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Diario di un agosto popolare
4. Nella città deserta

 

NELLA CITTÀ DESERTA
Roma, 3 agosto 2019

Oggi invece esco per andare al mercato. Al mercato si parla poco di politica, ma molto di costo della vita, clima e di paranoie alimentari.

Ma oggi sono pochi i banchi aperti, il caldo ha fatto strage.

E arriva la notizia che la signora caduta ieri non ce l’ha fatta.

“S’è buttata de sotto” dicono. Mi viene un groppo in gola.

Immagino di averla incontrata qualche volta a fare la fila alle verdure o al banco dei salumi, ma oggi nessuno qui se la ricorda.

Mentre torno verso casa, incontro un giovane africano che sta spazzando il marciapiede, proprio quello stesso della disgrazia, solo un po’ più in là.

Mi sorride, come se mi conoscesse.

Vedo che ha sistemato dei barattoli di pelati su due banchetti all’inizio e alla fine del tratto di strada che ha stabilito essere di sua competenza e passa avanti e indietro una scopa di saggina, raccogliendo anche qualche residuo con le mani.

Per una volta non vengo assalito da appiccicosi venditori di calzini e penso: bravo questo ragazzo, perlomeno furbo. Fa qualcosa di utile (il marciapiede è pulitissimo ora, gli altri di fronte invece fanno schifo) e poi non ti costringe a sentirti in colpa se non l’aiuti. Ci metto un euro nel barattolo.

Tornando a casa, penso che avrei potuto chiedergli qualcosa su di lui.

Ma intanto la giornata si riempie di piccoli impegni, il cielo si fa oscuro e comincio a vagare nella periferia in cerca di un motore per la mia auto appena sbiellata tra gli sfasciacarrozze inviperiti per un ennesimo pasticcio del Comune (almeno questo sembra, sentendo la loro campana). Durante il viaggio osservo questo nuovo paesaggio urbano che sulla Casilina si colora di sari indù, hijab mediorientali, camicie coreane e caffettani afro e finisco allo sfascio, dove mi accolgono due che sanno tutto di ogni elemento meccanico di qualunque modello di auto, ma fra loro parlano solo rumeno.

Ne giro cinque e sono tutti con lo stesso schema: il padrone è un romano sulla sessantina, bell’uomo scafato dalla voce roca, tipo macchinista del cinema di una volta. I dipendenti, tutti forestieri.

Alla fine risolvo, trovo un motore intatto in un catorcio di lamiere, con la speranza di aver fatto un affare e il dubbio di aver preso una fregatura.

Sotto una cappa minacciosa e opprimente sfreccio in motorino come in un film di Moretti e mi ritrovo al quartiere Parioli, dove sembra che abbiano sganciato una bomba al neutrone, di quelle che lasciano tutto intatto polverizzando solo gli umani.

Se non fosse che nel vuoto, appare un giardiniere sikh mentre sta potando un’edera rampicante perfetta come fosse in una tavola di Escher e qualche domestico orientale costretto a passare l’estate a passeggiare i cani.

Torno finalmente al mio Prenestino, e davanti al supermercato non trovo più il ragazzo che spazza il marciapiede, ma al suo posto c’è il signor Bonaventura, che in realtà è un ragazzo nigeriano che da è da 4 anni in Italia e da sempre vive esclusivamente di elemosina piazzato lì davanti al supermarket.

Ha un bel sorriso, due cuffiette trendy per sentire musica e un aspetto tutt’altro che da barbone. Decido di fargli delle domande.

Gli chiedo se sta cercando lavoro. Dice che no, nessuno lo vorrebbe. “Perché? Non sai fare niente?”. “Ma no,” dice lui, “in Nigeria lavoravo negli hotel, ho imparato anche a usare una macchina per imbottigliare”.

“E allora che ci sei venuto a fare?” “Ho un fratello in Svizzera, lui là guadagna bene.”

C’è sempre un parente, penso io, che spinge gli altri a partire. Magari millantando successi inesistenti per la vergogna di avere, al contrario, fallito.

“Volevo lavorare anch’io nella ristorazione. Ora da due anni ho perfino il permesso di soggiorno”. “E ti sei messo a cercare?”. “Difficile, dice lui. Tu che lavoro fai? Puoi aiutarmi?”. “Io? Faccio documentari.”

Sguardo di delusione. Mi rendo conto di essere inutile.

“Hai provato con la Caritas?” gli chiedo,

“Una volta, ma mi hanno dato dei numeri di telefono che non rispondono mai”.

Non c’è dubbio, è difficile. Ma ci dev’essere qualcos’altro.

Anzi, c’è sicuramente qualcos’altro.

Con una lettura un po’ diffidente, potrei pensare che a lui, benché quello che fa sia deprimente, convenga tutto sommato restare dove sta a tirar su qualche monetina ascoltando musica nelle cuffiette.

Con una lettura empatica, posso immaginare l’enorme fatica, il viaggio tremendo,

i rifiuti subiti, le vessazioni burocratiche e poi la rassegnazione, ancora più inaccettabile alla sua età.

Non sono neanche così ingenuo da non capire che ci sono omissioni nel suo racconto, perfino un po’ di autocommiserazione per strappare qualche spicciolo.

Ma soprattutto silenzi obbligati da ricatti e gente sopra di lui, che ne approfitta.

Eppure non basta solo un’inchiesta giornalistica sui racket a spiegarmi queste vite sprecate. Credo che per capire Bonaventura, e mille altri come lui, non ci siano mai abbastanza orecchie, perché ognuno di loro è una storia diversa, che ha bisogno di più tempo per essere ascoltata.

(continua il 5 agosto) 

Per leggere tutti insieme i capitoli del Diario di Daniele Cini:

Diario di un agosto popolare


Oppure leggili uno alla volta:

ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA

STRANI STRANIERI

CORPI DIMENTICATI

NELLA CITTA’ DESERTA

COCCIA DI MORTO

FINCHÉ C’É LA SALUTE

LA BOLLA SVEDESE

STELLE CADENTI

LA METRO, IL BUS E LO SCOOTER

FREQUENZE DISTORTE

CANNE AL VENTO

L’OTTIMISMO DURA POCO

LA TORBELLA DI ADAMO

Habemus papam di Moretti.
Quando il dubbio è di tutti: una lezione di umiltà

Qualche giorno fa ci ha lasciato il grande Renato Scarpa, un attore indimenticabile divenuto popolare soprattutto grazie a tre fortunati incontri: con Carlo Verdone (l’impagabile ipocondriaco di Un sacco bello), Massimo Troisi (l’impacciato Robertino di Ricomincio da tre) e Luciano De Crescenzo (Così parlò Bellavista). Lo abbiamo apprezzato, fra l’altro, nell’inflessibile preside di La stanza del figlio o nel ruolo dell’abile ma sincero cardinale Gregori di Habemus Papam per Nanni Moretti.

Lo vogliamo oggi ricordare con quest’ultimo film, dove non ne è il protagonista ma ove, con delicatezza, affianca un meraviglioso Michel Piccoli; anche se di qualche anno fa, una bellissima pellicola che vogliamo riproporvi, vincitrice di 3 David di Donatello nel 2012, tra cui quello al miglior attore protagonista, e di 7 Nastri d’argento, compreso quello per il regista del miglior film.
Bellissime e soavi, poi, anche le musiche: oltre a quelle originali di Franco Piersanti, sono presenti altri brani musicali, tra cui la canzone Todo cambia, scritta da Julio Numhauser (il fondatore del gruppo cileno dei Quilapayún): la versione presente nella pellicola è quella cantata dalla cantante argentina Mercedes Sosa.

Eccoci allora nella Cappella Sistina, in pieno conclave per la nomina del nuovo Pontefice. Molte fumate nere e folla in trepidante attesa, come da copione. A sorpresa (uno dei favoriti era il cardinale Gregori, Renato Scarpa), arriva la nomina del cardinale francese Melville (Michel Piccoli) che, al momento della pubblica proclamazione, mentre il cardinale protodiacono sta per annunciare il nome del nuovo pontefice alla folla dei fedeli riuniti in Piazza San Pietro, ha un attacco di panico e fugge via nello sconcerto generale, interrompendo la cerimonia prima che sia annunciata la sua elezione. Un Papa umano, spaventato, al di sopra di ogni sospetto.

La stampa incalza, la folla, in preghiera, freme: tutti vogliono conoscere il nome del neoeletto ma il portavoce della Santa Sede prende tempo. La situazione è paradossale, nulla di mai visto prima nella lunga storia della Chiesa. Secondo il codice di diritto canonico, finché il Papa non si presenta ai suoi fedeli, la cerimonia di elezione non può considerarsi conclusa e il conclave non può ancora avere contatti con il mondo esterno. Tutti dentro, allora.

Arriva in soccorso lo psicoanalista professor Brezzi (Nanni Moretti), accolto con un po’ di diffidenza dai cardinali, che, viste le difficoltà, indirizza, in incognito, il Pontefice, depresso e colto da senso di impotenza, alla sua ex moglie, anch’essa psicanalista (Margherita Buy).

Terminata la seduta il papa riesce a dileguarsi durante una passeggiata, sfuggendo alla sorveglianza del portavoce Marcin Raijski (Jerzy Stuhr) e della scorta. Per evitare uno scandalo, il portavoce mente ai cardinali e al dottor Brezzi, e riferisce che il Papa è tornato nelle sue stanze e ha iniziato una promettente convalescenza. Una zelante, e golosa, guardia svizzera resterà negli appartamenti papali a muovere le tende, accendere e spegnere le luci, ascoltare musica, pranzare e cenare come se il pontefice fosse presente.

Il collegio e il dottor Brezzi sono quindi messi in una forzata clausura, ma un esilarate torneo di pallavolo farà passare loro belle ore spensierate, in attesa che il Pontefice emerga dalla sua lunga pausa di riflessione e preghiera. Il tutto anche a suo incoraggiamento.

Melville, intanto, vaga solitario per Roma, come un uomo qualunque, prima a bordo di un autobus affollato, cercando invano di preparare il suo discorso di investitura, poi recandosi in un albergo, dove incontra una sconquassata compagnia teatrale intenta a mettere in scena il Gabbiano di Čechov (ah, se potesse sostituire quell’attore venuto temporaneamente a mancare…).

Entra allora in gioco la consueta ironica e inconfondibile psicanalisi di Moretti: un deficit di accudimento dovuto ad una frustrata carriera di attore? Tutto resta possibile… Ma Melville vuole solo scomparire senza che il mondo sappia della sua elezione, perché un nuovo Papa sia eletto. Le regole, però, non lo permettono, lo si vuole tenere, convincere e salvare a tuti i costi. E allora il nuovo eletto – che non è un dubbioso sulla propria fede o un pauroso ma un umile – si affaccerà al balcone, dovrà. Con sorpresa finale.

Habemus-Papam papa

In occasione della rinuncia di Benedetto XVI dell’11 febbraio 2013, vari organi di informazione hanno fatto riferimento a Habemus Papam, definendo sia il film che il regista come «profetico». Sul parallelismo tra le vicende reali e la trama del film, Paolo D’Agostini della Repubblica ha affermato: «Nanni Moretti, una volta in più, conferma quanto il suo cinema sia stato capace di cogliere, intuire, intercettare, ascoltare, prevedere». Uno dei suoi film più belli e riusciti, un capolavoro, aggiungo io.

Habebus papam, di Nanni Moretti, con Michel Piccoli, Margherita Buy, Nanni Moretti, Renato Scarpa, 2011, 102 mn.

DIARIO IN PUBBLICO
La Bontà

 

Nell’epoca dei social è ancora possibile parlare di ‘Bontà’? Non quella che reclamizza la chiesa (cattolica o no), ma quella che sul campo agisce per aiutare il prossimo.

Conosco un gruppo di donne. Sono sorelle e non solo metaforicamente ma fisicamente, ognuna con il proprio lavoro e i propri interessi. Di una di esse – sono cinque – mi reputo amico fraterno. Tutte, con una parola che appare scontata, svolgono la loro attività in modo serio e responsabile.

Ma quelle donne, quelle amiche, nel momento del bisogno sono sempre presenti sia per portare medicine, che per confortare, che per aiutare con gioia e con leggerezza in situazioni pesanti. Molti le conoscono: taccio il nome perché probabilmente non vorrebbero che venisse divulgato, ma a loro da parte mia e della mia famiglia va un sentito grazie!

Non sono un bacchettone, ma certo la vicenda di Morisi mi ha lasciato a dir poco perplesso. Allora è vero che La Bestia agiva confondendo casi privati e pubblici? Vedo quel viso palliduccio che, con un sorriso imbarazzato, o almeno pare, sembra seguire la furia da lui provocata del suo ‘Capitano’, i cui gusti sessuali sono totalmente diversi da quelli del suo ex guru.

La noia ti afferra alla gola. Ecco Sarkozy, ecco lo zio di Salman, ecco i femminicidi, ecco gli incidenti sul lavoro. Perfino Greta ha perso smalto. Che resta allora? Ritrovare nella cosiddetta ‘cultura’ il senso profondo di una speranza che non tutto è e sarà perduto.

sukkahL’avvenimento, che più mi ha coinvolto nella settimana passata, è stato La festa del libro ebraico che si è svolto sul tema della casa dal 23 al 26 settembre. Una serie d’incontri quasi tutti svolti sotto la sukkah [Qui], la mitica tenda che ospitò gli ebrei in fuga.

Gli incontri e i relatori sono stati di primaria importanza: da Luciano Canfora [Qui], che ha parlato da par suo del suo ultimo libro, Il tesoro degli ebrei. Roma e Gerusalemme Laterza 2021, alla presentazione del libro Il merito dei padri Storia de La Petrolifera Italo Rumena 1920-2020, che racconta la storia di una famiglia, gli Ottolenghi e di una impresa. Guido Ottolenghi ha dialogato con Romano Prodi moderati dall’eccellente futuro rettore di Unife la professoressa Laura Ramaciotti.

La mia attenzione però si era naturalmente diretta alla presentazione del libro della carissima amica Edith Bruck [Qui], Il pane perduto, La nave di Teseo, 2021 vincitore del premio Viareggio e dello Strega giovani. Rivederla seppure in streaming mi ha commosso profondamente e per qualche minuto abbiamo parlato di un tempo irripetibile, gli anni Ottanta del secolo scorso, quando orgogliosamente portavo a pranzo o a cena le due donne più affascinanti di quel momento: Elsa Morante e Edith Bruck.  

Le giornate si sono concluse con la presentazione del volume di Eshkol Nevo [Qui], Tre piani, da cui è stato tratto il film di Nanni Moretti sicuramente non eccelso. Come al solito si è discusso sulla liceità o possibilità di tradurre in film un’opera letteraria con esempi famosissimi, di cui rimane nella memoria solo quella che a mio parere ha raggiunto la qualità del libro: Morte a Venezia di Thomas Mann ridotto in film da Luchino Visconti.

L’incontro con Nevo, presentato dal collega e amico Alessandro Piperno e moderato dalla straordinaria direttrice del Circolo dei lettori di Torino, Elena Loewenthal, mi ha permesso di ricordare il tema della predestinazione con il mancato incontro in quella Israele che ancora mi aspetta, proprio con Nevo, a casa di Massimo Acanfora e Simonetta della Seta. Una vicenda che ha a che fare con il mistero, che ancora non voglio svelare, se la mia ascendenza è siglata da un nonno naturale ebreo.

Del folto pubblico intelligentemente guidato dal presidente Dario Disegni e dal direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto era perlomeno curiosa l’assenza di gran parte delle Associazioni culturali ferraresi, salvo la costante presenza della Direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea Anna Quarzi. 

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

OSSERVATORIO POLITICO
Sardine contro l’odio, per una politica seria e responsabile

Piazza Castello stracolma! E’ una bella notizia. Forse la pacchia per Salvini e la destra
sta finendo. Vedremo. Intanto registriamo alcuni fatti. Il movimento delle ‘sardine’ è
nazionale. Le parole d’ordine delle imponenti manifestazioni sono chiare e forti:
contro l’odio, la guerra tra poveri la vincono i ricchi, chiediamo alla politica serietà e
responsabilità, basta con il populismo intollerante e violento, siamo antifascisti e i
valori della Costituzione sono la nostra guida.

Giustamente, i partiti del centro-sinistra partecipano, ma fanno attenzione a non strumentalizzare.
Quando nascono movimenti di questa portata bisogna interpretarli bene. La scintilla che li porta alla
ribalta è sempre occasionale. Ricordiamo Nanni Moretti che anni fa gridò alla piazza:
“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”. Da lì nacquero i ‘girotondini’.
Oggi, è stato l’arrogante e spavaldo Salvini ad eccedere e a suscitare la reazione delle prime
‘sardine’ a Bologna. Hanno, poi, preso il largo nel mare grande delle cttà di tutto il
Paese. Vuol dire che sotto la cenere le braci erano accese. Il messaggio è indirizzato
a tutta la politica. Contro l’avversario ben individuato: la destra. Polemico verso il
campo diviso e rissoso della sinistra.

Rispettarne l’autonomia non significa non esprimere gratitudine a chi sta organizzando manifestazioni in tutto il paese.
E non ci esime, a noi vecchi militanti di una sinistra in crisi e stanca, di auspicare che questa
energia fresca e tranquilla diventi decisiva per vincere le elezioni del 26 gennaio.

Unità nella diversità per non consegnare la civile Emilia-Romagna a chi ospita nelle
proprie manifestazioni i fascisti di Forza Nuova e CasaPound. Ma ciò che si è
sedimentato nel profondo della società in questi anni ci fa sperare in una possibile
riscossa di più lunga durata. Vedremo.

Intanto casualmente, ieri a Ferrara, è avvenuto un confronto significativo.
In mattnata, una cinquantina di militanti di Forza Nuova erano al Grattacielo con le cupe,
tragiche e tristi bandiere nere.
In serata, migliaia e migliaia di giovani e persone di ogni età hanno manifestato con
serenità esibendo colori di ogni tipo e simboli gioiosi. E’ un buon inizio e di buon
auspicio. Eravamo stanchi della replica della stessa scena. Salvini chiuso in un teatro
a tenere un comizio. Fuori qualche Centro Sociale incendiava auto o si scontrava con
la polizia. La musica è cambiata. I suonatori, lo spartito e il pubblico fanno ben
sperare in una scena nuova.
Per dirla con un autore della mia giovinezza: “Ben scavato, vecchia talpa!”

Facciamoci del male

Difficile resistere alla tentazione di citare Nanni Moretti: “Continuiamo così, facciamoci del male”. D’accordo, esperti come Gianfranco Pasquino citando la lezione di Isaiah Berlin ricordano che nella vita mai ci capita il meglio, più spesso si deve scegliere il meno peggio.
Ma siamo proprio sicuri che il governo Conte bis lo sia davvero? E’ certo che questa sia la soluzione che realisticamente passa il convento, per arginare la deriva populista e sovranista di Salvini?
A chi ha seguito la maratona tv di Enrico Mentana martedì 3 settembre in attesa del responso degli iscritti al M5s sulla piattaforma Rousseau sull’ipotesi del nuovo governo, un primo segnale di allarme deve essere suonato.
Oltre un’ora dopo lo stop al voto digitale (le 18) nulla si sapeva ancora sul risultato. A un certo punto il portinaio del palazzo milanese sede della Casaleggio-associati che gestisce il sito, ha fatto uscire in strada giornalisti e cineoperatori dall’androne dello stabile e ha chiuso il portone d’ingresso perché ha finito il turno di lavoro.
Persino Mentana in studio, al quale non manca certo la parola, ha allargato le braccia.
E’ stata l’immagine plastica di un Paese intero – istituzioni, Quirinale, Palazzo Chigi, Parlamento e opinione pubblica – lasciato per strada in attesa di sapere se il popolo pentastellato avesse dato il placet ai loro stessi rappresentanti – tutti, insieme agli altri, a loro volta volta eletti – impegnati nel frattempo in colloqui e trattative per mettere insieme una maggioranza.
Sessanta milioni di italiani sospesi in un purgatorio virtuale, aspettando cosa ne pensassero 79mila e rotti cittadini.
Di lì a poco, il capo politico della ‘volonté générale’ timbrata Rousseau, Luigi Di Maio, in conferenza stampa a Roma ha commentato euforico questa operazione come una prova di democrazia unica al mondo.
Se nessuno ci ha finora copiato in tutto il globo, una ragione ci deve pur essere!
Ma cerchiamo pure di andare oltre.
E’ opinione diffusa che Matteo Salvini, aprendo la crisi del governo giallo-verde, ne sia stato la prima vittima secondo l’adagio: chi troppo vuole nulla stringe.
Più o meno la stessa sorte toccata all’altro Matteo, Renzi.
Bene ha fatto, almeno in questo, il giurista Giuseppe Conte a voler parlamentarizzare la crisi col suo discorso-mazzata al Senato il 20 agosto scorso, nel quale ha menato fendenti all’uno e all’altro dei due vicepresidenti del Consiglio.
Alla faccia del vicepremier dei suoi due vicepremier, qualcuno ha sussurrato, anche se il conto di Conte non torna pensando a ciò che ha pur condiviso e firmato nei precedenti 14 mesi di governo (l’anno che doveva essere “bellissimo”).
Dopo la mossa ingorda del Truce Padano (come lo chiama Giuliano Ferrara), Salvini non ne ha più imbroccata una, quasi avesse perso il tocco magico che ha sorretto ogni sua uscita baldante in precedenza. Ha aperto la crisi senza che nemmeno uno dei suoi ministri desse le dimissioni, sfiduciando di fatto anche i suoi. Ha poi tentato la mossa della disperazione sul taglio dei parlamentari azzardando un ultimo abbraccio a Di Maio, senza rendersi conto della castroneria: se si approva la riforma costituzionale in due e due quattro (altra fesseria) e si rimanda il tutto alla prossima legislatura (2024!), significa che l’intero Parlamento in carica è completamente fuori dalla Costituzione nel frattempo cambiata. Ha dato dei poltronai a chi stava tramando per una maggioranza diversa solo per paura delle elezioni, mentre aveva appena offerto la carica di premier a Di Maio pur di salvare la pelle.
Da ministro ha indicato le urne come unica soluzione alla crisi da lui aperta, saltando completamente le prerogative di presidente della Repubblica e Parlamento.
In più, la strategia pettoruta della gestione migranti stava cominciando a mostrare la corda, con un’ossessiva e sprezzante severità verso le ong, chiaramente fuori dei confini del diritto internazionale, mentre nel frattempo continua la fila dei barchini che, indisturbati, sbarcano sulle coste italiane.
Una serie di svarioni che i sondaggi stavano già misurando in cali vistosi di consensi alla Lega. Tanto che se si fosse andati davvero alla conta delle urne c’è chi dice che la destra avrebbe certamente vinto le elezioni, ma probabilmente con il necessario soccorso di Forza Italia.
Se così fosse stato, gente come Taiani in maggioranza, fino all’altro ieri presidente del Parlamento europeo, davvero non avrebbe battuto ciglio sul banco di prova di una Legge di bilancio esplicitamente sbattuta contro il muso dei burocrati di Bruxelles, allegramente a suon di deficit e debito come se piovesse?
E sulla gestione migranti? Inutile girarci attorno, una soluzione non c’è. Ha fallito la strategia Renzi (sbarchi umanitari in cambio di flessibilità sui conti pubblici), non è piaciuta la linea Minniti (lontano dagli occhi – leggasi campi libici – lontano dal cuore) e sta mostrando tutti i limiti pure quella del Truce Padano.
Perché allora la sinistra si appresta a riprendere in mano la patata rovente, in condominio coi pentastellati, senza che su questo, a quanto pare, ci sia uno straccio di soluzione? Se si sposa la linea umanitaria di papa Bergoglio, occorre sapere che persino il pontefice è in forte difficoltà, con un popolo di dio, almeno buona parte, che pare non scomporsi più di tanto di fronte a crocifissi e rosari branditi nel segno della difesa dell’identità.
Perciò la domanda è la seguente: siamo sicuri che con il governo Conte bis si sia esorcizzato il pericolo Salvini?
Va bene che dietro la mossa, indubbiamente furba, ci sia il plauso di Usa, Ue, Vaticano e vescovi, ma si è valutato che mentre il Pd si rende responsabilmente garante della stabilità nazionale, e non solo, si restituisce a Salvini il suo terreno più congeniale: la piazza?
E se dopo l’esultanza per la furbata messa a segno dovessero esplodere da subito le contraddizioni fra chi fino a ieri si è mandato a quel paese in mondo visione, con misure economiche che fanno serpeggiare ipotesi di patrimoniale (lo spostamento auspicato dagli esperti del carico fiscale da lavoro e capitale ai patrimoni e rendite), vera e propria benzina nel serbatoio populista, davvero si pensa che questo governo abbia come traguardo la fine della legislatura, cioè il tempo necessario per fare arrivare Salvini afono al prossimo turno elettorale?
E se il traguardo finale fosse ben più ravvicinato, basterà una legge tutta proporzionale per disinnescare la mina della destra-destra? Per di più con l’arma spuntata dei democratici contro gli antidemocratici, quando i primi, in testa il Pd, negli ultimi anni è arrivato al governo senza passare per il consenso popolare.
Qualcuno azzarda la teoria: tanto Salvini al governo ha sgonfiato in un solo anno i 5 Stelle, tanto potrà farlo il Pd a Palazzo Chigi piuttosto che dai banchi dell’opposizione.
Siamo proprio sicuri?

DIARIO IN PUBBLICO
Il fallimento della cultura e le colpe degli intellettuali

S’allontana il delirio ferragostano funestato dalle terribili notizie del ponte crollato a Genova sul torrente Polcevera. Le immagini ripetute ossessivamente dalle tv e da internet ci mostrano uno dei più assurdi attraversamenti di una città. Un ponte che sovrasta case e scavalca un fiume, una situazione ambientale e paesaggistica indegna anche delle più spaventose realtà orientali. Una noncuranza etica e umana che è stata imposta ad una tra le città più importanti storicamente dell’Occidente. Rileggo in questa luce i contributi apparsi sull’‘Espresso’ del 12 agosto che propone una rivisitazione del “Caro diario” di Nanni Moretti nel 2018 a pochi giorni dalla tragedia di Genova. Moretti nel film ripercorreva in vespa Roma deserta tra il 1992 e il Ferragosto 1993; abbandona il suo alter ego Michele Apicella protagonista dei film precedenti, si riappropria della sua identità e per primo è capace di testimoniare la frattura tra la cosiddetta intellighentia e la scelta politica degli italiani, prodromo del governo giallo-verde. Ne dà conto l’articolo di Giovanni Orsina, Intellighenzia addio, che in exergo scrive “Gli italiani sono uno dei popoli più condizionati e volgari del mondo”.
Ed è verissimo.

Quando un popolo sospetta della sua identità culturale e la schernisce per rivolgersi al ‘fatto’ nudo e crudo la frattura sembra irreversibile (e questo ‘sembra’ invece di ‘è’ lascia ancora un esile filo di speranza). Orsina ribadisce un concetto assai chiaro: “Gli intellettuali sono in una spirale: più la realtà li ignora, più loro la detestano. Un fallimento politico macroscopico”.

Sulla ‘Repubblica’ del 15 agosto così scrive Nadia Urbinati. “Il degrado delle infrastrutture che la tragedia di Genova (a quanto pare annunciata e quindi evitabile) ha mostrato è il segno di un degrado etico e ambientale profondo. Sta insieme alla caduta di responsabilità del pubblico rispetto alla cura e alla valorizzazione dei suoi beni, che sono i beni della Repubblica, non di una parte della popolazione, non di uno specifico territorio. Il viadotto di Genova era parte della rete nazionale di autostrade, di un sistema di comunicazione che è come la spina dorsale del paese, ramificazione che connette le aree e la gente che le abita. E’ una componente essenziale del “paesaggio” che insieme al “patrimonio storico e artistico” l’articolo 9 della Costituzione assegna alla Repubblica il “dovere” di “tutelare”. Degrado etico e ambientale e caduta della responsabilità pubblica e politica verso i beni pubblici sono andati di pari passo”.
Una considerazione che considero fondamentale per capire il fallimento dell’intellighenzia.

Che la sconfitta della cultura fomentata da una politica tesa a sfruttare il consenso immediato senza più agganciarsi a un programma o un’adesione al progetto è la colpa più grave da imputarsi alla sinistra che dopo Berlinguer e fino a Renzi non ha saputo impegnarsi a risolvere una crisi che dai valori si è trasferita all’etica. Il riflesso più evidente di questo abbandono lo si nota anche nel costume e nel comportamento, le spie più evidenti di questa scelta al ribasso.

Dal mio osservatorio sotto l’ombrellone i commenti che ascolto sono l’esatta proiezione del non-pensiero che coinvolge ormai l’80% degli ‘itagliani’. Queste considerazioni potranno consolidare il mio pensiero da radical-chic o shit a seconda dei punti di vista ma è ormai fatto comune e ampiamente pervasivo. Ultra sessantenni di tagli forte esibiscono bikini che nella separazione tra le due culatte si riducono a un filo. Panciuti ‘umarel’ ciabattano verso la riva avvolti nella seconda pelle dei tatuaggi che li rivestono come i protagonisti di qualche film sulla mafia cinese. Sono gli eredi di quella classe sociale operaia o piccolo-borghese che erano i frequentatori delle feste dell’Unità o dei circoli Pci.

E noi intellettuali? Come ci sentivamo nel giusto a vendere il giornale la domenica illusorio esempio di una parità sociale improbabile! E all’Università? Il voto politico e l’assoluzione dell’anarchismo. Era una fede con quel che di sbagliato ma anche di costruttivo che si può richiedere a questo concetto.

Solo Pasolini predicava la sua complessa adesione alle ragioni dei figli del Sud impiegati nelle forze dell’ordine contro l’anarchismo dei giovani intellettuali. Ma lui poteva scrivere anche sulle pagine del ‘Corriere’ perché era un uomo di mondo, un artista e quindi sempre contro-corrente.

Errori dunque ma nei migliori dettati da una consapevolezza di far parte di una società che s’identificava in programmi politici.
Nel fallimento attuale ciò che manca, ciò che ci rattrista è la mancanza di una riflessione, di un atto di umiltà. Regna solo il silenzio.
E in attesa di questo necessario ripensamento che significa ritornare a un visione etica della politica assistiamo al trionfo corporale del ministro Salvini.

Nell’ansito che monta, nell’attesa di toccare il ministro del miracolo, di poterlo assimilare a ognuno di noi, di imitarne mosse, atteggiamenti, scelte da quelle vestimentarie a quelle politiche lasciandosi andare al fremito del minuto che lo si fa riconoscere simile se non uguale a chi implora un selfie con lui, la storia capitola e si sbriciola come attesta il proprietario Tonino Tringali della casa di Brancaleone Calabro in cui visse Cesare Pavese mandato al confino “La sua presenza qui ha un significato, non si può negare” (Brunella Giovara, ‘La Repubblica 18 agosto, 2018, p.21).

E allo studioso di Pavese scendono lacrime amare.

L’afflizione e l’orgoglio. Confessioni di un cinquantenne innamorato e tradito dalla politica

Lo confesso, sono preoccupato per la nascita di questo governo che porta in pancia il razzismo e il qualunquismo della Lega e insieme il semplificazionismo, il populismo e l’ingenuità di una larga parte del Movimento 5 Stelle. Ma sono anche curioso. Curioso di vedere cosa questo strano governo riuscirà a combinare. Di certo non farà più guai di quanti ne abbiano generati tanti dei governi che lo hanno preceduto (Berlusconi e non solo), ai quali tuttavia siamo sopravvissuti, perché gli uomini, specie nelle condizioni più drammatiche, trovano in sé risorse che neppure immaginano di avere.
Non potranno fare troppi guai, i nuovi governanti, anche perché le istituzioni hanno un solido sistema di pesi e contrappesi e una serie di vincoli che spesso frenano il cambiamento ma in questi frangenti risultano salvifici poiché preservano la loro stessa integrità.
Certo, vedere Salvini ministro dell’Interno mi inquieta. Ma, ben più di questo, mi inquieta e mi fa arrabbiare non avere una sinistra degna della propria storia e all’altezza dei propri ideali. Non è merito di Salvini e Di Maio se ora stanno al governo e non è colpa loro se la sinistra si è rinsecchita sino a diventare un fossile. La responsabilità è tutta nostra, che per decenni ci siamo incartati in sterili e capziose discussioni, mentre lasciavamo filtrare nei nostri animi – sino ad esserne soggiogati – il fascino tutt’altro che discreto del capitalismo e della borghesia che ne è espressione, sino a scimmiottarne i modi, assorbirne la forma mentis e le ambizioni, sino a modificare il nostro dna. Non abbiamo saputo adeguare le nostre analisi al mutare della realtà, né superare le vane contrapposizioni interne spesso dettate più dalla vanità che dalla ragione; siamo rimasti ancorati a vecchi schemi, incapaci di discernere fra formalismi e sostanza. Intanto il mondo è andato avanti ed è cambiato e noi non ce ne siamo accorti. O abbiamo finto di non capire.
Anzi, non “noi”, per dirla presuntuosamente e provocatoriamente alla Nanni Moretti: “voi”. Voi vi siete parlati addosso, voi vi siete scannati per le vostre poltroncine, voi vi siete polarizzati fra dogmatici e “miglioristi”, voi avete giocato a fare i politici moderni e voi siete imbruttiti. Noi siamo “splendidi quarantenni”.
Noi stavamo dalla parte del torto, come sempre. Derisi. Commiserati con quella bonaria sufficienza che si riserva a chi, poverino, è troppo ingenuo per capire… E allora ci siamo sottratti. Non perché non ci abbiate voluto, non perché non ci fosse un posto apparecchiato a tavola, ma perché a quella tavola abbiamo scelto di non esserci, perché continuiamo ostinatamente a pensare che un mondo diverso sia davvero possibile, che il capitalismo non sia l’unica forma di organizzazione praticabile, che per questo nostro mondo esista un altro modello, un’altra via. Ma non per questo siamo nostalgici. Arrabbiati e delusi, questo sì.
Oggi manca il progetto, la visione. Un orizzonte verso il quale muovere il passo, un traguardo che giustifichi il nostro impegno e i nostri sacrifici.
Personalmente non rimpiango certo il tempo in cui il mondo era diviso in blocchi: i gulag di Stalin erano specchio dei campi di sterminio nazisti. E il pensiero unico dell’Urss non poteva rappresentare un’alternativa alla tracotanza imperialista dell’America. I fondamentalismi non sono buoni o cattivi a seconda del colore della loro bandiera. Lo spirito egualitario che sta a fondamento del comunismo non ha mai trovato albergo nelle umane intraprese statuali e nelle sue espressioni comunitarie. Né l’evangelica fratellanza predicata da Cristo e da Francesco ha mutato le ambizioni o l’agire dei potenti. Qua e là c’è traccia solamente di piccole riserve indiane di resistenti.
Ma insisto: il rispetto, l’autentica tolleranza, la solidarietà, l’equità, l’onestà sono i valori da praticare (e non solo da professare e strillare nei comizi). Appartengo a quella minoranza di persone che cercano di fare di questi ideali il loro stile di vita. E non siamo poi così pochi. Se lo sembriamo è forse perché non gridiamo, perché non battiamo i pugni sul tavolo, perché non scalpitiamo per affermare noi stessi e pretendere il posto a tavola. Però ci siamo. E osserviamo questo spettacolo – del quale pure siamo partecipi, sebbene spesso con disgusto – respingendo il demone della rassegnazione. Resistiamo
Volgendo lo sguardo fra le macerie della nostra civiltà cerchiamo ancora uno spiraglio di luce e il conforto di solide mani per tentar di ricostruire ciò che si può. Siamo resilienti. E dall’esperienza abbiamo imparato a diffidare degli apocalittici annunci che accompagnano ogni nuova temperie. No, non sarà neppure stavolta la fine del mondo. Siamo ancora qui. E se serve, ci faremo trovare pronti a riprendere la marcia: scarpe rotte eppur bisogna andare. Come sempre.

Roma Eur e sullo sfondo l’attesa di Nina

Due le curiosità che mi hanno attirato verso questo film: la regista, Elisa Fuksas (anche lei architetto) e la sua parentela con il grande architetto della Nuvola, Massimiliano, e lo sfondo, il quartiere dell’EUR a Roma, che attraverso ogni giorno per lavoro. E poi anche una terza, che stavo dimenticando, la presenza di uno dei miei attori preferiti, Luca Marinelli.

Siamo in una Roma estiva, calda, afosa e assolata, non forse così deserta come negli anni passati, ma ci troviamo in una città, qui rappresentata dalle architetture squadrate e monumentali dell’Eur, che la protagonista, Nina (Diane Fleri), scanzonata e libera, percorre a bordo di una Vespa. Ovviamente il ricordo va subito all’affezionata sella di ‘Caro Diario’, di Nanni Moretti, ma qui a dominare è soprattutto la luce, un bianco che abbaglia che sembra spesso trasformare la realtà in un miraggio. Nina è una ragazza trentenne senza certezze, avvolta da una precarietà esistenziale rappresentata da un’irrequietezza fatta di girovagare, senza punti fermi, nell’impossibilità di pensare al futuro o anche solo di immaginarlo. Come la regista, questa bella e seducente protagonista dai capelli corti e sbarazzini, solitaria e indipendente, ama i dolci, Mozart, gli origami, le fiabe, gli incontri impossibili. Nina, innamorata della Cina, insegnante di canto, è una giovane donna che si riempie la vita di cose da fare, tra sogno e realtà: una di queste, l’inizio del film, fare da balia a degli animali rimasti in città perché i padroni sono in vacanza, in modo particolare al cane Omero, depresso, che non può stare da solo. Come racconta la stessa regista, questa pellicola è nata dal desiderio di narrare la storia di una donna che sopravvive alle meglio in un “equilibrio stabile”, incapace di scegliere, di decidere il proprio presente e il proprio futuro, di prendersi ogni responsabilità, di cambiare le cose, una ragazza immobile che preferisce guardare la realtà trattenendo il fiato, come un pesce in un acquario. Nonostante questo ci sono tanti begli incontri: il professor De Luca (Ernesto Mahieux), sinologo napoletano, Ettore (Luigi Catani), undicenne molto maturo, custode del palazzo; il cane Omero; Fabrizio (Luca Marinelli), un violoncellista incontrato per caso e poi cercato volutamente. Si percepiscono attesa, incompletezza, momenti di passaggio. Le immagini sono monumentali, come l’architettura dell’Eur che quasi parla da sé, sembra di vedere Fellini aggirarsi per quelle scale. Mentre si attende e basta: un amore, un lavoro, una vita nuova.

Nina, di Elisa Fuksas, con Diane Fleri, Luca Marinelli, Ernesto Mahieux, Andrea Bosca, Luigi Catani, Italia, 2013, 80 mn.

LA NOTA
La Sinistra e il metodo Tafazzi

​È una sindrome dalla quale la Sinistra non riesce proprio a guarire. Chiamiamola miopia o autolesionismo. Ultima brillante prova: le primarie pd per il sindaco di Milano. Il candidato moderato Giuseppe Sala, forte dell’investitura di Renzi, ha ottenuto ieri il 42% dei consensi e la ‘nomination’, peraltro accompagnata da molte polemiche per il voto sospetto di una folta rappresentanza della comunità cinese, che a qualcuno ha rinnovato la memoria delle famigerate ‘truppe cammellate’.
Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino, i due principali antagonisti, hanno raccolto rispettivamente il 34 e il 23% dei voti. Fra loro sono emersi riferimenti ideali e politici affini, dai quali deriva una visione della città, dei rapporti fra le parti sociali, delle alleanze, delle priorità di intervento certamente alternativi a quelli di Sala. Eppure non hanno trovato – o non hanno cercato – il modo di coalizzarsi. Peccato. Perché insieme avrebbero potenzialmente conseguito un bel 57%, un risultato tale da lasciar presagire il successo, anche al netto di qualche defezione: poiché in politica si sa bene che il malpancismo è diffuso e uno più uno quasi mai fa due.

Balzani e Majorino potevano essere artefici di un progetto condiviso e delineare uno schieramento solido, capace di proporsi autorevolmente a sostegno del potenziale futuro sindaco della città. Potevano. Perché invece, naturalmente, ognuno è andato per conto suo.
Naturalmente, perché questa inclinazione a dividersi in mille rivoli pare ormai una connaturata peculiarità della Sinistra. E’ ormai congenita l’incapacità di stare insieme e unire le forze. E questo in palese e tragicomico contrasto con i rituali proclami di coesione che ogni volta vengono espressi, gli appelli all’unità sempre evocata ma mai seriamente perseguita con la necessaria tenacia. E’ un tratto – più propriamente ‘una deformazione’ – che caratterizza la Sinistra, italiana in particolare. Una mostruosità che partorisce sconfitte in serie.
Ci si divide un po’ su tutto, ma soprattutto si compie un errore strategico mortale: non si attribuisce ai temi il giusto indice di priorità, stabilendo con chiarezza e buon senso le questioni e i principi basilari, come tali intangibili perché connessi all’identità politica, e gli elementi di complemento sui quali si può anche dissentire senza per forza dover ogni volta prendere cappello. Si finisce perciò per accapigliarsi un po’ su tutto. Non è chiaro se ciò avvenga per un eccesso di puntiglio, peraltro ben corroborato dalla completa incapacità di mediare, arte invece necessaria a definire quei nobili compromessi che, non solo la politica ma anche la vita, impongono. Oppure se questa litigiosità sia frutto avvelenato di altre peggiori debolezze e sotto il fuoco covi la brace dell’ambizione, sicché il continuo beccarsi sarebbe conseguenza di impronunciabili smanie di affermazione personale, incontenibili e talvolta malcelate dalle affermazioni di principio. Forse c’entrano entrambe le cose. E, comunque sia, la Sinistra riesce sempre a perdere. E quasi sempre facendosi male da sola.

Milano è solo il più recente esempio, ciò che capita lì vale in tutto il Paese. C’è da temere che il medesimo destino attenda impietoso anche i tentativi attuali di aggregazione che in ordine sparso stanno portando avanti i vari Sergio Cofferati da una parte (con la sua ‘Cosmopolitica’), Pippo Civati da quell’altra (e il suo spagnoleggiante ‘Possibile’), e poi reduci di Sel, di Rifondazione e ancora altri insofferenti del Pd, parte dei quali hanno generato una pomposa ‘Sinistra italiana’ che s’è mezza sfasciata due giorni dopo la genesi. Insomma, il rischio è grande. E a dir di molti il destino è annunciato.
Questa drammatica ‘cupio dissolvi’ si manifesta sistematicamente da ormai trent’anni, rendendo la Sinistra tragicamente simile all’emblema dell’autolesionismo, quel Tafazzi, icona creata da Giacomo Poretti, che si prende irresistibilmente a bottigliate nelle zone sensibili per insopprimibile impulso.
Eppure l’Italia avrebbe davvero bisogno di una seria alternativa al Partito democratico di Renzi, di qualcuno che tenesse salde le bandiere dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Per quest’alternativa c’è lo spazio, proprio perché si è creato un vuoto di rappresentanza, ben testimoniato fra l’altro dal sempre crescente numero di cittadini che disertano le urne.
Ma oggi come oggi bisogna riconoscere che l’unica alternativa non moderata al Pd (sempre più simile al Partito ‘marmellata’ della nazione), pur con tutte le sue contraddizioni è il Movimento cinque stelle. La sua natura è ibrida, i riferimenti ideali talora incerti. Ma esprime quantomeno una evidente volontà di cambiamento della politica e dei suoi rituali. Delinea spesso condivisibili obiettivi di progresso. Compie scelte talora apprezzabili e indica candidati autorevoli per le cariche istituzionali. Recentemente è accaduto per la Rai e altri enti. Ma clamorosa fu la proposta (bocciata paradossalmente proprio dal Pd) di uno stimatissimo costituzionalista come Stefano Rodotà (già presidente del Pds, il papà del Pd) a Capo dello Stato. Ecco, quello fu e resta un passaggio particolarmente significativo ed emblematico.
Così, mentre nelle orecchie del popolo di Sinistra risuona ancora lo sgomento grido di Nanni Moretti (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra”) tuttora inascoltato dagli attuali ‘dalemoni’, succede che qualcosa di sinistra ogni tanto lo dicano proprio i Cinquestelle, pure così invisi a un’ampia fetta di simpatizzanti della Sinistra per i quali, appunto per questo, restano – spregiativamente – null’altro che grillini. Il cui frinir però si ode.

INTERNAZIONALE
Dì qualcosa di sinistra (ma senza disturbare). Orizzonti di cambiamento fra moderazione e radicalità

C’è poca speranza che la più celebre invocazione di Nanni Moretti trovi accoglienza. A sentire il dibattito di Internazionale, che ha scelto per titolo proprio quella sua esortazione (“Dì qualcosa di sinistra”), l’appello parrebbe destinato a restare inascoltato.
Bianca Berlinguer, la moderata moderatrice dell’incontro (che senta forse il bisogno di accreditarsi filo-renziana per salvaguardare la poltrona al Tg3?), mette subito le cose in chiaro (dal suo punto di vista) e traccia il solco di un confronto risultato un po’ al di sotto delle aspettative e degli standard consueti del festival: spiega che l’Italia in questa fase non è un’eccezione, ma si adegua a una tendenza europea che segnala un’eclissi della sinistra radicale e una decisa prevalenza delle politiche moderate, con la sola Inghilterra incidentalmente controvento causa la recente imprevista elezione di Corbyn alla guida del Labour party.

All’annotazione iniziale dell’intervistatrice, replica Michael Braun, solido corrispondente dall’Italia del Die Tagszeitung e unico a sfoderare qualche acuto: “Ma siamo sicuri che serva ancora una sinistra? – si domanda provocatoriamente – L’idea oggi dominante è che si vincano le elezioni solo se si conquista il consenso dell’elettorato di centro. Già da tempo, peraltro, lo spazio della socialdemocrazia si è ridotto perché i conflitti tradizionali sembrano sfumare. In realtà, però – spiega – ora un quarto dei lavoratori sono sottopagati ed emerge in pieno l’insufficienza dell’azione della sinistra e l’inadeguatezza della sua politica. Ma il problema è che la ‘sinistra-sinistra‘ in Italia ha da tempo perso aderenza con la base sociale, Rifondazione per esempio era diventato un partito di insegnanti più che di operai… Oggi, allora, in chi si può riconoscere il nuovo proletariato? Per molti la tentazione è restarsene a casa, perché tanti lavoratori non si sentono più rappresentati. E’ talmente vero, che per l’attuale sinistra a Roma è più facile prender voti ai Parioli che a Tor Bella Monaca…”.

“Ma la tradizionale monoliticità della sinistra è da tempo annientata da un fenomeno di disgregazione della base sociale” – ribatte tosta la Berlinguer, quasi a voler sollevare da colpe l’attuale condottiero. E passa palla.
“L’evoluzione post ideologia della sinistra, si verifica ben prima dell’avvento di Renzi – conferma Giada Zampano del Wall street journal, che onestamente si professa neofita di politica e in qualche passaggio un po’ tradisce questo limite -. Da anni – osserva – si guarda al leader più che al partito. Renzi cavalca bene questa tendenza e sfrutta a suo favore l’onda populista che da Berlusconi in poi caratterizza la politica italiana. Non ha fatto quasi nulla di sinistra, non parla per esempio di reddito di cittadinanza, ma taglia indiscriminatamente le tasse a tutti. Oggi il popolo di sinistra è composto principalmente da una classe media intellettuale messa in grande difficoltà dalla crisi. E poi c’è invece un ceto marginale che va alla ricerca di rappresentanza e magari si riconosce nelle derive leghiste più che nei partiti della sinistra”.

Eppure il Pd in Italia secondo i sondaggi risulta in ascesa“, nota la Berlinguer. La quale poi, accennando alla Grecia ascrive “alla leadership di Tsipras (più che alla linea politica di Syriza) le ragioni della recente duplice vittoria elettorale dell sinistra”.

Anche in questo caso Braun diverge: ammette la forza di traino di Tsipras, ma ricorda come “la crescita di Syriza nasca dal basso grazie a un capillare lavoro casa per casa, quello che la sinistra italiana non fa più da tempo. È questo che la rende credibile, si avverte un valore praticato di solidarietà in quel movimento. Poi c’è un leader attraente che senz’altro aiuta. Ma sarebbe sbagliato limitare a questo l’analisi”.
Spiega poi che c’è una profonda differenza in seno all’Europa e che il quadro va scisso fra nord e sud: “Nel cuore del Mediterraneo chi si sente vittima delle politiche dell’Unione europea, di fatto guidata dalla Merkel, riconosce nelle emergenti forze di sinistra un baluardo e una risposta credibile all’imperante diseguaglianza. Per questo crescono Syriza e Podemos; e anche il Movimento 5 stelle, che in Italia ha ormai chiuso lo spazio alla sinistra radicale perché ha assorbito lui questa domanda”.

“E la spaccatura est-ovest?” domanda Bianca Berlinguer…
“La rotte delle nuove migrazioni rappresentano un test di sopravvivenza per l’Europa che ancora non riesce a trovare una risposta unitaria. Il problema appare un’emergenza, ma in realtà ha origini antiche e sulla capacità di fornire soluzioni si basa la possibilità di sopravvivenza dell’Unione”, sostiene Giada Zampano

“E Corbyn invece come si spiega? Potrebbe essere quello laburista un modello valido per il Pd e una speranza per la sinistra interna?”, chiede la conduttrice dando la sensazione di non crederci troppo.
Braun considera “molto interessante capire quale meccanismo abbia consentito all’outsider Corbyn, da tutti descritto come candidato destinato a perdere, di sovvertire le attese e conseguire il successo. È risultato il rottamatore della situazione – spiega -. Solo in questo, ha qualcosa di comune con Renzi, ma… di segno opposto! Corbyn rappresenta l’anti ‘blairismo’ incarnato dai suoi tre antagonisti, tutti seguaci del celebre premier. Corbyn rottamatore, quindi, ma da sinistra. Renzi invece è la risposta moderata alla (presunta) precedente egemonia della sinistra nel Pd. Ma la vittoria di Corbyn è stata possibile perché in Gran Bretagna come in Germania buona parte della popolazione si sente esclusa dai giochi e avversa quella piccola parte che comanda e mantiene i propri privilegi”. Lì, nel gorgo del conflitto sociale, Corbyn ha trovato i suoi sostenitori.

“Sì però ora molti sostengono che il Labour a guida radicale sia destinato a dure sconfitte“, obietta la Berlinguer.
E Braun, serafico: “Lo dicevano anche di Vendola quando si è candidato in Puglia: è una fissa italiana quello di credere che le elezioni si vincano solo buttandosi al centro. Una sinistra che voglia avere successo deve partire invece proprio dalle domande che si è posto Corbyn e dai bisogni a cui offre soluzione”.
E qui il pubblico del teatro Nuovo, fino a quel momento solo spettatore, entra in scena con il primo convinto applauso.

Insiste la Berlinguer: “E perché non dovrebbe essere così anche in Italia?”. E non non è chiaro se alluda a una possibile rivincita della sinistra radicale o a una capacità del presidente del Consiglio di farsi interprete anche del malcontento. Giada Zampano la intende in questa maniera: “In effetti la politica di Renzi va proprio in questa direzione e mira a recuperare il voto di quelle persone che non votano più perché non si sentono rappresentate da movimenti radicali come M5s o Lega. È un salvagente lanciato all‘elettorato moderato, del tutto coerente con la sua storia personale di democristiano cresciuto nelle file della Margherita”.
“D’altronde Renzi ha costruito il suo successo sui fallimenti di chi lo ha preceduto e sull’insoddisfazione dell’elettorato del Pd”, acconsente e chiosa la conduttrice.

Braun invece pensa allo scenario alternativo, ma rileva che “la sinistra a sinistra del Pd ha fatto fatica persino ad accordarsi sulla lista per le politiche europee” e confessa tutto il suo scetticismo: “Lì non vedo alcuna progettualità, solo partiti-bonsai che reagiscono a Renzi senza avere una visione d’insieme e forse per questo inciampano in piccoli compromessi come nel caso della riforma del Senato. ‘E poi dicono abbiamo segnato un gol…’, con un linguaggio oltretutto che non si può ascoltare”. Aggiunge: “Cuperlo è certamente uomo di grande cultura ma che non sarà mai leader di partito né lo sarà Fabrizio Barca che fino a tre anni fa non aveva mai militato. Non vedo né leader né idee“, aggiunge sconsolato. E conclude: “È dal 2011 che il Pd ha imboccato deciso la strada della moderazione. Renzi non ha stravolto nulla, ha solo accelerato la marcia. Di diverso rispetto a quelli di prima ha il carattere, alla loro tristezza ha contrapposto l’allegria!”.

Arriva a questo punto (per un ritardo dell’aereo) il corrispondente di Liberation, Eric Jozsef, ma – come si direbbe con metafora calcistica – entrato a cinque minuti dal termine non cambia volto alla partita: “Renzi ha spazzato via l’ala sinistra del partito”, osserva in sostanza. E non pare proprio un rivelazione assoluta.
Sull’abilità comunicativa di Renzi si lancia di nuovo anche la cronista del Wall street: “Renzi si è accreditato come ultima speranza, speculando anche sulla crisi degli altri partiti. Si è presentato agli italiani come ultima possibilità per garantire all’Italia autonomia e sovranità rispetto all’Europa. Ma l’agenda di governo non è molto diversa da quella di chi l’ha preceduto”, conclude realista.

Alternative concrete?”, è l’ultimo quesito posta dall’attuale direttrice del Tg3.
Stoccata finale di Braun: “I Cinque stelle oscillano nei sondaggi fra il 22 e il 27% e sono quindi un’alternativa concreta, ma non sono certo che una loro eventuale vittoria possa fare bene all’Italia perché non li vedo ancora maturi per governare. Poi sostengono l’uscita dall’euro, un esperimento rischioso per Italia ed Europa. Però è l’unica alternativa, cosa che di certo non può essere Salvini”.

L’OPINIONE
Fuori dal coro: a proposito di “Mia madre”

Mi dispiace perché il film di Nanni Moretti non mi è piaciuto. O non mi è piaciuto rispetto alle aspettative che coltivavo. Dovremmo avere la dignità di smetterla con il celebrare i nostri sentimenti. Siamo un Paese che celebra i propri intimismi e intanto se ne va alla deriva. Cerchiamo di appigliarci ad una qualche boccata di ossigeno, mai poi ci avvediamo che anche queste non sono sufficienti per farci riprendere a respirare. Continuiamo a muoverci nell’angusto cerchio dei nostri spazi di vita senza che ne scaturiscano prospettive nuove. Su un altro piano, con altri contenuti, ho provato lo stesso disagio con “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, anche quello un viaggio dalla vita alla morte. La bellezza del passato, che tanto più risalta rispetto allo squallore del presente. È questo sguardo sempre rivolto in noi stessi e al passato tanto caro ai nostri narcisismi aggrappati a quello che eravamo, una didattica della memoria che nulla ci fornisce per vivere e procedere nel presente verso il futuro. I luoghi comuni del racconto di Moretti, sono appunto comuni perché a tutti appartengono, più o meno scevri dal perbenismo borghese, ma non per questo ci mettiamo a girarci un film. La realtà vera, quella cruda è che la stragrande maggioranza delle persone non se lo può permettere, deve stringere i denti e metabolizzare come può i propri dolori, i propri egoismi, le proprie contraddizioni, le proprie sfortune. “Mia madre” non è un film vero, è un film di caricature, con la pretesa di non esserlo, dalla figura materna a quella della giovane adolescente Livia, fino ad una Margherita Buy, regista dagli occhi sempre arrossati, sempre pronta al pianto. Liceo classico, latino e fabbrica occupata, una umanità sconfitta dal presente che non ha futuro.
Quando accendiamo i fari per raccogliere i nostri stracci e capire con questi come camminare in questo tempo così difficile, come far rifiorire le nostre intelligenze per costruire un domani che non sia solo di rimpianti? Non è che siamo un Paese ormai privo di intelletto, di creatività, di inventiva, capace di osare, di sfidare se stesso? Sono giorni questi di celebrazione della Resistenza, della lotta partigiana, della libertà conquistata, tutto importantissimo, ma sembra che tutto si arresti al non dimenticare, a trasmettere la memoria, perché i giovani la conservino. E poi? Basta. Perché dovremmo essere contenti della democrazia e della libertà che abbiamo. Non è così. C’è ancora tanto da lavorare, da pensare, da ideare, da rilanciare con la forza dell’utopia se vogliamo crescere e avanzare, se vogliamo migliorare, perché ogni giorno ci dimostra che i traguardi della libertà, della dignità umana, di un mondo migliore sono ancora tutti da conquistare. È la spinta a vivere la vita, a sfidarla che ci manca, ci manca l’entusiasmo, l’inventiva, la forza di metterci in discussione, di metterci in gioco, siamo arresi sui nostri cimeli, a ripercorrere la galleria di quello che eravamo.
Il film di Nanni Moretti è il massimo che ci può dare il cinema italiano? Sarebbe davvero deludente. Ma temo che sia il segno di una cultura che non c’è, di un Paese che non c’è, distrutto da una politica che ha assassinato la politica stessa per togliere ogni anima alla cittadinanza delle persone, ogni speranza, ogni passione. Un paese sbandato, quanto distratto, quanto ripiegato sui fatti propri, un Paese che nell’uomo solo al comando, se non si risveglia in fretta, se non smette di continuare a leccarsi le ferite, sta nutrendo tutti i prodomi di un nuovo fascismo, altroché Resistenza. Forse il carattere del tutto particolare assunto quest’anno dalle celebrazioni della Liberazione, vuole esorcizzare proprio questo pericolo, sempre più vicino.
Ma non è più sufficiente, occorre un altro impegno, è necessario capire che ognuno con coraggio deve fare la sua parte, c’è da lavorare tanto, non ci si deve chiamare fuori, dobbiamo cercare di contribuire senza arrenderci. Non ci serve il film di Nanni Moretti, ci serve il film di un’Italia che si rialza in piedi con il realismo di Roberto Rossellini e l’intelligenza trasognata di Fellini.

“Mia madre”, la struggente scomparsa di un mondo

Pochi giorni dopo aver raccontato di Nanni Moretti al BiFest di Bari [vedi], eccomi in sala per l’appuntamento con il suo dodicesimo lungometraggio, al primo spettacolo di giovedì scorso, nella sua sala Nuovo Sacher. Pubblico delle grandi occasioni, prevale la fascia d’età di coetanei, ma folta anche quella di giovani.

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La locandina

La storia scorre con un ritmo costante, quasi come un fiume maestoso; si intrecciano due storie, quella di qualcosa che nasce, il film che la figlia Margherita sta girando, e quella di qualcosa che finisce, la esistenza della madre; Moretti è il ponte che lega, con una presenza discreta, attenta, affettuosa. Come sedotti dalla compostezza della narrazione, non si riescono a elaborare emozioni o pensieri, se non nella parte finale, dove tutti gli eventi e i passaggi si compongono, e alzandosi e lasciando la sala, si viene investiti da una marea montante di sensazioni.

Ancora una volta questo nostro compagno di strada, questo testimone e interprete di oltre 40 anni di storia italiana e generazionale, ha fatto centro. Ancora una volta si ripropone il tema della perdita, già toccato con “La stanza del figlio”; il modo è lo stesso, composto ma intenso; il senso della scomparsa di una esistenza, e di tutto un mondo, in questo caso quello di una professoressa di latino, come è stata nella vita la madre di Moretti, affiora in tutta la sua struggente ineluttabilità. Un cinema in grado di parlare autenticamente di sentimenti, senza forzature ma anche senza autocensure o timidezze.

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Margherita Buy
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Buy e Moretti

La contemporaneità dei due eventi, la nascita del film e la fine della madre, sono vissuti nel corpo di Margherita Buy, donna, regista e figlia. Una Buy forse alla sua più intensa e completa interpretazione, in un ruolo che pone una donna finalmente al centro di un film, cosa non consueta nel cinema italiano, come spesso lamentato dalle nostre attrici. Altra interpretazione femminile è quella della madre, nel corpo e nel viso tenero e dolososo di Giulia Lazzarini, attrice di cinema, di televisione, e di teatro, tra gli altri con Giorgio Strehler e Luca Ronconi; una interpretazione di assoluta intensità e finezza, che propone questa coppia di attrici come candidata ai più importanti riconoscimenti del cinema italiano.

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Margherita Buy e Giulia Lazzarini

Nanni ha una presenza discreta ma essenziale nel film; un profilo di cui si intuiscono i drammi e i dilemmi, insorti nella prospettiva della scomparsa della madre, che lo portano, tra l’altro, alla decisione di abbandonare una carriera di ingegnere, quasi a sottolineare lo sgomento di fronte alla fine di una vita, e la caducità di ogni diversivo esistenziale. E per finire una interpretazione istrionica e in alcuni momenti irresistibilmente comica di John Turturro, attore americano, stralunato, gigione, che vanta un film mai girato con Stanley Kubrick, inserito in una troupe cinematografica talvolta sgangherata che, in un epico litigio sul set, grida un disperato “fatemi tornare nella vita reale”.

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John Turturro

A questo punto, non resta che aspettare il responso del pubblico, che comunque nel primo week end pone il film al secondo posto, nello stesso trend dell’ultimo Habemus Papam; viste le caratteristiche del film, pensiamo possa incrementare nel passa parola. Buon 25 aprile, magari con un buon film. Buon 25 aprile!

Mia madre“, di Nanni Moretti, con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, drammatico, durata 106 min., Italia, Francia, Germania, 2015

L’OPINIONE
“Mia madre”, la tragedia sociale dietro il dramma familiare

A differenza di Roma, dove sabato nei ventisette cinema in cui si proiettava Mia madre di Nanni Moretti tutti i posti erano esauriti, la risposta ferrarese non sembra così calorosa. Alle mie appassionate dichiarazioni che si sforzavano di dimostrare che ci si trovava di fronte a un capolavoro, le risposte sono state tiepide: “è troppo intimista”, la più ovvia e la più scontata. Altrettanto scontata l’altra risposta: “non m’interessa” (detto con fare mondano) “è il solito film di un comunista”. D’altronde si è ben compreso – testimoniano le dichiarazioni del vescovo di Ferrara Negri che individua nel ’68 l’origine di tutti i mali della società (e senza ombra di dubbio Moretti e la sua visione dell’arte nascono dal ’68) – che un film come questo, anche se tecnicamente può considerarsi un’opera eccezionale, calibrato com’è tra uno sguardo sul mondo del lavoro (tema del film che la protagonista-regista Margherita, alter ego dell’autore sta girando), la malattia della madre e l’autoprivazione, l’angoscia, il mancato rapporto con l’altro che evidentemente è la condizione esistenziale di Moretti e della sua poetica, produca in una città come Ferrara un disagio che è comprensibile solo con la nostra storia intellettuale e culturale. Almeno questo mi sembra sia un’indicazione da avanzare pur nei limiti di un giudizio personale.
Il tutto va ricondotto a quel principio, mai smentito, della predisposizione nella nostra città a dimenticare in fretta, di essere comunque all’affannosa ricerca del nuovo, prossimo venturo, senza fondarsi sulle solide basi di un passato che pur recente dovrebbe rimanere come testimonianza e come ricordo. Sembra una vita fa, eppure Ferrara è stata la sede degli esperimenti più audaci: ad esempio in campo teatrale o artistico. Ma queste esperienze sono state travolte ben presto dalla volontà di una normalizzazione che da una parte consacra l’ideologia di sinistra come irrinunciabile e dall’altra la sclerotizza in clichés molto vicini a quelli della borghesia che sembrerebbe essere stata il nemico di classe e che invece è quella che, nel bene e nel male, ha permesso e di svolgere un ruolo sperimentale e innovativo della cultura. Così l’impossibilità di abbandonare schemi mentali anche di grande intelligenza ma di scarsa capacità di condivisione che il film esibisce, grazie alla superba capacità registica di Moretti, induce a raffrontare lo scarso appeal che per ora il film suscita confrontandolo e mettendolo in rapporto con la spaventosa stagione storica che stiamo vivendo. Sembra quasi che vi sia una oggettiva impossibilità di uscire da una certa sonnolenta reazione di fronte a tragedie storiche (e anche quella descritta in “Mia madre” è una tragedia) che non ci fanno indignare se non più di tanto rispetto alle notizie che ci schiaffeggiano la coscienza, che ci giungono dal mare dove si consumano l’ingiustizia e la barbarie che colpiscono i migranti. Se riusciamo a sopportare che una rappresentante della politica di destra, la signora Santanché, dica “Bisogna affondare i barconi. Non ci sono altre soluzioni. Meglio un atto di guerra che perdere la guerra” e nel prosieguo della dissennata filippica, insiste la dama, sarebbe compito della “nostra” Marina o della “nostra” Aviazione operare in tal senso! O che il signor Salvini sostenga che Renzi avrà sulla coscienza queste morti, allora capiamo come il giudizio comune stia mutandosi in una pericolosa incapacità di comprensione e una trionfale esibizione dell’egoismo più bieco a cui purtroppo s’accodano milioni di “itagliani”.
Sembrerebbe non esserci rapporto tra il giudizio sul film e questi biechi atti di populismo immondo; ma forse anche se, ripeto, si tratta di una valutazione personale, sono intimamente persuaso che la lettura del film non sia del tutto intesa da chi voglia e debba accettarlo come una puntuale riflessione su una stagione, sui compromessi, delle nostre responsabilità e perciò che ognuno di noi si trovi in effetti così impreparato da non reagire, se non con imbarazzo, a una denuncia forte e implacabile come quella che Moretti propone. Allora, forse, anche nelle persone più libere mentalmente e tra queste non mi escludo, si crea un clima di sospettosa attesa, di disagio, di vergogna interiore nel non saper rispondere alle prospettive esibite da questa tremenda stagione politica e nello stesso tempo dall’implacabile e amara constatazione che Moretti propone di una tragedia familiare e sociale.
Riconosco che è una tesi estrema; ma molto spesso anche nella esagerazione c’è un principio di verità. A caldo avevo affidato il mio giudizio sul film a un commento su Facebook che mi sembra avere ancora una sua validità.
Il regista l’aveva preannunciato che ai libri di sua madre, valorosa docente nei licei romani, non avrebbe rinunciato e, se per ragioni di scenografia, Moretti non ha potuto girare nell’appartamento di sua madre, ma i libri, quelli veri che ha usato e amato li ha voluti nel film. Una delle scene più belle è quando la mano di Margherita li accarezza. C’è tutto l’amore per la fragile bellezza di quei volumi che contengono e rivelano un passato che deve diventare la dignità per il futuro. E così Livia, la figlia adolescente della protagonista, accetta di studiare il latino con i libri suoi e della nonna: un sentimento che si fa ragione e intelligenza. Se devo pensare a cosa voglia esprimere quel film, lo penserei come la banalità o meglio l’ovvietà della vita che diventa eroismo; la vita di tutti i giorni che si dimostra degna di essere vissuta: anche nel dolore che non è disperazione, anche nel grottesco che diventa serietà così finemente disegnato dal meraviglioso personaggio di Turturro.
La risposta giusta alle miserabili parole dell’agente Tortosa che per mille volte ancora sarebbe entrato, condannato a una coazione che è disagio mentale e violenza, alla caserma Diaz per compiere un dovere. Quel dovere che si auspica malvagiamente sia necessario debbano svolgere le nostre forze militari per bombardare le carrette degli immigrati secondo le digrignanti parole della regina di Biancaneve: la nostra parlamentare Santanché. O l’altro, munito di felpa, Salvini.

L’ovazione per Nanni Moretti, autarchico di successo

Qualche giorno fa, un evento ha sconvolto il normale svolgimento della sesta edizione del Bifest, Festival internazionale del cinema di Bari, ideato e diretto da Felice Laudadio e presieduto da Ettore Scola: nel Teatro Petruzzelli è stato proiettato “Caro Diario“, e subito dopo Nanni Moretti ha svolto una master class di cinema, nel corso della quale ha letto il diario scritto nel corso della preparazione, le riprese e il montaggio del film. Il risultato è stato clamoroso.

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Nanni Moretti premiato al Bifest 2015

Il Festival, che oramai si è affermato come uno dei più rilevanti nel panorama attuale, aveva peraltro ospitato altri eventi di grande rilevanza: Alan Parker, regista de “Le ceneri di Angela”, di “Evita e Mississipi Burning”; Jean Jacques Annaud, il cui film “L’ultimo lupo” è nelle sale in questi giorni; Edgar Reitz, un monumento del cinema mondiale, autore dei film di durata monstre “Heimat 1”, “Heimat 2”, e di “Heimat 3. Cronaca di una svolta epocale”, di prossima uscita nelle sale; il regista polacco Andrej Waida, che con “L’uomo di ferro” ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes; Costa Gavras, regista e intellettuale greco autore dell’indimenticato “Z Orgia del Potere”; Margarethe Von Trotta, vincitrice del Leone d’Oro a Venezia con “Anni di piombo”; il nostro grande Ettore Scola, di cui è inutile dire ai nostri lettori.

Ma sabato mattina presto, in una Bari peraltro grigia e piovosa, davanti al Petruzzelli, si respirava l’aria del grande evento: mezz’ora prima della proiezione di “Caro Diario”, il teatro straboccava nella platea e in ognuno dei 6 ordini di posti, e fuori centinaia di persone si accalcavano nel vano tentativo di entrare.
nanni-superstarIl film, a distanza di oltre 20 anni (è del 1993), ha ancora affascinato, divertito e commosso il pubblico, in maggioranza giovani; la corsa in Vespa nei quartieri di Roma e all’Idroscalo dove Pasolini fu assassinato, con lo struggente brano Koln Concert di Keith Jarret; l’irresistibile episodio “Isole”, dove in una Lipari stravolta dal traffico e una Panarea milanesizzata si aggirano ex sessantottini straniati e surreali; e infine la parabola agro amara della sua malattia tra dermatologi autistici e medici cinesi.

nanni-superstarE quando al termine della proiezione è entrato Nanni il teatro è esploso; la cordialità attenta e competente dimostrata dal pubblico verso gli altri ospiti, si è trasformata in una ovazione da stadio, in un omaggio devoto e divistico verso uno dei personaggi più significativi del cinema italiano.
Perché Moretti oggi, con i suoi maturi e splendidi 60 anni, appare davvero come uno dei più carismatici personaggi del nostro cinema; abbiamo molti grandi registi e attori, il nostro Sorrentino ha vinto l’Oscar, come anche Roberto Benigni, che anche per le sue presenze televisive ha maggiore popolarità tra il grande pubblico. Ma per il pubblico del cinema, Nanni è una icona: amato, spesso anche inviso; definito “pignolo”, talvolta “antipatico”, troppo “esigente”, spesso “maniacale”, qualcuno lo definisce “presuntuoso”, sicuramente invidiato.

nanni-superstarPersonalmente, provando a usare la sua autoironia, lo definirei un ‘luterano’ monteverdino (quartiere di Roma). Moretti è uno che fa le cose che vuole fare, che si scrive e si produce i suoi film; uno che nella generale crisi degli esercizi cinematografici si è fatto una sua sala, dove programma i film che piacciono a lui, ma lo riempie ogni giorno. Un autarchico di successo, in coerenza col suo primo film.

Quando in “Caro Diario”, riferendosi agli estremisti anni ’70, dice “Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste, e ora sono uno splendido quarantenne” rivendica a buon diritto la sua identità.

La lucida affettuosa consapevolezza con la quale ha raccontato la sua e le nostre storie (da “Io sono un autarchico”, per proseguire poi, solo citandone alcuni, con “Ecce Bombo”, “Palombella Rossa”, “La stanza del Figlio”, Palma d’oro a Cannes, al “Caimano”, satira profetica su Berlusconi, come fu pure anticipatore delle dimissioni del Papa con “Habemus Papam”) dà il senso del percorso che rende Moretti mentore e testimone di queste nostre storie.

Lo aspettiamo ora con il suo ultimo filmMia madre“, dal 16 aprile nelle sale, con la speranza che possa concorrere e magari aggiudicarsi la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

LA SEGNALAZIONE
Un poker per la primavera del cinema italiano

Sarà per un congenito autolesionismo italico, ma è opinione corrente che il nostro cinema sia in crisi, schiacciato dalla concorrenza in particolare delle major americane, e soffocato dagli incassi dei film di animazione Disney-Pixar etc. e dalle miliardarie serie fantasy e actionmovie. Eppure la passata stagione, forse anche sulla scia dell’ Oscar a La grande bellezza di Sorrentino, i film italiani hanno conquistato una quota di mercato intorno al 30% degli incassi complessivi; un dato confortante, analogo e spesso superiore a quello di altri paesi europei produttori di cinema, come la Francia, la Germania, l’Inghilterra.

Un ruolo importante svolge la Direzione generale per il cinema, che sostiene la produzione e la promozione del cinema italiano, e che in questi ultimi anni ha inanellato alcuni risultati di assoluto prestigio: l’Orso d’oro al Festival di Berlino con “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, il Leone d’oro a Venezia con “Gra” di Gianfranco Rosi, l’Oscar per “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, e la scorsa edizione a Cannes il Grand Prix della Giuria per “Le meraviglie” di Alice Rohrwatcher; inoltre La mafia uccide solo d’estate di Pif ha vinto l’Efa, premio europeo, per la migliore commedia dell’anno. Tutti film per l’appunto prodotti con il sostegno ed il riconoscimento di “Interesse culturale” da parte della Direzione cinema. Da non dimenticare il lavoro delle Film commission delle varie regioni, in primis Lazio, Piemonte, Puglia, che favoriscono la realizzazione e la produzione dei film.

E proprio su Cannes, che si svolgerà dal 13 al 24 maggio, puntano le corazzate del cinema italiano di questa stagione: il 16 aprile esce nelle sale l’ultima creatura di Nanni MorettiMia madre”, protagonista il regista medesimo, Margherita Buy, John Turturro; il 14 maggio esce “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone, fiaba napoletana con Vincent Cassel e Alba Rohowatcher; infine il premio Oscar Paolo Sorrentino presenterà il 21 maggio “La giovinezza“, con un cast stellare composto da Micheal Caine, Jane Fonda, Harvey Keitel, Rachel Weisz. La speranza è che questi film possano ambire a conseguire la Palma d’oro, e comporre così, con Berlino, Venezia e Oscar, il poker dei premi più ambiti e importanti.

Ma la fioritura del cinema italiano non si ferma: il premio Oscar Giuseppe Tornatore sta girando “La corrispondenza“, con Jeremy Irons e Olga Kurilenko, mentre Paolo Virzì, dopo l’ottimo Il capitale umano, sta preparando un nuovo film con Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi.
E’ nelle sale in questi giorni “Latin Lover” di Cristina Comencini, con l’ultima interpretazione di Virna Lisi e un cast eccezionale quasi tutto al femminile; pure in programmazione l’ultimo di Michele Placido “La scelta“, con Roul Bova e Ambra Angiolini; a metà aprile esce l’opera seconda di Marco Pontecorvo “Tempo” instabile con probabili schiarite con Luca Zingaretti e ancora John Turturro.

Non mancano opere prime di registi esordienti di grande spessore, come “Vergine giurata” di Laura Bispuri che ha molto colpito a Berlino, e Cloro di Lamberto Sanfelice.
E ancora usciranno nel corso dell’anno i nuovi film di Fiorella Infascelli, Maria Sole Tognazzi, Gianluca Maria Tavarelli, Stefano Sollima, Mimmo Calopresti, ed altri ancora.

Riusciranno a confermare la vitalità del cinema italiano, e magari a incrementare la quota di mercato? La risposta la darà, come sempre, il pubblico, che ci auguriamo continuerà a seguire con interesse il nostro cinema.

Il bello della santità:
Sebastiano a Pontelagoscuro

Muscoloso, giovane, virile, Sebastiano è – tra tutti i santi – uno dei più prestanti. Il bello della santità. Un modello di sofferto vigore ed estetico martirio. Santo particolare, tra i pochi a mostrare tutta la sua attraente nudità all’interno dei luoghi sacri, ma così amato dagli artisti da essere rappresentato, al di fuori della committenza religiosa, da maestri contemporanei come Renato Guttuso, Sandro Chia, Luigi Ontani. Un santo che è tradizionalmente invocato contro le epidemie di peste e che, per questo, ha anche un legame particolare con il territorio della riva padana di Ferrara, tanto colpito nel ‘600 dal morbo di manzoniana memoria.

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La locandina della mostra dedicata a San Sebastiano con l’opera di Giglio Zarattini

Tutti questi aspetti li mette ora insieme una mostra: “Sebastiano tra sacro e profano. 26 artisti per il mito del santo con le frecce” al via sabato 21 marzo, nella sala Orsatti di Pontelagoscuro, centro pubblico di proprietà comunale a pochi metri dalla rinnovata piazza Bruno Buozzi. A curare questa rassegna che unisce storia, arte e attualità è Lucio Scardino, storico dell’arte che già da anni attorno a questa figura di santo sviluppa mostre ed eventi.
“San Sebastiano – fa notare Scardino – è stato il soggetto di una pala di grande valore, attribuita a Carlo Bononi per l’antica chiesa parrocchiale di Pontelagoscuro, ahimè bombardata nella seconda guerra mondiale. L’immagine era stata commissionata per celebrare la fine della peste che aveva devastato l’antico borgo rivierasco. Questa comunità ha pagato un prezzo altissimo alla terribile epidemia, con trenta casate familiari che si sono estinte a causa di ciò, mentre la municipalità di Ferrara aveva messo un varco al suo confine, per evitare il contagio, che infatti si ferma qui”.
La fine del blocco, celebrata nel 1631, si ripete ora con una mostra, nata diversi anni fa da un’idea di Scardino, che poi si sviluppa fino a tornare, adesso, rinnovata. “Sono almeno otto anni – spiega l’esperto d’arte – che ho lanciato il progetto facendo dapprima una mostra a Renazzo di Cento, dove è la parrocchia intitolata proprio al santo con le frecce”. L’evento ha successo e molti artisti, da allora, iniziano a contattarlo per proporgli opere sul tema. “Alcuni – racconta lo storico – quei quadri o sculture li avevano già in studio; altre volte è stata invece questa sollecitazione a spingerli a realizzarli”.
Così la mostra è andata avanti un po’ per i fatti suoi. Un “work in progress” – come lo definisce il curatore – rilevando come il progetto abbia finito per acquisire quasi una vita e uno slancio autonomi. Un’idea che trova una strada sua, ma torna sempre a bussare alla porta di Scardino. “Il materiale che mi sono ritrovato a disposizione – dice – ha incrociato la richiesta della Pro loco di Pontelagoscuro, nella periferia industriale di Ferrara”. Dopo i lavori di rifacimento della piazza, la comunità aveva voglia di rilanciare i propri spazi con un evento culturale di rilievo. E qui entra in scena la mostra monografica con sculture, disegni, dipinti e opere a tecnica mista. Tutti pezzi unici che si potranno vedere tra poco in quel lembo di terra che ha immolato una parte di se stessa per la salvagurdia della città estense.

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Nanni MorettiI con il figlio Pietro in una scena del film “Aprile”

Tra gli autori delle opere – racconta Scardino – il più giovane è Pietro Moretti, figlio del regista Nanni Moretti; sì, proprio quel ex neonato attorno a cui poeticamente ruota la visione socio-politico-familiare del film “Aprile”. Il bambino ora è un giovane artista, che qui esordirà con una tecnica mista sul tema. Tra le opere con più anni c’è invece quella di Renzo Gentili, ferrarese, presente con una sua tempera su carta del 1980. Artista di fama e lunga carriera Maurizio Bonora, sempre di Ferrara, che proporrà il disegno preparatorio di una delle sue celebri sculture. Flavia Franceschini, sorella del ministro con un’intensa attività di scultrice e uno studio-laboratorio nel centro cittadino, sta ultimando un “light box”, sorta di scatola-teatrino appositamente realizzata mettendo in scena una figura colpita da freccia, che si ispira al particolare di un affresco di Schifanoia. Aurelio Bulzatti, originario di Argenta come Gianfranco Vanni, porterà un suo lavoro inedito, mentre reinterpreta la figura sacra con uno stile personale Lino Costa, artista nonché sacerdote di Gualdo. Giorgio Cattani, docente all’Accademia di Brera ed esponente della Transavanguardia molto legato ad Achille Bonito Oliva, porterà una tecnica mista su tela. Immagine-simbolo raffigurata sul volantino della mostra è quella di Giglio Zarattini, pittore ed ex sindaco di Comacchio prematuramente scomparso undici anni fa, presente con l’autoritratto scomposto del santo colpito dai dardi. “Una rappresentazione – spiega Scardino – del doppio aspetto, femminile e maschile, della sofferenza”. L’artista che arriva da più lontano è il sardo Oscar Solinas, scenografo al teatro comunale di Sassari, che porta il “Sebastiano mancato”, un giovane legato a un albero, il cui tronco viene trafitto dalle frecce al posto suo. Rappresenta, infine, un doppio martirio il fiorentino Carlo Bertocci con la colonna-cactus a cui il santo è legato. In chiave moderna e un po’ ironica il “Seba” di Denis Guerrato, pittore mantovano, che ne fa un ritratto autoironico con il protagonista che ha le sue sembianze e si presta a ricevere le frecce sotto a un paio di occhiali rayban specchiati, jeans e scarpe timberland. Ferraresi Alessandro Borghi, lo zio e il nipote Daniele e Gianni Cestari, la scultrice Mirella Guidetti Giacomelli, i professore di scultura del liceo artistico Lorenzo Montanari, la docente Gloria Pasquesi ed Enrico Pambianchi, originario di Portomaggiore. Stilemi e tecniche diverse, infine, per Sonia Andreani, Gianni Bellini, Carlo Bertocci, Sara Bolzani, il padovano Paolo Camporese, Nestor Donato, Pietro Lenzini, Vittorio Zanella.
Sebastiano tra sacro e profano” sarà visibile da sabato 21 marzo, alle 17, sala Nemesio Orsatti, via Risorgimento 4, a Pontelagoscuro (Ferrara). Apertura a ingresso libero dal lunedì al venerdì ore 14-19, sabato e domenica 10-12 e 16-19. Fino al 12 aprile.

[clic su un’immagine per ingrandirla e vedere tutta la gallery]

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Scultura di San Sebastiano di Paolo Camporese
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“San Denis Sebastiano” di Denis Guerrato
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Particolare dell’ovale con il San Sebastiano di Gianni Cestari

 

ACCORDI
Renzi, dì qualcosa
di sinistra.
Il brano musicale di oggi

«Diciamo insieme con il cuore: nessuna famiglia senza tetto, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità del lavoro!». Mentre papa Francesco riceve e benedice i centri sociali e li esorta a continuare la lotta, il premier Matteo Renzi prosegue la sua crociata contro l’articolo 18 e il posto fisso (replicando il D’Alema del ’99), tace mentre la polizia carica gli operai della Thyssen, non ha nulla da dire sull’assoluzione di tutti gli imputati al processo per la morte di Stefano Cucchi e neppure interviene quando i sindacati dei poliziotti insultano la famiglia e la memoria della vittima. Solo eloquenti silenzi.

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Fabrizio De Andrè

Fabrizio De André, La domenica delle salme

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

 

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

GERMOGLI
Le cose importanti.
L’aforisma di oggi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Nanni Moretti

Si abusano, si sprecano, spesso non si misurano.

Palombella Rossa è un film diretto e interpretato da Nanni Moretti nel 1989.

“Le parole sono importanti”. (cit. Nanni Moretti, “Palombella Rossa”)

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