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Ego, ergo sum

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nelle prime ore del mattino.
(La redazione)

Potrebbe essere una persona interessante, se non occupasse all’istante ogni spazio attorno a sé. Quando compare, e compare sempre, tutto ciò che non è lui esiste solo in sua funzione. Diventa lui. E’ come un regime totalitario.
Ciascuno di noi ne conosce o ne ha conosciuto uno. Uno, lo conoscono tutti.

“Ai funerali vuol essere il morto, ai matrimoni la sposa”.
Leo Longanesi

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

CREATURE DI UN SOL GIORNO
Camminando lungo la strada verso nessun dove

“Fragile”: questa semplice parola stampata in bella evidenza su una  confezione ci avverte di fare attenzione, di maneggiare con molta cura il contenuto.
Sin dallo sviluppo del pensiero greco dell’antichità abbiamo appreso che il contenuto più fragile per eccellenza è l’Uomo stesso; e questo perché  sostanzialmente inerente alla natura umana è la morte, in modo imprescindibile ne condiziona non solo l’esistenza ma il senso stesso dell’esserci.
Allo stesso tempo la morte mostrando così tutta la fragilità della creatura umana, sottolinea la preziosità della vita stessa.

Il poeta greco Pindaro nell’ottava Pitica chiama in modo straordinariamente evocativo e lirico le creature umane creature di un sol giorno“, ed è proprio questo verso che utilizza Mauro Bonazzi, docente di filosofia antica alla Statale di Milano, come titolo del suo ultimo saggio sul mistero dell’esistenza secondo il pensiero greco. La natura di “creature di un sol giorno”, cioè creature effimere, porta con sé due fondamentali conseguenze: l’essere mortali e quindi  il problema del senso da dare alla nostra esistenza  e l’essere soggetti al passare del tempo e quindi il senso da dare all’instabilità delle cose dentro e fuori di noi, ai cambiamenti dovuti allo scorrere del tempo stesso.
Per impedire all’angoscia, alla paura e al timore di impossessarsi dell’animo umano di fronte all’inevitabilità del termine della nostra vita, la civiltà greca, (che detto per inciso gli allievi della scuola media italiana grazie alla riforma Moratti non hanno più come oggetto del loro studio!) ha prodotto una riflessione filosofica che ha condizionato la storia del pensiero occidentale e che interroga seriamente anche noi uomini della  società post moderna. 

La tentazione: la vita del piacere

La riflessione dei greci sulla morte e sull’esistenza, seguendo il percorso suggerito da Bonazzi ,è riconducibile a tre possibilità.
Aristotele chiama la prima la vita del piacere”. E’ la vita di chi segue il godimento dei beni concreti, di chi sublima il mistero dell’esistenza nel soddisfacimento esclusivo di bisogni materiali e in tale dimensione trova adeguata realizzazione. E ‘il medesimo principio su cui si fonda la nostra società globalizzata dei consumi, caratterizzata per l’appunto, secondo la psico analista di formazione lacaniana Julia Kristeva, dal narcisismo e conseguentemente dalla rimozione della mortalità.

L’immagine più significativa ed esplicita di quello che si sta dicendo la possiamo ritrovare nel videoclip Road to nowhere dei Talking Heads, nella sequenza  del giovane che insegue il carrello della spesa, segno inequivocabile di uno strumento – il consumo – che si è fatto fine e non solo necessario mezzo per soddisfare determinati bisogni.
Il titolo del videoclip, in italiano la La strada per il nessun-dove , rappresenta  con una serie di veloci sequenze della durata di pochi secondi, l’ inconsistenza dell’american dream, e riprendono i temi chiave della denuncia di Christopher Lasch affrontate nel suo  La cultura del narcisismo, opera edita nel 1979 ma talmente profetica e attuale che proprio quest’anno è stata ristampata per i tipi della Nora Pozza. L’autore, anticipando il ruolo di grandi scrittori di saggistica sociologica come J. Rifkin e Z. Bauman, riflette sulla crisi culturale che anima l’Occidente e che consacra la trasformazione del narcisismo da disturbo psicologico a format di un’intera società. “Il narcisismo impatta potentemente sulla percezione del tempo e della storia, determinando ciò che in modo diverso i teorici del postmoderno avrebbero chiamato ‘presentificazione’. Per dirla con le parole di Lasch: “Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie ‘realizzazioni personali’, diventare fini conoscitori della propria decadenza, coltivare un’“auto-osservazione di ordine trascendentale”.[Qui]

 …altre due possibilità: la vita politica e la vita contemplativa

La vita politica e la vita contemplativa sono le altre due strade significative che, secondo Aristotele, riescono a dare senso pieno all’esistenza e  rispondere così al problema della morte. Impegnandosi nella vita politica, nella vita attiva,  l’uomo deve combattere per dar prova del suo valore e dunque mostrare che non è vissuto per niente. Omero è il primo cantore di questa concezione e Achille ne è il campione . Per l’eroe ciò che conta è il time, l’onore, espresso dal valore del bottino conquistato sul campo di battaglia ,e che conduce al kleos ,alla gloria.
Ma anche noi uomini del post moderno abbiamo la nostra Iliade: forse che non si è parlato dell’essere in emergenza da covid-19 come dell’ essere in guerra e di medici e infermieri come eroi a cui rendere pubblico onore? Ecco quindi che possiamo vedere il nostro pensiero archetipo emergere attraverso il linguaggio; scelte lessicali  che non vengono comprese  da chi rigetta giustamente tale terminologia bellica per scegliere altre prospettive  più solidali  (“siamo in cura”), ma che non permettono di capire cosa sta succedendo: sempre i cittadini affidati al sistema sanitario sono da considerarsi in cura, ma mai si era parlato, prima dell’emergenza pandemica, di medici-eroi…anzi!
Secondo questa seconda interpretazione, che si fonda sulla priorità della vita attiva, il kleos è il richiamo profondo  che davvero interessa, perché è ciò che permette di non essere dimenticati e quindi di raggiungere l’immortalità: nel momento in cui riusciamo a lottare contro la morte, lottiamo contro la nostra morte, sino a dare la vita.

Il pensiero greco ci svela che siamo esseri desideranti, perché è proprio il desiderio che ci spinge a lottare per affermarci, per non morire. E quando il mondo omerico verrà superato dal nuovo mondo della polis, la sfida diventerà quella di affermare il proprio valore insieme, non più distruggendo ma costruendo. Costruire con gli altri è l’unica attività capace di dare significato alla realtà e a noi stessi.
Tutto questo abbiamo ereditato col seguire la via della vita politica ;da qui nascerà lo Stato e la democrazia.
Tutto questo oggi è in profondissima crisi.

Ma l’uomo non è solo azione, è soprattutto  conoscenza, ragione, contemplazione.
Infatti è la razionalità, è il pensiero che ci contraddistingue come esseri umani.  Siamo fatti per conoscere. Siamo Ulisse, l’Ulisse del XXVI canto dell’Inferno di Dante. E’ con la ragione che riusciamo a comprendere noi stessi e  la realtà. La morte fa parte di questa realtà. La conoscenza ci rende liberi, anche dalla morte. E’ con la ragione che si è capaci di andare al di là dell’apparenza, cogliendo il tutto e quindi l’ordine con cui è organizzata la realtà, dove la morte è una necessità.
Conoscenza che  il socratico conosci te stesso ha posto alla base della realizzazione di ognuno di noi ma che invece viene messa dalla nostra società liquida al servizio di qualcosa d’altro.
La conoscenza serve infatti a modificare l’agire, o a direzionare la vita attiva quando questa non produce i risultati sperati. Abbiamo visto Istituzioni, autorità laiche e religiose rimettersi fiduciose a virologi, scienziati, ricercatori e seguire protocolli suggeriti dalla comunità scientifica fino alla interdizione dalla partecipazione ai riti funebri.

Se c’è un elemento che può sviluppare il senso critico questo riguarda la conoscenza. Non a caso per esempio abbiamo assistito ad un percorso di normalizzazione della scuola che l’ha portata dall’essere scuola della conoscenza a quella più funzionale agli imperativi di mercato, dI scuola delle competenze. E’ sempre il mondo della conoscenza che cambia la società, mai il contrario. Se questo non succede, come nel caso citato, allora dietro ci sono altri interessi particolaristici.
L’eredità per il pensiero occidentale della filosofia  greca è proprio questa: la possibilità inerente alla vita attiva e alla vita contemplativa di poter essere infinitamente finiti e finitamente infiniti.
‘Il fine’
‘la fine’ per i greci coincidono, la morte si concepisce all’interno della vita, la rende possibile. Nella società attuale la fine invece è un incidente che si cerca solo di rinviare, i nostri fini sono tutti nella vita.

Si può perdere la propria vita e vincere la Morte

Nel 1957 il regista Ingmar Bergman con il suo film Il settimo sigillo  rappresenta il tentativo della società occidentale di rimuovere la paura della morte. Un cavaliere, Antonius Bloch, sulla via del ritorno dalle crociate incontra la Morte e le propone una partita a scacchi: una partita la si può vincere o perdere, così come la propria vita.
Ma nel film di Bergman viene presentata un’altra soluzione…ci arriviamo da un’altra parte.

