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Il ritorno dell’inflazione e dei tassi d’interesse.
Il sistema si autoassolve a spese dei cittadini

 

Il 21 luglio 2022 la Banca Centrale Europea (BCE) ha alzato i tassi di 50 punti base, un rialzo forte che pone fine al denaro a buon mercato durato 11 anni.

Una delle prime conseguenze per i consumatori sarà di avere dei mutui più cari, mentre per lo Stato sarà di pagare maggiori interessi sulle sue emissioni, quindi pagherà più interessi sui titoli di stato decennali (BTP) e il debito pubblico aumenterà insieme alla colpa morale dei cittadini.

A seguire la FED ha aumentato a sua volta i tassi di 75 punti base portando il tasso di riferimento al 2,5% e così ha fatto anche la BCE che ha portato i tassi all’1,75%, in questo caso il maggior rialzo da 27 anni.

Perché le banche centrali stanno rispolverando le loro armi di politica monetaria e cosa sta succedendo davvero?

Il motivo principale per cui si alzano i tassi di interesse è quello di combattere l’inflazione. Come si sa stiamo attraversando un periodo in cui l’inflazione ha raggiunto vette inedite per il nuovo millennio, nell’Eurozona ha superato l’8% mentre negli Stati Uniti e in Gran Bretagna addirittura il 9%.

Sia la causa (l’inflazione) che la reazione (aumento dei tassi) hanno effetti diversi sull’economia finanziaria e su quella reale, sui decisori e sulla massa. Il mercato delle valute (Forex) ci aiuta a fare qualche passo in avanti per comprenderlo. Dopo un aumento dei tassi di interesse ci si aspetterebbe che la valuta di riferimento si rafforzi in quanto il suo valore aumenta. Invece ad ogni annuncio di un rialzo del tasso di riferimento queste crollano (relativamente) a dimostrazione che gli investitori sanno bene che prima di scommettere è d’obbligo dare un’occhiata a quello che succede nell’economia reale, ovviamente non perché gli interessi quello che succede alla gente ma per trarre conclusioni utili per i suoi guadagni. E qui si realizza a pieno la contrapposizione tra l’interesse del cittadino comune e quello del potere (o élite, o decisori, o l’1% della popolazione).

Negli Stati Uniti, ad esempio, il 5 agosto ci si aspettava che i tassi di occupazione nel settore non agricolo riferiti al mese di luglio avrebbero confermato un ribasso. Invece c’è stato un aumento di 528.000 unità, più del doppio delle 250.000 previste, mentre il tasso di disoccupazione è sceso dal 3,6% al 3,5%. Bene, si penserà. Invece no. Un aumento dell’occupazione porterà sicuramente ad un ulteriore aumento dell’inflazione il che a sua volta porterà ad ulteriori interventi della Banca Centrale in senso restrittivo, cioè nuovi aumenti dei tassi di interesse.

Chiariamo: aumentare i tassi di interesse significa che il denaro costa di più e quindi se ne chiederà in prestito di meno. Ci saranno meno soldi in giro da investire e a prezzi più alti, l’economia si contrarrà, il PIL scenderà a causa delle minori transazioni e “finalmente” aumenterà la disoccupazione, cosa che potrebbe rimettere a posto le cose con l’inflazione. Nel frattempo prevale il sentimento negativo e gli investitori aspettano se questo ciclo, previsto ampiamente, si verifichi sul serio.

Del resto qui si sta affrontando un’inflazione causata dall’aumento delle materie prime, cioè “esterna”, e quindi abbassare il potere di spesa dei lavoratori potrebbe essere un’arma spuntata, anche se è sempre quella preferita dai governi. È sempre meglio avere un colpevole pronto da utilizzare piuttosto che dover spiegare il perché o la legittimità delle decisioni prese dai governi.

Aumentare il costo del denaro ha un costo sociale e purtroppo il prezzo pagato non è mai stato equamente condiviso.

Nel passato, una delle posizioni più estremiste in senso restrittivo fu quella sostenuta da Paul Volcker, il Falco dell’inflazione, presidente della FED dal 1979 al 1987.

In sintesi e in cifre, Volcker portò il tasso d’interesse fino al 20%, di conseguenza l’inflazione negli Stati uniti dal 13,5% del 1981 scese al 3,5% nel 1983. Il grande successo ottenuto significò anche una perdita del PIL del 19% e una disoccupazione che arrivò a superare il 10%, qualcuno dovette sacrificarsi per il benessere di qualcun altro.

Questo negli Stati Uniti. In Italia per combattere l’inflazione si tolse potere pubblico dalle banche centrali. Da quel momento il debito pubblico si impennò fino ai valori attuali e sostanzialmente lo Stato perse il potere di gestirlo dovendo rimettersi al mercato per ogni rifinanziamento dei suoi titoli. Successivamente si passò all’inganno della scala mobile, ridimensionata a furor di popolo e poi eliminata definitivamente. Con queste operazioni si tolse, da una parte, potere ai cittadini di controllare attraverso i suoi rappresentanti le finanze dello Stato e, dall’altra, si affermò il principio che la colpa dell’inflazione fosse dei lavoratori, erano i loro salari a tirarsi dietro l’inflazione e non i disastri delle errate decisioni politiche. Oggi abbiamo gli stipendi fermi agli anni ’90, ma qualcuno ancora pensa che siano troppo alti rispetto alla nostra competitività. Segno che il potere non perde mai smalto.

Sia nel caso americano che italiano non ci furono proteste, anzi. Ronald Reagan godette del ritorno delle politiche monetarie di Volcker aumentando il suo consenso. I lavoratori italiani reagirono ai movimenti sindacali, che volevano il ripristino dei punti di scala mobile che gli erano stati sottratti, con una montagna di like al governo Craxi tramite referendum nel 1985. Diedero cioè fiducia a chi aveva acceso il fuoco alla pentola piena dell’acqua che li avrebbe bollito, a fuoco lento, come la rana del famoso esempio di Noam Chomsky. Ciò che va bene alla classe dirigente va  bene per tutti.

I governi, nel tempo, ci hanno lentamente convinto che siamo tutti nella stessa barca e che quindi qualsiasi interesse da perseguire sia un interesse comune. Le Banche Centrali ci hanno invece convinto che tutte le decisioni di politica monetaria siano nel nostro interesse, quindi “sappiamo” che se i salari sono bassi è colpa nostra, siamo poco produttivi e che se c’è l’inflazione va combattuta fino all’ultimo lavoratore.

È più psicologia che economia. Un po’ come gli influencer che predicano la tutela dell’ambiente e prendono milioni di like che si traducono in lauti guadagni (per loro) e poi si fotografano mentre vanno in vacanza sui loro jet privati, super lusso e altrettanto super inquinanti e prendono milioni di like che … si traducono di nuovo in lauti guadagni (per loro).

Insomma: il popolo non fa e non sa più fare la differenza, in particolare da quando si è ridotto il margine delle sue manovre. Oggi infatti gli si chiede solo di scegliere se premere quel pulsante, dare o meno un like. Metodo che utilizza anche qualche movimento politico, sostituire il peso dell’impegno alla conoscenza (diverso da quello dell’odierno attivismo politico) con la semplice scelta tra un pollice su oppure giù.

Banche: qualche chiarimento sul rapporto tra spread e tassi di interesse sui mutui

L’aumento dello spread sui titoli di stato che si è registrato negli ultimi nove mesi, in particolare fino a febbraio del 2019, ha avuto un impatto sulle famiglie in quanto chiedere un mutuo è diventato più costoso. A confermarlo è l’annuale rapporto Bankitalia sulla stabilità finanziaria che riporta: “ll rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato si sta trasmettendo gradualmente al costo dei nuovi finanziamenti. Rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui a tasso fisso sono cresciuti di quasi 50 punti base, mentre quelli sui mutui a tasso variabile si sono mantenuti stabili” e visivamente lo si apprezza con il grafico di seguito (linea rossa a destra che tende a rialzarsi nell’ultimo tratto)

Almeno fino a febbraio, come si diceva all’inizio, perché secondo gli ultimi dati Abi il tasso medio sulle nuove erogazioni per l’acquisto di abitazioni a marzo è sceso all’1,87%, allineandosi più o meno ai livelli di marzo 2018.

Secondo quanto riportato dal rapporto, l’aumento interessa solo i nuovi mutui e, tra questi, solo quelli a tasso fisso perché, come evidenziato da Ilsole24ore ma anche da Altroconsumo in più occasioni, non c’è correlazione tra Euribor, il tasso interbancario a cui sono agganciati molti mutui a tasso variabile, e l’andamento dello spread.

Fonte grafico: Ilsole24ore

Il punto, dunque, su cui ragionare è: perché aumentano i tassi dei mutui nuovi e a tasso fisso?
I tassi d’interesse sui mutui crescono perché le banche, come sottolinea Bankitalia, incontrano maggiori difficoltà nel loro indebitamento obbligazionario e quindi: “il maggior costo dei nuovi mutui riflette verosimilmente l’esigenza degli intermediari di compensare l’incremento del costo della raccolta obbligazionari”. Cioè i maggiori costi che le banche affrontano per indebitarsi, grazie anche alle tensioni sui titoli di Stato, le costringono ad offrire a loro volta denaro in prestito (credito) ad un costo maggiore.
Tale aumento sui fissi, tra l’altro, potrebbe portare le famiglie a preferire i tassi variabili per conseguire un risparmio immediato, invertendo la scelta storica del “certo per l’incerto”. Normalmente infatti la famiglia tipo preferisce pagare qualcosina in più all’inizio per mantenere la certezza di una rata costante nel tempo e proporzionata alla propria dichiarazione dei redditi. Eventuali tensioni sui mercati dei tassi potrebbe alla lunga essere pericolosa per l’aggregato famiglie e questo pone in allarme sia Bankitalia che il Corriere della Sera e Ilsole24ore, da sempre notoriamente schierati a difesa degli interessi dei cittadini.
L’incertezza sui tassi d’interesse è legata all’incertezza dell’economia del libero mercato che impedisce ai titoli di stato di essere asset sicuri e di cui lo spread è un termometro. Rimandare le colpe di tutto questo al governo in carica, in qualsiasi momento storico e di qualsiasi colore sia, è un voler parlare degli effetti senza arrivare alle cause.
Questo piace soprattutto a chi non ha necessità di avere un mutuo per comprarsi una casa e preferisce che a decidere se debba fallire o meno Carige sia Black Rock piuttosto che una banca centrale o uno Stato, istituzioni che interverrebbero nell’interesse dei risparmiatori e della comunità.
Il costo dello spread si sta trasferendo dunque sul segmento dei mutui a tasso fisso, aumento limitato ma percepibile, il che potrebbe portare ad un aumento di rischio finanziario futuro in capo alle famiglie ma questo solo perché sia gli stati che le banche centrali non stanno facendo il loro lavoro di tenere sotto controllo l’economia lasciando che il mercato finanziario stabilisca il tasso di interesse dei titoli di stato e togliendo le garanzie statali alle banche commerciali. E mentre politici ed esperti del settore continuano ad occuparsi del colore delle tende, l’edifico continua a sprofondare nelle sabbie mobili.

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