Tag: musulmani

Lontano dai riflettori, in Estremo Oriente un dramma umanitario ignorato

di Federica Mammina

Nel mese di agosto si è acceso il riflettore su una vicenda che senza eccessi si è giunti a definire come un vero e proprio episodio di pulizia etnica. Centinaia di migliaia di Rohingya sono in fuga dallo stato Rakhine del Myanmar e dalle truppe dell’esercito regolare birmano. Al momento, oltre mezzo milione di Rohingya, che sono una minoranza etnica di religione musulmana stanziatasi in uno stato che corrisponde all’area più povera di tutto il Myanmar, si trovano accampati appena oltre il confine con il Bangladesh, dove però non potranno rimanere a lungo. Quella che è stata definita un’emergenza, sarebbe al contrario una situazione di persecuzione piuttosto consolidata negli anni. Questa etnia di fede islamica, infatti, non è riconosciuta come etnia ufficiale dal governo birmano, in un contesto che è invece a maggioranza buddhista. A complicare ulteriormente le cose un gesto che non è passato inosservato agli occhi della comunità internazionale, ovvero il silenzio di Aung San Suu Kyi, la leader del nuovo Myanmar democratico nato dalle elezioni libere condotte nel 2015 in accordo con la giunta militare.
Il motivo di tutto questo accanimento? La fede si è detto, anche se ora pare che il vero motivo sia un interesse economico sul luogo in cui erano stanziati, legato anche allo sfruttamento delle risorse naturali.
Di fronte a tanto orrore c’è solo da augurarsi che il riflettore resti ben puntato su queste persone e che qualcuno intervenga in loro aiuto, non per qualche malcelato interesse come sempre accade, ma per il solo scopo di garantire la pace. Una volta tanto.

Equivoci mediatici: il Prozac per combattere il terrorismo

Continuando a ribadire che non esiste il “terrorismo ma esistono solo squilibrati” si rischia una pericolosa criminalizzazione nei confronti di chiunque abbia problemi di natura psichiatrica o psicologica.
Basta seguire i Tg e gli approfondimenti politici immediatamente successivi agli attentati, per notare la tendenza a “privilegiare” l’indicazione “psichiatrica”, dimenticando troppo spesso che il terrorismo ha le sue basi nell’ideologia, non nel disagio.
Il voler difendere gli estremisti musulmani a scapito dei malati mentali è allucinante! Basterebbe semplicemente ammettere la verità, senza voler “sdrammatizzare” a tutti i costi. Non è possibile negare che coloro che commettono crimini o violenze credono che “Dio è dalla nostra parte” e mai “dalla parte dell’altro”. La religione, rappresenta una copertura o una causa? La cittadinanza, l’appartenenza politica, lo status economico, ecc. possono cambiare, ma raramente cambiano le proprie credenze religiose.
Non si possono ignorare alcuni dei fattori nella politica globale, di oggi, che hanno generato forti sentimenti contro l’Occidente, tra i molti musulmani nel mondo. Per esempio, la cosiddetta ” guerra al terrore” di Washington, in base alle quali furono condotte invasioni e attacchi militari che portarono all’uccisione di decine di migliaia di innocenti in Iraq, Afghanistan e parti del Pakistan, ha fornito un pretesto ai gruppi estremisti islamici per lanciare attacchi terroristici.
Insistere sulle malattie mentali, anche la più innocua e diffusa come la depressione, non serve a combattere il terrorismo ma ad emarginare ancor di più soggetti affetti da questi problemi.
Stiamo vivendo una difficile situazione economica che porta spesso alla disoccupazione: molti perdono il lavoro e non riescono a trovare un’alternativa e quindi diventano a rischio di depressione, e questo ne farebbe dei potenziali criminali o stragisti?
Vi è il rischio di dirigersi oltre la legittima esigenza di capire a fondo il problema del terrorismo, finendo per diffondere ulteriori pregiudizi traslandoli dal campo religioso a quello della salute mentale. A quanto pare, siamo in balia di un’epidemia di malati mentali travestiti da Jihadisti. Sarà il Prozac l’arma definitiva contro il terrorismo?

Le Crociate, mille anni di guerre e fanatismi

Mille anni fa, o poco meno, partiva la prima delle Crociate, dopo che ai concili di Piacenza e Clermont Papa Urbano II aveva convinto tutti: si poteva, si doveva andare in quella che veniva chiamata, allora e ancor oggi, “Terra Santa”, si doveva andare a fare la guerra, naturalmente la “Guerra santa”, bisognava sconfiggere gli infedeli, distruggerli, annientarli, azzerarli se possibile. E tutti, spadone in mano, urlarono “Deus vult”, che fu ed è, una delle ignominie più grandi, penso che allora Dio abbia avuto un sussulto: ma che cosa vogliono questi uomini? Che cosa volevano? Il fatto è che la mente esaltata, quando non addirittura fanatica, dei nostri progenitori medioevali, infarcita di illusioni ottiche, di miracoli mai esistiti, di madonne e di santi volanti , a cui si dovevano le più incredibili stravaganze, aveva bisogno di novità bizzarre per attrarre l’attenzione del popolo e il potere, variamente inteso, statale o locale che fosse, (traduco: dal signorotto fin su all’imperatore e al papa) ha sempre avuto fantasia e soldi per avere al proprio servizio persone di ingegno malefico.
Attorno al Mille l’interesse politico si era espresso in modo anche violento, e comunque rancoroso, nella lotta per le investiture e sul ruolo che avrebbero giocato nel tessuto sociale di allora gli ecclesiastici, lotte furibonde, come adesso per l’acquisizione di una fetta, pur piccola, di potere. Niente di meglio che ricorrere ancora una volta a una guerra, dare in pasto al popolo un ideale da sacralizzare e tradurre successivamente in opera. Con la violenza. Allora, si era pochi anni dopo il fatidico anno Mille, esisteva il problema del Sacro Sepolcro in mano agli infedeli, i non cristiani, attesi con ansia dall’inferno. Su ordine del pontefice paesi e contrade lontane furono raggiunti dai predicatori, tra i quali si distinse Pietro l’Eremita, dalla cui bocca uscivano fuoco e fiamme, mentre i guerrieri erano guidati dai signori feudali, tutti con l’ansia di fare carriera. Anche allora titoli e prebende si acquistavano col danaro, ma certo una guerra vinta regalava un lustro e una fama ineguagliabili.
Uno dei capi era Goffredo di Buglione, uomo deciso e di fegato. Fece tanti morti, ma riuscì a conquistare Gerusalemme. Fece allora grande scalpore il gran rifiuto suo del titolo di Re di Gerusalemme, si accontentò di quello di “Gran difensore del Santo Sepolcro”, in apparrenza più modesto, ma certamente era la laurea per entrare definitivamente nella storia. Fu così che lo stemma di Gerusalemme divenne il palio del vincitore, ora arabo (infedele per i cristiani) ora cristiano (infedele per i musulmani).

Mille anni e siamo ancora a quel punto, la Guerra procede violenta e subdola, il nome di Cristo è stato sostituito, il palio oggi è il bidone di greggio, attorno al quale, però, continuiamo a inventare ragioni falsamente ideologiche. L’Occidente ha massacrato di bombe intere popolazioni (quasi trecentomila morti negli ultimi tre anni) , il mondo musulmano risponde con il terrorismo. Sia chiaro: l’economia occidentale è entrata otto anni fa in un vicolo cieco, per uscirne deve fare la guerra, antica medicina dell’uomo, si costruiscono e si vendono più armi, il petrolio è sempre più l’oro nero, si uccidono più donne produttrici di futuri terroristi, si lasciano morire di fame e di malattia diciassettemila bambini al giorno, uno ogni cinque secondi, ma che farci? Sono sempre stati carne da macello.
Mille anni, non c’è più un Goffredo di Buglione, ma i suoi connazionali francesi continuano nella sua opera, non più gli spadoni, oggi ci sono gli aerei da bombardamento, i phantom. E il predicatore Pietro l’Eremita? Ha conquistato le telecamere compiacenti e falsificatrici delle emitteenti mondiali e ci spinge alla guerra, come faceva il fascista Apelius. Mille anni non sono stati sufficienti a farci diventare uomini, ma ancora e sempre guerrieri. Sempre uguale il ruolo della Turchia (“Mamma li turchi!”) sul crinale occidente-medio oriente. L’odio, che cementa le gesta dell’uomo, non è finito, ora dobbiamo difendere le nostre case dal nemico (quale? uno qualunque), diamoci da fare, costruiamo i bunker e spariamo: Deus vult.

PUNTO DI VISTA
Mi chiamo Zineb, non sono terrorista né figlia di un’umanità minore

di Zineb Naini

Lo scontro di civiltà di S. Huntington, che dal 2001 è stato rivoltato fino allo sfinimento, oggi più che mai sembra una profezia più che una semplice teoria. Gli attacchi al cuore di Parigi, avvenuti il 13 novembre, per molti sono infatti solo la riconferma che una convivenza pacifica tra più culture è fondamentalmente impossibile, soprattutto se “l’altro” è musulmano.
In realtà, come la maggior parte delle guerre, lo scontro è più quello tra gli interessi delle parti in causa, che tra i loro valori. E come ogni scontro che voglia rimanere nei libri di storia le vittime sono innocenti.
Parigi è proprio questo, come lo è Beirut dove il 12 novembre sono morte 43 persone sempre per mano dell’Isis, e come lo è Raqqa (Siria), in cui in queste ore la vendetta francese rafforza il nemico e uccide innocenti.
L’Afganistan e l’Iraq, in questo senso, non hanno insegnato molto e la Francia ha comunque bisogno del suo “12 settembre” per sfogare la rabbia di una nazione ferita. Delle conseguenze di questo sfogo ne scriveremo probabilmente tra qualche anno, e, come prevedo, non saranno parole felici.

In un discorso in cui ha espresso solidarietà con i francesi, il presidente americano Barak Obama ha affermato che “questo è un attacco non solo a Parigi, è un attacco non solo al popolo francese, ma questo è un attacco a tutta l’umanità e ai valori universali che condividiamo”.
Ovviamente l’attacco alla Francia è un attacco all’umanità, ma l’attacco ad un libanese, ad un afgano, ad un yazidi, ad un curdo, a un irakeno, a un somalo o a un palestinese non è anch’esso “un attacco all’umanità e ai valori universali che condividiamo”? Cos’è esattamente che un nord americano, un francese o un italiano condividono che al resto dell’umanità è negato condividere?

Obama e Cameron, che ha utilizzato gli stessi termini del primo, hanno optato per l’utilizzo di termini che rendono tutti i fedeli musulmani, credenti o meno, “l’altro” che si contrappone alla civilizzazione. Rendendo così impossibile per milioni di persone rimanere musulmani e contemporaneamente unirsi al lutto per le sofferenze dei francesi.

Da questi si pretende la ferma condanna e la dissociazione dagli attentatori e dai loro presunti valori. Come se dissociarsi bastasse ad allontanare da sé l’idea che oggi i musulmani siano terroristi fino a prova contraria. Parigi è una tragedia a cui ai fedeli musulmani non è dato il lusso del lutto e del cordoglio. Il pericolo è che come la generazione musulmana del 2001 è cresciuta con la “colpa di New York”, la generazione del 2015 cresca con la “colpa di Parigi”.

La mia conclusione è semplice, oltre che ovvia, almeno per me: “Mi chiamo Zineb e non sono una terrorista… né una bastarda”.

