materia fiscale vanno prese all’unanimità. Certo, si potrebbe dire che sarebbe opportuno cambiare la norma e stabilire che certe decisioni vanno approvate a maggioranza. In attesa che questo avvenga, bisogna fare i conti con le regole vigenti, che non consentono di fare rivoluzioni proletarie, e farsi una semplice domanda da uomo della strada (che spesso ha torto, ma a volte esercita un elementare buon senso): ma attualmente le cose vanno bene? Attualmente i nostri Stati quanto ricevono da questi colossi per finanziare le loro scuole e i loro ospedali, che sono le nostre scuole e i nostri ospedali? Zero. E allora per quale ragione, in nome di una ortodossia del pensiero redistributivo, dovremmo considerare un male questa riforma? Perchè si poteva far meglio? E con quale consenso, ammesso che questa misura riesca a passare il vaglio del Consiglio europeo?

Ho più stima di chi si sporca le mani con le difficoltà di una politica che provi a spostare certi equilibri (e questa è comunque alta politica, perchè combattere lo strapotere di multinazionali che sono diventate più potenti di uno Stato non è una passeggiata), rispetto a chi si limita a criticare la timidezza di certe novità dall’alto del suo Aventino di purezza dottrinale. Naturalmente spero di non essere smentito da una versione finale ulteriormente annacquata di questa riforma.

 

 

 

 

TASSARE L’ECONOMIA DEL DISTANZIAMENTO:
un appello per un mondo d’incontri

Testo della mozione appello

La crisi economica, conseguente alla pandemia, sta favorendo lo sviluppo di aziende come Google, Amazon e Netflix, che si avvantaggiano del distanziamento sociale e ne traggono enormi profitti, su cui per legge non pagano le tasse, mentre i negozi, le aziende e i luoghi d’incontro chiudono per doverle pagare.
Tutte le situazioni reali che sceglievamo liberamente di frequentare e che avevano una grande importanza per la nostra vita sociale sono necessariamente state ridotte: incontrare gli amici, un negoziante o un conoscente durante un acquisto, uno sconosciuto al cinema o in piazza.
Così le grandi imprese economiche di intrattenimento, commercio e comunicazione a distanza (on-line), che già prima erano in enorme crescita e godevano di scandalose agevolazioni fiscali, stanno facendo i loro migliori affari di sempre grazie alla crisi che soffoca noi ed i nostri territori.

Rischia così di “fallire” un’idea di società e di territorio fatta di individualità, relazioni sociali, solidarietà, proprietà e responsabilità diffuse e locali: chiude il negozio, scompare il contatto umano, viene meno la competenza distribuita, svaniscono la gestione e le diversità, aumenta la disoccupazione.
Stiamo inoltre assistendo ad un impoverimento sempre più tangibile e ad un aumento delle distanze tra “chi non ce la fa”, “chi sopravvive nonostante tutto” e “chi trae grande vantaggio da questa situazione”.
E’ necessario intraprendere una seria politica di equità fiscale abbassando la tassazione delle aziende locali (in particolar modo quelle piccole e medie), recuperando gettito fiscale dall’industria dell’intrattenimento, della comunicazione e del commercio a distanza.

Netflix, Google, Amazon, Facebook, saranno pure comodi, ma si combinano perfettamente con l’esistenza di una società distanziata, dalla quale traggono enorme giovamento economico e nella quale non vogliamo vivere.
Queste aziende e le regole che oggi, iniquamente, gli permettono di non pagare quasi nulla, minacciano l’esistenza della nostra società dell’incontro a favore di quella dell’isolamento e del distanziamento.

Scegliamo una società di incontri reali, più solidale, gestita dalle persone che ne fanno parte. Chiediamo al Governo Italiano e al Parlamento Europeo di abbassare la tassazione delle aziende locali e di alzare, almeno al loro livello, quella sui colossi del web e sull’industria della comunicazione, intrattenimento e commercio a distanza.

Firma e condividi la petizione: LE COSE DEVONO CAMBIARE.
Ferraraitalia aderisce e diffonde il presente appello. Per firmare 
clicca [Qui] 

In copertina: vignetta di Riccardo Francaviglia

NO Al FORUM MONDIALE DELL’ACQUA A FERRARA
Sbagliata e grave la candidatura del Comune di Ferrara

Da: COMITATO ACQUA PUBBLICA FERRARA e GRUPPO BLU FERRARA

Abbiamo appreso con stupore e rammarico che il sindaco Alan Fabbri ha annunciato che il Comune di Ferrara ha aderito al Comitato promotore nazionale per candidare il nostro Paese a ospitare il Forum Mondiale dell’Acqua nel 2024 e a indicare la nostra città per svolgere un ruolo importante per quell’evento.
Ci teniamo a evidenziare che, a dispetto del nome, il Forum Mondiale dell’Acqua (WWF – World Water Forum) creato dal Consiglio Mondiale dell’Acqua è una sede cui i Governi sono chiamati a partecipare e a discutere sotto l’egida delle più grandi multinazionali del settore, che tentano di ottenere il via libera alla definitiva mercificazione del diritto all’accesso all’acqua e la definitiva privatizzazione dei servizi idrici integrati.
Da sempre i movimenti mondiali per l’acqua – e quello italiano tra loro- contestano la legittimità del Forum Mondiale dell’Acqua, peraltro definito nel 2009 dal Presidente dell’Assemblea dell’ONU, Miguel D’Escoto Brockmann come profondamente influenzato dalle società idriche private e strutturato in modo da precludere ogni possibilità che i principi relativi al riconoscimento del diritto all’accesso all’acqua e la tutela di questo bene siano le priorità della propria iniziativa.

Anzichè accodarsi alle schiere dei privatizzatori del servizio idrico e delle grandi aziende multinazionali che ne sono le principali protagoniste, avremmo voluto che il sindaco della nostra città si fosse pronunciato contro la quotazione in Borsa dell’acqua nelle Borse di Chicago e Wall Street, avvenuto alla fine dell’anno scorso, che segna non solo la totale mercificazioe dell’acqua, ma anche il fatto che su di essa si possa tranquillamente speculare.
Oppure ricordare che, sempre nel 2024, scade nel territorio ferrarese la concessione del servizio idrico a Hera, azienda quotata in Borsa e ispirata da una logica privatistica, e che dunque è possibile passare ad una gestione pubblica e partecipata del servizio idrico, dando attuazione ai referendum sull’acqua del 2011.
Confidiamo comunque che il sindaco si esprima su questi punti e, per parte nostra, continueremo a batterci perché il nostro Paese non ospiti nel 2024 il Forum Mondiale dell’Acqua e per salvaguardare la risorsa acqua come bene comune e per ripubblicizzare il servizio idrico.

COMITATO ACQUA PUBBLICA FERRARA
GRUPPO BLU FERRARA

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

Dal bagno alla stanza da letto la strada non sempre è breve

Il water-closet così come lo conosciamo oggi è stato inventato intorno al 1885, quando Thomas Crapper aggiunse alla tazza lo sciacquone. Un’invenzione rivoluzionaria in quanto l’acqua permetteva di pulire il gabinetto consentendo di liberarsi in modo efficiente di materiali ad alto contenuto batterico che altrimenti avrebbero potuto favorire l’insorgenza e la diffusione di malattie e infezioni. Come non ricordare che tutto questo, nell’indimenticato film ambientato nel medioevo “Non ci resta che piangere”, terrorizzava il compianto attore napoletano Massimo Troisi.

Per noi occidentali, europei e nord americani, rappresenta una realtà scontata e i più giovani, e più abituati alle comodità della nostra vita moderna, faranno molta fatica ad immaginare che circa 4,5 miliardi di persone non hanno ancora accesso alla toilette. In realtà, fuori dal cerchio magico, l’accesso all’acqua è una realtà fatta di file e di lunghe passeggiate e il problema è particolarmente acuto nel continente africano. Più della metà della popolazione di Eritrea (76%), Niger (71%), Ciad (68%) e Sud Sudan (61%), ad esempio, non ha accesso a servizi igienici di base. In altre parole defecano all’aperto.

Anche in India si vive lo stesso dramma, rappresentato tra l’altro in un film bolliwoodiano dal titolo “Toilet: a love story”. In questo caso un dramma dovuto più a scelte legate alla tradizione che alle possibilità economiche. Costume indiano vuole, infatti, che gli escrementi in casa ne deturpino la purezza per cui meglio andare per campi e magari di notte.

In Africa il problema è un po’ più variegato e sotto certi aspetti ci interessa anche di più dovendo convivere con i suoi flussi migratori. Nel 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha classificato il Ghana come settimo paese più sporco del mondo, e questo dovuto proprio alla pratica della defecazione all’aperto. Secondo David Duncan, responsabile di Wash (Water, Sanitation and Hygiene) nell’ufficio dell’Unicef in Ghana, la maggior parte delle persone nelle tre regioni del Nord del paese non vede un bagno come una necessità perché la defecazione all’aperto è una pratica diffusa da generazioni.

In ogni caso, al di là di tradizioni o sentimenti, l’accesso all’acqua e alla toilette vanno di pari passo con il dramma della mortalità per malattie dovute alla carenza di igiene. Secondo i dati dell’Unicef e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità l’accesso all’acqua in questo continente avviene come da tabella di seguito:

Regione Da fonte: gestita in modo sicuro di base limitata Non controllata Da acque di superfice
Middle East and North Africa 77% 16% 4% 2% 1%
Eastern and Southern Africa 26% 28% 18% 16% 12%
West and Central Africa 23% 40% 10% 20% 7%

che rapportato a quanto succede dalle nostre parti dà l’idea del dramma

Regione Da fonte: gestita in modo sicuro di base limitata Non controllata Da acque di superfice
North America 99% 1%
Western Europe 96% 3% 1%

Secondo il World Economic Forum, l’acqua rappresenta un rischio globale tra i più importanti a livello mondiale anche dal punto di vista economico. Infatti stima che ogni anno si perdono 260 miliardi di dollari a causa della mancanza di acqua di base e di servizi igienico-sanitari. Per il Ghana, che abbiamo citato sopra, il costo fu stimato nel 2012 dalla Banca Mondiale in 79 milioni di euro l’anno. Un accesso universale a questi servizi porterebbe invece benefici per quasi 18,5 miliardi di dollari.

Garantire l’accesso all’acqua, scrive il W.e.f, ha profonde conseguenze. Per ogni dollaro investito in acqua e servizi igienico-sanitari, c’è un ritorno di 4 dollari dovuti a costi sanitari più bassi, maggiore produttività e meno decessi.

Ma passiamo alla buona notizia.

Bill Gates, l’inventore del Dos prima e del Windows dopo, ha presentato a Pechino il water del futuro, che funziona senza acqua né fognature. La ‘Reinvented toilet’ grazie a una reazione chimica trasforma i rifiuti umani in acqua pulita, elettricità e fertilizzante. Per il progetto la Fondazione Bill e Melinda Gates ha stanziato 200 milioni di dollari in sette anni, meno di 30 milioni l’anno.

L’idea della fondazione è di destinare questo water in particolare ai paesi poveri dove le scarse condizioni igienico-sanitarie uccidono ogni anno quasi mezzo milione di bambini di età sotto i cinque anni, dice la pubblicità.

Certo sapere che meno di 30 milioni l’anno in ricerca potrebbero salvare la vita a milioni di bambini africani e creare migliori condizioni igieniche e di vivibilità in un intero continente dovrebbe far venire i brividi. Pensare a quanto la tecnologia stia andando avanti, a quanto il futuro sia già alle porte, al fatto che forse siamo già noi il futuro dovrebbe porci domande molto intriganti, sollevare dubbi riguardo al nostro modello di sviluppo e persino avanzare accuse rivolte ai padroni del progresso.

Mentre milioni di bambini, donne e uomini soffrono e muoiono per malattie legate alle condizioni igieniche scopriamo che modesti investimenti potrebbero risollevare le loro sorti. Abbiamo la tecnologia per andare avanti ma rimaniamo ancorati a concetti vecchi come l’attesa dell’iniziativa privata, della carità e dei tempi del ricco uomo d’affari.

Discutiamo su che tipo di politica dobbiamo applicare nei confronti dei migranti ma non ci chiediamo come aiutarli davvero e questo perché la risposta passa sempre dagli interessi economici nonostante sia anche provato che a far stare bene l’Africa ci si potrebbe anche guadagnare. Si guadagnerebbe di più portando sviluppo e donando condizioni migliori di vita attraverso il progresso tecnologico piuttosto che essere costretti ad inviare aiuti, cibo e medicine.

Ma se il dibattito fosse approfondito si rischierebbe di scoprire che le spese degli aiuti sono a carico della collettività mentre i guadagni dello sfruttamento a beneficio di azionisti di multinazionali, petrolieri, finanzieri e grandi società (mi permetto di consigliare la lettura di “Confessioni di un sicario dell’economia. La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider” di John Perkins).

Il punto, come sempre, è che noi (gente comune con molto cuore e pochi soldi) ci guadagneremmo mentre tutti gli azionisti che operano, a volte inconsapevolmente, in questi Paesi e in compagnia dei Paesi occidentali che trovano più comodo sfruttare (vedi Francia) che cooperare, ci perderebbero.

Che sforzo sarebbe stato per uno Stato investire 30 milioni all’anno per creare un oggetto salva vite del genere? E forse ci sarebbero voluti anche meno di 7 anni se avessero partecipato tutti insieme i paesi europei. Avrebbero creato ricchezza anche da noi, pagando ricercatori e dando contributi alle università e si sarebbero meritati quel premio Nobel 2012 per la pace che ad oggi risulta un po’ “rubato”, viste le troppe partecipazioni ad interventi armati e la continua vendita di armi all’estero.

Da una parte gli stati africani non possono spendere perché hanno debiti da ripagare, non hanno personale specializzato né un sistema per poter arrivare ad invenzioni di tale portata. Dall’altra la ricca Europa dell’euro non può spendere per le regole di Maastricht e di Lisbona che impongono austerità, anche questa per ripagare i debiti. L’Africa accomunata all’Europa, entrambe carenti di sovranità, entrambe avviluppate nell’incubo del debito mentre aspettano l’autorizzazione alla sopravvivenza, allo sviluppo, al progresso.

Sempre di più il nostro futuro dipenderà da un ricco privato, da una multinazionale o da qualche lobby. Questo è il mondo senza sovranità, ovvero senza la possibilità di decidere in autonomo la propria evoluzione oppure attraverso libere istituzioni, rappresentate da persone liberamente elette dai popoli. Un mondo privato dello spazio dove poter esercitare la democrazia, globalizzato d’imperio, finanziarizzato per legge, povero e senza futuro per scelta.

Il nuovo corso della dialettica politica

L’ambito reale dello scontro intrapreso dal Ministro Di Maio non è tra i rider e la tecnologia, come dice l’amministratore delegato di Foodora Gianluca Cocco, ma tra i cittadini, gli esseri umani, e l’uso strumentale che della tecnologia alcuni, come lo stesso Cocco, fanno.
Al momento, infatti, funziona che questa è al servizio delle grandi aziende, delle multinazionali, dei pochi geniacci dell’app mentre i restanti 6.5 miliardi persone (… e il calcolo è alla buona) si connettono ad internet ed usano Whatsapp.
Un po’ come i vantaggi dell’eurozona. Da una parte pochi esercitano il potere, fanno affari, traggono interessi e aumentano il lusso, dall’altra la maggior parte delle persone grazie all’euro va in vacanza in Francia, Germania, Spagna e Grecia senza il fastidio di dover cambiare valuta.
Nel caso specifico, si impone nella discussione la “necessaria” flessibilità, la diminuzione dei diritti, delle tutele e degli stipendi in cambio del lavoro. O lo si accetta oppure l’arroganza del potere minaccia la fuoriuscita dal Paese alla ricerca di altri luoghi dove imporre la giungla del mercato. Ed è chiaro che in questo momento storico questo potere vincerà perché fuori dalla portata di Di Maio e del tentativo tutto italiano di mettere la dignità davanti al potere c’è il mondo. Un mondo neoliberista, flessibile, disuguale e classista che non sa che farsene della coscienza di un ragazzo di trent’anni che vuole fare il Ministro e vorrebbe andargli contro.
La tecnologia aiuterà l’essere umano solo quando sarà democratizzata ma in questo momento bisogna prendere atto che laddove non fossimo capaci di piegarla al nostro bisogno allora Foodora, come minacciato dal suo Amministratore, può accomodarsi alla porta, ce ne faremo una ragione. Non vogliamo avere uno schiavo a consegnarci la pizza, non necessariamente dobbiamo essere partecipi di questo obbrobrio, possiamo perfino scegliere di comprare le scarpe al negozio all’angolo e, forse, in questo sistema sbagliato di valori contribuiremmo a migliorare la vita di tutti.
Il bisogno di rivolgersi ad Amazon è un falso bisogno o, meglio, un bisogno indotto dalla necessità di contenere le nostre spese e gestire il nostro tempo. Ma questi purtroppo sono due aspetti della vita moderna scolpita nello stampo neoliberista che vuole lo scambio sociale al minimo al pari dei salari, in modo da avere più potere di contrattazione e controllo del dissenso.
E quindi la battaglia di DI Maio mi sembra una gran bella battaglia, dignitosa e onesta, che meriterebbe un sostegno forte almeno da parte di noi cittadini, anche di quelli che hanno un lavoro meglio pagato e tutelato dei “porta pizza”. Un momento, questo, in cui fare Paese e smetterla di attaccare l’operato di questo Governo, di tener conto sì dei 620 migranti indirizzati in Spagna ma anche considerare i 1.000 appena sbarcati e metter insieme le due cose, riflettere per indirizzare la lotta politica e di opinione, comprendere di cosa ha realmente bisogno la gente.
E prendere atto che la politica sta davvero cambiando, bisogna farsi forza e vedere cose che ci sono finora sfuggite. Il PD aveva torto e continua ad averne. Perché dell’impatto della tecnologia sulla dignità del lavoro, dello strapotere delle multinazionali, dei riders e dei migranti utilizzati nella raccolta dei pomodori e della frutta a 2 euro all’ora, della schiavitù sempre più evidente a cui il lavoratore italiano e straniero è sottoposto sul nostro territorio, non si è mai occupato veramente oppure l’ha accettata o, peggio, ha fatto finta di niente e l‘ ha nascosta dietro le belle chiacchiere di Saviano. Sono mesi che il PD parla dell’importanza di fare autocritica ma i suoi dirigenti continuano a sparlare e ad attaccare più gli altri che se stessi perché forse hanno già deciso di non avere niente di cui pentirsi o da rimettere in discussione.
E gli attacchi arrivano da tutte le TV dando l’impressione, viste le presenze, di aver occupato lì le poltrone che gli sono sfuggite a Palazzo Chigi.
Questo Governo non sta’ facendo campagna elettorale ma qualcosa a cui non eravamo abituati: sta facendo. Eravamo abituati alle grandi promesse prima e al silenzio dopo, invece Salvini sta procedendo come i treni, su binari tracciati in campagna elettorale. Sta mettendo in atto, lui come Di Maio quello che avevano annunciato di voler fare.
La cosa ci sconvolge talmente tanto che questo darsi da fare non sappiamo come chiamarlo e lo chiamiamo campagna elettorale, cioè, invece di appoggiarlo e rispettarlo e magari legittimamente criticarlo e indicare vie diverse senza dimenticare l’obiettivo, lo denigriamo. Rivogliamo dunque Renzi, Del Rio, Padoan e la Boschi? E per far cosa, perché tutto rimanga fermo e uguale seguendo quel processo che la sinistra ha iniziato negli anni ’80 quando ha abbandonato la gente, le persone, i lavoratori per dedicarsi al grande capitale e alla finanza?
In questi anni è stato creato un modello di società diviso in due, poveri e ricchi. Come non se ne vedevano dai tempi peggiori dei re e dei nobili con l’aggravante che i tribuni della plebe, negli ultimi decenni, parteggiavano per i ricchi. E questa situazione ci costringe a gridare al miracolo quando un partito, talmente liberista da proporre addirittura la Flat Tax di Milton Freedman, dimostra di tenere di più alla gente dei tribuni della plebe, mostra un volto umano e si preoccupa non di risanare a parole l’immagine del mondo ma nei fatti di migliorare l’esistenza di qualche milione di italiani e di coloro, non italiani, che ci vivono, di ridare dignità alle città e alla convivenza insieme ad un altro partito che vuole ridare dignità al lavoro rimettendo mano alle opere di “sinistra” come il Job Acts e la legge Fornero e tutti insieme rivedere i termini dell’Unione Bancaria per evitare la completa distruzione e precarizzazione del sistema bancario.
E magari ridare dignità al processo di unificazione europea guardandolo, finalmente, non dal solo punto di vista finanziario e di tutela delle élite, ma anche dal punto di vista delle persone reali e degli europei, se mai esistesse una identità in tal senso anche fuori dai confini del limes romano.

Quando lo Stato sceglie la disoccupazione: l’economia neoclassica e la strategia del ribasso occupazionale

Scegliere tra sotto-occupazione e disoccupazione è la regola nell’economia neoclassica, economia che predilige l’alta disoccupazione e vince grazie al consenso dei cittadini.

L’Ansa ci informa che all’ILVA ci saranno all’incirca 4.000 esuberi, cioè dovranno essere licenziati 4.000 dipendenti. A coloro che rimarranno sarà applicato il jobs act, quindi niente garanzie assicurate dall’art. 18, e saranno cancellate anzianità e precedenti trattamenti economici.
Di certo non sarà il caso di lamentarsi per le nuove condizioni contrattuali, infatti rispetto ai licenziati che andranno ad aumentare l’esercito dei disoccupati italiani, chi rimarrà potrà ritenersi “fortunato” perché almeno avrà conservato il lavoro. E in tempo di crisi e di disoccupazione che supera il 10 per cento, si sa, un impiego a “tutele crescenti” pagato magari anche 800 euro al mese è, più o meno, una manna dal cielo.
Il punto è che l’italiano medio, oggi, può scegliere tra un’occupazione sottopagata e la disoccupazione, e persino nel pubblico, per la gioia dei neoliberisti della domenica tipo il censore Giannino, non si sta più tanto bene come una volta. Sempre di più i lavoratori convergono verso lo stesso punto, lo stesso destino ma incoscientemente divisi verso il baratro. Infatti se è vero che le grandi ditte assumono i nostri ingegneri a 1.400 euro al mese, che le banche non offrono più le belle condizioni lavorative di una volta, che le aziende del mitico nord-est faticano a rimanere aperte e che multinazionali come Ikea o MacDonald offrono quel che il mercato richiede, nel pubblico non si sta poi tanto meglio.
Il precariato continua ad esistere nell’insegnamento ed è stato introdotto nelle forze armate, le forze dell’ordine invecchiano perché si assume molto di meno anche se la sicurezza dei cittadini ne risente, infermieri e medici sono palesemente sotto organico. Tutti hanno visto i loro stipendi bloccati per anni e per tutti, e in maniera solidale, le pensioni verranno calcolate con il contributivo e saranno sempre più basse e distanti nel tempo.
La struttura sociale nella quale viviamo accetta questa condizione perché viene presentata ad arte come unica possibile. La scuola neoclassica che attualmente governa l’economia, e che non è più politica proprio per eliminare la possibilità di un coinvolgimento sociale o statale nelle decisioni che strutturano la nostra vita, non ammette l’esistenza di altre teorie economiche e quindi modella le sue decisioni in base a quello che c’è al momento.
E cosa c’è oggi? Abbiamo l’euro e i cambi fissi pur non avendo più una moneta legata all’oro, i capitali sono liberi di circolare senza restrizioni anche se questo causa crisi continue e dipendenza dai mercati finanziari, la finanza a sua volta è stata deregolamentata nonostante si sia concordi nell’attribuirle la colpa delle continue bolle, la BCE stampa soldi come se piovessero ma nulla arriva ai cittadini. Le banche falliscono ma vengono salvate dagli Stati a spese dei cittadini o dei risparmiatori (che stranamente vengono fatte sembrare categorie separate), Stati che però mai si spingono a salvare piccole o medie aziende in crisi il che potrebbe salvare tanti posti di lavoro e magari evitare il ristagno dell’economia reale.
Quindi la scuola neoclassica dell’economia (non economia politica) ragiona su quello che c’è e non su quello che potrebbe essere. Su una struttura che vede da una parte i ricchi che diventano sempre più ricchi nonostante le crisi, e dall’altra i lavoratori ai quali si possono togliere diritti e abbassare gli stipendi e quindi diventano sempre più poveri. Una struttura, insomma, che funziona molto bene per qualcuno e meno bene per altri. Altri che però si lamentano poco e si distraggono facilmente.
Infatti mentre i parlamentari (solo casualmente di sinistra) digiunano per lo “ius soli” che di sicuro gli porterà molto consenso, tutti si disinteressano delle politiche di austerità che vengono applicate solo ad alcune categorie sociali e del fatto che tutti gli interventi economico-politico-sociali non cambiano il quadro generale, anzi bloccano la crescita e aumentano la disuguaglianza a causa della elitaria distribuzione del benessere. Scelte che mantengono costantemente alta la disoccupazione, che in un mondo normale dovrebbe essere la preoccupazione principale per un governo di sinistra.
Mai far mancare però al ragionamento che, negli ultimi anni, ogni volta che si sono tenute delle elezioni la gente ha votato per i partiti che propendevano all’austerità (cioè abbattimento dei debiti pubblici, eliminazione della spesa a deficit e privatizzazioni con condimento di libero mercato e globalizzazione) e quindi, conseguentemente, ha accettato il mantenimento di un’alta disoccupazione e, per chi lavora, la perdita dei diritti acquisiti e di un trattamento pensionistico decente. Quindi perché lamentarsi? Forse l’idea che non esista alternativa è davvero incredibilmente profonda.
L’economia al comando tende a lasciare tutto come è adesso, con il beneplacito dei cittadini, e sposta le risorse esistenti da una parte all’altra a seconda del consenso che vuole ottenere senza mai crearne di nuove. Senza mai nemmeno provare a riformare la struttura affinché si possa scegliere, finalmente, tra un lavoro pagato bene e un lavoro pagato meno bene, tra un lavoro sedentario e uno che ti faccia viaggiare. Una struttura che tenda, finalmente, al pieno impiego con tutte le garanzie conquistate in decenni di lotte.
Ma per fare questo bisognerebbe vedere oltre la dottrina economica neoclassica al potere, immaginare che possano esistere altre dottrine economiche e, soprattutto, capire che se un governo decide di mettere risorse per la ricostruzione dopo un terremoto togliendole ai fondi per i diversamente abili, non ha cambiato politica economica, ha solo spostato risorse.
E anche che, se verranno licenziate 4.000 persone senza intervenire, ha fatto una scelta, quella di aumentare il numero dei disoccupati in modo tale che tanti altri accettino condizioni sempre peggiori pur di lavorare.

La sostanza relazionale del bene e del male

di Vincenzo Masini

Durante le mie ricerche ho lavorato profondamente sulla distinzione tra giudizio e condanna per contrastare l’equivoco presente nel ‘non giudicare’ mal tradotto dal Vangelo. E’ un controsenso visto che il giudizio – e non mi piace sfumare l’equivoco ricorrendo al termine valutazione – è un’operazione mentale continua e sana. Ho lavorato sulla distinzione tra ‘giudicare’, che è nella mente delle persone ed è solo un processo cognitivo, e ‘condannare’: questo sì un atto relazionale e sociale.
La questione è estremamente rilevante perché induce a molte contraddizioni anche sul piano dell’interpretazione della parola.
Il giudizio può essere difficile e a volte sbagliato.
L’albero buono produce frutti buoni e l’albero cattivo produce frutti cattivi. Questa è l’indicazione più semplice per formulare un giudizio; si giudicano assaggiandoli: buoni oppure cattivi se hanno un brutto sapore o se velenosi. Poi si può condannare l’albero, sradicandolo, oppure lasciarlo li. Si può avvisare gli amici della bontà o della pericolosità dei frutti: questo è un atto educativo. Oppure tenersi le informazioni per sé, laddove non si voglia passare per calunniatori dell’albero.
Per questa via si perviene a “ti giudico ma non ti condanno“, lasciando questa seconda parte a chi fa il mestiere del giudice e amministra una pena e, parimenti, si può socializzare il giudizio mettendo in guardia la comunità degli umani sulla nocività dell’albero. ‘Non giudicare’, invece, è la via buonista, ipocrita e opportunista, perché non prende posizione nei confronti dell’albero che, poverino, non lo fa apposta ad avvelenare le persone.
In questo equivoco siamo molto più immersi di quanto non pensiamo, tanto da sviluppare sensi di colpa – se giudichiamo – o opportunismi ipocriti – se non giudichiamo.

Quando si affronta la questione in senso morale ecco che sopraggiunge la ‘questione del male’. Il male esiste? Ha una sua natura? Ha una sua strategia? È semplicemente una conseguenza dell’agire umano o esiste la malvagità in sé?
Charles Baudelaire, il poeta dannato dei Fiori del Male, afferma: “Il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste!”, nonostante tutta la letteratura e tutte le scritture ne discutano e ne propongano le più impressionanti immagini.
Le teologie più recenti si muovono, invece, nella direzione della non esistenza del male e lo vedono come un prodotto dell’assenza di amore nel rapporto tra gli uomini. La loro tesi è che il male appare quando Dio non c’è e risolvono in questo modo la questione dell’infinita Onnipotenza (perché, se Dio è onnipotente, non elimina il male?) e della infinita Bontà (perché, se Dio è infinitamente buono, non estingue il male e ce ne libera?). Dunque Dio o non è onnipotente o non è buono.
La soluzione di dichiarare che il male non esiste o che è solo attribuibile alla negatività umana risolve questo ‘giudizio’ su Dio. Contemporaneamente questa teologia ha però il merito di liberare gli uomini dalla paura, dall’oppressione, dai sensi di colpa, dalla dimensione di peccatori che attendono o la misericordia di Dio come premio per le loro azioni oppure la condanna come pena da scontare. È infinitamente triste il ricorso a una immagine di un Dio punitore e inquisitore, perdendo di vista il modo in cui Gesù Cristo ce lo ha invece presentato: come un ‘Papà Buono’. Non nego che nel corso della storia probabilmente il timor di Dio è servito per motivare azioni malvage, odi, stragi, violenze, attraverso la paura della punizione. Forse però anche questa interpretazione può essere messa in discussione fondandosi sul pentimento, autonomamente scaturito in uomini, anche decisamente malvagi, che hanno però convertito il loro operato.

La teologia della relazione affronta la questione da un altro punto di vista. In primo luogo la relazione interumana è fondata sulla risonanza delle onde cerebrali nei momenti di empatia. Tale risonanza, proposta attraverso la scoperta dei neuroni specchio e verificata attraverso la neuroimage e le consonanze degli eeg, consente di dare sostanza alle diverse curve d’onda e di leggerle nella loro qualità di prodotto oggettivo dell’agire relazionale interumano (e non solo). L’amore sarebbe dunque una sostanza prodotta all’interno della relazione che rimane come un dato oggettivo anche al di là della mente delle singole persone che lo sperimentano. L’aumento della sensibilità empatica consente di percepirlo anche in certi luoghi, in certi ambienti, all’interno di particolari momenti di comunione tra persone. Tale sostanza è ciò che si è sempre chiamato ‘spirito’, termine che oggi sostituiamo erroneamente con ‘clima sociale’, ‘vibrazioni in sintonia’, ‘incontro tra i corpi sottili’, ecc.
Erroneamente perché la relazione che dà vita al mondo, quella tra Padre Celeste e Gesù di Nazareth, si chiama Spirito Santo e ha consistenza di Persona all’interno della Trinità.
Il termine persona è una semplificazione indispensabile per prendere consapevolezza dell’intenzionalità, della volontà e dell’irradiazione affettiva nel mondo dello spirito, come caratteristiche delle Persone della Trinità. Ciò consente l’uscita da religiosità che cercano di interpretare le leggi dello spirito all’interno degli schemi, prodotti dall’uomo, più svariati. Ed è questa l’originalità del Cristianesimo, come Gesù spiega a Nicodemo: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito“. Dove vuole è l’intenzionalità della Persona Divina. Del resto se io, essere umano, sono persona, Dio che è più di me deve essere come minimo Persona, oltre un infinito numero di altre cose. Se Dio non fosse persona sarebbe meno di me!
La sostanza relazionale dell’amore è dunque un dato di realtà che, oltre ad essere sintonia nella relazione è sostanza in sé percepibile attraverso lo sviluppo della propria consapevolezza e della propria sensibilità spirituale mistica e ascetica.

E il male? Posto che la sostanza spirituale del male sia prodotta dalla sintonia tra costellazioni cerebrali in uomini che ne condividono il sapore e agiscono di conseguenza, o nei rapporti asimmetrici tra vittima e carnefice in tutte le loro forme possibili (dalla tortura fisica alla squalifica di una professoressa nei confronti di un alunno), questa dimensione assume una valenza spirituale e diventa essa stessa sostanza.
Se è stato l’uomo a produrre il male ormai il male è un prodotto in libera circolazione nello spazio e nel tempo e ha una sua natura e una sua intenzionalità, indipendente da chi lo ha messo in moto. Sottovalutare la presenza del male nel mondo ci espone al grave rischio di non riuscire più a interpretare, nemmeno moralmente, quanto sta accadendo in questa fase della nostra storia evolutiva.
La riproduzione del male e del dolore, nella sua invarianza nella storia, determina ormai la sua presenza nel mondo indipendente dagli umani. Così come esiste la sostanza della relazioni positive e produce benessere spirituale e sociale, anche la sostanza del male prodotta dalle relazioni negative si riproduce nella storia.
Distrarsi e dimenticarlo può essere davvero spiritualmente pericoloso, soprattutto quando tale sostanza malefica sembra aver raggiunto livelli di autocoscienza tali da percorrere vie strategiche per far fallire il progetto di Dio sull’uomo. E per allontanare l’uomo dalla Felicità.
Se oggi osserviamo la manipolazione delle idee e delle informazioni prodotte dall’establishment non possiamo non prendere atto che sono superati i livelli di guardia: non è solo condizionamento di opinioni, ma un processo che intacca le scelte educative e relazionali della vita quotidiana delle persone.
La tecnologia di manipolazione chiamata finestra di Overton, per esempio, ha lo scopo di abituare la gente all’inaccettabile attraverso passaggi successivi che rendono addirittura legale la stessa idea fino a ieri impensabile.

Questa tecnica si fonda sull’ipocrisia e sugli irretimenti che le persone subiscono a causa dei loro copioni primitivi e impedisce lo sviluppo di sane relazioni interpersonali. Abbiamo così accettato il declino dei valori, la diffusione della droga, del gioco d’azzardo, la teoria del gender, la burocrazia informatica, il clientelismo, la corruzione, il consumismo, l’immigrazione forzata, la privacy, la precarietà, le perversioni sessuali, il sadismo, ecc. E ora accetteremo gli obiettivi del Bildelberg e della Trilateral delle multinazionali: la globalizzazione imperante, la guerra, la legittimazione della pedofilia, il ritorno alle aristocrazie medioevali e un sostanziale ripristino delle servitù della gleba. Il capitalismo è oggi una religione che fa della meritocrazia (corrotta) un culto finalizzato alla legittimazione delle disuguaglianze, dove i demeritevoli sono scacciati perché sventurati. La struttura che regge questo sistema è un impianto? Un apparato? Un sistema? E’ la finanza internazionale? E’ il mercato? E’ il denaro? E’ una necessità? E’ il caso? A fronte di tutte queste numerose categorie interpretative ciò che sta alla base del reticolo di potere appare sotto il nome di ‘male’, che si presenta cosciente, consapevole e intenzionale. E la lotta contro questo male non può essere efficace se non parte dal giudizio e dalla condanna e se, soprattutto, non mette in gioco il vero territorio della battaglia: il mondo delle sostanze relazionali o, meglio, il mondo dello spirito.

Dunque il quadro del potere nel mondo si presenta oscuro sia per la caduta delle libertà democratiche mediante raffinati e mutevoli sistemi elettorali sia per i conflitti/intese tra i gruppi di potere. E’ assai probabile che, non essendoci alcun progetto (anche utopico) di società, la web society si presenti come sistema in perenne crisi con continui riaggiustamenti e cambi di linea.
Nel frattempo l’avanzata tecnologica renderà minima la partecipazione attraverso il lavoro liberando i ‘servi della gleba’ dalla fatica del lavoro, ma privandoli dell’identità di produttori.
Tutto ciò apre però un immenso spazio per la formazione di relazioni evolute specialmente nel mondo giovanile che, progressivamente affrancandosi dalle monocordi comunicazioni dei social (pur usandole con competenza) proverà il desiderio di sensazioni, emozioni e sentimenti carichi di sostanza affettiva.
Occorre però che siano in grado di esprimere giudizi e di ricevere protezione dalla sostanza relazionale maligna che circola nel sistema. Ecco perché non va sottovalutato il male e le sue strategie.
Può però diventare oggi possibile un progetto di lavoro che tendenzialmente riguarderà il futuro assetto del sistema sociale fondandosi sulla costruzione di piccole molecole relazionali che costruiscono ed hanno cura del rapporto che si crea tra le persone molto più che dei risultati socialmente visibili e politicamente/economicamente spendibili. Come del resto la storia umana ci ha mostrato attraverso i fari di civiltà e di evoluzione nati nel contesto di comunità, piccole nel mostrarsi ma gigantesche nel proporsi come capisaldi del mondo dello spirito.

POLITICA
Gli Stati nazionali sono in agonia.
Multinazionali e tecnocrati pronti a staccare la spina

di Vincenzo Masini

La critica all’establishment e al suo stile politically correct deve oggi incentrarsi su un’analisi della crisi della democrazia come frutto della sottovalutazione del cambiamento epocale prodotto dalla globalizzazione e dall’ingresso imprevisto sulla scena politica di 75.000 multinazionali (di cui circa 400 con un orizzonte di interessi mondiale), che sono il vero luogo delle decisioni politico-economiche che orientano il mondo.

Non è un caso che le consultazioni democratiche si orientino verso i populismi per cercare di fermare o rallentare il processo di dominio sul mondo di questi potentissimi gruppi di interessi (a cui le diverse fazioni micropolitiche dei partiti tradizionali fanno riferimento pensando in questo modo di poter ricavare qualche fetta di potere come servi sciocchi). Non è nemmeno un caso che i più fini politologi pensino che, fino a quando gli Stati hanno ancora un potere giuridico-legislativo, sia il caso di rendere democraticamente elettive le cariche dei consigli di amministrazione di queste multinazionali che, tendenzialmente, rappresentano la nuova forma di governo mondiale nella web society. E propongono questa operazione di democratizzazione prima della tendenziale estinzione degli stati postmoderni. Dopo, sarebbe ovviamente troppo tardi.

A ben vedere gli unici Paesi che hanno ancora dignità di Stato moderno sono solo quattro – gli Usa, la Russia, la Cina e l’India – che, per la loro estensione la loro organizzazione statuale possono ancora confrontarsi con le superpotenze dell’economia transnazionale. Gli altri Stati hanno in gran parte perso la loro identità per permeabilità dei confini, per fragilità degli ordinamenti, per impossibilità di intervento sui processi macroeconomici, per dipendenza dai processi finanziari internazionali e per incapacità di gestione amministrativa delle loro risorse. Queste ultime gestite con margini di manovra insignificanti rispetto alla necessità di ripensare, riprogettare e ricostruire l’idea stessa di stato sociale.
La consunzione degli Stati moderni appare evidente, sotto i nostri occhi, nel concreto fallimento dell’idea di welfare state (egualitario, erogatore di servizi, amministratore della fiscalità, equanime, onesto e improntato alla giustizia sociale) di cui non solo non vi è più traccia, ma nemmeno più idea. La progressiva disintegrazione degli Stati moderni avviene sotto la spinta di molteplici fattori. Da un lato l’irrimediabile crisi fiscale, con la conseguente impossibilità di pareggio di bilancio. Tale crisi fiscale è strettamente connessa alla globalizzazione, che consente alle multinazionali di localizzare le unità produttive e le unità amministrative a seconda delle loro convenienze. Le unità produttive dove il costo del lavoro è più basso, magari godendo contemporaneamente dei contributi e degli incentivi statali nei paesi dove hanno la sede amministrativa. Nel 2016 sono state più di 20 le multinazionali (Bialetti, Omsa, Rossignol, Ducati Energia, Benetton, Calzedonia, Stefanel, Telecom, Wind, Vodafone, Sky Italia, Almaviva, Magneti Marelli, Bianchi, Vesuvius, per citarne alcune) che, dopo aver ricevuto incentivi da parte dello Stato, hanno delocalizzato la produzione in altri paesi licenziando i loro dipendenti in Italia.
Le unità amministrative, invece, nei paesi dove la tassazione dei loro utili è più bassa giocando sulla mancanza di regolamentazione fiscale internazionale. Basti pensare alla sede fantasma della Apple in Irlanda, da dove convoglia con facilità gli utili nei paradisi fiscali, o alla sede di Amazon in Lussemburgo dove paga solo l’1% di tassazione. Un calcolo di massima su tali forme di evasione, perfettamente legale poiché gioca sui vantaggi offerti dalle arretratezza degli Stati rispetto alla velocità operativa delle multinazionali, vede nella somma di mille miliardi il mancato introito fiscale degli stati europei evaso dalle multinazionali.

Dal lato dei bisogni, la segmentazione burocratica delle forme assistenziali di welfare manca di una idea guida in grado di orientare il futuro assetto complessivo della società e non risolve i conflitti sociali determinati dalla mancanza di strategia e di obiettivi: come risolvere, per esempio, il conflitto tra i fondi erogati per l’accoglienza di migranti e le condizioni di povertà in cui versano migliaia di cittadini italiani? E da cosa dipendono questo e altri conflitti che hanno eroso la possibilità di far esistere il welfare? E qual è la principale causa della progressiva estinzione degli Stati e la vincente organizzazione mondiale delle multinazionali, che sanno fare meglio degli Stati e soprattutto sanno fare a meno degli Stati?

L’idea ottocentesca di Stato la cui Costituzione è centrata sull’homo faber (la repubblica fondata sul lavoro) richiede o una ridefinizione del concetto stesso di lavoro o la ridefinizione del fondamento costituzionale incentrando, per esempio, il significato dello Stato sul principio guida della solidarietà.
I principali valori di riferimento della modernità sono stati la libertà, l’uguaglianza e la fraternità e le diverse forme di democrazia hanno rivestito il ruolo di metodo per realizzarli e ampliarli anche a valori di accettazione, tolleranza (figlie della libertà), giustizia e progresso sociale (figli dell’uguaglianza), accoglienza e responsabilità (figlie della fraternità).
Se nella attuale contingenza della globalizzazione si può osservare il ruolo delle multinazionali come destrutturatore dei criteri valoriali del welfare, si deve però notare anche che, nel corso dei decenni più recenti, ciò che ha sistematicamente impedito agli Stati postmoderni la realizzazione di un sistema di funzionante di welfare è stata la burocrazia.

L’idea weberiana di burocrate a cui ci siamo assuefatti era incentrata su:
– la fidelizzazione del burocrate al sistema gerarchico che è andata in crisi da quando il lavoro burocratico non è più consacrazione e appartenenza a una casta venerabile e prestigiosa, ma diventa una professione con una carriera simile alle altre, sindacalmente tutelata con forme di contratto collettivo stipulate con “se stessa”.
– l’impersonalità nelle relazioni esterne e interne sistematicamente influenzate da mediazioni di “convenienza politica e sociale”, che utilizzano diverse velocità nell’espletamento delle pratiche demandate al potere della burocrazia.

Il fondamento del potere della burocratico è infatti l’inerzia, ovvero il deliberato rallentamento (coperto da motivi sempre misteriosi) delle trafile a meno che una potenza esterna non faccia pressioni per velocizzarle.
La presenza di un sistema formale di regolamenti non è più la ragione della struttura piramidale gerarchica nell’organizzazione burocratica giacché il burocrate conosce bene i sistemi per aggirare quella complessità crescente del sistema che la burocrazia stessa produce, governa e regola rendendo inossidabile il suo potere.

Solo sostituendo la sbagliata concezione weberiana di burocrazia con quella dimentica (o rimossa?) del potere delle élites del nostro Vilfredo Pareto si riesce a comprendere l’evoluzione della burocrazia in tecnocrazia con due principali conseguenze.
Per i burocrati di basso rango non prescelti per l’ingresso nelle élites è iniziata una fase di profonda alienazione che li ha condotti all’inefficienza selettiva e a vere e proprie sindromi passivo-aggressive versi cittadini, alla finzione della neutralità, alla disuguaglianza selettiva, alla incapacità addestrata teorizzata da Veblen, alla deformazione professionale di Warnotte, al ritualismo operativo fino all’assenteismo organizzato.
I burocrati di alto rango, prescelti attraverso i canali privilegiati della conoscenza burocratica del funzionamento dei concorsi pubblici, della selezione per titoli, dell’incarico ad personam – ovviamente motivato in modo burocraticamente perfetto e blindato – sono stati selettivamente cooptati all’interno della casta dei tecnocrati al servizio e compartecipi della superclass delle multinazionali e delle sue diramazioni di potere vigenti nei diversi paesi proprio attraverso le diverse tipologie di tecnocrati attive nei settori chiave degli stati. Tecnocrati e Superclass e le loro organizzazioni internazionali hanno infatti in comune l’odio per le democrazie politiche degli Stati sovrani e con molta lucidità ne vedono la progressiva dissoluzione.

Gli Stati possono però evolvere verso forme più mature, anche tendenzialmente più democratiche e solidaristiche, attraverso la nascente web society, e vogliono incidere sull’ordine mondiale per non perdere il privilegio di auto confermarsi per cooptazione. Vilfredo Pareto descriveva molto bene questi processi di cambiamento quando affernava che “la storia è un cimitero di élite”. Se infatti l’élite non è più in grado di agire con una buona cooptazione di membri e, soprattutto, con idee razionali di organizzazione per l’intera società ma solo attraverso azioni non logiche guidate da residui primitivi di ricerca di potere personale, decade o produce effetti invalidanti e distruttivi per l’intera società (crisi economiche, sociali, conflitti, guerre, ecc..).Per evitare il baratro verso cui ci stanno facendo avvicinare è necessario scegliere semplicità in luogo di complessità crescente (specie sul web), trasparenza in luogo di opacità e popolarità in luogo di tecnocrazia.
Vota per chi vuoi ma, se ami la democrazia, scegli con cura candidati non burocrati o tecnocrati o candidati imparentati con loro.

L’orto del vicino…

di Lorenzo Bissi

Se Barack Obama, all’inizio del suo primo mandato di Presidente degli U.S.A. aveva annunciato di voler compiere una svolta a dir poco rivoluzionaria nel campo dell’industria del cibo americana, ora ha decisamente cambiato idea, o forse gliel’ha fatta cambiare qualcun altro.
Big food, ossia il gruppo di multinazionali che negli U.S.A. controlla il settore alimentare, ha dimostrato eccellenti doti persuasive: se una volta il contadino si svegliava con il canto del gallo, all’alba, pensate che ora gode di un’intera orchestra capace di tener testa a Maria Callas in quanto a doti liriche, che passa tutto il giorno ad esercitarsi, tant’è che ormai sono talenti che vivono a stretto, strettissimo contatto fra loro. E se una volta le mucche vivevano tutte insieme, nello stesso recinto, pensate che ora ognuna ha ottenuto una gabbietta singola, che magari non è molto spaziosa, ma è sicuramente accogliente: il comfort prima di tutto! E i maiali, che un tempo erano obbligati a starsene a sguazzare nel fango, all’aria aperta, ora sono stati trasferiti in residence coperti, provvisti di ristoranti all-you-can-eat 24/7, che gli permettono di saziare il loro appetito, che forse è senza fine.
Per favore, andateglielo a dire ai coniugi Obama che l’orticello della Casa Bianca finisce male se non si usano dei pesticidi degni della Prima Divisione Marines; coalizioni di ambientalisti, sostenitori della salute pubblica, militanti per i diritti degli animali e movimenti per la riforma del sistema alimentare ci hanno provato a far tornare tutto come una volta, alzandosi dalle loro ricche tavole, e urlando apertamente il loro disappunto. Ma non sono stati ascoltati: d’altronde le persone educate non parlano con la bocca piena.
Poi non dite che la strategia di big food non sia efficiente.