Nel 1915 Sigmund Freud scrive un breve articolo, Caducità, prendendo spunto da un episodio accadutogli due anni prima, da una conversazione avvenuta durante una escursione con due amici, il giovane poeta Rainer Maria Rilke e Lou Salomè, l’affascinante confidente di entrambi, dove il giovane poeta si rammaricava  che tutta quella bellezza  sarebbe poi finita col sopraggiungere dell’inverno.
Così commenta Cristina Cimino su Doppiozero: “La risposta di Freud al giovane poeta è che la caducità delle cose non ne sminuisce il valore, al contrario, lo accentua. Una posizione consolatoria solo a uno sguardo superficiale e che in realtà ribadisce in termini meno crudi quanto egli aveva già affermato pochi anni prima nel saggio Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: la vita va vissuta e può essere vissuta solo accettando ciò che non è eliminabile, ossia la morte.” [Qui] Freud solo in seguito strutturerà in modo più adeguato la sua teoria sull’elaborazione del lutto e dell’estrema difficoltà che ha l’individuo ad affrontarlo e superarlo. Qui interessa proporre alcune osservazioni a margine di tale percorso.

In primo luogo il lamento di Rilke sulla caducità della natura umana sarà ripreso nelle sue Elegie duinesi del 1912 in cui arriva ad affermare che “l’esser stati, pur una volta soltanto, non pare essere revocabile”. Nessuno potrà togliere la gioia immensa derivata da tutti i momenti vissuti con la persona oggi assente.
La scrittrice americana Joan Didion nel suo struggente  L’anno del pensiero magico fa proprio  questa operazione: guardando al tempo trascorso col marito morto all’improvviso, incontra i ricordi di una vita, non fugge, ma gioca la sua partita a scacchi ,e pur nella sofferenza devastante di ogni mossa, la porta a termine.

Ed eccoci di fronte all’altro. Infatti “nessuno di noi crede fino in fondo alla nostra morte” dice Freud “anche quando ci raffiguriamo come andrà dopo la morte, chi ci piangerà… possiamo notare che noi siamo ancora lì in qualità di spettatori.”. Impariamo cosa è la morte dalla morte dell’altro. E’ quando l’altro diventa il nostro fine che ci battiamo contro la nostra fine.
L’altro è oggetto del nostro desiderio, vivere è desiderare dei desideri che moriranno nel momento in cui saranno soddisfatti. Questa è la morte, ma la morte non interrompe nulla. E’ la morte del desiderio la vera morte.

Ogni discorso sulla vita e sulla morte ha come premessa la presenza dell’altro, soggetto e oggetto del nostro desiderare. La soluzione quindi proposta nel film di Bergman è quella di un amore gratuito, infinito verso l’altro: “L’unico modo di sconfiggere la morte – e quindi di inaugurare la vita nuova – è l’amore verso il prossimo. E difatti, pur di salvare una giovane famiglia di saltimbanchi dall’incontro con la morte, il cavaliere con un gesto improvviso e premeditato rovescia le pedine degli scacchi dando così la possibilità alla morte di vincere la partita. Questa sorride perché ha raggiunto il suo scopo. Non si accorge invece di essere stata ingannata. Distratta dalla mossa del cavaliere infatti la famiglia riesce a fuggire e salvarsi .Di fatto la Morte ha perso perché sconfitta dall’amore”. [vedi qui]

Non è casuale che  alla società dell’uomo globalizzato, la società che opera per la rimozione della morte e del dolore, sia confacente invece l’espulsione dell’Altro! Questo è il titolo dell’ultimo saggio di Byung-Chul Han (L’espulsione dell’Altro, nottetempo edizioni) docente di filosofia all’università di Berlino, dove viene mostrata la destabilizzazione e il disturbo provocato, in un mondo dominato dalla comunicazione digitale e dai rapporti  neoliberistici, dalla singolarità vivificante dell’Altro.

 …finchè Amore non vi separi!

In una intervista del 2012 Zygmunt Bauman parla con l’inviato di Repubblica della sua vita a trecentosessanta gradi nella sua casa a Leeds in Inghilterra. La stanza dove si svolge l’incontro è tappezzata di ricordi dell’amatissima moglie Janina, scomparsa nel dicembre del 2009 dopo essere stati sposati per sessantadue anni. Dopo quel lutto non scrisse più una riga per molti mesi, lui che ogni giorno alle cinque del mattino era solito aver già compilato quattro cartelle! Questa è la risposta data alla domanda del giornalista su come fosse riuscito a superare un evento del genere:
“L’inarrestabile eloquio del professore si arresta. Chiude gli occhi. Riaccende la pipa. È un’esperienza molto privata, non voglio condividerla. So bene che viviamo in una società confessionale, ma io non mi ci trovo bene. Posso solo dire che lei è ancora con me. Le sue ceneri sono al piano di sopra, nel mio studio. La sua immagine è la prima che vedo quando accendo il computer all’alba. Riesco, in qualche modo, a vivere ancora con lei. Conversiamo, e non perché sia pazzo, ma perché è il modo in cui abbiamo vissuto insieme per sessantadue anni e probabilmente non finirà mai. Mi spiace, ma è tutto quel che posso dire”.[Qui l’intervista integrale su Repubblica del 12/06/2012]

L’amore è così tanto mescolato  alla morte che non si estingue con l’assenza della persona amata ma persiste nel tempo, superandolo. Il suo passare non lenisce alcunchè, ma permette di vivere la sacralità dell’eternità anche a chi ritiene essere vuoto il cielo. E’ un dialogo che continua, che  trasforma chi è stato toccato dall’amore dell’altro, e che trova modi e forme inedite in ognuno, ma che sempre congiungono eternamente il cielo alla terra. E questo è un legame talmente profondo da rovesciare completamente ciò che ordinariamente viene considerato forte e debole, poiché riesce a metterci a nudo di fronte alla nostra fragilità.

Tutto ciò mostra la scena dell’Iliade nel XXIV canto, con la visita del re Priamo nella tenda di Achille, venuto a supplicare la restituzione del corpo di suo figlio Ettore ucciso dall’eroe acheo:
“Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
«Pensa al tuo padre, Achille … io sono infelice del tutto, che generai forti figli
e non me ne resta nessuno…,
e quello che solo restava..
tu ieri l’hai ucciso…
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te».
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre… s’alzava per la dimora quel pianto”.( Iliade, XXV)

Fino a quando l’amore continua il dialogo interrotto, fino a quando l’uomo sarà capace di “piangere insieme” – la morte non avrà l’ultima parola. E questo infine è anche il messaggio che ci ha lasciato Emanuele Severino, recentemente scomparso all’età di 91 anni , non a caso definito ‘il filosofo che ha sconfitto la morte’. Intellettuale originale, tra i più autorevoli del Novecento italiano, capace di conciliare la tensione speculativa e etica alle radici del pensiero occidentale, partendo dalla filosofia greca, con le inquietudini e le problematiche della società tecnologica attuale.
Il nucleo del suo pensiero risiede nel ritorno al pensiero di Parmenide, con l’affermazione che il divenire non esiste, le cose non nascono dal nulla né ritornano nel nulla, sono invece eterne, anche se abbiamo l’impressione fallace che scompaiono.
Anche   Severino ricordava spesso nelle interviste la moglie Esterina scomparsa una decina anni prima di lui, prima lettrice delle sue opere, sempre discusse e condivise prima con lei nei lunghi intensi anni  passati assieme. In una di queste possiamo leggere che a  volte mentre Esterina rileggeva i suoi scritti, alla menzione dell’eternità dell’essere, lei gli diceva: “come vorrei che le cose stessero davvero come dici tu”. [Vedi linkiesta.it del 15/06/2019] 

Cover: Ingmar Bergman sul set de Il Settimo sigillo (Wikipedia commons)

parole-poesia

APPUNTAMENTI
Le cinque parole che stanno trasformando l’Italia

Ho perso le parole / eppure ce le avevo qua un attimo fa… mi posso far capire / anche da te / se ascolti bene / se ascolti un po’ (Luciano Ligabue)

I più ‘aulici’ perdoneranno l’incipit pop-rock, forse sarebbe più adatta una citazione dall’ultimo libro dello psichiatra Vittorino Andreoli, ‘Il rumore delle parole’. Fatto sta che abbiamo perso le parole. Lo penso ormai da un po’ e l’ho sentito dire anche poco tempo fa da Ascanio Celestini nella sua ballata per un quarto stato 2.0, ‘Pueblo’. Abbiamo perso il senso delle parole, la curiosità di indagarne e scoprirne il senso, la voglia di usarle non a sproposito, ma solo se si ha qualcosa di utile – o, Dio non voglia, intelligente – da dire. Forse abbiamo perso addirittura un vocabolario comune di riferimento. Ormai esistono solo le ‘parole d’ordine’ – quale ordine? Sarebbe interessante… parlarne! – e gli slogan, fagocitati come i panini di un fast food. E tutti possono parlare di qualsiasi cosa: al bando gli ‘specialisti’, benvenuti gli ‘influencer’.
Di conseguenza, abbiamo perso la capacità, la volontà, l’interesse per la complessità, per una conoscenza che non sia solo trasversale – come le tanto decantate ‘skills’ – ma anche verticale, che scenda in profondità; per un dibattito che vada al di là delle posizioni arroccate e contrapposte, del tifo da riservare alle curve degli stadi, ma che sia un confronto-scontro dialettico, dal quale uscire con strumenti per un’interpretazione dell’attualità che sia utile per progettare il futuro e, forse, anche con un arricchimento reciproco.

Benvenuto perciò al nuovo ciclo di incontri alla libreria Ibs+Libraccio organizzato per il nono anno consecutivo dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Ateneo di Ferrara e dal professor Andrea Pugiotto, ordinario di Diritto Costituzionale, in collaborazione con la Scuola forense dell’Ordine degli avvocati di Ferrara, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Ferrara, del Comune di Ferrara e della Fondazione Forense di Ferrara.
Linguaggio, sovranismo, razzismo, populismo, narcisismo: cinque parole che diventano cinque tappe di un itinerario attraverso l’Italia che cambia, guidati altrettante autorevoli voci della vita pubblica italiana, che attraverso i loro libri più recenti hanno saputo cogliere e interpretare i segnali del cambiamento in corso. ‘Viaggio in Italia. Tappe di una metamorfosi collettiva’ è appunto il titolo di questa serie di incontri, ognuno introdotto e concluso da una lettura a cura del Centro Teatro Universitario che fungerà da detonatore per la discussione. Ai cinque incontri in libreria si affiancheranno inoltre alcune proiezioni cinematografiche, presso la Sala Boldini, curate da Arci Ferrara in collaborazione con Fice e l’Unione dei Circoli Cinematografici Arci.

Da eclatanti fatti di cronaca al linguaggio pubblico e privato, dalla critica agli istituti di democrazia liberale alla contrapposizione tra popolo ed élite, alla messa in discussione del sapere scientifico e della partecipazione al processo di integrazione europea: segnali di un cambiamento profondo di difficile interpretazione. Il quesito che funzionerà come filo conduttore è: l’Italia sta vivendo un momento di crisi – che in greco antico significa smarrimento, ma anche ripartenza – o un vero e proprio cambiamento di stato, che in greco antico si dice catastrofe?
Si inizia venerdì 1 marzo con ‘sovranismo’: a guidare il pubblico sarà Enrico Letta (‘Ho imparato’, Il Mulino, 2019).
Seguiranno, rispettivamente il 6 e il 29 marzo, ‘razzismo’ con Ezio Mauro (‘L’uomo bianco’, Feltrinelli, 2018) e ‘linguaggio’ con Gianrico Carofiglio (‘Con i piedi nel fango’, Edizioni Gruppo Abele, 2018). I due incontri di aprile sono riservati a ‘populismo’ con Maurizio Molinari (‘Perché è successo qui’, La nave di Teseo, 2018) e ‘narcisismo’ con Giovanni Orsina (‘La democrazia del narcisismo’, Marsilio, 2018).

Clicca QUI per il programma di Viaggio in Italia. Tappe di una metamorfosi collettiva

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Narcisi: amori scadenti e amori con scadenza

Quanto dura il tempo di un Narciso? Riusciamo a staccarci dalle persone innamorate di loro stesse che non riescono a dare valore agli altri? Le sappiamo riconoscere? I nostri lettori raccontano gli incontri con i narcisi o come li hanno evitati.

Super-ego d’argilla

Cara Riccarda,
è la solita storia. Per alcuni il rapporto con l’altra più che a dare amore serve a dare a se stessi una rassicurazione, la conferma della propria potenza. Poco importa che si infliggano sofferenze o umiliazioni a chi non le merita: il mix di narcisismo ed egoismo non conosce pietà anche perchè ha alla base una fortissima insicurezza cui si tenta di reagire con ripetute prove di forza. In questo caso specifico chi fa pena, chi ha bisogno di compassione (e forse anche di una terapia) non è G. ma il suo aguzzino, tanto più piccolo quanto più è gigantografato.
Firmato: Jeeg robot

Caro Jeeg robot,
se questi giganti dell’immagine si vedessero, anche solo per un attimo, con gli occhi di chi gli sta di fronte, sostituirebbero i poster con delle foto tessera. A conoscerli da vicino, a condividere un po’ l’intimità, risultano persone fragili e molto diverse da come si mostrano. Ma questo non li assolve dall’indifferenza che poi tornano a praticare. Avendone conosciuto qualcuno, credo che il distacco dentro cui si muovono serva loro per non sgretolarsi del tutto. Il rischio che qualcuno mini la costruzione non va corso e quelle prove di forza devono dimostrare di vincerle. Lasciamoglielo credere.
Riccarda

Solo un abbaglio…

Cara Riccarda,
anche a me è capitato di incontrare e avere dei legami affettivi con una persona egocentrica. Eravamo amici, inizialmente il suo modo di fare poteva trarre in inganno, sembrava disponibile e altruista, ma in effetti, tutti i suoi comportamenti erano volti ad essere al centro dell’attenzione. Naturalmente, ci vuole un po’ di tempo per rendersene conto, perché sapeva circuire bene le persone, il suo ego si alimentava con l’accondiscendenza di chi le stava intorno, molte persone erano abbagliate dai suoi modi di fare, non rendendosi conto che venivano usate a suo uso e consumo, per poi venire abbandonate quando non risultavano più interessanti o in disaccordo con i suoi desideri. È un po’ come la teoria che afferma che essendo la velocità della luce superiore a quella del suono, si rimane prima abbagliati da una persona, poi, quando arriva il rumore delle sue parole o dei suoi gesti, si capisce che non è così speciale. A me è capitato di valutarla più di quanto meritasse, poi, ho indossato gli occhiali da sole e l’eco dei suoi comportamenti è apparso chiaro, egoismo allo stato puro, culto si se stessa, desiderio di essere la prima su tutto, necessità di essere apprezzata e lodata, in pratica tutto il suo mondo si fondava sull’apparire, non sull’essere, risultando così vuoto e inospitale per un cuore amico che vive di concretezze. Dopo qualche disaccordo sulle modalità di adorazione, i nostri rapporti si sono interrotti e devo dire che non provo nessun sentimento di rimpianto, nessuna nostalgia, quasi come se non ci fossimo mai conosciuti. Solo su una cosa posso darle un piccolo merito, mi ha presentato delle persone con le quali ancora adesso sono fortemente legato, persone per me speciali perché per brillare non hanno bisogno di spegnere gli altri.
L.M.

Caro L.M.,
l’inospitalità, appunto. Le persone impegnate nel culto di sè, non ti fanno spazio ed entrare nelle pieghe della loro vita è una fatica inutile. Se pensi di avere intravisto un pertugio dentro cui infilarti per avvicinarti, la strada sarà sempre sbarrata dai confini dell’ego. Quel vuoto inospitale è già pieno di loro. Il paradosso è che queste persone si nutrono di una forma insaziabile di adorazione per cui dovrai fare sempre di più per ottenere anche solo un cenno. Per fortuna l’abbaglio passa, e impariamo a riconoscere la nostra luminosità che è ben altro.
Riccarda

Mi vedo quindi sono

Cara Riccarda,
in riferimento all’articolo Il tempo di un Narciso, mi chiedo: perchè? Se pensiamo che una persona abbia bisogno delle proprie immagini per ricordarsi di esistere, non è triste? Lui non ha la consapevolezza, lei sì.
Betta

Cara Betta,
G. ha avuto una consapevolezza, una lucidità che, a un certo punto, le ha fatto prendere un’altra strada anche se, immagino, non sia stato semplice.
Chi rimbalza costantemente nella visione della propria immagine, senza allargare lo sguardo agli altri, soffre di una bulimia tormentata che non potrà trovare mai piena soddisfazione. E chi sta attorno a questi narcisi, dopo poco lo capisce, si stanca di non ricevere valore e se ne va, appannando un po’ lo specchio del narciso.
Riccarda

L'(in)utilità dei narcisi…

Cara Riccarda,
i narcisi riempiono la nostra vita. Li troviamo in ogni dove. Ci sono narcisi bellissimi che posso stare a guardare per ore: mi godo il bello della vita. Basta inserire l’opzione silenzioso così mentre il loro super io parla, organizzo mentalmente la lista della spesa.
Ci sono narcisi meno belli, narcisi donna, narcisi casalinghe, di ogni tipo e genere.
L’amore, l’empatia verso gli altri la dimostrano con l’invio di faccine dolci su whatsapp, cuoricini e baci. La loro capacità di provare sentimenti è tutta lì: in una faccina.
A volte penso che vadano in posti e si iscrivano a eventi solo per pubblicare la loro foto: eccomi son qui. Nello stato di whatsapp pubblicano i video di se stessi o delle loro proprietà: nuova moto, nuove scarpe da tennis, nuova donna, figlio in bici, figlio a cavallo.
Capita che devi disattivarli, bloccarli, usare il tasto elimina. Loro continuano a mostrarsi in ogni applicazione. Però a volte, di sera, prima di andare a dormire li riattivo tutti e, che bello, li guardo e penso: hanno pubblicato tutto questo per me!
Non mi sono mai innamorata di un narciso. Proprio non ci riesco. Eppure ci sono narcisi bellissimi. Sono anche sensibili, ma solo a se stessi e, questo l’ho imparato da te, mancano di verticalità.
V.

Cara V.,
è vero, mancano di verticalità e rimangono sul pelo dell’acqua proprio come faceva Narciso specchiandosi in una pozza profonda. Per Narciso l’amore esclusivo per la propria immagine fu la sua condanna, un contrappasso non da poco.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’effimero piacere delle montagne russe…

Spazio diviso tempo, uguale velocità. La formula dimenticata è stata la prima àncora di salvezza a cui la mente si è aggrappata quando B. si è sentita dire che era finita perché lui aveva bisogno di spazio e di tempo. Non volendo credere che sei anni stessero sfumando senza una litigata, un’incomprensione o un tradimento, B. si è concentrata sulla formula della velocità. Doveva razionalizzare, avere un perché. E la formula si è presentata l’unica risposta possibile: se io divido il tempo trascorso con lui per la strada fatta assieme, ottengo la velocità con cui può finire la nostra storia, quindi non basterà questa telefonata, dovrà darmi altre spiegazioni, darmi il tempo e lo spazio per capire o almeno accettare.
Se per lui tempo e spazio si moltiplicavano con la velocità con cui se ne stava andando, per lei erano diventati i confini del pantano dove era caduta. B. non capiva davvero, pensava che quella storia avesse raggiunto un equilibrio abbastanza solido, avvisaglie di stanchezza non ce n’erano, o almeno non le aveva viste. Per forza, mica era lei quella stanca tra i due.
B., allora, sente il bisogno di raccontare tutto ad A., un’amica schietta che non si è mai risparmiata affondi, ma anche grande vicinanza.
“Lo so che lui ti piaceva, ma se ci pensi non era la storia della tua vita” dice A.
“E quale sarebbe la storia della vita?”
“Quella che, alla fine, ti fa meno male”.
“Saperlo…”
“Credo che ci siano uomini sani, che non fanno male, magari un po’ opachi se paragonati a certe stelle, ma che ti permettono di fare un cammino sereno e pianeggiante. Certo, devi rinunciare all’adrenalina e alle capovolte delle montagne russe, ma credimi che dopo un paio di giri è meglio scendere, abbiamo bisogno di respirare. Hai passato fin troppo tempo a testa in giù, è ora che tu stia con i piedi per terra”.
“Non sarà facile” risponde B.
“Devi ricordarti che lui ti ha liquidata con una telefonata. E sai perché lo ha fatto? Perché doveva compiere, ancora una volta, il suo narcisismo che nulla deve all’altro”.
E a voi, che uomini o donne sono capitati? Da montagne russe o da passeggiata tranquilla? Narcisisti o persone che non fanno male?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

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L’OPINIONE
“Je suis Paris”. Io invece no

“Je suis Paris” come espressione attaccata sulla giacca o declamata a voce alta: “Resistere, resistere, resistere contro il terrorismo”. Sono espressioni giuste e apprezzabili ma anche troppo facili e passive, simboliche. Personalmente non sono un parigino e nemmeno parlo una parola francese. Sono un cittadino di Monaco ( e da un pezzo anche di Ferrara ). Devo resistere nella mia vita concreta dove vivo e dove sono radicato contro le barbarie di ogni tipo, la distruzione dello Stato di diritto , la corruzione diffuso.
Oggi non si puo parlare o scrivere solo sulla cultura dentro la mura di Codigoro, di Ferrara, di Monaco nemmeno d’Europa. Dobbiamo aprire le finestre delle nostre case talvolta soffocanti e piene di polvere culturale, ma piene anche di una storia civile, umana fatta di grandi valori per quale si deve “resistere, resistere, resistere”.
Ma non dobbiamo solo difendere il nostro gran tesoro di cultura, d’arte, di valori democratici. Dobbiamo anche aprire le nostre finestre per nuovi orizzonti culturali. In questi tempi di “cash & carry“ e dell’elogio della irresponsabilità come virtù ci mancano uomini che rappresentano altri valori di vita.
Come ha scritto una volta Claudio Magris, “valori freddi, i quali stabiliscono condizioni di partenza uguali per tutti, permettono a ognuno di coltivare i propri valori caldi, di inseguire la propria passione”. Difendere i “valori freddi” della civiltà e della democrazia in un modo non retorico e clamoroso contro l’inciviltà e disumanità. Ogni atto terribile e crudele come quell’attentato di Parigi due settimane fa crea subito una valanga di frasi retoriche, piene di un pathos vuoto, che servono a nulla, tranne che ad appagare il proprio narcisismo e la vanità di presentarsi come un uomo civile.
Ma mi pare più serio e sobrio ricordare una bella frase di Primo Levi, scritta avendo un’esperienza davvero terribile sulle spalle. “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”

la-grande-bellezza

La Grande Bellezza, un’abbagliante bulimia citazionistica

di Salvatore Billardello

Forse qualcosa è ancora rimasto da dire sul motivo per cui La Grande Bellezza ha avuto così tanti consensi all’estero e – a scoppio ritardato – in Italia. Iniziamo mettendo le mani avanti: a giudizio di chi scrive, il film risente eccessivamente dello stridore tra le allusioni simboliche, soltanto accennate e rapidamente abbandonate, e i referenti che incarnano questi significati – monumenti, cardinali o spogliarelliste che siano. Un impasto di sacro e profano, di starlette e cardinali, di eterno e caduco, che non provoca il febbrile brivido del tempo perduto al quale aspirerebbe Sorrentino, ma una certa indigestione dovuta all’accumularsi di metafore e citazioni impegnative in un contesto che non pare il più adeguato a metterle a proprio agio. L’effetto raggiunto è un involontario kitsch spinto, se non proprio la banalità più trita. Ma gli spunti interessanti indubitabilmente non mancano. Qui vorrei soffermarmi su due in particolare, perché grazie alla loro fusione Sorrentino si aggiudica un sicuro riscontro di pubblico e critica e ci induce – non so quanto consapevolmente – ad una riflessione sulla società di oggi: l’accumulo di citazioni e il topos della festa.

Il regista ha sempre ambito a fare il postmoderno, mescolando registri, codici e situazioni diversissimi, senza offrire un punto di vista privilegiato. Qui ci riesce maluccio, ma non è questo il punto. Nella Grande Bellezza c’è una mitologia di riferimento altissima: le occasioni perdute di Proust, citato scopertamente in una delle scene iniziali del film, animano lo sciupìo incallito dell’amore e del tempo del tragicomico Jep; l’evanescenza languorosa dell’apparato umano che popola le terrazze romane ricorda tanto le ambientazioni di Francis Scott Fitzgerald; lo strepitoso scambio di battute finali tra Gassman, Tognazzi, Mastroianni e Trintignant ne La Terrazza tiene a battesimo la requisitoria di Jep contro la vocazione civile sinistrorsa di Stefania. La cornice del testo è poi la celiniana citazione di apertura, come ad anticipare il senso inconcludente delle passeggiate del “re dei mondani”. Ad un certo punto, affiora persino un rapido, amletico richiamo a Breton. Di fronte a tale corredo di ammiccamenti, il più sincero, cioè l’unico adeguato al film, appare quello a Flaubert e al suo leggendario romanzo sul nulla. Perché La Grande Bellezza alla fine rimane una incompiuta sarabanda di umanoidi in disfacimento che nulla fanno e che al nulla tendono.

Ma è un nulla di concetto, questo sì, quello di Sorrentino. Pauline Kael, famosa critica americana, chiamò nel 1960 “come-dressed-as-the-sick-soul-of-Europe party” il genere di film sullo stile della Dolce Vita. La Grande Bellezza si inserisce comodamente in questo solco: è l’ennesimo film sulle feste senza che vi sia più nessun rito da officiare, se non la perdita di sacralità assoluta della contemporaneità, ed è l’ennesimo film sulle feste che riscuote un certo successo. Cosa sono i party dati da vecchi scarponi, da giovani rampolli arricchiti e da circoli pseudoesclusivi se non la manifestazione più alta del puro nulla, della straordinaria arte del velleitarismo instancabile, che va periodicamente in scena col solo scopo di “guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro…”, come afferma l’oracolo Jep? La festa della Grande Bellezza, questa logorrea di grandi dichiarazioni di intenti (le citazioni di cui sopra) risolte con esiti altalenanti, che caratterizza in egual misura l’ambizioso regista e i suoi personaggi, incarna l’enorme sperpero di talento di ciascuno di noi, dell’eredità dei padri spesa in chiacchiere, in alcol e in produzioni cinematografiche senza più radici (un confuso Sorrentino ha però l’ardire di affermare, tramite Suor Maria, che quest’ultime “sono importanti”). Da questo punto di vista, la pellicola appare una perfetta messa in scena non solo della romanità, non solo dell’Italia, ma di tutta la modernità. “So’ belli i nostri trenini, perché non vanno da nessuna parte” affermano all’unisono un amaro Jep, un compiaciuto Sorrentino, il pubblico gaudente e le giurie votanti, all’insegna del più narcisistico nichilismo. Che nel 2014 si conferma utile lasciapassare per ritirare premi e approvazioni.

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