Tag: mutualismo

L’assemblea di Banca Etica elegge il nuovo Gruppo di Iniziativa Territoriale di Ferrara

 

Nell’ambito dell’assemblea dei soci di Banca Etica [Qui], tenutasi il giorno 3 dicembre presso Factory Grisù, è stato eletto il nuovo GIT (Gruppo di Iniziativa Territoriale) di Ferrara.

Quattro degli undici componenti eletti del nuovo GIT facevano parte di quello uscente:

  • Alessandra Guerrini, docente di Biologia Farmaceutica presso l’Università di Ferrara e vice-direttrice del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale;
  • Dario Maresca, ingegnere clinico, si occupa professionalmente della gestione delle apparecchiature elettromedicali all’ospedale di Ferrara e dal 2014 fa parte del consiglio comunale della nostra città;
  • Simone Grillo, nel precedente GIT ha svolto attività di valutatore sociale e di collaboratore alle diverse iniziative del gruppo, dal 2016 è socio-lavoratore di Banca Etica;
  • Alberto Mambelli, socio storico di Banca Etica, ex direttore di banca, dal 1996, anno del pensionamento, si è occupato delle problematiche dell’economia sostenibile; nel maggio 1998, ha contribuito alla costituzione del GIT dei Soci di Ferrara di Banca Etica, di cui ha ricoperto il ruolo di coordinatore per lungi periodi.

Gli altri componenti del nuovo GIT sono invece:

  • Francesca Audino, presidente del Comitato Provinciale di ARCI Ferrara, rappresenta l’associazione, che è stata una delle realtà fondatrici del gruppo locale, all’interno del GIT;
  • Milena Bonazza, operatrice Shiatsu ed educatrice in contesti formativi per bambini, è fondatrice e attivista del Libero Movimento Comunicazione Empatica;
  • Elisa Maietti, assegnista di ricerca in campo medico all’Università di Bologna, è anche capo scout di AGESCI da circa 10 anni;
  • Enrico Calore, ingegnere informatico, lavora presso l’Università di Ferrara ed è tesoriere dell’associazione NOVA APS, impegnata nell’ambito della divulgazione scientifica;
  • David Cambioli, presidente della cooperativa di commercio equo e solidale AltraQualità e socio di Banca Etica;
  • Alessandro Rossi, ingegnere elettronico con esperienze lavorative in aziende informatiche, attualmente opera in ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), dove svolge il ruolo di referente del settore Energia, Ambiente e Sostenibilità;
  • Gian Gaetano Pinnavaia, ex-ricercatore all’Università di Bologna nel campo delle Scienze e Tecnologie Alimentari, attualmente docente a contratto sempre presso UNIBO; ambientalista, fa parte del direttivo dell’Associazione OdV CDS (Centro Ricerche Documentazione e Studi) di Ferrara.

Il gruppo degli eletti dall’assemblea dei soci del 3 dicembre è chiamato a svolgere le attività previste dal regolamento relativo al Patto associativo e alla Organizzazione territoriale dei soci. Più precisamente sono quelle attività di promozione culturale della finanza etica e di animazione territoriale ispirate ai principi e alle finalità previste dallo statuto di Banca Etica.

Il Gruppo di Iniziativa Territoriale (GIT) è infatti “il gruppo delle persone socie di Banca Etica eletto dall’assemblea” che ha il compito di promuovere e coordinare le attività della Circoscrizione, nel nostro caso Ferrara, e che può essere definito come “il presidio delle relazioni politico-culturali e associative locali”.

Molteplici sono quindi le funzioni dei GIT e le attività che vedono impegnati i soci, a cominciare dalle iniziative che mirano a contribuire alla crescita della base sociale e facilitare la partecipazione e rinforzare il legame tra i soci e la Banca.

Altrettanto importanti sono le attività di informazione-formazione sulla finanza etica, oltre al supporto fornito alla Banca nella rilevazione dei bisogni e nell’analisi dei territori.

Tutto questo prevede lo sviluppo, a livello culturale, di relazioni e collaborazioni significative con le realtà locali, che condividono i valori della finanza etica, ma anche la segnalazione di richieste, eventuali criticità, sollecitazioni provenienti dalle persone socie, utili al miglioramento del rapporto con i territori, allo scopo di promuovere la conoscenza diffusa dei progetti e dei servizi della Banca sul territorio, con particolare riguardo alle iniziative di mutualismo, crowdfunding, microcredito, educazione critica alla finanza.

Queste alcune delle funzioni e degli impegni che, è bene ricordarlo, sono assunti a titolo volontario dalle persone e dalle organizzazioni socie di Banca Etica che fanno parte dei GIT. Questi poi, per quanto possibile, sono chiamati, nella loro composizione, a rispettare quei criteri orientati a equilibrio di genere, presenza di organizzazioni locali del territorio di riferimento e di giovani di età inferiore a 35 anni.

Poco prima delle festività natalizie, il 16 dicembre, il nuovo GIT ferrarese ha tenuto l’incontro di insediamento allo scopo principalmente di definire gli incarichi di coordinatore e vice-coordinatore per il triennio 2021/2024 e di delineare attività e impegni del gruppo.

Dopo approfondito confronto tra i partecipanti presenti sono stati nominati Enrico Calore come coordinatore, Alessandra Guerrini e Gian Gaetano Pinnavaia come vice e infine Simone Grillo con l’incarico di segretario.

VIDEOCONFERENZA
L’impresa cooperativa fra valori sociali e compatibilità di mercato

“Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”… Al provocatorio interrogativo posto da Ferraraitalia nel suo recente dibattito mensile “Chiavi di lettura”, ciclo in cui si mettono a confronto differenti opinioni nella cornice della biblioteca Ariostea, hanno risposto e sviluppato il ragionamento Andrea Benini presidente di Legacoop Estense, Vincenzo Tassinari docente all’Università di Bologna e autore del volume “Noi, le Coop rosse. Tra supermercati e riforme mancate”, Lucio Poma docente dell’Università di Ferrara e Luigi Cattani, ex sindacalista e consulente di impresa. Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia, ha coordinato il confronto.

Guarda la videoconferenza

L’APPUNTAMENTO
Cooperazione e impresa ai tempi della collera

​Un’identità ambivalente, in parte appannata dai compromessi con il mercato e dagli scandali, in parte orgogliosamente propugnata nella riaffermazione dei sui valore sociali e del suo significato autentico e profondo. Per la cooperazione, a tutti i livelli, non è una stagione facile. Questi anni di neoliberalismo imperante hanno generato rughe e cicatrici: modalità di gestione non sempre coerenti con la matrice mutualistica di cui le coop sono filiazione; contenziosi con i dipendenti e con i soci, pratiche di gestione talora disinvolte che scivolano sino a non infrequenti casi di corruzione con il coinvolgimento dei loro dirigenti, ultima in ordine cronologico la vicenda della bolognese Manutencoop gravata da ombre di tangenti. Ma la sprezzante etichetta “falce e carrello” ha il suo nobile risvolto nel prodigarsi leale di tanti cooperatori e cooperative che svolgono con ammirevole impegno e capacità la loro funzione sociale, mantenendo vivi nel mercato sani principi di corretta organizzazione ed emergendo anche nel terzo settore con la qualità dei servizi resi a sostegno del welfare.

Di questi temi ci occuperemo nel quarto appuntamento di Chiavi di lettura di giovedì 20 aprile, ciclo di dibattiti organizzati da Ferraraitalia che pongono a confronto differenti opinioni su questioni di attualità. Titolo: “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”: una cornice provocatoria, dunque, per un dibattito senza pregiudizi né ipocrisie. Ospiti nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea per l’incontro che, come di consueto, inizierà alle 17, saranno Andrea Benini, presidente di Legacoop Estense, Vincenzo Tassinari, docente all’Università di Bologna, autore del volume “Noi, le Coop rosse. Tra supermercati e riforme mancate”.
Accanto a loro, nel contraddittorio, uno studioso di economia, esperto delle tematiche d’impresa quale è il professor Lucio Poma dell’Università di Ferrara, che soffermerà sulle compatibilità di sistema e i meccanismi della concorrenza; e un osservatore attento alle dinamiche del mondo del lavoro e alle attese del cittadino-consumatore, quale Luigi Cattani, con alle spalle esperienze in ambito sindacale e in di contesti di impresa. Coordinerà gli interventi il direttore di Ferraraitalia, Sergio Gessi.

Gea Scancarello, pioniera della sharing economy: “Attraverso lo scambio ritroviamo la fiducia negli altri”

Un dato sorprendente: lo scorso Natale ben quattrocentomila persone in Italia si sono mosse utilizzando i servizi di quelle piattaforme web che mettono in contatto gli utenti consentendo loro di condividere beni e risorse, come per esempio un passaggio in auto. E’ un’abitudine che si sta diffondendo: dieci miliardi di euro è il valore attributo a livello di Unione europea a questa nuova economia di scambio, ancora tutta da esplorare.
Le domande sono tante. Cosa si intende per sharing economy, che dimensioni ha assunto il fenomeno in termini economici e dal punto di vista dei comportamenti, come si stanno riorientando i modelli di consumo e di produzione in risposta a questa nuova significativa tendenza e, infine, quali effetti avrà nel medio e lungo periodo ‘l’economia della condivisione e dello scambio’ in rapporto agli assetti e alle relazioni comunitarie. Per sciogliere questi interrogativi ci siamo rivolti a Gea Scancarello, che della sharing economy è fra le più acute osservatrici.

Ferraraitalia ha in programma per lunedì prossimo 29 febbraio alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea un nuovo incontro del ciclo “Chiavi di lettura, opinioni a confronto sull’attualità”, al quale parteciperanno i sociologi Maura Franchi e Bruno Vigilio Turra [leggi l’articolo di presentazione]. Titolo: “Solidali e felici, un altro mondo è possibile: dal mutualismo alla sharing economy“.

Gea Scancarello non potrà personalmente presenziare per sopravvenuti impegni, ma partecipa idealmente con questa riflessione che presentiamo in forma di audio-intervista realizzata dal nostro direttore Sergio Gessi.

[clic sulla barra per ascoltare]

gea-scancarelloGea Scancarello, giornalista, è autrice del citatissimo volumeMi fido di te. Lavorare, mangiare, viaggiare, divertirsi: un nuovo modo di vivere con gli altri e salvarsi”, edito la scorsa primavera da Chiarelettere [leggi un estratto].
Considerata un’esperta dei temi connessi alla sharing economy,  di sé, nel suo blog “Pane e sharing” [vedi] scrive: “Ho la tendenza a saltare su qualsiasi aereo possa portarmi a scoprire un pezzo di mondo e una passione per le rivoluzioni, meglio se da vivere e raccontare. Ho lavorato per Mondadori, Rcs e News30, occupandomi di mondo e socio-economia. Mi sono seduta a chiacchierare con Chomsky, Le Goff e Sepulveda; ho visto gli Indignados spagnoli conquistare Puerta del Sol e ho seguito la campagna elettorale di Barack Obama; sono stata nel deserto tra i Saharawi, tra i grattacieli di Saigon e nei campi profughi del Medio Oriente. Se condividere è nel mio Dna, la sharing economy potrebbe essere una chiamata. E Pane e sharing nasce per questo”.

L’APPUNTAMENTO
Un altro mondo è possibile: dal mutualismo alla sharing economy

La crisi ha indotto molti a mettere da parte il galoppante individualismo e riscoprire il valore delle relazioni, il senso della solidarietà, il concetto di mutualità, il reciproco aiuto, la disponibilità a spenderci per gli altri e l’umiltà di chiedere agli altri senza eccessivi imbarazzi, in una ritrovata dimensione di civile reciproco sostegno. Siamo diventati più sensati e meno frivoli, guardiamo più all’essenza e meno all’effimero.
Significativo è il progressivo affermarsi – in ambiti ancora minoritari, ma in costante crescita – di una economia basata sul fondamento del baratto, che valorizza saperi e competenze e si orienta sul bisogno reale, piuttosto che ridurre tutto a termini monetari, con il prezzo quale unico indice di misurazione e il denaro come solo strumento di remunerazione.
La cosiddetta ‘sharing economy’ è l’esempio più dirompente di questa ritrovata sensibilità comunitaria e la dimostrazione che qualcosa sta cambiano: prestare, scambiare, condividere sono i verbi della nuova economia. Mettere a disposizione, superare gli egoismi regala una gioia nuova: il piacere della solidale complicità.

Il prossimo appuntamento del ciclo Chiavi di lettura organizzato di Ferraraitalia ha per tema proprio l’economia di scambio. Titolo: “Solidali e felici: dal mutualismo alla sharing economy, un altro mondo è possibile”. Le cose stanno cambiano velocemente e gli orizzonti che si dischiudono potrebbero essere gravidi di sorprese interessanti. Coworking, bike sharing, car sharing, car pooling, couchsurfing, hospitality club stanno diventando espressioni che designano nuovi stili di vita. Ne parleremo insieme valutando punti di forza e criticità. E soprattutto verificando se questo vento nuovo sta riorientando non solo i nostri consumi ma, quel che più conta, le nostre coscienza.

 

Appuntamento lunedì 29 febbraio alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea

Solidali e felici
dal mutualismo alla sharing economy: un altro mondo è possibile

 

LA RIFLESSIONE
Welfare, sognavamo
la Scandinavia

Che il welfare al quale eravamo abituati sia in drammatica crisi è un fatto riconosciuto. Decisamente meno chiaro è lo scenario che abbiamo davanti: che ruolo avranno alla fine gli attori istituzionali che sono stati o dovevano essere i pilastri del welfare? Che conseguenze ci saranno per tutte quelle professioni orientate alla cura, all’educazione e all’inclusione sociale che di queste istituzioni erano e sono la struttura portante? Quale ruolo ci sarà per il terzo settore, per il non profit nelle sue diverse articolazioni? In che modo si svilupperà la sussidiarietà e quali relazioni prenderanno forma tra i vecchi attori istituzionali e quelli nuovi che si affacciano sulla scena?

Per ora si deve prendere atto della fine della tenuta di un modello concettuale semplificato, caratterizzato dalle imprese che producono ricchezza, dallo Stato che si occupa delle questioni sociali attraverso i suoi servizi socio-sanitari, educativi e le sue politiche economiche, e, infine, delle organizzazioni politiche, partiti, sindacati, movimenti di pressione che segnalano i temi e gli spazi dove intervenire.

Da questa disgregazione sono emersi e stanno emergendo in Italia tentativi di soluzione, modelli, ipotesi di lavoro, pratiche e processi che variano da regione e regione, da territorio a territorio: alcuni falliscono, altri restano circoscritti al caso di successo, pochi si affermano, molti stentano ad affermarsi. Tutti però mettono radici e crescono all’interno di un sentire collettivo fin troppo spesso caratterizzato da un sentimento collettivo molto diffuso di timore e paura che non di rado sfocia nel rancore e nell’intolleranza; in un ambiente dove si contrappongono e si giustappongono argomenti ed opinioni che variamente oscillano tra l’ottimismo cieco nel progresso e nelle virtù del mercato, la fede nella tecnologia e l’aspettativa di leggi adeguate, l’impegno e il disinteresse sociale e l’indifferenza.

In mezzo a questo ribollimento sociale si colgono ancora, ora forti ora flebili, le voci delle due grandi narrazioni collettive del novecento italiano, quella del solidarismo cattolico e quello del mutualismo della sinistra, il modello cooperativo bianco e rosso con le imprese sociali, le centrali e il più vasto mondo del volontariato e dell’associazionismo. Sotto a tutto questo, per chi sa guardare, si rivela infine il tessuto delle reti di solidarietà familiare, una prospera economia informale che sfugge alla contabilità ufficiale, la rete ancora sperimentale delle sempre più numerose comunità intenzionali. Questi i veri elementi portanti di quella galassia sociale e culturale composta dai piccoli comuni (a rischio di sopravvivenza) e dalle piccole città che tra mille contraddizioni rappresentano ancora una peculiarità del territorio italiano. Un intero sistema relazionale che troppo frettolosamente si riteneva fosse stato superato e reso obsoleto dalla modernità industriale imperante.

In questo terreno composito cresce buona parte dell’associazionismo, si afferma quella ideologia del prendersi cura (I care, come recitava lo slogan ampiamente frainteso di una passata campagna elettorale) che alimenta i valori di molte persone che hanno scelto – più per passione che per calcolo – o che si sono trovate loro malgrado a far parte di quel vasto spazio imprenditoriale e lavorativo che si denomina solitamente con l’etichetta non profit. Almeno in parte queste persone condividono un comune impegno, una focalizzazione alla cura di altre persone, una centratura sui bisogni che è propria di molte professioni come quella degli educatori, dei medici, degli insegnati, degli assistenti sociali, dei terapeuti.

Di fronte a questo mondo – seppure lungo un confine sfumato, una terra di nessuno in cui si scorgono manipoli isolati in movimento – sta la comunità dei produttori, la comunità operosa, il profit, il mondo degli affari, quello che viene celebrato ogni giorno nelle pagine economiche dei media. Un mondo altrettanto composito e diversificato, fatto da pochi grandi gruppi, forse una decina, 4.000 medie imprese e milioni di piccole imprese e micro imprese; un tessuto produttivo che malgrado le spinte alla delocalizzazione e alla dematerializzazione del capitalismo finanziario, malgrado le chiusure e le dismissioni, proprio per la sua frammentazione mantiene ancora un forte riferimento al territorio. In Italia, terra dei comuni e dei distretti industriali, del capitalismo familiare, delle imprese di famiglia e del diffuso artigianato, malgrado la crisi, malgrado lo scempio ambientale causato anche dagli insediamenti produttivi è proprio alla scala del territorio che gli attori sociali possono giocare nuove sfide assumendosi nuove responsabilità.

Che relazioni si possono costruire su un territorio tra questi attori per rispondere allo stato di crisi del welfare, per sviluppare inclusione sociale, per costruire pezzi di welfare comunitario? Che ruolo dovrebbero giocare in tal senso le amministrazioni se riuscissero ad interpretare al meglio il loro ruolo di enti regolatori? La peculiarità italiana, la specificità del capitalismo italiano, suggerisce a mio parere di prendere spunto da altre esperienze nazionali, ma obbliga allo stesso tempo a costruire una via innovativa che sappia valorizzare le diversità territoriali. Modelli di capitalismo differenti, affermatisi in culture diverse, che hanno generato welfare diversi e che hanno dato luogo a pratiche molto differenti di non profit. Ed è a questi modelli che molti guardano per affrontare la crisi in Italia:

• si guarda molto, anzi decisamente troppo, al modello liberale anglosassone, finanziario, dove l’impresa conta solo per i suoi rapporti con la borsa, con la finanza. Nel processo di accumulazione (predatoria?) si formano le grandi fondazioni (Bill e Melinda Gates ad esempio o George Soros che dopo aver speculato e guadagnato sulla crisi argentina combatte la fame nel mondo con la sua rete di fondazioni o ancora la famosa e chiacchierata fondazione dei Rockefeller) che consentono di finanziare interventi sociali: il massimo di profitto per le imprese per garantire il massimo di fondazioni (non profit) per la società (soprattutto un grande vantaggio per le imprese che trasferiscono nelle fondazioni quote esentasse e attraverso esse promuovono la propria immagine e le proprie strategie);
• si guarda al modello corporativo del welfare tedesco basato su un imponente volume di risorse fiscali e sulla cogestione ai vertici delle grandi imprese dove è la presenza del sindacato diretta e non conflittuale che esprime il mondo dei lavoro e dei meno ambienti se non proprio dei più deboli (quello che forse aveva cercato di fare senza successo l’IRI in Italia?), un modello che pur garantendo sostegni e sussidi pubblici anche ai disoccupati spinge le persone ad avere un ruolo attivo nella ricerca di soluzioni per i propri problemi;
• si guarda poco a quello corporativo francese con uno stato forte dove il rapporto tra profit e non profit sta in mano a prefetti e prefetture che si occupano anche di sociale oltre che di ordine pubblico;
• si guarda infine all’inarrivabile modello delle socialdemocrazie scandinave, caratterizzato da un welfare pervasivo ed in grado di garantire quasi tutto ai suoi cittadini, al punto di rendere quasi inutile il terzo settore.

Le culture e le tradizioni che hanno generato questi modelli di welfare ai quali si guarda per trovare ispirazione non sono le culture e le tradizioni (il plurale è d’obbligo) dell’Italia delle differenze regionali, dei distretti industriali, delle piccole (e grandi) città, della presenza diffusa della chiesa e del Vaticano, delle contrapposizioni ideologiche perduranti e del divario tra nord e sud. L’Italia dei piatti e dei prodotti tipici, che non ha una propria cucina ma molte cucine che resistono all’omologazione, dei dialetti e dei campanili, di Internet e della Ferrari. Dunque, se il vecchio modello di welfare familiare caratteristico del nostro paese e dell’Europa mediterranea non sta più in piedi è ancora alla cultura e ai territori, a nuove possibilità di collaborazione tra i diversi attori istituzionali, che bisogna guardare per trovare buone soluzioni innovative.

In questa Italia molto operosa che rapporto dunque ci può essere tra profit e non profit? Che rapporto può avere l’imprenditoria morale con i grandi gruppi (in primis le banche)? Che rapporto con le medie imprese che spesso investono in welfare aziendale o di comunità contribuendo a garantire la tenuta della coesione sociale (si pensi agli asili aziendali o ai progetti di conciliazione dei tempi familiari con quelli di lavoro). Che rapporto può avere il non profit con le micro-imprese, con il capitalismo molecolare e diffuso spesso aggregato in quella specificità italiana che sono i distretti industriali? E infine, che ruolo possono e devono giocare le Pubbliche amministrazioni (a livello regionale, provinciale, comunale) in questo scenario?

Le risposte a queste domande possono essere molteplici e, dunque, un ruolo fondamentale tocca alla innovazione sociale, alla capacità di escogitare soluzioni innovative di fronte ai nuovi problemi emergenti, anche trovando nuove forme di collaborazione tra costellazioni produttive (profit) e costellazioni di cura (non profit). Se la via maestra dell’innovazione attende sempre nuove soluzioni alcune appaiono già chiare e percorribili:

• la rendicontazione sociale da parte delle imprese profit che possono così mostrare la loro responsabilità sociale (ed ambientale) a fronte del loro investimento per il non profit;
• la ricerca di finanziamenti alternativi rispetto a quelli pubblici da parte delle agenzie di cura del non profit e di certi settori del settore pubblico, in primis attraverso le fondazioni e la valorizzazione delle donazioni;
• l’inserimento degli attori e delle istituzioni profit nelle procedure di pianificazione e programmazione sociale e territoriale;
• la valutazione costante e condivisa del valore sociale prodotto dal sistema degli attori istituzionali impegnati.

E’ anche nella gestione strategica di questa complessità che quel che resta del pubblico, decimato dai tagli, può valorizzare il suo ruolo ed ottenere nuova legittimazione. Molto del presente va però disegnato e ridisegnato, partendo dal positivo ed inventando nuovi modelli che partano sempre dal riconoscimento reciproco dei diversi attori pubblici e privati, profit e non profit che agiscono sul territorio; tenendo conto che in Italia l’economia informale (non parliamo naturalmente dell’economia nera) e familiare, le reti informali e familiari, sono ancora un fattore rilevante, seppure con grandissime differenze tra città metropolitane (a loro volta diversissime tra di loro) e campagne, tra paesi e cittadine, tra nord e sud. Qualcosa di diverso da quello che viene dipinto dal sistema omologante dei media ma che può rappresentare, e forse in qualche luogo già rappresenta, il tessuto relazionale a partire dal quale pensare nuove soluzioni realmente percorribili.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi