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Castello estense recintato

La favola di Re Cinzione e del suo Can Cello

 

C’era una volta, nel Paese della Nebbia, un Re di nome Cinzione.
In realtà, lui era il vice di un Re chiamato Fettorio ma in quel posto, nonostante la nebbia confondesse la gente, tutti avevano capito che chi aveva il potere era Re Cinzione  e non Re Fettorio.

Molti sudditi amavano così tanto Re Cinzione che, per loro, era come avere un Re Dentore.
Altri invece lo detestavano talmente che lo avrebbero visto bene con il nome di Re Bibbia.

Re Cinzione aveva due passioni: la prima erano i cani.
Ne aveva davvero tanti: dei boxer, dei pastori, tanti bovari e diversi mastini neri. Gli unici cani che teneva lontani perché non gli piacevano erano i barboni. Il suo cane preferito era un alan che lui aveva chiamato Can Cello.

Lo aveva fatto in onore della sua seconda passione: le cancellate.
Infatti a Re Cinzione piaceva mettere cancelli, cancellate, recinzioni e barriere ovunque poteva: nei parchi, nei giardini,  nelle piazze, nelle vie, nelle strade e anche nelle valli vicino al mare.

Lui voleva che, nei posti dove ci andavano tutti, ci andassero solo quei pochi che erano nati nel Paese della Nebbia. Ma soprattutto non voleva che ci andassero i forestieri che venivano dal Paese del Sole perché diceva che loro erano tutti brutti e cattivi e facevano delle cose brutte e cattive.

Una parte dei suoi sudditi era contenta che tutti quei posti fossero recintati perché era convinta che Re Cinzione, in quel modo, avrebbe sconfitto la cattiveria. Per questo loro, quando parlavano, dicevano: “Se vuoi che il parco sia più bello mettigli un cancello”.
Un’altra parte dei sudditi invece non era contenta perché era sicura che soltanto la possibilità, da parte di tutti, di andare nei parchi e nei giardini, senza sentirsi in gabbia, avrebbe fatto star bene la gente e andar meglio le cose. Per questo loro, quando parlavano, dicevano: “Se vuoi che la gente sia ospitata cancella la cancellata”.

I menestrelli di corte raccontavano che Re Cinzione non si preoccupasse molto dei sudditi ribelli e che anzi, dentro gli stessi parchi che aveva recintato, stesse già iniziando a recintare ogni panchina, ogni fontana, ogni lampione, ogni altalena, ogni scivolo, ogni albero, ogni singola margherita e anche ognuna delle tante cacche che i suoi cani facevano in quei parchi.

Se, ad esempio, un bambino voleva andare su un’altalena, prima doveva superare una barriera, quindi andare in un recinto, poi entrare in uno successivo infine infilarsi dentro un ennesima recinzione e finalmente godersi l’altalena, dondolando dentro tutte quelle gabbie.

In effetti, il sogno di Re Cinzione era proprio quello di avere uno spazio recintato con dentro tantissimi altri spazi recintati: una specie di matrioska che lui avrebbe chiamato sicuramente “recintoska”.

Questa cosa per lui era come un gioco… quasi come il mio mentre scrivo questa favola che può continuare in molti modi e ognuno potrà certamente inventare il suo.

Qualcuno potrebbe terminarla scrivendo: “E vissero tutti felici e… recintati” ma a me piace immaginare che, prima o poi, a causa della smania di chiudere tutto con cancelli – cancellini – cancelletti e cancellate, Re Cinzione recintò anche i suoi cani Can Cello e Can Didato, la sua capra Sgarbata, le sue galline di razza Feisbuc, la sua ape Apecar, il suo cavallo Ruspa e, ormai in preda al delirio, addirittura il cavallo dei suoi pantaloni.
A quel punto, non potendo più muoversi, Re Cinzione rimase chiuso dentro la cancellata che aveva costruito attorno alla sua vasca da bagno.

E vissero tutti felici… dopo aver cancellato le cancellate.

P.S. Ogni riferimento a persone esistenti o a scelte dell’amministrazione comunale di Ferrara è puramente non casuale.

maschere nomi cognomi soprannomi

DIARIO IN PUBBLICO
Nome, cognome, soprannome

 

Nella diuturna fatica di scoprire pregi e difetti del popolo attraverso la stancante ma istruttiva visione dei programmi televisivi più conosciuti e frequentati ho scoperto che l’intervistato o l’intervistatore, per esibire la frequentazione e l’amicizia con qualche personaggio pubblico, sfoderano il nome di battesimo del suddetto. Il gioco sta nel proporre anche ai miei 5 lettori il nome di battesimo a cui dovranno aggiungere il cognome. Chi batte ogni primato è senza dubbio

Vittorio

E di ruota:

Matteo 1

Matteo 2

C’è chi invece mantiene la dizione del solo cognome, come la Meloni, in quanto, anche se ha scritto un libro per ribadire che si chiama Giorgia, non può adottarlo come segno di intimità televisivo-politica, perché quel nome è già occupato da una cantante pop.

Comunque la dizione nome+cognome ancora resiste con buoni risultati presso i politici, a cominciare dal capo dello stato, che correttamente viene indicato in quella dizione: Sergio Mattarella, come pure Dario Franceschini chiamato talvolta Dario dal suo concittadino Vittorio o Enrico Letta per il fatto che nella storia un solo personaggio ha diritto di essere chiamato solamente Enrico. Vale a dire Berlinguer.

Più complesso il caso dell’unicità del cognome che, secondo la prassi accademica, diviene oggetto di stima e/o di lavoro, indicando col cognome l’opera. Naturalmente la riflessione si svolge nell’ambito a me congeniale, ma è particolarmente diffusa nel ramo scientifico, economico, medico. Allora senza dubbio è normale chiamare Caretti, Binni, Spini, Preti, Nencioni, Varese….usati spesso con l’articolo per indicarne l’opera: il Sapegno, il Longhi, la Barocchi, la Gregori. Se figli o parenti prossimi, seguono la stessa strada, ecco allora la necessità di distinguerli attraverso la dizione nome+cognome: Valdo Spini, Stefano Caretti, Lanfranco Binni, Ranieri Varese, Federico Varese, Marina Varese, Federica Varese.

Ma l’ansia di intimità condivisa nella pronuncia del solo nome di battesimo diventa un vero e proprio esercizio di conquista, che Alessandro di Battista – questa settimana doppiato da un Crozza sublime – esercita nella presentazione ansiolitica della sua ultima fatica (si fa per dire) letteraria Contro. A un severo Bersani che dialoga con lui non risparmia un sospiroso ‘Pier Luigi’, che viene accolto da un improvviso colorito (rabbia? emozione?) più acceso dell’interpellato.

Non ho mai preteso o voluto un riscontro di compartecipazione nel nome di battesimo tra lo stuolo davvero notevole delle persone in qualche modo famose che ho incontrato nella mia non breve vita. Solo a tre ho osato pretendere l’uso del nome senza il cognome: Cesarito, Elsa, Giorgio. Il primo, che ho conosciuto attraverso la frequentazione diuturna dal 1956, lo interpello con quello che per gli amici era un affettuoso appellativo. Si tratta naturalmente di Cesare Pavese. Ma qui si va oltre una conoscenza immemoriale, in quanto quel cognome viene usato anche nelle ricordanze tecniche se, come qualcuno sa, la mia mail comincia con ‘gianpavese’. L’altra, a cui si è affidata la parte più intima della mia vita, è la Morante, che da sempre per me era e rimane solo Elsa; infine Giorgio non può che essere Bassani, amico in ogni senso e di cui ancor oggi divido con Portia Prebys la curatela del Centro ferrarese a lui dedicato. C’è poi la frequentazione, ancora una volta accademica, che fa sì che ‘l’Ariani’ sia il carissimo amico Marco, studioso di fama mondiale, oppure nel gioco delle parti la scherzosa polemica fiorentino-ferrarese tra le due Dolfi, Anna e Laura, che in altri tempi insegnavano alla mia nipote Alessandra in vacanza in Versilia che, per essere nel giusto, mai doveva pronunciare alla ferrarese ‘le Dólfi’ ma ‘le Dòlfi’, scatenando utili ed esilaranti polemiche.

A proposito dei soprannomi la cautela è d’obbligo, diventando di solito il soprannome un giudizio critico. Così, se ad un pronipote particolarmente dotato di interessi culturali viene dato quello di ‘Sapientino’, questo diviene sigla di riconoscimento nella comunità familiare.
Altro valore ha l’uso di soprannomi, che determinano un rifiuto dell’attività svolta da chi ne viene investito. Uno per tutti: ‘Naomo’, che dall’ambito ferrarese si dirama anche a livello nazionale. Oppure la dizione tipica del linguaggio regionale o provinciale. Si pensi al nome ‘Alan’ pronunciato con la palatale, come è d’uso dalle nostre parti.

Concludo questo diario spiegando le ragioni ben più profonde che mi hanno indotto a questo esercizio e che si riferiscono al conflitto israelo-palestinese. Nomi di popoli, nomi di guerre. Nomi che dietro si trascinano la Storia e che ci turbano, ci includono, ci frustano in quanto dietro ogni nome si cela la realtà: una realtà mai univoca.

 Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

CANGIASCUTMÁI: LA CITTA INVIVIBILE

 

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: EnochBabiloniaYahooButuaBrave New World.

E Polo: Puoi aggiungere Cangiascutmai, la città che cambia nickname, la città Camàlea. Da rossa che si fa faticosamente all’inizio del secolo XX, in armonia con i mattoni delle sue case, si fa nera in un batter d’occhio – e di legnate – per oltre un ventennio, per tornare rossa. Da poco è nuovamente nera. I cittadini si bastonano da sé, con pesanti schede elettorali. Si è detta Bicicléta, il solo mezzo di trasporto che può portare al socialismo. Fa procedere alla giusta velocità, trasporta pesi incredibili, accompagna, in luogo del bastone, il passo che con gli anni si fa insicuro. Ora è Màkina: tutti in auto, i pedoni sono automobilisti provvisoriamente appiedati. L’auto segna il passaggio all’età adulta, spesso anche quella a miglior vita e lo stesso concepimento. Qualche parte della città ne era faticosamente risparmiata. Ora non più da nessun mezzo, per quanto ingombrante. Occorrono però interventi radicali per trasformarla nella mitica Tiro, la città dei TIR, come pure si vorrebbe. E’ detta pure Nèbia, Calìgo la dicono i visitatori goranti, Fumàna, i quasi mantovani. È indescrivibile perché non si vede niente. Lo spasso consiste nell’appoggiarsi al muretto – circonda il fossato del grande Castello, al centro della città – e dire “Vedi che non si vede. Si taglia con il coltello. Ci puoi appoggiare la bicicletta…”.

Pandèmia è un nome che condivide con altre. Si sta molto in casa. Balli e canti dai balconi sono cessati. Si esce mascherati e con i guanti, per non lasciare impronte. E’ pure detta Sgàrbia, da un mecenate generoso con i soldi di tutti. Invita gli amici a prendere posti di rilievo in città. Sono spesso persone stimate nei campi loro. Al suo tocco si trasformano. Una sorta di re Mida al contrario, lo si direbbe. I suoi ammiratori si salutano dicendosi “Capra”, “Capra”. Bàlbia è uno scutmai che pure si sente. Onora un grande trasvolatore, caro al mecenate esteta, forse perché raccomanda A quel prete dategli delle bastonate di stile. Ed era solo un prete di campagna. Naòma è nome popolare. Non so se il Naomo locale – taluno lo vede bene emulo di Pietro Gonnella – abbia preso lo scutmài da un personaggio del comico Panariello, abituato a umiliare i suoi interlocutori. Le sue gesta sono molte e quasi leggenda. Noto solo che sia Panariello che Gonnella sono un dono della città di Fiorenza, alla quale Cangiascutmài ha dato Savonarola e il più noto degli Aldighieri.

Fòbia, pessimo: ama il nero, ma non il negro, soprattutto se nigeriano. Ha soppiantato, nel rigetto, il sempreverde zingaro e l’albanese, che ha ultimato la sua breve stagione. La Nigeria, leggo, prende il suo nome dal fiume Niger. Questo non deriverebbe dal latino niger ma dal portoghese negro preto, che vogliono dire appunto nero. È la differenza tra la zuppa e il pan bagnato. Ma se sono portoghesi si spiegherebbe l’aspirazione – proclamata a gran voce dai fobici – di condividere il nostro benessere senza pagare. Mi piace di più che il nome derivi dal Tuareg gber-n-igheren, ‘il fiume dei fiumi’, abbreviato in ngher, un nome locale utilizzato lungo il medio corso nei pressi di Timbuctù”. E, aggiungo, lungo il Po: negher, nègar.

Pentàgona per la forma benaugurante della città, ispirata agli studi del grande Pellegrino Prisciani. Molto ci sarebbe da dire, Gran Kan, a questo proposito. Forse sarebbe la risposta alle domande sullo scopo dei miei viaggi: rivivere il passato, ritrovare il futuro. Così la città può farsi Tetràgona, pur restando Pentàgona. Non si restringe al quadrandolo del castrum, che l’ha generata. Si fa ferma, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile di fronte alle odierne sciagure. Lo dice un suo figlio, che ha avuto altrove fortuna, avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura. Allora, Gran Kan, non sarà più tra le città minacciose e maledette.

Cover: Ferrara, corso Ercole d’Este in una notte di nebbia – Foto Beniamino Marino

PANDEMIA E FANTASIA

Oggi 5 dicembre 2020 arrivo un po’ distratto in salotto, pronto a demolire l’imponente fascio di giornali che mi occupano parte della mattinata e che consumo tra letto e poltrona.
Mi accorgo che c’è qualcosa di nuovo nell’aria e il mio sguardo si dirige al tavolino, dove fa pompa di sé un grande mazzo di tulipani. Ma…. ecco che li vedo muoversi, assumere pose strane dentro il vaso verde; poi mi s’illumina la mente. Per forza! Sono tulipani GIALLI e la loro danza emblematizza una data: da domani siamo in ‘zona gialla’. In studio sento però un brontolio sommesso, che proviene a sua volta dal grande mazzo di gigli bianchi che profuma lo stanzone. E dicono “Sempre ai meno importanti è data l’occasione di gioire. Noi nobili mai siamo presi in considerazione”.

Freneticamente i giacinti, sparsi per tutta la casa, fanno il tifo: quello che si riserva a Maradona. Al proposito il mio silenzio su quella perdita va almeno spiegato. Il ‘Divo Diego’ e la sua scomparsa non mi producono in verità alcun significativo sussulto. Invano gli ‘intendenti’ con citazioni dotte – specie quelle che si riferiscono nell’antichità alla divinizzazione di atleti tramite la poesia –  cercano di farmi recedere da quella posizione, anche se suffragata dall’essere, e lo ripeto, da sempre forse l’unico che mai abbia assistito a una partita di calcio, o anche di averla vista integralmente in tv.

Mi distraggo tuttavia nei servizi televisivi a rivedere le immagini della mia adorata Napoli, perdendomi tra le botteghe di san Gregorio Armeno, ripercorrendo con la mente i luoghi di tanta felicità sperimentata: i Bassi, la Galleria, Piazza Dante, Spaccanapoli. E qui il ricordo si fa vivo e urgente. Per un tempo ragguardevole ho viaggiato con i miei cognati e, se la meta era ogni anno la Francia, andammo spesso anche nella mia amatissima Napoli. Qui, per caso, scoprimmo un hotel a Posillipo dal nome invitante: Paradiso. Ci demmo un appuntamento in quanto io ancora guidavo e loro ci raggiunsero il giorno dopo su una macchina appena comprata. La notte stessa il portiere ci avvisò che ‘purtroppo’ avevano tentato il furto, che era stato spaccato il finestrino posteriore e altre amenità, tanto che mio cognato fu obbligato a passare la notte in macchina. Ma il luogo era incantevole e in altre occasioni, quando ad esempio mi recavo a Lipari, era d’obbligo una sosta di un giorno o due nell’amata città. Ma ormai il Paradiso ci veniva negato. Scoprimmo che era diventato il quartier generale di Maradona e che c’era una fila ininterrotta di prenotazioni per recarsi in quell’hotel. A questo punto si sommi la mia indifferenza al calcio, l’essere tenuto lontano da un posto amato e potrete fare la somma di come il nome di quel potente era per me oggetto di stizza.

Frattanto notizie strane arrivano portate dalla stampa nel mio rifugio popolato di fiori. Finisco con sempre più entusiasmo la recensione al magnifico libro di Gigliola Fragnito La Sanseverino, che ancora mi riporta a Napoli, mi esibisco in conferenze on line che mi gettano nel panico per l’uso di questo strumento particolarmente inadatto alle mie capacità, anche se, non so per quale aiuto, forse del mio tecnico formidabile Saint–Laurent, sembra che sappia cavarmela abbastanza bene.

Oggi poi leggo sulla stampa che è indagato il vicesindaco della mia città a seguito di un esposto del rappresentante dei radicali ferraresi Mario Zamorani. Quello che però mi colpisce di più è il nome dell’avvocato che porta avanti l’esposto: Longobucco. Non mi sembra vero, eppure quel cognome è quello di un paese che ho visitato e che è lo stesso dove sono nati e vissuti amici carissimi. Mi attivo e – potenza della storia meravigliosa e affascinante della nostra nazione – mi si dice che nel tempo andato ai bimbi accolti in orfanotrofio veniva dato il cognome del paese da cui provenivano. Uno per tutti Cosenza. Così la storia dei cognomi si inserisce sulla ancor più complicata vicenda testimoniata dall’ebraismo, per il quale da zone ben precise di Marche, Emilia, parte della Lombardia e della Toscana, assumevano i nomi di città e paesi: pure della mia. E così Ferrara, Cosenza, Ravenna, Rimini, Pesaro e anche Longobucco indicano città e dinastie, luoghi e persone.

Mi si domanda come passerò il Natale, visto che è un dovere totale e irrinunciabile fare a meno della riunione familiare. Rispondo “noi due” tra caterve di piante, fiori e panettoni (ne ho scoperto uno fatto da un’azienda ferrarese che è un miracolo di bontà!) dischi, e film d’antan. Uno spasso. Ci siamo dati per le feste i nomi dei due cagnolini che sono entrati in famiglia da poco: zio Benny e zia Frida. I piccolini suoneranno i campanello e nell’androne troveranno una capanna, dove dentro ci sono i regali portati da babbo Natale. Nuovo suono di campanello e attraverso il microfono ci faremo gli auguri fra i ‘bau bau’ dello zio e della zia.

Se lo ricorderanno nel tempo e dalla pandemia sorgerà incantata la fantasia.

DIARIO IN PUBBLICO
Il Lido: terra di polpacci e vecchi stizzosi

Il lento e inesausto raschiare di scope e ramazze preannuncia l’imminente chiusura della stagione estiva ai Lidi ferraresi. Attentamente i diversamente giovani s’applicano alla rimozione degli aghi di pino, che inesorabilmente riempiono ogni luogo, anfratto, via piazza, tende e giardini, fino a spingersi, trascinati dal vento, sulla passerella che porta al mare lontano.

In città, quasi un risveglio da un lungo torpore s’aprono fronti di dissenso coordinati da Mario Zamorani, a cui hanno dato rilievo scritti  di alto valore quali – solo per citarne quelli a me più vicini – quelli di Fiorenzo Baratelli,  di Federico Varese e di Alessandra Chiappini. Un vento nuovo che promette finalmente un serio ripensamento sul perché della sconfitta politica.

Frattanto con mossa astuta il festival del Buskers s’apre con la partecipazione di Gianna Nannini, a sorpresa, che raduna folla compatta senza alcuna protezione e rispetto per la distanza. Ma si sa così accade tra musica live, discoteche, movide, come insegna la vicenda del locale del primo Naomo, che come ora è stato rilevato non è il vicesindaco di Ferrara, bensì Flavio Briatore proprietario del Billionaire e accanito negazionista della pericolosità del coronavirus.

Sulla spiaggia intanto l’affollamento si fa sempre più critico, con un’inesauribile passaggio di bagnanti e racchettanti. Dal mio punto di osservazione noto che dagli onnipresenti calzoncini a mezza gamba nella specie maschile escono polpacci mostruosi, che confermano l’assoluta prevalenza di un popolo di sportivi che ciabattano, strisciano le infradito, s’avanzano indolenti a raggiungere il tavolo pronto, dove s’avventeranno sulle delizie mangerecce.

Ma quest’ultima ondata a giudizio del vecchio stizzoso (la categoria a cui  appartengo) produce un allentamento, non tanto delle misure anti covid, ma della dignità vestimentaria. Così delle famigliole che s’aggruppano festanti, ignobilmente vestite, chi si salva sono solo i pelosi che li accompagnano. I loro compagni umani traversano, strade, viali, e luoghi di mercato semisvestiti, quasi nudi coperti dal solito zaino lasciando scie di profumo scadente, di olio da sole, di sudore.

Allora il vecchio stizzoso apre la tv per confrontare se il modello esce da quella fonte. E viene sommerso da orde di pseudo-cantanti vestiti in modo assurdo, accompagnati da schiere di chellerine (ah! Finalmente l’uso di una parola esatta), che servono loro la possibilità di un’esibizione ‘moderna’. Non parliamo poi dei gesti e delle pose dei calciatori con tutto il rituale di cui mi occupai qualche puntata fa.

Quindi la giustificazione dei ‘vestimenta laideschi‘ ha la sua origine e giustificazione dal modello televisivo, che impone come riferimento assoluto la volgarità. Non è dunque scontato che rifacendomi ad antichi studi e ad amatissimi poeti mi torni in mente il celebre incipit di Eusebio-Montale che così suona:
“Felicità raggiunta si cammina per te sul fil di lama” che potrebbe tramutarsi in “Volgarità raggiunta si cammina/per te ormai desnudo/e quindi non si vesta chi più t’ama”.

Chissà se il Laido mi rivedrà ancora negli anni futuri. Frattanto trasloco i libri nella casa-madre e, mentre raggiungo finalmente in ascensore, non più arrancando per scale sempre più difficili per raggiungere il luogo di studio, m’immalinconisco pensando cosa è e cosa avrebbe potuto essere il Laido degli Estensi.

SCHEI
Naomo (l’originale) e la Nemesi

 

In origine, Naomo non aveva nulla a che fare con l’attuale vicesindaco di Ferrara, usurpatore di nomignoli oltre che di case popolari. Naomo era la caricatura pressochè calligrafica di Flavio Briatore, creata dal comico Giorgio Panariello. Un capellone attempato che girava in pareo, ostentando la sua ricchezza e sfottendo la povertà degli altri (chiamato Naomo perchè, al tempo, Briatore se la intendeva con Naomi Campbell).

A parte Berlusconi, non esiste in Italia un personaggio che incarni l’arroganza della ricchezza meglio di Flavio Briatore. Infatti i due sono grandi amici, e condividono le medesime frequentazioni eccellenti, tra cui quella con il professor Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano. Zangrillo è il medico che affermava già un mese fa che il Covid era “clinicamente morto”, supportando l’affermazione coi dati della unità da lui diretta, come se non avere in quel momento contagiati da Covid in rianimazione al San Raffaele fosse più importante, dal punto di vista epidemiologico, delle evidenze mondiali sulla diffusione della malattia; come se la malattia dovesse essere derubricata a raffreddore dal momento che più nessuno finiva intubato da lui. Infatti Briatore qualche giorno fa in tv diceva di avere avuto la febbre, ma che Zangrillo gli aveva detto che era un raffreddore. E giù a prendere per il culo e nello stesso tempo indignarsi per la dittatura del Covid, che legittimava il sindaco di Arzachena a prendere l’illiberale e tirannico provvedimento di chiusura delle discoteche, tra cui il suo Billionaire.

Deve essere stata l’autorevolezza di Zangrillo, imparagonabile alla spilorcia ottusità del sindaco Ragnedda, a convincere Briatore non solo a tenere aperto il Billionaire, ma ad ospitarvi decine di Very Important Persons, da Bonolis a Mihaijlovic, da Della Valle ai calciatori Laqualunque arricchiti da ingaggi faraonici e insensati, e via di calcetto, aperitivi al Sottovento (altro locale per parrucchieri catodici, troniste e ospiti di Barbara D’Urso) e foto di gruppo in rigorosa assenza di mascherina e distanziamento.

In inglese e in altre lingue non esiste la traduzione della nostra espressione “bella figura”. Fare bella figura è una intraducibile esclusiva italiana, il sintomo lessicale della nostra attitudine al magheggio, alla rappresentazione fasulla e brillante di una sostanza misera o truffaldina. Per converso, il microdrama  gallurese può essere inquadrato nella categoria mitologica della nemesi, oppure in quella più prosaica delle figure di merda. Una sessantina di positivi (in aumento) nello staff del Billionaire, Mihaijlovic (reduce dalle terapie per la leucemia e da un trapianto di midollo) positivo, il gestore del Sottovento e Briatore non solo positivi, ma ricoverati in ospedale – il primo a Sassari, il secondo al San Raffaele dall’amico  luminare nonchè vate Zangrillo – in condizioni serie. Un bel cazzo di raffreddore, già denominato infatti “Focolaio Billionaire”. Mi vengono in mente le ironiche e profetiche parole del sindaco di Arzachena, il pezzente Ragnedda, quando disse una settimana fa che la sua ordinanza sulla chiusura dei locali serviva anzitutto a tutelare “gli anziani come Briatore”. (NdA: adesso Naomo l’originale sostiene di avere solo un’infiammazione alla prostata, anche perchè il Covid lo ha già fatto mesi fa, glielo ha detto sempre Zangrillo. Dal Covid al Prostamol.)

Una volta Andy Warhol disse che nessuna somma di denaro, per quanto grande, poteva consentire al ricco di bere una Coca Cola più buona di quella che beveva lo squattrinato all’angolo di strada. Nessuna somma di denaro può consentire al ricco di beccarsi un Coronavirus migliore del povero, ma Briatore anche nella malattia sceglie gli schei. Infatti non lo stanno curando in un reparto Covid, ma in un cosiddetto reparto “solventi”, che non è un reparto di intossicati dalle colle, ma di persone dall’Isee preverificato, come in banca, che consentirà loro di pagare di tasca propria un trattamento Vip (intuberanno con sonde in acciaio cromato?). C’è maggiore giustizia sociale in una bottiglietta di Coca Cola che in un ospedale pubblico.

Avete presente quei serial televisivi ambientati in megalopoli americane, in cui i personaggi si ritrovano puntualmente tutti a bere nello stesso locale, come se invece di essere a Los Angeles fossero a Cocomaro di Focomorto? Ecco. La cafonaggine imperante ha trasfigurato l’immagine della Sardegna, riducendola e identificandola con la sineddoche buzzurra e infetta della posticcia Porto Cervo, due chilometri quadrati brulicanti di calciatori, nani e ballerine che postano stronzate su instagram, più intruppati di un pullman di giapponesi in vacanza aziendale. Uno sciame di vespe contagiose.

La fortuna degli umani, questa strana razza capace di vette e abissi speculari, è che i medici e gli infermieri (molti dei quali senza un contratto dignitoso da 14 anni) cureranno tutti allo stesso modo. Che siano mafiosi, premi Nobel, critici d’arte, operai, casalinghe, serial killer, stupratori o coglioni arricchiti. I quali, fidatevi, appena avranno tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, riprenderanno a berciare con la consueta boria contro la privazione della libertà di fare schei. E intanto i suoi dipendenti in Costa Smeralda si stanno contagiando, molti lo sono già. Un Ispettorato del Lavoro e una Asl indipendenti e degne potrebbero approfittare della situazione per verificare le condizioni di lavoro di queste maestranze. Mentre Naomo (l’originale) fa convalescenza, sarebbe bello fare un bel giro di verifiche sul rispetto delle regole, sanitarie e di lavoro, nei suoi possedimenti.

DI BASSA LEGA
l’incredibile (ma vera) ultima (per ora) smargiassata di un Vicesindaco fuori controllo

Lunedì 4 maggio si è svolta una kermesse pietosa, volgare e grottesca, andata in onda su Facebook, che pare essere luogo più concreto e abitato delle desolate e desolanti vie ferraresi, in cui è passato il carretto del vice-sindaco Nicola Lodi, ambulante abusivo, che non gridava “gelati” ma “è qui la festa”.

Innanzitutto: ma quale festa, Vicesindaco? Il ballo del Titanic? Mentre ancora migliaia di persone sono ricoverate in ospedale, con ancora tante che stanno morendo, con i vivi che si stanno arrabattando per la ripresa, con la gente che deve tornare al lavoro nonostante tutto e la gente che il lavoro l’ha perso? Dobbiamo sculettare e cantare sguaiatamente, davvero?
Il Vicesindaco dice di aver agito da privato cittadino e di aver pagato di tasca sua. Da giugno 2019 le sue tasche sono anche le nostre tuttavia, che lo voglia ammettere o no, e questo è un fatto. Un privato cittadino non avrebbe mai potuto richiedere i permessi per poter svolgere un tale evento ed ottenerli in spregio e in sfregio del DPCM del 26 aprile 2020 che regolamenta la fase 2, incominciata proprio il 4 maggio. Un privato cittadino non avrebbe avuto la scorta della polizia municipale. La polizia municipale avrebbe dovuto fermare e multare quel privato cittadino; la questura non avrebbe dovuto concedere il permesso.

Un po’ di commi violati, dal DPCM 26/04/20, articolo 1:
comma 1a: sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute;
comma 1d: è vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici e privati;
comma 1f: non è consentito svolgere attività ludica o ricreativa all’aperto;
comma 1i: sono sospese le manifestazioni organizzate, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura con la presenza di pubblico, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo, religioso e fieristico, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, quali, a titolo d’esempio, feste pubbliche e private

Dunque, ricapitolando:
Spostamenti solo per comprovate esigenze, e non mi sembra proprio che la sfilata fosse una cosa necessaria.
Nessun assembramento: se si organizza uno spettacolo itinerante, la gente inevitabilmente si ferma a guardare. Vorrei capire perché se mi fermo a parlare con un/a amico/a per strada posso venire redarguita e forse multata, ma posso fermarmi ad assistere al circo. Se faccio un pic-nic nel giardino condominiale con i vicini, a debita distanza, può arrivare l’elicottero, però posso andare a S. Martino a bere in piazza con Naomo.
No alle attività ludiche e ricreative all’aperto: beh, non mi sembra che questa fosse una commemorazione o una cerimonia ufficiale.
Ma basterebbe gia il comma 1i, più chiaro di così: nessuna manifestazione, nessun evento, nessuno spettacolo, nessuna festa.

Non ci sono dubbi interpretativi. Abbiamo un Vicesindaco e Assessore alla Sicurezza che ha violato la legge, dopo che lui stesso si era auto-proclamato sceriffo controllore e giustiziere della notte e del giorno. Dopo che per due mesi ci è stato ossessivamente ripetuto di stare in casa. Dopo che il governo ha ribadito prudenza, responsabilità e gradualità nella riapertura.
Allora non diciamo che è stata una bravata, una ragazzata, una spacconata, una smargiassata, una cosa kitsch, di cattivo gusto, una baracconata, una pagliacciata ecc. ecc. E’ stata una prova di forza, voluta e pianificata. Un fatto per me gravissimo, su cui non c’è niente da ridere. Una prova di forza vendicativa per dichiararsi al di sopra di ogni legge, nazionale e locale, contro quel governo che il suo partito osteggia, contro quel prefetto che gli aveva tolto il giochino del 1° maggio. Per dimostrare che lui, in questa città, comanda, fa e disfa. Per dimostrare che è intoccabile. Per piegare le istituzioni a suo piacimento, come ha dimostrato in molte occasioni già dalla campagna elettorale in poi. Per utilizzare nel pubblico le sue modalità private, il ‘metodo Naomo’ che, ricordiamo, è rappresentato dal motto ‘a calci in culo’ e dall’indimenticabile icona conseguente. Una prova di forza voluta e pianificata in un giorno simbolico, il 4 maggio, la fine della quarantena più stringente e l’inizio della fase della responsabilità individuale e collettiva nella ripresa.

Non è un caso. Così come non è un caso che gruppi di estrema destra, nei giorni scorsi, abbiano cercato di forzare il lockdown e andare in piazza e nelle chiese (nelle chiese?!), chiamando la disobbedienza al governo. E non è un caso che esponenti dello stesso partito di Sindaco e Vicesindaco abbiano tentato un’occupazione del Parlamento (occupazione, nell’altro senso del termine, molto esotica per loro, invero). Si chiamavano forze eversive, un tempo, quando si davano ancora le parole ed il peso giusti alle azioni politiche. Ora tutto è ammantato dall’idea di ragazzata e di ‘scherzo’, del ‘tutto è permesso’, perché ‘siamo in democrazia’, anche quando a rivendicare questi ‘diritti’ sono proprio coloro che costantemente violano e calpestano i nostri principi democratici e costituzionali. Del resto il nostro sindaco, qualche giorno fa, ha manifestato l’intenzione di non rispettare una sentenza del Tribunale.

I locali rappresentanti delle istituzioni confliggono con le istituzioni stesse.
In quale modo è ancora possibile considerarli ‘rappresentanti‘?
Di certo non rappresentano tutti quei cittadini giustamente indignati, a cui il vice-sindaco ha risposto prendendoli in giro e chiamandoli infantilmente ‘rosiconi’, come se fosse il gioco del marameo.
Per il ruolo che ricopre e per gli intenti dimostrati, suggerirei al vice-sindaco di utilizzare un linguaggio più evocativo: chi, precedentemente, aveva voluto trasformare le istituzioni “in un bivacco di manipoli”, aveva espresso un concetto un po’ più definito degli avversari:
“Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo, il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò.”
I fondamentali, Vicesindaco.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

RETE METALLICA? NO GRAZIE!
A bilancio 400mila euro per ingabbiare Ferrara

Si può scherzare con una bruttissima notizia? Ma sì, a volte è terapeutico, almeno riesci a evitare l’incazzatura. Ecco allora un gioco per i fedeli lettori di Ferraraitalia. Non proprio un gioco, un problemino da risolvere, come nella scuola di una volta.
Niente vasca da bagno senza tappo e col rubinetto aperto che butta acqua. E’ un problema differente. Fate conto di essere il Sindaco di Ferrara (o il Vicesindaco, che a Ferrara conta di più). State facendo il bilancio di previsione. E… miracolo!, vi avanzano in cassa la bellezza di 400mila euro. Vi affacciate sullo Scalone e constatate con soddisfazione i brillanti risultati del vostro primo semestre di governo: ‘la situazione è eccellente’, i cittadini son felici, se la passano e se la spassano. E allora, come impiegare quel tesoretto? A quale tema o necessità potete destinare quella somma?

Mentre ci pensate, vi informo (ma l’avrete letto anche voi) che la settimana scorsa il Sindaco di Ferrara, quello vero, ha anticipato al Carlino  la decisione di mettere a bilancio 400.000 euro per reti metalliche. Per acquistarle e metterle in opera. Il Carlino non è solo un giornale tremendo (o è quello che noi ferraresi ci meritiamo?), ma è colpevolmente superficiale. Riportava la notizia in un trafiletto, senza commento, limitandosi a suggerire che un bel po’ di quella rete metallica verrà probabilmente destinata alla grande area verde attorno al Grattacielo. Beh, non ci voleva un genio per avanzare questa ipotesi, Naomo lo va promettendo da mesi.

Infatti ieri – sempre sul Carlino ma questa volta in un articolo a tutta pagina e titolo su 5 colonne – Il Vicesindaco Nicola Naomo Lodi rilancia il suo progetto e promette: “Chiuderemo i parchi entro la fine dell’anno”. Ok, abbiamo capito, il concetto è chiarissimo. Ma i contorni della faccenda rimangono un po’ vaghi. Ad esempio: quanti metri di verde pubblico verranno chiusi a chiave, quali e quante piazze verranno ingabbiate? Per capirlo occorre rispondere alla domanda delle domande. E cioè: quanta rete metallica si può comprare con 400mila euro?

Qui non siamo al Carlino, qui a Ferraraitalia (poveri ma belli) ci piace far le cose sul serio. Così, ho preso foglio, penna e calcolatrice e mi son messo a far dei conti..
Prima però serviva una ricerca in rete: quanto costa al metro la rete metallica?  Mi si è aperto un mondo! Io, bel ignorante, credevo che di reti metalliche ne esistessero di due o tre tipi. Nossignore, le ditte specializzate forniscono ai clienti un catalogo sterminato. Così, trovo le reti zincate, le reti a maglia sciolta, le reti plastificate, le reti su misura, le reti ‘vivagnate sotto e sopra? (cioè?), le reti elettrosaldate. Perfino le ‘reti pastorali’. Queste mi verrebbe subito da scartarle, poi ripenso al nostro Sottomura invaso dalle greggi. Tutto sommato, possono tornare utili.

La faccio breve, Dopo aver confrontato varie ditte e varie offerte, ho concluso che una rete metallica di buona qualità (propenderei per la rete elettrosaldata), altezza 180 centimetri da terra e completa di paletti metallici, viene a costare dai 10 ai 20 euro al metro lineare. Faccio una media: diciamo 15 euro al metro.
La ‘risoluzione’ del problema è ormai a portata di mano. Basta una semplice divisione: 400.000 (la cifra messa a bilancio) fratto 15 (il costo unitario al metro lineare). Il risultato fa 26.666,66. Cioè a dire che, con quella cifra, Alan e Naomo possono recintare (chiudere dentro e/o chiudere fuori) più di 26.000 metri di parchi, giardini pubblici, piazze e aree verdi.
Siamo al cospetto di un’opera ciclopica, un progetto colossale, un’impresa napoleonica. Pensate che le nostre Mura misurano in tutto sei chilometri (6.000 metri) e che con quel popò di rete metallica si può fare il giro delle Mura quattro volte e passa.

Si può fare di più? Si può pretendere di più da questa volonterosa amministrazione a guida leghista?
Forse sì. Si può andare oltre. Spingersi più avanti. Uscire dalla storia ed entrare nella leggenda. Da esperto, quale ormai mi fregio di essere, mi permetto di dare un consiglio, a titolo gratuito, ai nostri amministratori. Sul mercato (www.trovaprezzi.it) c’è un articolo molto più economico. Più pratico. Più adatto allo scopo. Un rotolo di 100 metri di Filo Spinato Zincato (ottimo prodotto) costa meno di 18 euro. Insomma, con la stessa somma (sempre quei 400mila euro) Naomo Lodi potrebbe sbizzarrirsi, recintare Ferrara per più di 2 milioni di metri. Allora sì che potremo aspirare al titolo di città più sicura d’Europa, una città blindata, il più grande campo di concentramento del terzo millennio..

 

Odio e panchine:
in questa Ferrara non c’è posto per Marcovaldo

Il movimento fa bene, me lo dice sempre il mio medico. Devo ringraziare l’Amministrazione della mia città che è attenta alla nostra salute, favorisce il movimento e soprattutto la posizione eretta, invece di stare stravaccati seduti su una panchina, che non è neanche un bel vedere.

Così qualche giorno fa ho assistito al ratto delle panchine. O meglio, all’espianto delle panchine da parte di una benna chirurgica, quasi si trattasse di rimuovere un tumore. Parlo delle panchine di piazza Sacrati, quelle collocate lungo la via Garibaldi, proprio di fronte all’Hotel Carlton. Ci stazionano spesso donne, per lo più badanti, e vecchietti impegnati  in discussioni anche animate; ora dovranno trovare un altro luogo dove parcheggiare i loro sederi (a proposito, questa del sedere deve essere una ossessione di questa Giunta).

Mentre altrove si dipingono di rosso le panchine contro la violenza sulle donne, o con i colori dell’arcobaleno – le panchine rainbow nella giornata contro la omobitransfobia – da noi le panchine si archiviano, si accatastano in qualche magazzino in attesa di tempi migliori.

Troppo moderata la scelta del comune di Udine, che pure fece discutere, di mettere alle panchine i braccioli di ferro per impedire ai migranti di potersi sdraiare e riposare. Da noi vige il metodo Naomo che predilige le scelte drastiche: deportiamo le panchine in appositi campi di concentramento. La persecuzione contro le panchine in questa città ha preso avvio dai parchi, in particolare quelli della zona Gad, quartiere ‘giardino’ … ma senza panchine.

A me le panchine in città ricordano Marcovaldo, ovvero “Le stagioni in città” di Italo Calvino e, in particolare, “La villeggiatura in panchina”. La panchina sognata da Marcovaldo, come evasione dai disagi della quotidianità, come oasi di riposo e di frescura all’ombra degli alberi, come ricerca del silenzio e della riconciliazione con se stessi. Togliere una panchina è come togliere un arredo amichevole e rassicurante della città, l’arredo che ti viene incontro quando vuoi sostare perché sei stanco, quando vuoi fermarti a parlare con qualcuno, all’aria, curiosando chi passa: le cose normali di una vita normale. Una vita sempre in piedi, senza soste per sedere non è una bella vita.e una città senza panchine è un città non accogliente. È come un divieto di sosta per i pedoni senza il cartello rosso e blu.

C’è un bel libro che parla di panchine, è uscito l’anno scorso per la Feltrinelli, “Strategie per contrastare l’odio: una rivoluzione a piccoli passi”. L’ha scritto Beniamino Sidoti, che è uno scrittore e giornalista che si interessa di giochi e di storie. L’autore associa odio e panchine, perché, spiega, chi perseguita le panchine non può che essere animato dall’odio. Anzi, l’attacco alle panchine è un attentato ai diritti civili delle persone.

La cultura non è certo una caratteristica  pregio di questa Amministrazione Comunale, tantomeno la capacità di riflettere e di evitare atti impulsivi. Sidoti ci ricorda che la storia dei diritti civili è passata più volte attraverso il semplice gesto di sedersi e di rimanere seduti, chi non ricorda i sit-in o sit-down della storia, a partire da quelli di Gandhi. Sedersi è un gesto calmo e rivoluzionario insieme, forse è per questo che qualcuno nutre tanti timori. Ma sedersi non è solo un gesto naturale è, soprattutto, un trovare casa.

Questa casa ora la nostra città non ce la offre più, perché per decreto si tolgono le panchine dalle strade, dai parchi e dalle piazze per combattere il ‘bighellonaggio’, con il risultato di minare il nostro sacro santo diritto alla socialità. 

Non vorremmo tornare ai tempi del filò, portandoci dietro ognuno la nostra seggiola per poter godere dell’ombra di un albero o della compagnia degli amici. Sedersi è un gesto di casa, di amicizia e di ospitalità, e questa città è la nostra casa, e casa deve tornare ad  essere per noi che ci viviamo e per chi è solo di passaggio.

Ma se conflitto deve essere, conflitto sia. Organizziamoci. Moltiplichiamo le occasioni per sederci con gli altri, amici e sconosciuti.

Che si nasconde dietro il Caso Solaroli?
Alan Fabbri e la grande ombra di Naomo

“La S.V. è invitata a partecipare alle sedute del Consiglio Comunale indette in 1^ convocazione…”. Tutto è cominciato oggi pomeriggio (3 febbraio) ma i lavori continueranno anche domani (4 febbraio): una seduta fiume, tante cose da discutere a cui corrisponde un ordine del giorno sterminato [leggi il testo completo della convocazione]. Un elenco che prevede 17 punti, e dove, solo all’ultimo posto, si può leggere l’ordine del giorno URGENTE presentato dai tre gruppi di opposizione presenti in Consiglio “sull’inchiesta giornalistica relativa al tentativo di indebita pressione nei confronti della Consigliera Anna Ferraresi e richiesta di dimissioni del Consigliere Vicecapogruppo Lega Stefano Solaroli.”.

Sulla grave e spinosissima vicenda i ferraresi risultano già informati sui fatti, basterà quindi riferire il nocciolo di quella ‘incredibile’ telefonata (ma invece credibilissima, anzi vera tout court, dato che la telefonata è stata registrata) in cui Solaroli offre uno scambio alla compagna di partito dissidente Ferraresi: un lavoro in cambio delle dimissioni. Ma già il solo fatto di aver relegato in fondo alla lista delle cose di cui parlare il caso Solaroli, significa che tra maggioranza e opposizione sarà ancora muro contro muro.

Già a gennaio, nella scorsa seduta del Consiglio Comunale, la minoranza di Centrosinistra aveva chiesto di mettere al primo posto dell’ordine del giorno il ‘caso Solaroli’, come logica e a gravità del fatto suggerivano. La maggioranza di Centrodestra (che in Consiglio è appunto maggioranza) aveva opposto un rifiuto. Allora la minoranza aveva lasciato l’Aula per protesta, mentre la maggioranza aveva deciso di interrompere e rimandare la seduta.

Uno a Uno, anzi, Zero a Zero e Palla al Centro.  E da subito aspettiamoci altre scintille. Alla rinnovata richiesta dell’opposizione di parlare subito del vergognoso affaire Solaroli e delle necessarie dimissioni del Consigliere Stefano Solaroli, la maggioranza ha risposto con un nuovo rifiuto; come a gennaio, trattando la questione come una estrema e trascurabile ‘varie ed eventuali’. Non si tratta, è evidente, di una semplice questione procedurale. Siamo di fronte ad uno scontro senza esclusione di colpi, a una spaccatura verticale, profonda, insanabile all’interno del Consiglio. A Ferrara non era mai successo. Del resto, non è forse lo specchio di quanto sta succedendo in città? Ferrara stessa, i suoi abitanti, sembrano  sempre più dividersi in due poli opposti. Non so se già oggi esistono due Ferrara distinte, ma il processo di radicalizzazione è del tutto evidente.

Vedremo come si svolgeranno questi due pomeriggi di Consiglio Comunale, se avremo o no un altro Aventino o se lo scontro assumerà altre forme e altri contenuti. E vedremo come questo processo di polarizzazione, in Consiglio e nella Città Reale, sopra e sotto lo Scalone, si evolverà.  Qui vorrei svolgere un altro tema, una suggestione che però mi arriva dallo stesso caso Solaroli, o più precisamente, dalle reazioni di Sindaco e Vicesindaco davanti al montare mediatico del caso.

Anche su ciò i ferraresi sono abbastanza informati. Le parole – le difese – di Alan Fabbri e di Naomo Lodi le abbiamo lette o ascoltate sui giornali locali e nazionali, su tutti i social possibili e immaginabili, nelle interviste e nelle ospitate televisive. A farla breve: Il Vicesindaco ha difeso in toto il comportamento di Stefano Solaroli (sostenendo la  tesi insostenibile che ‘il fatto non sussiste’), d’altro canto Il Sindaco Fabbri – pur pressato dalle richieste di una sua decisa presa di distanze – si è limitato a dire che sì, il Consigliere Solaroli aveva sbagliato, ma accettava di fatto le sue scuse: quindi  nessun suo allontanamento dalla carica di Vicecapogruppo in Consiglio, niente espulsione dalla Lega, nessuna richiesta di dimissioni dal Consiglio Comunale. Dalla montagna un misero topolino: l’autosospensione.

Il Vicesindaco ormai abbiamo imparato tutti a conoscerlo. E’ un uomo sempre e comunque all’attacco. Che, come vuole la storia italica, ‘se ne frega’ delle critiche: al suo patentino invalidi o alla sua abitazione a mini-canone popolare. Un uomo che se qualcuno gli intralcia il passaggio… lo denuncia e lo porta dritto in tribunale (fra qualche giorno si celebra l’udienza contro i quattro cittadini denunciati da Naomo). Insomma, la difesa – la totale assoluzione – dell’indifendibile Solaroli da parte di Naomo Lodi era del tutto prevedibile. Avremmo potuto raccontarla con un giorno di anticipo, prima ancora che il Vicesindaco aprisse bocca. Solaroli è un uomo di Naomo, e Naomo non abbandona i suoi uomini.

Stupiscono invece, almeno in apparenza, le parole – pochissime – pronunciate dal Sindaco Alan Fabbri. Il quale Fabbri non si smarca in nessun maniera dal suo viceE tantomeno scarica Solaroli. Usa un altro tono rispetto a Naomo Lodi – i due hanno stili affatto diversi – ma si accoda diligentemente alla linea di difesa ad oltranza tracciata dal suo Vicesindaco. Questa volta, e non è la prima volta, tra le posizioni dei due leader della Lega non si intravvede neppure un granello di differenza.

La figura, il ruolo, il potere del Sindaco sono cresciuti moltissimo in questi ultimi quindici vent’anni. La legge ha investito la carica di Sindaco di poteri sempre più ampi. Per fare un solo esempio: se il Presidente del Consiglio non va più d’accordo con un suo Ministro, non può mandarlo a casa, al massimo può chiedergli gentilmente di farsi da parte. Un Sindaco invece è Dominus, e può dimissionare a suo piacere un suo Assessore. E’ quello che ha fatto Tiziano Tagliani con  l’Assessore  Annalisa Felletti, estromessa  dalla Giunta il 22 maggio 2017 per il suo passaggio dal Partito Democratico ad Articolo Uno-MDP.

Quel che è vero per i sindaci in generale, è ancor più vero per il Sindaco di Ferrara. Perché nella nostra città – a partire almeno dal lungo regno di Roberto Soffritti, non a caso soprannominato ‘Il Duca’ – il sindaco ha sempre goduto di un potere eccezionale. Quel che il Sindaco decideva era legge, in Giunta e nel Consiglio, come dentro il suo Partito.

Concludendo. Forse non è vero che il Sindaco attuale di Ferrara ha in mano la sua squadra di governo e il suo partito. Forse non e nemmeno vero che ci sono 2 figure, Alan Fabbri e Naomo Lodi, che si dividono i ruoli (poliziotto buono e poliziotto cattivo) e condividono la guida del governo locale e della Lega, partito di maggioranza relativa. Forse a decidere, a dare la linea, è solo uno. E non è il sindaco.

Dietro alla miserrima vicenda Solaroli – mentre continuiamo a sperare che la magistratura lo persegua per la sue azioni – si staglia la grande ombra di Naomo Lodi. Il Vicesindaco sembra detenere il vero potere, nella Lega di Ferrara quindi nel governo della città. E il Sindaco, che non è autoctono e non ha in mano il partito cittadino, deve accodarsi.

Quindi Naomo decide su tutto e su tutti? Forse no, ma almeno su due cose sì, assolutamente: sulle politiche della Sicurezza e sulle cariche di partito. Come a dire: caro Alan tieni pure un profilo morbido, prometti pure la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, ma non azzardarti a entrare nel mio recinto. Non metter bocca sulla sicurezza. E non toccare i miei uomini. Solaroli compreso.

Potete prendere queste mie note come semplici e opinabili supposizioni. I prossimi mesi ci diranno meglio cosa succede a Ferrara, davanti ai nostri occhi e dietro le nostre spalle. Quello che su cui non è più lecito indulgere è quell’aria di superiorità intellettuale (tipicissima di una certa Sinistra), quegli sfottò all’indirizzo di questo curioso personaggio. Perchè Naomo non appartiene alla Commedia dell’Arte. Non è una macchietta. E’ sarebbe ora di prenderlo sul serio.

 

metodo naomo post fb

DOPOELEZIONI
La vocazione populista per il sedere e l’autogol di Naomo

Jean Paul Sartre sosteneva che l’universo intero gira intorno ad un paio di chiappe, senza sospettare che un giorno il fondo schiena sarebbe assurto agli onori della politica, nel qual caso forse anche lui ne avrebbe avuto ‘nausea’.

Dall’enfasi di Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna ormai diversi anni fa, alle ultime minacciose esternazioni parapolitiche del Naomo de noantri, il ‘culo’ è assurto agli onori delle dirette televisive, dei social e dell’informazione in generale. Pare che il turpiloquio degli italiani si sia aggravato e a trionfare sul sedere sia l’organo sessuale maschile, dall’etimo incerto, che per pudore sui giornali continua a essere scritto “c.zzo”, come se una ‘a’ facesse la differenza. Ma è dalla loro accoppiata che parte il più minaccioso degli strumenti di persuasione ora usato con generosità di eloquio anche dal nostro vicesindaco.

Non siamo più all’evocazione del sedere per mandare a quel paese un’intera classe politica, propria del grillismo della prima ora, adesso si promettono asfaltamenti di elettori del centrosinistra con esecuzioni di massa a carico dei loro posteriori da parte di intere legioni di leghisti, disposti a sospendere per una simile evenienza anche la loro risaputa omofobia. Minaccia preoccupante dai tempi del ‘celodurismo’ del loro fondatore, che sta a significare come l’organo maschile, con annessi e connessi, costituisca una tara genetica del leghismo.

Così Ferrara, tra i siti patrimonio dell’umanità, Ferrara città del Rinascimento che si candida ad essere capitale europea della cultura, viene umiliata facendo il giro delle reti televisive e della stampa nazionale attraverso l’immagine burina e volgare del suo vicesindaco.

Qui bisogna decidere se è il signor Nicola Lodi, detto Naomo, ad essere incompatibile con la nostra città o se è la città ad essere incompatibile con questo vicesindaco. Non ho sentito scandalo in giro. Il rischio, nel migliore dei casi, è che si accetti per indifferenza di  vivere come i personaggi di una commedia dell’assurdo all’Achille Campanile tra il grottesco e il paradosso. Personalmente credo che ci sia una dignità della cittadinanza, dell’essere cittadini, dello stare insieme, dell’abitare lo stesso territorio che non può ammettere di erigere mura da cui sparare le proprie bordate nei confronti dell’altro che non nutre le nostre stesse idee. La diversità, anche quando le distanze sembrano agli antipodi, è una ricchezza che va rispettata,  ascoltata, mai minacciata, semmai sfidata, sfidata al meglio senza umiliare e calpestare chi sta dall’altra parte.

Non vorrei che con il cambio della guardia alla guida della città avessimo perduto un patrimonio importante che è quello di saper stare insieme, rispettandosi anziché covando la tentazione di annullare l’altro. Avrei voluto una città che reagisse in massa alle parole di Lodi e alla pistola di Solaroli, che non archiviasse questi fatti come episodi di costume, della normale dialettica politica. Il vulnus creato al nostro tessuto sociale dalle parole del vicesindaco avrebbe dovuto indurre tutti coloro che credono in una cittadinanza amichevole, anche se diversi, a chiedere le immediate dimissioni del vicesindaco. Lo stesso sindaco Fabbri ha il dovere di tutelare la città dissociandosi dal suo vice, ricordando di essere il sindaco di tutti e, dunque, anche di quella parte della città che si è sentita ferita dalle parole e dal comportamento di Lodi.

Ritengo gravissimo tollerarne la condotta, derubricarla a macchietta, perché potrebbe essere molto vicino il giorno in cui in tanti non ci riconosceremo più come cittadini di questa città e il suo tessuto umano e culturale, che è costato la fatica di tanti anni di storia, potrebbe essere lacerato per sempre.

In conclusione, sebbene senza speranza, inviterei Naomo e anche il sindaco Fabbri a consultare il dizionario della lingua italiana del Battaglia, ammesso che ne conoscano l’esistenza, potrebbero chiarirsi le idee, e Naomo scoprirebbe che a esprimersi sui social e sulle reti televisivi con un certo linguaggio può rivelarsi un autentico autogol. Perché, scrive il Battaglia, “Fare il culo a qualcuno” significa ingannarlo, imbrogliare, primeggiare su di lui con mezzi sleali. A questo punto, è lo stesso Naomo  ad averlo ammesso pubblicamente.

Per i miei concittadini ferraresi citerò invece il Tommaseo – Rigutini: “Perdoni il lettore l’enumerazione… ‘Natica’…’Chiappa’…’Culo’ è voce bassa che non dovrebbe mai comparir né negli scritti né risonar sul labbro delle persone”. Specie, aggiungo io, se persone chiamate ad amministrare la cosa pubblica.

Ferrara e l’Emilia ai tempi del leghismo

E allora, come è Ferrara al tempo della Lega? L’interrogativo ricorre spesso, a porlo sono amici che in città non vivono, curiosi di capire cosa muta in una comunità in cui – dopo settant’anni – la barra del comando cambia pilota. Ma a chiederselo sono i ferraresi stessi: quelli che la Lega hanno votato per avere conferma della loro scelta e coloro che l’hanno avversata per verificare la fondatezza della loro ostilità. I più aperti, sull’uno e sull’altro fronte, pronti eventualmente a fare ammenda e riconoscere, semmai, l’errore di valutazione…
A chi me lo domanda (e a me stesso) rispondo: non molto, in effetti. D’altronde, per realizzare un significativo cambiamento quando si è ai vertici di una organizzazione articolata e complessa – come certamente è una municipalità – servono non meno di due anni. Prima di allora ogni giudizio sarà da considerarsi un’impressione o la semplice riconferma del proprio (pre)giudizio.

Le città hanno mille articolazioni, i legami sono molteplici e complessi… Fare e disfare quando ci si cimenta in un aggregato istituzionale che consorzia fra loro decine di migliaia di persone è impresa assai complessa, e le mille normative da osservare certo non agevolano il compito e rallentano i tempi di ogni intervento. Quindi, per esprimere un giudizio sensato, bisognerà attendere e vedere quale scenario urbano si definirà e come si rimoduleranno nel concreto i rapporti di forza e gli orientamenti valoriali alla fine del prossimo anno.
Di certo chi paventava – con la Lega al comando – una sorta di sbarco dei barbari sarà rimasto sorpreso dal fatto che la città non sia stata messa a fuoco già la notte del trionfo. E, per converso, chi dapprima ha sperato nel cambiamento e poi gioito del risultato elettorale, magari si rammaricherà di non vedere ancora chiari elementi di discontinuità. Ma tant’è…

Alcune considerazioni, però, si possono fare già ora, in ordine ai segnali percepiti e al comportamento dei nuovi amministratori. Il sindaco Alan Fabbri, per esempio, dimostra di mantenere un apprezzabile equilibrio, il suo si conferma il volto bonario del leghismo: non opera strappi, dispensa più sorrisi che ghigni, dà nel complesso l’impressione di voler salvaguardare un filo di continuità con il lavoro svolto in precedenza, introducendo con cautela qualche innovazione. Anche il tribale Naomo, suo vice e alter ego, volto guerriero del partito, pur restando fedele alla sua maschera, tutto sommato (aldilà di qualche – per lui – evidentemente incontenibile sparata) non ha ancora causato eccessivi danni, né ha creato troppi imbarazzi alla città (pur con qualche nefandezza inevitabilmente già all’attivo).

Ciò che invece stupisce – ma nemmeno troppo per la verità – è la persistente incapacità di quelle che fino a pochi mesi fa erano forze di governo e ora sono opposizione, di dispiegare un’azione di contrasto seria, concreta, puntuale, efficace, fatta di proposte e progetti, di sfide lanciate ai nuovi amministratori. Ci si limita perlopiù a sterili polemiche e a baruffe di palazzo.
In questo si confermano le scarse qualità del personale politico che nei dieci anni trascorsi è riuscito a disperdere un patrimonio di credibilità e di consensi accumulato fin dal dopoguerra, che aveva mantenuto la sinistra al vertice della città per quasi 70 anni; un credito dilapidato a causa di un’amministrazione miope e supponente, anonima e priva di intuizioni, di visione e del coraggio necessario per sperimentare e innovare. La stessa pochezza si esprime oggi dai banchi del Consiglio comunale: grigiore e autoreferenzialità, scarse capacità di dialogo con il territorio e le persone che lo popolano.

Alzando lo sguardo dalla palude, è inevitabile ricordare che a fine mese, in Emilia Romagna, si vota per il rinnovo del Consiglio regionale e per il Presidente.
Stefano Bonaccini (Pd) si è costruito una solida fama di buon amministratore, al punto che la Lega ha scelto come privilegiato terreno di scontro l’ancor confusa vicenda dei bimbi di Bibbiano, facendo leva più sulle emozioni che sulla razionalità e i programmi; i verdi, poi, giocano la carta Salvini come jolly pigliatutto, per spostare l’attenzione dallo scenario locale a quello nazionale. Lucia Borgonzoni al momento, però, nei sondaggi resta qualche punto dietro l’attuale numero uno. L’esito del voto avrà certo incidenza anche sul futuro del governo nazionale.
La partita è aperta, di certo l’onda di sano e genuino entusiasmo generata dall’inatteso movimento delle Sardine ha ridestato l’orgoglio dei progressisti, che nelle piazze hanno ritrovato i capisaldi valoriali che ne hanno storicamente tratteggiato il cammino. E’ questo un elemento potenzialmente decisivo ai fini del risultato, poiché la riscoperta ‘appartenenza’ potrebbe indurre a tornare a votare una significativa parte dei molti delusi della sinistra, che negli ultimi tempi hanno invece disertato le urne, contribuendo a elevare la quota dei non votanti, salita sino allo spaventoso 62 percento dell’ultima tornata alle Regionali del 2014.
Ma il clima, oggi, appare assai diverso rispetto a quello di cinque anni fa. E anche quella commistione di mestizia e paura che si respirava e si disegnava sui volti del popolo della sinistra e ancor si percepiva appena due mesi fa, oggi ha lasciato spazio ai sorrisi di una solida speranza.

INTERVENTI
Il rispetto delle Istituzioni

da: Francesco Rossi

Gentile Direttore,
recentemente il Presidente della Provincia, la dottoressa Barbare Paron, è stata fortemente criticata per aver abbandonato la cerimonia celebrativa del 4 novembre al momento in cui il rappresentante del Comune, l’Assessore Naomo Lodi, si accingeva a pronunciare il proprio discorso.
In particolare è stato da più parti rimproverato alla Paron il fatto che essa abbia mancato di rispetto alle Istituzioni (Stato, Forze Armate,Bandiera Italiana, Comune di Ferrara, Associazioni Combattentistiche) avendo essa voltato le spalle al Comune in concomitanza dell’intervento del suo Assessore.
Sembrerebbe, quello della Paron, un comportamento del tutto censurabile se non tenessimo distinte le Istituzioni dalle persone fisiche che, nell’occasione, le rappresentavano.
Da come è stato riportato nelle cronache, il Presidente Provinciale, ben lungi dal voler mancare di rispetto alle Istituzioni, è correttamente intervenuta alle celebrazioni per poi allontanarsi, scusandosi preventivamente con il Signor Prefetto, non perché avesse qualche linea di febbre, ma perché la persona che prendeva la parola in quel momento non era meritevole.
Ed allora io mi chiedo chi abbia mancato di rispetto alle Istituzioni: il Presidente della Provincia oppure il Sindaco di Ferrara che, negandosi alla cerimonia, si è fatto sostituire -tra i tanti assessori disponibili- proprio da quello che non più tardi di un anno prima con la nostra bandiera ci si è pulito i fondelli (metaforicamente parlando).
Tant’è vero che alle celebrazioni dell’eccidio del 15 novembre 1943, lo stesso Sindaco è intervenuto di persona accompagnato da altro assessore.
Lascio la risposta all’intelligenza di ciascuno di noi: personalmente penso che la Paron abbia dato concreta sostanza alla forma con un coraggio che, mi dispiace dirlo, non ho visto nella sua stessa area politica di riferimento (che poi è anche la mia).

Ti do un(a) Pack sui cabasisi

Infuria la battaglia della plastica che sta portando sull’orlo di una crisi di nervi il Pd e i suoi alleati mentre il bimbo Di Maio non sa più a quale santo (si fa per dire) rivolgersi. Preoccupato il presidente uscente dell’Emilia-Romagna, Bonaccini, dice, rettifica, convoca, usa un silenzio parlante mentre il Capitan Salvini s’appresta a sbarcare con le sue truppe nella forse conquistabile Emilia.

La più surreale tra le prove di dialogo tra Pd e il M5S si concretizza in un probabile incontro fra le due forze politiche chiamato “plastic meeting”.

Ma è possibile??? Già li vedo entrare con passo solenne avvolti in toghe di plastica mentre qualche Matteo di turno affila le armi per far saltare tutto, accusando l’abuso e la mala usanza di avvolgere i migranti in fogli dorati forse fatti con la plastica.

Zingaretti preoccupatissimo sollecita il fratello a prendere il suo posto e a mandare Fazio e la sua troupe poliziottesca a recuperare le plastiche che approdano inesorabili sulla spiaggia di Marinella mentre Catarella urla “dottore, dottore le vogliono rifilare un(a) Pack sui cabasisi”.

Inesorabile il commissario Montalbano evita plastiche e plasticume nuotando verso lidi puliti.

Ma il Capitano che fa? Munito di bei bicchieri di plastica e di bottiglie monouso minaccia sfracelli e proclama che si chiuderà in Parlamento al momento del voto e non ne uscirà se non verrà modificata la legge sulla plastica, ovviamente munito di package straordinari che invaderanno tutti gli angoli delle sedi parlamentari.

Frattanto l’imperturbabile Carofiglio dalla bella Gruber spiega che tutto giuridicamente è sbagliato naturalmente parlando dello scudo che blocca le trattative sulle sorti dell’acciaio mentre Carlo Calenda che non sa più a quale rete (tv) votarsi prova ad ululare la sua versione dei fatti in quanto esplicitamente coinvolto. Libri e libri si editano, si pubblicano tra i sorrisi conniventi dei soli (ig)noti che aspettano la prebenda della pubblicità mentre un Fiorello fuori di testa si lancia in una trasmissione folle che dovrebbe dimostrare la ‘freschezza’ dei programmi Rai, specie la rete ammiraglia.

La ‘negritudine’ intesa come categoria etico-politica si sfrena. Non è nemmeno il caso di citare il caso di Liliana Segre così abnorme da rischiare l’incomprensione dei raziocinanti che non si rassegnano a mettere sotto silenzio la campagna d’odio che ha investito la senatrice e che ha ireso evidente il comportamento , per me indecoroso, della destra parlamentare. Non entro poi nella vicenda Balotelli poiché uscirebbe, e ne sono conscio, tutta la mio personale avversione per le curve, gli stadi e le bocche urlanti dei loro frequentatori.

A ognuno il suo, scriveva un grande autore. Il mio non passa per il calcio. Tiratemi pure pomodori marci ricambierò con materia non certo odorosa, specie per i dirigenti del Verona calcio (si chiama così?), che assicurano di non avere sentito niente. E tutto questo nella città di Giulietta e Romeo e dell’Arena.

Ultima e non commentabile notizia che arriva dalla città pentagona.

4 Novembre, festa delle forze armate. All’alzabandiera in piazza la presidente della Provincia Barbara Paron si avvicina al prefetto e si scusa di allontanarsi dalla cerimonia in quanto il discorso sarà tenuto dal vicesindaco Nicola ‘Naomo’ Lodi in rappresentanza del sindaco Alan Fabbri, malato. Perché? Secondo la versione della Paron, lei non avrebbe potuto assistere a quella cerimonia in quanto l’anno scorso lo stesso vicesindaco avrebbe issato di notte la bandiera della Lega sul pilone destinato il giorno dopo alla bandiera italiana.

Che dire? Siamo ridotti tutti a tirarci, come in un probabile e imminente futuro, Pack nei cabasisi

TACCUINO POLITICO
Si Salvini chi può

1.
Matteo Salvini è fuori di testa e disperato. Il deliro di onnipotenza lo ha portato in un vicolo cieco. E in un attimo le sue parole diventano confuse e assurde. Per esempio, quando dice: “Ho chiesto i pieni poteri secondo la Costituzione”. Un ossimoro da bocciatura all’esame di Diritto Costituzionale. Oppure, negando spudoratamente l’evidenza dei fatti, dichiara: “Conte ha lavorato per sfasciare”. L’augurio che formulo è che l’evoluzione della crisi di governo volga in una direzione che sanzioni il suo isolamento politico e l’inizio della parabola di un ‘piccolo uomo’ che aveva indossato la divisa di… Napoleone.

2.
Il Pd è di fronte ad una prova che ricorda la classica quadratura del cerchio. Zingaretti ha sempre sostenuto la diversità del M5s rispetto alla Lega, anche quando nel suo partito c’era chi li metteva sullo stesso piano. Ma nella trattativa non si possono dimenticare quattordici mesi di governo disastroso ed egemonizzato dalla destra leghista. Per esempio il M5s ha condiviso i decreti sulla sicurezza che sono un monumento alla disumanità. Senza il riconoscimento di una nuova fase l’eventuale nuova maggioranza sarebbe percepita come il solito ribaltone trasformista. Che regalo si farebbe a Salvini! Cercherebbe di uscire dall’angolo e incendierebbe le piazze contro la ‘casta delle poltrone’ e contro il Parlamento. Il Pd deve impegnarsi per dar vita ad un governo solido e duraturo, respingendo pasticci per paura del voto. C’è da battere una destra razzista e feroce, ma alle porte non c’è un nuovo fascismo che richieda un Badoglio dei nostri giorni. Nuovo e autorevole Presidente del Consiglio e nuovo programma di governo alternativo alla destra devono essere i due fondamenti della discontinuità.

3.
A Ferrara come sta reagendo la Lega alla crisi provocata dal suo capitano? Silenzio. Con una prevedibile eccezione: Nicola Lodi. Il vicesindaco ha ripubblicato in rete una sua foto assieme a Salvini con una semplice didascalia: “Sempre con te”. Fedele fino all’ultimo come in ogni copione che si rispetti di ascesa e caduta di un capo. Ma attenzione a non confondere questa scena con quelle drammatiche di altri fedeli che decisero di morire nel bunker insieme al proprio capo. Come ricordava il vecchio Karl Marx, spesso la storia si ripete due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa.

Il geometra e l’architetto… Alan Fabbri presenta la sua Giunta

Sindaco, vicesindaco e otto assessori. La squadra di governo di Alan Fabbri ha preso corpo oggi alle 13, in una delle conferenze stampa più brevi della nostra storia municipale, poco più di una decina di minuti. Sala degli Arazzi piena ma pochi sorrisi, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato dai rappresentanti di coloro che hanno appena vinto le elezioni, con uno storico cambio della guardia alla guida del Comune: volti tesi e sguardi accigliati, che si sono sciolti solo nel finale, per la foto di rito. Evidentemente le schermaglie per la composizione della squadra hanno lasciato qualche ematoma, ben visibile persino nelle espressioni dei designati, oltre che – naturalmente – dei trombati, rimasti fuori dalla porta non solo in senso metaforico: parecchi degli aspiranti, delusi, sono infatti mestamente confluiti nell’attiguo salone d’onore, per l’occasione ridotto ad anticamera dello scorno.

Dunque, i nomi.

Il sindaco Alan Fabbri (Lega) ha riservato a se stesso le deleghe alla Sanità, all’Agricoltura, agli Affari generali, alle Relazioni istituzionali e alla Comunicazione: “Competenze cruciali”, commenterà poi, a margine.

Vicesindaco è Nicola Lodi (Lega), il famigerato Naomo dai vivaci trascorsi, spesso alla ribalta delle cronache per le sue gesta. A lui sono state attribuite deleghe pesanti (Sicurezza e Mobilità), un incarico politicamente redditizio (Frazioni) e un cotillons (Protezione Civile).

Quel ruolo (da vice) era stato in qualche modo promesso (e atteso) dal felpato Andrea Maggi (Ferrara cambia), artefice, con la sua lista, del traghettamento di quasi seimila voti moderati sulla sponda leghista: un capolavoro politico, poiché la civica nata dal nulla è risultata terza – dopo Lega e Pd – nelle preferenze dei ferraresi ed è stata determinante per l’esito elettorale, poiché se il voto di quegli elettori (perlopiù centristi, espressione del ceto medio-alto) fosse andato a Modonesi gli averebbe permesso di pareggiare il conto…
All’assessore Maggi vanno Lavori Pubblici, Urbanistica, Edilizia, Rigenerazione Urbana e Sport (forse in omaggio alla sua passione per il golf!): di estrazione accademica (per anni e sino al recente pensionamento è stato addetto alla comunicazione della nostra università), dovrà ora misurarsi con quel saper fare pratico che odora di bitume più che di antichi manoscritti o di moderni computer.

Al contrario, il geometra Marco Gulinelli (lista Forza Italia – Rinascimento), che di quegli ambienti – in quanto tecnico – ha pratica diretta, come ampiamente preannunciato ha ottenuto le deleghe a Cultura, Musei, Unesco, Monumenti Storici e Civiltà Ferrarese. Ma non avrà necessità di cercasi un insegnante per il doposcuola, poiché può confidare su un potente nume protettore: su di lui infatti si staglia l’ombra benevola di Vittorio Sgarbi, che in campagna elettorale gli ha tirato la volata e che ora potrà abilmente architettare e ispirare le strategie culturali di Ferrara. D’altronde il geometra se la cava brillantemente anche fra le righe e per questo ha conquistato pure i favori di Elisabetta, sorella di Vittorio e direttrice editoriale della lanciatissima ‘Nave di Teseo’, che a Gulinelli ha pubblicato “Il trapezista”, romanzo che narra vicenda e rimpianti di un brillante chirurgo e del suo sogno svanito di far vita circense. Vedremo, ora che per Gulinelli invece il sogno s’è fatto realtà, come il nostro geometra saprà destreggiarsi nei suoi voli pindarici.

Da ‘Bunden’, dove fino a ieri è stata assessore alle politiche sociali e abitative, arriva Cristina Coletti (Forza Italia – Rinascimento), consulente legale ed ex impiegata di Equitalia, fedelissima del sindaco Fabbri. A ‘Frara’ (prepariamoci, la toponomastica vernacolare al nuovo sindaco piace) avrà le medesime deleghe con contorno di Servizi Demografici e Stato Civile.

Dorota Kusiak (Lega), giovane pugile di origine polacca, insegnate in un nido per l’infanzia con laurea a Unife, che fra le sue passioni nella pagina Facebook indica “moda, cucina, salute e benessere”, avrà cura di Pubblica istruzione, Formazione e Pari opportunità.

Al giovane virgulto di casa Balboni (lui è Alessandro, esponente di Fratelli d’Italia e presidente di Azione universitaria; mentre il padre è l’avvocato Alberto, che fu senatore del Movimento sociale italiano), vanno Ambiente, Rapporti Unife, Progetti Europei, Tutela degli animali.

Il coordinatore provinciale di Forza Italia, Matteo Fornasini – anch’egli sovente accanto al Vittorio di Ro ferrarese – è stato nominato assessore a Bilancio, Partecipazioni, Commercio e Turismo, una delega che viene sganciata dalla cultura e (almeno apparentemente) ricondotta nell’alveo delle attività mercantili: può essere un indizio significativo della direzione di marcia…

Ad Angela Travagli (Ferrara cambia), commercialista e moglie del suo omologo Riccardo Bizzari (ora sindaco di Masi Torello), va la supervisione di Personale e Lavoro (ambiti dei quali ha certo competenza, almeno sul piano tecnico), nonché Attività Produttive, Patrimonio, Fiere e Mercati. Si tratta di vedere se alla conoscenza saprà coniugare la visione che dovrebbe essere propria del politico e del pubblico amministratore.

Infine, Micol Guerrini (Ferrara civica) che, per dirla ‘alla Cevoli’, ha ottenuto la delega ‘alle varie ed eventuali’, avrà cura di Politiche giovanili, Cooperazione internazionale, Palio e Servizi informatici. Battute a parte, per favorire l’inserimento lavorativo dei giovani bisognerà seriamente ragionare in termini originali e lungimiranti. E lo sviluppo delle tecnologie informatiche è un presupposto al miglioramento della qualità dei servizi. Scopriremo se la Micol dei nostri giorni avrà la necessaria tenacia.

Fuori lista, non presente ma già designato per un ruolo fondamentale, direttore generale sarà Sandro Mazzatorta, avvocato, eletto senatore per la Lega nel 2008, sindaco di Chiavari dal 2004 al 2014 e ora consulente a Unife.

VERSO LE ELEZIONI
Rom a Ferrara: il destino degli ultimi degli ultimi appeso alla ruspa di Salvini

Piccolo consiglio non richiesto: Matteo Salvini tornerà a Ferrara il 22 maggio (ma quando mai lavora nel suo ufficio ministeriale?) per concludere la campagna per le Amministrative. Dopo aver scelto Piazzale Giordano Bruno, questa volta mi permetto di proporgli una visita al campo nomadi di via delle Bonifiche: Scelga lui: con o senza ruspa, fa lo stesso; l’importante è ribadire il concetto.
Sull’affollato e poco limpido (apprezzate l’eufemismo) passato giudiziario di Nicola Lodi detto Naomo, Estense.com ha di recente pubblicato una accurata e coraggiosa indagine. La notizia è stata poi ripresa da tutta la stampa cittadina. Questo giornale, a firma del direttore, ha stigmatizzato il comportamento reticente di Lodi e segnalato l’inopportunità di quella candidatura in ragione di tali ambiguità. Ma Naomo resta il capolista della lista elettorale del candidato sindaco della Lega, Alan Fabbri.
Aggiungo al riguardo un altro episodio, non citato nello scoop giornalistico perché privo di esiti giudiziari, ma che credo importante riportare alla memoria dei ferraresi. Anche perché si lega a doppio filo con altri e ben più gravi fatti accaduti in tante altre parti d’Italia, e perché si sposa perfettamente con la campagna anti rom, anti zingari, anti nomadi che la Lega e Matteo Salvini stanno cavalcando da molti mesi.
Partiamo allora da Naomo e dalla sua famosa marcia contro il campo nomadi di via delle Bonifiche. Giugno dell’anno scorso: il manipolo leghista capeggiato da Naomo Lodi e Alan Fabbri  voleva entrare a tutti i costi dentro il campo: obbiettivo fallito per la “difesa disarmata” di tanti cittadini accoglienti e per la presenza delle forze dell’ordine. L’episodio, finito per fortuna nel nulla, può indurci a ridurlo a un fatterello di cronaca locale, da mettere in coda alla lunga lista di ‘bravate’ dell’intemperante segretario comunale leghista.
Oggi, dopo l’inchiesta giornalistica citata, Alan Fabbri non si è nemmeno sognato di scaricare Naomo. Si è limitato a glissare, impegnato com’è a dare ai ferraresi un’immagine di sé e della Lega come una ‘forza tranquilla’, un partito di governo operoso e responsabile, l’unico argine contro l’illegalità, la via maestra da imboccare per raggiungere anche a Ferrara la famigerata sicurezza. Insomma, Naomo sarebbe solo un outsider, una avanguardia pronta allo scontro, magari solo un po’ troppo ‘vivace’… ma dietro di lui – questo è quello che vogliono farci credere – la Destra è tutta un’altra cosa. Una Destra che governa l’Italia, quindi prontissima a governare anche la città di Ferrara.
Le cose non stanno così. Naomo Lodi, i suoi calci in culo agli immigrati, le sue marce contro i centri di accoglienza e il campo nomadi, sono perfettamente in linea con la predica mediatica del Ministro dell’Interno: l’altra faccia della stessa medaglia.

Si è molto parlato di simpatie o di legami, più o meno sotterranei, tra esponenti leghisti e i gruppi violenti, razzisti e malavitosi della estrema destra. Ricordate? Tra le centinaia di felpe indossate da Salvini, ce n’era una nerissima, di chiara marca estremista e razzista, confezionata da un imprenditore legato a Casa Pound. Ma su questa ampia zona oscura spetterà alla magistratura fare luce.
Occorre invece raccontare quello che già oggi sta accadendo. Alla luce del sole e delle cronache. Mentre in tutta Italia si moltiplicano gli episodi di violenza contro il popolo rom, mentre – è notizia di oggi – 65 militanti di Casa Pound e Forza Nuova vengono indagati per ‘odio razziale’ per i fatti di Torre Maura nella periferia di Roma, Matteo Salvini continua a ribadire il suo solenne impegno come Ministro dell’Interno: “Chiuderemo tutti i campi nomadi italiani entro la fine della legislatura”.
Il punto di saldatura – altro che coincidenza – tra il proclama di Salvini e le aggressioni e le violenze criminali dei gruppi neofascisti organizzati, ma anche le marce, le intimidazioni e gli schiamazzi anti rom ad opera dei vari Naomo sparsi per l’Italia è un fatto del tutto evidente.
Un ministro della Repubblica che si mette alla guida di una ruspa e promette di eliminare tutti i campi nomadi è una citazione e un invito esplicito ad una ‘pulizia etnica’ prossima e ventura, un chiaro ‘endorsement’, anzi, una affettuosa pacca sulla spalla ai facinorosi paladini della lotta senza quartiere contro i diversi. Certo, Il ministro non tira fuori l’accendino per appiccare il fuoco: si limita a fornire il carburante ideologico per una ennesima battaglia tra poveri.
Uno guerra dove i perdenti, come sempre, saranno i più poveri tra i poveri – i rom, i sinti, gli zingari, gli immigrati – e senza nessun vantaggio tangibile per i poveri autoctoni, quelli con regolare cittadinanza italiana.
Quella del popolo zingaro, si sa, è una lunga storia, di diffidenza, esclusione, persecuzioni. E una storia piena di orrore. Non conosciamo il numero totale dei rom e degli zingari in genere sterminati nei campi nazisti dal 1941 al 1945. Gli storici azzardano la cifra di 300.000. Ma chissà, confessano, forse erano molti di più, perché i nomadi si spostano e sono difficili da censire… Quello che è certo è che anche quello contro di loro è stato un genocidio, anche se meno ricordato dell’Olocausto del popolo ebraico.
Non sappiamo – o fingiamo di non sapere – come si possa essere giunti a tanto; per quali strade, attraverso quali tappe, agitando quali parole, si sia arrivati fino all’orrore, allo sterminio di un popolo, di una lingua, di una cultura, di un modo di vivere colpevolmente diverso da quello adottato dalla buona e santa maggioranza.
Nemmeno io lo so. E non sto dicendo che, senza accorgercene, stiamo per imboccare quella stessa via. Ma stiamo sottovalutando il problema. Minimizziamo. Anche Naomo preferiamo prenderlo sottogamba: non una minaccia ma una macchietta. Invece, marciare contro un campo nomadi, organizzare spedizioni punitive, ma anche salire su una ruspa e promettere di ‘eliminare il problema’ facendo piazza pulita, chiudendo i campi, togliendo di mezzo i diversi, sono tutti segnali che appartengono ad una stessa sequenza. Se li mettiamo tutti in fila, come se stessimo giocando con le lettere dello Scarabeo, rischiamo di arrivare a una parola paurosa, una parola che siamo abituati ad usare solo al passato, ma che potrebbe tornare di moda. Deportazione.

Naomo, Feltri e la macchina del fango

da Mauro Marchetti

Caro Gessi,
quando Vittorio Feltri pubblicò il certificato penale di Boffo, direttore di “Avvenire” fu accusato di avere scatenato la “macchina del fango”. Ma Zavagli non ha fatto lo stesso con Naomo Lodi? Perché due pesi e due misure?

Caro Marchetti,
le due vicende non mi sembrano paragonabili. Nel caso Boffo, Feltri mescolò verità e menzogne, per questo si parlò di macchina del fango e il direttore del Giornale fu sospeso dall’Ordine dei Giornalisti. E soprattutto Boffo non aveva incarichi di pubblica rappresentanza, mentre il nostro Naomo si candida per un posto in Consiglio comunale. Ed è giusto che gli elettori sappiano chi votano. 

Etica, politica e stampa: considerazioni a margine della vicenda Lodi-Estense.com

La buona informazione è come l’ape: punge senza guardare in faccia a nessuno, agendo per istinto naturale. “Cane da guardia della democrazia”, come la definì John Stuart Mill, o “Quarto Potere” come la etichettò Orson Welles, a sottolinearne il ruolo di vigilanza sui tre massimi vertici istituzionali (Governo, Parlamento e Magistratura), la funzione della stampa è quella di tenere d’occhio il comportamento di coloro che la comunità designa come propri rappresentanti, delegati protempore all’esercizio delle funzioni politiche e amministrative; osservarne i comportamenti e le azioni e rendere conto di tutto alla pubblica opinione, del bene e specialmente delle nefandezze, poiché le cose positive sono logicamente promosse e sbandierate dai fautori, mentre i peccati tendono a essere negati e occultati sotto le pietre della vergogna.

La vicenda innescata in questi giorni a Ferrara dall’eccellente servizio pubblicato da Estense.com e firmato dal direttore Marco Zavagli (al quale va l’apprezzamento e la piena e affettuosa solidarietà dei colleghi di Ferraraitalia e mia personale) è in questo senso esemplare, e ha causato vivaci e scomposte reazioni.
L’articolo documenta le cinque condanne penali inflitte al candidato delle Lega, Nicola ‘Naomo’ Lodi, da lui sempre negate e sino ad ora non emerse semplicemente perché tutte hanno beneficiato della non menzione nel casellario giudiziale. Bravi i colleghi a scoprirlo e segnalarlo.

Il diretto interessato ha reagito scompostamente, definendo (secondo quanto pubblicato da Estense) “il collega ‘un verme’” e promettendogli “di aspettarlo sotto lo scalone del palazzo comunale dove davanti a migliaia di ferraresi sarà deriso”, per una sorta di pubblica gogna, dunque, di antica nefasta memoria. Lodi quindi assomma alla precedente menzogna (inaccettabile da un politico), l’aggravante dell’intimidazione.

Il candidato sindaco della Lega, Alan Fabbri, dal canto suo, rivolgendosi a Estense, replica che “agli inutili e insensati attacchi politici rivolti al segretario della Lega di Ferrara Nicola Lodi rispondiamo con un sorriso”. Ma non si tratta di “attacchi politici” quanto della segnalazione di fatti finora ignoti che il cittadino-elettore ha il diritto di conoscere soprattutto ora, al momento delle scelte, in cui va al voto per scegliere i propri delegati. E ben poco c’è da ridere, perché l’evenienza di essere rappresentati da un pluricondannato, a molti riteniamo appaia una fosca prospettiva. E Fabbri, che oggi aspira al ruolo di vertice dell’amministrazione comunale e quindi di rappresentanza della città tutta, di questa sensibilità dovrebbe tener conto. Qui non c’entra la politica, ma la moralità di chi è chiamato a rendere un pubblico servizio alla collettività.

Andrebbe inoltre considerato, con il dovuto rispetto, il ruolo della stampa e la sua insostituibile funzione: nel caso specifico le cose scritte dai colleghi sono fatti documentati e circostanziati. E non si tratta certo di faccende private, come Fabbri lascia intendere per sminuirne il rilievo, parlando di “mezzucci” e tirando in ballo la “privacy”: chi si dispone a far parte di una pubblica istituzione non può pretendere, sotto questo profilo, il rispetto normalmente dovuto a qualsiasi altro cittadino, ma deve disporsi a rendere trasparente l’attività svolta nell’ambito pubblico e nello spazio collettivo, e accettare di essere scandagliato dai riflettori, poiché liberamente si offre come pubblico rappresentante.

Triste è che ad alimentare la campagna di denigrazione web – attraverso una macchina del fango ingrassata da commenti infamanti postati sotto l’articolo di Zavagli secondo un preordinato piano – si sia prestato un giornalista, Michele Lecci, ora responsabile della comunicazione della Lega: un incarico che evidentemente gli ha fatto dimenticare i suoi primari doveri etici e professionali.

Roboante, al riguardo, è apparso anche il silenzio del presidente della locale associazione stampa, Riccardo Forni, e peggiori ancora sono risultate le sue tardive e farfugliate giustificazioni. Il fatto di essere capolista in corsa per un posto in Consiglio comunale a sostegno del candidato Alan Fabbri evidentemente condiziona la sua azione e conferma la necessità delle sue dimissioni, o quantomeno di una sua autosospensione dal ruolo di presidente che tuttora – inopportunamente – riveste. Si tratta di una elementare forma di rispetto nei confronti dei colleghi che già da tempo avrebbe dovuto attuare. Ma qui, in tanti, sembrano avere perso la testa e il senso della misura. Oltre che quello della decenza. E nulla più può esser dato per scontato.

metodo naomo post fb

Naomo Lodi: “In futuro pattuglie dell’esercito anche in centro. Ma per sanare il Gad servono dieci anni”

Cos’è il ‘metodo Naomo’?
Il famoso ‘calcio in culo’ nasce quattro anni fa quando alcune persone iniziano a dire che il mio fosse un metodo di forza, ma non di violenza. Qualcuno mise addirittura un adesivo con questa scritta nella buca delle lettere di Luigi Vitellio (il segretario provinciale del Pd, ndr) e fui accusato di intimidazione. Io mi scusai perché non ne sapevo nulla. Comunque è vero, faccio delle azioni forti per attrarre l’attenzione e posso affermare che negli ultimi quattro anni ho il peso e l’orgoglio di avere costretto chi di dovere a muoversi. Le azioni di forza, lo ammetto, a volte sono sbagliate, a volte legittime, a volte meno, e su questo c’è un tribunale che le giudica e per ora ho avuto una condanna a 5 giorni solo per le barricate di San Bartolomeo. Ma se questa amministrazione ha dormito per 30 anni, facendo così abbiamo risolto tanti problemi.

Segretario cittadino della Lega e personaggio assai discusso, il suo nome e il suo ‘metodo’ sono celeberrimi in tutta la città. Nicola Lodi, per tutti ‘Naomo’, si racconta e illustra la sua visione di Ferrara: vuole l’esercito anche in centro, pensa di creare macro-associazioni (“mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off” eccetera) e suggerire i temi di dibattito al Festival di Internazionale. “Ma per sanare il Gad – spiega – servono dieci anni”. Il pirotecnico Naomo anticipa al nostro quotidiano cosa accadrà se a maggio la Lega vince le elezioni.

Se la vostra coalizione eleggerà il sindaco, quali saranno le prime problematiche che affronterete?
Se andremo al governo affronteremo subito tre problemi: prima la sicurezza; poi verde pubblico, viabilità e calotte; terzo il lavoro.

E secondo lei vincerete?
Siamo favoriti e stiamo allacciando il rapporto con tutti, e le dirò di più, vinceremo con i voti della sinistra. Ho tanti amici comunisti, non del Pd, che mi dicono “se ci fosse stato il vero comunismo problemi come pulizia e degrado non ci sarebbero”, quindi la sinistra stanca si riconosce più in un partito come la Lega invece che nel Pd, il quale continua ad attaccare sul piano personale, senza trovare soluzioni.

Cosa ha da dire agli ‘amici degli amici’, casomai andaste al governo cittadino?
Sarebbe sciocco dire alle nuove generazioni “non vi daremo un soldo” perché, punto primo, i soldi ci sono, secondo vanno fatti investimenti sul futuro e quindi sui giovani: l’associazionismo è un metodo efficace per fare cultura e anche sicurezza.

Quindi rapporto dialettico con le associazioni?
La mia visione è di far presentare dei progetti, farli valutare da una commissione super partes, eletta dai cittadini, e finanziarli senza più l’ingiusto metodo degli ‘amici degli amici’.

E a chi ha paura di una vostra possibile vittoria?
Non si deve aver paura. Secondo lei chiuderemo Wunderkammer o il consorzio Grisù? No, saranno migliorati, le realtà saranno incentivate a fare progetti migliori, con più costanza. Non puoi avere un associazione che fa solo due eventi all’anno.

In sintesi?
Mettere insieme più teste, esempio il Movida On nessuno lo ricorda. Vorrei mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off eccetera: fare delle macro-associazioni e sposare progetti fatti in quest’ottica. In poche parole, ritorniamo a dei regimi più alti.

Parlando di elezioni, la Lega è alla guida della coalizione di Centrodestra a Ferrara, qual è il vostro disegno strategico?
Il mio obiettivo era portare la Lega ad un livello tale da poter esprimere un candidato, e ci sono riuscito mantenendo buoni rapporti con tutti (Fratelli d’Italia, Forza Italia, persino Movimento 5 Stelle). Il centrodestra è unitissimo e che il candidato sindaco dovesse essere della Lega non è mai stato messo in discussione.

Ultimamente ha dato l’impressione di abbassare i toni…
Mi sono istituzionalizzato, ho fatto azioni un po’ meno eclatanti, però quello che c’è adesso, lo ribadisco, è un’unità fortissima. Puntiamo a vincere questa città.

Sempre sulle elezioni, cosa ha da dire a chi accusa il centrodestra di voler eliminare eventi come i Buskers o Internazionale?
È una stupidaggine. Non ho problemi ad avere contatti anche con associazioni di sinistra e nei punti di programma elettorale ci saranno i Buskers e Internazionale. Detto ciò posso dirle che il mio sogno è di ampliare i Buskers, sedere al tavolo con gli organizzatori, i commercianti e gli albergatori e dire: “dobbiamo lavorare tutti”. E poi, perché non pensare ai Buskers anche in Gad?

Quindi ampliare questo tipo di manifestazioni?
Certo, voglio espandere in tutta la città i Buskers. Internazionale invece è una questione più complessa, magari facciamolo anche in più periodi, ma è anche giusto che ci sia un comitato che valuti i temi, perché va bene parlare di immigrazione, ma io vorrei anche che si discutesse di ecologia, turismo, cultura, lavoro, passioni, sport, famiglia… Comunque la mia idea è quella di rilanciare questi eventi.

Così si presenta ora l’immagine di copertina della pagina Facebook di Naomo Lodi

A proposito di Gad, si parla di mafia nigeriana, che ne pensa?
Penso che ci sia. C’è comunque una commissione che sta lavorando per capire bene, però le modalità portano tutte a credere che ci sia un’organizzazione criminale di questo tipo. Non so se sia quella nigeriana, sicuramente ci saranno anche quelle italiane, arabe… Ci sono ingerenze di organizzazioni criminali evidenti.

Come fa a esserne così certo?
A parer mio c’è un’organizzazione capillare. Ho ascoltato un ragazzo nigeriano, gestore di un pub che mi ha detto: “Qui si parla di un’organizzazione forte che non è più solo riferita alla droga e alla prostituzione, ma a qualcosa di consolidato che sta cercando di dividere il territorio ed affermare il controllo sullo stesso”. In pratica le varie fazioni si stanno dividendo i quartieri.

Più che i quartieri, magari le zone… Ma c’è qualche evidenza di questa divisione territoriale?
Ho analizzato il fenomeno del ‘cappellino’ che può sembrare una stupidaggine ma non lo è. In realtà nelle varie zone di Ferrara i nigeriani hanno cappellini di colore diverso, in zona Gad hanno la visiera rossa, in via Bologna blu. Durante le risse questi cappellini vengono gettati a terra, e mi hanno spiegato che questo gesto viene fatto in segno di disprezzo. Usano questi cappelli, quindi, per essere identificati con questa o quella banda.

Quante ce ne sarebbero a Ferrara?
Ce ne sono svariate. Sicuramente comunque c’è un’organizzazione incredibile e si è arrivati a una situazione che è esplosa negli ultimi 10-15 anni.

E secondo lei, quindi, è peggiorata di molto la situazione della droga negli ultimi anni?
Parto da un presupposto: c’è chi vende e c’è chi compra. Anni fa la droga era venduta solo in piazza Verdi e tutti i crimini che succedevano a Ferrara erano risolti nel giro di 24 ore, perché le pattuglie conoscevano alla perfezione gli spacciatori e li beccavano subito. Ora invece classificherei questa situazione in maniera più ampia, legata non solo alla droga ma anche al lavoro nero, alle abitazioni, al commercio etnico.

Come si è arrivati a questo punto?
È stato sottovalutato il problema. I primi comitati annunciarono questa escalation già diversi anni fa, in maniera molto decisa. Il primo spacciatore che si vedeva in un angolo nascosto, e non in bicicletta, veniva denunciato e ricordo articoli di giornale che riportavano richieste di aiuto e si diceva, appunto, che stava nascendo lo spaccio in zona Gad.

Ma come ha fatto ad espandersi così in fretta?
Ha trovato terreno fertile a Ferrara, non ha trovato ostruzionismo, ma se quel primo spacciatore fosse stato fermato subito non sarebbe arrivato il secondo, e poi il terzo e così via. C’era sicuramente già un’organizzazione a gestire, perché non si arriva dall’Africa con i sacchi di droga. Questa è una realtà, ed è stato sbagliato sottovalutare il problema per tutti questi anni.

Quindi è stata da subito avvertita la possibile presenza della mafia nigeriana?
La mafia nigeriana lavora da molto tempo, ma ce ne siamo accorti solo adesso. Era arrivata anni fa per trovare gli alloggi. Ora c’è una collaborazione tra immigrati regolari ed irregolari, questi ultimi vivono in Gad appoggiati da persone che hanno tutto in regola. Questo per me è il fenomeno della mafia.

Quali potrebbero essere delle possibili contromisure?
Serve un censimento urgente degli appartamenti nelle zone calde. La Polizia Locale deve controllare le residenze effettive. Non è semplice ma bisogna che riprenda l’attività di indagine anche da parte loro.

In che modo?
Semplice: verificare chi affitta e in caso di irregolarità avvisare il proprietario e poi sequestrare l’immobile, come fanno ad esempio a Padova. Io stesso conosco delle persone che abitano al grattacielo in sub-affitto senza contratto. Bisogna quindi che si vadano a verificare gli appartamenti uno ad uno per trovare eventuali irregolarità.

Tra le soluzioni adottate al momento c’è quella dell’esercito. Secondo lei l’arrivo dei militari è servito a migliorare la situazione?
Io e Alan Fabbri siamo stati i primi a chiedere l’intervento dell’esercito anni fa ed è arrivato per l’esasperazione con la scusa degli “obiettivi sensibili”. Io sono d’accordo con la sua presenza, che può aiutare le forze dell’ordine. È poco avere 10-12 unità, ma la sera vedere i militari in stazione quando si scende dal treno dà più tranquillità. Ci vogliono però più uomini e più coordinamento. Sarebbe bello in futuro vedere una pattuglia dell’esercito anche in centro. Quindi sì, abbiamo avuto dei miglioramenti sul tema delle maxi risse e gli spacciatori sono più guardinghi.

E il turno di notte della Polizia Municipale?
A tal proposito ho incontrato degli agenti donna che mi hanno detto che su questo tema avrebbero fatto delle barricate, perché per uscire di notte qualsiasi corpo di polizia deve essere armato. Abbiamo visto che le aggressioni avvengono contro il personale dell’esercito o dei carabinieri, i quali non hanno mai sparato ma usato altri strumenti, però mi metto nei panni di un agente che si trova a fare un servizio in Gad e che si possa trovare in difficoltà, figurarsi se è senza un’arma.

Quindi è favorevole o contrario al ‘quarto turno’?
Sono favorevole ma c’è un processo da attuare. Si deve addestrare il personale e bisogna armarli, ma per farlo bisogna acquistare le armi tramite un bando e detenerle in un luogo idoneo, ma ad oggi non abbiamo un comando adatto a questa situazione.

La caserma attuale quindi non si presta a questo tipo di soluzione?
Quella in zona fiera non ha la possibilità di esserlo, perché non c’è una cella di sicurezza che bisogna avere, perché di notte anche il vigile diventa un agente di polizia giudiziaria e quindi può trattenere in arresto, non ha la stanza delle armi con personale incaricato a presiederla 24 ore su 24 e non ha nemmeno la stanza per lo scarico delle armi.

E la nuova che è in progetto?
La nuova caserma verrà costruita al Palaspecchi ed avendo visto gli atti ho letto che sarà una “delegazione comunale”, cosa ben diversa rispetto ad una caserma che dovrebbe essere isolata. Lì invece ci saranno uffici, una biblioteca, un centro per i giovani, per cui non avrà i requisiti per detenere armi, e quindi il quarto turno non può essere svolto. Se andrà avanti questa situazione scriveremo a Salvini il quale bloccherà tutto. Il mio sogno comunque resta quello della Polizia Locale armata anche a Ferrara come lo è nelle altre città, ma sia chiara una cosa: armare non vuol dire che se una persona aggredisce devi sparare, per bloccare un possibile aggressore ci sono altri metodi (spray, manganello, manette, ecc..).

Quindi secondo lei quali sono le soluzioni per la zona Gad?
Prima di tutto serve costanza ed almeno due legislature per portare questa zona a livelli normali. C’è troppo spreco di denaro, io metterei subito uno o due delegazioni della Polizia Locale nel cuore del Gad sotto il grattacielo, e convincerei il ministro dell’Interno a portare un ufficio della polizia in stazione. Secondo, ci sono decine di negozi multietnici ed io prendo ad esempio su questo argomento la gestione fatta da città governate dalla sinistra, come Nardella a Firenze. Lui ha messo delle norme precise: prima cosa i negozi multietnici devono avere una superficie di almeno 80-100 mq, devono avere i servizi igienici per il pubblico adatti anche per i portatori di handicap, e ha messo dei paletti per scoraggiare l’apertura di decine di questo tipo di attività. Non dico, quindi, che non ci debbano essere, ma che vanno ridotti. Troppi di questi negozi innescano una concorrenza sleale.

Così, però, non si penalizzano tutti?
No perché quelli lavorano bene vanno premiati magari con delle esenzioni, ma ci devono essere più controlli, soprattutto sulle condizioni igieniche.

E gli eventuali negozi che chiuderanno? Come recuperare gli spazi?
In quel caso vanno incontrati i proprietari ed offerte loro delle soluzioni per cui se danno in gestione il negozio al Comune per far aprire attività di piccolo commercio locale o artigianato, gli si può togliere l’Imu, ad esempio. In poche parole va riconquistata la zona.

E’ famoso per le sue ‘indagini’ e denunce nei video, posso chiederle che fine abbia fatto quella sul latte in polvere? E cosa può dirci sul nuovo fenomeno degli “Action bitters”?
Queste bustine di superalcolici sfuggono alla normativa italiana ed era da molto che le vedevo in giro. Quello sul latte in polvere, invece, è un indagine seria. Da alcuni mesi seguivo questa vicenda a causa delle lamentele fatte da molte farmacie che segnalavano la presenza di nigeriani che tutte le mattine portavano degli anziani a comprare un tipo di latte, quello più costoso. Non sono un poliziotto, ma se mi arriva una denuncia o una confidenza verifico la notizia. Ho visto tutta la trafila che partiva da un negozio dove poi veniva portato questo prodotto dopo l’acquisto. Ho documentato tutto e ho informato la Digos. E in seguito al polverone mediatico scaturito, si sono bloccati. Anche questo è sintomo di mafia: visto l’interesse mediatico l’organizzazione ha detto “stop”.

E su questo tema parte la querela ad Estense.com?
Si.

Può spiegare la sua versione dei fatti?
Il sabato mattina del presunto misfatto ero davanti all’edicola di un mio amico insieme a Matteo Fornasini di Forza Italia, a parlare di strategie politiche. Mentre eravamo lì, è arrivato un nigeriano a chiederci proprio il latte in polvere in questione, scritto su un foglio, ma, ed è stata una delle uniche volte in cui l’ho fatto, ho tirato fuori un euro dandoglielo, per far sì che andasse via. Nonostante questo, costui ha continuato ad insistere ed io ho detto “ho da fare” e in quel preciso istante mi sono trovato una ragazza, a distanza di qualche metro, che ha iniziato ad inveirmi contro, affermando che io avrei chiesto i documenti al ragazzo nigeriano. Dopo una vera e propria aggressione verbale è andata via. Il giorno dopo questo accaduto, è uscito l’articolo sul sito di Estense.com, che diceva “Lodi aggredisce un nigeriano e chiede i documenti”.

A chi la accusa di razzismo, invece, come risponde?
Inizio col dirle questo: ho tanti amici stranieri, persino mia moglie è straniera, ed ho aiutato tanti a prendere persino la cittadinanza. Quindi sono il meno del meno del razzista che ci possa essere in questo momento. Non sono razzista e ti dico persino che ho preso le distanze da Casa Pound, Forza Nuova e tutte le forze di estrema destra, quattro anni fa. Chi mi accusa di essere razzista non conosce bene i fatti che mi riguardano, avendo aiutato tante persone, anche attraverso cooperative come Viale K, con la quale ho un ottimo rapporto.

Con questo vuol dire che a suo parere non tutte le cooperative fanno business sui migranti come invece altre volte ha lasciato intendere?
Ci sono cooperative che lavorano per business, per cui usano queste persone per avere dei soldi, e ci sono invece cooperative, come quella di Raffaele Rinaldi, che lavorano duro ma non ricevono molti aiuti dall’amministrazione.

 

Nella foto in alto, un’immagine di copertina scelta da Naomo Lodi per la sua pagina Facebook

I racconti del Lido/6
Al cospetto della stupidità il “Laido” riconquista la dignità

E finalmente di fronte alla stupidità criminale nazionale il Laido degli Estensi può riconquistare il suo vero nome: Lido.

Il mio binocolo non è più puntato sui vicini d’ombrellone – quelli che abbiamo ora sono veramente speciali – ma sulla maleodorante situazione italiana e anche ‘ferarese’. Le storie legate alla protesta di Gaibanella: l’intero paese che si schiera contro la possibilità d’ospitare i migranti presso villa Modoni Ravalli, attualmente sotto procedura fallimentare. Il centurione ‘Naomo’ Lodi e il capo col codino Alan Fabbri guidano la protesta che l’immaginifica prosa di Matteo Langone del Resto del Carlino così racconta: “Partito dalla villa incriminata, il serpentone d’anime protestanti ha percorso via Ravenna. Gaibanella vista dall’alto è, in buona sostanza, un pugno di case tagliate da una croce d’asfalto. La stessa croce che i residenti hanno messo sopra il sindaco e l’assessore. «Tagliani a casa, Sapigni a casa» hanno intonato lungo il tragitto uomini e donne, grandi e piccini. «Dimissioni, dimissioni» hanno proseguito. E c’è di più: c’è la volontà di creare una class action ad hoc contro l’amministrazione comunale «per danno d’immagine». Proteste e proposte, in un pomeriggio in cui Gaibanella ha ascoltato ma anche urlato: un urlo che, complice l’eco dell’aperta campagna, è tornato indietro, come per gioco, ancor più amplificato.

Ma ancor più il turbinio volgare, che ha il fiato corto di ciò che l’amministrazione intende fare e a volte disfare. E cosa sono allora gli orrendi marciapiedi del Lido, coperti da strati di aghi, cacche canine e rifiuti di plastica, che producono un piacevole effetto d’imminente fine estate ancor prima che il clou delle ferie abbia inizio?

Anche i gabbiani tacciono. Solo qualcuno insiste a uccidere colombi e tortore per mangiucchiarli distrattamente sul tetto e sulle terrazze delle ville.

In questo clima da ‘finis mundi’, un meraviglioso articolo di Salvatore Settis, apparso su Repubblica del dieci agosto, difende il latino, la lingua più parlata al mondo (e chi volesse saperne il perché si cerchi l’articolo), e invoca che non venga cancellato dai Licei come possibilità di redenzione europea.

E nel mondo, ormai villaggio unico, si parla di zar, di sultano e di pazzo, intendendo le figure di Putin, di Erdogan e di Trump.

Allora, meglio rifugiarci nella tranquilla banalità del Lido che, per dimostrare la sua originalità, organizza al bagno una festa di Natale, con tanto di renne, neve, ghiaccio e seggiolone di Babbo Natale. Le stagioni, come scriveva il poeta ‘la presente e viva e il suon di lei’ non bastano più: occorre precederle, divorarle, annullarle.

L’inverno a Ferragosto.

Perciò accettiamo il Lido e la sua rassicurante banalità.

Naturalmente il Sindaco di Comacchio continua a non rispondere…

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