UN’ALTRA ECONOMIA
Europa, Stati Uniti e la Guerra delle Banane

Certamente meno devastanti dei tanti conflitti militari che si sono consumati e si stanno consumando tuttora nel mondo, le guerre diplomatiche con a oggetto principale i mercati internazionali possono avere risvolti altrettanto determinanti sul futuro delle popolazioni. Un’aspra contesa commerciale è recentemente avvenuta fra le due superpotenze di Stati Uniti ed Unione Europea ed ha avuto come campo di battaglia figurato quello del commercio del frutto tropicale più consumato al mondo: la banana.
La motivazione potrebbe sembrar ridicola, ma l’ironia viene meno se si considera il giro d’affari che è in grado di muovere il mercato in questione: dal 1996 al 2011 la principale multinazionale statunitense produttrice di banane in America Latina ed esportatrice nei Paesi europei ha dovuto sborsare in media 200 milioni di euro annui in dazi sull’importazione imposti dall’Ue per far arrivare sulle tavole del continente in media 57 milioni di tonnellate di banane all’anno.

D’altra parte il “libero commercio” tanto auspicato da Adam Smith nel suo celebre “Wealth of Nations” è da sempre stato un ideale formalmente perseguito ma spesso rinnegato a livello pratico dalle due potenze continentali che sin dal secondo dopoguerra hanno vissuto fasi alterne fra grandi aperture reciproche e ricadute nel protezionismo. Se le cose sarebbero dovute andare meglio con l’istituzione del Gatt (General Agreement on Trades and Tariffs) avvenuta nel 1960, è anche vero che l’Europa ha, oltre alla salvaguardia dei diritti umani, fra i suoi scopi principali la libera circolazione di merci e lavoratori all’interno dei propri confini, mentre per il commercio estero ha tradizionalmente adottato una politica protezionistica, in particolare per la propria agricoltura. Perfino la mitica “Land of Freedom” non ha sempre concesso il libero mercato: il caso più eclatante di barriere protezionistiche erette dagli Usa si ebbe quando, nel 1971, il presidente Nixon, dopo aver sganciato il dollaro dalla convertibilità in oro, per porre freno al grave deficit di bilancio di cui lo Stato Federale soffriva, impose non solo una forte svalutazione competitiva, causando disordini monetari in tutto il mondo, ma organizzò anche un grande sistema di dazi sulle importazioni e di detassazione sulle produzioni interne.

Tornando alle banane, tuttavia, la situazione sembra essere più complessa rispetto alla semplice volontà di porsi in maniera più competitiva sui mercati internazionali. Nel 1996, infatti, gli Stati Uniti hanno addirittura chiamato in causa il Wto (World Trade Organization), arbitro delle dispute internazionali riguardanti il commercio, denunciando la disparità di trattamento che l’Unione Europea riservava loro rispetto ai più avvantaggiati paesi Acp nel commercio del frutto tropicale.
La sigla Acp sta ad indicare quei Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, che furono fino all’inizio del secolo scorso colonie del Vecchio Continente e che ancora soffrono di sottosviluppo economico. Fra i diversi piani per lo sviluppo di tali aree vi è anche l’iniziativa del 1975 dell’allora Comunità Europea di offrir loro condizioni favorevoli per quanto riguarda l’esportazione in Europa di prodotti locali tramite l’azzeramento o la minimizzazione dei dazi, rendendo così meno costoso per gli Acp commerciare diverse merci, fra cui le banane oggetto della contesa, nell’Unione rispetto a quanto non sia per gli Stati Uniti e il resto del mondo.

Nel 2009 le due potenze sono giunte ad un “accordo di pace” sulla diatriba: l’Unione Europea avrebbe progressivamente ridotto le proprie tariffe sulle importazioni delle banane da 176 euro a 114 euro a tonnellata ottenendo in cambio dagli Usa la rinuncia alla causa intentata contro l’Ue presso il Wto. Difficile in quest’occasione definire chi si trovi nella veste del vincitore e chi in quella dello vinto: per i consumatori europei probabilmente non cambierà molto, almeno fino ad ora non si sono viste rilevanti variazioni al ribasso del conteso frutto tropicale; probabilmente la situazione migliorerà per le multinazionali americane, prima fra tutte la Chiquita, che riescono così ad accedere al mercato pagando meno tasse pur mantenendo gli stessi prezzi ottenendone un guadagno maggiore. La speranza è che questo maggior margine possa essere distribuito ai lavoratori nelle grandi coltivazioni dell’America Latina, dove hanno sede operativa le suddette multinazionali. Coloro che più hanno di che preoccuparsi sono invece i coltivatori e i proprietari delle piccole-medie imprese agricole presenti negli Acp: questa semiliberalizzazione del mercato con gli Usa altro non fa che costringerle a competere con una protezione decisamente inferiore al passato contro un avversario ben più grande di loro. Se per il momento, come detto, il mercato è rimasto stabile, vi è il concreto rischio che gli esportatori americani decidano di avviare una guerra di prezzi contro gli Acp. Si tratterebbe di una situazione di breve periodo vantaggiosa per i consumatori, ma tutt’altro che auspicabile per gli Acp i quali, non avendo una produttività ed un’efficienza paragonabile alle multinazionali statunitensi, uscirebbero indiscutibilmente sconfitti da una simile competizione. Se ciò avvenisse, potrebbe portare ad effetti perversi sul lungo periodo sia per gli Acp che per l’Unione Europea: i primi sarebbero probabilmente costretti ad uscire dal mercato, con un gravissimo danno alla loro economia, la cui esportazione agricola è ancora traino della crescita, i secondi potrebbero trovarsi a pagare banane a peso d’oro, visto che gli Stati Uniti verrebbero così a dominare un mercato privo di concorrenti.

Il fatto che l’Unione Europea commerciasse a condizioni favorevoli con gli Acp, anche se dal punto di vista giuridico si possa configurare come una discriminazione nei confronti di alcuni rivenditori, altro non era che uno squilibrio creato con uno scopo etico: avvicinarsi quanto più possibile a saldare un debito insaldabile facilitando lo sviluppo di Paesi in cui il colonialismo ha lasciato ferite non ancora rimarginate e forse non rimarginabili.
Che sia giusto o no l’accordo a cui sono pervenute Ue e Usa è un quesito difficilmente risolvibile e che si presta a infinite discussioni. La speranza è che per il futuro possa prevalere il buonsenso soprattutto da parte delle multinazionali: il riequilibrio delle condizioni contrattuali attuato in loro favore non deve portare ad una guerra di prezzi. Notoriamente, purtroppo, l’etica non è esattamente ciò per cui le multinazionali si sono distinte nel tempo, sarebbe dunque necessario, almeno in questo caso, un intervento del Wto non negli interessi esclusivi delle uguali condizioni di mercato a tutti i costi, ma negli interessi delle persone e dei popoli che da quel mercato, la cui storia avversa ne ha condizionato la competitività fino ad oggi, ricavano una delle pochissime fonti di reddito. Una soluzione etica è l’unica strada percorribile se si vuole evitare che la guerra delle banane, che dovrebbe essere finita, a breve cominci a mietere vittime.

LA STORIA
Diario di un cassintegrato/2 – Il dissesto: manager rampanti e impreparati distruggono l’azienda gioiello

2. SEGUE – Siamo in un piccolo comune di circa novemila abitanti nel cuore della bassa bolognese. Anche se l’economia del territorio circostante è prevalentemente agricola, il distretto industriale del comune ha conosciuto, soprattutto a partire dagli anni settanta in poi, un notevole sviluppo imprenditoriale. È appunto nell’area industriale situata ad un paio di chilometri dalle due frazioni affacciate alla Porrettana, principale via di collegamento tra Ferrara e Bologna, che si trova il grande impianto dello stabilimento in questione.
La fabbrica venne costruita intorno al 1970 su iniziativa di un giovane e intraprendente imprenditore bolognese. Originariamente si trattava di una piccola ditta operante nel campo dei semilavorati plastici con sede a San Lazzaro di Savena, ditta che nel giro di pochi anni decuplicò il proprio volume d’affari diventando di fatto una delle realtà industriali più attive e promettenti del settore. Negli anni novanta l’azienda è già inserita tra i massimi esportatori europei con clienti sparsi in tutto il mondo.
Nel 2000 l’azienda toccherà il suo apice produttivo con l’istallazione di una quarta linea di produzione, fase che però segnerà anche l’inizio di un lento, quanto inesorabile, declino.
Nel biennio 2000-2001, per avviare e consolidare la nuova linea, vengono assunti una quarantina di nuovi operai, raggiungendo così la sua massima occupazione di sempre, ovvero un totale di circa duecentotrenta dipendenti, tra operai, impiegati e quadri dirigenziali. Gli ingenti investimenti fatti per l’ampliamento degli impianti produttivi, fatalmente coincidenti con la congiuntura economica negativa creatasi dopo gli eventi legati all’undici settembre 2001, costringono l’azienda a chiedere aiuto alle banche. Dopo poco, il suo stesso fondatore, un uomo ormai anziano e senza nessun erede interessato a subentrargli nella conduzione dell’impresa di famiglia, decide di mettere in vendita lo stabilimento, cercando un acquirente in grado di ripianare il passivo con le banche e di garantire al tempo stesso il mantenimento dell’occupazione.
Nel 2003, una società di capitali francese operante nello stesso settore chimico-plastico accetta la proposta del vecchio imprenditore bolognese, rilevandone l’azienda con la promessa di risanare il bilancio e di salvaguardare i posti di lavoro. L’azienda cambia così nome e proprietà, ma fabbrica e soprattutto i suoi dipendenti restano gli stessi. Per i nuovi padroni è il terzo e ultimo stabilimento in ordine di acquisizione, ma è anche il maggiore impianto produttivo del gruppo.
Dal 2004 il giovane rampollo della ricca famiglia neoproprietaria dello stabilimento ne affida la gestione a una coppia di manager di sua conoscenza (uno di loro è un suo vecchio compagno di studi). Questi, con alle spalle un curriculum non proprio lusinghiero e approfittando della fiducia riposta dalla proprietà, intraprendono una politica di investimenti arrembante quanto spregiudicata. Investimenti che nel tempo si rivelano sbagliati, come l’acquisto di un costoso macchinario progettato per la fornitura di una serie di commesse per un grosso cliente americano. L’impianto, non preventivamente collaudato, si rivela inefficace e causa l’annullamento del contratto, con conseguente perdita di soldi e cliente. Purtroppo, la leggerezza dimostrata in quell’occasione sarà solo il primo di una serie di passi falsi della dirigenza, che negli anni successivi si tuffa imperterrita in altri investimenti di dubbia efficacia. Intanto il debito con le banche non accenna a diminuire e, per rendere il passivo di bilancio meno gravoso, si decide di risparmiare sul costo delle materie prime e sul processo di lavorazione. Queste scelte provocano una progressiva diminuzione della qualità dei prodotti che influirà su tutta la filiera commerciale peggiorando inevitabilmente l’immagine del gruppo.
L’azienda bolognese era famosa per l’eccellenza dei suoi prodotti e per la straordinaria capacità di soddisfare tutte le esigenze di una clientela molto variegata. Il nuovo management, per contenere i costi, decide di non puntare più sulla qualità del prodotto e di eliminare la piccola clientela per dedicare tutte le energie al soddisfacimento del grande fabbisogno di semilavorato delle multinazionali asiatiche e americane. Pochi grossi clienti che però hanno dalla loro un enorme potere contrattuale e obbligano l’azienda stessa ad accettare le loro condizioni riguardo a prezzi e pagamenti, col risultato di ridurre all’osso i margini di guadagno per chilo di prodotto e di impoverire tutto il processo produttivo.
È così che l’intero gruppo industriale italofrancese entra ben presto in un vortice di situazioni senza controllo: un nuovo mercato con una fortissima concorrenza internazionale (cinesi e indiani in primis), impianti obsoleti e interventi strutturali sbagliati, una gestione del personale assente, la nomina di quadri dirigenziali inadeguati, ed infine la riduzione dei margini di guadagno e la conseguente impossibilità di risanare il debito con le banche.
Di anno in anno la situazione economica si fa sempre più critica: il bilancio rimane costantemente in passivo e il debito aumenta in modo esponenziale. Nel 2010 la proprietà cerca finalmente di correre ai ripari allontanando i due manager ritenuti responsabili di sei anni di gestione disastrosa. La nuova dirigenza inizia così la sua opera di risanamento, e lo fa intervenendo sul costo del personale.
Per scongiurare l’ipotesi dei licenziamenti, che porterebbe ad un inevitabile scontro frontale tra azienda e lavoratori, si decidono nuove turnazioni che portano ad una graduale riduzione dei giorni di riposo, si aumenta cioè l’orario lavorativo mantenendo il salario inalterato. Il conseguente malcontento e le preoccupazioni dei lavoratori appaiono evidenti nelle assemblee sindacali, dove viene approvato un pacchetto di scioperi che provocherà un’interruzione del dialogo tra azienda e sindacati, con proprietà e dirigenza più che mai intenzionate a continuare a perseguire le loro strategie senza coinvolgere i lavoratori.
Tuttavia, la linea di condotta della dirigenza si rivela ben presto controproducente, e anche la carta della mobilità volontaria risulta inutile per il rifiuto di tutti i lavoratori interpellati. Alla fine la società, messa alle strette dalle banche, riprende il dialogo coi lavoratori e, con l’avallo dei sindacati, propone e stipula i cosiddetti “contratti di solidarietà”, l’accordo prevede che ogni dipendente accetti di ridursi il salario per permettere a tutti di mantenere il proprio posto di lavoro.
Purtroppo quest’ennesimo tentativo non riesce ad invertire la rotta e viene aperta la cassa integrazione straordinaria, ormai è tardi ed è chiaro per tutti che il destino di questa fabbrica dal fiorente passato sia definitivamente segnato.
Il buco di bilancio è pauroso (circa settanta milioni di euro nel 2012), le banche creditrici non accettano il piano di risanamento proposto dalla società e viene avviata una procedura di amministrazione straordinaria in cui la gestione viene affidata ad un commissario nominato dal tribunale. Gli eventi precipitano e, per poter salvare il gruppo, si decide di sacrificare lo stabilimento bolognese scorporandolo e mettendolo in liquidazione. In molti lavoratori, tutti collocati in cassa integrazione straordinaria, rimane la vana speranza che qualche acquirente si faccia avanti per riscattare lo stabilimento e ripartire.
La realtà attuale è che l’intero gruppo industriale è stato messo in vendita e, qualunque cosa accada da ora in avanti, la filiale bolognese è stata esclusa da ogni ipotesi di accordo. I suoi impianti saranno smantellati e i lavoratori, cessati i termini della cassa integrazione straordinaria, passeranno tutti quanti in mobilità.

2. CONTINUA [leggi la terza parte]

Leggi la prima parte

IL FATTO
Parole di cioccolato

Non ti dico buongiorno, ti dico Nutella. Il nuovo spot pubblicitario della famosa crema gianduia spalmabile va molto oltre le strategie commerciali che Vance Packard descrisse nel suo “I persuasori occulti”, uscito nel 1957 e ripreso nei primi anni Ottanta. Allora Packard illustrò, destando un notevole scalpore, le tecniche seduttive che volevano dimostrare i presunti effetti benefici derivanti dal consumo o dall’uso di un determinato prodotto. Eravamo però di fronte a consigli più o meno convincenti da seguire, a tentativi più o meno riusciti di orientare i comportamenti, realizzati dalle grandi multinazionali. Nel caso nostro invece siamo alla manipolazione del linguaggio, all’intervento semantico che modifica le consuetudini, insinuante e carezzevole. Molto più delle parole o del gergo che diventano modi di dire comuni e che però poco a poco spariscono.
Quindi, buongiorno si può dire Nutella, in tante maniere – afferma la pubblicità – scrivendo su una confezione un pensiero, una frase, esprimendo un sentimento verso chi ti è caro. Personalizzando il messaggio.
È sottinteso che così si comincia meglio la giornata e che tutto potrà andare bene. Se poi le cose dovessero andar male, se per esempio ci si dimentica dell’anniversario di matrimonio, o di un compleanno, o di una ricorrenza importante, o di non so che altro, niente paura: non si chiede perdono, si chiede Nutella, dice sempre lo spot. La pubblicità ci invita a cambiare il linguaggio in nome di una crema, ma insomma, la vita è comunque dolce. Che volete di più?

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi