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La distanza tra me e il ciliegio
Un romanzo di Paola Peretti

La distanza fra Malfalda, bambina di dieci anni che sta giorno dopo giorno scivolando nel buio, e il ciliegio è fatta di metri e passi che si riducono sempre di più, fino a diventare un grande abbraccio. La distanza tra me e il ciliegio (Rizzoli) di Paola Peretti è stato un caso editoriale, tradotto in diverse lingue e chi lo ha scritto è una giovane donna che si è raccontata con delicatezza, con un sorriso che si coglie anche al telefono.
La vita di Mafalda sta cambiando, attorno a lei il mondo sbiadisce, il grigio subentra ai colori, ma i sensi si fanno più forti, decisivi, una bussola che la orienta nello spazio ma anche verso le persone giuste e verso il ciliegio che, alla fine, sarà la sua grande conquista.
Paola, che cos’è il ciliegio?
“E’ il fine, è il punto al quale tutti arriviamo grazie alle circostanze, anche grazie all’aiuto degli altri, ma soprattutto grazie a noi, alle nostre decisioni, alle scelte che facciamo quando siamo soli”.
Mafalda è una bambina che inizia a sentire più degli altri, riesce a sentire l’odore di quando qualcuno piange, il suo tatto si affina, e il suo terzo occhio, di cui è consapevole, vede oltre tutto. Mafalda arriva ad avere capacità più grandi degli altri, nonostante il buio. E noi?
“Emozioni e sensazioni arrivano a Mafalda e lei, grazie a questi sensi sviluppati, coglie ciò che la circonda, coglie la profondità degli altri. Quanto al terzo occhio, il pubblico che ho incontrato durante le presentazioni, mi ha fatto comprendere che lo abbiamo tutti, e che forse è quella stella un po’ oscurata che non riusciamo vedere o non vogliamo, ma in realtà tutti la portiamo dentro. Si tratta solo di darle voce”.
Mafalda impara l’essenziale, cioè quel nucleo spogliato dell’inutile ma anche ciò di cui non può fare a meno. Cos’è l’essenziale?
“Mafalda è arrivata a una sua risposta, l’essenziale sarà ciò senza il quale non potrà vivere e che dovrà portare con sé, Mafalda ha ben presente cosa sarà”.
Accanto a Mafalda, oltre ai genitori, una figura di aiutante, Estella, che accompagna la bambina verso la conquista del ciliegio, il suo sogno.
“Estella è il mio omaggio a Dickens e a Estella, personaggio del romanzo Grandi speranze, ma è anche un omaggio alle donne della mia famiglia, donne forti che ho avuto accanto. Estella è un mentore, a volte è anche brutale ma essenziale, appunto, per la formazione di Mafalda che deve imparare ad accettare grandi cambiamenti nella sua vita”.
Perché hai scelto di rendere protagonista una bambina?
“Fare parlare e muovere una bambina di dieci anni mi permetteva di utilizzare una voce più leggera, anche se non è stato semplice rimettermi nei panni di una bambina. Ho fatto ricorso all’esperienza che ho avuto come insegnante a bambini stranieri che sono stati una grande risorsa per scrivere questo libro”.
Nel libro arriva un momento magico, quasi fiabesco, una notte in cui Mafalda sperimenta, scappa, cresce. Ma poi arriva l’alba e qualcuno ad abbracciarla.
“Il suo buio è il momento di crisi che arriva nella via di tutti, Mafalda decide di non soccombere e attraversarlo attrezzandosi che con tutte le forze che ha”.

La grattugia gialla

— Non c’è, — disse Marco accucciato davanti all’armadietto aperto, ispezionando l’interno con lo sguardo.
— Guarda meglio. Vedrai che c’è, — lo esortò Alessandra, ritta dietro di lui, con le mani sui fianchi.
— Non c’è, non c’è… — ribadiva Marco, spostando appena e in punta di dita le prime cose sul davanti.
— Cerca bene, sono sicura che c’è.
— L’abbiamo buttata.
— Impossibile! Era funzionante! Non vedi nulla di giallo?
— L’abbiamo buttata, non c’è!
— E quella cosa gialla laggiù? — fece Alessandra arcuando lo sguardo e scorgendo uno spiraglio giallo dietro una moka senza manico e una caraffa thermos mai-usata-ma-non-si-sa-mai nella parte più recondita dell’armadietto, a destra.
— Una cosa gialla, una cosa gialla… ah, quella là dietro, dicevi? — esordì Marco che fino all’ultimo aveva finto di non vederla. Fu costretto ad estrarre tutti gli oggetti in prima e seconda fila, inutilizzati da almeno dieci anni, lasciati lì a prendere polvere, come ripeteva sovente a sua moglie, sperando di sollecitarla a liberarsene. Sul pavimento radunò riviste, manuali da cucina e foglietti sparsi, tazzine, bicchieri e piatti scompagnati, contenitori e coperchi di tutte le dimensioni, accessori di robot da cucina ormai smaltiti, e: — Questa, intendevi? — domandò traendo fuori una grattugia in plastica.
— Ecco! Te l’avevo detto che non l’avevamo buttata! — esultò Alessandra, prendendola in mano e esaminandola quasi fosse una ceramica preziosa. — Ma senti che plastica! Senti com’è resistente! Non ne fanno più di così spesse! Questa è plastica che dura nel tempo, non si deforma e non si spezza, non come quelle di adesso che sembrano di vetro! — esclamava la donna, dando colpetti sulle spalle del marito inginocchiato e intento a reintrodurre nell’armadietto tutto ciò che aveva estratto, nel vano tentativo di ripristinare l’originario incastro.
— Sì, sì, ho capito, — borbottava Marco, pentendosi di non aver dato aria anche a quella “cosa”, come aveva fatto con tanti oggetti inutili che intasavano gli armadietti e i cassetti e con diversi soprammobili accatastati sulla credenza in sala che la donna si ostinava a conservare, quasi la loro perdita fosse inconcepibile. Invece, della loro sparizione (che lui attuava sottraendo un oggetto alla volta, meticolosamente) lei neppure se ne accorgeva e aveva solo il vago sentore che lì, una volta, ci fosse “più pieno”… — Ormai, — continuò il marito, — sarà talmente appiccicosa che dovrai buttarla.
— Buttarla? Scherzi? Basterà lavarla e funzionerà a meraviglia!
— Ma a cosa ti serve? Non avevi già una grattugia? — chiese l’uomo, mentre prendeva mentalmente nota degli oggetti crepati o inservibili.
— Devo macinare delle fette biscottate sbriciolate.
Marco si voltò a guardarla. — Fammi capire. Tutta questa fatica per tre fette biscottate?
— Quattro fette, — precisò lei. — Stasera faccio le cotolette. Mi serve il pangrattato per l’impanatura.
— E questo cosa sarebbe? — fece Marco alzandosi in piedi e esibendo una confezione di pangrattato della Mulirosso, estratto dall’armadietto pensile.
— Sì, lo so che c’era. Mi servirà anche quello. Farò un misto, così non si avvertirà quella punta di zucchero. Non farai mica lo schizzinoso, vero? Lo sai che non bisogna buttare via niente! Non te l’ha insegnato la mamma? Si buttano via solo le cose vecchie e rotte.
— In questo caso… — concluse Marco, afferrando la moglie per i fianchi e trascinandola verso la pattumiera.
— Stupido! — strillò Alessandra, puntando i piedi e divincolandosi. Poi, mugugnando, andò verso l’acquaio e incominciò a smontare la vecchia grattugia di plastica gialla, continuando a magnificarla, ricordando a gran voce quante volte l’aveva usata per tritare il pane secco. E le tante cotolette preparate quando, in tempi di stipendio magro e con due bambini in crescita, da due fette di petto di pollo ne ricavava quattro che, passate nell’uovo e impanate più volte, sarebbero diventate delle “signore porzioni” per accontentare occhi e stomaco — una furbata.
Mentre la moglie era di schiena all’acquaio, Marco si accinse a spazzare la “polvere dei secoli” uscita dall’armadietto insieme alle carabattole. E intanto pregustava la soddisfazione di scartare quelle cianfrusaglie di cui aveva preso nota — una alla volta, meticolosamente — nascondendole in cantina, per poi un giorno, senza farsi vedere dalla donna, caricarle nel bagagliaio dell’auto e portarle alla stazione ecologica. Qui sarebbero state avviate all’inceneritore oppure riciclate per ritornare in commercio sotto chissà quale forma. E già s’immaginava lo stupore della moglie, la volta che le avrebbe cercate e non più trovate. E la sua faccia tosta quando, all’accorata domanda di lei, avrebbe giurato e spergiurato, mano sul cuore, di non sapere assolutamente che “fine” avessero fatto. Il che — si giustificava candido — non sarebbe stata una bugia…

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

Selvaggio è il cuore
L’amore raccontato nel Messico della rivoluzione è l’ultimo romanzo di Nicoletta Canazza

Un contesto rivoluzionario in cui si muovono uomini di ideali e donne di volontà. Selvaggio è il cuore è l’ultimo romanzo di Nicoletta Canazza, per la collana Literary Romance. La giornalista de Il Gazzettino, che ha già pubblicato romanzi, racconti e scritto sceneggiature, ama definire ‘rosa’ questo romanzo in cui tutti i canoni del genere sono rispettati, ma le sfumature sono anche altre. È la storia di un’epopea familiare che vive nel Messico di inizio Novecento ed è la vita di donne che rifiutano un futuro preordinato, già deciso e fanno scelte di libertà e di stile molto moderne.
Selvaggio è il cuore è frutto di una revisione dopo essere stato nel cassetto per un po’ di tempo, i mesi di lavoro da casa e di confinamento sono stati l’occasione per dare vita a una storia nata anni prima.
“Il romanzo era quasi compiuto – mi racconta Nicoletta durante una presentazione a una rassegna letteraria –, quando l’ho ripreso in mano i personaggi hanno iniziato a parlarmi, quasi a chiedere che questa storia venisse finita e mandata al suo destino, così l’ho sfoltito e terminato”. E una casa editrice ha subito risposto, mandando in stampa il romanzo. I personaggi si muovono tra scenari esotici evocativi, ciascuno di loro porta in dote intrecci e vite parallele che infittiscono la storia, ma il nucleo centrale è l’amore, fatto di passione e allontanamenti, compromessi e abbandoni. Gabriel ed Helena si cercano, si scelgono e sono complici, di loro Nicoletta fa parlare gli occhi, perché può non servire altro a mandare avanti le situazioni.
“Credo che l’incontro tra due amanti – spiega Nicoletta – debba essere descritto più con l’allusione che con il dettaglio, come al cinema: le cose si devono intuire senza bisogno di spiegarle, questo rende più complice il lettore e più interessante la narrazione”.
In un precedente romanzo, Tanto non ti amerò, ambientato ai giorni nostri, Nicoletta affonda nella disaggregazione suprema a cui una famiglia può arrivare, perché la freddezza del calcolo soppianta il calore del nucleo originario, e così anche in Selvaggio è il cuore, è la famiglia che tutto può, ma anche tutto distrugge, un punto centrifugo e centripeto insieme.
“Le famiglie sono microcosmi in cui avviene di tutto, basta leggere la cronaca, mi ha sempre interessato cogliere certi meccanismi di conflitto che possono sorgere tra consanguinei e in questo romanzo intreccio l’amore, il latifondo, l’eredità, la competizione e il ritrovamento”.
Un libro avvincente fino all’ultima pagina in cui donne e uomini tessono il proprio destino lottando da protagonisti.

BORDO PAGINA
Tra Adriano Spatola e Italo Calvino: intervista a Sergio Gnudi

Biografia minima
Come scrittore e poeta sono attivo dai primi anni ottanta con tre opere “Tra due fuochi”, “Scorie Padane” e “Iperbolia”. Opere che erano certamente sulla scia della tradizione di rottura e di ripensamento dei canoni di Adriano Spatola. Un’azione dirompente nell’ambito della scrittura. Poesia totale è alla base di quelle opere. Dopo molto tempo ho rivoluto gridare non so io nemmeno che cosa, ma certamente produrre qualcosa di nuovo, di stimolante. Nel 2007 è uscito “Del diavolo e della santità” che è il libro di passaggio e di consapevolezza che la rottura dei canoni può avvenire anche attraverso la rilettura degli antichi. Così è nata la trilogia classica “A Cinzia”, “Raccontami o Dea” e “Il filo di Afrodite”. Ma la poesia deve essere totale come aveva insegnato Spatola e allora sono seguite due opere “Stagioni quotidiane” una pseudo bucolica e “Incitamento alla politica” nel 2016. Nel frattempo la mia attività di giornalista, intervistatore e scrittore mi ha portato a ripensare perché così pochi leggono in Italia. E allora nella mia ricerca ho scritto e sto scrivendo libri per ragazzi che hanno avuto un’ottima diffusione nelle scuole “La mamma racconta gli eroi” la cui traduzione in francese ha partecipato al salone del libro dell’Ile de France, e “Le storie di Antonio”. L’espressione attraverso le parole però ti riporta alla contaminazione tra le arti e così insieme con il musicista Beppe Giampà sono nate “Era Febbraio” nel 2015 e “Era ingenuo il tuo sorriso” nel 2016, due reading musicali per il teatro.

Gnudi, il tuo ultimo lavoro dedicato a Calvino e al suo Marcovaldo, presentato anche a Autori a Corte 2017, un approfondimento?
“Era ingenuo il tuo sorriso” nasce inizialmente da una collaborazione con un musicista astigiano, Beppe Giampà, con cui avevo prodotto già nel 2015 “Era febbraio”, un viaggio musicale recitato sulla Resistenza di ieri e di oggi, presentato oltre che a Padova, Asti e Milano anche alla Sala della Musica di Ferrara. Questa seconda collaborazione era comunque inizialmente un lavoro creato per il palco: otto ballate da me scritte e musicate da Giampà e introdotte nello spettacolo da brevi brani del “Marcovaldo”. Un lavoro che nella sua presentazione al palazzetto di Montegrotto Terme ha visto il tutto esaurito. Mancava qualcosa a questo incrocio di espressioni, così è uscito il libro con tredici ballate, illustrato da una brava disegnatrice Arianna Castellazzi. In questo modo ho cercato di chiudere il cerchio delle contaminazioni su un argomento, l’incoscienza di vivere, che Calvino ha voluto lasciarci come eredità. E ho cercato di essere conseguente, magari in forme diverse, alla poesia totale.

Gnudi, infatti un lavoro già multimediale… e sulla scia dell’arte totale preconizzata da un certo Adriano Spatola in fine secondo novecento… stagione di artisti e scrittori intenzionalmente perturbanti sul piano sociale e tua matrice personale storica…
Anche questa è una strada, forse la mia personale, per usare tutte le forme e lavorare sull’archetipo, come dovrebbe fare il narratore di poesia. Questa strada è certamente cambiata da quella intrapresa negli anni ottanta sulla scia di un genio dell’arte totale come Adriano Spatola, che ho avuto la fortuna di conoscere, anche se per poco e sulla scia di persone che, prima di me, alcune con me si sono poste il problema della perpetuazione dello stereotipo che la poesia stava perseguendo. E allora quando si andava ad allestire Casa dell’Ariosto con plastica e terra e luci e parole gettate contro i muri si dichiarava la circolarità dell’arte e non la sua elitaria ripetizione. A me che sono nato a Pontelagoscuro, un quartiere profondamente operaio in quegli anni e in quelli precedenti, pareva normale che l’arte si estrinsecasse in tutte le espressioni umane. “Scorie Padane” nacque in quegli anni, in cui tra una manifestazione politica e un’attività di volontariato, prima ottenni la maturità al Liceo Classico Ariosto e posso assicurarti che non era la normalità allora, poi mi laureai a Bologna in Lettere con una tesi di ricerca in antropologia culturale il cui postulato iniziale era: la cultura classica della scuola e la cultura popolare hanno lo stesso grado di dignità. Ti lascio immaginare lo scalpore in sede di discussione di tesi con Ezio Raimondi. Non potevo non abbracciare in pieno e perseguire fino in fondo la poesia totale del gruppo di Spatola: un’arte che provava la rottura per offrire criteri di approccio nuovi e universali. C’è riuscita? Inizialmente mi pareva che qualcosa si fosse mosso, poi in questi anni mi è parso che tutto sia rientrato, producendo fasulli o scrittori sul tovagliolo della pizzeria.

Perchè secondo te oggi, tempi liquidi, almeno nella superficie prevalente, prevale ovunque certo manierismo senza coraggio propulsivo ed intellettuale?
Un po’ ti ho risposto alla fine della domanda precedente, ma vedrò d’essere più breve e preciso. Vorrei darti intanto la mia idea di tempi liquidi. Sono tempi che non prevedono nessun approfondimento, che non prevedono nessuno o poco studio, sono i tempi dei tuttologi sono i tempi, come hai detto tu, della superficie. Non vorrei essere poi tacciato di vecchio, ma il manierismo, l’utilizzo di standard codificati e sicuri avviene nei momenti di decadenza. Ecco io penso che i posteri penseranno a questi nostri primi decenni del duemila come i tempi della decadenza: questo vale per la politica, per la società e per l’arte. Dopo anni che sembravano preludere all’arte totale per tutti, siamo invece arrivati alla bassa cultura per tutti. Il manierismo rassicura, il coraggio intellettuale in questi tempi e discriminante e discriminato. Quanto c’entra in tutto ciò la globalizzazione uniformante, quanto c’entra in tutto ciò la diversa interpretazione dei valori e delle priorità o quanto c’entra in tutto ciò questo irrazionale desiderio di beni e rifiuto del concetto della morte, sinceramente non so dirtelo.

Progetti prossimo venturi?
Mi sono fatto una promessa quando nel 2007 ho ricominciato a produrre parole: di continuare a farlo fino a quando sentivo di avere ancora qualche cosa di diverso, di nuovo rispetto agli altri da dire, che sia serio o ironico o sarcastico poco conta. Qualcosa di diverso dagli altri.
Fatta questa premessa ti dico che in questo momento oltre a “Era ingenuo il tuo sorriso” sto cercando di far girare anche un libretto contaminato dalla fotografia e già rappresentato un paio di volte in teatro dal titolo “Sensazioni”: cosa è, non lo so e non me ne importa. Sono parole e sensazioni. Alla fiera di Padova di ottobre, oltre che con questi due lavori andrò con una nuovissima produzione fatta con l’astigiano Giampà “La storia delle storie”. Qui si mescolano parole e canzoni sulla storia del Torino calcio, ma anche dei vari periodo storici in questa particolare squadra ha vissuta la propria vita: dalla fondazione nel 1906 al 1994. Passando attraverso il grande Torino. A noi piace molto questo particolare e nuovo approccio. Infine sono in attesa di pubblicazione due libri per ragazzi, che cercheranno di seguire le orme degli altri. Proprio per ultimo sta prendendo forma la modalità delle ballate poetiche che affrontano argomenti di streghe e di storie di vita, ma rispetto a questo avremo tempo di parlare.

Vite immaginate: narrazione e riflessione nel nuovo libro di Andrea Cirelli

Leggere romanzi consente di avventurarsi nelle vite degli altri, scoprire mondi sconosciuti, provare nuove emozioni. Andrea Cirelli dà l’impressione di essersi fatto scrittore per soddisfare un bisogno analogo, ma più profondo: non semplicemente calarsi in abiti differenti, ma essere demiurgo di esistenze possibili, magari sfiorate o sfuggite; per tratteggiare contorni e plausibili esiti alternativi alla vita reale, quella pazientemente costruita giorno per giorno, scelta dopo scelta… “I libri non finiscono mai”, titolo del suo ultimo lavoro pubblicato da Este edition, ha proprio questo significato: gli scenari che la vita rende potenzialmente praticabili sono inesauribili e di ognuno è protagonista un nostro personaggio mancato.
La tecnica utilizzata è inconsueta: alla narrazione l’autore alterna la riflessione e la digressione, secondo uno schema praticato da pochi, fra i quali in assoluto eccelle Milan Kundera.
Ed è un bel viaggio quello che Cirelli ci propone con quest’opera di confine: un viaggio in cui la scoperta di se stessi si compie attraverso una matura comprensione delle dinamiche di interazione con gli altri. Così introspezione e relazione non sono altro che complementari processi di comunicazione, tra sé e gli interlocutori, che fluttuano fra sguardo interiore e bisogno di socialità e soddisfano la pulsione che ci fa sentire parte del mondo degli umani e dell’intero universo.

Le considerazioni che l’autore sviluppa, in un piano parallelo a quello della narrazione, come in un gioco di specchi, rivelano sfaccettature celate dallo scorrere quieto della storia. Anche in questo, Cirelli – nella realtà esperto di questioni ambientali e prezioso collaboratore di Ferraraitalia – mostra un suo talento: il saper tratteggiare, con tono lieve e garbo quasi poetico, situazioni di apparente quotidiana normalità dalle quali trafilano però bisogni profondi e condivisi che albergano nell’animo e che conferiscono tono e intensità ai personaggi e alla trama.
Anche stavolta Cirelli ricorre all’espediente dell’alter ego, già utilizzato nella sua precedente trilogia “Segreti tossici”. Ma non per mettersi in maschera, piuttosto per designare un ipotetico “io” come tramite per ripercorrere strade battute, esplorare esistenze possibili e mutare direzione ai vari crocicchi della vita.
Pensieri e sensazioni con cui condisce il racconto si trasferiscono come un piacevole manto al lettore che se li sente addosso quasi fossero suoi, cullato da una scrittura distesa e da un disarmante argomentare che lo rende vulnerabile all’emozione e al sentimento, a compimento di un felice processo di identificazione e assunzione di ruolo che non tutte le narrazioni sanno propiziare.

murales-pontelagoscuro-cortazarIl volume di Andrea Cirelli “I libri non finiscono mai. Nemmeno i quaderni”, pubblicato da Este edition, sarà presentato mercoledì 7 dicembre alle 17,30 alla libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. Presenti l’autore, l’editore Riccardo Roversi e il direttore di Ferraraitalia Sergio Gessi

Fogli Erranti: le storie sparse dei nostri autori

Ci sono storie che non leggeremo mai. Sono le storie nel cassetto dei nostri autori: storie segrete e inedite, curiose o noiose, anonime e intime, geniali o banali, assurde e grottesche, leggere o profonde, entusiasmanti e intriganti… solo i lettori potranno dirlo. Perché ci sono storie belle e storie brutte, per chi le scrive e per chi le legge.
Abbiamo invitato i nostri autori a condividerle in uno spazio comune. Ebbene, nella casa di Ferraraitalia c’è una stanzetta dove è possibile scovare queste storie: storie che non si trovano sui libri e che non si devono pagare, ma che, se si vuole, si può decidere di farle proprie oppure di ignorarle, la scelta è libera. Buona lettura!

Postilla: l’onere della scrittura…
Scrivere può essere un bisogno, una necessità, oppure un vezzo, un capriccio. Si può scrivere senza avere nulla da dire e avere molto da raccontare senza riuscire a farsi comprendere. Alla fine il giudizio insindacabile è sempre di chi legge. Perché, diciamolo, ci vuole coraggio a scrivere! Coraggio, sfrontatezza e anche un po’ di incoscienza.
L’alchimia tra scrittore e lettore è spesso misteriosa, ma proprio qui sta il bello di una storia. Raccontare una storia è raccontarsi, e in fondo la storia di ognuno appartiene a tutti quanti, perché tutti quanti sono uno. Basta solo abbandonarsi alla curiosità, e all’incanto.

Trump o Clinton, Renzi o antirenziani? Vince sempre chi ha la ‘storia’ migliore
Viaggio nei meccanismi della narrazione

Quale può essere il valore di una storia ben raccontata? E quali sono i contesti sociali in cui serve saper raccontare? Bruno Vigilio Turra riflette su usi e forme dell’odierna comunicazione sociale

Raccontare storie è un’arte antica quanto l’uomo. Una storia, infatti, è una struttura capace di connettere in un tutto significativo e compatto eventi ed accadimenti, sentimenti ed emozioni, finalità ed obiettivi, cause ed effetti, valori e preferenze. Il racconto – ricordava Roland Barthes – è una delle grandi categorie della conoscenza che utilizziamo per comprendere e ordinare il mondo. Vediamo chiaramente la forza della narrazione nei miti, nelle saghe, nelle leggende e nelle fiabe che hanno accompagnato e orientato lo sviluppo della civiltà; forse se ne colgono ancora vaghe tracce in quelle culture dove sopravvivono cantastorie e griot.

Le neuroscienze dimostrano oggi ciò che era già evidente un tempo: è la struttura stessa del nostro apparato cerebrale a rendere così importante il meccanismo della narrazione. In fondo, cosa si fa quando ci si presenta, si sostiene un colloquio di lavoro, si racconta la propria azienda o la propria vita, si descrive qualche evento importante? Solitamente, si racconta una storia che vuole essere persuasiva e convincente. Dalla capacità di raccontare storie coerenti e affascinanti dipende, spesso, il successo e, a volte, il potere delle persone. Dalle storie che ognuno di noi costruisce e ripete dentro di sé, dipende il tono della conversazione interiore, dalla quale deriva in buona parte la qualità della nostra vita, il significato della nostra biografia, la bontà delle relazioni che stabiliamo con gli altri.
Chi, dunque, sa produrre storie convincenti che entrino nella conversazione collettiva e, soprattutto, diventino parte della conversazione interiore delle persone, ha immediato accesso a una grande fonte di potere poiché, attraverso le storie, ne può influenzare le opinioni e gli atteggiamenti e ne può indirizzare i comportamenti.

Esattamente per questo la narrazione, è diventata l’ultima frontiera del marketing e della comunicazione politica: lo storytelling è oggi il prodotto di punta dell’industria della persuasione che confeziona per noi le storie che dovrebbero dar senso al nostro mondo. Guru del management, eminenze della comunicazione, spin doctor, ne sono i pagatissimi profeti; le tecnologie digitali ne sono lo strumento principale.

Le storie hanno il potere di costruire una realtà e sono diventate – nella nostra epoca narrativa – un sostituto pericoloso dei fatti, degli argomenti razionali e financo dell’argomentazione scientifica, che viene riconosciuta come autorevole e degna di fede solo se inserita all’interno di un adeguato tessuto retorico di tipo narrativo.

Se le antiche narrazioni si presentavano come un dato, le cui origini si perdevano nella notte dei tempi e proprio da questo traevano autorevolezza, lo storytelling compie in verità il percorso inverso: incolla su una “realtà” voluta e costruita da certi attori sociali qui e ora (grandi imprese, governi, Ong, gruppi organizzati), racconti artificiali, narrazioni che sono in grado di orientare flussi di emozioni, portando gli individui a conformarsi con certi modelli e ad accettare standard determinati.

Se l’economia è una conversazione lo storytelling è allora la capacità di rendere questa conversazione ricca, attiva e coinvolgente, anche a prescindere dai contenuti di verità. Ciò che conta è inventare una storia potente, capace di affascinare, che possa essere venduta con profitto: e la fabbrica delle storie non si ferma mai.
Da oltre venti anni anni lo storytelling ha invaso la comunicazione politica; il marketing l’ha poi introdotta nei media, nei telegiornali, nel cosiddetto no profit, nelle aziende, nelle chiese. Una legione di esperti si adopera per costruire storie convincenti che sono diventate il bene da vendere al posto degli oggetti, dei servizi, dei progetti e delle politiche. Così la storia, la narrazione, da elemento di unione e riconoscimento è diventata anche mezzo di propaganda e temibile arma di disinformazione.

Questa situazione pone una questione di fondamentale importanza per la nostra società e per la democrazia: nel mondo della comunicazione globale esiste ancora il contratto narrativo che consente di separare la realtà dalla finzione? E quale potrebbe essere la realtà per milioni di persone che passano buona parte del loro tempo consumando informazione?

Davanti a noi ci sono due appuntamenti importanti che riguardano il referendum sulla Costituzione e l’elezione del presidente americano; ci possono essere mille buone ragioni per scegliere tra un nome e l’altro, tra un sì e un no; ma al di là di ogni argomentazione razionale è molto probabile che vincerà la parte che sarà riuscita a raccontare la “storia migliore”.

Nel profetico Flaiano la vita inutile dell’uomo che sospira

Extraterrestre / vienimi a cercare / voglio una stella / su cui ricominciare… (Extraterrestre, Eugenio Finardi)

“Less is more”: non c’è espressione più autentica per definire le interpretazioni di Maria Paiato, che nell’ultimo appuntamento a Teatro Off sceglie il racconto “Una e una notte” di Ennio Flaiano. Basta poco per trovare il ritmo giusto del racconto: la musica lounge e le sonorità dedicate alle serie sugli alieni negli anni Cinquanta; due accenni di danza e le diverse cadenze dialettali (romanesco, friulano e alieno) sono l’essenziale accompagnamento alla lettura del testo dello scrittore e giornalista italiano, ultimo appuntamento dell’attrice a Ferrara dopo le letture dedicate ad Alberto Savinio, Dino Buzzati e Tommaso Landolfi per il ciclo “Racconti italiani”.

copertina-Flaiano
Una e una notte di Ennio Flaiano

Graziano, il protagonista del racconto, è un giornalista praticante scontento, insoddisfatto; sempre alla ricerca di realizzazione senza impegno, di evasione dal giornale romano in cui è stancamente parcheggiato. Vitellone annoiato, si trascina indolente da un incarico all’altro, stuzzicato solo da prospettive di nuovi incontri femminili che puntualmente si rivelano non corrisposti nelle sue aspettative erotiche mascherate da romanticismo da due soldi. Tutto lo corrode e lo lascia senza gusto, nella indifferente placidità dello scorrere apatico delle sue giornate, mentre i suoi pensieri piatti si accavallano: le giornate alla scrivania del giornale, trascorse in un “ozio non colpevole”; le telefonate monocordi ai genitori; le scommesse, il cinema e il letto con Dory Nelson, ballerina di cabaret attirata dalla vita di falsi lustrini che intravvede con Graziano. La dolce vita romana è quella di Paparazzo e di Marcello Rubini, si sente il profumo di Fellini parola dopo parola… anche la sua interiorità che, al pari del suo essere nel mondo, si snoda in pochi e miseri causa-effetto da ricercare per la soddisfazione di bisogni futili e infantili.

L’immaginazione del giornalista galoppa sperando in qualcosa di nuovo, ma la noia è l’unica profonda certezza di ogni sua esperienza; l’entusiasmo della novità se ne va dopo poco, ogni cosa gli sembra una piccolezza se confrontata alla sua voglia di avventure senza impegno né responsabilità. L’incontro con uno strampalato colonnello appassionato di Ufo lo induce finalmente a fantasticare su una avventura nello spazio, in cui poter essere capito e apprezzato e – magari – trovare quel successo a cui anela. La visione della navicella aliena sospesa sull’acqua, grande novità dorata che attira come gazze prelude forse l’evasione e l’occasione, ma già l’incontro dapprima fortuito con una bella ragazza dallo strano accento, che finalmente riesce a concupire, si trasforma in una avventura surreale e tragicomica. Viene rapito dalla bella aliena e padrona di casa del disco volante che vorrebbe salvarlo – dalla sua mediocrità? Dalla Terra di cui è degno abitante? – o forse salvare se stessa da un improvviso mal d’amore. Ma Graziano riesce ad annichilire anche questo colpo di scena, nel suo nido fantozziano: rivolge le sue focose attenzioni alla cameriera di bordo e Martha, la marziana ingenua e di buon cuore, si libera delusa del mascalzone che fa ritorno alla sua vita di sempre.

Come tutti i grandi, Flaiano è profetico e verificarlo è tanto comico quanto farsesco.
Il fancazzismo del giornalista trentaduenne sembra lo specchio di oggi, che non magnifica ma mostra impietoso il livello raggiunto – tra collaborazioni gratuite o mal pagate e tragicomica ignoranza di basilari regole grammaticali del redattore stesso.
La novità, sia essa di valore incommensurabile per la storia dlel’uomo quanto minima e sfumata, diventa presto vecchia, scarna, di fronte a possibili nuovi scenari. L’astronave, incredibile miracolo sospeso sul mare, non è descritto come fantastica meraviglia ma come qualcosa di già visto, una pagina già sfogliata: uno spremiagrumi di vetro, la cupola di una chiesa. Il litorale ostiense vede già morire Pasolini.
Eccola, la noia moraviana, il mestiere di intellettuale scarnificato che Flaiano fantasticava già prima dell’allunaggio degli americani, e il destino altrettanto idiota di chi non sa scegliere, né decidere, né cogliere ciò che merita.
Un uomo che è ciò che scrive, ciò poco e male: e questo per Graziano vale più che per chiunque altro. Un uomo che sospira l’infinito ma lo guarda da lontano, impigliato nel pantano di una vita inutile come dall’oblò dell’astronave da cui viene cacciato con esasperazione, per il suo ennesimo passo falso.
“E domani? Dopodomani? Vedremo”.

Racconti italiani al teatro Off: Maria Paiato legge Landolfi e Flaiano

Giuseppe entra in una casa di cura per guarire da un leggero malessere. Anna si trova di passaggio in una città straniera. Quello che succede a due persone comuni dopo l’incipit è grottesco, forse strapperebbe un sorriso a Marco Ferreri.
Anna e Giuseppe sono i protagonisti di “Sette piani” e “Non aspettavano altro”, i due racconti di Dino Buzzati letti da Maria Paiato in una delle serate dedicate dall’attrice italiana – premio Duse e due volte Premio Ubu – alla narrativa italiana, dal titolo “Racconti italiani”, nella stagione da poco inaugurata di Teatro Off di Ferrara.

buzzatiIl fantastico e il surreale, chiavi di lettura adatte per gli universi di Buzzati, si alternano parimenti nella serata. Giuseppe e Anna sono allora due vittime inconsapevoli e sopravvissute (ancora per poco), o forse solo due problematici inetti, non capaci di ribellarsi a un destino ha già deciso per loro?
Nell’interpretazione dell’attrice trovano spazio tanto il kafkiano e forse incolpevole protagonista, quanto il carnefice che lo rinchiude in uno spazio entropico di silenzio, o in uno dilatato da urla e pregiudizi, con la precisione chirurgica di un bisturi, dove l’incapacità di intendersi tra il protagonista e chi gli sta intorno è un problema linguistico e semiotico.
“Amo i testi che ho scelto perché amo i loro autori, che rappresentano una letteratura del ‘900 poco frequentata e che vale la pena riscoprire” racconta l’artista.

Nel primo racconto Giuseppe Corte, un avvocato il cui cognome è svergognato da ciò che subisce, sente niente altro che che un leggero malessere diffuso nel corpo entra in una linda casa di cura dai sette piani in cui la parola d’ordine è gerarchia: dall’alto verso il basso, la salute dei pazienti va lentamente scemando dal settimo al primo piano.
Barbablù è dietro l’angolo, non ci si può sottrarre alle regole del bizzarro ospedale; e così
Tra il processo del signor K e la metamorfosi di Gregor Samsa si avvia la fine dell’avvocato che di piano in piano trova la sua fine. Ogni volta per un motivo diverso, per una scusa diversa, Giuseppe passa di giorno in giorno dal piano più alto, un panottico ombelico del mondo con vista sulle fronde verdi e opulente, a quelli intermedi (compreso il temutissimo quarto piano di quelli che non sono né sani né gravissimi, una sorta del dantesco “cammin di nostra vita”), in mano a medici negligenti e lassisti, mentre la sua salute va inspiegabilmente peggiorando e da un semplice eczema arriva presto all’ora dell’addio, steso su di un letto dal quale si vede il mondo fuori diventare più scuro, le chiome degli alberi nascoste per sempre. Come avvolto nel suo sudario, il malato non più immaginario spira vaneggiando nel buio, in un letto al primo piano, in cui si trova per una serie di sfortunate coincidenze; oramai tagliato il flebile cordone che separava lui, “quasi sano”, da tutti gli altri, “malati”.
Immanente discesa lenta e inesorabile, lontana dal buffo mistero di una discesa verso l’ignoto, l’ospedale accoglie un progressivo mutare delle stagioni dell’uomo fino al capitolo finale, dove il letto diventa simbolo della bara. “Questo racconto è una metafora della vita: l’ultimo passaggio del testo racconta delle finestre che si chiudono ermeticamente, fino all’ultima: la fine è giunta”.

coverIl secondo racconto vede la viaggiatrice Anna che si ritrova con l’amico Antonio in una città straniera. Chiede un bagno, ma stranamente non lo trova, nessuno sembra disposto a cederglielo.
Il suo bisogno negato e il suo legittimo tentativo di essere ascoltata le valgono un pubblico linciaggio, morale e fisico. Quella folla che la osserva prima stranita esprimersi in italiano standard a fronte del dialetto popolano si rivela poi inferocita arrivando al linciaggio, sotto l’incredulità immobile del suo compagno di viaggio. Straniera in terra consolidata, sfida le regole bagnando un piede nella fontana riservata ai bambini mentre la canicola estiva non impedisce agli abitanti di restarne religiosamente ai bordi, bagnandosi solo le mani. La straniera sfida non tacitamente le regole più e meno tacite della comunità e mette il piede in acqua; alla richiesta di toglierlo, non cede e continua imperterrita. La situazione però precipita all’improvviso: è presa di peso e punita per quella sua limpida presa di posto di sé contro il mondo, che si rivela popolato di mostri ben nascosti sotto spoglie di persone per bene, persino tranquille.
La folla inferocita è la stessa delle esecuzioni seicentesche, dei linciaggi dei neri americani negli anni Trenta negli Stati Uniti; ma è anche quella da cui metteva in guardia Elias Canetti del capolavoro sociologico “Massa e potere”.
paiato%20grandeLa timida richiesta iniziale di Anna è seguita dalle urla e si chiude con un nuovo silenzio, questa volta sintomo inequivocabile di morte. Le braci sono ormai spente, si vede solo levarsi un fil di fumo che non è sinonimo di speranza ma del resto di un pasto feroce. “In questo racconto c’è tutta la ferocia dei totalitarismi che hanno devastato il secolo scorso, in cui l’essere stranieri decretava una vera e propria esclusione dal gruppo, dalla società”.

Le letture del ciclo “Racconti italiani” di Maria Paiato proseguiranno domani sera a Teatro Off con testi di Tommaso Landolfi e il 30 ottobre con testi di Ennio Flaiano.

L’INTERVISTA
Andrea Bergamini: “La qualità paga, anche in libreria”. La scommessa vinta di Playground

Andrea Bergamini, cresciuto a Ferrara e naturalizzato romano, fonda Playground nel 2004, oggi è considerato uno dei migliori editori nell’ambito delle piccole-medie case editrici italiane. In catalogo solo ed esclusivamente titoli e autori notevoli nell’ambito della narrativa di qualità. Solo per citarne alcuni del 2014: “L’ultimo dio” di Emidio Clementi, “Non abbiate paura” di Allan Gurganus e “L’uomo seme”, manoscritto della seconda metà dell’800 di Violette Ailhaud. Tutti libri che hanno avuto ottime recensioni sulla stampa nazionale e che sono stati presentati in tutta Italia e oltre. Di grande successo anche la collana Syncro High School, testi di genere “young adult” dedicati agli adolescenti. Dal 2011 Playground entra a far parte del gruppo Fandango di Domenico Procacci, scelta che ne consolida il successo.

Abbiamo incontrato Andrea Bergamini a Roma, negli uffici della Fandango Libri dove Playground ha sede, per farci raccontare da lui questa avventura che, da ferraresi, ci onora e ci fa ben sperare.

Da ferrarese e da ex-studente del liceo Ariosto come te, non posso fare a meno di partire da lì, perché mi ricordo di te e perché gli anni del liceo solitamente sono irreversibili. Quanto ha inciso la tua formazione nel percorso editoriale intrapreso? E quanto il contesto ferrarese?

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Una frase di Paul Valery ‘Il vento si leva! Bisogna provare a vivere!’ sulla porta dell’ufficio di Andrea

Per me il liceo Ariosto è stato centrale, una stagione meravigliosa. L’Ariosto negli anni Ottanta era in pieno fermento, era una scuola prestigiosa ma allo stesso tempo molto libera, non c’era la rigidità formale tipica dei licei della provincia. Ho avuto ottimi insegnanti e ho conosciuto la persona che nella mia adolescenza e giovinezza è stata il mio riferimento più significativo: la professoressa di greco Giuliana Berengan. Lei era, ed è, l’intellettuale che ti apre alla cultura, a una dimensione culturale ampia, europea ed extra-europea. Per fare un esempio, mi ricordo che ci portò a vedere Pina Bausch quando ancora non era così nota in Italia. Con lei ho cominciato a immaginare che la cultura fosse una casa in cui si può abitare in modo confortevole. Lei si rapportava a noi come fossimo degli adulti e ci induceva a immaginare cose che avessero un senso, per abituarci a creare, sperimentare, fare delle scelte, a pensare che ‘è possibile’. Ed è stato al liceo che ho capito che la narrativa era la mia strada.

Parliamo allora di Playground, che tipo di editore sei?

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La redazione, Andrea Bergamini e Guendalina Banci

Se parliamo di Playground (il discorso per la collana High School è diverso) io mi considero tutto sommato un editore del Novecento, ossia abbastanza tradizionale perché organizzo e imposto il mio lavoro secondo il criterio della ‘politica degli autori’, che mi piace spiegare con una definizione di Truffaut: un autore quando fa un film, anche se non è tra i suoi più riusciti, è comunque più interessante di un film medio riuscito. Edmund White, per esempio, non scrive mai romanzi perfetti ma le sue pagine sono sempre più interessanti di un romanzo perfetto medio, perché hanno una ricchezza, uno stile, una capacità di raccontare la vita e un rapporto con la realtà che è di molto superiore rispetto alla media. Playground pubblica quindi solo libri di autori molto selezionati, di altissimo livello internazionale, tant’è che poi non li abbandona dopo un libro ma tende a pubblicarne l’intera opera, perché è l’intera opera di un autore a essere significativa.

‘L’uomo seme’, un piccolo caso letterario Playground del 2014, oggi alla terza ristampa, è di una scrittrice sconosciuta. Come mai questa scelta?

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Copertina de ‘L’uomo seme’ di Violette Ailhaud

‘L’uomo seme’ [leggi] in effetti rappresenta un unicum, una novità rispetto al catalogo Playground. Ma pur non essendo l’opera di un’autrice, ci abbiamo creduto molto e abbiamo fatto una scommessa, essenzialmente per tre ragioni: perché il libro incarna e racconta una storia vera e incredibile, successa a metà dell’Ottocento e vissuta in prima persona; perché Violette Ailhaud ha dimostrato una capacità di racconto davvero fuori dal comune; e, infine, perché è un testo potente, intenso che ha dell’ancestrale e del fantascientifico allo stesso tempo, sembra uno di quei romanzi che parlano di “un mondo senza uomini”, in realtà questa ipotesi fantascientifica si è verificata realmente a metà dell’800 in una società arcaica. La scommessa è stata vinta perché il libro ha avuto davvero un successo strepitoso, è in ristampa e la terza edizione dovrebbe uscire a inizio febbraio. Questo libro ha avuto ottime recensioni, è stato letto a Radio 3 da Sonia Bergamasco e Piera degli Esposti con una presentazione di Concita de Gregorio, Valeria Parrella è rimasta molto colpita dalla storia tanto da voler scrivere la postfazione a quest’ultima edizione, ma la cosa che ci gratifica di più è che ha colpito soprattutto i lettori.

Come l’hai trovato questo testo dell’800?

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La sede della Fandango con le locandine dei film alle pareti e il poster de ‘L’uomo seme’

Me l’ha proposto la traduttrice, Monica Capuani, che se ne era innamorata, l’aveva tradotto e stava tentando di proporlo alle case editrici italiane. Questo testo non aveva avuto i giusti riconoscimenti in Francia perché era stato pubblicato da una piccolissima casa editrice della Provenza, e si sa che in Francia un libro ha fortuna solo se pubblicato a Parigi. Però, non si sa come e per quali vie traverse e oblique, è comunque finito in molte mani nel mondo e ha avuto un tale riscontro che addirittura ne è nato un festival in Provenza. Il libro ha ispirato nel tempo una coreografia, due graphic novel, sono già state fatte diverse trasposizioni teatrali in Francia, in Italia andrà in scena a breve la trasposizione a cura di Sonia Bergamasco. Inoltre, la produttrice Sylvie Pialat, una delle produttrici francesi indipendenti più interessanti, ha acquisito i diritti del libro e presto ci sarà la trasposizione cinematografica. Tutto questo ci fa dire che, pur non essendo l’opera di un’autrice, questo testo sta penetrando nel solco della letteratura d’autore in maniera carsica.

E’ diventato un caso letterario quindi, un fenomeno…
Sì, rischia di diventare un piccolo fenomeno.

Quali sono quindi le qualità che un editore deve avere?
Coerenza e flessibilità. Io appunto pubblico solo libri di autori, ma rimango dell’idea che un editore deve essere sempre molto flessibile, nel momento cioè in cui individua un libro che ha qualità, anche se non corrisponde esattamente alla linea editoriale, deve avere la flessibilità per riconoscerne le qualità e pubblicarlo. E poi deve anche capire quando un testo può arrivare al lettore, perché un libro si pubblica perché venga letto.

Ecco, appunto, che tipo è il lettore di Playground?
Ho sempre pensato che il lettore di Playground mi assomigliasse, che quindi fosse un cosiddetto ‘lettore forte’, che ha una passione per le storie e per lo stile, perché una storia per essere efficace deve essere raccontata bene, con uno sguardo diverso. Io credo ci debba essere un equilibrio molto forte tra stile e racconto, per questo personalmente non amo la letteratura sperimentale e nel mio catalogo non c’è la letteratura cosiddetta d’avanguardia. Nel mio catalogo la narratività e le storie sono sempre centrali.

Età, sesso e preferenze dei vostri lettori…
In media l’età va dai 30 ai 50 anni ed è un lettore tipo femminile. Ma poi dipende anche dagli autori: la Humphreys ha un lettore donna, White un lettore prevalentemente gay, O’Neill un lettore maschile. Ma tutti i lettori di Playground apprezzano qualità della scrittura e passione per le storie.

Quale tra i vostri autori rappresenta di più la narratività di cui parli?
Gurganus. E’ un esempio molto tipico del narratore, per la sua straordinaria capacità di raccontare le storie e di delineare i personaggi.

Gurganus come l’hai individuato? E, in generale, come li trovi gli autori?

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Copertina di ‘Non abbiate paura’ di Allan Gurganus

Gurganus mi è stato segnalato, come anche altri, da un agente letterario, ma per l’80% gli autori che scelgo sono frutto di mie ricerche o di mie letture precedenti. Io opero soprattutto in termini di ‘ripescaggi’ ossia di riscoperte a livello internazionale, di autori che per vicissitudini editoriali sono finiti sotto un cono d’ombra. Gurganus è un caso tipico anche in questo: autore internazionalmente riconosciuto, negli Usa era stato un best seller, finì in un cono d’ombra perché la casa editrice italiana che lo pubblicò negli anni ’90 (Leonardo) fallì poco dopo e anche perché la sua notorietà in quegli stessi anni andò scemando tanto da non renderlo più abbastanza interessante per le maggiori case editrici italiane. E questa è stata la nostra fortuna: abbiamo capito la qualità dell’autore, la possibilità di pubblicarlo e a quel punto abbiamo preso accordi con l’agente. Con Edmund White, uno dei più grandi scrittori statunitensi del dopoguerra, tradotto in tutte le lingue, una storia simile: Einaudi lo pubblica negli anni ’90 ma forse con aspettative commerciali troppo ambiziose e quindi lo abbandona; viene ripreso da Baldini e Castoldi che però fallisce, e a quel punto mi inserisco io che pubblico “My lives” nel 2007; con gli anni White diventa un autore consolidato di Playground, che pubblichiamo regolarmente e di cui ora stiamo anche ritraducendo la tetralogia. Questo è il tipo di operazioni che fa Playground.

Quanto lavoro di ricerca e selezione c’è dietro alla pubblicazione dei vostri libri?
Un enorme lavoro di ricerca su internet, di esame dei cataloghi on line, dei premi, dei blog e, infine, di lettura delle opere in lingua originale, che è la parte più impegnativa.

Chi seleziona i testi e li legge in lingua?

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Alcuni dei titoli del catalogo Playground e High School

Lo faccio io. E ci tengo a dire che leggere le opere in lingua è una regola imprescindibile della casa editrice, i libri che pubblichiamo sono sempre stati letti in lingua facendo particolare attenzione alla cura editoriale: i nostri traduttori sono tutti eccezionali, ma la traduzione è un lavoro difficilissimo che va sempre rivisto, sulla traduzione deve essere fatto un lavoro redazionale che supporti il traduttore nel verificare laddove ha perso un po’ la mano, ha tirato un po’ via, perché può sempre capitare un momento di stanchezza, e una traduzione fatta male può veramente rovinare un ottimo libro, come una bella traduzione non può riscattarne uno brutto. I nostri traduttori sono consapevoli che la qualità la si raggiunge col dialogo tra la redazione, che conosce testi e autori, e il traduttore stesso.

Quante riscoperte pubblicate all’anno?
Playground fin dalla sua nascita ha sempre pubblicato tra i sette e i nove libri all’anno. Scelta importantissima, propria della linea editoriale, scelta che premia.

Perché non di più?

Perché io ritengo che per mantenere alta qualitativamente l’offerta è impossibile, per noi che siamo una piccola casa editrice con risorse economiche ridotte, pubblicare più di 7/8 libri l’anno. Noi riusciamo a farlo solo ed esclusivamente facendo una selezione altissima, puntando su pochissimi titoli, sull’eccellenza.

Vuoi dire che di più non ne trovate?
Esatto, di eccellenze se ne trovano al massimo 7/8 l’anno, è impossibile pubblicare 20 libri di livello in un anno.

Quali i temi privilegiati?
Io tendo a scegliere i temi legati alla famiglia. I nostri libri generalmente hanno a che fare con i rapporti familiari perché la narrativa ha a che fare con le nostre storie, e siccome i rapporti familiari restano centrali nelle nostre vite, i nostri drammi e le nostre gioie sono tutti lì. Io non faccio narrativa di tipo sociale tradizionale, che a mio avviso rientra più nell’ambito della saggistica, e rimango dell’idea che la narrativa ha quella capacità straordinaria di raccontare i misteri dei rapporti e delle relazioni familiari.

Passiamo all’originalissima High School, perché dicevi che si differenzia da Playground?

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Copertina di ‘Rainbow boys’ di Alex Sanchez

Mentre con Playground mi ritengo, come dicevo, un editore del Novecento perché mi occupo di ‘literary fiction’ ossia di ‘narrativa autoriale’, con High School divento un editore del XXI secolo perché mi occupo di un sottogenere della narrativa che in America si chiama ‘young adult’, una narrativa senza pretese letterarie, per ragazzi dai 14 ai 19 anni, rivolta ai liceali e dedicata all’adolescenza. Questa narrativa in America esiste dagli anni ’60, è diffusissima e ha un grande riscontro commerciale; in Italia non esisteva finché non sono arrivate le serie di “Twilight”, “Colpa delle stelle”, “Noi siamo l’infinito”. Ma il punto è che negli Usa lo stesso genere esiste anche per adolescenti gay fin dagli anni ’80, ed è una realtà ormai consolidata che vende centinaia di titoli l’anno. Quando nel 2004 do vita alla Playground, mi accorgo che quella narrativa non esiste in Europa e decido di importarla. Pubblico “Rainbow boys” di Alex Sánchez, che in America era già considerato un classico, e subito diventa un caso editoriale anche in Italia. Da noi c’era una narrativa gay ma intellettuale e per soli adulti; non si era capito che esisteva una narrativa facile destinata agli adolescenti gay.

Fiore all’occhiello delle vostre pubblicazioni, oggi la collana High School si allarga e diventa un marchio autonomo, Syncro High School. E’ il naturale sviluppo di un percorso o c’è dell’altro?

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Copertina di ‘Quei giorni a Bucarest’ di Stefan B. Rusu

La collana si è trasformata perché ho deciso di raccogliere la sfida fino in fondo: fare una produzione europea ‘young adult gay’ che non esisteva in Europa, ossia commissionando romanzi di quel genere ad autori del luogo (Francia, Grecia, Romania), chiedendo loro di adattarli al contesto europeo, sfatando in buona sostanza alcuni tabù del politically correct americano. I nostri libri quindi sono più audaci, più europei (anche se ora il politically correct si sta ridimensionando anche negli Usa) e vanno anche a comprendere quella fascia di lettori dai 19 ai 28 anni e anche molto oltre, che negli Usa viene chiamata ‘new adult’ (universitari e giovani adulti). Quindi, in sostanza, nel 2011 quindi Syncro High School è diventato un marchio separato da Playground perché completamente differente come operazione editoriale.

Nel 2011 Playground entra nel gruppo Fandango. In un’intervista di qualche anno fa spiegavi le ragioni di tale scelta: la crisi generale del mercato del libro spingeva nella direzione di entrare in un gruppo che offrisse maggiori garanzie di crescita, evitando naturalmente rischi di snaturamento, cosa che Fandango e la persona di Domenico Procacci rappresentavano per te. Puoi fare un bilancio di questa scelta ora, a quattro anni di distanza?
Assolutamente sì, entrare in Fandango è stata una scelta molto azzeccata: il mercato da tre anni è in difficoltà gigantesche e noi invece siamo in buona salute perché ci troviamo in un contesto più grande.

Come sei entrato in contatto con Fandango e come è avvenuta la fusione?

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Sede della Fandango, alle pareti le locandine del film
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Dal 2011 Playground entra nel gruppo Fandango

Nel 2010 Playground tocca il picco, sia sul piano commerciale che in termini di risalto, in particolare in seguito al successo di “A cosa servono gli amori infelici” di Gilberto Severini che si qualifica tra i finalisti del Premio Strega. Ma in un contesto di crisi dell’editoria, di librerie che funzionano soprattutto con la rotazione delle novità e non sul catalogo, ho capito che dovevo difendere il successo raggiunto. I casi erano due: o cambiava Playground cominciando a pubblicare più novità, in modo da essere sempre visibile nei punti vendita, rischiando però di snaturare la linea editoriale; oppure dovevo trovare un contesto più grande in cui la nostra pratica di editoria venisse difesa, il che equivaleva a dire vendere Playground.

 

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logo fandango playgrounbd

Decido per la seconda ipotesi, comincio a stabilire relazioni e conosco Domenico Procacci che dimostra interesse perché era nel momento in cui stava costituendo il gruppo editoriale. Procacci però ci teneva che Playground conservasse il marchio e quindi non ha acquistato la casa editrice ma è diventato socio di maggioranza.

Una scelta lungimirante la vostra…
Non vorrei peccare di presunzione, ma… sì.

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Guendalina Banci

Si ringrazia Guendalina Banci per averci fornito il materiale, aver organizzato l’incontro e l’intervista e, soprattutto, averci concesso il pdf della terza edizione de “L’Uomo seme” di Violette Ailhaud e di “Non abbiate paura” di Allan Gurganus prima ancora che venisse ristampato e distribuito nelle librerie.

Per saperne di più sulla casa editrice Playground visita il sito [vedi]  e la pagina Facebook in cui si trovano recensioni e link a letture e video [vedi]
Per saperne di più sulla collana High School visita il sito [vedi]
Per saperne di più sul marchio Syncro High School visita la pagina Facebook [vedi]

Un difficile rapporto tra parole scritte e immagini: i ‘Racconti d’amore’ di Elisabetta Sgarbi

Così, da studioso bassaniano, mi reco al cinema a vedere Racconti d’amore, di cui l’episodio centrale s’intitola Micol “da un racconto (?) di Giorgio Bassani” e m’appresto a dare la mia valutazione del film diretto da Elisabetta Sgarbi: non tre stellette ma tre “i”: Impostato, Impettito, Ingenuo.

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La ‘locandina’ di uno dei quattro racconti del film

E’ sempre difficile rendere “visive” le parole. E ben lo sanno quei registi che si sono cimentati con capolavori della narrativa, da De Sica regista de Il giardino dei Finzi-Contini a Visconti che affronta James Cain in Ossessione, Tomasi di Lampedusa in Il Gattopardo, d’Annunzio ne L’innocente per non parlare di Verga e di Boito nel sommo capolavoro Senso. La difficoltà, come ribadisce un critico attentissimo quale Alfonso Berardinelli, è nella capacità di rendere in immagine la parola. Un caso per tutti, il fallimento di un regista difficile come Jean-Marie Straub, coadiuvato da Danièle Huillet, che filma cinque tra i ventisette dei Dialoghi con Leucò di Pavese, secondo quella tecnica straniante che tanto mi ricorda quella del film della Sgarbi.
Sembra quasi che il risultato sia lo stesso. Pochi osano dimostrare che il film è sbagliato, proprio per non apparire incolti o non all’altezza dell’evento. I nomi che compaiono, Franco Battiato per le musiche, Laura Morante Michela Cescon, Sabrina Colle, Rosalinda Celentano, Tony Laudadio, Ivana Pantaleo, Andrea Renzi, Elena Radonicich, per quattro storie d’amore e di Resistenza ispirate ai racconti di Sergio Claudio Perroni, Fausta Garavini, Giorgio Bassani e Tony Laudadio, dovrebbero essere la garanzia di un film che, tuttavia, risulta inesorabilmente “impostato”.
Dalla fragorosità della musica scelta da Battiato alla posa “assettatuzza” direbbe Boccaccio, vale a dire del modo in cui i protagonisti straniati sono più preoccupati del come indossare abiti d’epoca, rifatti con una precisione encomiabile “ton sur ton”, che gli abiti della miseria contadina di tre storie o dell’eleganza di Micol nel “racconto” bassaniano. Si veda il primo episodio: lei indossa un basco che è così ben sistemato sulla testa da apparire falso. O nell’episodio tratto dal racconto della Garavini: lo scialle con cui la donna si copre la testa, sopra il golf all’uncinetto e col foulard annodato, rendono una posa da museo del costume.

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Un immagine del film di Elisabetta Sgarbi

“Impettito”: la bella Micol cammina tra le case di Ferrara, le mura e il parco che la relega. La vediamo scendere le scale dove s’affastella la collezione della famiglia Sgarbi, e che mai Bassani avrebbe approvato come décor della casa della sua protagonista. Lei, che è la signora dei vetri e che ha la sua stanza decorata con i làttimi veneziani, preoccupata su come indossare il bel vestito bianco e nero, di una brava stilista, usato per recarsi alla visita al cimitero ebraico o alla sinagoga. Non basta la voce di Toni Servillo a commentare la qualità della prosa bassaniana. Certo, è facile per chi, alla prima occhiata, scopre i luoghi che da sempre fanno parte del suo immaginario, trovarne l’irrealtà. Tanto giusta quanto contraddetta nei luoghi reali elencati in coda al film. Eppure, al di là di una bellissima fotografia e dello scorrere lento del fiume, sembra quasi che l’umanità dolente e delusa, che si dovrebbe e potrebbe confrontare con la maestosità del Po e del Delta, venga sconfitta dall’impettita presenza di begli attori che sembrano messi lì per caso, a testimoniare la qualità dell’operazione.
Il miglior episodio, quello di Laudadio, per un momento lascia trapelare, in quello stringersi delle labbra sottili del pescatore innamorato, un’angoscia irrimediabile. Potremmo allora dire che quel film ha tutte le caratteristiche e i pregi e difetti di un bel documentario, e che il miracolo delle parole visive sembra perdersi nella vastità del fiume, percorso senza comunicarci quella fiducia della parola che si fa occhio, e occhio cinematografico.
E per una volta, non sembri presuntuoso il non lasciarsi intimidire dal sospetto di non apparire abbastanza colti.

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