Tag: museo risorgimento e resistenza

LA FOTONOTIZIA
Ferrara LiberA

Anche quest’anno, come è ormai tradizione, nel pomeriggio del 25 aprile 2018 il centro di Ferrara rivive la propria ‘LiberAzione’, grazie un’azione teatrale che quest’anno ha visto coinvolti diversi soggetti accomunati dal riconoscersi nei valori della Resistenza e dalla convinzione che l’arte possa essere un valido strumento per tramandare la memoria.

Oltre al sostegno dell’ANPI Ferrara e del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara, la compagnia teatrale A_ctuar, l’orchestra della scuola di musica Musi Jam, il Coro delle Mondine di Porporana, il gruppo di lavoro nato all’interno del Centro Sociale La Resistenza di Ferrara ed un gruppo di cittadini di Pontelagoscuro provenienti dalla precedente esperienza del Teatro Comunitario.

Lo spettacolo itinerante ricorda il 24 aprile 1945, giorno dell’entrata in città delle truppe inglesi che sancì il definitivo ritorno alla pace e alla libertà anche per Ferrara.
‘LiberAzione’ perché al centro della scena c’è la ricostruzione attiva e comunitaria della memoria da parte di una comunità.
Una liber-azione per ricordare quanto la libertà sia un bene comune che si difende con la partecip-azione.

Il racconto fotografico dell’azione teatrale è di Valerio Pazzi.
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Alfredo Filippini, il decano degli artisti ferraresi in mostra a Bondeno

È il decano degli artisti ferraresi – Alfredo Filippini, 93 anni da compiere – a cui ora la Pinacoteca di Bondeno dedica una mostra personale con una carrellata di opere dagli anni Cinquanta ad oggi che mettono insieme dipinti e sculture. Nato a Ferrara il 22 ottobre 1924, Filippini inizia a dipingere molto giovane e il suo lavoro di impiegato in Ferrovia non lo distrae da una passione ininterrotta e arricchita negli anni da studi e specializzazioni in ambito artistico. «Ancora ragazzo – racconta il critico Lucio Scardino che ha curato la rassegna – prende lezioni dal pittore novecentista Ego Bianchi, in Valtellina, e poi già quarantenne si iscrive alla scuola di nudo dell’Accademia di belle arti di Bologna seguendo i corsi di Mascalchi e Montanari tra il 1968 e il 1971».

La statua di San Giovanni (foto GM)

A cinquant’anni inoltrati la voglia non dà segno di cedimenti ed è negli anni Ottanta che Filippini diventa allievo e poi collaboratore dello scultore Laerte Milani, docente nel laboratorio di arte allestito negli spazi fuori dal tempo dell’ex chiesa di piazzetta San Nicolò all’angolo con via Colomba, a Ferrara, dove ancora lo si può incontrare all’opera e in veste di maestro nei pomeriggi del fine settimana. Qui si dedica a creazioni ma anche a copie e restauro di opere antiche, come nel caso della statua in terracotta di San Giovanni Battista che si può ammirare in una strada del centro storico, nella nicchia della parete esterna del bar di via Cortevecchia (l’originale del ’400 è in Pinacoteca a Ferrara). La statua testimonia l’originaria presenza di una chiesa legata ai Templari in questo angolo di città: la chiesa della Trinità situata – si legge sulle pagine di “Ferrara nascosta” – nell’isolato compreso fra le attuali vie Cortevecchia-Boccaleone-Podestà-del Turco fino all’esproprio napoleonico (1798), citata in antichi testi come “Collegium hospitalis Sancti Johannis de Templo”, cioè dell’Ordine del Tempio.

Di stile invece personale la scultura di Filippini che si può vedere in un altro spazio pubblico di Ferrara, all’interno del Museo civico del Risorgimento e della Resistenza, ispirata al titolo del romanzo di Giorgio Bassani “Dietro la porta”. La terracotta realizzata nel 2010 mostra due adolescenti che origliano dietro una vetrata.

“Campagna dall’argine” di Filippini a Bondeno fino al 2 giugno 2017

A Bondeno sono esposti i dipinti che Scardino definisce di «un realismo atmosferico di grande finezza cromatica, con predilezione dell’ambiente ferrarese (come la veduta di via delle Volte e il Po di Pontelagoscuro dipinti nel 1950), ma anche di quello della costa romagnola (la foce del Bevano vicino a Cervia, del 2002) e delle montagne della Val Solda».

Alfredo Filippini (foto Giorgia Mazzotti)

Le statue partono invece dalla raffigurazione di antichi mestieri (lavoratrici della canapa, donne che vendono il pane, pescatori) «nel solco degli insegnamenti ricevuti dal suo principale maestro Laerte Milani», per arrivare fino alle più recenti produzioni plastiche di danzatori ma anche altre figure sportive come calciatori, pugili, sciatori, giocatori di basket.

I punti di riferimento artistici di Filippini sono il Rinascimento estense, il ferrarese Arrigo Minerbi (autore della statua dell’Acquedotto), Tiepolo, Donatello, Zurbaràn e sopra a tutti Michelangelo e Tiziano, di cui tiene copie di quadri a grandezza naturale appesi alle pareti della casa-laboratorio di via Boiardo, a Ferrara, come racconta Andrea Samaritani con parole e immagini in un articolo della Nuova Ferrara.

“Alfredo Filippini, dipinti e sculture” a cura di Lucio Scardino, Pinacoteca comunale Galileo Cattabriga, piazza Garibaldi 9, Bondeno (Ferrara), tel. 0532 899245. Visitabile a ingresso libero fino al 2 giugno, sabato ore 15.30-18.30, domenica e festivi ore 10.30-12.30 e 15.30-18.30.

I Calabresi: una famiglia ebraica ferrarese nella tempesta della Shoah

di Linda Ceola

Una donna tiene una boccetta di veleno per topi nella borsetta. E’ angosciata. L’’inutile strage’ della Prima Guerra Mondiale le ha sottratto il suo unico grande amore durante un combattimento, quindi dedica tutta sé stessa allo studio, ma il regime fascista non riconosce i suoi sforzi, poiché nelle sue vene scorre ‘sangue ebreo’. Si chiama Enrica Calabresi e il suo antidoto al fascismo continua ad affascinare non solo i diretti discendenti, ma anche coloro che vengono a conoscenza della sua storia personale.

Il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara accompagna i visitatori nel merito delle vicende storiche della famiglia Calabresi attraverso fotografie, lettere e documenti con la mostra inaugurata mercoledì nell’ambito delle celebrazioni del Comitato Provinciale 27 gennaio per la Giornata della Memoria.
La nascita di questo viaggio nel passato si deve all’incontro tra Antonella Guarnieri, direttrice del Museo, e Massimo Calabresi, pronipote di Enrica. “Ho voluto offrire inizialmente uno sguardo complessivo su quello che è stato l’apporto degli ebrei e il legame antichissimo degli stessi con la nostra città” afferma Guarnieri, grata della collaborazione di Elena Ferraresi e Martina Rubbi, curatrici della mostra. “Il popolo ebreo, che a causa delle persecuzioni si è ritrovato a vagare per il mondo, ha certamente sofferto moltissimo, ma in questa maniera ha sviluppato una grande apertura mentale che va ad esso riconosciuta” prosegue la direttrice. Inoltre l’obbligo religioso per i agazzi ebrei di saper leggere la Torah, rende lo studio un cardine del popolo del libro, tanto da annullare qualsiasi traccia di analfabetismo maschile, più diffuso nel genere femminile.
Enrica Calabresi è un esempio degno di nota in questo senso. Ultima di quattro fratelli nasce a Ferrara, in via Borgo dei Leoni 110, il 10 novembre 1891. Dopo aver frequentato il liceo Ariosto ed essersi iscritta alla Facoltà di Matematica presso l’ateneo ferrarese comprende che il suo percorso la sta portando altrove così si trasferisce a Firenze per studiare Scienze Naturali e prima ancora di ottenere il diploma di laurea viene assunta come assistente presso il Gabinetto di Zoologia e Anatomia Comparata dei Vertebrati.
L’eleganza e la bellezza di Enrica, testimoniate dalle fotografie e il suo amore sconfinato per lo studio, la portano a conoscere Giovan Battista De Gasperi, docente di Geologia e Geografia Fisica, cui Enrica si lega sentimentalmente. La brutalità della prima guerra mondiale non risparmia vite e spezza anche quella del giovane De Gasperi. Il dolore immenso di Enrica Calabresi inizia a sovrastarla, perciò si reca al fronte in veste di crocerossina e nella sofferenza di corpi mutilati e agonizzanti trova il modo di elaborare la propria.
Rientra a Firenze e riprende a lavorare come assistente fino al 1933, quando un collega in vista presso il regime fascista viene preferito a lei. Il cuore di Enrica sanguina ancora.
Con grande sorpresa nel 1937 le viene assegnata la cattedra di Entomologia Agraria presso l’ateneo di Pisa, incarico che le consente di gestire anche l’insegnamento presso il Liceo Ginnasio “G. Galilei” tra i cui allievi spicca Margherita Hack, che la ricorda nella prefazione di “Un Nome” di Paolo Ciampi (Giuntina), dedicato in toto a Enrica Calabresi: “[…] Una donna estremamente timida, che chi, come me, ha conosciuto solo come la professoressa di scienze: una figura di cui ci si sarebbe dimenticati facilmente, se non fosse per il fatto di essere stata colpita da quella ingiustizia disumana che furono le leggi fasciste sulla difesa della razza ariana. Infatti Enrica Calabresi si era macchiata della grave colpa di essere ebrea […]”.

Il 1938 è l’anno della promulgazione delle leggi razziali fasciste e nel silenzio del popolo la violenza diventa un’istituzione. Enrica decade dall’abilitazione alla libera docenza e viene cacciata dall’Università di Pisa. Il suo percorso burrascoso non conosce tregua ma senza darsi per vinta continua ad insegnare presso la scuola ebraica di Firenze e nel timore di chiedere aiuto a qualcuno mettendolo in pericolo sceglie di vivere sempre sola.
Francesco Calabresi, nipote diretto di Enrica ha una grande ammirazione per la zia, sorella del padre. Con voce sommessa racconta d’averla incontrata qualche giorno prima di essere arrestato e portato nel lager di Caserme Rosse a Bologna in quanto renitente alla leva: “era completamente terrorizzata – dice – non sapeva cosa fare e non voleva nemmeno nascondersi a casa di qualcuno poiché se l’avessero scoperto l’avrebbero fucilato istantaneamente”
Gennaio 1944. Enrica Calabresi sa molto bene qual è il suo destino. Un gruppo di fascisti fa irruzione nella sua abitazione, viene arrestata e trasferita nell’ex convento fiorentino di Santa Verdiana adibito a carcere. Arriva così il momento di aprire la borsetta. Estrae la boccetta di fosfuro di zinco, ne ingerisce il contenuto e in una lenta agonia si abbandona alla morte preferendola alla deportazione.

“Io credo che la storia della mia famiglia come quella di tante altre sia in grado di darci un’idea di ciò che è stato il regime fascista composto e sostenuto prima di tutto da italiani, non forestieri” sottolinea Massimo Calabresi pronipote di Enrica. “Si pensi ad esempio alla profanazione delle due sinagoghe presenti qui a Ferrara – continua Massimo – nonché all’Eccidio del Castello del ’43”.
Tra i vari documenti esposti in mostra figura anche il testamento del nonno di Massimo Calabresi in cui vengono citate le motivazioni della sua conversione. “Questa scelta, in un certo senso, non lo salvò – spiega il pronipote di Enrica – tanto che nella notte del 14 novembre 1943 vennero a cercarlo in via Vittoria, dove abitavamo, ma sbagliando numero civico non lo trovarono, consentendogli di rifugiarsi in casa di amici fino alla fine della guerra, mentre noi ci trasferimmo a Sabbioncello San Vittore”.
“Nessuno di noi scappa dalle proprie origini – conclude Massimo Calabresi – e io sono assolutamente orgoglioso delle mie radici ebraiche”.

La mostra “Una famiglia ferrarese ebrea. La storia d’Italia raccontata dai ‘Calabresi’ (1867-1945)”, a ingresso gratuito, rimarrà aperta al pubblico fino al 26 febbraio 2017, dal martedì alla domenica dalle 9:30 alle 13 e dalle 15 alle 18.

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IMMAGINARIO
Un mare di guerra.
La foto di oggi…

Ha 95 anni, adesso, Dante Leoni, testimone vivente di un pezzo di storia e protagonista dell’incontro di oggi al Museo della Resistenza di Ferrara. Nato a Longastrino, un paese diviso tra Argenta e Alfonsine e quindi tra la provincia di Ferrara e quella di Ravenna, Dante non ha ancora 19 anni quando scoppia la Seconda guerra mondiale. Viene arruolato in Marina e parte, via da quel mare tranquillo vicino alle paludi del Delta del Po per affrontare i mari aperti e tempestosi, tra cannoni galleggianti e siluri subacquei. Quell’esperienza e i pensieri legati a quei momenti li ha raccolti nel libro “2251… ricordi di mare e di guerra” (Cds edizioni di Ferrara). Ne parlerà oggi pomeriggio nella sala mostre del museo insieme con Enrico Trevisani (Archivio storico comunale) e Sergio Feletti (Centro di documentazione storica di Longastrino di Ravenna), che ha curato con lui la scrittura del libro. Coordina l’incontro Antonella Guarnieri, che dà così il via alla serie di incontri organizzati in questo mese per ricordare gli eccidi del 15 novembre 1943 e del 17 novembre 1944.

“Ricordi di mare e di guerra” verrà presentato oggi – giovedì 12 novembre 2015, ore 16,30 Museo del Risorgimento e della Resistenza, corso Ercole I d’Este 19, Ferrara.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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La Resistenza in un dipinto di Renato Guttuso

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…
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IMMAGINARIO
Valigie di vita.
La foto di oggi…

Le valigie, in questo momento, affollano camere, cofani e stive. Lui, una valigia, se l’è portata dietro tutta la vita. L’hanno aperta, suo figlio e sua nuora, quando lui se ne è andato. E dentro hanno trovato la vita di Arnaldo Pozza, sottotenente internato militare a Sandbostel Stalag XB durante la seconda guerra mondiale. Le istantanee scattate mentre era arruolato sui Balcani e il quaderno con appunti della quotidianità del campo di prigionia sono diventati un libro: “La valigia nascosta”, a cura del figlio Roberto Pozza, editore Tresogni di Ferrara. Dentro un po’ tutta la storia, ricostruita insieme con Sandra Travagli andando a cercare tra carte, immagini e ricordi di chi lo ha conosciuto: un uomo, le vicessitudini familiari tragiche e la capacità di vedere sempre in positivo ricordati da chi ha condiviso con lui quei momenti terribili e ne ricorda la pacata, riflessiva e sorridente umanità.

Il libro e i contenuti della valigia sono stati esposti al Museo del Risorgimento e della Resistenza, corso Ercole I d’Este 19, Ferrara

OGGI – IMMAGINARIO LIBRI

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Una valigia fa quasi da scrivania, poi conterrà foto, appunti, la vita intera di Arnaldo Pozza (foto dal libro “La valigia nascosta”)

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Mal di miseria.
La foto di oggi…

La pellagra, male della miseria. A questo flagello legato a un’alimentazione povera e basata in maniera quasi esclusiva sul consumo di farina di mais è dedicata la nuova mostra al Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara. Una rassegna di immagini e documenti al via oggi – inaugurazione alle 11 – che racconta la storia della drammatica situazione socio-sanitaria nelle campagne estensi, ma non solo, nel periodo tra 1859 e 1933. Quasi un secolo durante il quale la pellagra miete vittime e provoca sofferenze difficilmente immaginabili, perché colpiscono all’inizio la pelle, poi gli organi interni e alla fine anche tutto il sistema nervoso. A cura di Magda Beltrami e Mara Guerra con coordinamento scientifico di Antonella Guarnieri. In corso Ercole I d’Este 19, ingresso libero dal martedì alla domenica ore 9.30-13 e 15-18. Fino al 5 aprile.

OGGI – IMMAGINARIO STORICO

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“Panem nostrum” di Giuseppe Mentessi (1894), Galleria di arte moderna di Ferrara

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IMMAGINARIO
Guerra in bicicletta.
La foto di oggi…

Battaglioni di ciclisti che, in sella a questo mezzo di trasporto così familiare, vanno a sbaragliare le trincee nemiche. Nel centenario della Prima guerra mondiale a ricordare le imprese di questi gruppi particolari di soldati su due ruote ci sarà oggi il generale Franco Scaramagli, presidente dell’Unuci (Unione nazionale militari in congedo). E’ il Museo di Risorgimento e Resistenza di Ferrara a offrire questa nuova occasione per conoscere un pezzo poco noto ma appassionante di storia locale e non solo. Dei Bersaglieri in bicicletta – un corpo di importanza storica – tratterà oggi l’incontro nelle sale dove sono in mostra ancora fino a domenica 8 marzo le immagini di “E Beltrame disegnò la Grande guerra”. Alle 17, corso Ercole I d’Este 19.

OGGI – IMMAGINARIO STORIA

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Battaglione di bersaglieri ciclisti in un’illustrazione di inizio ‘900

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LA MOSTRA
C’era un ragazzo nel ’43, ora si racconta

Era un ragazzo ferrarese, William Ferrari. Alle spalle un’infanzia e una giovinezza tranquille tra via Calcagnini e Scandiana. Poi scoppia la seconda guerra mondiale e lui entra in Marina. L’8 settembre 1943 ha 20 anni e – come tutto il Paese – non sa più bene da che parte sta o dovrebbe essere. I tedeschi, non più alleati, gli chiedono se passa dalla loro parte. Non accetta e lo fanno prigioniero. Rinchiuso in un carro bestiame, inizia un viaggio allucinante verso la Germania. “Ci sarebbe stato posto per venti al massimo – racconta – e invece eravamo più di cinquanta”. Da quel carro, diretto in un campo di lavori forzati, riesce a gettare fuori un biglietto, poi un altro e un altro ancora. Cerca soprattutto di rassicurare i suoi genitori: “Non allarmatevi che io godo di ottima salute”. Tre persone diverse, in tre città diverse attraverso le quali passa quel carro, raccolgono per terra le lettere spiegazzate e le fanno avere ai genitori.

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Al Museo della Resistenza uno dei biglietti scritti nel ’43 da William Ferrari sul carro che lo sta deportando

Da oggi sono in mostra al Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara documenti, immagini e testimonianze legati a William (che – da noi – si legge Villiam). Raccontano la vicenda di un ragazzo come tanti, precipitato nella storia soffrendola sulla sua pelle. La mostra a cura di Antonella Guarnieri è realizzata anche grazie al contributo di Paolo Ferrari, il figlio di William. Biglietti scritti a mano, fotografie e riproduzioni ruotano attorno a questo ventenne, che d’un tratto si trova a lottare contro una prigionia inaspettata, in preda a fame, prevaricazione, fatica e paura quotidiana.
“La storia di William – spiega la studiosa Antonella Guarnieri – in realtà è la storia di tanti”. Si è calcolato che sono stati tra i 600 e i 650mila i militari italiani che, dopo il proclama dell’armistizio di Badoglio con gli Alleati, si trovano faccia a faccia coi tedeschi e, anziché accettare di passare dalla loro parte, cedono le armi e vengono fatti prigionieri.

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La lettera alla famiglia della persona che ha ritrovato uno dei biglietto lanciati da William Ferrari ragazzo

La cosa straordinaria è che William questa storia l’ha vissuta, ha conservato memoria di quel momento e questa mattina era lì con i suoi 92 anni, testimone lucido e pacato nella saletta del museo che ora ospita la mostra storico-documentaria “William Ferrari, un marinaio tra guerra e deportazione e altri volti di ex Internati militari italiani”.
Il carro su cui viene fatto salire il giovane Ferrari viaggia per tre giorni e tre notti, senza che venga dato niente da mangiare e senza mai che si possa uscire o andare in un bagno. Non ha nemmeno matita o biro per scrivere, William. Ma vuole fare sapere qualcosa a mamma e papà. Così gratta della ruggine da una parete del carro e la inumidisce per mettere sulla carta quei messaggi. Non sa bene dove si trova, mentre li butta fuori. Li raccoglie una signora a Treviso, una persona a Mestre e un’altra a Marghera. E tutti questi italiani prendono i foglietti e si prodigano per fare arrivare quei messaggi a Ferrara.

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Il “passaporto” con cui viene schedato William Ferrari dai tedeschi e ora al Museo diiRisorgimento e Resistenza di Ferrara

Il terzo giorno è il 22 settembre 1943 e il carro arriva in Germania. I prigionieri vengono smistati in campi di lavoro. Sulla loro casacca viene dipinta la sigla Imi, che vuol dire “Internati militari italiani”. Significa che non sono considerati prigionieri, e che quindi non godono nemmeno di quel minimo di tutele previste dal trattato di Ginevra. Diventano forza lavoro e basta. Schiavi da far sgobbare nelle miniere, nelle industrie o nei cantieri tedeschi . Dieci ore al giorno di fatica e una specie di pasto a fine giornata, una “sbobba indistinta e acquosa dove, se eri fortunato, potevi trovare un pezzo di patata”.

Nelle baracche – racconta Ferrari – non ci sono nemmeno le brande. Solo mucchi di paglia su cui i lavoratori forzati si gettano ogni sera, esausti. Appena qualcuno viene visto lavorare un po’ meno o se ci persone che arrivano in ritardo alla chiamata mattutina, la regola è quella di contare i prigionieri a gruppi di cinque; il quinto finisce impiccato davanti a tutti, come monito. William finisce in un’industria di motori. La soda con cui deve pulire i meccanismi di acciaio distrugge i suoi abiti e lui cerca di tenersi lontano dal liquido corrosivo, mentre lo getta. Uno dei controllori lo punisce per questo e lo trasferisce nella Compagnia di disciplina, il reparto di lavoro più duro. Anziché il misero pasto al giorno, solo una brodaglia ogni due giorni. Lo mandano in miniera un po’, poi nei boschi. “Quei boschi – sorride – sono stati forse la mia salvezza”. Mentre scava le trincee in mezzo agli alberi, trova vermi e lumache che può inghiottire.

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William Ferrari tra il figlio Paolo e il nipote Matteo

Nella baracca gelata dove torna alla sera i suoi compagni sono russi, francesi, anche tedeschi che si sono opposti al regime. Due gli anni passati lì, con inverni di 13 gradi sottozero e oltre, neve, sfinimento, fame e bastonate che ogni tanto il prigioniero incaricato di controllarli tira contro di loro. “Lo faceva – spiega – per cercare di accattivarsi le simpatie dei tedeschi”. Nell’agosto del 1945 esce dalla baracca e vede il campo coperto di teli bianchi. E’ la resa tedesca. Sono arrivati i russi e gli americani. William segue un gruppo dove capisce che ci sono altri italiani come lui. E’ un carro americano. Lo visitano, curano ferite, danno cibo poco a poco per non traumatizzare i fisici debilitati. Un mese dopo William riparte per l’Italia. Arriva finalmente a Ferrara. Ritrova la famiglia, si sposa e ora ha il figlio Paolo, 51 anni, e il nipote Matteo, 24 anni. Il passato entra nel presente. Il Museo della Resistenza lo racconta.

La mostra è “William Ferrari, un marinaio tra guerra e deportazione”, in corso Ercole I d’Este 19, fino all’8 febbraio, ore 9-13 e 15-18, chiuso il lunedì.

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