Tag: narcotraffico

SCHEI
L’oppio è la religione dei popoli
(dai Vikings al Fentanyl)

Esempio: tuo figlio è un ragazzino. La sua passione è giocare a Mortal Kombat, uno dei videogiochi più violenti del mondo, in cui non solo puoi uccidere, ma mutilare i tuoi nemici. Ci gioca ossessivamente, anche di notte. Quando lo hai scoperto, gli hai messo il parental control, ma lui in due e due quattro lo ha eluso, perchè di tecnologia ne sa mille volte più di te. Allora gli hai tolto il computer, ma lui ha iniziato a giocare sul pc del suo amico del cuore. Allora gli hai vietato di andare a casa del suo amico del cuore, e lui ha iniziato ad odiare te, non più i suoi nemici virtuali. Te, suo padre.

Se i milioni e milioni di software Mortal Kombat fossero sequestrati tutti e non se ne trovasse più nemmeno uno in circolazione, tuo figlio ed i milioni di altri figli che ci giocavano dirotterebbero la loro ossessione su un altro gioco: altrettanto eccitante, altrettanto violento. Vietare, sequestrare una cosa la cui richiesta è enorme, produce l’unico risultato di innescare una escalation verso qualcosa di ancora più violento, eccitante, dannoso, proibito. La proibizione, poi, aggiunge un tocco di fascino supplementare ad una cosa di per sè attraente: la rende irresistibile. Una cosa non ti chiedi, l’unica cosa che dovresti chiederti: perchè tuo figlio lo fa. Ma questa è una domanda troppo difficile, perchè mette in discussione te stesso, le tue inadeguatezze, le tue dipendenze.

La legge della domanda e dell’offerta è un assioma della microeconomia. Se la domanda di un bene è alta, l’offerta di quel bene si adeguerà sempre alla domanda, fino a soddisfarla (quasi) integralmente. Quasi, perchè ci sarà sempre qualcuno che non la troverà, pronta, a sua disposizione, e sarà disposto a (quasi) tutto pur di procurarsela.

In questi giorni a Ferrara le forze dell’ordine hanno (giustamente) sbandierato la conclusione di una operazione di polizia che ha portato al sequestro di notevoli quantità di droga e all’arresto di una banda di individui nigeriani denominata “Vikings”. Nel frattempo il consumo di droga ed i morti per overdose in città sembrano essere tornati ai livelli degli anni ’90. Fuoriluogo, il magazine sulle politiche di contrasto al consumo di Forum Droghe (associazione che si batte per la riforma delle politiche di lotta alle droghe), ospita una drammatica testimonianza di Neil Woods, ex poliziotto sotto copertura e membro di Law Enforcement Action Partnership (LEAP), organizzazione internazionale composta da professionisti delle forze dell’ordine, passati e presenti, che si battono per le riforme della legge sulla droga. Non possiamo che citare testualmente l’articolo:

“Le polizie di tutto il mondo sanno che immagini come queste sono un inganno” dice Woods riferendosi alle prime pagine dei giornali con le foto delle sostanze sequestrate. “I dirigenti delle Polizie amano questa attenzione dei media” prosegue, perchè “possono migliorare le loro statistiche e spingere per aumentare i loro budget” mentre “i politici la usano per convincere tutti che le loro politiche stanno funzionando e i giornalisti sanno che le storie di droga generano sempre clic.”

“Ma c’è uno sporco segreto che ogni poliziotto in queste foto conosce” rivela Woods: “non importa quanto siano impressionanti i sequestri, non fa assolutamente alcuna differenza per il traffico di droghe. Non solo non diminuiamo mai l’offerta di droga, ma questi sequestri sono parte attiva dell’incremento della violenza. Se elimini un grosso spacciatore, tutto ciò che fai è istigare una guerra per il territorio.” E come più volte richiamato nel nostro Libro Bianco sulle Droghe “in questa guerra, sono i criminali più violenti e spietati che salgono al vertice.”

In un suo rapporto, la National Crime Agency (corrispondente britannico della FBI) afferma: “…siccome c’è una base di utenti disposta a spendere milioni e milioni di sterline in droghe…avremo un problema con le droghe illecite in questo paese. Non possiamo pensare di risolvere il problema arrestandoli tutti. Dobbiamo affrontare i fattori che lo alimentano”.

Non c’è nemmeno bisogno di tradurre in parole povere il concetto. Fino a che ci sarà una richiesta enorme di consumo di queste sostanze (domanda), il mercato si adeguerà producendole e commercializzandole, seppure in maniera illegale (offerta), e le operazioni che sgominano le bande criminali serviranno a spianare il terreno a organizzazioni sempre più spietate che ne prenderanno il posto nel governo del traffico – fino a quelle che sfruttano i bambini per lo spaccio.

Neil Woods non è un testimone qualunque, perchè non è stato un poliziotto qualunque. Per 14 anni ha agito sotto copertura infiltrandosi nelle bande di narcotrafficanti. Se uno che ha dedicato la propria vita professionale alla “War on Drugs” ti dice che è inefficace, che il problema sta nella domanda di sostanze, non te lo sta dicendo un tuttologo da tastiera, e nemmeno uno studioso che analizza il fenomeno da un punto di vista saggistico o accademico. Se te lo dice uno come Neil Woods, con la sua storia e la sua esperienza diretta, le sue parole hanno un peso speciale. Non possono lasciare indifferenti.

La dipendenza da qualcosa (una persona, un oggetto, un gioco) è un fenomeno che, in misura maggiore o minore, riguarda ciascuno di noi. A volte non è facile stabilire il confine tra una cosa che ci piace e una cosa che ci allontana dal dolore. Non è facile stabilire se dipendiamo da qualcosa perchè ci procura piacere o perchè senza di essa saremmo perduti, piagnucolanti, finiti. La richiesta di sostanze che diano eccitazione o che tolgano il dolore è un fenomeno mondiale di dimensioni impressionanti. La domanda di droghe legali, illegali, pubblicizzate o bandite eppure disponibili, è altissima, in alcune regioni del mondo è fuori controllo. Già questo basterebbe a considerare quanto sia vano lo sforzo per colpire l’offerta di droghe illegali, fino a che milioni di persone decideranno di colmare i buchi della loro esistenza ingerendo, inalando o iniettandosi sostanze che li facciano sballare, che li anestetizzino o che li eccitino al punto da diventare delle instancabili, implacabili macchine che producono affari o stuprano donne, con la tragica incoscienza della actio libera in causa. Liberi professionisti, padri di famiglia, dirigenti, praticanti della Messa domenicale, studenti, manager, artisti di successo, operai. Il discorso sulle sostanze si allarga ben oltre la cocaina. Michael Jackson è morto per un’intossicazione acuta da Propofol, un farmaco che gli anestesisti conoscono bene, perchè oltre a indurre anestesia porta il paziente operato ad uno stato di disinibizione tale da consigliare di tenerlo al riparo dai familiari per alcune ore dopo l’intervento, ad evitare confessioni indesiderate. Prince è morto per una intossicazione da Fentanyl, un analgesico più potente della morfina, un oppioide sintetico per il quale non ha nemmeno più senso dire se è legale o illegale: è legale se somministrato sotto controllo medico, ma è anche illegale se si considera che è una delle sostanze più spacciate al mondo, che ha fatto negli Stati Uniti 200.000 morti negli ultimi sei anni. Sono numeri che rendono evidente come questi oppioidi non vengano utilizzati solo per curare il dolore severo di tipo fisico, ma anche o forse soprattutto quello psicologico, emotivo. Il premio Nobel per l’economia Angus Deaton ha pubblicato un corposo studio sul tema (“Deaths of Despair and the Future of Capitalism”, Princeton University Press, 2020). Questa ‘”epidemia” del male di vivere colpirebbe prevalentemente americani bianchi della classe media o operaia e con un livello basso di istruzione; ma, come appare dagli illustri esempi che ho citato, anche i ricchi e famosi ricorrono all’oppio di ultima generazione, fino a morirne per overdose. Ci sono case farmaceutiche, come Johnson&Johnson e Purdue, condannate a risarcimenti plurimilionari per le aggressive campagne di marketing con le quali hanno spinto i medici a prescrivere queste sostanze in maniera indiscriminata. (Nel 2015, un terzo di tutti gli adulti, negli Usa, ha ottenuto una prescrizione di medicinali a base di oppioidi. Parliamo di 98 milioni di persone).

Far fallire la Johnson&Johnson però non è la soluzione al problema, così come non lo è catturare i Vikings a Ferrara o decapitare il cartello di Medellin, o arrestare “El Chapo” Guzman. Pur nutrendo il massimo rispetto per chi porta a termine queste attività di contrasto al grande narcotraffico, mi viene in mente l’immagine del bambino che appare a Sant’Agostino cercando di rimuovere l’acqua del mare con una conchiglia. Il problema gigantesco che innerva la nostra vita sociale non è la disponibilità di droga, è la mancanza di un senso. La frase di Karl Marx “la religione è l’oppio dei popoli” suona ancora più inquietante in una versione aggiornata, che si può ottenere semplicemente invertendo l’ordine di due vocaboli: l’oppio è la religione dei popoli.

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L’Emilia crocevia della droga, anche Ferrara nella rete del narcotraffico

“Rimanendo invariato l’attuale trend ci porterà a mercati nei quali, progressivamente, i beni ed i servizi che acquisteremo ed il lavoro che avremo, ci saranno, in larga parte, forniti dalla emanazione di associazioni criminali. Dunque, il rischio è che la nostra democrazia liberale si trasformi in democrazia criminale, nella quale, le persone oneste che vogliono mettersi sul mercato ed iniziare una qualsiasi attività economica parteciperanno ad una gara truccata”.
Democrazia criminale: dovrebbe essere un ossimoro. Eppure è l’allarme lanciato nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia a inizio 2018. Basta riflettere solo un momento sulla capacità corruttiva che una liquidità “quasi illimitata” può garantire. Una liquidità assicurata dal narcotraffico, come sostiene l’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia (febbraio 2018): “l’economia illecita delle mafie si alimenta in primo luogo dei lucrosi proventi del narcotraffico”. Secondo i dati 2016 di Unodc – United Nations Office on Drugs and Crime – il giro di affari del narcotraffico supera i 560 miliardi di euro a livello globale e in Italia i 30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.

Ma cosa c’entra la ridente, benestante Emilia Romagna con questi loschi scenari del crimine internazionale? C’entra perché, come ha dimostrato il processo Aemilia conclusosi lo scorso ottobre, i nostri territori ormai sono ‘fortini’ conquistati alle organizzazioni mafiose e Bologna è “crocevia dei traffici di droga”.
‘Bologna crocevia dei traffici di droga’ è il titolo di un dossier, a cura di Libera Bologna e Libera Informazione, uscito nello scorso maggio, che evidenzia alcuni dei maggiori cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. Il settore del narcotraffico, insieme a quello dei giochi e delle scommesse illegali, è una delle attività economico-criminali ad alta complessità organizzativa. Inoltre la portata degli interessi in gioco è tale da far prevalere, tra camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, la convenienza di una spartizione concordata dei profitti illeciti piuttosto che puntare a posizioni monopolistiche che potrebbero determinare situazioni di contrasto” (fonte: relazione della Direzione investigativa antimafia al 1° semestre del 2016). Infine si è creata una sinergia tra diverse organizzazioni criminali con ramificazioni internazionali per la gestione delle fasi di approvvigionamento delle droghe che rende ancora più complesse le attività investigative. Per esempio, la ‘ndrangheta vive di rendita, non organizza neanche più i trasporti: è un broker. Le poche volte in cui sono direttamente gli ‘ndranghetisti a comprare, le condizioni sono di assoluto favore: possono pagare dopo oppure non pagare il carico se viene sequestrato, due privilegi enormi per il narcotraffico, perché si azzera il rischio d’impresa. È accertato poi che la ‘ndrangheta, per ridurre i rischi di sequestro della merce nei porti calabresi, sottoposti a pressanti controlli delle forze di polizia giudiziaria, si avvale sempre più di gruppi criminali stranieri che controllano le aree portuali di altre regioni italiane. Quali sono? Per esempio l’Emilia Romagna, dove c’è una nuova rotta marina tracciata dalla criminalità organizzata albanese: tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre 2017, in due distinte operazioni antidroga effettuate dai Carabinieri, sono state sequestrate complessivamente oltre 5 tonnellate di marijuana trasportate su gommoni e scaricate lungo il litorale di Ferrara e di Ravenna. Insomma, la costa adriatica romagnola, dopo quella pugliese e marchigiana, sta diventando di particolare interesse.

Premettendo che i sequestri operati dalle forze di polizia territoriali rappresentano, mediamente, una percentuale di circa il 15-20% del totale delle droghe immesse sul mercato nazionale, questi sono i dati dei sequestri di stupefacenti (sia pure provvisori) effettuati nella prospera Emilia Romagna nel 2017: 15.334,09 kg. Un dato decuplicato rispetto solo all’anno prima. E nel 2018, stando ai primi dati ‘in lavorazione’ alla Direzione Centrale per i servizi antidroga, “la situazione in regione sul narcotraffico è destinata a peggiorare e non si vede, allo stato attuale, nessuna ragionevole iniziativa per arginare un fenomeno criminale così devastante”. A scriverlo, nel dossier di Libera Bologna, è Piero Innocenti, ex dirigente della Polizia di Stato, direttore del Servizio Affari Internazionali e Servizio Operazioni Antidroga della Dcsa.
A Bologna nel 2017 alla data del 1 ottobre sono 1.281,835 i kg sequestrati, di cui circa 30 kg di cocaina, 12 kg di eroina e la parte restante di hashish (oltre 900 kg) e di marijuana. Sul dato del 2017 incidono però notevolmente i sequestri avvenuti sulle coste di Ravenna, di Ferrara e nel territorio di Parma: tre ingenti quantitativi di marijuana in buona parte di provenienza albanese per complessive 12,5 tonnellate circa destinate ai ‘rifornimenti’ di altre piazze.
E, infatti, se il primato 2017 spetta alla provincia di Parma con 8.323,390 kg di merce sequestrata, di cui 8.153 kg di marijuana, intercettati a febbraio, e la seconda posizione va a Ravenna con 2.561,541 kg – in prevalenza di marijuana (2,4 ton) ma anche 5,5 kg di eroina, 4,5 kg di cocaina e 236 piante di cannabis – la ‘nostra’ Ferrara si colloca al terzo posto con 2.243,621 kg di cui circa 1 kg di eroina, poco più di mezzo chilogrammo di cocaina, 912 piante e 147 persone denunciate all’autorità giudiziaria, di cui 71 stranieri (il 48%).

Cosa fare poi di questa enorma quantità di denaro a disposizione? Una volta soddisfatte le esigenze di finanziamento delle attività criminali tout court, le mafie hanno la necessità di ripulire i fondi illeciti per ricollocarli nell’economia legale, e parallelamente, quella di occultarne la provenienza delittuosa. L’ammontare delle segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio trasmesse alla Unità di Informazione Finanziaria (UIF) da parte di intermediari, professionisti ed altri soggetti obbligati nelle sole province dell’Emilia Romagna per l’anno 2017 è stato il seguente: Bologna 1.502; Modena 991; Reggio Emilia 830; Parma 804; Rimini 622; Ravenna 470; Forlì Cesena 482; Piacenza 382. Ferrara, questa volta, è fanalino di coda con 255 segnalazioni.
Le modalità di infiltrazione nell’economia legale sono diversificate. Accanto alle imprese mafiose, sorte ab origine da fondi illeciti, esistono e hanno ormai un ruolo di canale di riciclaggio privilegiato, soprattutto al Centro-nord, le imprese a partecipazione mafiosa, cioè quelle che pur essendo nate nel rispetto della legalità hanno visto in seguito una compartecipazione criminosa oppure hanno acconsentito all’entrata nella compagine sociale di ‘soci occulti’. C’è poi il settore degli appalti pubblici: l’organizzazione non si serve della forza intimidatoria di uomini armati, ma ricorre all’enorme quantità di denaro accumulato per foraggiare funzionari compiacenti e per pagare l’assistenza di soggetti che non appartengono direttamente al sodalizio criminale, ma che rivestono ruoli chiave nelle società, nella finanza e nel commercio. Aemilia docet.
Oggi inoltre la criminalità organizzata può giovarsi di opportunità e tecniche di riciclaggio mai sperimentate nel passato, favorite soprattutto dall’integrazione dei mercati, dalla liberalizzazione della circolazione dei capitali e dalle potenzialità offerte dal web: le valute virtuali, come per esempio bitcoin, forniscono un nuovo strumento di riciclaggio per i criminali, consentendo loro di far circolare e conservare fondi illeciti, nell’assoluto anonimato. Urge una regolamentazione legislativa del settore, possibilmente a livello internazionale, anche e soprattutto penale.

Ecco che dall’economia si passa alla democrazia. Dalla democrazia liberale alla democrazia criminale. E allora la domanda diventa: quanto il narcotraffico incide non solo a livello economico, ma anche a livello di democrazia?
E la risposta la si può leggere ancora nella relazione della Dna: “la partita del contrasto al narcotraffico rimane decisiva. Non solo perché è indispensabile frenare e contenere un fenomeno, quello della diffusione degli stupefacenti, che ha riflessi assai rilevanti su beni di primario rilievo costituzionale quali la salute e l’ordine pubblico”, ma perché “contrastando il narcotraffico, in modo adeguato, si prosciuga la principale risorsa finanziaria delle grandi organizzazioni criminali e, fra queste, di tutte le mafie e di vari sodalizi terroristici […] si diminuisce la forza, l’efficienza, la capacità criminale, la capacità corruttiva, in una parola, la ricchezza, di tali organizzazioni e di tutta la complessa filiera che vi gira intorno”.

Per leggere il dossier ‘Bologna crocevia dei traffici di droga’ clicca QUI

Di narcotraffico in Emilia Romagna si parlerà lunedì 26 novembre alle ore 21 a Factory Grisù nell’incontro “Droghe: tra narcotraffico e spaccio in Emilia-Romagna” organizzato da Libera Ferrara.
Clicca QUI per visualizzare la locandina dell’iniziativa e QUI per la pagina fb dell’evento

La guerra sporca di Duterte

di Federica Mammina

Il mondo è disseminato di guerre e conflitti di ogni tipo: ci sono le guerre religiose, quelle contro certe etnie, per impossessarsi di materie prime preziose e le guerre fra poveri.
Anche nel lontano paese delle Filippine, dal 2016, se ne sta combattendo una: la “guerra contro la droga”. Un nome ingannatore che potrebbe far pensare ad una giusta lotta contro i signori della droga, con lo scopo di salvare le persone da questa terribile dipendenza e dallo sfruttamento di delinquenti senza scrupoli. L’obiettivo di sradicare il commercio e il consumo di droghe illegali è quello che ha proclamato il presidente Duterte nel maggio 2016 non appena eletto, ma che di fatto si è tradotto in una guerra indiscriminata contro spacciatori, consumatori di droga e persone innocenti. Una guerra condotta con mezzi illegali, senza processi e con esecuzioni sommarie. La stessa polizia, cui il presidente ha garantito piena immunità, ammette di aver ucciso migliaia di persone (alcune fonti parlano di almeno 7000 vittime), ed in molti casi è stato dimostrato che il ricorso all’uso della forza non fosse affatto necessario.
Il substrato di questa guerra è la profonda stortura del voler colpire, al pari dei narcotrafficanti, anche i tossicodipendenti, che Duterte ha paragonato, in uno dei suoi tanti deliranti discorsi, agli ebrei, esprimendo il desiderio di sterminarli tutti proprio come fece Hitler.
Ma se dal passato abbiamo veramente imparato qualcosa, quante migliaia di persone devono morire prima di intervenire e porre fine a questo sterminio? Dobbiamo sempre aspettare di guardarci indietro per indignarci di tali aberrazioni?

Morire di giornalismo: raccontare la guerra per lavoro

di Diego Gustavo Remaggi

Spesso immagino i reporter di una volta, Tiziano Terzani, il Vietnam, Joker, Rafterman, la scuola di capitan Gennaio, i loro quaderni sporchi di terra, diventati laceri, talvolta macchiati dall’umidità. Ma voi immaginate le storie dell’Afghanistan, dell’Iran, di Nuova Delhi, dei campi di lavoro russi, gli arcipelaghi Gulag?
A Malala Yousafzai, mentre scriveva a 12 anni nel suo blog del regime dei talebani pakistani, hanno sparato in testa non riuscendo però ad uccidere né lei, né i suoi quaderni, anzi, le hanno fatto guadagnare un premio Nobel per la pace che è servito solo a ricordarle di essere ancora in guerra contro chi le vuole male. A Sean Penn hanno dato il compito di raccontare la storia di El Chapo Guzman, che nei cartelli del narcotraffico centro americano era molto di più di un re fuggito da una prigione.

I giornalisti occidentali raccontano dalle loro precarie condizioni di sicurezza le storie di tante piccole persone che si muovono e corrono in un mondo davvero strano per loro, inseguiti da maledizioni religiose, da scomuniche pastorali o da diritti costituzionali o semplicemente da odio.A Kenji Goto, reporter giapponese, ma freelance per diverse testate occidentali, hanno tagliato la testa. Un emissario dell’Isis con accento inglese lo ha sgozzato senza pensarci due volte, o magari riflettendoci su, affilando la lama assaporando la libido, facendolo e basta. Reporter senza frontiere dice che lo scorso anno tre quarti dei giornalisti uccisi si trovavano in paesi “teoricamente” in pace, il 2% di loro erano donne. Ma al di là dei dati, non vi fa sorridere sapere che uno dei posti più pericolosi dove lavorare è stato la Francia?

Immaginatevi questo: una mattina avete appena preso carta e matita per disegnare la vostra vignetta settimanale e una raffica di proiettili stermina la vostra redazione, quella di un periodico che si chiama Charlie Hebdo, che sputa irriverenza sulla testa di tutti e lo fa così bene da essersi messo contro migliaia di esagitati integralisti. Voi sopravvivete e ora uscite solo sotto protezione e sinceramente, non vi meravigliate quando a metà novembre fanno fuoco sul Bataclan o nel centro di Parigi; all’orizzonte dei campi Elisi c’è quello stesso cielo fumoso della scena finale di Full Metal Jacket, e a vederlo, forse non siete solamente voi.

Non vi aspettate nulla di diverso nemmeno da Mosul, che da 2 anni è sotto il controllo dello Stato Islamico. Dicono che in questa città del nord dell’Iraq ci sia stato un vero buco nero dell’informazione, anche ora che i curdi e le forze alleate stanno per riconquistarla; qui i Taglia Gole sono stati responsabili, in un anno e mezzo, di una cinquantina di rapimenti e 13 esecuzioni pubbliche di reporter, gli inviati stanno tornando timidamente adesso, alle spalle dei carri armati, i pochi rimasti non avevano alcuna possibilità di comunicare con l’esterno, i contatti sono ed erano tutti accuratamente tagliati dall’Isis e con essi anche ogni singola via di comunicazione, internet o giù di lì.

Il Messico continua ad essere il paese dell’America latina con il maggior numero di cadaveri di giornalisti. Lo scorso anno ne sono stati uccisi otto, di cui cinque per ragioni ancora da chiarire. Per chi volesse passare un weekend da quelle parti e mettersi a fare qualche indagine sui cartelli del narcotraffico, l’Odg sconsiglia fortemente le zone a sud di Veracruz e Oaxaca, dove è segnalata anche una forte corruzione tra crimine, politici e polizia locale, dopo la morte di Ruben Espinosa a Città del Messico, a dir la verità, Reporter senza frontiere, dice che non esiste più un posto sicuro in Messico. Occorre farsene una ragione e non imitare assolutamente Sean Penn.

Da un certo punto di vista non vi potete dire sicuri nemmeno se evitate di fare 2 anni di praticantato e mantenete la vostra sacra nomea di blogger per la pace.
Quattro simpatici scrittori sono stati semplicemente uccisi nel giro di dodici mesi in Bangladesh: avevano la colpa enorme di essere prima di tutto laici e poi di sostenere la libertà di parola, di pensiero, di tolleranza all’interno dei propri blog. Ansar al-Islam, una poco rassicurante sezione locale di Al-Quaeda e Ansarullah Bangla Team (nome assolutamente da film) si sono presi la briga di dichiarare le proprie responsabilità nelle uccisioni, alcuni dei loro aderenti sono stati arrestati e condannati, nulla di nuovo sul fronte del subcontinente indiano.

Hindiya Mohamed è una delle ultime vittime in Somalia (ricordate Ilaria Alpi?). Lo scorso 3 dicembre Hindiya stava tranquillamente – ehm… tranquillamente – accendendo la sua auto per recarsi al lavoro come ogni giorno, quando improvvisamente, assieme al boato di un ordigno, tutto è saltato in aria in pochissimi secondi. Non è la prima volta che accade a Mogadiscio. Non sarà l’ultima. Il marito di Hindiya, Liban Ali Nur, lo hanno ucciso solo tre anni prima sempre gli islamisti ribelli di Al Shabaab.
Il problema è che nessuno in Somalia sembra voler indagare o condannare questi omicidi e questo incoraggia molti terroristi a non preoccuparsi di come e dove mettere a segno i prossimi colpi, soprattutto a discapito dei reporter, dei fotografi e degli operatori. Il governo somalo, dal canto suo, ha detto più volte che la sicurezza dei giornalisti non è una priorità.
Reporters Senza Frontiere ha più volte scritto al Segretario Generale dell’Onu, al Consiglio di Sicurezza, all’Assemblea Generale per far aumentare i meccanismi di protezione nei confronti dei giornalisti di tutto il mondo. Secondo RSF l’Onu dovrebbe farsi carico di una rappresentanza speciale per la sicurezza di centinaia di giornalisti e dovrebbe riportare i crimini compiuti nei loro confronti alla Corte penale internazionale così come è già successo per i reporter in area siriana e dell’Iraq lo scorso anno.

Il problema è che ancora non sappiamo se il Consiglio di Sicurezza riuscirà a garantire la pace e la sicurezza in quelle aree totalmente fuori controllo, è già abbastanza complicato per la Corte penale fare chiarezza per i crimini compiuti sulla pelle dei giornalisti che di fatto non stavano lavorando in aree sottoposte alla giurisdizione internazionale e quindi non perseguibili.

Ogni volta che parlo di guerra immagino Terzani a scrivere dal Vietnam. Immagino lui ma anche tutti quei giornalisti e tutti coloro che hanno scritto di fucili e bombe da posti che nemmeno esistono più. Vorrei che tutti fossero al sicuro adesso, assieme ai loro quaderni, appunti, disegni, e assieme alle loro famiglie, ai loro sogni.
Vi siete mai chiesti quanto sono importanti loro per noi?
Potete iniziare a farlo, pensando a tanti che ci hanno lasciato, leggendo magari qualcosa proprio di quell’uomo con la barba vestito di bianco nella valle di Orsigna, un giornalista che scriveva lettere contro la guerra e sosteneva che il rimedio per sconfiggere l’odio era sorridere.
Ah, il giornalismo!

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