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LA PRESUNZIONE DEL SAPERE E L’ARROGANZA CHE UCCIDE IL DUBBIO

Un sottosegretario agli Affari esteri che scambia il Libano per la Libia, non dico che si debba dimettere, ma almeno cambiare incarico, questo sì, considerato che la confusione geografica di cui soffre potrebbe essere controproducente per la sicurezza e la stabilità del paese. È vero che la medesima patologia è condivisa da una collega senatrice della stessa fazione politica, ma sbagliare in due accresce solo il numero degli asini o delle capre a vostra scelta.

Considerata l’età degli interessati non si può neppure accusare le riforme della scuola che dal 2004, prima con la Moratti poi con la Gelmini, hanno defalcato le ore di insegnamento della geografia. Semmai non si studiava bene neppure prima e neanche ai tempi delle generazioni “diversamente adulte” come la mia, quando ti interrogavano alla cattedra con la cartina muta e dovevi mandare a memoria capitali, superficie, popolazione e densità, risorse naturali ed economia.

Non è necessario arrivare a tanto sadismo, ma in tempi di Wikipedia, Google Maps e Google Earth sarebbe  sufficiente ricorrere a questi strumenti, sempre che oltre a quelli materiali, si  disponga anche di quelli intellettuali, sostanzialmente si sappia orientarsi e si sia in grado di cercare.

Si ripropone il tema dell’ignorantocrazia, tornato abbondantemente alla ribalta in epoca di Coronavirus, con contestazioni dei comitati tecnico-scientifico e rivendicazioni populistiche della libertà di fare ammalare gli altri.

Mentre ci si preoccupa di riaprire le scuole e l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme sulle conseguenze dell’apprendimento perduto dai nostri giovani, si fa urgente anche la necessità di preoccuparsi dell’istruzione degli adulti, specie se poi ce li ritroviamo al governo del paese.
L’analfabetismo funzionale pare non risparmiare nessuno, né i bassi livelli di istruzione né quelli più alti, perché se non si continua a studiare, ad essere allenati ad apprendere, anche le competenze necessarie alla gestione della vita quotidiana col tempo si offuscano.

Veniamo dopo l’Indonesia, il Cile e la Turchia tra i 33 paesi che hanno partecipato all’ultima indagine internazionale sulle competenze degli adulti, svolta dal programma Piaac dell’Ocse. Il problema poi si aggrava, se consideriamo che in ogni Paese sono proprio le conoscenze delle persone più adulte che rischiano di diventare obsolete, perché sono quelle che meno accedono alla formazione.
Nando Pagnoncelli nel suo libro, La Penisola che non c’è: La realtà su misura degli italiani, ci mette in guardia, ricordandoci che, quando il bagaglio delle competenze è magro, questo produce pesanti ripercussioni sulla formazione delle opinioni e sull’agire quotidiano.

Del resto, l’assenza di attrezzi per districarsi nella complessità ha portato alla scorciatoia di negarla, accrescendo nelle persone la presunzione che sia possibile semplificare le soluzioni e le risposte, non con il rasoio di Occam, ma con il coltello dell’incompetenza. Anzi la competenza è sempre più oggetto di discredito mentre cresce invece la sicurezza di poter sapere tutto, a prescindere dalla formazione, dallo studio, dalla fatica necessaria a imparare. È l’effetto collaterale della democratizzazione del sapere attraverso la rete, che anziché produrre la crescita della conoscenza e del desiderio di apprendere ha finito per impigrire le menti, col diffondersi di un sapere superficiale e di bassa qualità. Un sapere fai da te, il sostituto i tech del Bignamino pronto per l’uso, che ciascuno si costruisce con mezzi sommari e sbrigativi.

Questa cura dell’ignoranza, coltivata come  sorta di difesa contro scienza e conoscenza asservite a poteri occulti che manipolano la realtà, ha portato al discredito di scuola e insegnanti che non detengono più il monopolio dell’istruzione e della formazione. È come sparare sulla Croce rossa in tempi in cui società della conoscenza e capitale umano costituiscono le chiavi sociali della cultura, dell’economia, dell’ambiente e di ogni sviluppo sostenibile, per dirla con l’Agenda 2030 dell’Onu, che pare sia tornato di moda citare.

Scrive il sociologo Stefano Allievi nel suo libro,  La spirale del sottosviluppo: “Ricchezza chiama ricchezza. Bellezza chiama bellezza. Cultura chiama cultura. Apertura mentale chiama apertura mentale. Cosmopolitismo chiama cosmopolitismo. Intelligenza chiama intelligenza. In Italia, spesso, si ha la sensazione che non rispondano…”

L’arroganza del Paese e delle fazioni politiche ha cancellato il ‘dubbio’ la sua funzione salvifica e pare che la certezza sia ormai al governo con forze populiste che presumono di possedere il verbo che predicano come la dottrina di una setta.
È quello di cui hanno bisogno le persone in cerca di una identificazione, di un riconoscimento che non sanno trovare altrove, nello studio e nelle pagine dei libri. Sono le persone che con un basso livello di competenza si ritroveranno con più probabilità a votare per un partito caratterizzato da un programma populista.

È legittimo pensare che la strategia dell’incompetenza, dell’ignoranza, della diffidenza nei confronti di chi ha studiato ed è esperto sia alimentata ad arte. Non sono la scienza e la cultura ad essere collise col potere, ma bensì l’ignoranza perché da sempre, storicamente, i popoli maggiormente manovrabili sono quelli meno istruiti. Oggi è più facile, perché mai come ora l’istruzione di ieri ha bisogno di essere ricostruita giorno per giorno nel sapere di domani.
Non dico che avremmo bisogno dei filosofi a capo della Repubblica di Platone, ma certamente la complessità che si vuole esorcizzare e che sarà sempre più complessa ha bisogno al governo del Paese di un capitale umano colto ed esperto, che non incespichi sui congiuntivi e prenda clamorosi scivoloni geografici.

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