L’APPUNTAMENTO
Lo spettro di un nuovo medioevo. Lunedì 23 c’è “IsIslam?” con Ferraraitalia, per capire i nuovi fondamentalismi

Esiste un Islam moderato? Cos’è cambiato nel rapporto con le comunità islamiche all’indomani dei sanguinosi attentati in Europa? Quali sono le possibili strategie per combattere il terrorismo dell’Isis, la più aggressiva e ricca organizzazione fondamentalista? Quali strumenti ha la politica per stroncare l’ascesa di un integralismo, che infiamma il Medioriente e ha messo radici nel cuore del nostro continente. Quale ruolo gioca l’informazione italiana nel comunicare quanto sta accadendo? Questi alcuni dei quesiti che saranno affrontati nel corso dell’appuntamento promosso da Ferraraitalia, intitolato “IsIslam? Fanatismi, fondamentalismi, integralismi: terroristi e nuovi crociati”, in programma alle 17 di lunedì 23 marzo nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. L’incontro, condotto dalla giornalista Monica Forti, vede tra gli ospiti Zineb Naini, giornalista di Mier Magazine e ricercatrice dell’Università di Bologna specializzanda in antiterrorismo, lo storico Andrea Rossi e Hassan Samid, presidente dell’associazione Giovani musulmani di Ferrara.

L’avvento e l’espansione del califfato, supportata anche dalla crescente adesione di foreign fighters – giovani europei spesso arruolati attraverso la chiamata dei social network -, è una delle realtà tra le più inquietanti del mondo contemporaneo su cui si sono concentrate le intelligence dei Paesi occidentali. Secondo un rapporto dell’intelligence americana i foreign fighters confluiti in Isis provengono da 50 Paesi diversi e sono più di 7 mila, abbracciano la guerra santa o rimangono in Europa per seminare il terrore. Sono al servizio dell’Islam oscurantista del califfo Al Bagdadi, fondato sul rifiuto della democrazia e della laicità.

Siamo di fronte all’avanzata di un nuovo medioevo? L’intensificarsi della campagna mediatica contro l’Italia ha avuto il suo effetto dirompente con la comparsa in video della bandiera nera sulla cupola di San Pietro, il simbolo della cristianità. La minaccia ha immediatamente aperto un capitolo attraversato da timori e dall’intensificarsi di un neorazzismo che sta dilagando nel Paese. Il dialogo con gli stranieri e le giovani generazioni di religione musulmana nate in Italia, si è fatto maggiormente difficoltoso e dominato dalla reciproca diffidenza. Nel contempo si sa poco o nulla di questa nuova e fluida ondata di terrorismo, che ad ogni nefandezza commessa può contare su migliaia e migliaia di tweet di simpatizzanti, usa i bambini come kamikaze e fa proseliti tra giovani uomini e donne acculturati oltre che nei ceti meno abbienti come quelli residenti nelle periferie parigine.

Cosa si nasconde dietro l’esasperazione del tema religioso? Che rapporto c’è tra recenti “rivoluzioni” arabe e Jihad? I canali di finanziamento del califfato, il cui controllo si estende su circa 56mila chilometri di terra fra Iraq e Siria, sfuggono ai meccanismi dell’economia internazionale, le risorse accumulate, incassi da 2milioni di euro al giorno – come ha segnalato nel 2012 Matthew Levitt, direttore dell’Intelligence e antiterrorismo di Washington – non possono essere colpite da embargo. Pertanto la sfida consiste nello stroncare il contrabbando di petrolio, le estorsioni, bloccare i rapimenti di occidentali, le donazioni e il contrabbando di reperti archeologici. Sarà possibile? Le nazioni dell’Europa condivideranno realmente la lotta al terrorismo islamico? E quale parte avranno Iran e Arabia Saudita, che oggi, a differenza di quanto è accaduto fino a poco tempo fa, sono inclini a mettere un freno all’avanzata di Al Bagdadi i cui uomini si sono macchiati dei più atroci delitti. Secondo l’osservatorio siriano dei diritti umani dal 28 giugno al 14 dicembre del 2014, Isis ha giustiziato 1878 persone di cui 1175 civili, senza contare le persone scomparse. Numeri sommari quanto raccappriccianti, che l’Onu è intenzionato a catalogare come crimini di guerra contro l’umanità.

L’INTERVISTA
Al piccolo centro islamico di Cork: “Islam significa pace. Isis? Nemici nostri prima che vostri”

da CORK – E già da diverso tempo che vedo il banchetto all’uscita dell’English Market. Un gruppo di ragazzi distribuiscono volantini dal titolo “Discover Islam”. Nessuno li disturba, chi non è interessato passa e tira dritto. Sull’altro lato della strada, il gruppo di cattolici che si ritrova nei fine settimana per la preghiera in strada. Poco distante, sempre nella stessa strada, altri attivisti distribuiscono bibbie. Forse Luterani. Il tutto si svolge nell’ indifferenza più totale, tra famiglie a spasso per lo shopping, ragazzini che fanno banda fuori dal Mc Donald, casalinghe indaffarate con le borse della spesa. Un normale sabato pomeriggio a Cork.
Mi avvicino ai ragazzi del Centro di cultura islamico; con mia sorpresa Ali – uno dei responsabili – mi invita a visitare il centro di informazione (Cork islamic information centre) poco lontano. Accetto e ci incamminiamo assieme verso Shandon street, in una delle zone piu popolari e cattoliche di Cork, proprio a due passi dall’imponente North Cathedral. Ali mi parla di lui: poco più di 40 anni, ha lasciato l’Algeria e lavorato in diversi paesi europei, tra i quali l’Italia, prima di arrivare in Irlanda. La prima domanda sorge spontanea: “ Com’è la vita per un musulmano in Irlanda, di fatto il Paese più cattolico d’Europa?”. La risposta diretta, senza esitazioni: “Let me tell you: life here is just amazing”. Stupenda. Qui c’è la possibilità di svilupparsi come persona, crescere, studiare, lavorare, migliorarsi. E se si perde il lavoro lo stato aiuta anche economicamente, ti dà la possibilità di risollevarti. Una situazione abbastanza diversa da quella di molti dei nostri Paesi d’origine…”. Ali ora lavora, ma mi racconta di quando, a seguito della recessione del 2008, perse l’impiego, e di come nel periodo di disoccupazione i sussidi statali gli permisero di completare il secondo diploma di laurea. E non dimentica nemmeno il suo primo impiego in Algeria quando, a fine mese, gli venne elargito uno stipendio dell’equivalente odierno di 18 euro. Arriviamo al Centro, inaugurato nel 2013 non senza una certa diffidenza da parte di alcuni residenti del quartiere. Un’ultima sigaretta prima di entrare ed Ali viene raggiunto da un amico in strada. Mi presenta e spiega che sono un reporter Italiano, interessato a saperne di più del Centro islamico. La risposta non è delle migliori “non avete abbastanza musulmani da intervistare in Italia?”. Un’ironia riuscita male, non faccio una piega. Ma se nelle sue parole sento tensione e diffidenza. Forse voglia di confronto. Percepisco che tutto non è cosi armonioso come vuole apparire, e che c’è ancora molto lavoro da fare. All’interno del Centro mi tolgo le scarpe ed Ali mi guida attraverso gli spazi di questo piccolo edificio di due piani. Work in progress, calcinacci ovunque: stanno costruendo una piccola palestra, una caffetteria, riammodernando gli spazi. Al secondo piano una piccola cucina, una grande sala coperta di tappeti, scaffali con libri in arabico. Un gruppo di ragazzi somali sta discutendo in un angolo, bambini giocano a rincorrersi, un fedele dal west Africa (forse nigeriano o senegalese) sembra immerso in una preghiera solitaria.

cork-centro-islamico
Musulmani di Cork in preghiera al Centro

Ci accomodiamo in un piccolo ufficio. Ali mi spiega che la comunità musulmana di Cork è abbastanza numerosa, circa 5000 persone, composta da individui (lui preferisce usare la parola “fratelli” e “sorelle”) di diverse nazionalità: il Centro è frequentato da cittadini cinesi, pakistani, arabi, mediorientali, etc. Sono presenti fedeli provenienti da più di 40 Paesi. All’inaugurazione del Centro erano presenti tra gli altri il vescovo ed in sindaco di Cork. il quale ha salutato l’apertura con queste parole “E’ importante per tutti noi, quando lasciamo il nostro paese, avere un luogo nel quale possiamo sentirci sicuri lontani da casa, dove possiamo incontrare facce familiari, in maniera da non isolarci. E mantenere le porte aperte”. Ali e un fiume di parole ed il messaggio giunge con una certa Potenza: “Islam significa pace, l’Islam è una religione di pace”. Ci tiene che questo sia il punto chiave della nostra conversazione. Insiste sul fatto che solo la comunicazione tra religioni e popoli può aiutare a distruggere barriere, stereotipi e diffidenze. Ed è anche per questo che il centro a aperto a tutti. Anche se non parliamo di politica, non posso evitare di chiedergli cosa pensi dell’Isis. Gli faccio presente che in Italia l’argomento è quanto mai attuale, ed un intervento militare in Libia non è del tutto escluso nonostante le parole di prudenza del Governo. Ali non usa mezzi termini e silenziosamente lo ringrazio per non illustrami nessuna delle “teorie del complotto” alquanto di moda in questi giorni: “Isis? Sono nostri nemici prima ancora di essere vostri nemici. Quello che fanno e sbagliato. Devono essere fermati. Siamo contro quello che questi criminali stanno facendo”. Parole che non danno spazio a fraintendimenti. Tenta di spiegarmi che danno un’immagine falsificata dell’Islam, e che è da considerarsi inaccettabile uccidere in nome dell’Islam. “L’Islam e una religione di pace e non si può uccidere nel suo nome”. Ancora una volta l’accento è posto su pace, rispetto, fratellanza. Non c’è spazio per la violenza nelle parole di Ali, che continua “l crimini dell’Isis sono più pericolosi per l’Islam di qualsiasi altra cosa. Ne danno un’immagine errata, distorta. Vi sono più di 1 miliardo di fedeli islamici al mondo che non possono essere associati ad un gruppo di criminali”. Forse la realtà è più complessa. E forse vorrebbe dirmi di più ma si trattiene. Non parliamo mai di politica.

Ali mi riaccompagna in centro. Un ultima sigaretta ed una stretta di mano. Lo ringrazio per la sua ospitalità ed ognuno va per la sua strada. E’ scesa la sera e l’umidità inizia ad entrarti nelle ossa. Ora il freddo si fa sentire veramente. Mentre cammino penso ad Ali, al suo sforzo per avvicinare culture differenti e rompere barriere, al suo messaggio forte di pace e fratellanza. A chi, nel suo piccolo ed in un paese al confine dell’Europa, lavora per riappacificare la sua comunità ed aprirla alla cittadinanza locale. Penso ad un granello di sabbia nel deserto.

Foto dal sito della testata Irish Examiner

cork-centro-islamico
La sede del Centro

Estratto della cerimonia di inaugurazione del Centro islamico [vedi].
Sito del Centro di cultura islamico di Cork [vedi].

IMMAGINARIO
Il nemico.
La foto di oggi…

“Il nemico è in casa nostra, no alla moschea”, è il messaggio che Forza Nuova ha voluto portare ieri in piazza a Bondeno.

La manifestazione organizzata dal movimento di estrema destra contro il centro di cultura islamica di via Goldoni, si è svolta senza incidenti in un paese presidiato dalla polizia.
Non c’erano i quattrocento militanti annunciati, ma circa un’ottantina, tra cui anche il leader Roberto Fiore, provenienti da varie parti d’Italia con bandiere d’ordinanza.
I bondenesi si sono per lo più limitati ad osservare, a distanza, in silenzio. “Sembra un funerale”, ha commentato qualcuno.
Tra i manifestanti vari giovani. Al centro delle loro invettive gli immigrati, ma anche l’ex sindaco leghista Alan Fabbri, perché troppo tenero con la creazione di luoghi di culto islamico.

“I membri dell’associazione Essalam, sono conosciuti da tutti – dice un cittadino bondenese – non sono pericolosi. Questa manifestazione mette davvero tristezza. Qui abbiamo già la Lega, che bisogno c’era che venissero anche questi?”.

In un momento in cui tutti, dalla politica alla società civile, stanno cercando di affrontare il delicato tema della convivenza in modo pacifico, questa cupa rivendicazione securitaria ha creato grande tensione. Quelli sollevati da Forza Nuova paiono timori infondati che fomentano tensioni razziali e religiose. Lo dicono gli stessi abitanti di Bondeno, che nei giorni scorsi ci avevano mandato una Lettera aperta contro la manifestazione. (clic per leggere)

OGGI – IMMAGINARIO CRONACA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

Foto di Umberto Boicelli

L’ANALISI
Un po’ di chiarezza su Isis, Islam e talebani

di Zineb Zaini

Dopo Bin Laden, l’autoproclamatosi Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (l’acronimo anglofono è Isil, mentre nel mondo arabo il gruppo è conosciuto come “Daesh”) è la più grande spina nel fianco del mondo musulmano.
Per chi si intende di scienza politica i due non sono affatto indipendenti l’uno dall’altro. Anche se l’Isis non ha niente a che vedere con i Taliban di Bin Laden, in una catena di eventi uno ha provocato l’esistenza dell’altro. Per l’occhio comune, invece, questi non sono altro che aspetti terrorizzanti della stessa medaglia: l’islam (secondo la stessa logica a questi si aggiungono anche i fatti di Parigi).

Le differenze tra Bin Laden e l’Isis sono, però, molto importanti per capire una situazione che non si presta ad una facile comprensione. Per prima cosa Bin Laden e i Taliban ce l’avevano esclusivamente con l’occidente. Il nemico era (è) chiaro: la politica occidentale percepita come invasiva e corruttiva del proprio potere territoriale, mista alla frustrazione di un mondo arabo di cui l’arretratezza economica è percepita come risultato di secoli di colonizzazione occidentale.
Questa rabbia è dunque quasi sempre stata indirizzata verso questo nemico, e proprio per questo è riuscito a raccogliere simpatizzanti – anche se non tutti attivi in questa guerra – da una gran fetta del mondo arabo musulmano.

Lo stato islamico, invece, è la diretta conseguenza della divisione della regione araba che il terrorismo talebano, e le risposte contro di esso, hanno creato, non dimenticando anche il ruolo svolto dalle primavere arabe e dalla guerra siriana.
Per l’Isis il nemico non è quindi l’occidente, per lo meno non è quello principale, perché prima deve fare i conti con il mondo stesso da cui proviene, cioè il mondo arabo musulmano. La sua è una guerra ideologica più che politica, e proprio per questo non ha limiti. Il suo interesse politico si ferma dove crede che inizi il suo interesse ideologico, quindi, invece che cedere a ricatti o a scambi, preferisce riservare ai suoi prigionieri musulmani le morti più atroci.
Lo stato islamico, infatti, per sopravvivere necessita di incutere terrore e senso di impotenza nei suoi avversari musulmani, cosi che abbiano ben chiara la sorte di chi si oppone alla sua ideologia.

L’ultima esecuzione dell’Isis prova che la teoria della banalità del male, introdotta da Hannah Arendt come spiegazione alla routinizzazione dell’eliminazione della popolazione ebraica europea da parte dei burocrati nazisti, non si attaglia al caso in questione.
La violenza dell’Isis non è banale, bruciare vivo un prigioniero e rendere tutto ciò spettacolare come un film hollywoodiano mira a shockare e non a rendere il male sistematico, quasi normale, come nel caso dei nazisti. E proprio perché questo male non è banale, probabilmente nel prossimo futuro verremo shockati ulteriormente.

I musulmani non sono simpatizzanti dell’Isis, se lo fossero andrebbero contro la propria coscienza di fede e contro la propria stessa sicurezza futura. I musulmani, soprattutto quelli europei, sono consapevoli dell’opportunità che la vita in Europa offre, non la scambierebbero per il rischio che l’Isis incarna. Se qualcuno lo ha fatto o lo farebbe, studiarne i motivi e gli scopi sarebbe utile per cercar di prevenire tragedie come quelle di Parigi; ma la maggior parte non è interessata, anche perché assecondando il fondamentalismo rinnegherebbe i principi della propria religione, testimoniati dal credo di due miliardi e mezzo di persone.

* Zineb Naini, laureata in Scienze Politiche all’Università di Bologna, è ricercatrice in politiche anti-terrorismo e violazione dei diritti umani. Collabora con il magazine on-line Mier Magazine

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi