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Scuola: gli ultimi difensori della fortezza Bastiani

 

Ormai la letteratura sulla crisi del nostro sistema scolastico è sterminata, ognuno ne analizza le cause da diverse angolazioni ma la conclusione è sempre la stessa, la nostra scuola resta la “grande disadattata” di cui scriveva Bruno Ciari negli anni ’70 del secolo scorso.
Istat, Invalsi, Ocse e tutti i rapporti di Education at a Glance ormai da decenni denunciano i mali di cui soffre il nostro sistema formativo a cui mai nessun governo ha però pensato di porre seriamente rimedio.

La macchina dell’istruzione, oggi, contro le sue intenzioni, è diventata un formidabile amplificatore delle diseguaglianze. Per saperlo non avevamo certo bisogno del tempismo editoriale della Nave di Teseo che in occasione del salone del libro di Torino, pubblica Il danno scolastico, con il sottotitolo significativo: “La scuola progressista come macchina della diseguaglianza”. Opera a quattro mani del sociologo Luca Ostillio Ricolfi e signora, l’ex professoressa Paola Mastrocola.

Una operazione commerciale che porterà vantaggio alle casse della casa editrice, ma che nulla aggiunge alle riflessioni necessarie per risollevare dal disastro il sistema formativo del nostro paese. Anzi, i topos sono sempre gli stessi di quella cultura nostalgica che non riesce a distogliere gli occhi dal passato e che non sa guardare avanti.

La rovina della scuola avrebbe avuto inizio nel lontano 1962 con il governo Fanfani IV e con Aldo Moro ministro dell’istruzione.  Da lì nascerebbe il vulnus della scuola media unica, quella senza latino, vulnus alla scuola severa e rigorosa, alla scuola delle bocciature, alla scuola dei maestri e dei professori di una volta (per non parlare della zia Ebe di Ricolfi), quelli che erano autentici formatori, di cui si è persa ogni traccia.

Poi è stato tutto un precipitare attraverso il ’68, don Milani e Barbiana, l’abolizione del maestro unico, Luigi Berlinguer fino ai giorni nostri, senza salvare nulla e nessuno.

Tutto questo si vuole ora dimostrare, fornendo i dati della ricerca sociologica. Viene il sospetto che i nostri autori in questi anni abbiano vissuto dentro la bolla delle loro convinzioni, senza mai affacciarsi fuori per cui non si sono accorti che ben altri dati assai drammatici andavano disegnando lo stato critico del nostro sistema formativo.
Così nell’intervista rilasciata al Giornale in data 15 ottobre, il sociologo Ricolfi si dimostra disarmato, la china è talmente scesa in basso che è impossibile risalirla, sostiene, ormai  non resta altro che lo strumento della provocazione.

È che la scuola progressista non c’è, non c’è mai stata, la vedono solo Ricolfi e sua moglie nelle loro allucinazioni.
Di Barbiana ce n’è stata una sola e la scuola statale ha continuato a funzionare inalterata nel suo impianto che risale ai tempi della legge Casati e della riforma Gentile. Con i licei, gli istituti tecnici, fino agli istituti professionali ricettacolo di ogni fallimento scolastico e sociale. Un convivere di vecchio e nuovo, con il vecchio che non è mai scomparso e il nuovo che non è mai diventato nuovo. La scuola dell’ibrido, organizzata per ordini, direzioni, cattedre, discipline e scrutini, radicata nel passato ma sempre precaria come il suo personale.

Del resto lo stesso Ricolfi (docente universitario) lo riconosce implicitamente, quando sostiene che: “Però ci sono delle regolarità: se uno studente prende un voto alto, ma non 30 e lode, posso solo indovinare che quasi certamente non ha fatto né il liceo sociopsicopedagogico né il liceo linguistico. Se prende 30 e lode, invece, vado a colpo sicuro: ha fatto il classico.”

È vero che la nostra scuola dell’inclusione, grande conquista degli anni ’70, non è in grado di colmare gli svantaggi, che il successo formativo è ancora un fallimento, perché spesso alle promozioni non corrispondono le competenze. Ma le cause non sono quelle sostenute da Ricolfi e Mastrocola, non sono dovute a una classe docente non più severa perché sopraffatta dalla cultura progressista e dai suoi slogan: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”, il “diritto al successo formativo” che hanno trovato negli studenti e nelle famiglie (nonché nei media) un terreno fertilissimo su cui prosperare”.

Le cause sono la povertà storicamente cronica delle nostre scuole, lasciate senza risorse per combattere gli svantaggi, per consentire i recuperi, per lottare contro la dispersione, per garantire la formazione continua degli insegnanti.
Risorse finanziarie, umane, di mezzi, di strutture e di spazi a causa di quella stessa cultura dei Ricolfi e Mastrocola che ha governato il paese per oltre vent’anni, dalla Moratti alla Gelmini, anche loro però accusate dai nostri autori di aver ceduto al virus del progressismo educativo.
Ognuno ha il suo deserto dei Tartari, la sua fortezza Bastiani da presidiare.

Infatti l’ipotesi della scuola progressista dannosa in quanto produttrice di diseguaglianze, la cui dimostrazione Paola Mastrocola affida ai dati della Fondazione Hume del marito Ricolfi, ha un solo obiettivo, sempre quello: dimostrare il fallimento della scuola statale.

Per gli autori, la scuola dello Stato è alla deriva, ormai non è più recuperabile. Non resta che la soluzione prospettata vent’anni fa, nel lontano febbraio 2001, da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri e Ferdinando Adornato tra i sottoscrittori dell’Appello per la scuola della società civile: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”.

Pare però che in tutti questi anni i nostri intellettuali si siano dileguati e, in buona compagnia di Ricolfi e Mastrocola, non si siano accorti che siamo entrati in un secolo del tutto nuovo e che le loro ricette della nonna o della zia per i nostri figli non sono buone neppure per farci un solo giorno di scuola.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

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Pandemia, Gino Strada e l’ottusità di una Amministrazione

 

La lunga sosta a cui ci ha costretto la minaccia del virus, poteva essere l’occasione da non sprecare, l’occasione per riflettere e far riflettere tutta la città,.

A me non piace, e non mi è mai piaciuta, questa idea di città per cui ognuno pensa per sé. L’amministrazione governa per sé, per mantenere il suo potere, le istituzioni si amministrano per sé, per assolvere burocraticamente ai loro compiti e niente riesce a divenire corpo, sangue e membra di una città viva, di una comunità di abitanti fatti di persone in carne ed ossa.

Che nessuno si proponga mai di sognare come si potrebbe fare meglio, qualcosa di nuovo da realizzare. Anzi i luoghi creativi sono ancora visti con sospetto e lasciati al loro isolamento. Tutto conviene farlo sempre come prima, anziché sforzarsi di pensare che si potrebbe avere qualche idea nuova di governo, di come stare nella città, di come vivere insieme, gomito a gomito, tanto i guai quando arrivano non risparmiano nessuno, e certo non occorreva il Covid per ricordarcelo.

Allora a me sarebbe piaciuto vedere qualche segnale che qualcosa è cambiato. Una scuola intestata a Gino Strada [Qui] e a sua moglie [Qui], ad esempio. Una scuola che è un luogo di cura, come le vite che ha curato il medico di Emergency, sì, perché anche a scuola le vite si salvano.

E quello che ci è mancato nella pandemia sono state soprattutto le nostre scuole, le scuole della nostra città. Sarebbe stato una sorta di risarcimento, utile soprattutto alla nostra memoria, a non perdere mai di vista l’importanza delle scuole e di quella cura che si realizza al loro interno.

C’è mancata la scuola in questa pandemia, e non vorrei che si scaricasse il problema come sola questione nazionale, come responsabilità lontane da noi e dall’amministrazione della città.

Sarebbe un atto di intelligenza, oltre che di trasparenza e onestà intellettuale, se il Consiglio comunale dedicasse una seduta per riflettere su cosa si sarebbe potuto fare con le nostre forze e non si è fatto per la formazione, l’educazione, la scuola dei nostri giovani cittadini, figli e nipoti di tutti noi. Giusto per evitare di trovarci impreparati la prossima volta.

Da queste pagine, per quello che posso, ho tentato di dare alcuni suggerimenti all’Amministrazione, ma certo non posso pretendere che a Palazzo Municipale qualcuno mi legga. Allora l’occasione da cogliere è ora.

L’Amministrazione interroghi se stessa, senta la voce degli studenti, degli insegnanti, dei dirigenti scolastici, dei genitori e poi si attrezzi per quella comunità educativa invocata dagli indirizzi ministeriali, che altro non è che il rapporto tra scuola e territorio, quali sinergie ci devono essere tra scuole e territorio, tra l’apprendimento e l’apprendimento permanente.

La questione della scuola delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi ci riguarda tutti, riguarda lo spessore sociale della città che abitiamo e il suo futuro.

Ora invece di esternalizzare biblioteche e servizi educativi come se si trattasse di zavorra, sarebbe il caso che l’Amministrazione si occupasse di “internalizzare”, per dirla con gli economisti, di praticare l’insourcing, di utilizzare le competenze e le risorse del territorio per arricchire le opportunità formative dei nostri giovani, facendo delle nostre scuole il perno di una rete di luoghi e di occasioni di apprendimento sempre più ricca e qualificata.

Ma da questo punto di vista nulla si muove, poiché non appartiene alla capacità di veduta di chi è al governo della nostra città.

L’Unesco stima che le chiusure scolastiche abbiano colpito fino al 90% della popolazione studentesca mondiale. Genitori e tutori hanno dovuto assumersi la responsabilità principale di facilitare l’istruzione domiciliare e di organizzare attività di apprendimento per i loro figli.

Genitori e tutori di alunni svantaggiati, più spesso le madri, hanno dovuto affrontare sfide complesse come la mancanza di risorse, attrezzature e competenze, comprese le abilità linguistiche nel caso di rifugiati o nuovi migranti.

C’è bisogno di un risarcimento e questo risarcimento non può che venire dal governo locale della città, è diventato un imperativo.

La crisi prodotta dal pericolo del virus, dalla sua diffusione, la necessità di conoscerlo hanno generato un bisogno critico di migliorare le competenze di tutti.

La città avrebbe potuto implementare programmi online per promuovere l’apprendimento durante la pandemia, al di là del sistema di istruzione formale, e non l’ha fatto, neppure si è interrogata su cosa avrebbe potuto fare.

Certo l’amministrazione comunale non ha giurisdizione sul sistema scolastico formale, ma possiede ed è responsabile di un certo numero di spazi formali di apprendimento dalle biblioteche ai musei, dai parchi alle piazze, inoltre può collaborare con partner di vari settori per progettare, sviluppare e attuare programmi di apprendimento non formale e informale, garantendo che l’istruzione continui e che i programmi di apprendimento siano disponibili per coloro che ne hanno più bisogno.

Difficile? Impossibile? No. Basterebbe essere dotati di un po’ di competenza, almeno un po’ di sensibilità per l’istruzione e la formazione.

Penso che chi governa la città, che sia maggioranza o opposizione, tra le conoscenze utili all’incarico per cui è stato eletto, dovrebbe sapere che esiste da tempo il Global Network of Learning Cities (GNLC) dell’Unesco [Qui].

Fornisce ampie prove di risposte educative efficaci alla pandemia, città che hanno mobilitato l’apprendimento non formale e informale per attuare strategie locali di apprendimento permanente. Queste esperienze sono state presentate in una serie di webinar intitolati Risposte delle città che apprendono al COVID-19, ospitati dallIstituto per l’apprendimento permanente dell’UNESCO (UIL).

Non è che le strade siano obbligate, ma basterebbe un segnale di cura e di attenzione per le nostre scuole, per la formazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Non intitolare a Gino Strada una scuola denuncia tutta l’ottusità di questa Amministrazione, perché Gino Strada è Emergency, ed Emergency è monito e un appello che ci riguarda da vicino, l’emergenza di crescere generazioni nell’apprendimento e nella cultura della pace, perché possano vivere in un mondo migliore.

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola s’è persa per strada

In questi giorni operosi per mettere a fuoco il domani del paese, pare che la scuola si sia persa tra Colao e Villa Pamphili. Non so se ad andare perduti siano stati i fogli o le idee, ma noi, che siamo zelanti e che non manchiamo di idee, vorremmo dare una mano, permetterci qualche suggerimento che, a conti fatti, potrebbe rivelarsi utile.
Da tempo conoscenza, competenze, patrimonio di saperi non solo hanno cambiato volto, hanno pure mutato percorso, abbandonando i sentieri tradizionali per intraprendere strade nuove. Anziché bagaglio nozionistico, riserva di erudizione da esibire, si sono trasformati in risorsa preziosa per le donne e gli uomini dell’epoca che viviamo. Imparare è il risultato di un’orchestrazione, non è monocorde, anzi direi che è stereofonico, con una collocazione spaziale ampia, dilatata, dinamica, ma questo spartito ci siamo scordati di suonarlo.

Ora che sarebbero necessari più spazi questi ci mancano, perché non ne abbiamo approntati altri, a partire da musei, biblioteche, archivi e gallerie, teatri, dimore antiche e ancora se ne potrebbero aggiungere, luoghi spesso ostinatamente più di conservazione che di azione. Non li abbiamo attrezzati come avremmo dovuto con spazi interattivi, modulari, con ambienti per fare didattica, con la rigidità prussiana che un museo e una biblioteca non sono una scuola. Idea davvero stravagante visto che ciò che ospitano e conservano ha fatto scuola nei secoli e ancora fa scuola. L’esperienza dei laboratori didattici ancora non si è tradotta in consuetudine, in modo che sia più che naturale l’intercambiabilità tra spazi scolastici e spazi delle istituzioni culturali.

Spazi sono le classi o, meglio, le aule, come horti conclusi, senza il fascino del giardino. Classe è termine da coscritti della leva. Qualcosa di militare, che ancora resiste alle radici delle nostre scuole. L’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante in aula, l’allineamento dei banchi, le classi assemblate per età anagrafica, il numero degli alunni, tanti plotoni pronti ad ingaggiare la lotta con il sapere, per non parlare di coloro che ancora vorrebbero bambini e bambine in divisa, con il loro grembiule. Sembra di raccontare di un altro secolo, eppure è la registrazione di quello che, incredibilmente, ancora resiste oggi, e spesso incontrando il compiacimento di tanti a partire dai laudatores temporis acti. E non ci si rende conto degli anacronismi, della muffa che pervade il proprio cervello, del vulnus di non essere riusciti ad immaginare finora altro. Non ci sono più gli ospedali con le camerate, forse le camerate hanno abbandonato anche le caserme, le classi no, le classi sono un pilastro che come ogni cariatide che si rispetti sfida i tempi.

Patti formativi, piani di studio, crediti, tutoraggio, un linguaggio che non è mai appartenuto alla scuola, ma che l’università ha da tempo fatto suo. Flessibilità e differenziazione dei percorsi consentirebbero di eliminare la diseconomicità delle bocciature, potrebbero costituire gli elementi di una istruzione rinnovata a partire dal primo grado del ciclo secondario. Non più studenti che attendono il cambio dell’ora seduti in aula, ma studenti che al cambio d’ora si muovono da un laboratorio all’altro specificamente dedicato alle singole discipline o transdisciplinare. Gli esami a conclusione del primo e del secondo ciclo potrebbero essere sostituiti da progetti concreti, la cui realizzazione dovrebbe accompagnare l’intero curricolo dello studente e che dovrebbe essere il risultato dell’interazione tra scuola e  territorio. Oppure si potrebbe pensare qualcosa che assomigli a una vera tesi, sinossi dell’intero ciclo di studio. Quanto è ancora indispensabile la pratica degli scritti e degli orali? È proprio necessario che tutti studino le stesse discipline o si potrebbe dare spazio ad opzioni più legate ai propri interessi, alle proprie attitudini, ai propri progetti? Le discipline devono continuare a resistere come discipline o è meglio ‘dematerializzarle’ nella  tessitura dell’intreccio dei saperi?

In territori ricchi di strutture sportive, piscine e palestre, è ancora necessario proseguire nella cultura della mens sana in corpore sano, che tradizionalmente ha dato luogo alla pratica scolastica dell’educazione fisica? Movimento, sport, educazione motoria non potrebbero essere delegati al territorio anziché alla scuola? Allo stesso modo sarebbe finalmente ora di far uscire l’insegnamento della religione cattolica dall’orario scolastico.
Liberare ore dell’orario scolastico sarebbe importante ad esempio per dare spazio ad apprendere seriamente la musica, a suonare uno strumento che non sia il flauto dolce, anziché continuare nella pratica della musica come attività per i soli baciati da dio. Socialità e appartenenza, invece di passare per le classi e le sezioni identificate con le lettere dell’alfabeto, potrebbero essere coltivate dal partecipare a gruppi orchestrali e corali scolastici o compagnie teatrali o a gruppi di filmmaker.

Educazione lungo l’intero arco della vita e scuola a “pieno tempo”, come la voleva Lorenzo Milani, avremmo voluto che si incontrassero e si intrecciassero. Non sono utopie, attendono solo il momento che la storia ce ne imponga la scrittura. Non si tratta, dunque, di invenzioni, neppure di idee tanto nuove, semmai di esperienze e riflessioni che sono andate accumulandosi negli anni, nate non dal nulla, ma dal vivere spesso le contraddizioni del nostro sistema formativo, dal pensare come si sarebbe potuto fare meglio, senza che mai fossero prese realmente in considerazione. Ora sarebbe il tempo.

Continuiamo a reclutare insegnanti precari per una scuola precaria, perché al di là delle nostre volontà la scuola non potrà rimanere così com’è, così come l’abbiamo conservata finora. Non è che la scuola può cambiare da un giorno all’altro e neppure che ci possiamo permettere di buttar via il bambino con l’acqua sporca. Ciò che non ci possiamo assolutamente permettere è quello di perdere la Scuola per strada, continuare a ignorare l’urgenza di dare avvio a un discorso corale sull’istruzione, capace di raccogliere il contributo di idee e esperienze accumulate negli anni, di chiamare all’appello innanzitutto gli insegnanti, che sono i professionisti della cultura, e le migliori intelligenze di cui disponiamo, archiviando per sempre ogni nostalgia per le predelle e per le classi, perché è proprio ciò di cui non sentiamo assolutamente il bisogno. Discorso è discorrere, è percorrere una strada, è darsi un percorso, è disegnare il percorso dell’istruzione nel nostro paese.

DIARIO IN PUBBLICO
Il mistero dell’identità tra politica, arte e letteratura

Un articolo di Paolo Di Stefano appare sul Corriere della sera del 2 giugno ’20. Con tono apparentemente ironico l’autore attribuisce al sommo Arbasino la dicitura del partito di Giorgia MeloniFratelli d’Italia. Di Arbasino, carissimo amico, ho pubblicato un ricordo apparso su questo giornale il 25 marzo dell’anno in corso e la nostra amicizia ha percorso i decenni, accompagnata da quella del massimo studioso dello scrittore, Raffaele Manica. Sicuramente il commento del giornalista più che una fake news certamente s’appoggia su un paradosso mal riuscito. In fondo anche allo stesso scrittore si sarebbe potuto imputare l’accusa di plagio se, come sappiamo, il romanzo prende il nome dal verso dell’Inno di Mameli. E, inoltre, penso che la signora Meloni tutto avrebbe sperimentato fuor che rivolgersi a chi, sia nella scelta politica che in quella letteraria, era all’opposto della sua visione ideologica. Per forza, come un altro arbasiniano suggerisce, Massimiliano Parente, lo scrittore non avrebbe risposto! Da ignorare.
Perciò non ammetto, anche se in via ironica, la commistioni di visioni: quella dell’arte e quella della politica. Al massimo anche la dizione ‘Casa Pound è profondamente sbagliata, proprio perché Pound non fu solo un fervente seguace del nazismo/fascismo, ma anche un grande scrittore. Allora su questa scia ecco ingolfarsi le scelte umane che diventano scelte letterarie, ma ne restano profondamente divise. Proust, per fare un esempio famoso, vendette la casa dei suoi genitori per finanziare una casa d’appuntamenti omosessuale. Ma quello cosa c’entra con il Baron de Charlus? E le vernici navali di Svevo che cosa hanno a che fare con il suo romanzo? La dialettica tra vita e arte.

 Ormai un altro messaggio che ci arriva è la oscurità dell’artista rappresentato. Penso a Banksy e alla favola mediatica che è stata costruita sopra questo ‘artista’ così idoneo a raccogliere il gusto contemporaneo: mistero, mancanza d’identità, operazioni da strada. Certo se fa così bene alle casse esaurite della cultura ferrarese ben venga anche lui. Vorrà dire che la sua mostra sarà maggiormente apprezzata da ristoranti, negozi, alberghi. Se si pensa che la stessa operazione di Schifanoia e della sua apertura insiste, più che sulla effettiva qualità di quegli affreschi, sulla illuminazione che ne rivelerebbe momenti nascosti; allora dobbiamo ammettere che la nuova visione dell’arte sta per subire una svolta epocale.
Ieri sera è stato proiettato in tv un film orrendo Opera senza autore, un melo, che avrebbe dovuto spiegare le scelte contemporanee dell’arte nel luogo principe, in cui l’arte si nega per imporla: Düsseldorf. E’ dunque giunto il momento in cui la negazione del fare artistico fa si che il nome riassuma in sé tutto: l’opera e la sua manifestazione. Mi chiami Banksy o Ferrante, non importa ciò che vedo o sento. Importa l’universo che ho saputo esprimere e che dovrebbe essere il reale.

A questo punto preferisco da probabile radical chic vedere i musei molto più che le mostre. Elaborare una mia convinta idea di ciò che m’interessa e m’interesserà per sempre. Una ineliminabile vena didattica? Forse sì.
Mi arriva l’invito a recuperare il mio biglietto per la mostra romana di Raffaello. Non ci andrò. Che farmene di rivedere frettolosamente opere che già conosco e che avrebbero dovuto essere un ripensamento sui testi? Spinti come ‘capre’ col tempo contingentato? Ma va là!
Mi arrivano nel frattempo inviti clamorosi. Partecipare in prima persona alle manifestazioni pavesiane per il settantennale della morte. A Parigi, a Torino. Sempre che cambi la situazione sanitaria. Speriamo.

Mi rivolgo indietro e penso agli anni felici quando Parigi era il TUTTO. Ma per ora mi consola leggere un libro magnifico dell’amico Cesare de SetaL’isola e la Senna, Jaca Book, 2019. Una consolazione per chi ora solo ricorda la città dei sogni. Così mi rivolgo al mio omonimo criceto, un po’ addormentato in questo fine settimana di riapertura. Svogliatamente mi dice che ormai siamo nel pieno e che la sua vita da ora in poi sarà noiosamente divisa tra libri e eventi. Lo consolo sussurandogli all’orecchio: “Fai il bravo che ti porto con me a Parigi!”.
E il mio omonimo sospira di nostalgia.

LA “NUOVA SCUOLA” VA IN VACANZA
E’ sempre la vecchia scuola che naviga a distanza

Così della didattica in presenza, quella fatta di aule di pietra e cemento, di banchi e lavagne, di lezioni, interrogazioni e voti, se ne parlerà a settembre. Cosa accadrà nel frattempo, a parte esami e scrutini, non si hanno notizie. Sarà un fiorire di compiti per le vacanze online con la speranza di improbabili recuperi. Neppure l’eccezionalità del momento è in grado di produrre eccezioni.
Ad esempio, visto che ci si è attrezzati, perché non continuare con la didattica a distanza anche nei mesi che ci separano da settembre? Non è necessario mantenere il rigore degli orari scolastici, collegarsi con l’aula virtuale ancora in pigiama per fare l’appello, si possono praticare modalità più soft. Non è che i professori hanno tre mesi di ferie; con una buona organizzazione delle risorse umane si possono coprire anche i mesi di giugno, luglio e agosto. La didattica a distanza in questo caso servirebbe ad accorciare le distanze dai programmi da svolgere, come dai recuperi e dai debiti da colmare. Pensare che un anno scolastico, già stravolto dall’emergenza, debba seguire le date del calendario scolastico in tempi normali è per lo meno discutibile.

Più dei debiti di ragazze e ragazze, ci sarebbe da ragionare del debito che la scuola tutta ha accumulato nei confronti dei suoi studenti, dall’infanzia alle superiori. È la scuola che deve pensare a come colmare il debito che ha contratto con questa generazione sconvolta dalla pandemia. Il tempo, che è la risorsa più preziosa nell’età della crescita e della formazione, che qualità ha avuto, come è stato investito?
La questione non è di poco conto perché chiama in causa la responsabilità che noi adulti portiamo verso i più giovani. Se avessimo coltivato la pratica dell’apprendimento permanente, anziché relegarlo al recupero dell’istruzione degli adulti, ora potremmo disporre dei mezzi in grado di garantire le opportunità formative a tutti i nostri ragazzi.

L’idea dell’autosufficienza del sistema scolastico denuncia tutta la miopia e l’angustia di questa prospettiva. Abbiamo ignorato per anni gli inviti della Commissione Europea, da Lisbona 2000, a tessere una rete di apprendimenti formali e non formali, di capitalizzazione delle risorse formative dalle scuole al territorio. Cosa servono i depositi del sapere, dai musei alle biblioteche, dalle università ai centri di ricerca, se ora non sappiamo metterli al servizio di un grande progetto di apprendimento e di formazione capace di oltrepassare le pareti di un’aula per offrire in modo intelligente, coinvolgente, epistemologicamente corretto le conoscenze disciplinari che costituiscono il nerbo dei nostri programmi scolastici.

Il progetto di una società a rilevanza formativa è rimasto sulla carta dei manuali di pedagogia, dove avevamo letto che si apprende per tutta la vita, dalla nascita alla morte, perché tutto è apprendimento e tutto può essere appreso a qualunque età, come non più di quattro secoli fa ci ammoniva il polacco Amos Comenio e la chiamava “nuova didattica”. Quanta vecchia didattica ammuffita abbiamo al contrario coltivato negli orti delle nostre scuole, mentre si tagliavano le risorse per l’istruzione e la formazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi veniva affidata alle mani di sempre più improvvidi ministri dell’istruzione. Ora la responsabilità non è dei ragazzi, che non si impegnano e accumulano debiti, ma tutta nostra che mai ci siamo impegnati accumulando i debiti che ora sono giunti al dunque.
Avevamo inaugurato il secolo della società della conoscenza, invece abbiamo praticato e guidato società di piccolo cabotaggio, senza respiro e senza immaginazione e che il male ci accumuni ad altri non è certo una consolazione. Il nostro difetto peggiore è la mediocrità e nonostante tutto non abbiamo ancora imparato ad evitarla.

Il ministro in carica nomina una task force perché a settembre la scuola torni il più possibile come prima. La progettazione di come riempire i mesi estivi di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi è saltata a piè pari, così la riflessione su come usare le risorse dei territori per una formazione permanente, con scuole ad orario continuato, usando laboratori, spazi, risorse e opportunità sul territorio da mettere al servizio dell’istruzione. Occorrerebbe dotare il sistema formativo di una comune piattaforma e-learning,  anziché ricorrere episodicamente alle offerte della rete, come sarebbe necessario pensare a come frantumare le classi in piccoli gruppi di studenti da seguire e curare.

Ma tutto ciò pare non aver sfiorato la mente del ministro e dei dirigenti di viale Trastevere. L’ottusa chiusura nei confronti di quanto non sia scuola come da sempre l’abbiamo conosciuta resta inscalfibile. All’appello mancano soggetti importanti, portatori di intelligenze e di competenze. Le intelligenze e le competenze che suggeriscano al Paese come si potrebbe cogliere oggi l’occasione di una scuola nuova, profondamente rinnovata e di come realizzarla. Anziché progettare un sistema formativo con un ampio respiro sociale, che faccia delle risorse presenti in ogni territorio i gangli della sua missione, si prospetta una vecchia scuola blended, ad apprendimento ibrido, metà aula, metà connessa con l’isolamento di ogni studente a casa propria.
E tutto con gli ottanta milioni messi a disposizione dal ministro per la didattica a distanza, che divisi per il numero delle istituzioni scolastiche statali e paritarie, fa poco più di mille euro a istituzione scolastica, neanche ci paghi le connessioni.

Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Vite semplici, luoghi straordinari

Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

parigi

DIARIO IN PUBBLICO
Parigi o cara…

E alla fine del libro bassaniano (leggi QUI l’articolo su Ferraraitalia) il ritorno a casa, a Parigi.
Mi accoglie un tempo astioso, un misto di vento implacabile, di pioggia alternata a un cielo azzurrissimo, di freddo gelido con pochi momenti di tepore. L’aeroporto di Beauvais è quasi irraggiungibile. La cittadina che avevo amato con la sua bella cattedrale non si vede, ma tutto si muove velocemente, al limite del disumano tra ordini impartiti con toni secchi, estenuanti attese in piedi, imbarchi a spinta come se i passeggeri fossero merce da stivare. Per i ‘diversamente giovani’ (leggi vecchi come chi scrive) le linee aeree economiche sono da evitare come la peste, specie quella che usa questo aeroporto. Una schiera di liceali di Macerata sfoggia una maglietta rossa. Sono allievi e allieve del Liceo Leopardi gentili, educati, entusiasti. Una deliziosa ragazza nel sedile accanto trattiene il fiato nel pronunciare la parola magica: Parigi. Dò la stura ai ricordi e le indico i luoghi della mia formazione sentimentale e artistica, suggerendole di andare a visitare la casa-museo di Edith Piaf. Mi guarda sconcertata, chiede aiuto alle compagne che scuotono la testa desolate perché tutte non sanno chi sia questa cantante. Nemmeno ‘La vie en rose’ dice loro niente. Provo con Maria Callas e ottengo un lieve ‘remember’. Con sicurezza, la protesi del telefonino incollata alle dita, scattano immagini su immagini. Nessuno guarda ciò che appare se non come visione mediata.

Decido – anche se avevo promesso a me stesso di non lasciarmi incantare dalle sirene dei musei – almeno di andare a dire ‘ciao’ ai miei amici. Comincio con la Fondation Vuitton al Bois de Boulogne e allora non importa più il vento, le code interminabili, i controlli che smagnetizzano perfino la chiave dell’hotel e mi trovo in questo vascello di vetro e acciaio a guardare con occhi rapiti la Courtauld Collection tante volte vista a Londra, ma qui trionfalmente risplendente, che sfoggia senza pudore i suoi capolavori: quasi provocatoriamente. Già sono in fase di follia amorosa. Il taxi mi porta al Museo Marmottan tempio del Neoclassico. C’è una mostra, ‘L’Orient des peintres’, e tra Ingres, Gêrome, David, Manet e compagnia raggiungo la pazzia mentale. Un altro taxi dovrebbe condurmi all’inizio di Faubourg Saint-Honoré, ma m’imbatto in un autista ladro che comincia a girare trasportandomi da tutt’altra parte. Alle mie proteste risponde con viso innocente. E’ ormai consuetudine, mi si spiega; basterebbe che telefonassi alla polizia e perderebbe il posto. Ma quanto tempo mi sottrarrebbe alle mie visite? Rinuncio quindi a 20 euro e sempre più in stato di esaltazione percorro la strada del lusso almeno per comprarmi un etto di tè e i suoi inimitabili frutti canditi da Verlet. Sguardo implorante a chi condivide questi giorni con me e concludiamo con il Louvre. Tra folle scalpitanti con sottofondo delle lingue più strane, su cui predomina l’italiano. Mi dirigo a porgere un doveroso saluto alla Gioconda, un quadro che non amo, ma ai compleanni è buona norma portare gli auguri. Il pavimento della rinnovata sala tutta in legno è cosparsa di corpi umani che compulsivamente cercano di guardare non il quadro ovviamente, ma l’orrido aggeggio attaccato alle falangi. Un classico odore di corpi e piedi non lavati condisce il salone dell’idolo. Lentamente monta la rabbia. E nella grande galleria m’imbatto nei ‘Baccanali’ Tiziano, una volta a Ferrara, che mi conducono fino alla ‘Morte della Vergine’ di Caravaggio. Qui stanchi barbutelli o ragazzotte in abito da sera con unghioni variopinti s’accarezzano le untuose chiome o si fanno treccioline. Dall’Alpi alle Isole i dialetti italioti si sprecano. Formulo tra me e me una proposta: perché non impedire l’ingresso ai musei d’arte ai giovani tra i 15 e i 25 anni? Sarebbe un risparmio di energie e di consumo del luogo. Chi volesse potrebbe farlo da solo perché motivato. E ce ne sarebbero. Di solito, mi spiegano, la gita di fine anno alle superiori dovrebbe sancire l’ingresso nella società europea. E allora lasciate che scelgano loro le mète. E se mèta è inevitabilmente Parigi, allora che vadano a fotografare l’entrata del ‘Lido’ o del ‘Moulin rouge’, che ancora nell’immaginario rappresentano il peccato e non noiosissimi luoghi di falsa impudicizia. Altra cosa invece i bambini. A due per due guardano rapiti ogni cosa orgogliosamente condotti dai loro maestri. In silenzio per capire l’origine della bellezza.

Eppure il mio rigorismo crolla quando un gruppo s’avvicina al Caravaggio e una ragazza spiega impeccabilmente il senso del quadro e la sua storia. Tacciono, le fanno domande e capiscono l’enormità dello scandalo di quel folle pittore che osa dare alla Vergine forme e modi di una vecchia prostituta. Lo stesso rispetto che ho visto in quel gruppo come nei milioni di giovani che manifestavano per la salvezza del clima, nel loro sentirsi Greta, nel darci una lezione di eticità. Al di là e sopra ogni retorica o ogni atteggiamento da radical chic.
E m’avvicino all’amico tra gli amici. Canova. Scendo al piano terra e mi dirigo sicuro a salutare ‘Amore e Psiche’. Resto basito. Non ci si può avvicinare per la folla. Ha raggiunto il livello di fama della Gioconda o del Caravaggio. Giovani e meno giovani in estasi pensano come sarebbe bello esser baciati da ‘cotanto amante’. Riesco non senza difficoltà a procurarmi un posto alle spalle del gruppo e contemplo le chiappe canoviane di Amore fino a sentire una piccola punta d’orgoglio. Trent’anni a lavorare su quell’autore!

Ho preziosi indirizzi per poter mangiare in luoghi unici. Alle Halles di Saint-Germain una trattoriuccia dal nome di un profumato fiore ci accoglie con calore e via allora con champagne e coquilles Saint Jacques a prezzi da pizza! Riprovo anche per una doverosa Margarita al Deux Magots. Il puro orrore di turisti asiatici e russi. La Margarita mi costa come il pranzo in trattoria. Fine di un mito.
E sotto un cielo rabbiosamente incattivito rinuncio ai libri da Gibert in Boulevard Saint Michel.

Ripartiamo per l’Italia, ma sorpresa delle sorprese nel Duty Free dello scalcagnato aeroporto troviamo un celeberrimo profumo ormai sparito da qualche anno dal mercato che ci riporta con quell’odore indimenticabile alla città magica.
Au revoir mon Paris.

DIARIO IN PUBBLICO
Il gabbiano e le bagigie

Nel calore che tutto involge e sconvolge m’avvio tristanzuolo per la stradina tenendo sotto la spalla protettiva Gogo sei anni il pronipote a cui tocca oggi accedere al paradiso dell’edicola dove scegliere il gioco dell’estate secondo regole strettissime di budget finanziario. All’incrocio della stradina incontriamo il gabbiano addomesticato dal ristorante che in paziente attesa aspetta che s’aprano le porte dell’ingresso dei cuochi. Zampetta, barcolla, s’allontana per poi ritornare; infine indispettito vola sopra il palo della luce.

Esce alla fine il proprietario che gli allunga brontolando un pacchetto che l’uccello raccoglie: “E’ il secondo pacchetto di bagigie che si fa fuori!”
Gogo si rovescia all’indietro in un accesso d’ilarità e tra i singulti ripete: “Il gabbiano ha mangiato mia sorella!!!”, ricordando che nel lessico familiare la bella Isa, sua sorella, vien chiamata “bagigia”. Così alla memoria ritorna la meravigliosa poesia di Baudelaire, Albatros:

“Spesso, per divertirsi, i marinai catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari, indolenti compagni di viaggio delle navi in lieve corsa sugli abissi amari./ L’hanno appena posato sulla tolda e già il re dell’azzurro, maldestro e vergognoso,/ pietosamente accanto a sé strascina come fossero remi le grandi ali bianche./ Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato! E comico e brutto, lui prima così bello! Chi gli mette una pipa sotto il becco, chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!” (trad. Giovanni Raboni).

La metafora della trasformazione dell’orgoglioso uccello ben si confà con le vicende di questo governo che per ‘volare alto’ si trova ‘comico e brutto’ sulla tolda della nave politica. Confusioni e malumori. La presidenza Rai divide e lacera il centrodestra; il ministro nero non molla affondato dagli ultimi colpi dell’ex compagno di partita l’immarcescibile Berlusconi che fa mancare i voti alla nomina di Foa, orgogliosamente rivendicando che il figlio del suddetto sia nella sua segreteria. A Ferrara lo stesso movimento 5s è scosso da rigurgiti di prevaricazioni o meno. Frattanto la nave va mentre i gabbiani si raccolgono in folta schiera sul porto canale del Lido degli Estensi, aspettando cibo, lavoro, e nobiltà di comportamento. Sono domande che scuotono la pigra schiera dei giocatori di carte al bagno che imperterriti commentano le gesta del campione di scopone.

E la sinistra? Attende e poi ancora attende cambiamenti che non sembrano né imminenti né decisivi. Non sa nemmeno emettere altro che flatus vocis di fronte all’ultima decisione del ministro del Mibac che vorrebbe togliere la visita gratuita nei Musei al primo del mese per coloro che potrebbero accostarsi all’arte senza togliere il gelato ai piccini.

E che sia vero che i direttori dei Musei sarebbero favorevoli all’abolizione proprio perché impossibilitati a gestire il flusso di fronte all’esiguità degli operatori?
Domande da reddito di cittadinanza.

Frattanto la demenza umana non ha più limiti come quella che ha coinvolto tre scemi di provincia che per passare il tempo scagliano uova sui passanti di qualunque colore siano. Cantava Antoine: “Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai. Tu sei ricco e ti tirano le pietre Non sei ricco e ti tirano le pietre Al mondo non c’è mai qualcosa che gli va e pietre prenderai senza pietà! Sarà così finché vivrai Sarà così Se lavori, ti tirano le pietre. Non fai niente e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai capire tu non puoi se è bene o male quello che tu fai. Tu sei bello e ti tirano le pietre. Tu sei brutto e ti tirano le pietre. E il giorno che vorrai difenderti vedrai che tante pietre in faccia prenderai! Sarà così finché vivrai”.

Rifletto anche che a differenza di tirar pietre lanciar uova costa a meno di non avere un pollaio personale e che le bravate del trio sono inversamente proporzionali all’intelligenza dell’azione. Se non c’entra il razzismo si tratta di stupidità umana e di immaturità: la peggiore delle situazioni a cui un giovane oggi possa trovarsi. Che poi un importante uomo politico possa pensare di abolire la legge Mancino, allora siamo sicuri che la vergogna del momento che stiamo vivendo è quasi perfetta.
Una banalità del male che non solleva se non piccole onde di fastidio.

All’entrata del bagno, qui ai Lidi, ci accoglie il singulto della cantante alla moda, sparato a chiodo per la gioia degli ‘scoponisti’ gli imperturbabili miei coetanei che laboriosamente passano il mattino a giocare a carte e a commentare il mondo del calcio. Nella hit parade dell’estate impazza il lamento interrotto dal quasi pianto di questa canzone forse perché la poverina sta pensando allo stato ‘singultante’ di questo governo; ma una lieta novella alla fine rasserena l’afa insopportabile di questi giorni così calorosi: la protesta degli animalisti a difesa degli asini e muli di Santorini stremati dai pesi assurdi che debbono trasportare dalle navi in crociera alla piccola capitale dell’isola. La pesantezza delle panze dei croceristi che escono dal ventre delle navi risulta insopportabile alle possibilità dei poveri animali che vengono picchiati dai proprietari perché non ce la fanno.
O gran bontà di cavalieri antiqui…

Ecco a cosa ci siamo ridotti mentre un ministro rifiuta l’accesso gratuito ai musei la prima domenica del mese. Meglio sfiancare innocenti animali che permettere l’accesso gratuito e non crudele ad ammirare le bellezze di cui tutti noi siamo o dovremmo essere proprietari.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La gaia scuola

Ebbene anche quest’anno è arrivato il primo giorno di scuola. Tutti ad augurare un buon anno scolastico alle nuove generazioni.
Dopo un’estate rovente con i figli da sistemare perché le scuole sono chiuse, finalmente ce li siamo tolti d’intorno, riconsegnati nelle mani dei loro sorveglianti, rinchiusi per nove mesi nelle scatole che abbiamo predisposto giusto per loro: le aule, le classi, le scuole sparse nei tanti angoli della città a non interferire con la vita degli adulti che hanno ben altro da fare.
La scuola è sempre questa qui, uguale da secoli. Per i nostri “tesori” non abbiamo saputo inventarci di meglio che metterli a crescere in scatola.
Qualcuno ci ha provato a rompere le scatole a liberare l’infanzia e l’adolescenza, ma è sempre stato considerato strano, singolare, un descolarizzatore da isolare, se mai anche da celebrare, ma sempre con la sicurezza gattopardesca di cambiare per non cambiare nulla.
Già usare lo smartphone a scuola, una protesi della vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, fa discutere e ad alcuni pare pure scandaloso, figuriamoci liberarci delle scatole dove con cura li abbiamo ordinati come in un archivio per età anagrafiche.
Eppure il sapere che dovremmo trasmettergli dalla cattedra ai banchi non sta mica nelle scuole, sta decisamente fuori dagli edifici scolastici, sparso per i tanti luoghi della città dai musei alle biblioteche, dagli archivi ai teatri, nelle architetture e nei monumenti, nella vita e nelle esperienze delle persone che potrebbero condividere le tante cose che sanno.
Ma anche quel sapere l’abbiamo catturato, pressato e confezionato nelle nozioni, nei libri di testo, nelle LIM e nei tablet. Tutto per istruirli ed educarli con dosi di sapere artefatto, precotto e predigerito. Impresa difficile dentro quelle scatole portare bambini e adolescenti a scoprire l’avventura del sapere, il piacere del sapere fino ad amarlo e desiderarlo quasi come un oggetto erotico per dirla con Massimo Recalcati.
Viviamo nella società della conoscenza e, strano a dirsi, ai nostri ragazzi la conoscenza gliela forniamo fuori della società, il più lontano possibile dai suoi rumori e interferenze.
Educare, formare, istruire tra gli adulti, anziché separati e lontani da loro, pare qualcosa che sa di addestramento proprio delle società primitive non di una scuola invenzione degli stati moderni.
E allora classi chiuse, perimetri delineati in modo ferreo, zaini, compiti, un’altra vita dalla vita che sta fuori nella società della conoscenza, nella società dell’istruzione continua dalla nascita alla tomba, tutto un altro mondo dal mondo di tutti i giorni.
La gaia scuola un ossimoro sacrilego.
Sarebbe bello se anche nella nostra città amministratori, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici celebrassero l’inizio del nuovo anno scolastico trovando il tempo di leggere un libretto, poco più di un centinaio di pagine, “La gaia educazione”. L’ha scritto Paolo Mottana, professore di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, e tra i fondatori del progetto “Tutta un’altra scuola”.
Un’utopia? No, un’eutopia, spiega Mottana. La scuola come luogo buono e giusto, una sorta di tana, di base dove ci si rifugia a organizzare le proprie avventure, le incursioni in città, fuori nella società della conoscenza a scoprire cosa offre o come poter interagire lungo la strada che porta a conquistare il sapere. Per Mottana si tratta di invadere il territorio di esperienze, partendo dalla scuola-tana dove ci si trova la mattina per decidere dove andare, quali esperienze compiere, quali progetti mettere in cantiere. Non per fare cose astratte, ma per fare qualcosa di coinvolgente e partecipativo.
Far cadere le mura dove abbiamo rinchiuso bambini, ragazzi e insegnanti per fare educazione diffusa, educazione che invada delle loro voci, energie e intelligenze la città, che rompa il silenzio assordante degli adulti.
Significa fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza.
La scuola diffusa oltre le aule, diffusa non dalla navigazione con i computer, ma tramite la navigazione per le strade e i luoghi della città.
È uscito un altro libretto che Paolo Mottana ha scritto con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
La città educante”, Manifesto dell’educazione diffusa, come oltrepassare la scuola. Una alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale, per rimettere i nostri giovani, piccoli e grandi in circolazione nella società, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare e si alleino per assumere il ruolo educativo in maniera invasiva.
Ma questo richiede anche che la città sia ripensata e questo è compito e responsabilità dei suoi amministratori, sia ripensata come città dell’apprendimento, dove luoghi e strutture urbanistiche siano progettati per essere gli ambienti di apprendimento dei suoi giovani, per essere luoghi di incontro anche con i saperi, esperienze di conoscenza di prima mano capaci di nutrire il desiderio e la passione del sapere. Luoghi pensati per narrare il sapere, nel senso etimologico di ‘gnarus’, vale a dire di rendere esperti, la narrazione come modo per mettere ordine al disordine delle esperienze.
Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.
Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, di scuola totale, di scuola globale, dove gli edifici scolastici sono progettati per essere i punti di partenza e di ritorno.
Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, come del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare.

montagne

DIARIO IN PUBBLICO
La lunga estate calda e la cattiveria degli uomini

Lo confesso. Il pudore mi ha trattenuto.
Potevo scrivere sotto la pioggia e a 25 gradi di temperatura massima, mentre a Ferrara, dichiarata la città più calda d’Italia, si boccheggiava? Con voce esitante rispondevo alle telefonate degli amici, che avendo notato l’assenza chiedevano lumi e informazioni. E io, confortato dal cachemirino d’ordinanza, glissavo sulle notti serene che trascorrevo e trascorro bevendo con gli occhi le cascate di conifere e le lucine del cimitero-giardino all’inglese prospiciente il mio albergo che, non  per nulla, si chiama con un nome evocativo: “zum Engel – all’Angelo”.
I libri che alterno al lavoro d’ordinanza sono tutti della serie noir: ‘Corruzione’ di Don Winslow  e ‘Il caso Fitzgerald’ di John Grisham. Ad allietarmi c’è poi anche il catalogo inviatomi dall’amico carissimo Francesco Leone, autore della mostra sul ‘La Menorà’ che si tiene in questo momento al braccio di Carlo Magno dei Musei Vaticani e alla Sinagoga romana.
I polpacciuti ciclisti a frotte sbarcano dalle loro mountain bikes e s’immergono dopo doverosa pulitura nelle gelide acque della vasca della sauna o in piscina dove tra trilli di bambini si compie il rito del tentativo di imitare qualche divo/a del nuoto.

Tutto perfetto? Si se si avesse il coraggio di rinunciare a guardare tv e a leggere giornali. Così, prima dell’attesissima puntata di ‘The Alcyon’, voci non sufficientemente accorate raccontano atrocità: figlio che uccide sorella e madre, interi boschi in fumo causa incendi dolosi, la sesta ondata, nei millenni, che sta provocando la scomparsa di un numero impressionante di specie animali, la battaglia dei e per i migranti, l’Europa e i suoi problemi, ma soprattutto la lotta feroce per la leadership a sinistra. Ce la farà il Matteo di Rignano? Certo l’altro Matteo sta godendo così intensamente da presentarsi addirittura in giacca blu e con bavetta d’ordinanza nella sede estera dei giornalisti a Roma.

Sembra quasi che l’estate torrida porti con sé le punte estreme di una cattiveria umana mai appagata. Trump sventola sempre più forte il suo bananone paglierino, mentre moglie e figlia nei panni delle modelle della politica insegnano il ‘mauvais ton’ alle dame in carriera .
Qui al confine con l’Austria non sembra attuarsi la minaccia dei carri armati al Brennero, ma per la prima volta dopo anni sotto i portici della città vecchia conto sei neri che chiedono la carità. Anche nel paradiso dell’immacolato Alto Adige si sta preparando la cacciata dal paradiso terrestre.

Fra poco  nell’Italia infuocata ritornerà (forse) un clima più mite, ma non nelle azioni umane. Rimbrottino del vecchietto in vacanza? Probabile. Allora non è atto di viltà rifugiarsi tra libri e poesia, tra musica e musei, così da dichiarare, ancora una volta, che l’unica salvezza proviene solo dal preservare la dignità umana.

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Un sogno all’incontrario. Quale Cultura per la Ferrara di domani

da Francesco Monini

In un indimenticato monologo, un giovane Paolo Rossi (anche lui un po’ ferrarese) racconta di un sogno affatto strano, un sogno che forse capita solo una volta nella vita, “un sogno all’incontrario”. Sogna cioè una città ribaltata, dove i ruoli si invertono, gli ultimi diventano i primi e gentilezza e ascolto reciproco contagiano la città come un’epidemia.
La storiella di Paolo Rossi non fa tanto ridere, ma fa pensare parecchio. Come la favola di ‘Totò il buono’ di Zavattini, risponde a una domanda tanto ingenua quanto impertinente: ma davvero le cose non potrebbero andare in un altro modo?
Verissimo, i sogni non bastano. Con i sogni non si manda avanti la baracca. Né una famiglia, né una città. Ma dietro ogni sogno si cela sempre una visione: quello che siamo, soprattutto quello che vogliamo diventare. Non chiedo quindi al sindaco Tagliani di essere più fantasioso o più onirico. E’ giusto però partire proprio dal suo sogno ariostesco-bassaniano (ospitato da questo giornale il 16 giugno). Il sindaco enumera e difende le tante iniziative, eventi, progetti messi in campo dalla sua amministrazione, ma – è questo che più mi interessa – propone in filigrana la sua visione di fondo, la sua “idea di cultura” e, anche se in modo implicito, la sua scala di priorità in campo culturale.

I successi riportati da questa Amministrazione, in termini di mostre (fortunatissima quella sull’Ariosto), di eventi (piccoli, medi e grandi) e di promozione internazionale di Ferrara, dei suoi eroi e dei suoi tesori, sono innegabili.. Ugualmente evidente (anche se solo in parte vincente) è lo stretto binomio tra Arte & Cultura da una parte e promozione economica e turistica di Ferrara e del suo territorio dall’altra che ha guidato le scelte del suo governo. Dopo alcuni anni di flessione, possiamo registrare l’aumento delle presenze turistiche e la nascita di tante attività che il volano turismo ha messo in moto.
Sono poi in cantiere due enormi contenitori culturali: il Meis di Piangipane e la fabbrica dell’ex Teatro Verdi. Non entro qui nel merito dei due progetti culturali. Pongo però un interrogativo: riuscirà la città, non dico a far fruttare ma semplicemente a mantenere in vita queste grandi istituzioni? Se infatti tutti i lavori, compresi gli allestimenti interni, godono di finanziamenti regionali e nazionali, il peso della gestione corrente (personale, utenze, manutenzioni) credo verrà a gravare puntualmente sul bilancio comunale. Formulo quindi gli auguri di rito, ma i dubbi rimangono. Se mi guardo indietro, vedo una lunga e tristissima fila di musei ferraresi nati e morti bambini: il Museo della Metafisica, il Museo Antonioni, il Padiglione di Arte Contemporanea, il Museo dell’Illustrazione, il Museo dell’Architettura, la Sede dell’Ermitage di via Giovecca, Proprio in questi giorni, alcuni amici dell’Anpi mi dicevano della imminente chiusura (temporanea?) del Museo del Risorgimento e della Resistenza. Fa (e non mi pare poco) 15.000 visitatori l’anno ma servono locali per bar e bookshop per la Galleria dei Diamanti.
Ma non voglio perdermi nel particolare. Su questa o quella iniziativa, su questo o quell’evento, possono e devono esserci idee e opinioni diverse. Ben vengano anzi. Il tema non è apprezzare o contestare singole decisioni della politica culturale del governo locale ma discutere se la politica culturale scelta per Ferrara abbia un respiro sufficiente o comunque adeguato. Il problema insomma, è ancora quello della visione, del ruolo e della funzione che assegniamo alla cultura a Ferrara. Lo ricordava anche Gianni Venturi (sempre su queste pagine) lamentando una cultura indirizzata e fruita dai ‘soliti noti’.

Ecco il punto. A me pare che il progetto culturale (pur condito da tante buone cose fatte o messe in cantiere) dell’attuale governo locale sconti una visione superata dagli eventi. In sostanza, viene ancora riproposta (riveduta e corretta) la vecchia idea, nata negli anni ’80, di “Ferrara Città d’arte e di cultura”. Un’idea certo interessante, che valorizzava il potenziale ancora inespresso della prima città moderna d’Europa, ma che già allora scontava il suo limite economicistico (la cultura al servizio del volano turistico) e i gravi pericoli di sbilanciamento sociale: prima i turisti e poi i cittadini, prima l’effimero e dopo i servizi permanenti, prima il Centro e dopo, molto dopo le periferie.
Da allora l’Italia è cambiata e di molto. La concorrenza su mostre ed eventi è diventata una lotta serrata tra decine e decine di città medie e piccole, ugualmente belle, o magari meno belle di Ferrara, ma dotate di un’economia più forte e di sponsor privati disposti a investire in cultura. Parallelamente l’economia ferrarese si è impoverita, sono scomparsi o volati altrove molti attori economici importanti. Infine il colpo di grazia: l’affondamento della Carife e della sua Fondazione ha privato la municipalità del suo maggiore alleato privato nel campo della promozione culturale.
Ma l’Italia, compresa la nostra amata Ferrara, è cambiata in modo ancora più drammatico. Otto anni di crisi hanno picchiato forte. L’imperativo categorico del rientro del debito ha fatto strage sociale. Certo, lo pretendeva l’Europa matrigna, vero, lo imponeva il governo centrale tagliando i fondi ai municipi, ma anche questa amministrazione ha fatto suo il medesimo obiettivo. Con qualche successo (il debito di Ferrara è calato) ma con effetti recessivi evidenti. Crisi e tagli alla spesa ci consegnano una città dolente e impoverita: se non vado errato, oltre l’8% di cittadini ferraresi sono sotto la soglia di povertà.
In ultimo, la atrocemente detta (dalla Destra), “invasione”. Fatto sta che Ferrara, i nostri quartieri periferici, le nostre scuole, sono oggi una “città diversa” e (sia concesso almeno questo al Sindaco e alla sua Giunta) molto più complicata da governare. Premono nuove e importanti priorità se davvero vogliamo avviarci verso una società pacifica e multietnica: il problema di una accoglienza degna, di avviare un dialogo fecondo tra culture diverse, di pensare a nuove modalità di inclusione sociale e di partecipazione democratica.

Si tratta forse di elaborare un altro sogno, qualcosa di simile al “sogno all’incontrario” cui accennavo all’inizio. Non sia mai detto, non dobbiamo abbandonare Ariosto, Bassani e le nostre glorie, e neppure mandare a mare i bed and breakfast sorti coraggiosamente in città, ma capire che la CULTURA a Ferrara ha un compito più alto, che proprio la cultura può rappresentare il conduttore di una nuova coesione sociale.
Come? In primis non dimenticando che il diritto alla cultura è un diritto di tutti e che il primo compito di un governo locale è ricercare, promuovere e assicurare a tutti l’esercizio di questo diritto. Tutti, ferraresi di nascita e nuovi arrivati. Puntare quindi a una cultura che si fondi sulla partecipazione, una “cultura partecipata”, dove possano trovare aria, spazio, ascolto (e anche qualche soldo) le proposte formulate dai semplici cittadini e residenti. Una cultura dell’inclusione e del dialogo, con una attenzione particolare ai nuovi arrivati e ai meno fortunati. Una cultura diffusa, che arriva, ascolta, riempie di vita le periferie e non concentrata solo nel salotto buono di Ferrara.
“Cultura è il modo di vivere, di parlare, di abitare le case”, scriveva Fernand Braudel. O Antonio Gramsci: “La cultura non è un magazzino di informazioni ma è conquistare coscienza di sé e di ciò che abbiamo attorno”. O Vittorini: “La cultura non è professione per pochi, è una condizione per tutti”. O Lorenzo Milani: “Nessuno escluso!”, non è forse questo il suo testamento spirituale? Forse abbiamo fatto lo sbaglio di restringere il concetto di cultura in un prezioso fazzoletto. Dovremmo, invece, pensare alla cultura come a una “grande occasione”, come a un campo (grande come tutta la città) dove seminare e far germogliare una Ferrara pacifica e operosa.

Mi si dirà: a che serve sognare la luna?
Voglio allora concludere anch’io con la Spal. Ricordo che mio padre, tiepido spallino, ringraziava (sottovoce però) l’inarrestabile parabola discendente della squadra dopo i fasti dell’era Mazza. Così non fosse stato, era già pronto il progetto per piazzare il nuovo stadio nel bel mezzo del parco urbano, vanificando l’idea geniale dell’ “Addizione Verde”, dalle Mura al Po. Oggi invece a Ferrara è festa grande. Tanto grande che mi viene da pensare che dietro l’entusiasmo per la remontada e per il successo sportivo raggiunto ci sia anche dell’altro. Forse una ritrovata identità, il piacere di stare insieme (simbolo di una possibile città armoniosa). L’adesione al “sogno Spal”, anche solo inconsciamente, mi pare riflettere una “voglia di tornare a contare”, di essere coinvolti, protagonisti di un sogno collettivo..
Alla Spal, quindi, un doppio grazie. Per allora, per il grande polmone verde salvato dal cemento e restituito al piacere di tutta la comunità. E per oggi, per un sogno spallino che chissà, potrebbe maturare fino a tradursi nel sogno di città partecipata, dove nessuno si senta escluso.

Leggi
Il sogno del sindaco Tagliani fra epica cavalleresca e poco epiche cronache (di Tiziano Tagliani)
Il sogno di “Astolfo” Tagliani e i prosaici oltraggi degli ingrati (di Gianni Venturi)

Salone del Restauro a Ferrara fra conservazione e valorizzazione del paesaggio e della cultura

di Maria Paola Forlani

Ѐ tornato nella storica sede di Ferrara Restauro-Musei – Salone dell’Economia, della Conservazione, della Tecnologia e della Valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali – XXIV edizione, che quest’anno è stato accreditato come fiera internazionale e si svolge fino a oggi 24 marzo 2017.
Anche questa edizione conferma la veste cucita insieme al Mibact – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, partner storico della manifestazione, il quale ha individuato nel Salone la giusta cornice per rappresentare il Sistema Museale italiano in tutta la sua interezza e complessità e ha collaborato all’introduzione – a partire dalla scorsa edizione – del nuovo evento dedicato alle realtà museali e ai faticosi percorsi di restauro, dopo gli ultimi eventi sismici.

“L’Italia è un paese notoriamente soggetto a continui eventi sismici – afferma l’architetto Franco Purini, professore emerito del Politecnico di Milano –  Tanto per non andare oltre gli ultimi cinquant’anni i terremoti del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, di Napoli e della Basilicata, dell’Umbria, dell’Aquila, dell’Emilia e l’attuale sisma che ha coinvolto parte del Lazio, del Molise e dell’Abruzzo hanno causato non solo molte vittime ma anche notevoli distruzioni del patrimonio edilizio, comprese importanti testimonianze storiche ed artistiche.
“Alla sismicità di gran parte della penisola – aggiunge – si somma una condizione geologica instabile e una carente manutenzione del territorio a causa delle quali succedono ogni anno frane, inondazioni, incendi. Aggravato anche da una edificazione non solo sempre più estesa ma anche, in molti casi, impropria, questo quadro mette in evidenza una situazione critica che negli ultimi anni è notevolmente peggiorata.
“Sarebbe necessaria una ricostruzione del suolo italiano come impegno del paese, con una flessibilità di qualche decennio, al fine di assicurare alle prossime generazioni un abitare sicuro, armonizzato con la scena ambientale, quantitativamente equilibrato. Un abitare che non abbia bisogno di molte nuove costruzioni ma di un recupero del costruito esistente reso capace, tramite opportuni interventi, di affrontare eventuali nuovi episodi sismici o altre calamità.
“In sintesi la ricostruzione dopo il terremoto come quello ancora in corso ad Amatrice con scosse quotidiane che producono preoccupazioni e disagi crescenti nella popolazione, aumentando il suo disagio, dovrebbe essere effettuata secondo alcuni principi.
“Il primo principio è quello della partecipazione – spiega ancora Purini -. Nessuna decisione, a qualunque livello, dovrebbe essere presa al di fuori di un lavoro comune svolto dalle popolazioni interessate, dai loro rappresentati, dalle autorità statali e dai tecnici. Solo una pratica partecipativa può infatti impedire che le scelte interrompano consuetudini insediative consolidate creando non solo disorientamento e disordine, ma rompendo soprattutto quel vincolo fisico e ideale delle popolazioni con il loro territorio, la loro città e la loro comunità.
“Il secondo principio è quello di ricostruire dov’era e, se possibile, com’era. Ciò significa che l’impianto urbano dei centri distrutti o danneggiati dovrebbe essere confermato, anche modificando la legislazione esistente, per restituire alle comunità colpite dal sisma il tracciato delle loro città e, quindi, della loro vita”. E conclude: “Il terzo principio è quello di realizzare all’interno di un sistema a rete, che colleghi una congrua serie di centri, alcuni presidi attrezzati con strumenti e risorse per fronteggiare localmente le crisi derivate da improvvisi fenomeni naturali o da qualsiasi altro avvenimento catastrofico”.

A Ferrara i segni del terremoto sono ancora visibili tra chiese, ancora, chiuse edifici importanti da restaurare e percorsi di viabilità.
Il Castello è in attesa di un serio maquillage, con superfici che si sfaldano a vista d’occhio, attende il grande e determinato intervento. Palazzo Massari ha iniziato la lunga impresa di ricostruzione, su palazzo dei Diamanti, molte sono le perplessità degli esperti. Il degrado terrificante dei chiostri dell’antico monastero di San Benedetto in cui l’affresco del 1573, nell’antirefettorio dell’ex monastero dei benedettini, attribuito a Ludovico Settevecchie o al Dielai, seguace di Dosso Dossi, pone Ludovico Ariosto fra san Sebastiano e santa Caterina nella gloria del paradiso.
L’affresco, tutt’ora, non se la passa molto bene, fu incerottato dalla Ferrara Decus nel 2004, già in forte degrado; in dodici anni nulla è cambiato se non in peggio, tanto che in luglio un’ispezione ha accertato nuove fessurazioni e distacchi di pezzi, che solo la velinatura trattiene. La sala in cui si trova è inaccessibile ma agire sarebbe urgente.

La Fiera del Restauro propone il percorso di alcune Delizie ed edifici di pregevole eleganza e storia del territorio ferrarese. Come non sottolineare lo sfregio fatto alla bella ‘Casa Cini’ abitazione natale di Vittorio Cini, che il nobile mecenate volle donare “alla cultura e alla gioventù ferrarese” (come dice la lapide da lui posta) e che ora risulta smembrata architettonicamente a causa di molteplici e non ‘chiare affittanze’, perdendo così la sua freschezza di edificio unitario, di grande accoglienza e solidarietà. Resta la bella casa di Ludovico Ariosto, che ospitò il celebre poeta nell’ultima parte della sua vita, situata oggi nell’addizione Erculea a Ferrara, in via Ariosto 67.
Si tratta di un semplice edificio in mattoni a vista, realizzato probabilmente su disegno di Girolamo da Carpi. Qui l’Ariosto trascorse gli ultimi anni, dedicandosi alla terza e definitiva redazione dell’Orlando Furioso, del 1532.
All’interno, nel piano nobile è sistemato un piccolo museo dedicato al grande poeta: vi si trovano un calco del suo calamaio, la sua sedia e varie medaglie che lo raffigurano. Oltre al museo nell’edificio si svolgono eventi, presentazioni di libri, mostre d’arte contemporanea e incontri con i giovani che occupano con le loro opere quelle sale e il giardino creato all’epoca dal poeta. Fra poco questo incanto sarà snaturato con ingombranti mobili provenienti dalla casa di Giorgio Bassani e dell’incanto dell’Ariosto e della magia di quella abitazione non resterà più nulla.

I cittadini disorientati e increduli si pongono domande, vorrebbero essere consultati e non sempre vittime di capricciose speculazioni di potere. Eppure il Museo del Meis possiede sale completamente vuote e, credo accoglierebbe gli arredi dello scrittore del ‘Giardino dei Finzi e Contini’, inoltre tutti sappiamo che già esiste una biblioteca Bassani e molto ancora a Casa Minerbi con ancora molti spazi disponibili.
Alla Fiera del Restauro, sono presenti gli operatori e le ditte che hanno risanato e stanno contribuendo a risanare le ferite del terremoto.
Un terremoto non distrugge solo le cose fisiche, le persone, le case, i mobili, gli abiti, le fotografie, i luoghi di lavoro, i mezzi di trasporto e qualsiasi altro manufatto utile alla vita, ma anche la memoria delle comunità colpite. Quando quest’universo scompare, in tutto o in parte, le memorie personali e quelle collettive rischiano di scomparire definitivamente. Da qui il problema di ricostruire, assieme ai centri colpiti, il senso di un’identità comune, il valore singolare e irripetibile di ciascuna vita, il disegno superiore di una comunità che, generazione dopo generazione, viene inciso nel mondo fisico e in quello ideale.
Così le violenze ‘umane’ sul territorio che nessuno può arginare chiedono giustizia, o sugli edifici, proprio come casa Cini e Casa dell’Ariosto a Ferrara che nella loro ‘silenziosa’ bellezza aspirano solo continuare a dialogare con la propria comunità e la propria storia

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Una notte in museo

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21 maggio 2016: Notte Europea dei Musei. Giunta nel 2016 alla sua dodicesima edizione l’iniziativa si svolge sotto il patrocinio del Consiglio d’Europa, dell’Unesco e dell’ICOM e si colloca tradizionalmente a ridosso dell’International museum day, evento annuale promosso dall’ICOM fin dal 1977 rivolto alla valorizzazione dei Musei e del Patrimonio culturale. Lo scopo è valorizzare l’identità culturale europea. Alla precedente edizione hanno aderito oltre 3000 musei distribuiti in 30 nazioni europee.
Per l’occasione, come è ormai tradizione, è prevista una apertura straordinaria di tre ore dei musei aderenti, oltre il consueto orario, al prezzo simbolico di 1,00 euro, salvo le gratuità previste per legge.

A Ferrara l’apertura straordinaria riguarderà Casa Romei, il Museo del Castello Estense, il Museo Archeologico Nazionale, il Museo Civico di Storia Naturale, l’Abbazia di Pomposa e Museo Pomposiano.
Le iniziative del Museo del Castello Estense e del Museo Civico di Storia Naturale
Consulta l’elenco dei musei italiani aderenti [qui]

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Pablo Picasso

Datemi un museo e ve lo riempirò. (Pablo Picasso)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

ALTRI SGUARDI
La rivoluzione del museo del ministro Franceschini: eclissi o rinascita della cultura?

di Maria Paola Forlani

La religione dell’arte ha i suoi proseliti e i suoi luoghi di culto: i musei. Destinati a ospitare la bellezza, essi stessi divengono spesso belli ancor più delle opere che ospitano, non solo per l’insieme delle collezioni, ma per il connubio delle stesse con l’architettura, la luce, lo spazio, la decorazione e l’atmosfera dell’ambiente.

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Il museo Guggenheim di Bilbao

Questa capacità dominante dell’architettura, o comunque del luogo, è stata particolarmente percepita nell’epoca contemporanea, dando luogo alla costruzione di edifici nei quali il progetto architettonico prevale sulle opere che contiene. L’esempio lampante tra molti è il Museo Guggenhem di Bilbao di Frank Gehry.
Tra i musei del passato però, la cui qualità architettonica peraltro è sempre rilevante, ve ne sono non pochi il cui fascino non proviene solo dall’architettura o solo dalle opere, bensì dal felice rapporto fra contenitore e contenuto. L’importanza delle modalità espositive è sempre stata sentita e lo è sempre di più. Sta anzi divenendo una disciplina a sé stante e nel visitare un’esposizione non si giudicano più soltanto le opere esposte, ma anche, talvolta soprattutto, il modo in cui sono esposte. Autore (o autori), regia (o sceneggiatura) e scenografia assumono quindi pesi quasi equivalenti, in un’esposizione o nell’allestimento di un museo come in uno spettacolo teatrale.
Luoghi di contemplazione, i musei risentono dell’aura mistica di luoghi in qualche modo sacri: cattedrali dell’arte, monasteri di bellezza. E nei casi frequenti in cui essi sono stati in origine abitazioni di collezionisti o di artisti riescono a documentarci anche una condizione di vita perduta, assumendo uno straordinario significato storico ed evocativo che sarebbe pressochè impossibile ricostruire. Il museo spesso, è stato detto, è l’orfanotrofio delle opere d’arte, nate per altre destinazioni e a queste sopravvissute, qui trovano protezione e visibilità. Malgrado questo traumatico cambiamento di vita, talora esse riescono a ristabilire con il nuovo ambiente un armonioso quanto miracoloso rapporto e a ricostruire l’aura del luogo di provenienza, palazzo, chiesa, casa, atelier e così via. Non a caso spesso erano e sono edifici storici a venire adibiti a musei.
Il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?”, tenutosi all’edizione appena conclusa del Salone del Restauro nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei” (a cura di Letizia Caselli), ha posto il problema di come il museo dinamico possa essere proteso alla ricerca.
Il progetto “La città dei musei. Le città della ricerca” presentato nel 2015, si propone di affrontare in modo costruttivo e propositivo l’argomento della ricerca nei musei con alcuni puntuali riflessioni. La recente riforma Franceschini ha riorganizzato il sistema museale italiano dal punto di vista amministrativo e giuridico con la costituzione di venti musei autonomi e di una rete di diciassette Poli Regionali che dovrà favorire il dialogo continuo fra le diverse realtà museali pubbliche e private del territorio, ma ha affondato le radici in problemi complessi e di lunga data.
Una riforma che ha suscitato non poche reazioni e perplessità, quando non di aperta contrarietà, sia da parte di esperti della cultura italiana sia di alcune componenti degli stessi apparati ministeriali.
Le ‘antiche’ e diverse questioni riguardano innanzitutto il ruolo, la funzione e lo status effettivo dell’istituto museale, la sua autonomia scientifica e formativa, in un momento di debolezza e cambiamento del concetto tradizionale di cultura e delle categorie culturali e in un contesto di risorse drasticamente ridotte, personale scientifico insufficiente, terziarizzazione spinta, non solo dei servizi, ma anche della produzione culturale.

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Ѐ necessaria una nuova visione. Visione in cui istituzioni, università e musei dovranno innanzi tutto formarsi e formare per poter affrontare una realtà che richiede figure diversamente formate rispetto a quelle di oggi e nella quale vanno declinati e focalizzati modi specifici di ricerca, poi condivisi tra paesi diversi, in allineamento con le tendenze che si stanno affermando nelle principali città europee, anche in funzione di finanziamenti e progetti concreti.
Tuttavia il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?” ha risentito, nel dibattito e nelle relazioni, proprio di tutte le ambiguità della nuova riforma e della pesante alleanza con il privato per il recupero di nuove risorse, auspicate dal Ministro come ‘unica salvezza’ del patrimonio artistico. In realtà le sedicenti verità sui privati, spesso privi di finalità umane e di vera crescita, si scontrano con il metro della Costituzione. L’articolo 9, e i suoi nessi con gli altri principi sui quali è stata fondata la Repubblica, ha spaccato in due la storia dell’arte, rivoluzionando il senso del patrimonio culturale. La Repubblica tutela il patrimonio per promuovere lo sviluppo della cultura attraverso la ricerca (art.9) e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e per la realizzazione di un’uguaglianza sostanziale (art.3).
Oltre al significato universale del patrimonio, questo sistema di valori ne ha creato uno tipicamente nostro: il patrimonio appartiene a ogni cittadino – di oggi e di domani, nato o immigrato in Italia – a titolo di sovranità, una sovranità che proprio il patrimonio rende visibile ed esercitabile. Il patrimonio ci fa nazione non per via di sangue, ma per via di cultura e, per così dire, iure soli: cioè attraverso l’appartenenza reciproca tra cittadini e territorio antropizzato. Perché questo altissimo progetto si attui è necessario, però, che il patrimonio culturale rimanga un luogo terzo, cioè un luogo sottratto alle leggi del mercato. Il patrimonio culturale non può essere messo al servizio del denaro perché è un luogo dei diritti fondamentali della persona. E perché deve produrre cittadini: non clienti, spettatori o sudditi.

La conoscenza è l’unica medicina capace di curare, fermare, forse vincere questa epidemia di disumanizzazione. Nella nuova riforma Franceschini il dominio dei privati è destabilizzante, i nuovi direttori, come reali ‘dittatori’ senza nessun approccio reale con le sovrintendenze (ormai sparite), creano fantasmi nei collaboratori silenziosi, i più giovani sono privi di possibilità di entrare come veri protagonisti di una vera collaborazione o ‘ricerca’ retribuita, ma restano sudditi senza possibilità di uno spiraglio di un lavoro in prospettiva.
I privati hanno creato, spesso, vere dispersioni di capitali e oltraggi architettonici ormai incurabili. Mi riferisco alle violenze strutturali della dimora del conte Vittorio Cini, in via Santo Stefano a Ferrara, che ha perduto i suoi contorni medioevali per la bramosia di ‘ipotetici’ acquirenti della diocesi che hanno trasformato un luogo di cultura e d’arte in un ambiguo ‘condominio’, mentre le biblioteche e la collezione d’arte sono scomparse.

L’EVENTO
Il rapporto fra città e musei, se ne parla al Salone del Restauro di Ferrara

Durante il Salone del Restauro, nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei. Le città della ricerca” – responsabile scientifico Letizia Caselli – promosso da Acropoli srl in collaborazione con Bologna Fiere, giovedì pomeriggio in Sala Ariostea (Pad. 5), dalle ore 16.30 si terrà l’incontro “Cambiamo aria. Porte aperte nei musei” organizzato da Siti. Quotidiano on line dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco” (www.rivistasitiunesco.it) e Ferraraitalia.

La tavola rotonda si incentra sul tema della città e dei musei. Ferrara: patria degli Estensi, della Metafisica e di tanti altri strati che appartengono alla sua identità storica. Ma qual è la sua immagine, il suo volto culturale oggi?
Ne parlano in modo interdisciplinare, amministratori della cultura, docenti universitari, presidenti di associazioni di tutela e conservazione del patrimonio artistico e naturale, managers di imprese della cultura creativa.
Il processo della rigenerazione delle identità e delle differenze decostruite dalla globalizzazione è una sfida che riguarda ogni città che intende ri-costruire un’identità collettiva condivisa e spendibile fondata su un’autentica consapevolezza. Oggi si parla di identità non più solo locale, ma ci si confronta con una società multietnica. L’incontro è aperto alla comunità scientifica e a tutta la cittadinanza.

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Tavola rotonda “Cambiamo aria. Porte aperte nei musei”
Introduce Letizia Caselli
Presiede Ingrid Veneroso, coordinatrice di Siti. Quotidiano on line dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco
Interventi di
Massimo Maisto, assessore alle Politiche culturali del Comune di Ferrara
Patrizia Fiorillo, professore di Arti visuali, Università degli Studi di Ferrara
Michele Pastore, presidente della Ferrariae Decus – Associazione per la tutela del patrimonio
storico e artistico di Ferrara e la sua provincia
Antonio Scuderi, fondatore e CEO di Capitale Cultura, Verona
GianniVenturi, presidente dell’Associazione Amici dei musei e monumenti ferraresi

Giovedì 7 aprile 2016, Sala Ariostea, Pad. 5, ore 16.30-18.30

L’APPUNTAMENTO
Al Salone del Restauro di Ferrara un convegno sul futuro dei musei

da organizzatori

Si terrà venerdì mattina nell’ambito del Salone del Restauro di Ferrara il convegno “Musei & Musei. Verso il sistema museale nazionale?”, organizzato da Anmli- Associazione Nazionale dei Musei di Enti Locali e Istituzionali, in collaborazione con TekneHub-Università di Ferrara e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

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Il convegno intende mettere a fuoco l’attuale situazione dei musei italiani, alla luce delle riforme del Ministro Franceschini, che hanno valorizzato i musei statali, conferendo l’autonomia a 20 musei di particolare rilievo e nominando i direttori responsabili in seguito a una selezione internazionale.
Sono stati creati per i restanti musei statali i Poli Museali Regionali, che coordinano il servizio pubblico di fruizione e di valorizzazione sul territorio, avendo la possibilità di creare il sistema museale nazionale, con accordi con gli altri enti e le organizzazioni non statali.
Durante il convegno si discuteranno in particolare i riflessi che può avere la riforma sui musei degli Enti Locali, che sono la maggioranza dei musei italiani. Come potrà essere organizzato il sistema museale nazionale? Quali sinergie si potranno attivare per il territorio? Quali benefici e quali criticità ci possono essere per i musei degli enti locali?
L’Anmli, con l’introduzione e il coordinamento di Anna Maria Montaldo, presidente dell’Associazione, ha chiamato a confronto rappresentanti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e rappresentanti del mondo delle Autonomie Locali, per concludere con la testimonianza di due dei direttori dei nuovi musei autonomi, passati dalla direzione di importanti istituti comunali a quella impegnativa di due musei statali autonomi.

Introduzione e presidenza Anna Maria Montaldo, Presidente ANMLI
Ne parlano:
Giuliano Volpe, Presidente Consiglio Superiore del MiBACT
Fabio Donato, Presidente Comitato tecnico Scientifico Musei del MiBACT
Ugo Soragni, Direttore generale Musei del MiBACT
Mario Scalini, direttore del Polo museale Emilia – Romagna
Anna Maria Visser, ANMLI, Comitato tecnico scientifico Belle Arti del MiBACT
Alessandro Zucchini, Direttore dell’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia- Romagna
Massimo Maisto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara
Franco Marzatico, ANMLI, Sovrintendente Beni Culturali della Provincia di Trento
Laura Carlini, Direttrice Istituzione Bologna Musei
Paola Marini, ANMLI, Direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia
Enrica Pagella, ANMLI, Direttrice dei Musei Reali di Torino

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“Musei & Musei. Verso il sistema museale nazionale?”, venerdì 8 aprile dalle 9.30 alle 13.30, Sala Belriguardo, Padiglione 4, presso il Salone del Restauro – Ferrara Fiere

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Luoghi del sapere: i musei

Museo e città della conoscenza sono un binomio perfetto. Se uno vuole sapere dove ha casa la conoscenza in una città, cerca i suoi musei. In Germania, Brema, quella famosa per i quattro musicanti, come città della conoscenza si presenta attraverso i suoi sette musei, promettendo entusiasmanti spedizioni nel mondo delle scienze, avventure per i cinque sensi, il giro del mondo in 80 minuti e altro ancora.
L’International Council of Museum (Icom), nell’assemblea generale dell’Aja del 1989, definì il museo: “Un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che compie ricerche riguardanti le testimonianze materiali dell’uomo e del suo ambiente naturale, le raccoglie, le conserva, le comunica e soprattutto le espone a fini di studio, educazione e diletto.” Una cosa molto viva, palpitante, un luogo dove il sangue fluido del sapere scorre per tutte le vene.
È indubbiamente merito dell’Icom, come della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società (2005), se oggi i musei offrono opportunità nel passato insospettabili: ricchi siti web, percorsi didattici, laboratori, visite virtuali, bar e bookshop.
Eppure non abbiamo ancora acquisito famigliarità con queste abitazioni della conoscenza. Sono luoghi che ancora esercitano nei nostri confronti una certa soggezione, come le chiese, come tutto ciò che contiene un passato a cui si accede con timore reverenziale, attraverso riti che possono essere preparatori o di iniziazione, come lasciare oggetti, borse e indumenti in deposito prima di accedere alle sale o quelli gestiti e diretti dalle guide o dai delegati alle audioguide, che ti rivestono con lo stigma del perenne turista anche quando sei a casa tua.
In queste abitazioni della conoscenza, gli oggetti, che ne sono la ragione e l’espressione, abitano in modo così invasivo da rendere indifferente l’identità del loro occasionale ospite in visita, il quale pare lì giunto solo per rendere ossequio, muovendosi a una debita distanza, in rispettoso silenzio, spostandosi quasi senza calpestare o urtare lo spazio, in un luogo che pare tale solo per le opere o i cimeli esposti, ma desolatamente un non luogo, un lungo corridoio di transiti per i suoi visitatori.
Ci sono passaggi nella Convenzione europea sul valore dell’eredità culturale, citata più sopra, che meriterebbero una più attenta e aggiornata riflessione. Per esempio un’affermazione come questa: “Riconoscendo la necessità di mettere la persona e i valori umani al centro di un’idea ampliata e interdisciplinare di eredità culturale”, oppure “l’esercizio del diritto all’eredità culturale può essere soggetto soltanto a quelle limitazioni che sono necessarie in una società democratica, per la protezione dell’interesse pubblico e degli altrui diritti e libertà”.
Ecco. Pensavo che l’esercizio del “diritto all’eredità culturale” è qualcosa che riguarda la città della conoscenza e, nello specifico, quei quartieri in cui la conoscenza abita che si chiamano musei. Quartieri che forse dovrebbero dialogare, comunicare tra loro, individuare gallerie di transiti, di reciproci passaggi, di contaminazioni, richiami e rimandi, per porre al centro la citata “idea ampliata e interdisciplinare di eredità culturale”.
Penso ai musei come punto d’incontro per la comunità, come luoghi di apprendimento permanente, di valori democratici e di apprendimento intergenerazionale.
I musei depositari della nostra identità, perché luoghi di conservazione dell’eredità culturale e della memoria storica. E allora i musei dovrebbero diventarci famigliari, non indurci in soggezione. Come se ogni volta andassimo a visitare le spoglie del nonno al camposanto. Mentre conservano il passato, potrebbero accogliere il presente nella sua vitalità e nelle sue espressioni. Si tengono iniziative pubbliche nelle sale cittadine, nelle sale delle biblioteche, nei teatri. E i musei? Non hanno sale da aprire ai momenti di vita, agli appuntamenti della città? I concerti a palazzo Costabili, sede del museo Archeologico nazionale, sono stati una felice intuizione, questa è una delle strade da percorrere.
Avvicinarsi a un museo con uno spirito che non si limiti alla semplice visita lo rende un corpo vivo della città, un luogo del presente anziché un luogo coniugato al passato. E questo vale anche per tutti i luoghi in cui è di casa la cultura, dalle scuole alle università. Farli uscire dalla loro riservatezza, dalla loro esclusività, dal loro angolo di storia o d’uso, per aprirli alla vita del territorio. Questo è uno dei compiti fondamentali di una città della conoscenza, di una città che voglia famigliarizzare con i luoghi dell’apprendimento, integrandoli nella vita quotidiana delle persone.

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IMMAGINARIO
A tutto Halloween.
La foto di oggi…

Aaaaahhhhh… Uuuuuhhhh… Ahahahahahah… Non si erano mai divertiti tanto come quest’anno: mostri orribili, streghe malefiche e scheletri danzanti aspettano i bambini che avranno il coraggio di affrontarli e competere in bruttezza a colpi di dolcetto scherzetto.

Di seguito gli appuntamenti a loro dedicati in Castello, al Lapidario civico, alla Palazzina Marfisa e alla Casa del boia.

Aprite quel Castello: ‘Halloween’ al Castello Estense: sabato 31 ottobre alle 15.30, torna il tradizionale appuntamento con Halloween al Castello Estense di Ferrara. In programma un frizzante pomeriggio dedicato ai bambini dai 5 agli 11 anni con letture, narrazioni, giochi e “scherzetti”. Percorrendo le sale del Castello in compagnia delle guide, si avrà l’occasione di ascoltare storie misteriose e tenebrose, di partecipare a giochi a tema, di incontrare la stravagante cuoca degli Estensi intenta a preparare curiose ricette e di scoprire luoghi insoliti e segreti, solitamente non aperti al pubblico, per rievocare le giornate più cupe della secolare storia dell’imponente fortezza. Ma sempre con allegria, per spazzare via tutte le paure. Tutti i bambini sono invitati a partecipare alla visita animata con i loro costumi di Halloween e si consiglia di portare una torcia, che potrebbe servire per esplorare i luoghi più bui o a cercare oggetti misteriosi. Al termine della visita ogni bambino riceverà un “dolce” omaggio come vuole la tradizione di Halloween. La quota di partecipazione per ogni bambino è di 5 euro.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 0532 299233
e-mail: castelloestense@comune.fe.it
web: www.castelloestense.it

Festa di Halloween per bambini e ragazzi alla Palazzina Marfisa e al Lapidario Civico: sabato 31 ottobre i Musei civici di Arte antica e l’associazione Arte.Na invitano bambini e genitori ad una divertente “Caccia alle streghe”. L’attività didattica prevede visita animata e gioco alla Palazzina Marfisa d’Este (corso Giovecca 170) e al Lapidario Civico (via Camposabbionario 1). Bambini e genitori potranno partecipare in diverse fasce orarie:

– ore 14,30 e 16,30 per bambini dai 4 ai 7 anni al Lapidario Civico
– ore 15,30 e 17,30 per bambini dai 4 ai 7 anni a Palazzina Marfisa
– ore 20 e 22 per ragazzi dagli 8 ai 12 anni a Palazzina Marfisa

Costo 8,00 € per un bambino ed un adulto. E’ richiesta la prenotazione: all’associazione culturale Arte.Na, tel. 328 4909350, e-mail ferrara@associazioneartena.it

Halloween alla Casa del boia: Sabato 31 ottobre, il monumento cinquecentesco riscoprirà la sua anima ‘nera’ in occasione della serata di Halloween, la notte più misteriosa dell’anno con intrattenimento per bambini. Dalle ore 19.00, i bambini potranno sbizzarrirsi a realizzare piccole creazioni di terrificanti mostri con carta, adesi- vi e altri materiali (età consigliata 4-10 anni, non è necessaria la prenotazione). A seguire, i piccoli ospiti potranno effettuare una visita guidata al monumento, dove li aspettano sorprese e animazioni. La serata proseguirà con una improvvisazione di Le Scat Noir (ore 20.30). Le inziative sono ad offerta libera. Associazione Evart

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NOTA A MARGINE
Il Colosseo: uno scontro colossale

Non siamo gli unici, ma siamo come al solito differenti. Il 16 gennaio 2008 con una schiera numerosa di Amici dei Musei ci recammo alla National Gallery di Londra dove, con l’amico carissimo editore dell’Orlando Furioso del 1516, Marco Dorigatti, avremmo presentato la conferenza, “Ludovico Ariosto (1474-1533).Portrait of a Poet in Literature and Art”. Devotamente in ammirazione davanti al più famoso ritratto di Tiziano del gentiluomo in robone azzurro, erroneamente catalogato come il ritratto di Ludovico, venimmo avvicinati da cortesissimi addetti che ci spiegarono – mirabile auditu – che un improvviso sciopero del personale rendeva necessaria la chiusura delle sale. Sconcerto generale. Ma come? A Londra! Alla National Gallery! E la conferenza? Immediatamente venimmo confortati: finissimo pure la spiegazione del quadro di Tiziano, avrebbero atteso la conclusione. Inoltre non c’era da temere, dato che l’Auditorium sarebbe rimasto aperto. Cosa che accadde e a sentirci accorsero in massa fino a riempire tutti i 400 posti.

Rientriamo in “Itaglia” e vediamo come l’inaudito scontro fra sindacato e governo sulla liceità o meno dello sciopero indetto, con conseguente chiusura per tre ore del Colosseo, ci rende nello stesso tempo vittime e oppressori di decisioni che non ci fanno per niente onore. Francesco Merlo, un principe della penna e della satira, su “La Repubblica” del 19 settembre impietosamente chiarisce il pasticcio che non rende onore né ai sindacati né al governo, che introduce la nuova legge che fa dei siti culturali un “servizio essenziale”, come se anche nei servizi essenziali lo sciopero non fosse non solo praticato, ma reso tanto più efficace quanto più colpisce l’agibilità dei servizi. Una lotta tra le due sinistre come rileva Merlo? E qui ritorna la questione eterna di provvedimenti che vorrebbero, per dirlo con una metafora, far le nozze coi fichi secchi, la moglie ubriaca  e la botte piena: preservare i diritti inviolabili dei sindacati e garantire la fruizione di quello che è considerato con metafora ancor più stupida “il giacimento del petrolio” nascosto dei nostri beni culturali. Che miseria. Perché interrompere il servizio? Perché non accordarsi sui tavoli di confronto preservando l’immagine di un’Italia non solo e non sempre “Itaglia”, che sa gestire l’immagine del Paese che ha più bellezze al mondo, comunque vadano le cose? Non è limitazione di diritti acquisiti e non corrisposti, ma danno, e danno grave, a chi, nonostante le risoluzioni adottate dal Mibact in fatto di potenziamento dei musei, a volte sbagliate e irricevibili, crede ancora nell’uso civile e non politico delle nostre risorse culturali.
L’uovo di Colombo – si sa – non sta tanto nel cambiare i direttori dei musei o nel cercare di abolire la funzione delle soprintendenze, ma nel versare risorse decenti per far funzionare la delicatissima macchina dei siti culturali, né strangolati dalla necessità di produrre né abbandonati al loro destino di luoghi obsoleti.
Qualcuno, che sa pensare, e a cui mi dichiaro obbligato, con amarezza mi dice che bisogna pensare a un nuovo tipo di umanesimo culturale. Quando sarà, come sarà? Come si diceva nella retorica di qualche decennio fa la risposta è in mano degli dei. E a me spiace che non sia nelle mani della politica, come espressione delle nostre esigenze ed espressione etica oltre che attuazione della prassi.

Quanto poi alle contestazioni degli insegnanti, che non hanno permesso al ministro Giannini di parlare a Ferrara, ancora una volta la vicenda mi procura un torcibudella. E pesante.
Negli anni che ho attraversato e che coincidono con il momento cruciale del secolo breve, dal Sessanta in poi, ho sempre ritenuto che anche al più acerrimo nemico vada lasciata la facoltà di  esporre le proprie ragioni. E intavolare con lui un dialogo, che non vuol dire acquiescenza. D’altra parte, chi vuole e può esercitare un ruolo come quello del ministro non deve mai sottrarsi alle proprie responsabilità, il che significa anche sopportare il dissenso. Tuttavia sembra che questa prerogativa sia poco usata. Ricordo ancora una risposta che mi dette l’ex ministro Letizia Moratti quando ci recammo a Roma per invitarla, nell’anno lucreziano, ad assistere alla ripresa dell’“Orlando furioso” di Ronconi. Si negò perché, disse, non voleva essere contestata; sarebbe venuta se le fosse stata assicurata una visione “nascosta”, come quella del romanzo bassaniano “Dietro la porta”. Cosa che poi avvenne.
E non ha ragione Calvano quando rimprovera i dissidenti di non aver voluto far parlare la ministra. Sicuro che il dialogo – non posso controllare perché non c’ero – non potesse essere cercato con altre forme? In ogni caso dovere del ministro era quello di non abbandonare il campo.

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IMMAGINARIO
Odori in mostra.
La foto di oggi…

Annusare le essenze, sbirciare nelle serre, passeggiare. Dà l’occasione di fare tutto questo la visita guidata in programma all’Orto botanico di Ferrara. Un piccolo tour mirato a guardare e odorare le piante da cui si ricavano le essenze per i profumi. Perché l’orto è tappa della mostra “Stazioni olfattive”. L’esposizione è dedicata ai profumi, alla loro storia, ma anche alla possibilità di crearli. E’ allestita dentro a palazzo Turchi di Bagno, il portone di fronte a quello di palazzo dei Diamanti, che è poi una sede del Sistema museale di ateneo di Ferrara. Da qui si entra anche nell’Orto botanico universitario (normalmente accessibile da corso Porta Mare).

“Stazioni olfattive” è visitabile fino a domenica 19 luglio 2015, da lunedì a domenica ore 10-18, venerdì ore 10-17 a Palazzo Turchi Di Bagno, corso Ercole I d’Este 32, Ferrara. Ingresso libero.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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I vasi delle “stazioni olfattive” (foto Giorgia Mazzotti)
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Il famoso “naso” Pierre Bourdon a Palazzo Turchi di Bagno, a Ferrara
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Arancio amaro che apre il percorso tra le essenze del giardino (foto Giorgia Mazzotti)
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Orto botanico universitario (foto Giorgia Mazzotti)
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Sentiero nell’Orto botanico (foto Giorgia Mazzotti)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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LA RIFLESSIONE
La spoliazione della biblioteca di Casa Cini

di Maria Paola Forlani

In Italia i musei sono al servizio della sovranità del popolo, dell’uguaglianza sostanziale. Al servizio dell’integrazione e della dignità di tutti.
Al pubblico: non al privato. Come la biblioteca, anche il museo deve essere una piazza del sapere. Non un luogo dove si va una volta nella vita, per vaccinarsi: ma uno spazio pubblico aperto. Ai cittadini, prima che hai turisti. Un luogo dove i bambini possano crescere, gli adulti rimanere umani, gli anziani godersi la libertà.
Un luogo dove si va per vedere anche un’opera sola: come si va in biblioteca a leggere un libro. Il cuore vero del museo è la ricerca. Un museo che non fa ricerca è un deposito di roba vecchia. Il fine non è la tutela: la tutela è uno strumento per la conoscenza. Quella scientifica, che poi deve diventare diffusa. Un museo non è una discarica per politici trombati, presidenti di banca cacciati, giornalisti finiti, membri cadetti di grandi famiglie.
Un museo che non è guidato da un ricercatore è come un’aereo che non è guidato da un pilota. Il museo non può diventare opaco, non deve essere un feticcio, un idolo.
Il museo è un mezzo: più è trasparente, più funziona.

Nei giorni scorsi, significativamente, durante un intervento al Salone del Restauro, Giovanni Alliata ha descritto la galleria di palazzo Cini a Venezia. Di fatto come un museo dinamico ed attivo, oltre che per le sue storiche e straordinarie collezioni d’arte antica, per la coraggiosa e nuova apertura al contemporaneo. Ma, in questo contesto di mecenatismo, non bisogna dimenticare la straordinaria collezione di arte contemporanea che raccoglieva Casa Cini di Ferrara, abitazione in cui Vittorio Cini era nato. Questo luogo che il conte Cini donò (come dice la lapide) ai giovani e alla cultura era diventato, oltre che vivace centro culturale un vero e proprio museo, visitato e vissuto dalla cittadinanza e non solo, luogo di studio e di ricerca. Studio vuol dire amore, educazione vuol dire tirar fuori l’umanità che è chiusa nell’uomo, mentre il diletto è la dolcezza che ci avvince alla vita. Se un museo riesce a ridare a queste tre parole il significato etimologico, profondo, ebbene, quello è davvero un museo, e “Casa Cini” di Ferrara lo era veramente.
Ma ora quel museo non esiste più, la diocesi ha preferito disperdere tutto quel patrimonio, con le sue biblioteche e il suo intreccio d’amore.

Talebano. Così in Italia, è chiamato chi distrugge l’arte del passato – come i talebani veri, quelli dei Buddha di Bamiyan -; così il patrimonio di Casa Cini e gran parte della sua storia è stato distrutto senza pietà…

L’onestà intellettuale ci comanda di mettere in chiaro
che oggi tutti coloro i quali vivono in attesa di nuovi
profeti e nuovi redentori si trovano nella stessa situazione
che risuona in quel canto della sentinella di Edom
durante il periodo dell’esilio, raccolto nell’oracolo di
Isaia: “Una voce chiama da Seir in Edom: sentinella,
quanto durerà ancora la notte? E la sentinella risponde:
verrà il mattino, ma è ancora notte; se volete domandare,
ritornate un’altra volta”. Il popolo al quale veniva
data questa risposta ha domandato e atteso ben più di
due millenni, e conosciamo il suo sconvolgente destino.
Ne vogliamo trarre l’insegnamento che anelare e attendere
non basta, e faremo altrimenti: ci metteremo al nostro
lavoro, e adempiremo “alla richiesta di ogni giorno”
come uomini, e nel nostro lavoro.
(Max Weber, La scienza come professione, 1917)

Lettera aperta sulla distruzione del patrimonio culturale di Casa Cini idealmente indirizzata a don Franco Patruno [leggi]

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IMMAGINARIO
Primavera d’arte.
La foto di oggi…

Fine settimana all’insegna dell’arte per le Giornate Fai di Primavera, oggi e domani, anche a Ferrara.
Questi gli eventi gratuiti in programma.

VISITA AL PALAZZO DEI DIAMANTI – PINACOTECA NAZIONALE
Ferara – Corso Ercole I d’Este 21
SABATO 21 MARZO: ORE 10.00 – 17.30 (ULTIMO INGRESSO)
DOMENICA 22 MARZO: ORE 10.00 – 17.30 (ULTIMO INGRESSO)
VISITE GUIDATE a cura degli Apprendisti Ciceroni® del Liceo Scientifico Statale “A. Roiti” di Ferrara

VISITA AL PALAZZO FABIANI – GENTA (EX COLLEGIO POLO)
Ferrara – Via Madama, 35
VENERDÌ 20 MARZO: ORE 14.00 – 16.30 (ULTIMO INGRESSO)
SABATO 21 MARZO: ORE 10.00 – 17.30 (ULTIMO INGRESSO)
VISITE GUIDATE a cura degli Apprendisti Ciceroni® dell’Istituto CAT Superiore “Giovan Battista Aleotti” di Ferrara

Clicca qui per maggiori informazioni.

OGGI – IMMAGINARIO ARTE

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foto di Franco Colla
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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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