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La rivoluzione di Guido d’Arezzo… O Guido da Pomposa?

Prima di lui il mondo girava in un verso, e dopo di lui quel verso superò se stesso. Il monaco che avrebbe per sempre cambiato il modo di cantare e suonare, inventando la musica moderna, era un italiano che visse a cavallo tra I e II millennio. Possibile che sia nato vicino a Ferrara?

Siamo in pieno Medioevo. La società è intrisa di religiosità e il cristianesimo pervade città e campagne. Molto diffusi sono i centri di spiritualità, dove suore, frati, monache e monaci meditano e si dedicano al territorio. Fra le attività predilette spicca il canto, particolarmente vitale nella liturgia di allora, per il quale è richiesto uno studio importante grazie all’imitazione mnemonica di chi già conosce le melodie. Una notazione musicale esiste, ma si serve di segni posizionati in corrispondenza delle sillabe, senza valore di durata o altezza dei suoni, fungendo così da traccia per il canto. Tali segni, detti neumi, seguono una tipologia definita adiastematica o in campo aperto, e l’apprendimento avviene grazie al monocordo, antico strumento progenitore del più recente clavicordo. Un ragazzo nato sul finire del X secolo, tuttavia, è destinato a scombinare per sempre le carte in tavola. Forse nel 992, forse ad Arezzo, nasce colui che diventerà famoso come Guido d’Arezzo, monaco benedettino, musicista e teorico, tra i più studiati nell’età medievale. Dal 1013 Guido diviene monaco presso l’Abbazia di Pomposa, e durante l’abbaziato di Guido di Pomposa dà il via a un’invenzione senza precedenti, ma già una questione emerge proprio dal suo essersi formato e fatto monaco nella località ferrarese. Per ricostruire una qualsiasi biografia, infatti, il luogo di nascita più naturale, per un novizio, è la zona dove poi viene intrapresa la carriera monastica. Una lettera che Guido scrive a un confratello sembrerebbe confermarlo, eppure è la stessa lettera a contenere un’espressione interpretata come decisiva per la determinazione di Arezzo quale città natale, espressione però riferibile anche semplicemente alla sua dimora abituale. A ogni modo, l’intuizione che si accende nella sua mente è di quelle osteggiate all’inizio ma poi osannate per sempre. Come in casi simili, tutto nasce da un problema: ogni canto, per poter essere eseguito, necessita in maniera incontrovertibile di essere ascoltato dalla viva voce di chi lo conosce, e soprattutto imparato con un notevole sforzo di memoria. Non solo, poiché in questo modo si rischia che ognuno interpreti e personalizzi il canto a proprio piacimento. La questione è dunque pedagogica e la sua soluzione talmente eccezionale che già al tempo Guido viene prontamente convocato dal papa Giovanni XIX, curioso di sapere come sia in grado di ridurre a un anno o due il tirocinio decennale richiesto per formare i cantori ecclesiastici. Il metodo è presto detto: si tratta di un nuovo sistema di notazione ed esecuzione musicale, la solmisazione, che consente la lettura ed esecuzione dei canti a prima vista. La musica compare così scritta su un rigo musicale, composto da un insieme di quattro linee, il tetragramma, antenato del pentagramma di oggi. Le linee appaiono contrassegnate da lettere-chiave che indicano l’intonazione del divenire melodico, servendosi anche di colori. Su questo schema, avviene la rappresentazione di sei suoni ascendenti, e la loro successione è associata per comodità ai versi di un inno liturgico dedicato a San Giovanni: sono così nate in seguito le attuali note musicali. Ma Guido non tradisce mai la sua vocazione pedagogica, che conferma inventando il solfeggio e la mano armonica, un mezzo meccanico che insieme ai suoi vari trattati mitiga la vita degli scolari a lui sottoposti. Il papa non può, di fronte a tale stupore, esimersi dal premiare il monaco con un prestigioso riconoscimento, invitandolo a istruire persino il clero di Roma, nonostante i passati rifiuti dell’ambiente pomposiano dovuti alla inevitabile possibilità per chiunque, ora, di poter imparare l’arte della musica.

Il celebre monaco italiano, di Arezzo o Pomposa, fu il primo a porre a sistema i timidi tentativi di qualche suo predecessore. Diede il via libera alla definizione dei generi e alla conservazione delle opere. Se ancora oggi possiamo suonare Vivaldi o De André, è insomma merito suo.

Un Simposio pieno di cibi, musiche e divertimenti. Greci ed Etruschi con il vino sapevano anche giocare

I Greci ne erano maestri tanto da non poterne fare a meno. Dopo la pratica ritualizzata del banchetto, durante il quale si mangiava insieme condividendo il cibo e socializzando anche con chi non si conosceva, era tradizione avviare il momento del simposio, culmine di piacere e trasmissione di conoscenza.

Ma in Italia le cose andavano diversamente. Gli aristocratici etruschi, a partire dal VII secolo a. C., furono toccati con profondità dalle attività simposiali in uso nelle non distanti città greche. E’ soprattutto grazie alle ceramiche attiche raffiguranti scene di simposio che gli Italici poterono apprendere le caratteristiche di questa particolare usanza orientale. Talvolta, però, quando una civiltà impianta nel proprio mondo costumi inizialmente estranei, accade che le novità siano reinterpretate e adeguate al nuovo contesto. Per questo i simposi etruschi iniziarono sin da subito a differenziarsi sempre più dagli originali greci, fino a determinare il classico cliché greco e romano dell’etrusco dedito alla mollezza dei costumi.

In Etruria, infatti, anche le donne avevano un proprio ruolo all’interno del simposio, il quale piuttosto che concentrarsi su politica e filosofia dava maggiore spazio a giochi, musica e spettacoli. Centrale era il consumo di vino, attorno al quale esisteva una vera e propria ritualità, eredità questa tipicamente greca. L’inebriante bevanda, naturalmente, veniva servita e bevuta miscelata con l’acqua, così come in Grecia, dove si riteneva che solo i barbari bevessero il vino puro. A seconda dell’anfora che lo trasportava, inoltre, era possibile riconoscerne l’origine e dunque la qualità, ma in qualunque caso fu proprio il vino a permettere l’iniziale diffusione dello stile di vita ellenico.

Il simposio etrusco, che si svolgeva all’aria aperta, costituiva l’occasione migliore per ostentare la propria ricchezza, attraverso le suppellettili utilizzate, le vesti indossate e gli ornamenti esibiti. Svolgendosi rigorosamente di sera, non poteva mancare l’illuminazione dei candelabri bronzei, simbolo anche di luce nell’eternità, in una atmosfera profumata da essenze bruciate negli incensieri. Quasi come sottofondo per le varie attività possibili, dalle recitazioni ai giochi da tavolo, era senza dubbio la musica, suonata da flauti, cetre e crotali, compagna significativa per gli Etruschi in diversi momenti della vita quotidiana. Già gli autori della classicità ci testimoniano il ricco panorama sonoro che dipingeva il mondo etrusco, forse addirittura senza eguali nei secoli. Ad avere un accompagnamento musicale erano anche le semplici azioni di tutti i giorni, come preparare i pasti o frustare la servitù. Per non parlare della caccia: gli Etruschi, avvalendosi di dolci melodie suonate da strumenti a fiato, erano in grado di catturare gli animali facendoli cadere nelle trappole. Ma alcuni vasi conservati dal Museo Archeologico Nazionale di Ferrara nel Palazzo Costabili ci raccontano un’altra storia. Spina ha fornito ai nostri archivi molti recipienti con una iconografia musicale risalenti al V e IV secolo a. C., che essendo di provenienza elladica ci mostrano vari contesti di musicalità in Grecia, lì attestata sin da prima dei Micenei.

Se in Etruria padana ci si divertiva con il ‘còttabo’ (un gioco a carattere augurale usato anche per trarre presagi) è perché anche i Greci vi giocavano durante i simposi, con un sottofondo suonato e danzato. Non era infatti necessario un grande impegno mentale: si dovevano scagliare contro un bersaglio, con il polso, le ultime gocce di vino rimaste nella coppa, e chi vinceva poteva accaparrarsi lauti premi di gola o persino piaceri sessuali.

Mito e musica furono da sempre profondamente intrecciate nella storia greca, basti considerare l’arcaica epica omerica, testimone di canti mitici rielaborati e riproposti da cantori che li interpretavano generalmente a suon di lira. L’innovazione nell’arte inventata da Orfeo proseguì poi con la lirica monodica e corale: la musica non era più appannaggio dei professionisti, ma entrò di buon grado nel sistema educativo, fino a sfociare nel celebre teatro greco. L’audace fantasia del mito greco e l’innata giovialità dell’animo italico sono concentrate e compresenti nei reperti di Spina, costretti da allora in un silenzio che non gli appartiene del tutto.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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L’INTERVISTA
La Casa di Ariosto si riempie di antiche note

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Laura Trapani, flautista e concertista, ferrarese d’adozione.

Laura Trapani è nata in Texas, ma vive e lavora fra Ferrara e l’Emilia Romagna. È diplomata al conservatorio di Milano e specializzata a Modena sulla musica di Edgard Varèse, con il maestro Roberto Verti. Ha suonato come solista e primo flauto nelle orchestre più prestigiose del panorama italiano e collabora come artista da camera in Italia e all’estero. Per il secondo anno consecutivo è il direttore artistico della rassegna cameristica “Pomeriggi musicali a casa di Ludovico Ariosto”, che inizieranno il 7 maggio 2016.

Come nasce la sua idea di creare un festival a casa dell’ Ariosto?
In realtà questa è la seconda edizione del festival come direttore artistico a casa Ariosto e diversi anni fa vi erano già stati organizzati dei festival musicali. La struttura non è molto grande per contenere orchestre o grandi gruppi, ma adatta per contenere piccoli gruppi da camera. Antares, l’associazione musicale per la divulgazione della musica classica da me fondata nel 2006, ha collaborato con i Musei d’Arte Antica di Ferrara per rilanciare le attività musicali a casa Ariosto, anche in vista dei festeggiamenti per i 500 anni dell’Orlando Furioso (22-04-1516/22-04-2016).

Chi sono gli artisti invitati?
Gli artisti provengono da diverse realtà musicali ferraresi, ma anche internazionali e si prestano a titolo volontario per rilanciare una delle più importanti realtà di Ferrara e internazionali, quale è appunto Casa Ariosto.
La prima data del festival vanterà un ospite internazionale: Solène Greller, arpista di Ginevra, che assieme alla sottoscritta in qualità di flautista, inaugurerà il festival il 7 maggio. Seguiranno poi ogni sabato concerti con artisti locali e componenti dell’orchestra Antiqua Estensis, della quale sono cofondatrice assieme ad altri musicisti di Ferrara.

I programmi che verranno eseguiti?
La mia idea: vista l’importanza storica del luogo e il cinquecentenario, saranno eseguiti dei programmi di musica antica con la caratteristica della contaminazione musicale tra i vari stili. Quindi, non eseguiremo solamente dei concerti seguendo un’unica tematica, ma aggiungeremo tra un brano e l’altro delle contaminazioni moderne, sempre comunque inerenti ad uno stile accademico di ricerca.

Ci può fare un esempio?
Il 7 maggio io e Solène Greller suoneremo dei brani appartenenti al periodo di Maria Stuarda (1542-1587), per poi attraversare due secoli di storia di letteratura scritta per duo, dove flauto e arpa si abbineranno per le loro dolci e intense sonorità.
Il 14 maggio la brava Emanuela Susca eseguirà un programma per due chitarre e flauto traverso.
Un altro esempio di ricerca musicale sarà la collaborazione nata con il professor Lazzari, docente al Conservatorio Girolamo Frescobaldi di Ferrara, e il suo ensamble di musica antica, con strumenti antichi (flauti barocchi, cembalo e viola da gamba). Ci cimenteremo insieme in un duo per flauto moderno e flauto barocco.
Il 26 maggio, sarà molto bello anche il concerto del gruppo Nuova ricerca musicale, molto caratteristico per la varietà di sonorità che si presenteranno, con i suoni di liuti, viole da gamba, violino, viola e flauti a becco.

L’innovazione e la ricerca musicale per lei sono fondamentali….
Credo fortemente che la musica abbia bisogno di attingere dal passato per evolversi nel presente e quindi proiettarsi nel futuro. Occorre suonare la musica del passato con strumenti del passato, come è giusto interpretare la musica moderna con strumenti moderni. La contaminazione tra strumenti del passato e strumenti moderni può essere sublime. Ricercare un certo tipo di suono d’insieme e di fraseggio musicale è sempre stato parte fondamentale della mia attività di ricerca artistica come musicista e interprete. L’evoluzione del suono equivale all’evoluzione del linguaggio sociale dell’uomo del XXI secolo. Attingere dal passato ed evolvere le sonorità è come quando un artista figurativo si spinge oltre il significato della mera figura e dona più enfasi alla sua opera, o con il colore o con un taglio su una tela antica o con una frase del passato sopra a un cartellone bianco gigantesco. Il suono e la sua evoluzione sono la stessa cosa: l’evoluzione del suono va di pari passo con l’evoluzione dell’uomo e del suo modo di esprimersi nel nuovo mondo.

Contenta di vivere a Ferrara?
Ferrara è ormai la mia città, mi sento a casa, al sicuro, mi sento avvolta dalla bellezza totale, vivo tra opere d’arte e storia, qui ci sono molti artisti amici cari.

Prossimi impegni?
Ho molti progetti e idee ma per dirla con Beethoven:” Sarà il destino a bussare ancora alla mia porta….”

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