Tag: Myanmar

Arianna Di Romano: “Ho rubato centinaia di sguardi”
Ferrara, Palazzina Marfisa, fino al 12 giugno

Arianna Di Romano, foto di Andrea Forlani

Ho rubato centinaia di sguardi per renderli eterni negli spazi vuoti della memoria
Arianna Di Romano

Un giorno di una data palindroma, fuori il sole, fa un tepore straordinario per essere il 22 febbraio. La mia pausa dall’infinita ed ennesima giornata in smart working, quello da cui non stacchi mai, che alcuni dicono che fortuna e che fortuna è ma che bisogna saper gestire. Stacco, oggi basta, devo camminare e prendere aria. E poi ieri, incuriosita, ho prenotato questa mostra di fotografia che vi voglio presentare. Cappotto, tuta, scarpe da tennis e via. Da piazza Verdi, verso via delle Scienze, mi dirigo verso via dei Coramari, voglio passare per il parco Pareschi, ci sono tanti bambini che giocano qui, fidanzati che si abbracciano sulle panchine. Era tempo che non vedevo gesti di affetto e di avvicinamento. Tutti assediati dalla paura del contatto. Nelle orecchie le cuffiette con le note di uno dei miei pianisti preferiti Alexis Ffrench. Sono rilassata, finalmente. Arrivo a fine di corso della Giovecca, alla Palazzina Marfisa d’Este, dove sono diretta per vedere la mostra fotografica di Arianna Di Romano, Oltre lo sguardo.

La purezza. Popoli delle montagne, Laos, 2015

La ragazza alla reception che mi fa il biglietto e dalla quale acquisto il catalogo della mostra è molto gentile, altrettanto la hostess della sala, alla quale ahimè non ho chiesto il nome, ma con cui mi metto subito a commentare. Non posso fare a meno di parlare con chi passa le sue giornate nelle sale di museo, mai. È una mia abitudine un po’ birichina. L’allestimento è semplice ma molto indovinato. Una sala dei ritratti ospita ritratti, i soffitti affrescati e il mobilio scuro fanno da cornice. Le fotografie sono avvolgenti e parlano da sole, tutte rigorosamente in bianco e nero, salvo quattro a colori, almeno ne ho contate quattro. Ogni foto ha una sua anima profonda e unica, ci si fa un’idea, salvo poi rimanere stupiti dai titoli. È il racconto di frammenti di umanità raccolti in giro per il mondo, un invito allo spettatore a spingersi “oltre lo sguardo”, oltre l’illusoria, e spesso fuorviante, apparenza del dato reale, alla ricerca di una diversa, e autentica, bellezza. Il bianco e nero ha una forza prorompente, ogni ruga di viso viene esaltata, quasi a voler sottolineare quanto quell’essere profondamente scavate porti sofferenza o magari semplicemente un vissuto lungo e intenso. Quelle vene mi ricordano i rami degli alberi.

Torno indietro con la mente alla mia adolescenza, quando mamma tentava di imbrigliare e direzionare la mia creatività senza orientamento nelle lezioni di pittura del maestro Goberti nella chiesa sconsacrata di piazzetta San Nicolò. Quanta enfasi sul chiaroscuro, sull’importanza delle sfumature e dei contorni dei disegni a carboncino. Quanto sforzi per dare le giuste ombre, per enfatizzare le profondità e le dimensioni, per imprimere un tratto originale e distintivo. Dal buio alla luce, in un’armonia e armonizzazione fatte di reciprocità. Qui rivedo quel tentativo, molto meglio riuscito, di trovare la giusta dimensione, di comunicare la corretta angolatura.

Mi perdo nelle immagini delle sale, ancora ho letto poco sull’artista, lo farò a casa, catalogo in mano e consultazione della rete. Voglio prima vedere bene il suo lavoro, non lasciarmi influenzare da nulla di scritto, detto o letto. A ruota libera, come faccio sempre quando visito una mostra, soprattutto di fotografia. Se mi guida da qualche parte, perfetto, altrimenti chiudo lì, amici come prima. Ho solo letto che Arianna segue e aiuta gli ultimi della terra e che ha viaggiato molto. L’essere un garbato viandante che coglie le anime che incrocia sulla sua strada mi accomuna e avvicina a lei. Un buon inizio.

L’attesa. Transilvania, Romania, 2019

Questa brillante fotografa si è spostata con il suo obiettivo dai più remoti villaggi del Sud Est asiatico, della Romania e della Polonia, fino ai campi profughi e rom in Serbia e Bosnia, dai paesi della sua terra natale, la Sardegna, alle celle di un carcere siciliano. La sua sensibilità l’ha portata a focalizzarsi sulle vite “difficili” degli emarginati, degli indigenti, dei senzatetto, dei ragazzi di strada, dei gitani, dei detenuti, dei poveri, degli anziani rimasti soli. Spicchi di vita comunitaria, tradizioni antiche. Nuovi mondi da scoprire.

La fuga. Artisti circensi, 2018

Le foto più belle, a mio umile avviso, sono quelle della Sicilia, forse anche perché amo questa terra fatta di sole, sensazioni, colori e profumi intensi. Anche in bianco e nero si colgono i colori. La fragilità di alcuni personaggi ripresi in diversi momenti della vita quotidiana, fatta anche di confessioni e balli, è disarmante.

Mi soffermo su Dentro la storia (Sicilia 2016), quella signora mi ricorda le fotografie delle mie nonne (soprattutto per le mani rugose che reggono la foto nella foto), abbigliate a festa, con il bel cappottino a quadretti e l’elegante (e nuovo) rossetto rosso brillante, per la passeggiata domenicale con la famiglia, magari a braccetto di papà.

Dentro la storia, Sicilia, 2016

Le confessioni sulle scale di Gangi (Sicilia, 2019) mi fa pensare al saliscendi di chi sbaglia e torna indietro, per cadere e rialzarsi, inciampando, ma cercando sempre di (ri)salire, Quei dubbi (Pietraperzia, Sicilia, 2015) mi ricorda un simpatico Don Camillo d’altri tempi.

Confessioni Gangi, Sicilia, 2019
Quei dubbi. Pietraperzia, Sicilia, 2015

Il ricercato dei Murales Animati di Orgosolo (2021) se ne sta seduto sfacciatamente alla finestra, quasi a voler direi sono qui, è inutile che cercate, tanto mi fermo qui e non mi pento di certo di quello che ho già fatto. Che peraltro potete leggere chiaramente perché affisso a chiare lettere sul muro scalcinato (attentato al diritto allo studio, tentato inscatolamento di persone in un pullman, latitanza prolungata da tutte le assemblee studentesche…).

Murales Animati di Orgosolo, 2021

Il ballo di Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta (2016) ci porta in una sala di ristoro di un pomeriggio tiepido e spensierato, un po’ di leggerezza dalla fosca pesantezza che sta attorno, una casa di riposo. La signora anziana, elegante, con il suo cappello, le scarpe dorate e i suoi gioielli più buoni, sorride più della suora, un po’ più seria e altera, ma si intravvede comunque una sorta di complicità serena che ci fa bene.

Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta, 2016

La Cambogia, la Thailandia e il Myanmar sono molto presenti: gli occhi parlano, le mani, le rughe e le schiene ricurve pure. Ho ricordi intensi del mio breve viaggio in Myanmar, quando ancora si sperava un po’ di più; l’oro delle pagode di Yangon mi avvolge ancora l’anima.

Qui la mia anima accarezza quelle di Arianna e dei suoi ritratti. Mi sento un tutt’uno. Un mondo che si tocca, che si parla, che si lecca le ferite, vite che si sfiorano e si riconoscono. Parte di un tutto potente e meraviglioso, di un mondo che ha energia e voglia di vivere. Non di sopravvivere, almeno non più. Quello non basta più. Il dialogo qui è fatto di mani e occhi che si sfiorano. In quegli occhi di bambini e donne vedo le sofferenze che sono di ognuno di noi ma che ci fanno sperare, una volta inciampati, caduti e rialzati. Una delicata empatia.

Gli sguardi delle bambine e delle donne ci accompagnano ancora, come in Donne e songhtaew, l’affollato veicolo trasporto passeggeri (Bangkok, Thailandia, 2015).

Donne e songhtaew. Bangkok, Thailandia, 2015

Arrivata a oltre metà percorso, noto le tre foto a colori, esse chiudono la fila delle immagini della sala, così come un’ultima foto a colori, intitolata Nell’antica capitale (quartiere di Gion, Kyoto, 2015), chiuderà l’esposizione. La vita scorre su queste immagini, quella più vera, con la sua intensità e precarietà. Ma anche fatta di infinita bellezza.

Nell’antica capitale, quartiere di Gion, Kyoto 2015

La monaca di spalle (Angkor Wat, Cambogia, 2014) illumina la sala con il suo abito arancione, se non fosse per la didascalia penserei a un monaco dai capelli grigi, appoggiato a un bastone che regge la sua fatica data da un’intensa preghiera per un mondo che non comprende l’importanza dell’essere umano e della vita. Una preghiera che a noi pare cadere nel vuoto, soprattutto oggi, ma che la monaca sa essere importante. La guerra non è mai la soluzione. Quell’incedere zoppicante fa molta tenerezza ma allo stesso tempo emana una forza immensa. Appesi a una speranza, molti di noi, tutti. Ma senza mollare, mai.

La monaca. Angkor Wat, Cambogia, 2014

La scalinata riempita di fiori rossi e arancio dei Giardini della città imperiale Hué (Vietnam, 2016) ci transita nell’ultima sala. I colori dei fiori contrastano con quelli del cielo, ma non lasciano spazio alle nubi. Il marmo è vivo. I dragoni distesi osservano.

Giardini della città imperiale Hué, Vietnam, 2016

Fino al ritrovarci avvolti dalla precarietà degli ultimi del carcere di Caltagirone ne La speranza (2021), dove Arianna ha condiviso, con alcuni ragazzi, un percorso di avviamento alla fotografia. Resta sempre un barlume di speranza, per tutti.

La speranza. Casa circondariale di Caltagirone, 2021

Torno a casa, soddisfatta e, ammetto, un pò commossa. Ceno. Subito dopo mi siedo in poltrona. Ora posso cercare qualche informazione in più su Arianna Di Romano e sfogliarmi bene il catalogo. Faccio sempre così, mi piace mantenere questa abitudine rilassante.

Arianna è sarda ma siciliana di adozione (oggi vive nel piccolo e armonioso borgo di Gangi, sulle Madonie), le sue fotografie vengono paragonate a quelle di maestri come Elliott Erwitt e Robert Doisneau per poesia e composizione, Sebastião Salgado per il trattamento dell’immagine, Sergio Larrain e Dorothea Lange per l’attenzione agli ultimi.

“Fotografando, scavo nell’umanità dimenticata – ha spiegato Di Romano – che amo e di cui vorrei trasmettere la bellezza. Vivo le sensazioni che provano le persone che ritraggo, mi identifico in loro. Continuamente cerco me stessa nell’altro”. È una donna curiosa, sensibile, felice e impaziente. Veloce. La rassegnazione è la condizione umana che l’artista ha registrato più frequentemente, fissandola ma anche sfuggendole. Pochi i sorrisi, molto lo stupore nell’essere riconosciuti e considerati. Ma la vita corre, si muove, non aspetta.

C’è tecnica sicuramente, precisione e osservazione ma anche cuore e tanta magia. Oltre lo sguardo significa soprattutto andare aldilà di quello che gli hindu chiamano maya ossia l’illusoria e fuorviante apparenza del mondo fenomenico, per cogliere l’anima dei soggetti umani. In Malesia l’hanno denominata “ladra di anime”. Gli abitanti, in gran parte animisti, non volevano farsi ritrarre per timore che venisse rubata loro l’anima. “Quello che mi spinge a fotografare – dice – è proprio rubare uno sguardo profondo. I volti che incontro li rubo, perché appartengono a persone che non sono mai in posa, sono tutti sguardi che quasi sicuramente non incontrerò mai più. Spesso non riesco a comunicare con loro. Rubo quegli sguardi per dare loro una voce”. E noi, quella voce, l’abbiamo sentita, forte e chiara.

I colori della festa. Cagliari, Sardegna, 2018

Tutte le opere © Arianna Di Romano / Kingford

 

Arianna Di Romano – Oltre lo sguardo

Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este, 20 febbraio / 12 giugno 2022

Da un’idea di Vittorio Sgarbi. Organizzata da Comune di Ferrara – Servizio Musei d’Arte e Fondazione Ferrara Arte, in collaborazione con Kingford.

Giorni e orari di apertura

9.30-13 / 15-18 | Chiuso il lunedì

Prenotazioni

https://prenotazionemusei.comune.fe.it

save the Rohingya

Save the Children: negati i diritti fondamentali per 700.000 minori Rohingya

da: Save the Children

Abbandonati, apolidi, detenuti: un nuovo rapporto dell’Organizzazione rivela che, in cinque paesi dell’Asia, non sono garantite sicurezza, cittadinanza e istruzione a bambine, bambini e adolescenti Rohingya
Aumenta il rischio di abusi, lavoro minorile, matrimoni precoci, tratta e detenzione per migliaia di bambini

Più di 700.000 bambine, bambini e adolescenti Rohingya in tutta l’Asia subiscono gravi discriminazioni e violazioni dei diritti fondamentali, afferma Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro.

Secondo il nuovo rapporto “No safe haven – Nessun rifugio sicuro”, pubblicato in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, in Myanmar, Bangladesh, Malesia, Thailandia e Indonesia i bambini Rohingya non hanno accesso a istruzione di qualità e a protezione legale, rimanendo così esposti ad abusi, lavoro minorile, matrimoni precoci, tratta e detenzione.
Su un totale di almeno 700.000 bambini Rohingya in Asia, la maggior parte di loro vive fuori dal Myanmar, il loro paese d’origine. Gran parte è in Bangladesh, dove circa mezzo milione di bambini vive nei campi profughi, ma molti Rohingya si sono rifugiati anche in altri paesi vicini. La Malesia ospita più di 100.000 rifugiati Rohingya, circa un quarto dei quali si stima siano bambini. Tra i cinque paesi ospitanti, chi ne ospita meno sono Thailandia (3.000-15.000) e Indonesia (diverse centinaia), senza stime esatte sul numero di minori. Circa 234.000 bambini Rohingya sono nello Stato di Rakhine in Myanmar, di cui circa 69.000 confinati in squallidi campi e tutti sono soggetti a severe restrizioni di spostamento.

“Con tutte le atrocità che hanno dovuto affrontare, i bambini Rohingya sono tra i più perseguitati al mondo, dimenticati sia dai loro paesi d’origine sia da quelli in cui sono fuggiti. In Myanmar, in cui ingiustamente è stata negata loro la cittadinanza, subiscono discriminazioni ed emarginazioni. I loro diritti fondamentali sono violati: la possibilità di andare a scuola, di sentirsi al sicuro nelle proprie case e di vivere liberi da discriminazioni e pregiudizi” ha dichiarato Hassan Noor, Direttore Regionale di Save the Children in Asia.

“Le cause alla base di questa crisi nascono in Myanmar, dove devono finire la segregazione e le violenze che durano da decenni. Ma i governi di quest’area hanno la responsabilità e il potere di garantire i diritti, la sicurezza, la dignità e l’umanità dei Rohingya che vivono all’interno dei loro confini e di assicurare la sopravvivenza e la prosperità della loro comunità. Si deve immediatamente garantire sicurezza, rispetto e protezione dei Rohingya, concedendo loro la cittadinanza in Myanmar ma anche garantendo che i loro diritti di rifugiati siano rispettati in altri paesi, tra cui il diritto all’istruzione per i bambini. Senza tutto questo, un’intera generazione di minori Rohingya non potrà avere una vita migliore e contribuire allo sviluppo dei paesi in cui vivono” ha continuano Hassan Noor.

Il Myanmar non riconosce i Rohingya come cittadini, complicando il processo di richiesta di asilo all’estero e, secondo Save the Children, i minori sono ancora più esposti a varie forme di abuso in tutti e quattro i paesi tra cui:

• Apolidia e mancanza di status giuridico: il Myanmar nega la cittadinanza alla popolazione Rohingya, mentre nessuno degli altri quattro paesi concede la cittadinanza ai rifugiati minori Rohingya nati sulle loro coste, né sono ufficialmente riconosciuti come rifugiati. Ciò li espone a repressioni, deportazioni e arresti arbitrari, e molti di loro non riescono ad accedere all’assistenza sanitaria e ad altri servizi di base.

• Difficoltà di accesso all’istruzione, sia a causa di norme esplicitamente discriminatorie che li escludono dalla scuola, sia perché non vengono applicate politiche che dovrebbero consentire loro di frequentare la scuola. In Thailandia, ad esempio, tutti i minori hanno diritto all’istruzione di base indipendentemente dal loro status legale ma non sempre viene rispettato e i bambini Rohingya continuano a rimanere fuori dal sistema scolastico.

• Matrimoni e gravidanze precoci: le pressioni finanziarie e le usanze legate all’istruzione femminile fanno sì che le adolescenti Rohingya abbiano ancora meno possibilità di andare a scuola e più probabilità di matrimoni precoci.

• Arresti e confinamento in centri di detenzione per migranti e campi profughi.

• Atteggiamenti e discriminazioni contro i Rohingya, a volte diffusi online e nei media statali che minacciano la sicurezza dei bambini.

La comunità Rohingya in Myanmar ha vissuto decenni di persecuzioni e violenze perpetuate dallo stato e secondo il rapporto di Save the Children, i paesi vicini spesso non sono risultati luoghi sicuri poiché anche lì i rifugiati Rohingya continuano a essere demonizzati, discriminati, trattati come criminali, rinchiusi in centri di detenzione per migranti o lasciati morire su barche bloccate in mare per mesi. Inoltre, in Myanmar la situazione è sempre più instabile dopo il golpe militare del 1° febbraio, a seguito del quale migliaia di persone sono state arrestate e centinaia uccise, rendendo sempre più remota la prospettiva di un ritorno sicuro per le centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya che vivono nei campi in Bangladesh.
Le bambine, i bambini e gli adolescenti Rohingya che vivono fuori dal Myanmar hanno detto a Save the Children che hanno paura di uscire poiché potrebbero essere arrestati ed espulsi per immigrazione illegale.
“[In Myanmar] io e la mia famiglia eravamo perseguitati ovunque. Non potevo lavorare ed ero discriminato. Venivamo importunati e quando ero piccolo mia madre e mia sorella sono state picchiate. Siamo Rohingya e per questo siamo discriminati. Se uscivamo la sera la polizia ci picchiava o ci arrestava; a volte portavano i giovani Rohingya alla stazione di polizia e li torturavano. Una volta arrivato qui, è iniziato il lockdown ed è diventato difficile sopravvivere. Pensavo che avrei trovato di un lavoro per aiutare mia madre e le mie sorelle, ma è difficile trovarlo [senza documenti]. Da quando sono arrivato, ho paura di essere arrestato e della polizia. Non posso uscire [con i miei amici] quando mi chiamano per giocare perché non ho i documenti” racconta Abul*, 16 anni, che a soli 15 anni ha lasciato la sua famiglia in Myanmar ed è fuggito in Malesia, dove vive da circa 18 mesi.

Hamid*, 15 anni, ha lasciato il Bangladesh con suo padre a marzo dello scorso anno per andare in Malesia. Sono rimasti in mare per sette mesi prima che la barca attraccasse a Aceh, in Indonesia. Poco prima di sbarcare, il padre di Hamid è morto lasciandolo senza nessuno che si prendesse cura di lui. Aveva solo 14 anni. Ha affrontato quindi un pericoloso viaggio in barca per raggiungere i suoi parenti in Malesia. “Quando mio padre è morto ho pianto moltissimo e quando sono arrivato in Indonesia ho pianto ogni giorno per tre mesi, mi mancava così tanto. Quando tutte le persone della nostra barca hanno deciso di andare in Malesia sono andato con loro. Una volta arrivati nelle acque malesi sono stato arrestato dalla polizia insieme agli altri Rohingya. Ero preoccupato… Avevo paura di rimanere in prigione per molto tempo ma dopo due settimane la polizia ci ha consegnato all’UNHCR” racconta.

La pandemia di Covid-19 ha peggiorato ancor di più la situazione per i rifugiati Rohingya, poiché i governi aumentano le restrizioni di circolazione e chiudono i confini nazionali rendendo ancora più pericolosi i viaggi dei migranti. In diversi paesi la pandemia è stata un pretesto per le autorità per respingere le barche con a bordo i rifugiati, arrestare e detenere migranti privi di documenti e imporre restrizioni agli aiuti. Inoltre, con la crisi economica e del settore lavorativo, le famiglie hanno avuto gravi difficoltà e i minori Rohingya sono stati più esposti al rischio di sfruttamento, lavoro minorile e tratta.

*nomi cambiati per proteggere l’identità

Lontano dai riflettori, in Estremo Oriente un dramma umanitario ignorato

di Federica Mammina

Nel mese di agosto si è acceso il riflettore su una vicenda che senza eccessi si è giunti a definire come un vero e proprio episodio di pulizia etnica. Centinaia di migliaia di Rohingya sono in fuga dallo stato Rakhine del Myanmar e dalle truppe dell’esercito regolare birmano. Al momento, oltre mezzo milione di Rohingya, che sono una minoranza etnica di religione musulmana stanziatasi in uno stato che corrisponde all’area più povera di tutto il Myanmar, si trovano accampati appena oltre il confine con il Bangladesh, dove però non potranno rimanere a lungo. Quella che è stata definita un’emergenza, sarebbe al contrario una situazione di persecuzione piuttosto consolidata negli anni. Questa etnia di fede islamica, infatti, non è riconosciuta come etnia ufficiale dal governo birmano, in un contesto che è invece a maggioranza buddhista. A complicare ulteriormente le cose un gesto che non è passato inosservato agli occhi della comunità internazionale, ovvero il silenzio di Aung San Suu Kyi, la leader del nuovo Myanmar democratico nato dalle elezioni libere condotte nel 2015 in accordo con la giunta militare.
Il motivo di tutto questo accanimento? La fede si è detto, anche se ora pare che il vero motivo sia un interesse economico sul luogo in cui erano stanziati, legato anche allo sfruttamento delle risorse naturali.
Di fronte a tanto orrore c’è solo da augurarsi che il riflettore resti ben puntato su queste persone e che qualcuno intervenga in loro aiuto, non per qualche malcelato interesse come sempre accade, ma per il solo scopo di garantire la pace. Una volta tanto.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi