Tag: Napoli

Maradona il Salvatore. Nel calcio come nella vita.

Ancora il bravissimo Toni Servillo, già nella lista dei 25 grandi attori del XII secolo pubblicata, lo scorso anno, dal New York Times, insieme ad attori del calibro di Denzel Washington, ne E’ stata la mano di Dio, che, distribuito al cinema da Lucky Red, dal 15 Dicembre possiamo vedere anche su Netflix, in eterna simbiosi di successo con Paolo Sorrentino (i due collaborano fin dall’esordio del regista, L’uomo in più, del 2001).

Vincitore, alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, del Leone d’Argento e del Premio Marcello Mastroianni al giovane protagonista Filippo Scotti, da più parti si vocifera di una possibile candidatura agli Oscar (recente delusione al Golden Globe, dove il film non ha ricevuto premi). Il film merita, è commovente e bello (tuttavia, non da Oscar, a nostro avviso), quello più personale e intimo del regista napoletano.

Ambientato a Napoli, non si tratta di un film su Maradona, come potrebbe sembrare dal titolo, ma di una pellicola dove il calciatore è, piuttosto, una manifestazione divina.

Filippo Scotti

Il protagonista, il giovane Fabietto Schisa (il talentuoso Filippo Scotti), è il regista stesso, in un periodo adolescenziale fatto di scoperte, risate, paure esistenziali, solitudine e corse in motorino con gli affiatati genitori (il padre Saverio, interpretato da Toni Servillo e la madre Maria, ruolo di Teresa Saponangelo) amati e complici di avventure e scherzi. Ci sono poi il fratello Marchino (Marlon Joubert), le partite allo stadio San Paolo (oggi intitolato a Maradona) e, soprattutto, la voglia di conoscere nuove storie e persone, passatagli da sua zia Patrizia, la nota stonata, diversa e stravagante della famiglia (una bravissima e travolgente Luisa Ranieri), che dice di aver visto il Monaciello (spirito che, secondo il folclore napoletano, può dare buona o cattiva sorte), ma nessuno le crede. Sono Maria e Patrizia ad aprire gli occhi di Fabietto su ciò che non si vede, su ciò che è segreto o che gli altri non vogliono riconoscere. La capacità di vedere oltre. Il potere della libertà. Anche nel folclore.

Foto Gianni Fiorito. Luisa Ranieri

In un quadro spesso dall’atmosfera felliniana, per personaggi, situazioni, scenografie e colori. C’è anche tanto dolore, quello per la perdita dei genitori, all’età di 16 anni, in un tragico incidente domestico a Roccaraso (asfissia da monossido di carbonio) al quale Sorrentino è scampato perché rimasto nel capoluogo partenopeo per vedere la partita Napoli-Empoli. La mano di Dio, appunto, quella frase sibillina con la quale un parente (Renato Carpentieri) si riferisce a quella fortuita salvezza. L’improvvisa morte degli amati genitori costringe il ragazzo a fare i conti con la solitudine di chi ancora non ha un suo posto nel mondo, da cercare con forza. Fabio dovrà così imparare ad accettare i rischi spaventosi di quella tragica e improvvisa libertà. Senza arrendersi al caso ma diretto ad una crescita, alla scoperta, all’invenzione (e reinvenzione), alla trasformazione, alla realizzazione, puntando sempre verso l’alto.

Ci sono poi tanti personaggi ed eventi secondari: la signora Gentile è il fedele ritratto della consuocera di una zia del regista, che metteva la pelliccia in estate e si lasciava andare al turpiloquio, vere anche la storia del fratellastro segreto scoperto dopo la morte dei genitori, la passione della mamma per gli scherzi, l’amore per i film di Sergio Leone e l’avvistamento di Maradona in una Panda, con tutta Napoli immobilizzata a osservarlo. Il personaggio della zia sexy e irrequieta interpretato da Luisa Ranieri non è esistito davvero, o almeno non come persona unica. È infatti l’unione di una zia materna di Sorrentino che raccontava visioni di munacielli e fantasmi e del fascino erotico esercitato su un sedicenne dalle amiche della sorella e della madre. La baronessa (Betty Pedrazzi), invece, assomiglia a una vicina della famiglia ma è una rielaborazione di racconti ed eventi capitati a conoscenze del regista. Un incontro tra vita vera e sprazzi di fervida, ironica e divertente immaginazione.

Nel film vediamo anche l’incontro di Fabietto con Antonio Capuano, regista con cui Sorrentino firmerà a quattro mani la sceneggiatura di Polvere di Napoli, nel 1998. Quel confronto non è accaduto realmente nei termini nei quali lo vediamo nel film, ma è comunque «la combinazione di molte conversazioni che abbiamo avuto, non soltanto lavorando insieme ma anche nel corso della nostra lunga amicizia», dichiara il regista stesso.

Con questo film, Sorrentino dichiara di voler ripartire, di volersi liberare da un linguaggio cinematografico che, seppur straordinario, era diventato quasi una gabbia.

 

 

 

È Stata la Mano di Dio, di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Betti Pedrazzi, Renato Carpentieri, Enzo Decaro, Italia, 2021, 130 mn.

 

DI MERCOLEDI’
Natale in casa (Cupiello)

Avrete trascorso anche voi il Natale in casa. Il mio è stato tranquillo: mio marito ed io abbiamo l’età per accettare di starcene in casa senza i familiari vicino, se si tratta di preservare la salute di tutti. Sento che, come ha detto qualche commentatore alla tv, dobbiamo rispetto a chi ha perduto la battaglia contro la malattia e il rispetto consiste almeno nel non essere imbronciati come bambini per la clausura delle Feste.
Sono proprio così. Non mi sento in punizione, né privata di libertà fondamentali, né colpita dalla malasorte. Sono entrata dentro la spessa parentesi di questi giorni in casa e la sento silente, ancora lontana dal frastuono che ci riserva il nuovo anno in arrivo. Dai programmi che sto vedendo alla tv, dalla musica che ascolto mi arrivano voci ed esperienze, alcune mi distraggono con la loro catarsi leggera, lenitiva. Altre creano sintonia con le sofferenze del presente, fino alla cronaca.

La consapevolezza sofferta di ciò che accade è quello che abbiamo in comune con uno dei personaggi più noti del teatro di Eduardo de Filippo, Luca Cupiello. La relazione extraconiugale della figlia Ninuccia, che viene alla luce proprio alla vigilia di Natale, lacera l’idea di una famiglia felice in cui lui, il vecchio padre-bambino, che sta costruendo con entusiasmo il presepe, ha sempre creduto. Per Lucariello è una epifania del tutto inattesa e fulminea. Per noi del villaggio globale del 2020 è stato un progressivo svelamento sulla nostra vulnerabilità di fronte alla pandemia.

Tutto è pronto per la cena della vigilia: oltre alla famiglia di Luca Cupiello è presente un amico del secondogenito Tommasino, anche il capofamiglia lo ha invitato a condividere la cena in buona armonia. Padre e figlio non sanno che Vittorio, questo è il suo nome, ha una relazione con Ninuccia. Nemmeno gli altri lo sanno, tranne donna Concetta, che è al corrente dell’amore segreto della figlia e sa che il suo matrimonio col ricco Nicola è infelice. Fuori dalla scena anche gli spettatori sanno che l’ospite è il suo amante; sanno che Ninuccia ha scritto una lettera al marito, in cui gli confessa di amare Vittorio; in un dialogo serrato con la madre, che le ha fatto promettere di fare pace col marito, Ninuccia l’ha smarrita. Ecco che su questo dettaglio si concentra il meccanismo della narrazione: la lettera viene trovata da Luca che la consegna inconsapevole al destinatario e il marito gelosissimo viene così a sapere di essere stato tradito. Insieme a lui vengono a sapere tutto gli altri personaggi, per primo il padre Luca che è stato causa dello svelamento. La lacerazione lo colpisce a fondo, egli viene colto da un ictus che lo riduce in fin di vita, gli strappa dalla testa la lucidità e lo confina a letto, assistito anche dai vicini e dal medico. La diagnosi che questi rivela al fratello convivente di Luca, Pasqualino, è disperata: ben difficilmente il malato ce la farà. Intanto egli è preso dalle allucinazioni e, parlando a fatica, benedice la figlia e l’amante, che ha scambiato per il marito, di nuovo incapace di assegnare le parti, e subito dopo si richiude nel ristretto cerchio dei suoi pensieri infantili. Solo in questo senso il finale è lieto: il presepe ben riuscito procura a Luca la gratificazione più attesa e perfino Tommasino, che ha sempre detto no, ora risponde che sì, gli piace.

Ora leggo recensioni favorevoli o meno al film che la tv ha trasmesso la sera del 22 ed è diretto da un altro Edoardo, il regista De Angelis. Sergio Castellitto, che interpreta il protagonista Lucariello, ha definito Natale in casa Cupiello come “una gioielleria di emozioni”; mi pare che l’interpretazione dei vari personaggi la renda proprio così, e che lui per primo rivesta in modo vitale il ruolo demiurgico del pater familias che fu di Eduardo.
Non vuole confronti Castellitto, né io so farne rispetto ai codici espressivi, del teatro da una parte e del film televisivo dall’altra. Ho rivisto la commedia nella edizione televisiva del 1977, nel cui cast oltre a Eduardo brillano Pupella Maggio, Luca de Filippo, Lina Sastri. Mi è sembrato che la napoletanità si esprima in loro in modi più naturali, che la lingua esca sciolta e musicale, a tratti magnetica con quei suoi fonemi inconfondibili.
E’ tutto talmente verace da legittimare l’intera gamma degli atteggiamenti, dalle scene bonarie che esprimono la quotidianità in casa Cupiello, a quelle che si movimentano in seguito alle rivelazioni dolorose. Sono quelle da cui si sprigiona una carica drammatica al massimo della autenticità.

Tuttavia si apprezza sempre la rilettura di un classico, l’opportunità di farla conoscere al sempre più ampio pubblico televisivo e ai giovani; si coglie la portata dei suoi significati, la tempestività con cui ci ricorda che Natale è un giorno speciale, ma anche un giorno come un altro. Adatto a farci gioire, a deluderci o a ferirci.

Castellitto dice di avere dato all’innocenza ostinata del suo personaggio una sfumatura da “idiota” dostoevskiano; io ci vedrei qualcosa di Pirandello quando a Luca si strappa “il cielo di carta” sopra il capo e, in seguito alla epifania dolorosa del matrimonio finito per la figlia Ninuccia, la salute lo abbandona fulmineamente. Il presepe che vagheggia nel momento finale mi ricorda la carnevalata perenne in cui ha voluto rimanere rinchiuso l’Enrico IV del dramma pirandelliano, come forma di difesa.

Credo che una lettura fatta oggi della commedia di Eduardo, scritta nel 1931, possa arricchirsi di forza e reattività: c’è una risposta che ognuno di noi può dare alle difficoltà per sé e per tutti e c’è la risposta che  la comunità scientifica internazionale ha costruito contro il virus mettendo a punto vaccini efficaci in tempi sorprendenti. L’anno si chiude con le prime vaccinazioni iniziate nel cosiddetto V-day, il 27 dicembre.

Credo che non a caso il regista De Angelis abbia ambientato la commedia nel 1950: un anno che attraverso la città di Napoli intravvediamo nel passaggio dalla distruzione della guerra agli anni della ricostruzione. In questa ottica qualche battuta è stata cambiata, ma Castellitto è convinto che Eduardo l’abbia accettata, come accetterà di essere ricordato a centoventi anni dalla nascita in occasione di un altro Natale tribolato, questo.

In casa mia il presepe non c’è, ci sono al suo posto l’albero e altre decorazioni. Tutto è piccolo, in particolare sotto l’albero i pochi pacchetti regalo hanno sprigionato minuscoli oggetti d’uso, come i tappi per le bottiglie a forma di omino di neve. Nelle diverse fasi della vita ognuno raggiunge il proprio grado di emancipazione dalle radici: sono andata più lontano di così dai natali trascorsi con mia madre e mio padre. Ora mi riavvicino, un po’ perché l’età avanza e rende necessari i ricordi, e in parte per scelta. Ai miei sono sempre piaciute le cose piccole, ora le considero anch’io le depositarie della gioia che ci è resa possibile e le preferisco con determinazione e tenerezza.

 

PANDEMIA E FANTASIA

Oggi 5 dicembre 2020 arrivo un po’ distratto in salotto, pronto a demolire l’imponente fascio di giornali che mi occupano parte della mattinata e che consumo tra letto e poltrona.
Mi accorgo che c’è qualcosa di nuovo nell’aria e il mio sguardo si dirige al tavolino, dove fa pompa di sé un grande mazzo di tulipani. Ma…. ecco che li vedo muoversi, assumere pose strane dentro il vaso verde; poi mi s’illumina la mente. Per forza! Sono tulipani GIALLI e la loro danza emblematizza una data: da domani siamo in ‘zona gialla’. In studio sento però un brontolio sommesso, che proviene a sua volta dal grande mazzo di gigli bianchi che profuma lo stanzone. E dicono “Sempre ai meno importanti è data l’occasione di gioire. Noi nobili mai siamo presi in considerazione”.

Freneticamente i giacinti, sparsi per tutta la casa, fanno il tifo: quello che si riserva a Maradona. Al proposito il mio silenzio su quella perdita va almeno spiegato. Il ‘Divo Diego’ e la sua scomparsa non mi producono in verità alcun significativo sussulto. Invano gli ‘intendenti’ con citazioni dotte – specie quelle che si riferiscono nell’antichità alla divinizzazione di atleti tramite la poesia –  cercano di farmi recedere da quella posizione, anche se suffragata dall’essere, e lo ripeto, da sempre forse l’unico che mai abbia assistito a una partita di calcio, o anche di averla vista integralmente in tv.

Mi distraggo tuttavia nei servizi televisivi a rivedere le immagini della mia adorata Napoli, perdendomi tra le botteghe di san Gregorio Armeno, ripercorrendo con la mente i luoghi di tanta felicità sperimentata: i Bassi, la Galleria, Piazza Dante, Spaccanapoli. E qui il ricordo si fa vivo e urgente. Per un tempo ragguardevole ho viaggiato con i miei cognati e, se la meta era ogni anno la Francia, andammo spesso anche nella mia amatissima Napoli. Qui, per caso, scoprimmo un hotel a Posillipo dal nome invitante: Paradiso. Ci demmo un appuntamento in quanto io ancora guidavo e loro ci raggiunsero il giorno dopo su una macchina appena comprata. La notte stessa il portiere ci avvisò che ‘purtroppo’ avevano tentato il furto, che era stato spaccato il finestrino posteriore e altre amenità, tanto che mio cognato fu obbligato a passare la notte in macchina. Ma il luogo era incantevole e in altre occasioni, quando ad esempio mi recavo a Lipari, era d’obbligo una sosta di un giorno o due nell’amata città. Ma ormai il Paradiso ci veniva negato. Scoprimmo che era diventato il quartier generale di Maradona e che c’era una fila ininterrotta di prenotazioni per recarsi in quell’hotel. A questo punto si sommi la mia indifferenza al calcio, l’essere tenuto lontano da un posto amato e potrete fare la somma di come il nome di quel potente era per me oggetto di stizza.

Frattanto notizie strane arrivano portate dalla stampa nel mio rifugio popolato di fiori. Finisco con sempre più entusiasmo la recensione al magnifico libro di Gigliola Fragnito La Sanseverino, che ancora mi riporta a Napoli, mi esibisco in conferenze on line che mi gettano nel panico per l’uso di questo strumento particolarmente inadatto alle mie capacità, anche se, non so per quale aiuto, forse del mio tecnico formidabile Saint–Laurent, sembra che sappia cavarmela abbastanza bene.

Oggi poi leggo sulla stampa che è indagato il vicesindaco della mia città a seguito di un esposto del rappresentante dei radicali ferraresi Mario Zamorani. Quello che però mi colpisce di più è il nome dell’avvocato che porta avanti l’esposto: Longobucco. Non mi sembra vero, eppure quel cognome è quello di un paese che ho visitato e che è lo stesso dove sono nati e vissuti amici carissimi. Mi attivo e – potenza della storia meravigliosa e affascinante della nostra nazione – mi si dice che nel tempo andato ai bimbi accolti in orfanotrofio veniva dato il cognome del paese da cui provenivano. Uno per tutti Cosenza. Così la storia dei cognomi si inserisce sulla ancor più complicata vicenda testimoniata dall’ebraismo, per il quale da zone ben precise di Marche, Emilia, parte della Lombardia e della Toscana, assumevano i nomi di città e paesi: pure della mia. E così Ferrara, Cosenza, Ravenna, Rimini, Pesaro e anche Longobucco indicano città e dinastie, luoghi e persone.

Mi si domanda come passerò il Natale, visto che è un dovere totale e irrinunciabile fare a meno della riunione familiare. Rispondo “noi due” tra caterve di piante, fiori e panettoni (ne ho scoperto uno fatto da un’azienda ferrarese che è un miracolo di bontà!) dischi, e film d’antan. Uno spasso. Ci siamo dati per le feste i nomi dei due cagnolini che sono entrati in famiglia da poco: zio Benny e zia Frida. I piccolini suoneranno i campanello e nell’androne troveranno una capanna, dove dentro ci sono i regali portati da babbo Natale. Nuovo suono di campanello e attraverso il microfono ci faremo gli auguri fra i ‘bau bau’ dello zio e della zia.

Se lo ricorderanno nel tempo e dalla pandemia sorgerà incantata la fantasia.

SCHEI
L’oro di Diego

L'”oro di Dongo” è il tesoro, fatto di gioielli, lingotti e bigliettoni in valute diverse, sequestrato a Mussolini ed altri gerarchi dal convoglio in fuga fermato a Dongo, provincia di Como, il 27 aprile del 1945. Pare che il grosso del bottino, al quale anche la popolazione locale ha attinto al passaggio in una sorta di improvvisata espropriazione proletaria, sia finito nelle mani della brigata partigiana e poi dei comunisti comaschi e infine sia stato utilizzato per comprare la storica sede del PCI a Botteghe Oscure.

L'”oro di Napoli” è il titolo di un film a episodi del 1956 diretto da Vittorio De Sica. Si tratta prevalentemente di spaccati della vita napoletana, rappresentata attraverso i mattatori della tragicommedia partenopea, da Totò a Peppino De Filippo a Sophia Loren a Tina Pica.

Mi permetto di associare arbitrariamente le due definizioni, perchè la mescolanza dei temi inclusi in entrambe mi sembra attagliarsi come una facile profezia all’immediato futuro post mortem di Diego Armando Maradona da Lanus. Il prevedibile e pittoresco (ma non così superficiale come appare da fuori) psicodramma neopagano di Napoli, città d’adozione del Pibe, è già in corso. L’assalto alla diligenza del suo inquantificabile patrimonio è in realtà iniziato da tempo, mentre lui era in vita, ma da ora in poi si trasformerà in una sanguinosa faida tra parenti ufficiali e ufficiosi, consanguinei originari e riconosciuti, figli legittimi, legittimati e spuntati come funghi nel bosco dopo una notte di pioggia (sarei pronto a scommetterci). Per non parlare della corte dei miracoli che lo circonda da anni, professionisti para o pseudo della medicina e del diritto e della finanza e del fisco e della droga, destino che accomuna tutti i semidei tossici, da Elvis Presley a Michael Jackson a Prince a Whitney Houston. E’ impossibile per questa categoria di persone che ben presto, nella vita, escono dal mazzo dei normali esseri umani, sfuggire all’abbraccio mefitico e soffocante dei consulenti/portavoce/eccetera, ognuno dei quali ricava un reddito più che sufficiente a vivere bene dal proprio unico cliente, che quindi sarà molto difficile contraddire. Quando sei circondato da adulatori non riesci più a riconoscere la franchezza in un rapporto. Peggio: la vivi con fastidio. Quello che è onesto è il primo ad essere licenziato, perchè ti dice in faccia le cose che non vuoi sentirti dire. Alla fine chi ti vuole bene davvero lo allontani, e ti tieni i cattivi consiglieri, quelli che ti danno sempre ragione anche quando fai delle cazzate, che non ti dicono “stai lontano da quella merda” ma che la merda, alla bisogna, te la procurano.

Non ho conosciuto personalmente Maradona, come del resto tutti coloro che ne scrivono. Non comprendo chi dice che lo stiano facendo “santo”, perchè finora non ho letto un solo articolo che ne abbia oscurato i difetti e le mancanze. Comprendo ancora meno chi, non conoscendolo, si permette di dire che era una persona pessima. Sono andato a curiosare tra i moralizzatori da tastiera e, tra quelli più o meno noti, ho trovato chi mi aspettavo di trovare: gente che predica bene e razzola male. Mi limito a dire che vorrei vedere uno qualunque di loro, di noi, alle prese con un talento sovrumano, un dono che viene direttamente dal cielo, nel senso che il cielo o Dio sembra avere scelto proprio noi, per crudeli e imperscrutabili ragioni, per portare a termine un compito il più ambizioso – e noi sappiamo di essere i soli a poterlo compiere, perchè noi abbiamo quel dono, e nessun altro. Vorrei vedere uno qualunque di noi alle prese con un dono così prodigioso, un superpotere, che però vale solo in un campo della vita. In tutto il resto, ce la dobbiamo cavare con la nostra mediocrità, inadeguatezza, bassezza, dabbenaggine, fragilità. Stan Lee e la sua combriccola alla Marvel, su questa dicotomia del supereroe con superproblemi, ci hanno costruito sopra il profilo psicologico di tutti i più celebri personaggi della loro scuderia di carta.

Dentro di te convive questa divaricazione, mentre il resto del mondo pende dalle tue labbra anche se leggi la lista della spesa, sentenzia usando le tue parole e le rende aforismi sacri, anche se erano stronzate dette da ubriaco delle quali nemmeno ti ricordi. E soprattutto, il resto del mondo ti è costantemente addosso, ti alita addosso il suo amore e la sua invadenza. Sempre. Sempre.

Se qualcuno pensa che sia facile vivere così, vada a vedere come hanno vissuto, di chi si sono circondati e come sono morti artisti di enorme talento come quelli sopra citati. E’ chiaro che se hai un talento sovrumano in una di quelle discipline nelle quali si proiettano le aspettative di miliardi di umani, tutto si amplifica: la celebrità, il denaro e la pressione. Se invece ce l’hai in un campo che interessa a pochi, puoi cavartela. Se non interessa a nessuno, infine, sarai ignorato (condizione esistenziale fonte di una sofferenza acuta, uguale e contraria all’eccesso di pressione).

Se hai un talento sovrumano nel gioco del calcio, diventi più famoso di Gesù Cristo. Se sei anche nato in Sudamerica e ti porti dentro, e dietro, l’ ancestrale religiosità magica del tuo popolo, allora sei Gesù Cristo. Però tu sai chi sei. Lo sai, di non poter essere all’altezza di una cosa così enorme, che non è vincere il Mondiale di calcio con la tua Argentina, no: quello lo sai fare e lo puoi fare, perchè si trova dentro la tua zona di comfort. Sai anche di essere, spesso, capace di orribili bassezze, che ti rendono tragicamente umano e profondamente attrattivo per la letteratura, anche quella nobile, che intinge volentieri la penna nelle debolezze e nelle fragilità della superstar. Tu però intanto, ci sono giorni in cui ti abbruttisci fino a farti schifo. I buchi della tua anima li riempi con le opere d’arte che ti vengono facili, perchè hai un superpotere. Quando non lo puoi usare, devi coprire il buco con qualcos’altro.

Lui lo ha riempito con la cocaina. Credo abbia fatto del male prima di tutto a se stesso. Del resto non ha voluto essere un modello per nessuno, anche se il mondo lo ha innalzato al rango di semidio. E come spesso accade a questi semidei loro malgrado, ha tenuto il male per sè e per le persone cui voleva più bene, e al resto del mondo, al “pubblico”, ha donato quel bene, che nel suo caso è stata la bellezza. Non tanto la bellezza di un gesto atletico o tecnico, ché se si fosse fermato a questo sarebbe stato “solo” un grande campione. La bellezza di cui è stato capace ha molto più a che fare con l’arte che con lo sport. La differenza tra un grande gesto sportivo e un’opera d’arte sta nella sensazione di vertiginosa meraviglia che ti lascia addosso. Una sindrome di Stendhal, che lui stesso definiva “le sensazioni celesti date dalle arti”, al punto da perdere l’equilibrio mentre cammini, e per un istante rimanere preda di un capogiro mistico. E capita proprio a te, che nel resto dei tuoi giorni passi per essere un inguaribile, ateo, cinico materialista. Ecco, per me è questo l’oro di Diego.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

TERZO TEMPO
Di bocca in bocca

La prima volta che ho sentito il suo nome è stato circa vent’anni fa, quando un mio compagno di squadra rivolse la seguente domanda al funambolico attaccante della formazione avversaria.

“Ma chi sei? Maradona?”

Quell’attaccante, ovviamente, ci stava letteralmente massacrando. Era la fine degli anni ’90, e, nel pieno della mia fanciullezza, traevo ispirazione dall’eleganza di Zidane e dalle punizioni di Beckham. Il calcio, per me, era cominciato con Francia ’98 e il videogioco FIFA 99 – quello con l’irresistibile Rockafeller Skank di Fatboy Slim – e non avevo idea di chi fossero Maradona, Pelé o Cruijff.

Con il passare degli anni, mi sono documentato più e più volte su Pelé e Cruijff, nonché sugli altri giocatori del passato. Per quanto riguarda Maradona, invece, non ce n’è stato bisogno. Quella domanda a metà tra rassegnazione e ammirazione drizzò le mie orecchie, e ben presto mi resi conto che tale Diego Armando Maradona era sulla bocca di tutti: da mio papà a mio zio, dal mio migliore amico agli anziani del bar, per non parlare dell’unico tifoso del Napoli nel mio paesino dell’entroterra toscano. Così, in assenza di YouTube e dell’attuale storytelling, accumulavo aneddoti, canzoni e pareri dalle persone che riempivano le mie giornate.

È stato come assistere a delle curiose lezioni di storia: il protagonista era sempre lo stesso, le sensazioni cambiavano di volta in volta. Insomma, i racconti sono arrivati prima delle immagini, ed è per questo che ieri pomeriggio ho metabolizzato la notizia della sua morte grazie alle parole e ai volti delle persone che mi hanno descritto la sua grandezza.

DIARIO IN PUBBLICO
Fra tifosi, artisti, medici e malati più o meno immaginari

Il criceto si preoccupa molto per la mia indignata reazione ai fatti di Napoli, la città che con Venezia e Parigi rappresenta il triangolo perfetto della bellezza, del nucleo forte di ciò che, nata da Roma, chiamiamo Europa e quindi Occidente. Tutti noi sappiamo qual è il carattere dei napoletani della loro insopprimibile vitalità, della esagerata reazione alle passioni, specie di quella più tremenda: il calcio.
Il saggio animaletto m’esorta alla calma, prospettandomi quanta sufficienza pericolosa, se non proprio antipatia, mi procurerò, osando recriminare sul brutale comportamento tenuto dai festanti e pericolosi ‘tifosi’ (parola che in tempo di coronavirus riporta a una delle malattie più pandemiche di ogni tempo, il tifo). Rivedo quelle belve dalla bocca oscenamente spalancata nell’urlo che compiono caroselli, che impazziscono, che si buttano nelle fontane. Per cosa? Perché hanno (loro!) vinto sulla Juventus aggiudicandosi non so quale premio. L’impassibile sindaco di Napoli commenta che si sapeva quale sarebbe stata la reazione dei napoletani e che recriminava solo che si fossero gettati nelle fontane. Ora – sono convinto – lo stesso atteggiamento sarebbe potuto essere comune alle città in cui operano altre famose società di calcio, quali la Juventus, o la Roma e perfino la Spal della piccola Ferrara. Non la città ma la passione per il gioco porta a questi immondi effetti. E ora caro criceto che mi s’attacchi pure. Credo che nel mondo ci possa essere motivo di esultanza più corretta e civile. Ad esempio sperare che Alex Zanardi possa farcela e tornare tra noi. Un grande.

Frattanto esce sulle pagine dei quotidiani nazionali, preceduto da una ricerca apparsa sulle pagine del Journal of Trombosis and Haemostasis un saggio condotto dal grande studioso di chirurgia vascolare, nonché direttore del Centro di malattie vascolari dell’Università di Ferrara, Paolo Zamboni. Il quale, studiando alcuni celebri quadri del Rinascimento e oltre, ne individua la possibile malattia che affliggeva la persona ritratta. Uno splendido esempio di ‘convivenza’ tra due forme del sapere, che sembrerebbero così lontane, ma che ritrovano nel pensiero una originale e straordinaria competenza. Il caso più clamoroso è la risoluzione del mistero di una macchia scura che appare sul seno della protagonista del quadro di Rembrandt Betsabea con la lettera di David. Una analisi che individuerebbe in quella macchia “una vena trombizzata sotto la pelle”. Ma ancora le ricerche condotte su una serie di ritratti che vengono pubblicate sul Corriere della sera del 18 giugno 2020 . Lo scritto di Elena Meli viene titolato Diagnosi su tela. Le malattie ‘dipinte’ dai grandi pittori ”tra le quali, oltre alla Betsabea rembrandtiana, quella che appare sul seno della Fornarina di Raffaello, o su Il Bacchino malato di Caravaggio, il cui colore verdastro e le unghie nere riportano a una diagnosi di un’anemia, che portano lo studioso alla conclusione che il Bacchino soffre del morbo di Addison, anche se a quel tempo nulla si sapeva di questa malattia, descritta solo due secoli dopo. La straordinarietà degli studi di Zamboni, da cui attendiamo a breve un volume sulle sue ricerche, quasi miracolosamente percorrono in parallelo quelle due culture, che furono nel secolo scorso uno dei temi fondamentali della consapevolezza di un rapporto tra le espressioni del mondo affrontate dal fondamentale studio di Charles Snow Le due culture e la rivoluzione scientifica apparso nel 1959. Mi onora l’amicizia di Zamboni, ma ancor più mi rende felicemente stupito come un grande scienziato sappia affrontare quel mondo a cui appartengo, applicando in modo perfetto quel secondo principio della termodinamica e il concetto dell’entropia, che avventurosamente mi è stato spiegato in anni lontani. Da qui la straordinaria capacità di Zamboni di giocare con quella doppia esperienza. E gliene siamo grati.

Arriviamo a questo punto a una mia personale ricerca, che mi prospetta nel tempo l’amicizia e a volte l’affetto che molti medici hanno provato per l’insopportabile malato, talvolta immaginario che qui scrive. E già dal 1962, quando venni a contatto con le mie prime vittime mediche che qui ricordo.
Adalberto C. e Paolo M. aprono la serie. E immagino quante volte, preso dai miei malanni che credevo irrimediabili, ho interrotto una cena o un altro appuntamento. Ma mi hanno sempre perdonato. Poi con gli anni la cerchia si allarga. Primeggia Italo N., insuperato lettore e curioso di ogni cosa, che ben presto si aggregò al cerchio di affetti familiari che lo portavano spesso in campagna a cena con l’amico Adriano P. E ancora Monica I., nipote adottiva straordinariamente dolce e ferma in momenti terribili della mia vita. Poi i più giovani di conoscenza: Sergio G., che mi fece conoscere il fascino delle Eolie che con la sua dolcezza scatena i ricordi, quando si siede a tavola e impone “racconta!”. O la cortesia e la calma di Enrico G., sposo di Sandra la coppia più felice che io abbia mai conosciuto. E infine i recenti Gianni R., con cui condivido il mito di Parigi. E Alberto e Maura C. straordinari nell’alleviarmi le pene delle spalle dolenti e dolcissimi nel consolarmi. Si aggiungeva frattanto il nipote Ippolito G. “belo e bravo” secondo la definizione della nostra mitica colf che rimase dai miei suoceri per tutta una vita.
Che voglio di più? Perfino il dentista Marco N., fratello della mia indimenticabile compagna di banco delle superiori, con cui intrattengo anche rapporti bassaniani o letterari. E anche il mio medico di base Enrico M., che condivide, oltre che la passione per il celebre, letterariamente parlando, campo da tennis della Marfisa di Ferrara, casa e contatti con carissimi amici del giovane Bassani. Mi scuso poi con chi ho fatto disperare, imponendo la mia visione medica, come mia cognata Paola B. e le dermatologhe della sua scuola.

Alcune volte ho avuto pan per focaccia come in un viaggio in Ungheria a trovare l’amico indimenticabile András Szőllősy, allievo prediletto di Béla Bartók e di Dallapiccola. Nel viaggio da Venezia a Vienna con i bambini c’erano gli amici medici Paolo M. e Italo N. Passa il capotreno che cerca un medico per un viaggiatore che si è sentito male. Implacabili vedo con terrore che i due indici dei medici si rivolgono verso di me e pronunciano: “lui”! Ovviamente poi andarono loro. O la majesté con cui entrò Italo N. nella camera dove mi avevano appena operato. La caposala non lo riconosce e gli chiede chi è. Impassibile risponde “Il Professore!”. O il dolce sorriso e la mano che stringe la mia di Sergio G., mentre mi risveglio dalla anestesia della più grave operazione che ho avuto. Mi direte o commenterà il criceto: Ma erano tutti così meravigliosi?
Ovviamente i problematici non li ho ricordati. E ti pareva.
Comunque: Evviva i medici e la medicina!

ACCATTATEVILLO! L’arte di sorridere rimanendo seri
(La nuova Certificazione da scaricare e stampare)

L’Italia, si sa, è (anche) il Paese delle barzellette, delle storielle, dei lazzi, delle battute salaci verso i potenti. Da sempre il popolo italiano si esercita nel tiro al bersaglio. E il bersaglio è sempre lassù in alto: Il Re, il Duca, il Conte, Il Marchese (dalle braghe pese). Il Governo, insomma. Quale sia il colore dello stesso: l’altro ieri il Biancofiore democristiano, ieri l’esperimento giallo-verde, oggi (dentro la bufera) il governo giallo-rosso guidato dall’avvocato Giuseppe Conte.
Vuol dire che noi italiani siamo ingovernabili? Incivili, indisciplinati, irresponsabili? Non direi. Gli italiani, semplicemente, si difendono. E sorridere è un modo splendido di difendere la propria vita. Di continuare a vivere. Anche se, appena fuori casa, “il morbo infuria, il pan ci manca”, e il governo (di turno) va avanti a tentativi, aggiustamenti, postille, allegati bis.
Dunque non stupiscono le ironie fiorite sul Nuovo Modulo di Autocertificazione per gli Spostamenti. La quarta edizione in pochi giorni. Ho visto che a Napoli – una città talmente meravigliosa che, se non ci fosse, non riusciremmo a inventarla – la pandemia si gioca al lotto, consultando la smorfia, LA CORONA e IL VIRUS sono un fantastico ambo secco.
Dentro la tragedia, gli italiani stanno dimostrandosi seri, responsabili, solidali. Perché si può essere seri sorridendo. Sorridere è il nostro modo di resistere, di più, è una grande prova di  “resistenza umana”. Vorrei dirlo ai tedeschi, agli olandesi, agli austriaci (non tutti ovviamente, parlo dei loro governi) che non l’hanno proprio capito. Che – senza l’ausilio del sorriso e dell’ironia, immemori del valore della solidarietà, assaliti dall’egoismo della paura – vorrebbero mollare l’Italia e la Spagna al loro destino e uccidere definitivamente il sogno europeo.
Ecco quindi il Nuovo Modulo. Il quarto. Prendiamolo come una preziosa, una rara occasione per regalarci un sorriso “ai tempi del colera”. Ma, sorridendo, non dimentichiamo le nostre responsabiità. Quindi? Quindi: ACCATTATEVILLO!. Stampatelo, compilatelo e usatelo alla bisogna.

 

IL MODULO COMPILABILE DA SCARICARE E STAMPARE 

La firma va però apposta, solo in caso di controllo, davanti al pubblico ufficiale.

nuovo modello autodichiarazione 26.03.2020 editabile

 

INTERVISTA ESCLUSIVA al Prof. Giovanni Gugg, Antropologo dei Disastri
“Dentro l’Emergenza dovremmo ripensare tutto: politica e relazioni sociali”

Giovanni Gugg
Giovanni Gugg

In piena crisi da coronavirus è difficile poter fare delle previsioni su cosa potrà aspettarci dopo, soprattutto quando l’emergenza sanitaria non sembra arrestarsi. Abbiamo però provato a dare uno sguardo alla realtà diverso e per farlo ci siamo affidati a Giovanni Gugg, esperto di “Antropologia dei disastri” e docente di “Antropologia Urbana” presso il dipartimento di ingegneria dell’Università di Napoli “Federico II, il quale vive, però, a Nizza, nel Sud-Est della Francia.

Primo punto: com’è la situazione in Francia?
Dal punto di vista sanitario, in Francia la situazione è quella dell’Italia una decina di giorni fa: oggi, 20 marzo, i casi di persone positive al Covid-2019 sono 12.612, grosso modo quante ne aveva l’Italia l’11 marzo (12.462; oggi ne ha 47.021, con un raddoppio ogni 4-5 giorni).
Dal punto di vista politico-sociale si è in ritardo e si sono compiuti errori gravissimi: la Francia aveva a disposizione l’esperienza italiana, ma l’ha ignorata o sottovalutata per molto tempo, addirittura confermando il primo turno delle elezioni municipali, il 15 marzo, per poi, già il giorno successivo, decidere di rinviare a data da destinarsi il ballottaggio, dinnanzi alla scarsissima affluenza degli elettori. Da domenica 15 sono chiusi i locali pubblici, da lunedì 16 le scuole e le università, da martedì 17 c’è la quarantena, da venerdì 20 – almeno a Nizza – c’è il coprifuoco dalle ore 23 alle 5 del mattino: è vietato uscire, se non per emergenza.

Com’è vista la situazione italiana dai nostri cugini d’oltralpe?
Nel giro di pochi giorni lo sguardo francese sull’Italia è cambiato radicalmente: fino a una settimana fa era piuttosto sostenuta l’idea che l’estensione dell’epidemia in Italia fosse dovuta a un lacunoso sistema sanitario e a scelte governative errate. Giusto una settimana fa, un opinionista in tv ha bollato il caso italiano come una “tragedia teatralizzata”. In realtà erano paraocchi con cui evitare di guardare quel che stava accadendo nella stessa Francia, così come in Spagna e in altri Paesei d’Europa: tutti gli esperti di epidemiologia e di statistica ripetevano che ovunque il contagio avanzava ad enorme velocità, eppure si è scelto di attendere, al punto di mantenere le elezioni, come dicevo. Anche per questa ragione io e il giornalista Marco Casa, con cui gestisco “Radio Nizza – Italiani in Costa Azzurra”, un sito di informazione locale e podcast, abbiamo deciso di pubblicare ogni giorno una sorta di newsletter sulla situazione sanitaria in Francia; stiamo finendo la terza settimana di bollettini quotidiani, quindi abbiamo seguito la situazione ben prima della quarantena. La percezione pubblica sulla serietà dell’infezione è cresciuta con i giorni, infatti ora verso l’Italia c’è attenzione profonda: si copiano i decreti del governo Conte e, in qualche caso, li si applica in maniera ancora più stringente, come anche i provvedimenti in campo economico.

Secondo lei Macron sta facendo abbastanza?
Quel che adesso sta facendo il presidente Macron è tentare di recuperare una situazione che probabilmente poteva essere meno grave se avesse avuto maggior coraggio o determinazione, una settimana prima. C’è da dire, però, che per quanto in Francia il capo di stato abbia molto potere, vi è comunque una negoziazione politica come in qualsiasi democrazia europea, per cui, secondo dei retroscena giornalistici, pare che lui volesse rinviare le tanto contestate elezioni municipali, ma che le minoranze si siano fortemente opposte, pretendendole. In ogni modo, è chiaro che la responsabilità prevalente è del presidente, il quale poi ha pronunciato un paio di discorsi alla nazione molto potenti e solenni, ripetendo più volte che quella in corso è una vera e propria “guerra sanitaria”.

Cosa ha pensato allo scoppio dell’epidemia in Italia?
Seguivo l’epidemia con particolare cura fin dalle prime notizie in Cina, non solo attraverso le fonti ufficiali o i giornali più autorevoli, ma anche seguendo gli aggiornamenti di alcune persone specifiche, come Ilham Mounssif, ambasciatrice culturale in Cina che su Instagram racconta ancora oggi il suo quotidiano, oppure dialogando con un dottorando di mia moglie, che è originario proprio di Wuhan. Pertanto, quando l’epidemia è arrivata in Italia mi sono preoccupato immediatamente e ne ho parlato subito in famiglia, agli amici e ai miei studenti. Certo, però, non immaginavo che in qualche settimana l’intero Paese potesse essere chiuso in quarantena perché non si riesce in nessun altro modo a contenere i contagi.

Lei è un antropologo esperto anche del continente africano: ora il Congo è in emergenza per il morbillo, cosa prevede possa accadere se dovesse diffondersi anche lì il coronavirus?
La Repubblica Democratica del Congo è un Paese immenso e di estremo interesse, che dovremmo osservare con rispetto anche per imparare ad affrontare crisi sanitarie gravissime. Attualmente vi sono almeno tre urgenze mediche in corso: il colera, il morbillo e la poliomielite. Si tratta di epidemie concentrate in alcune province, ma dove la precarietà delle infrastrutture, la povertà e la violenza accentuano in maniera indicibile le difficoltà e il dolore. Tuttavia, come dicevo, molti Paesi dell’Africa potrebbero insegnarci la caparbietà e la speranza, la resilienza e la resistenza. Agli inizi di marzo, ad esempio, è stata dimessa l’ultima paziente in cura per ebola nella Repubblica Democratica del Congo, un’epidemia terribile scoppiata un anno e mezzo prima; ora si è in attesa che passino 42 giorni senza nuove infezioni per dichiarare conclusa l’emergenza. Per quanto riguarda il covid-19, invece, bisogna dire che è già arrivato in Africa, generalmente portato da europei asintomatici, e se dovesse diffondersi sarebbe una tragedia difficile da contenere.

Molti pensavano che sarebbe arrivato proprio dall’Africa in Italia, non è stato così. Cosa pensa al riguardo?
Quelle sono state speculazioni vergognose messe in circolo da imprenditori politici della paura, personaggi senza argomenti se non quello dell’odio e senza altro interesse se non il consenso. Tra i primi effetti del nuovo coronavirus c’è stata un’esplosione xenofoba, prima contro i cinesi, poi, appunto, contro gli africani e, in genere, i migranti. Si tratta di una forma di strumentalizzazione piuttosto nota: sono anni che certi ambienti mettono in circolo paure immotivate – negli ultimi anni, ad esempio, in merito alla scabbia e all’ebola –, puntualmente smentite dai controlli sanitari che i migranti ricevono alla frontiera.

Può spiegarci cos’è la “antropologia dei disastri”?
È una branca specifica dell’antropologia culturale, con cui si osserva e analizza il disastro in quanto processo sociale. In altre parole, ponendo attenzione sull’emergenza, cioè su un evento che irrompe nella vita sociale e ne interrompe il flusso regolare, si scorgono i tratti più autentici della normalità, gli elementi più strutturali dell’ordinario. Le crisi, per quanto devastanti e logoranti, sono dei momenti che svelano e, pertanto, che insegnano. Gli scienziati sociali (non solo antropologi, ma anche sociologi, storici, geografi umani…) che si occupano di disastri si focalizzano sulle responsabilità, sulle retoriche, sulla gestione, sulla visione messa a nudo dagli eventi drammatici, come sismi, eruzioni, inondazioni, incendi, frane… o, come nel caso che stiamo vivendo, epidemie e pandemie.

Tutto questo, come cambierà la nostra realtà?
Le crisi profonde mettono in gioco dei rapporti di potere, e una malattia come quella causata dal nuovo coronavirus, insinuandosi nelle maglie del sociale, può far vacillare la legittimità e l’autorità del potere. Storicamente, questo è avvenuto spesso proprio in occasione delle epidemie. Nella nostra società del XXI, la pandemia covid-19 sembra aver fatto svanire l’illusione di onnipotenza a cui il progresso tecnologico e scientifico ci avevano abituati (anche in campo medico); forse era un delirio collettivo, ma certamente non eravamo preparati ad un impatto simile. Anche per le ricadute economiche che il blocco di gran parte del mondo industrializzato sta subendo, è verosimile pensare che quando questa crisi passerà, molte cose saranno cambiate e cambieranno anche su altri piani, come quello politico interno ai Paesi colpiti, geopolitico tra aree del mondo, macro-economico, sociale e culturale. Il punto è sapere quando questa crisi finirà, perché più sarà lunga, più le misure restrittive adottate nelle ultime settimane incideranno e lo “stato di eccezione” sarà ritenuto una normalità, tra confinamenti e coprifuoco, divieti di jogging e chiusure dei supermercati.

Il professor Marco Aime sostiene che ci saranno tantissimi studi su una situazione nuova ed eccezionale come questa, cosa c’è di nuovo rispetto alle altre epidemie vissute dall’essere umano?
Si, ci saranno molti studi soci-antropologici su questa fase, come ce ne sono stati tanti in Giappone in seguito al disastro di Fukushima o, per stare in Italia, al sisma dell’Aquila (evento che, in effetti, ha fatto crescere molto gli studi antropologici sui disastri). Per noi europei questa pandemia è qualcosa di nuovo nel senso che era almeno un secolo che nel continente non si dovevano affrontare epidemie su vasta scala, come la terribile “influenza spagnola” che tra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone. Certo, in realtà successivamente l’Europa ha avuto molte altre epidemie, anche negli anni recenti, ma non erano generalizzate, perché colpivano soprattutto determinate fasce della popolazione o luoghi molto precisi, come l’aids per gli omosessuali o il colera a Napoli.

Come ci si risolleva da una situazione del genere?
Difficile dirlo in poche battute, consapevole che una crisi complessa deve essere affrontata a molteplici livelli. Innanzitutto è necessario uscire dall’emergenza sanitaria, dunque fermare i contagi e curare al meglio tutti i pazienti, ma poi sarà essenziale rialzarci dalla recessione economica che si sta aprendo sotto i nostri piedi, e quindi sarà importante redistribuire e sostenere. Inoltre bisognerà fare una disanima storica delle politiche sociali in Italia e in Europa, tra tagli e austerità che hanno indebolito il sistema sanitario nazionale, palesemente in difficoltà anche nelle regioni più ricche d’Italia, come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. Ciò significa che in Italia andrà ricalibrata la politica sociale e andrà abbassato l’enorme debito pubblico che grava sulla nostra credibilità internazionale. Tuttavia bisognerà agire anche sull’Unione Europea e le sue regole sulla stabilità, costruendo uno spirito solidale che oggi fa fatica ad emergere proprio in occasione delle crisi più gravi. Infine, per il bene della democrazia, sarà necessario fare attenzione ai populismi futuri, cioè al ritorno di movimenti neo-identitari che prosperano sulla paura e alle ciniche semplificazioni di chi farà leva sul malcontento e la frustrazione, ancor più di quanto abbiamo visto nell’ultimo decennio.

I rapporti tra gli esseri umani come cambiano nel durante e nel dopo? Si tornerà ad una normalità?
La normalità è un concetto mobile, il “centro di gravità permanente” cantato da Franco Battiato non esiste e, se esiste, è vero solo per un baleno. La normalità a cui molti fanno riferimento è la nostalgia di uno stato di privilegio goduto solo da una parte della società e che l’epidemia ha scombussolato. La nuova normalità che dobbiamo costruire deve essere necessariamente più equa, perché la sicurezza – come stiamo drammaticamente verificando – è un bene comune: se stanno bene gli altri, stiamo bene anche noi. In questo periodo ci sentiamo disorientati, come dopo un disastro: non riconosciamo i nostri luoghi (vuoti come in un film apocalittico) e non ritroviamo la nostra comunità (smembrata e atomizzata in case che sono sia rifugio che prigione). Ciò è particolarmente vero durante queste settimane di quarantena, perché siamo fisicamente isolati e impossibilitati a incontrarci. È per questo che dai balconi tentiamo di conservare la relazione attraverso cori e applausi. Come detto prima, la questione riguarda il quando: fino a quando queste strategie culturali di controllo dell’ansia saranno efficaci? Gli effetti devastanti del virus cominciano ad avvicinarsi, vediamo la fotografia di una colonna di camion pieni di salme a Bergamo e ci passa la voglia di cantare, diventiamo più cupi e irascibili. La tenuta psicologica in queste condizioni è molto fragile, per cui diventa essenziale trovare nuove modalità di socialità.

Lei è anche un docente “viaggiatore”, com’è cambiato il suo modo di fare lezione?
Si, vivo a Nizza e ho un insegnamento a Napoli, per cui durante il secondo semestre viaggio molto tra queste due città. Ma quest’anno sono riuscito a tenere solo una lezione in aula, poiché subito dopo c’è stata la chiusura in Italia delle scuole e delle università. Immediatamente, però, ci siamo organizzati per via telematica, così il semestre non andrà perduto e gli studenti potranno sostenere gli esami, anche se davanti ad un computer.

È ugualmente valida la didattica a distanza?
Io ho la fortuna di avere un ottimo dialogo con i miei studenti, perché anni fa ho creato un gruppo-Facebook del mio corso e, pertanto, ho continui scambi gli studenti e studentesse. La lezione in diretta streaming, però, mi mancava, quindi c’è voluto un po’ per prendere dimestichezza con questo strumento, ma con la disponibilità di tutti stiamo riuscendo a coprire gli argomenti previsti dal corso. La lezione in aula ha un coinvolgimento maggiore, perché vi si riesce a comunicare anche con lo sguardo e la postura, tuttavia ho l’impressione che gli studenti siano molto consapevoli dell’eccezionalità di questa situazione, per cui si sono posti tutti in maniera molto costruttiva e propositiva.

Come vede il futuro? È preoccupato?
Ho i miei timori, certo. Ho due bambine piccole e dei genitori anziani; ho studenti che mi chiedono se andrà bene… Ed io rispondo a tutti che certamente andrà bene, ma ci vorrà tempo, coraggio, capacità di sopportazione. Dall’inizio dell’epidemia, in Italia si sono avuti 4000 morti; un dato destinato a crescere che non può non mettere angoscia. Eppure non possiamo crollare proprio ora, per cui io stesso mi dico di dover resistere e di non cedere allo sconforto.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

DIARIO IN PUBBLICO
Vacanze speciali in luoghi speciali

Con un po’ d’apprensione partiamo per elaborare il lutto della pelosa. Destinazione, la città che dopo Venezia amo (forse) di più al mondo: Napoli. Albergo antico, quando a Napoli soggiornavano i reali e naturalmente si chiamava Excelsior, a via Partenope con vista sul borgo di santa Lucia. “Luxe, calme et volupté”.

Sembra una città totalmente diversa da quella che ero uso frequentare. Il caos è lo stesso, ma disciplinato. La luce accecante di giornate ventose e limpide crea quell’ambiente che solo Napoli sa inventare tra povertà e ricchezza; tra bassi apparentemente infrequentabili e palazzi che mostrano con indifferenza e noia le loro ferite, portate come medaglie. Certo un po’ di apprensione fugata da compatte schiere di guardie e poliziotti che ti sorridono e ti augurano ‘buongiorno’ mentre ‘lento pede’ ci avviciniamo a Piazza Plebiscito, immensa, dove i ragazzini giocano a pallone e nel momento in cui il crepuscolo accende di luci rosate un cielo di porcellana facciamo la nostra entrata al ‘Gambrinus’. Un perfetto cameriere nero con voce profonda e totalmente napoletana ci avverte che i tavolini sono riservati per la conferenza. “Quale?”, domando incuriosito. “Quella sul libro del prof Occhetto” mi si risponde. “Se vuole…” No! grazie.

Dall’altra parte della strada occhieggia l’insegna della Trattoria del professore Posso lasciarmela scappare? Ma risulta esaurita. Ci rimane la Galleria Umberto; il sorriso si spegne quando osserviamo i preparativi degli homeless – tanti – che si preparano per la notte e noi ci dirigiamo per l’aperitivo da Bellavita, che offre quello più classico della città. La direttrice mi sussurra “amore, le è piaciuto l’aperitivo?”. Assento vigorosamente e l’ex bella accenna a un sorriso sdentato. La sapiente cognata ci aveva indicato una trattoria che risulta tra le sorprese più belle del soggiorno: Da Marino a Santa Lucia. Quarta generazione di proprietari. Ex latteria aperta nel 1934; locale assai piccolo ma… un ‘biggiù’ direbbero lì. Profumi, sapori, accompagnati da trionfali Falanghine.
Il locale sembra un santuario. Sotto vetro tutte le maglie del Napoli compresa quella di Maradona. Dentro una teca il pallone naturalmente firmato da lui e alle nostre spalle la foto di un’immensa macchina anni Trenta dove, accanto ad essa, un fiero signore osserva orgoglioso grappoli di scugnizzi che s’arrampicano su ogni sporgenza della vettura. Chi sarà mai stato?

Il giorno dopo ci rechiamo a Capodimonte. Il parco è pieno di gente che passeggia. I poliziotti ci accolgono con squillanti benvenuti. Arriva un colosso in divisa. Tiene sotto braccio, come una baguette, un pelosino felicissimo. Mentre gli gratto la gola racconto all’umano la fine della mia Lilla tra sprizzi di lacrime. Mi consola con generosa partecipazione e la baguette-canino ci elargisce una leccatina comprensiva. Entriamo al Museo e non possiamo credere: siamo soli come fossimo Carlo III che passeggia nella sua quadreria. Le meraviglie pittoriche ci osservano e ci chiamano. Così Bellini, Tiziano, Raffaello, Goya, Bruegel e uno sdegnato pannello di piccoli quadri ferraresi tra cui Dosso e Garofalo ci avvertono di non fare i furbi che ‘loro’ sono i concittadini! Poi l’ascesa alla stanza 68. Qui il divino Caravaggio sembra spiegare tutta la sua forza a contrastare i visi malvagi dei torturatori e un bianco velo copre il sesso elevandolo a poesia. Storditi da tanta bellezza sentiamo improvvisamente bisogno di ‘lavarci le mani’. Un sollecito guardiano ci indica una porta grigia proprio accanto al quadro. Siamo un po’ imbarazzati, quasi sorpresi a compiere un affronto alla bellezza. Ma poi pensiamo: dove trovava i suoi modelli? Proprio in luoghi come questo. E trascurando perfino l’Agrippina di Canova usciamo felici nel sole ventoso. Chi ha avuto un san Valentino più speciale?

E sempre più ci immergiamo nella napoletanità. Chiese e chiese. Il Gesù, il chiostro di Santa Chiara, san Domenico, il Duomo e il tesoro di san Gennaro, a confrontare con la moglie, stupita, se sono più grossi gli smeraldi della mitria o quelli della corona d’Inghilterra. I Domenichino ci ammiccano accennando ai fedeli che s’inginocchiano e accendono candele nella cappella votiva: volti e statue dorate ripetono la grande leggenda del santo napoletano.
Inebriati dalla folla, dai rumori, scendiamo e saliamo: Spaccanapoli, via Toledo. E infine sosta nella piazza più allegra di Napoli: non può essere che piazza Dante. Così a poco a poco si forma la mia geografia interiore: via Francesco de Sanctis, in fila a bocca aperta ad ammirare il Cristo velato, piazza Dante sotto l’immagine paterna, Port’Alba a curiosare tra i libri, san Domenico tra antifonari e meravigliosi manoscritti e tra i presepi a san Gregorio Armeno.

Cosa può avere ancora Napoli? Ma certo i castelli e le fortezze. Il Maschio angioino, il cui nome è già segno di napoletanità, Castel dell’Ovo e lontano, sfumati nella leggera nebbia, Posillipo e Mergellina. Ricordo ancora un piccolo albergo a Posillipo. Si chiama Paradiso. La sera che arrivammo tentarono il furto della macchina e facemmo la guardia tutta una notte nella macchina stessa. Poi arrivò Maradona e ne fece il suo quartier generale. Il chiacchericcio con i tassisti si fa sempre più cordiale. Quasi tutti conoscono Ferrara. Quello che ci riporta alla stazione ha lavorato per anni come camionista tra Napoli e l’Austria e ricorda la nebbia che, gli dico, non c’è più. Quarto di dieci fratelli. Il suo babbo gli chiese se voleva studiare, ma lui preferì il lavoro. A Natale quando si riuniscono l’assemblea è formata da una novantina di persone: fratelli, cognate figli e nipoti. Con orgoglio gli dico che sotto casa a Ferrara ho un vero pizzaiolo di Napoli che le fa buone come nella sua città.
Mi sorride complice e promette che passerà a salutarlo quando ritornerà a Ferrara.

PER CERTI VERSI
La canzone del Principe /2


Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

LA CANZONE DEL PRINCIPE (seconda parte)

felicissimo sonno
che giungi da Dio
dal fondo della quiete
appaghi la sete
di ogni bruciante pena
dammi la tua morte apparente
una radura di luce
felicissimo sonno
portami con te
alla fine delle cose
ignota all’intelletto
dove ogni fuoco terreno
si spegne
al soffio del buio
impenetrabile
felicissimo sonno
placa le voci
della morte data
*
Gesualdo tremava
nel suo canto
che si posava
su ogni cosa di lei
macigno d’ali
volava cadendo
cadeva volando
grifone giovane
inabile al volo
*
udiva i passi
della donna
amata
dentro il vetro
fuso
con la fiamma dell’amore
lacerato
dai rimorsi
*
sentiva il suo profumo
marcire nella memoria
salendo rancido
verso le meningi
e poi aprirsi
nei suoi occhi
in un’alba
di fiori
martiri dei prati
il mare gli succhiava
le pareti della mente
le onde
come mascelle
del destino
lo frantumavano
nei ricordi
che lo inseguivano
sul pentagramma
*
la stirpe gli imponeva
un’ altra donna
Eleonora
della città estense
un grande onore
un banchetto enorme
un palazzo per lui
la sua musica
avrebbe voluto morire
doveva vivere
*

Ferrara

vide la città ideale
dell’architetto che pensava
l’utopia
senza il tremore
che tutto disgrega
che getta il senno
nella follia
*
vide una corte seducente
vide Eleonora
ma vide anche Maria
fu festa e sfarzo
bevve molto
Gesualdo
poco mangiò
Maria
lo guardava
negli occhi dell’altra
sua sposa
*
sazio di vino
lo scrutavano incubi
di crollo lungo le mura
mentre sbandava tra le vie
una donna bellissima
lo traeva a sé
una maga forse
un inganno
appena sposato vacillava
gli uomini accanto
che lo scortavano
giacquero tutti
con la ninfa infida
dietro le mura
lui barcollava e sognava
non si fermò
vedeva sangue
lavare le strade
e seccare le sue vene
gli apparve il Tasso
che gli parlava di Armida…
furtiva una Lince
passava
*
tu sei una lince
che vive in pianura
sbocchi dai
giardini
scivoli tra le case
annusi l’aria
spiriti affini
cercando
dai la stura
alla tua leggenda
nella bruma oscura
dei tuoi segreti
a meno che
non mulini neve
la buriana
*
hai la tenerezza
dei felini
coi loro cuccioli
la dolcezza letale
nei giochi disarmati
da rifinire
sulla neve
hai la freddezza mortale
dei gatti
la cautela
di chi vede lontano
coi nervi accesi
dal tuo istinto
di fretta
e i gesti bianchi
per scomparire
*
A Ferrara
Gesualdo visse chiuso nelle stanze
del palazzo
dove la noia schifa
cercò armonie e versi
che lo tingessero
di bianco
sentì la luce
ormai lugubre
radergli la faccia
sanguinare il mento
*
il secolo voltava
tutto era caduco
tutto era marcio
la luce urinava
pece
*
era la notte
sgonfia di luce
Maria cadeva
sollevando la neve
in un nugolo di piume
lui lungo il fiume
vide
le imbiancate torri
Castore e Polluce
sentiva l’anima di lei
con un cenno
salire da uccello
le rotte
degli Alisei
nel cielo che pendeva
forse verso la luna
senza senno
*

EPILOGO

addio Ferrara
addio Eleonora
addio
matrimonio
senza amore
noioso e affetto
da insensata banalità
addio corte morente
nelle nebbie
Gesualdo partiva
spoglio dell’armatura lucente
*
tornava
alla sua luce
al suo elemento
al chiarore
dei monti ventosi
visse il suo enigma
udiva
tra le pietre
della sua terra
udiva ancora
di lei le voci
*
luci serene e chiare
forse in fondo al cuore
erano accese
quando
morte
colpì
il figlio suo
l’unico
dono
di Maria
*
nessuna voce
nessun suono
non disse più nulla
bevve solo il calice
dei Gesualdo
e il vento tacque
con lui

2/fine

PER CERTI VERSI
La canzone del Principe /1


Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

 

LA CANZONE DEL PRINCIPE

La musica, spente le dolci note, vibra nella memoria (J. Keats)

PROLOGO

i morti
sui campi di battaglia
esangui
al cielo avvoltoio
si conficcano
le ragioni e i torti
nella pelle della storia
fumano
le armature sciolte
in ferro nemico
tra il sogno spento
di Carlo Quinto
e la fredda pace
di Vestfalia
*
splende a lampi
di sole notturno
l’ultimo rinascimento
fu tempo
di amore e sangue
*
unghie
di neve
le vette
dalle grandi mani
sfiorano
tastiere di nuvole
nei singulti di luce
cola cera
alla fiamma mattina
sole sole
che prendi
che apri
la scatola dei denti
al sorriso
vai anche tu
a stracciarti
contro gli scogli
del cielo
*

CARLO E MARIA

poiché mia cruda sorte…
così nel suo castello
Carlo Gesualdo
principe di Venosa
pensava a Maria
bellissima moglie
che privò
di quella passione
che nudamente
l’ardeva
*
lei aveva tutto
il lucore svevo
degli occhi
bagnati dal Golfo
della malinconia
la stazza degli avi
nella sensualità
ardente di vita
giovane vedova
si adagiò a prima vista
all’amore tenero e fraterno
l’amore di sempre
che non tracolla mai
del cugino
Carlo Gesualdo
principe di Venosa
*
nel palazzo degli splendori
il cuore di Maria si rannicchiava
nel petto esuberante
opera collinare
di perfetta bellezza
la luce di Napoli
cadeva contro gli scuri
dell’antica dimora
dove la musica era regina
lei solo principessa
*
iniziò così per gioco
il tradimento
l’amore a suo piacimento
lei che tutto aveva
tutto pretendeva
Maria
non fece eccezione
con l’amante Carafa
scaltro tessitore di trame
cortigiane
*
vo’ gridando la mia libertà
ai mille occhi
del sospetto
Maria così
spianava
il suo demone
Napoli guardava
ipnotizzata dalla bellezza
e dalla follia
esibita
guardava
coniugi
amanti
*
come poteva lui
il Principe
sopportare?
come poteva lei
la venere sveva
continuare?
lavare l’onta
salvare l’onore dei Gesualdo
Carlo non ebbe scelta
*
le tragedie si nutrono
della tracotanza
delle ristrettezze
del cuore
così fu
*
di notte fu uccisa
colta nel letto
al lume delle torce
Carlo delirando gridava:
uccidi uccidi
ancora
*
poi fuggì
coi coltelli del rimorso
piantati nel ventre
il tempo lo angosciava
allargava le ferite
della sua anima
perché mia cruda sorte
non mi hai tagliato le vene
perché anch’io non sono caduto
sotto i colpi inferti a Maria
perché amore affondava
nella carneficina?
*
solo
nel castello
che portava
il suo nome
Gesualdo
compose struggenti
madrigali d’amore
*

1. continua

L’emofilia di San Gennaro…

di Federica Mammina

Pochi giorni fa, precisamente il 19 settembre, si è ripetuto il miracolo del sangue di San Gennaro. Il santo è il patrono della città di Napoli, dove tre volte l’anno si svolgono delle celebrazioni legate, in diverso modo, alla fede nel santo che fu vescovo e martire nel periodo delle persecuzioni di Diocleziano. È proprio nel giorno in cui si ricorda il martirio che avviene il miracolo, ovvero il passaggio dallo stato solido allo stato liquido del sangue del santo. Il miracolo, quando accade, viene annunciato dal vescovo nella cattedrale e poi comunicato all’intera città esplodendo ventuno colpi di cannone da Castel dell’Ovo. Si tratta di un evento atteso con molta ansia dall’intera cittadinanza anche perché considerato di buon auspicio. Ed è forse per questo motivo che molti guardano con sospetto a questo avvenimento così famoso, perché, complice anche la proverbiale superstizione dei napoletani, è considerato come un momento più scaramantico che fideistico.
Io invece guardo a momenti come questo, diffusi in forme diverse in tutta la penisola, e capaci di riunire comunità intere nella gioia e non nella rabbia come troppo spesso accade, con rispettosa curiosità. Miracolo o fenomeno scientificamente spiegabile, superstizione o fede, queste tradizioni religiose che, sempre più trascurate nella nostra società laicamente orientata, hanno tuttavia la capacità di resistere nel tempo, credo facciano parte a pieno titolo della storia del nostro paese, come la letteratura o l’arte, e che vadano per questo preservate con cura.

INSOLITE NOTE
“Si vo’ Dio”, i classici della canzone napoletana interpretati da Rosa Chiodo

Quella di Rosa Chiodo è una carriera in ascesa: nel 2013 ha vinto il Festival “Premio Mia Martini – Nuove proposte per l’Europa” di Bagnara Calabra, con il brano “Il tuo respiro” scritto da Saverio D’Andrea, l’anno successivo ha partecipato al Festival della canzone italiana a New York e recentemente si è aggiudicata il premio della critica al Festival di Napoli, oltre ad avere aperto i concerti di Edoardo ed Eugenio Bennato.

Rosa, conosciuta anche con il nome d’arte di Kiodo, ha pubblicato “Si vo’ Dio”, il suo primo EP, in cui propone cinque classici della canzone napoletana e un inedito, avvalendosi di soli due strumenti: il pianoforte e la voce.
L’album trae il titolo da “Si vo’ Dio”, di Salvatore Palomba e Rino Afieri, la nuova canzone con cui ha vinto Il Festival di Napoli – New generation, svoltosi nel 2015 al Teatro Politeama di Napoli. Palomba, collaboratore storico di Sergio Bruni, è l’autore di alcuni classici inseriti nel disco, quali “Carmela” e “Amaro è ‘o bene”, firmati con lo stesso Bruni.

In “Si vo’ Dio”, il pianoforte, suonato da Francesco Oliviero, accompagna la voce di Rosa, che dona passione e cuore all’interpretazione. Nel brano firmato Palomba-Alfieri, s’intravede un piccolo spiraglio di speranza, sufficiente per fare nascere un sorriso: “Certo ce vo’ coraggio oggi a se vulè bene, oggi ca ‘e sentimente, pare ca so’ ‘e passaggio. Ma per ce senti vive oversamente, nun ‘o perdimmo maie chistu coraggio! Si vo’ Dio…”.

Rosa Chiodo
2
Gli altri brani dell’EP sono eseguiti al pianoforte da Aldo Fedele, collaboratore storico di importanti artisti tra cui Lucio Dalla, Stadio, Gianni Morandi, Roberto Vecchioni, Ron, Edoardo Bennato.
“Voce ‘e notte” è un classico della canzone napoletana, composto all’inizio del secolo scorso da Edoardo Nicolardi ed Ernesto De Curtis. La canzone racconta di un uomo che dichiara il suo sentimento alla donna amata, anche se lei è già promessa a un altro. Rosa si aggiunge a Lina Sastri, stupenda interprete di una precedente versione al “femminile”; mentre tra i gli artisti uomini citiamo Massimo Ranieri, Peppino di Capri e Claudio Villa.
Oramai non si contano più le incisioni di “Canzone appassionata” (Canzone appassionata), scritta nel 1922. La versione della cantante campana si aggiunge alle tante, buona l’interpretazione guidata al pianoforte da un ispirato Aldo Fedele.
“Carmela” e “Amore è ‘o bene”, i due brani firmati Palomba-Bruni, sono diventati dei classici, anche se abbastanza recenti. La collaborazione tra Sergio Bruni e il poeta Salvatore Palomba creò un sodalizio molto importante per la canzone napoletana, bene ha fatto Rosa ad attingere da questo repertorio, che si presta all’esecuzione al solo pianoforte ed esalta il timbro dell’interprete.

“Passione” è una delle canzoni più conosciute, una struggente storia d’amore scritta da Libero Bovio e musicata da Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente. La versione di Rosa e Aldo Fedele mette l’accento sulle due anime del brano, diviso tra estasi e sofferenza, la voce della cantante sembra più matura della sua giovane età, un complimento se riferito a un brano del 1934, riportato ai giorni nostri dalle note di un pianoforte suonato con… passione.
“Si vo’ Dio” è il primo EP “senza rete” di Rosa Chiodo, dotata interprete di classici napoletani e canzoni che si legano alla tradizione. La voce c’è ed è tanta, il talento, la passione e l’applicazione non mancano, sicura ricetta per rendere al meglio potenza e sensibilità. Ottimi i collaboratori, splendido il repertorio. Se son Rose…

Rosa Chiodo: Se vo’ Dio (video ufficiale)

La mancanza di riflessione e la fretta del giudizio

Infuria su Facebook la polemica suscitata dallo scontro tra il sindaco di Napoli de Magistris e lo scrittore Roberto Saviano. Fiorenzo Baratelli riflettendo sullo sciagurato commento del sindaco di Napoli scrive:
“Quando il confronto supera un certo limite, anzichè essere feconda dialettica democratica, diventa segnale di pericolo…Il limite è stato superato dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, nella polemica con lo scrittore Roberto Saviano. Il sindaco ha detto la cosa più odiosa e pericolosa per la salute dell’informazione e per la vita di Saviano: “Aspetti la ‘sparatina’ o l’ammazzatina per far crescere il tuo conto in banca!”. Sulla pelle di Napoli si arricchisce la camorra, il sottobosco intoccabile degli amministratori, politici e imprenditori che trafficano in tangenti e appalti, i ‘magnaccia’ della prostituzione, gli spacciatori, i riciclatori…Il sindaco di Napoli non gradisce più che si parli dei mali della sua città perchè adesso c’è lui? Prima Saviano poteva farlo, ma adesso non più? Lo sappiamo che ogni tipo di potere è allergico alla libera informazione…Ma dobbiamo anche sapere che chi viene sottoposto ad attacchi brutali come questo deve sentire attorno a sè la solidarietà e la vicinanza di quella parte dell’opinione pubblica che considera il bene della libertà di informazione prezioso come l’aria che si respira”.
La – per me – più che condivisibile opinione di Baratelli trova una dura replica e un coro di accuse da coloro che rinfacciano a Saviano l’opportunismo di arricchirsi sui mali di Napoli. Alla disgustosa polemica reagisce una lettrice: “Credo che, soprattutto oggi, ugualmente, siano compito degli intellettuali non omologati, l’approfondimento, il rifiuto della generalizzazione urlata, dell’utile qualunquismo anche se colto…. È il momento di assunzione di responsabilità da parte di tutti, di costruzione di fronti delle forze sane in grado di riconoscersi… Chi non lo fa è colpevole a prescindere dal ruolo che ricopre”.

Questa miserrima polemica dunque si potrebbe riassumere solo in quell’orrida accusa di accrescere il conto in banca dello scrittore? E che se ne fa Saviano di un grosso conto in banca che sicuramente avrà e che comunque non gli permette di godere del primo dei diritti umani: la libertà? Ma come si fa a offendersi se viene misconosciuto – almeno dai fedeli sostenitori di de Magistris – l’aspetto positivo della reazione di Napoli al degrado? Chi è che per primo ha rivelato a livello mondiale le condizioni di Napoli? “Gomorra” è stato scritto solo per rendere famoso il suo autore o piuttosto per denunciare lo stato mafioso di una città che viveva e ancora vive di quelle pratiche?
E un sindaco per quanto onesto e responsabile, ma dalla lingua facile e dal commento vituperoso (sì proprio come la canizie di quel vecchio che nei “Promessi sposi” incitava all’assalto del forno delle grucce), può permettersi simili affermazioni?
Anche io posso commentare non sempre benevolmente l’agire di Saviano, come per esempio il suo silenzio alla proposta della giuria del Premio Bassani, poi concretizzata, di premiarlo per la sua difesa dell’ambiente e del paesaggio; ma tra definire questo un gesto di maleducazione e infamarlo pensando ad un suo ‘conto in banca’ la differenza è somma.

Come osserva Baratelli, la sciagurata ignoranza della lingue e del significato delle parole permette questa mortificante incomprensione del valore di ciò che si dice, che è la prima tra le funzioni della lingua. Un lettore ferrarese riporta un illuminante giudizio del grande psicanalista Gustav Jung: “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. “La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi” Jung”
Ed è proprio a proposito del ruolo della cultura come perdita di contatto con la realtà che questa premessa serve.
Leggo con interesse il servizio apparso sul “Venerdì di Repubblica” sui quarant’anni della costruzione del Centre Pompidou detto Beauburg e sulle dichiarazioni del suo autore Renzo Piano. Questo rivoluzionario progetto ha cambiato per sempre l’idea di museo e ne ha creata una nuova, nata dal Sessantotto come offerta, ‘fabbrica’ per svecchiare quella cultura di cui fino al secondo dopoguerra Parigi deteneva il primato poi trasferitosi a New York. Ora quel linguaggio è ormai divenuto accademico, ha perso la sua carica eversiva, ma ha di nuovo riportato l’interesse mondiale su Parigi. I parigini del quartiere su cui sorge il Beauburg scrissero a suo tempo una protesta firmata da trentamila persone contestando la costruzione e il senso dell’opera. Dunque un artista, sia scrittore sia architetto o pittore o urbanista, viene sempre contestato come è contestato ora il giudizio di Saviano sulla città di Napoli. Ma per fortuna l’innovazione spesso, ma non sempre, si affida al pensar grande o al pensar diverso.

Ferrara ha avuto molte occasioni per sperimentare la diversità, ma sembra che lo spirito conservatore prevalga. Si pensi alla trasformazione del Castello nella sistemazione voluta da Gae Aulenti di cui non si discute la qualità, ma il principio. E’ caduta nel vuoto. Che cosa hanno lasciato le testimonianze di opere fondamentali volute a Ferrara e per Ferrara: Ronconi – e non solo quello canonico dell’”Orlando Furioso” ma quello dell’”Amor nello specchio” – Abbado e il suo “Viaggio a Reims”; l’esperienza del Living Theater o di Carmelo Bene, il Visconti di “Ossessione” e perfino le primissime mostre a Palazzo dei Diamanti, dove si esponeva Vedova o Manzoni? Tanto per citare alcuni casi tra i maggiori. Sembra che la nebbia reale si trasformi in nebbia del ricordo. Così la sperimentazione parla più alla pancia dei turisti che alla reale esigenza di una cultura innovativa. S’incendia il Castello e nello stesso tempo si pensa di trasferire la Pinacoteca in quel luogo distruggendo in un certo senso il patrimonio storico di una sistemazione che era stata il risultato di un pensiero storico egregio. Si crea un Museo del Duomo le cui opere sono illeggibili nella sistemazione attuale.
Certamente mi si potrà rimproverare la mia severità, che in realtà tradisce l’amore mai sopito per questa città così spesso ingrata con i suoi cittadini, ma non è la malevolenza che mi spinge alla denuncia di ciò che ritengo una possibilità, l’unica che posso esercitare perché sia stimolo che la città delle cento meraviglie ci possa ancora stupire.

Naples’ death

Ebbene sì, è successo ancora: si è sciolto il sangue di San Gennaro.

Brano: “Liquified” dei Meat Puppets
Brano: “Liquified” dei Meat Puppets

Favoloso.
E mentre scrivo sta anche nevicando col sole.
Ancora meglio.
A questo punto mi aspetto Maradona che passa qua sotto, palleggiante verso la stazione.
Se succede, gli faccio una foto e lo scrivo domani.
Allora mentre rimango qui ad aspettare che Sorrentino si ritiri dal cinema, ne approfitto per fare i miei complimentoni a “The Man” in persona: il grand.mo San Gennaro.
Complimenti, San Gennaro.
Via col pezzo a tema.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano.

servilismo

DIARIO IN PUBBLICO
Novembre di ordinaria adulazione

Ancora semi addormentato, mi arrivano i giornali e l’umore improvvisamente sbalza dalla piacevole convinzione che ancora un bel giorno mi aspetta in questo novembre solatìo, che ricorda il bel film di Mauro Bolognini e l’omonimo romanzo di Ercole Patti titolato “Un bellissimo novembre”, alla cupa convinzione che ormai, signora la marchesa, tutto va male.
In ordine:
1) Venezia allo sfascio e il tremendo sindaco Brugnaro che minaccia di vendere le opere d’arte della città;
2) Roma e la mafia capitale;
3) Messina senz’acqua;
4) Firenze e i clan dei pellai che hanno invaso il centro storico e l’uso improprio, gastronomico-modaiolo dei monumenti più celebri a cominciare dal David e dal Ponte Vecchio;
5) Napoli e Palermo al solito. Non parliamo di Reggio Calabria e dello sfascio del territorio, ma naturalmente si pensa come panacea al ponte sullo stretto.
Arrivano le cronache locali:
1) Palazzo degli Specchi e questione migranti;
2) Incendio del Castello e spostamento mostra Boldini e de Pisis;
3) Ossessioni turistiche a cui si deve piegare qualsiasi ‘evento’: dalle sagre alle mostre;
4) Ronde e politici pistoleri;
5) Tristezza assicurata nel leggere le lettere di congedo delle due ormai ex direttrici della Pinacoteca Nazionale Anna Stanzani e del Museo greco-etrusco di Spina Caterina Cornelio.
Convinzione, mentre metto i piedi giù dal letto:
“No, cari ITAGLIANI, smettetela di dare la colpa ai politici. Noi/ Voi siamo fatti della stessa pasta e… dunque!”
Così scrivevo due giorni fa in un post sulla mia pagina Facebook, ma oggi l’interesse per queste notizie e per il comportamento degli ‘Itagliani’ viene sollecitato dalla presentazione di un libro scritto dal sottosegretario di Stato americano Richard Stengel il cui titolo niente lascia all’immaginazione: “Il manuale del leccaculo”, opera che ha già ricevuto innumerevoli consensi dovunque sia stato pubblicato. E in primis dagli stessi attori di così nobile arte che con termine più raffinato viene nominata piaggeria. Ma come al solito chi ha detto una parola definitiva sull’arte della cortigianeria è sempre lui, l’amatissimo Dante, sceso sulla groppa di Gerione nell’ottavo cerchio che, come tutti ricorderanno è diviso in bolge (sacche o borse). Nella seconda di queste i due pellegrini, Dante e Virgilio, incontrano i ruffiani e gli adulatori immersi nello sterco: “Le ripe eran grommate d’una muffa,/per l’alito di giù che vi s’appasta,/ che con li occhi e col naso facean zuffa”. Dante vien sgridato da un peccatore che non sopporta di essere così insistentemente riguardato: è Alessio Interminelli di Lucca, lì punito perché “ Qua giù m’hanno somerso le lusinghe/ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.
Non male come punizione, a cui dovrebbero pensare coloro che non si stancano di adulare, specie in politica quando, con una metafora ormai banale per il troppo uso, saltano sul carro del vincitore. C’è un modo assai interessante di scoprirli costoro, come ricorda Alberto Statera nell’articolo dal titolo “Ahi serva Italia di ruffiani ostello…” sul “Venerdì di Repubblica”, Ennio Flaiano così lo definiva: “A furia di leccare qualcosa sulla lingua rimane sempre”.
Per capire questa tendenza, questa propensione, questo carattere degli ‘Itagliani’ tuttavia c’è un altro metodo se l’adulazione viene fotografata o filmata. Osservare l’occhio di chi adula, specchio verosimile e infallibile del suo comportamento. Occhio vacuo, servile, duro, spaventato, vergognoso. Insomma una cartina di tornasole.

Allora si potrebbe pensare che qualsiasi forma di lode verso un potente sia sempre e solo adulazione. Non credo. Può essere anche segno di una vera convinzione. Si prenda il caso del vescovo di Ferrara Negri e del suo ormai celebre commento all’azione di Putin. E’ adulazione o convincimento? In questo caso l’esplorazione degli occhi del vescovo nulla rivela e quindi ci domandiamo dove stia la verità, se un termine così impegnativo può essere usato per questo caso.
Un’altra forma di piaggeria consiste paradossalmente nel far finta che la persona adulata non susciti interesse. Molto usata, l’ho notato, specie nella nostra città. Ostentare indifferenza in modo da risvegliare l’interesse di chi è oggetto di questa raffinata strategia. Perfetto il commento di Renzi riportato dall’articolo di Statera: “I giornalisti che vengono a intervistarmi prima di cominciare mi sussurrano all’orecchio: oh Matteo io sono sempre stato dalla tua parte eh. Il bello è che io non li avevo mai visti prima.”
La strategia dell’indifferenza è dei giornalisti o di Renzi?
Comunque sia, come esprimono il titolo del libro di Stengel e le situazioni descritte da Dante e da Flaiano, l’adulazione ha proprio un saporaccio.
Un peccato leggero, se si pensa alla massima infamia perpetrata in questi giorni nel nostro Paese e che comunque ha avuto così poca eco nella stampa e nell’indignazione pubblica: l’incendio doloso di una scuola materna a Palermo. Questa azione sì che fa proprio schifo e ribrezzo.

troisi

ACCORDI
Il Pulcinella senza maschera.
Il brano di oggi…

Pino Daniele e Massimo Troisi
Pino Daniele e Massimo Troisi

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

Pino Daniele & Massimo Troisi – Saglie Saglie

Il 4 giugno 1994 ci lasciava uno dei più grandi e amati attori della storia del cinema italiano e non solo: Massimo Troisi. Colui che ha riportato ai successi di un tempo il linguaggio partenopeo, un innovatore, comico, drammatico; sarebbero infiniti gli aggettivi per descrivere Troisi e la sua opera da attore e regista, che ogni tanto spaziava anche nella musica grazie all’amico di sempre Pino Daniele. Con quest’ultimo collaborò ad un album famosissimo, Sotto o’ sole, dal quale emergono due brani della colonna sonora del film Pensavo fosse amore… invece era un calesse tra cui Saglie Saglie, caratterizzato da un insolito duetto proprio tra Pino Daniele e lo stesso Troisi.

mertens

Dries Mertens, la mia maglietta per l’Africa

Che i social network facciano parte della nostra vita in pianta stabile, abbiamo modo di appurarlo quotidianamente. Che possano essere veicolo di umanità però, non è cosa di tutti i giorni. Solitamente si pongono sui media passioni, attimi di frenesia o semplici pensieri figli di una giornata non proprio positiva.
Tuttavia succede che a volte le piattaforme digitali possano fungere da tramite per veicolare umanità e quando questo capita, è il cuore a parlare e a mettersi in moto. E’ il caso di Dries Mertens, ala 27enne del SCC Napoli, squadra del capoluogo campano iscritta al campionato di Serie A Tim. In campo è un funanbolo, tutto istinto, sulla fascia sinistra della squadra partenopea.
Il centrocampista belga, navigando su Instagram (noto social network dove caricare le proprie foto) si è imbattuto in un’immagine molto particolare. Siamo in Africa, precisamente a Meliandu (nel sudest della Guinea), ci sono una ventina di bambini seduti su alcune panche di legno, stanno assistendo ad una lezione di francese. E’ un’istantanea, inserita all’interno di un progetto sulle conseguenze dell’ebola e dei conflitti armati nell’Africa Nera. Nella foto, scattata da Pete Muller (fotografo di National Geographic, rivista per il quale ha realizzato il servizio), spiccano due elementi sopra gli altri.

mertens
La foto di Pete Muller pubblicata dal National Geographic

I bambini sono attratti quasi folgorati dalla lezione, da tutti quei segni sulla lavagna, in quel momento nulla è più importante per loro (un po’ come succede nelle classi dei nostri istituti italiani, dove schiamazzi e confusione sono all’ordine del giorno…). E poi i colori: lunghe tuniche, camicie azzurre, beige o viola, magliette a righe o quella rossa, in primo piano, con una grande scritta sulle spalle. I colori di un continente che troppo spesso viene sottovalutato, relegato alle questioni di Paese da terzo mondo, sempre più scippato di ogni bene, dilaniato dalle guerre e abbandonato dai più. Spicca una divisa, sulla destra, camouflage. Sembra uno dei “soliti” vestiti dismessi, uno di quei capi “fuori moda” che noi occidentali buttiamo nei cassoni della Caritas come se fossero il peggio del peggio sulla terra… ma per qualcuno sono essenziali. E’ una t-shirt, una divisa di gioco. Precisamente è la divisa del Napoli, della scorsa stagione. Mertens, 14. I caratteri sulla maglietta sono grandi e ben leggibili. Il giocatore non può rimanere indifferente, è stato bambino anche lui. Ha indossato anche lui la “camiseta” di qualche suo idolo. Ma questa volta è diverso, e lui lo sa. Lo sa talmente bene che vuole fare qualcosa per quel suo piccolo grande ammiratore, consapevole o meno che sia.
Da qui la richiesta di aiuto, tramite il suo account Twitter, al canale ufficiale di National Geographic sul medesimo social network: “Aiutatemi a trovare quel bambino, voglio regalargli la maglia di quest’anno”.
Non sappiamo ancora come si risolverà questa bella vicenda, fatta di casualità e attenzione verso il prossimo. Si parla molto della figura dei calciatori, dei loro pochi ideali, della loro propensione ai soldi, alle auto di lusso e alle belle donne. Mertens ci stupisce, e siamo contenti che lo faccia, in un mondo che sempre più sembra chiudersi nella sfera dell’io, c’è ancora qualcuno che riesce a vedere un Noi. Speriamo che possa essere questo un briciolo di luce per un continente spesso definito maledetto come l’Africa, augurandoci che il proposito dello sportivo possa andare a buon fine.

allora-esageriamo

E allora esageriamo: limousine nuziale in stile Cenerentola

da MOSCA – Povera Cenerentola… sigh! A vedere una simile rielaborazione, se così possiamo chiamarla, della sua carrozza da fiaba, inorridirebbe sicuramente. Un sussulto, un singhiozzo, e, magari, pure un sudorino ghiacciato davanti a tanta opulenza, tutt’altra cosa dell’eleganza.

E’ questa la nuova limousine in stile Cenerentola, messa a punto, in Russia, su una Chrysler PT Cruiser, di moda tra le spose che la sognano, la chiedono e la vogliono per il giorno del fatidico sì. Noi siamo abituati a vedere la nostra eroina, in colori tenui, delicati, scendere le scale, verso il suo bel principe, dolce e romantica, fra il blu e l’azzurro, con una pallida luna che illumina la scena.

allora-esageriamo
Cinderella, disegno di Maria Sciarnamei

E ce la immaginiamo arrivare su una carrozza che sembra di panna e di canditi, leggera. E invece no, qui la si pensa diversamente (come su molte altre cose, d’altronde…). La Chrysler, rigorosamente bianca, modificata con forme arrotondate che ricordano una carrozza delle favole, per trasportare le fanciulle all’altare, è la nuova moda che dilaga in Russia, dove i nuovi milionari sono sempre di più alla ricerca delle estreme frontiere del lusso.

allora-esageriamo
Chrysler PT Cruiser, interni

Ecco, allora, la straripante vettura, che ostenta al suo interno un bar attrezzato, sedili in pelle contrapposti, come quelli delle carrozze, sui quali troneggia la pacchiana scritta “exclusive limo”, luci al neon e sontuosi vasi e calici di cristallo per lo champagne, probabilmente per ricordare la famosa scarpina. Il tetto è stato alzato per consentire agli sposi di uscire dalla porta in piedi. Sulle fiancate vi sono pompose e arzigogolate decorazioni floreali in rilievo e sia davanti che sul retro sono appese piccole lanterne di charme (charme?).

allora-esageriamoEsclusiva lo è certamente, forse addirittura unica, tanto da fare girare la testa a chi la vede passare lungo le strade russe, incuriosito. Tutto molto esclusivo, ma la strabiliante creazione non ha forse superato i confini del kitsch? Stucchevole, direi, ma ai posteri l’ardua sentenza…
Il sogno di tutte (o quasi) le donne è quello di avere un matrimonio da favola con un vestito da principessa, una cerimonia romantica e un ricevimento sfarzoso e pieno di amici.
Allora, Limousine, Chrysler russa, Bentley, spider o cabriolet? A ciascuno il suo. C’è anche la sposa che a Napoli, però, nel giorno più importante della sua vita, in chiesa ci arriva in autobus, a bordo del “Pollicino”, il minibus dell’Anm (Azienda napoletana mobilità).

allora-esageriamo
Napoli, bus Anm

A noi piace di più. Diverse visioni. Per rendere originale la cerimonia di nozze, l’azienda di Napoli ha lanciato la campagna “Bus Married”, mettendo a disposizione della futura moglie una delle vetture pubbliche per una giornata indimenticabile. Un pullman di linea personalizzato, con fiori, palloncini e scritte. La sposa sceglierà, ovviamente, percorso e fermate. L’importante è scendere alla fermata giusta…

vulcano

L’INTERVISTA
Il Vesuvio, ferita e feritoia che fa riscoprire il senso della vita

Il regista Gianfranco Pannone ci parla del suo ultimo film documentario “Sul Vulcano”, viaggio poetico e filosofico alla scoperta della precarietà e di un fatalismo positivo, che resiste alla cieca e distruttiva azione degli uomini.

Domani, giovedì 11 settembre, al cinema Farnese di Roma sarà proiettato “Sul Vulcano” di Gianfranco Pannone, in occasione della rassegna “Locarno a Roma”. Il film documentario, prodotto dalla Blue Film con Rai Cinema e con il contributo del Mibact, dà una lettura poetica e filosofica della vita ai piedi del Vesuvio. Tra storie di vite vissute, preziosi materiali d’archivio ed evocazioni letterarie che vanno da Giordano Bruno al Marchese De Sade, da Giacomo Leopardi a Curzio Malaparte. Sul Vulcano fa sorgere spontanea una domanda: com’è stato possibile, tra case abusive e discariche d’ogni genere, produrre tanta bruttezza in così tanta bellezza?
Ferraraitalia ha intervistato in anteprima Gianfranco Pannone.

Gianfranco, tu hai scritto che Sul Vulcano prova a dare un senso a una “terra pazza”, che infine rappresenta tutti noi. Che cosa intendi?
Intendo dire che il Vesuvio è un po’ un’icona, un simbolo, del nostro Paese, dove esiste un mix del tutto particolare, paradossale, tra la vita degli uomini e la conformazione geologica del territorio. E’ il luogo dove la natura può riprendersi tutto all’improvviso, dove allo stato di incertezza si aggiunge una sorta di non senso, una follia malinconica quasi, della precarietà. Quando penso a Napoli e al territorio partenopeo penso a un Italia al quadrato, dove ci sono ferite aperte che diventano feritoie. Sarà un’idea forse un po’ troppo cristiana, ma credo davvero che la creatività umana passi attraverso la sofferenza, la ferita. E che Napoli, la Napoli di Edoardo de Filippo o di Troisi, ad esempio, sia l’incarnazione di questa malinconia che si fa creazione artistica. Poi,ovviamente, c’è la grande questione ambientale di un territorio dove l’urbanizzazione dissennata ha distrutto l’antica bellezza, in meno di un cento anni, così come avviene in molti altre parti d’Italia, basta seguire la cronaca e i continui casi di frane, alluvioni, dissesti geologici. E’ come se ci fosse una incoscienza collettiva, un fatalismo dissennato, con cui, per primi i politici, sembrano ignorare che si è a un passo dalla tragedia. Una follia negativa, che ha cancellato per sempre l’antica saggezza contadina rispettosa dell’equilibrio della natura.

Il fato è un tema partenopeo, certo, ma che tu, nel tuo lavoro, intrecci con molti riferimenti letterari…
Il fatalismo è una componente dei popoli partenopei e, in particolare, dei popoli che vivono “ai piedi della montagna”, il Vesuvio appunto. Una caratteristica che li accomuna anche ai siciliani, che vivono ai piedi dell’Etna e quindi anch’essi in una terra precaria, all’interno di un Paese precario. Il fatalismo però ha due facce. Una negativa, che è una sorta di cecità dissennata in base alla quale si può fare tutto e non controllare nulla, quella per cui si accetta tutto: discariche abusive, infiltrazioni camorristiche, urbanizzazione senza regole. E una positiva, che potremmo identificare con il panteismo di Giordano Bruno, che, non a caso, è nato a Nola. Nei brani del filosofo che ho scelto per il documentario, affidandoli alla voce di Toni Servillo, si parla del Vesuvio come di un amico che ti fa conoscere la vita, che te la fa apprezzare proprio perché così incerta e “sotto scacco”, a rischio tragedia. Questo fatalismo positivo nasce da un profondo rispetto per la natura ed è una dichiarazione di umiltà. Credo sia utile riscoprirlo in un’epoca come la nostra, dove è evidente che il mito del ‘900 dell’uomo che può controllare tutto e imbrigliare la natura è smentito dai fatti quotidiani. La natura dà e in un colpo solo può riprendersi tutto. Solo rispettando questo possiamo cogliere il senso della ricerca della vita nella morte, del sorriso nel pianto, come in qualche modo è rappresentato anche dalla maschera di Pulcinella, sintesi della drammaticità e della comicità malinconica partenopea.

Uomo e natura, anche in questo lavoro inviti a riflettere sul legame tra la vita delle persone e la vita del territorio. Che cosa simboleggiano i tre protagonisti Maria, Matteo e Yole?

Maria, Matteo e Yole sono tre vite ai piedi del Vesuvio, in un luogo unico al mondo, ricco di miti, storia ed evocazioni letterarie. Maria, che vive e lavora in un’azienda florovivaistica ai piedi di una villa vesuviana in abbandono, “coltiva” anche le proprie curiosità intellettuali ed è una custode discreta del vulcano. Matteo, pittore di talento, rimette in gioco le sue opere fatte con la lava, testimonianza di un legame profondo con la terra da cui non si è mai staccato. Yole, cantante “neomelodica”, vive la propria libertà di giovane donna conciliandola con un’autentica devozione per la Madonna, espressione popolare di un sacro che ha sempre caratterizzato il Vesuvio, da Dioniso/Bacco a San Gennaro. Sono tre facce diverse di una Napoli un po’ fuori dagli schemi, sono tre custodi del tempio del Vesuvio, non ancora contagiati dall’indifferenza e dall’incuria collettiva. Malinconici sì, ma nel senso positivo del rispetto profondo per la vita.

Vedi il trailer [clic per guardare]

locandina-vulcano-sito
La locandina del film
metropolitana-arte-mamm

Metropolitana d’arte: Napoli-Toledo batte Mosca-Komsomolskaya

Da MOSCA – Durante una domenica pomeriggio moscovita di questo aprile ancora grigio e uggioso, mi decido ad andare al Multimedia Art Museum Moscow (Mamm), a visitare la Biennale di fotografia 2014. Per la capitale russa è un evento artistico e mondano importante, qui s’incontrano persone di ogni età e nazionalità e si percorrono i sei piani del museo avveniristico che ospitano fotografie in bianco e nero dei maggiori fotografi dell’Agenzia Magnum, da Cartier Bresson a Erwitt, oltre che immagini di Erwin Blumenfeld e, addirittura, di Jessica Lange.
Entro ed assisto ad un interessante scorrere d’immagini, da lontano, e m’imbatto subito in un’impressionante e coinvolgente opera. Mi avvicino alle didascalie e leggo il titolo: Il teatro è vita. La vita è teatro – Don’t ask where the love is gone, di Shirin Neshat. Con mia grande sorpresa, mi ritrovo nel mio Paese, e, precisamente, a Napoli. Mi siedo di fronte a quelle fotografie, le osservo con curiosità e stupore.

Shirin Neshat
shirin-neshat

Nel 2012, l’artista e regista cinematografica di origine iraniana, Shirin Neshat, è stata incaricata di creare uno spazio “visivo” per la stazione Toledo della metropolitana di Napoli. L’invito faceva parte di un ambizioso progetto artistico e di design che coinvolgeva una “star-architetto” (il catalano Oscar Tusquets Blanca) e numerosi artisti internazionali, ognuno incaricato di una diversa stazione, ognuno impegnato a creare esperienze interessanti, uniche e accattivanti per i passeggeri. Il progetto è stato attentamente curato dal critico d’arte Achille Bonito Oliva. Fra gli altri, le stazioni ospitano lavori di Shirin Neshat, Robert Wilson, Ilya ed Emilia Kabakov, Francesco Clemente e William Kentridge.

 

metropolitana-arte-mamm
Shirin Neshat, famosa per i suoi ritratti di donne coperti da scritte in calligrafia persiana

Vogliamo soffermarci con voi sul lavoro della Neshat, incrociato, appunto, al MAMM. Dopo aver passato alcuni giorni a Napoli, Shirin Neshat (artista conosciuta per il suo lavoro nella fotografia, nei video e nel cinema – si ricordi il suo vincitore del Leone d’Argento Donne senza uomini del 2009) è rimasta inevitabilmente attratta dalla vitalità e teatralità napoletane e, con il fotografo italiano Luciano Romano, ha deciso di immortalare alcuni ritratti di una serie di vari attori locali di teatro sperimentale napoletano (Teatro nuovo e Teatro Instabile)  tra i quali le attrici Cristina Donadio, Antonella Morea, Giovanna Giuliani e il direttore artistico dell’Instabile Michele Del Grosso. Con questo lavoro Neshat ha scelto per la prima volta nella sua carriera soggetti occidentali.
L’opera, intensa e drammatica, s’ispira esplicitamente al rapporto di corrispondenza fra finzione teatrale e vita reale, e esprime la volontà di rappresentare, attraverso diverse e intense espressioni del corpo, il sentimento della perdita e della separazione.

I nove ritratti in bianco e nero esposti a Mosca, sfilano ora sui muri della stazione Toledo della linea 1 della metropolitana partenopea. Come prigionieri che tentano di scappare, queste figure sembrano emergere dalle neri e fosche ceneri di una lontana Pompei bruciata. Apparendo dall’oscurità e avanzando verso la luce, i movimenti rallentati danno l’impressione di una sorta di sfida, ma, allo stesso tempo, del dolore della condizione umana e della lotta speranzosa per un nuovo inizio. Qualche critico si è domandato se non si trattasse di una metafora dell’eterna “elasticità” e “capacità di recupero” della città di Napoli…

Ma perché “Don’t Ask Where the Love Is Gone”? Si tratta della canzone dell’egiziana Oum Kalthoum, la cui voce aveva emozionato migliaia di persone. «Cerco l’universalità, qualcosa che possa essere valido per chiunque», aveva detto la Neshat. «La bellezza deve sempre essere accompagnata dal sentimento e dall’impegno sociale e politico. Perseguire la bellezza di per sé rimane un estetico sforzo superficiale e la lotta politica solo un grido rumoroso. Solo quando le combiniamo allora esse diventano arte».

metropolitana-arte-mamm
Metropolitana di Napoli, stazione Toledo

Nel 2013, l’azzurra Toledo è stata considerata dal britannico The Daily Telegraph la fermata più affascinante d’Europa, battendo la bellissima e famosa fermata Komsomolskaya di Mosca, con i suoi mosaici, e quella della stazione di Stoccolma che ha per tema la natura.

Fra l’altro, il corridoio che collega l’uscita Montecalvario è decorato con le fotografie di Oliviero Toscani in vari punti del centro storico della città per la sua iniziativa Razza Umana/Italia. Le fotografie raffigurano i volti dei napoletani che hanno voluto partecipare all’iniziativa.

 

 

metropolitana-arte-mamm
Mosca, stazione di Komsomolskaya

Va ricordato che la stazione fa parte del grande e ambizioso progetto Stazioni dell’Arte, promosso dall’amministrazione comunale di Napoli per rendere i luoghi della mobilità più attraenti e offrire a tutti la possibilità di un incontro con l’arte contemporanea, costituendo uno degli esempi più interessanti di museo decentrato e distribuito sull’intera area urbana, un museo che non è spazio chiuso, luogo di concentrazione delle opere d’arte, ma un percorso espositivo aperto, per una fruizione dinamica del manufatto artistico.

(Nella foto in evidenza: opera di Shirin Neshat Don’t ask where the love is gone fotografata da Simonetta Sandri al Mamm di Mosca).

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi