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Pilies Street at dusk, Vilnius, Lithuania

Viaggio a Vilnius

 

L’aereo atterra a Vilnius in perfetto orario, poco dopo le sette di una sera di dicembre, anche se l’impressione è che sia già notte fonda. Un paio di militari mi osservano pigri mentre esco dall’aeroporto, e le prime cose che mi accolgono nella capitale lituana sono il freddo tagliente e le luci giallastre dei lampioni che si riflettono sulla poltiglia lasciata sull’asfalto da nevicate recenti.

Potrei prendere un autobus per il centro, ma la prospettiva di un’attesa all’aria aperta con una temperatura già abbondantemente sotto lo zero mi fa desistere dall’idea. Sono abbastanza fortunato da poter buttare via una quindicina di euro per un taxi e accetto un passaggio verso la città. L’autista è un uomo sulla cinquantina, non parla inglese ma è cordiale, tradisce la voglia di fare quattro chiacchiere in questa sera da lupi. Comunichiamo come possibile, con le poche parole del mio russo approssimativo.

La velocità di crociera è simile a quella di una lumaca, ma un leggero nevischio ha appena ripreso a scendere e la strada bagnata e la visibilità inducono alla prudenza. Le prime immagini che scorrono dal finestrino sono di quelle che ti attendi a queste latitudini: casette di legno dall’aspetto pericolante, impianti industriali che danno l’impressione di vecchie acciaierie dismesse, piccoli condomini a tre piani persi nel nulla.

Mano a mano che ci avviciniamo la città prende forma, si rivela agli occhi la periferia fatta di palazzoni anonimi. Blocchi autarchici con negozietti e bazar al piano terra per i bisogni di prima necessità. Monoliti di stampo socialista, divisi l’uno dall’altro dalle rivendite di giornali e sigarette, piccoli chioschi rossi ormai schiacciati dalle insegne delle grosse catene occidentali di supermercati che iniziano a spuntare come funghi, e che da queste parti rappresentano le uniche luci chiare e intense come luna park in questa notte senza luna.

E poi uffici, palazzi di vetro dall’aspetto più moderno, contemporaneo, la città che tenta di rifarsi il trucco, che rincorre i modelli e gli standard delle capitali occidentali, in cerca di un’identità sganciata dal passato sovietico.

Il taxi mi scarica in pieno centro, proprio sotto il mio alloggio in – letteralmente “La via Tedesca”, per via del fatto che fin dal 1300 una comunità di mercanti e artigiani tedeschi si era stabilita su questa strada – a due passi dalla piazza del municipio e dalle strade del lusso. Mi sistemo alla meno peggio in un appartamento piccolo ma funzionale, con grandi finestre che danno sulla strada alberata.

Vokiečių gatvės - Vilnius
Vokiečių gatvės – Vilnius

La voglia di esplorare è più forte del freddo e nonostante il termometro segni già un meno dieci mi copro alla meglio ed esco in strada. Chi mi accompagna vorrebbe subito portarmi a vedere lo splendore e la grandeur in salsa locale di Viale Gediminas o Piazza dalla Cattedrale, luminarie, mercatini e alberi di Natale, ma la verità è che preferisco perdermi per i vicoli della città vecchia attorno a via Pilies e Aušros Vartai, meno battuti dai turisti e dall’aria più intima, autentica.

Appena girato l’angolo delle strade principali le luci si fanno più fioche, più rade, creando un’atmosfera mitteleuropea, dove grosse porte di legno nascondono gli ingressi di rumorose taverne e osterie, ambienti caratterizzati dai camini scoppiettanti, solidi tavoli di legno e pietanze nelle quali borsch ed altre portate a base di carne e patate la fanno da padrone.

Aušros Vartai - Vilnius
Aušros Vartai – Vilnius

Ospitali rifugi dal freddo che ti circonda e che ti entra nelle ossa, strade e menu che sono l’eredità di un luogo che per secoli ha risentito di influssi slavi, tedeschi, polacchi, fino alle comunità di ebrei ashkenaziti. Questi ultimi meriterebbero un capitolo a parte, se ci si ferma per un attimo a pensare che prima del 1941 circa 60.000 ebrei vivevano nella sola Vilnius, che non a caso era anche conosciuta come la ”Gerusalemme del Nord”. L’arrivo dei nazisti, non senza l’attivo supporto di milizie locali, fece il resto, e a guerra finita non rimanevano che poche migliaia di sopravvissuti, in una dinamica simile a quella avvenuta in altri stati “liberati” dalla Wehrmacht dal Baltico al mar Nero. Un massacro fatto comodamente sul posto, per il quale non fu necessario nemmeno la sforzo della deportazione. Si stima che nella foresta di Paneriai, appena a dieci chilomentri dalla città, furono sterminati e seppelliti da nazisti e collaborazionisti lituani circa 50.000 ebrei nello spazio di tre anni. Donne, uomini, bambini, senza alcuna distinzione. E se la Germania non ha mai smesso di fare i conti con il passato, qui si fa decisamente più fatica ad assimilare il tutto, ad ammettere di essere stati parte di questa tragedia, nonostante i vari memoriali eretti e sparsi nei punti giusti.

Lasciamo le strade del vecchio ghetto assieme ai fantasmi che lo popolano, e continuiamo in quella che più che una passeggiata sta diventando un viaggio temporale, mentre nel buio della notte le sagome dei campanili, che fanno di questa città una capitale del barocco, svettano tutt’attorno, si erigono sopra i tetti e gli abbaini, accompagnano i nostri passi. Ci dirigiamo verso la Porta dell’Aurora, l’ultimo dei nove antichi ingressi del centro storico rimasto intatto, con l’icona della Madonna nera che dall’alto guarda verso il basso, in un atmosfera mistica che per pochi metri è capace di riportare a un rispettoso silenzio anche il più convinto tra atei e agnostici.

Paneriai Memorial - Vilnius
Paneriai Memorial – Vilnius

Più ci si allontana dal centro, più l’atmosfera baltica e mitteleuropea lascia spazio all’eredità slava, a quello che rimane dell’esperienza socialista.

Poche centinaia di metri e giovani hipster, caffè dal design scandinavo e negozi di antiquariato vengono sostituiti da chioschi colmi di bibite e biglietti della lotteria, vecchi filobus Škoda di fabbricazione cecoslovacca, piccoli bazar. Babushke dalle forme generose con l’immancabile foulard sui capelli e uomini dall’età e dall’umore indefinibile ti osservano quasi fossi un alieno, in quello che sempre più appare come un salto nel tempo, che ti fa ritrovare di colpo nell’Unione Sovietica dei Gorbachev e degli Eltsin, anche se ormai è passato quasi mezzo secolo.

Basta attendere il mattino successivo per averne conferma, per vedere i venditori di sogni del centro e le catene internazionali venire gradualmente rimpiazzate dal caos slavo: negozietti di seconda mano dove è possibile trovare un po’ di tutto, mercati coperti di abbigliamento dalle marche incerte importato da Turchia e Cina, gli immancabili venditori di fiori agli angoli delle strade. Mi chiedo quanto questa realtà disordinata possa ancora durare, con i vecchi edifici e le “kommunalke” che uno dopo l’altro vengono acquistati da gruppi privati per diventare appartamenti di lusso, o in alternativa destinate ad accogliere turisti di passaggio, a generare profitti.

Una moltitudine di città nella città, dove le atmosfere di Leipzig convivono con quelle di Chișinău. Non a caso, “Educazione Siberiana”, il film di Gabriele Salvatores tratto dal romanzo di Nicolai Lilin è ambientato in Transnistria, un’area indipendentista e russofona della Moldavia, è stato girato proprio nella periferia di Vilnius. Simili gli scenari e le vibrazioni, eredità dell’occupazione sovietica.

Neris river - Vilnius
Neris river – Vilnius

Qui il nemico è decisamente a est, l’antico dominatore incarnato dalla Russia sterminata e tutto quello che rimane dei suoi satelliti. Il confine bielorusso e il varco di Sulwaki – la lingua di terra che porta all’enclave di Kaliningrad – sono appena a trenta minuti di strada, e i cartelli stradali già indicano in blu la strada per Minsk. A Vilnius i miei coetanei ancora si ricordano bene i fatti del 1991, quando dopo la proclamazione d’indipendenza nel 1990, il governo sovietico inviò l’armata rossa per riprendersi il possedimento ribelle, e occupò parte della città per diversi mesi. Fino a quando il Cremlino, a seguito della resistenza incontrata, non si decise a riconoscerne l’indipendenza.

Date e memorie difficili da dimenticare, relativamente recenti ma già punto fermo della storia lituana.  Eventi che si tramandano alle nuove generazioni come odi di saghe nordiche e vichinghe, che con i loro martiri non solo marcano un avvenimento storico, ma vanno anche a nutrire l’ipernazionalismo che si respira in giro. Ferite e cicatrici che ancora bruciano nell’anima di questo popolo, dei quali è difficile parlare senza suscitare reazioni ed emozioni.

Ma del resto se l’empatia è riuscire a mettersi nei panni dell’altro, quando ti ritrovi a crescere in questo angolo d’Europa e difficile dargli completamente torto. Se poi come vicino di casa ti ritrovi un Lukashenko che decide di fare intercettare un volo di linea Ryanair Atene-Vilnius pieno di vacanzieri lituani per dirottarlo a Minsk – giusto il tempo di arrestare un dissidente bielorusso che sapevano trovarsi su quell’aereo per poi organizzare un’abiura a reti unificate  – capisci come le percezioni del rischio possano essere diverse, a seconda del luogo dove si è nati e cresciuti, e alle distanze di sicurezza rispetto a confini più instabili, più imprevedibili.

Per non parlare poi delle tensioni più recenti a seguito degli avvenimenti in Ukraina, che riguardano da vicino tutta l’area del Baltico e oltre, dalle sabbie di Neringa fin quasi ai ghiacci del circolo polare. E che stanno esasperando ulteriormente quel nulla che ormai rimane dei rapporti con Mosca.

Se solo fosse possibile, in questi giorni dal futuro incerto, immaginare di potere cancellare tutto: ipernazionalismi, nuove voglie d’impero, atlantismi e pretese territoriali dal sapore irredentista. Ma perdersi nelle sponde e nella foschia del Neris, il fiume che divide la città vecchia da nuovi quartieri di grattacieli e uffici ipermoderni, e pensare che si tratti di un bel giorno di primavera. Attraversare il centro nelle sue strade più intime, immobili nel tempo, arrivare fino a Užupis, l’area che si sviluppa verso la collina e dalla quale è possibile ammirare tutta la città, i suoi tetti rossi e la moltitudine di campanili eretti verso il Cielo in uno sforzo mistico, sedersi per un caffè all’aperto, godersi la luce tagliente del nord e il vento fresco in un pomeriggio di fine maggio, lasciare scorrere il tempo senza pensieri.

Vilnius, un luogo che, pur sotto diverse bandiere, per secoli ha rappresentato la casa di mercanti Tedeschi, Ebrei, Polacchi, Russi e Lituani, in un equilibro spezzato definitivamente dai vari ismi e tutti i tragici eventi del secolo breve. Quel passato che dovrebbe essere di monito per il presente, e di cui ci si scorda sempre troppo facilmente. Storie di cui solo i libri, per chi ha voglia di andarseli a leggere, sono ormai rimasti testimoni, e rimpiazzate da altre, dal sapore più patriottico e più funzionali a celebrare miti ed eroi di questa giovane repubblica.

Ma per chi sa ascoltare, la città continua a parlarti, a sussurrarti i suoi segreti. La chiesa ortodossa di San Nicola, la Porta dell’Aurora, la Sinagoga Corale, la chiesa di Sant’Anna, le strade del Ghetto, la cattedrale. E tutto il resto che ti circonda, e che non è elencato nelle guide turistiche. I filobus Škoda, gli artisti e i caffè di Užupis, i palazzi dall’intonaco scrostato e le taverne dalle luci soffuse con i loro camini scoppiettanti e menu immutabili. Dove goulash, shashlik o pierogi possono giocare con l’immaginazione, farti credere di essere in un altro luogo, che potrebbe essere Praga come Kiev.

Republic of Uzupis
Republic of Uzupis

Ritorniamo nel mio appartamento con il termometro che è sceso a meno quindici. Ha ripreso a nevicare, e già la strada sottostante è deserta, in una calma surreale. Solo qualche passante solitario si affretta verso casa, tutto il resto è silenzio. Penso al posto di dogana poco distante, dove probabilmente qualche milite lituano e bielurosso in odore di punizione è stato messo a difendere la patria dall’invasore e pattugliare una strada in mezzo ai boschi dalla quale stanotte non passerà nessuno, nemmeno qualche bracconiere o trasportatore di contrabbando.

Finalmente mi butto a letto, e nel più assoluto silenzio penso a questo luogo che è allo stesso tempo Cracovia, Leopoli, Novgorod e Berlino. Il vero centro geografico dell’Europa, l’ultima grande città a cavallo tra il mondo slavo e asburgico, prima delle foreste e delle steppe che portano a oriente, verso altre storie e altri confini.

Letture consigliate:
Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Feltrinelli
Jan Brokken, Anime baltiche, Iperborea
Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna, Garzanti

Foto di copertina e nel testo: Wikimedia Commons

LO STESSO GIORNO
Gli Alleati arrivano a Buchenwald: tutti liberi, tranne i “Triangoli rosa “

11 aprile 1945
Viene liberato il campo di concentramento di Buchenwald

Aprile del 1945: la guerra, dentro i confini europei, sta volgendo al termine. La Germania nazista è già sotto assedio: le truppe USA e Alleati arrivano da Ovest, mentre le truppe sovietiche da Est: destinazione Berlino.
Proprio in quei giorni le si scoprono con orrore decine di campi di concentramento. Emergeva così per la prima volta la tremenda realtà dei campi di sterminio nazisti, nei quali erano ammassati, oltre agli ebrei, oppositori politici, Rom e Sinti, testimoni di Geova.
Nei campi erano rinchiusi anche gli omosessuali. A partire dal 1935 furono più di 100 mila in Germania gli omosessuali arrestati, di questi, circa la metà fu mandata nei campi di concentramento. Ne morirono circa 10mila, ma le cifre a riguardo sono incerte. La persecuzione e lo sterminio dei ‘deviati’ omosessuali è una storia poco conosciuta, a ragione definita l’omocausto dimenticato.

Questo stesso giorno, l’11 aprile 1945, le truppe americane ,che erano già in Germania da febbraio, raggiunsero il campo di concentramento di Buchenwald, nella Germania centrale, non troppo distante da Weimar.

Buchenwald – il campo prendeva il nome dall’omonima collina sul quale era stato eretto – fu istituito nel luglio 1937 e fu uno dei più grandi campi della Germania nazista, e sicuramente uno dei più duri per gli omosessuali che ne ospitava tra i 700 e gli 800. Tra i tanti esperimenti portati avanti, c’era una ‘ricerca’ sulla cura ormonale dell’omosessualità.
Il medico SS danese Carl Peter Vaernet, sulla base di presunti studi scientifici, ipotizzò che si potesse curare l’omosessualità impiantando massicce dosi di testosterone sui deportati ‘deviati’. L’esperimento, condotto a partire dal luglio del ’44  causò la morte di centinaia di omosessuali.

Pochi giorni prima dell’arrivo del contingente americano, i soldati tedeschi di guardia abbandonarono il campo ancora pieno di deportati. I detenuti organizzarono il campo in autogestione fino all’arrivo degli Alleati, sopravvivendo a stento. .
La gioia che seguì la liberazione fu immensa per migliaia di prigionieri, ma per centinaia di detenuti omosessuali i festeggiamenti sarebbero durati poco. Terminata la guerra, per questi uomini l’orrore continuò. Infatti, il fatidico paragrafo 175 della legge nazista del 1937 non venne abrogato nella nuova Germania. I detenuti omosessuali, che a Buchenwald erano stati contraddistinti con il triangolo rosa, furono fermati e costretti a continuarono la loro detenzione nelle carceri tedesche.

Negli anni successivi si parlò a lungo di compensazioni e risarcimenti per i deportati nei campi di concentramento. In molti  ottennero un risarcimento in denaro per la tremenda tortura ai quali furono sottoposti, ma i “triangoli rosa” rimasero fuori da ogni opzione, niente risarcimento e nessuna commemorazione. Alcuni riuscirono ad evitare il carcere dopo il ’45. Questi però si ritrovarono in grandi difficoltà a causa dell’iscrizione nel casellario della polizia. A differenza degli altri deportati, che furono cancellati dal casellario subito dopo la guerra, i registri nazisti sui quali venivano segnati gli omosessuali furono sfruttati dal nuovo governo tedesco per trovarli e incarcerarli.

Molti sopravvissuti non riacquistarono mai la libertà, morirono in carcere, quelli non incarcerati vissero emarginati dalla società dei ‘normali’ Nessuno ricevette un risarcimento. Il paragrafo 75 rimase in vigore a lungo dopo la fine della guerra. Solo dagli anni Sessanta in poi le autorità della Germania Occidentale cominciarono a depotenziare questa legge. Dopo anni di battaglie, la cancellazione definitiva arrivò solo nel 1994.

Nonostante l’eliminazione della legge, ci volle ancora tempo prima che gli omosessuali ricevessero lo stesso trattamento degli altri deportati. Nel 2002 venne concesso il ‘perdono’ agli omosessuali arrestati durante il Terzo Reich, senza però nominare la repressione che la Germania portò avanti dopo il ’45. I familiari delle vittime, ormai quasi tutte decedute, dovettero aspettare il 2017 per ricevere i risarcimenti.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

foibe

GLI SPARI SOPRA
La giornata del ricordo (raccontata diversamente)

 

La giornata del ricordo [Qui]: un tema difficile da affrontare, scivoloso e irto di ostacoli, dove la storia e il contesto divengono un fastidioso orpello, sul percorso della narrazione italianocentrica.

Per anni si è taciuto su ciò che accadde prima e dopo la guerra sul confine orientale d’Italia. Ora, che un ex comunista negli anni ’90 (Luciano Violante [Qui]) ha istituito la giornata del ricordo, i tragici avvenimenti vengono sempre e solo raccontati da un unico punto di vista.

Le belve titine assetate di sangue sterminarono migliaia di nostri concittadini inermi: questa la sola e unica narrazione di ciò che accadde. I partigiani Jugoslavi come le SS, la violenza della stella rossa contro gli italiani “brava gente”.

Ma siamo proprio sicuri di sapere come sono andati i fatti? Siamo davvero convinti che i morti nelle foibe siano solo italiani, civili e innocenti, una barbarie che si è sviluppata solo dal 8 settembre in poi, senza nessun antefatto?

Vi do un consiglio di lettura: “E allora le foibe” di Eric Gobetti [Qui]. Un libro di storia completo, dove le fonti sono chiare e rintracciabili, dove non c’è una tesi prestabilita, dove i colpevoli non stanno in premessa, dove gli accadimenti si sviluppano nell’arco di mezzo secolo o forse più, dove i fatti tragici parlano sia con accento italiano che slavo, dove il sangue, laggiù sul fondo delle foibe, è di tante, troppe etnie, per essere classificato solo ed esclusivamente come un dramma patriottico.

Trieste, lstria e la Venezia Giulia sono stati per secoli luoghi di incontro, una porta sull’oriente dove popoli di origine differente, hanno convissuto in pace, italiani, slavi, ottomani, austro-ungarici, mille colori, odori speziati, architettura mitteleuropea, capitelli in stile greco mediterraneo. Un pot-pourri di genti diverse in un contesto aperto.

Poi, la “Gran Vera” si mangia una generazione, i ragazzi del ’99 cadono da una parte e dall’altra della barricata. La guerra finisce e inizia il ventennio.

Le scuole slave a Trieste e nella Venezia Giulia vengono chiuse, i cognomi vengono italianizzati, iniziano le persecuzioni e la pulizia etnica. Il regime vuole italianizzare l’Istria per purificarla dai barbari dell’est.

Le terre vengono confiscate, intere popolazioni vengono espropriate delle loro case, inizia l’esodo delle genti slave verso l’interno e verso nord. Cominciano le stragi e le persecuzioni e laggiù nelle foibe cadono Istriani e Dalmati di origine slava.

Una delle foto maggiormente utilizzata per evocare la violenza dei partigiani di Tito nei confronti degli italiani, ritrae un plotone di esecuzione intento alla fucilazione di un gruppo di persone, sul ciglio di una foiba. Dagli elmetti si capisce però, che i soldati non sono Jugoslavi, ma italiani.

Quell’’immagine gira ancora nel web come monito dell’orrore comunista.

Il campo di concentramento di Arbe [Qui], molto meno famoso di quello nazista della risiera di san Saba, fu gestito direttamente da fascisti italiani. In quel medesimo campo videro la morte oltre 1.500 tra sloveni e croati deportati.

Nel 2021 è decorso l’ottantesimo anniversario dell’invasione italiana della Dalmazia e dell’Istria. Questo era in breve il contesto entro cui si lega la tragedia delle foibe e dell’esodo italiano di ritorno. I numeri aberranti degli infoibati, secondo la documentazione storica conta di circa cinquecento morti all’indomani dell’8 settembre del 1943, tre-quattro mila dopo il 1945.

Numeri mostruosi, come è mostruosa e schifosa una guerra, tutte le guerre, di questi morti stando all’analisi delle vittime si evince che la maggior parte furono collaborazionisti e o combattenti fascisti al fianco dell’occupante nazista. Non fu pulizia etnica, ma una vendetta e una brutale resa dei conti.

Tra le tante vittime ci furono certo donne e uomini estranei alla violenza fascista avvenuta in precedenza, uccisi solo perché italiani. Ma la guerra non ha nulla di umano, pur essendo l’espressione unica che ci differenzia dagli animali, dai Neanderthal a oggi.

I numeri e i concetti non sono revisionismo storico, tantomeno negazionismo, e nemmeno la banalizzazione di una tragedia, sono tasselli che non possono essere avulsi dal contesto. Mieli e altri, parlano di centinaia di migliaia di morti italiani, addirittura di milioni: ecco perché si vuole equiparare ciò che accadde sul confine est con la Shoah, ma così non fu.

Fu una delle tante immani tragedie che si verificarono durante la seconda guerra mondiale.

Quello che invece è passato, nell’opinione pubblica, anche progressista e democratica, è l’equiparazione partigiano/fascista, cioè tanto gli uni quanto gli altri compirono delle atrocità, senza pensare a quale parte della barricata occupavano.

Dopo il ’43 circa trentamila italiani andarono a gonfiare le file della resistenza Jugoslava, diecimila dei quali morirono tra le sponde est e ovest del Tagliamento.

L’immagine degli italiani brava gente, del fascismo buono se confrontato al nazismo è oramai diventata una verità. Difficile credere che nei campi di concentramento gestiti dalle forze armate italiane, furono internate centomila persone e almeno cinquemila (compresi donne e bambini) ne morirono.

Molto più semplice paragonare il nazi-fascismo al comunismo, non importa se durante la seconda guerra mondiale morirono ventitré milioni di Russi e senza Stalin, in Europa si sarebbe marciato col passo dell’oca per sempre.

Certo che mi espongo alle critiche di chiunque voglia fare i paragoni. Ma io mi chiedo: il comunismo fu Stalin, Pol Pot e Mao o Marx, Gramsci, Brecth, Sartre, Neruda, Rosa Luxemburg e Berlinguer? Il cristianesimo fu Gesù Cristo o Tomás de Torquemada (il grande inquisitore)? L’America fu Martin Luther King o Andrew Jackson? La Francia fu la paria dei Lumi, o una delle più grandi potenze colonialiste del mondo? L’Inghilterra fu la prima nazione ad avere una costituzione o fu la nazione che estinse i nativi in almeno due continenti?

Sono domande a cui ognuno, a seconda delle proprie ideologia, avrà una risposta adeguata, ma come ultima chiosa vorrei aggiungere: esistette un fascismo buono e un nazismo cattivo? A mio parere no, Hitler venne dopo Mussolini e prese molti spunti da esso. Hitler vedeva Mussolini come un modello, quindi fu il nazismo a copiare il fascismo e non viceversa. Il führer prese a modello la “soluzione finale del problema indiano” attuato in America, quando progettò lo stermino degli ebrei.

L’antifascismo in Italia non è più un valore condiviso, non esiste più una forza politica di massa che ne faccia bandiera, assioma insormontabile. Solo l’ANPI [Qui] tiene per sempre alto il valore dei partigiani, mentre tutt’intorno fermenta il revisionismo.

La storia non dovrebbe avere colore o ideologia, andrebbe raccontata tutta, con numeri e dati reperibili, ma così non è. La memoria diviene facilmente manipolabile, soprattutto quando la massa percepisce gli eventi così come ci sono descritti, senza cercare mai di approfondire, come in un film giallo di terz’ordine, dove l’assassino è il cameriere, comunista per giunta.

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Cristiano Mazzoni clicca [Qui]

 

DI MERCOLEDI’
27 gennaio 2021: giornata della memoria

Di mercoledì cade in questo 2021 la giornata della memoria. Ai primi di gennaio scrivo diligentemente sul nuovo calendario da appendere in cucina le date notevoli, che vanno rispettate nel nuovo anno. Scrivo le ricorrenze familiari, a partire dai compleanni di chi non c’è più, fino a quelli dei più piccoli, i due nipotini così pieni di futuro. Scrivo le date di qualche visita medica già fissata, o incontri programmati con gli amici, pochi in verità in tempo di Covid. La giornata del 27 gennaio non ha bisogno di essere scritta, è un riferimento fisso e ineludibile. Da insegnante l’ho onorata con le attività da fare a scuola insieme ai ragazzi, come le maratone di lettura che occupavano tutta la mattina nell’atrio grande della scuola. Bisognava iscriversi per tempo per non restare esclusi, si cercavano testi e immagini da condividere. Alcuni si schermivano, ma la più parte degli studenti voleva leggere davanti agli altri anche solo poche righe.

Quest’anno da neopensionata rileggo alcuni testi su cui ho già lavorato, col gusto di ricordare il già fatto e di lasciare altri segni a matita sulle pagine, di impadronirmi di alcuni frammenti in totale libertà di movimento,  senza la bussola della didattica.

Apro Vanadio, il penultimo dei racconti compresi nella raccolta Il sistema periodico uscita nel 1975. Herr Müller risponde cortesemente che una piccola dose di vanadio può facilitare la reazione chimica sperata per le vernici, perché riescano di buona qualità. La sua lettera è la prima di una serie con cui risponde a un chimico italiano di lunga esperienza, persona cortese a sua volta e dotata di grande competenza. Il suo nome è Primo Levi. Ha cominciato lui lo scambio epistolare per segnalare che sembra difettosa una partita di resina fatta venire dalla Germania, dalla prestigiosa fabbrica in cui Herr Müller lavora.

Dalla risposta che ha ricevuto, Levi si accorge che il suo corrispondente tedesco fa un errore di ortografia, scrive Naptylamin anziché Naphthylamin. Anche quel Doktor Müller che veniva spesso a fare ispezione al laboratorio chimico del lager aveva questo vezzo. Era un borghese, dall’aspetto corpulento e autorevole, che controllava il lavoro fatto da Primo e dagli altri due prigionieri specialisti in chimica.

Nelle lettere che seguono avviene lo svelamento: da un ‘pt’ sbagliato esplode la memoria del passato, che in Primo è rimasta intatta, “di una precisione patologica”. Primo manda a Herr Müller il suo libro sul lager, Se questo è un uomo; chiede se Müller conosceva allora gli “impianti” di Auschwitz: non può non andare a fondo nel dialogo che si è riaperto dopo tanti anni – siamo nel 1967 –  “con uno di quelli di laggiù, che avevano disposto di noi, che non ci avevano guardati negli occhi, come se noi non avessimo avuto occhi”.

Nella sua risposta il tedesco dice di deplorare i fatti di Auschwitz, dice di esserci stato per poco tempo e di essersi occupato solo dell’attività del laboratorio. Si è riletto le annotazioni prese a quel tempo e vorrebbe incontrare Primo, di cui ha mantenuto un ricordo speciale. A Primo aveva procurato allora un paio di scarpe, e ora dice di avere provato empatia per lui durante le brevi visite in lager.

Trascrivo le parole di Levi, insostituibili: “Forse, in buona fede, si era costruito un passato di comodo…Durante il suo breve soggiorno ad Auschwitz ‘non era mai venuto a conoscenza di alcun elemento che sembrasse inteso all’uccisione degli ebrei’. Paradossale, offensivo, ma non da escludersi: a quel tempo, presso la maggioranza silenziosa tedesca, era tecnica comune cercare di sapere quante meno cose fosse possibile, e perciò non porre domande… Müller continuava dunque, nel momento in cui scriveva, a non avere ‘keine Ahnung’, a non rendersi conto”.

Quando Primo si accinge a rispondergli, è pieno di perplessità e intende scrivere che non vuole incontrarlo. Può provare rispetto per lui, perché in fondo ha condannato il nazismo, seppure timidamente, non ha cercato giustificazioni, ma non può amarlo né desiderare di rivederlo. Nessuna redenzione dal passato, nessuna distorsione. Il racconto si chiude con la notizia della morte improvvisa del Dottor Lothar Müller, che pone fine a qualunque iniziativa di incontro tra i due.

Dalla raccolta La notte sul mondo (Auschwitz dopo Auschwitz) del mio caro amico Roberto Dall’Olio leggo la poesia dedicata ad Anne Frank, alcuni versi sono particolarmente belli: “non si poteva camminare/nel tuo nascondiglio/se non nelle ore stabilite/la stessa tua casa/oggi calcata da tante scarpe/da tante gambe volti lingue/e folla che omaggio ti reca/avessi tu avuta questa libertà/tenera e dovuta”. La poesia si riferisce al nascondiglio, in cui Anne e la sua famiglia sono stati rifugiati per 761 giorni nel centro di Amsterdam, tra il luglio del 1942 e l’agosto del 1944.

La stanza, in cui Anne ha trascorso il tempo della sua scrittura e dove si è formato il suo celebre Diario, l’ho vista ricostruita in un bellissimo documentario trasmesso da Rai1 sabato scorso, per la regia di Anna Migotto e Sabina Fedeli: Anne Frank. Vite parallele. Dentro la stanza si muove l’attrice Helen Mirren, che ora osserva le pareti e le suppellettili, ora siede e prende tra le mani il diario a scacchi rossi di Anne. Legge le pagine della adolescente che è divenuta il simbolo della Shoah. Intanto si incrociano a questa altre storie di donne che hanno vissuto la deportazione nel lager nazisti, ma sono sopravvissute. Quando appaiono sul video si rivelano anziane donne dall’aspetto curato. Sono i ricordi che liberano guardando la cinepresa a tradire un passato straziante, che non è normale e non è umano. Come è stata la loro vita dopo il lager? Dopo una faticosa rielaborazione del passato, dei sensi di colpa per essere rimaste in vita, si sono poste come testimoni instancabili della shoah. Non ne ricordo il nome, ma ho negli occhi la camminata lenta di una di loro, che ogni settimana fa visita al campo di Terezin. Mentre varca l’ingresso principale vacilla lievemente e si appoggia allo stipite prima di riprendere a muoversi, ha 93 anni e indossa un cappotto pesante contro il gelo di questi mesi invernali. Credo che così facendo compia ancora oggi, così vecchia e stanca, il dovere di ricordare e far ricordare ciò che è stato.

Un breve flash dai telegiornali visti in queste settimane mi riporta la figura di Liliana Segre, che a 90 anni occupa la sua poltrona in Senato. Ha affrontato un lungo viaggio in treno per essere presente e per sostenere col suo voto e col suo profondo senso civico il Governo in questa fase delicata e confusa. La bella faccia di Sami Modiano è comparsa domenica sera su Rai3 durante una intervista a Walter Veltroni, che ha scritto la storia di questo “bambino che tornò da Auschwitz” dal titolo Tana libera tutti appena uscito presso Feltrinelli.

Segre e Modiano sono qui. Come sarebbe stata la vita di Anne Frank se fosse sopravvissuta al lager di Bergen-Belsen, dove invece morì nel febbraio del 1945? Il documentario su di lei e sulle altre cinque sopravvissute pone questa domanda. Una tra le risposte possibili, forse la migliore risposta viene da Katarina, una adolescente di oggi, che nel filmato percorre a ritroso le tappe di quella storia di morte, incontra le testimoni della Shoah e finalmente approda ad Amsterdam alla casa di Anne, alla stanza dove Helen Mirren ha finito la lettura del diario ed esce lasciandole il posto. Scrivere un proprio diario di viaggio attraverso hashtag e sms, entrare nella stanza di Anne Frank è un bel modo di ricordarla.

Anche i ragazzi che Roberto Dall’Olio ha accompagnato al campo di Auschwitz hanno fatto un lungo viaggio; dalle parole finali della prima poesia della raccolta, Auschwitz la prima volta, comprendo che è stato soprattutto un viaggio dentro loro stessi: “schnell schnell juden /siamo in fila/per visitare l’inferno/perché tutto questo? Perché/questo epocale inverno?”

I testi a cui faccio riferimento nel testo sono:

  • Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, 1975
  • Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 1958
  • Roberto Dall’Olio, La notte sul mondo (Auschwitz dopo Auschwitz), Mobydick, 2011
  • Walter Veltroni, Tana libera tutti, Feltrinelli, 2021

 

In copertina: particolare di Le foglie cadute di Menashe Kadishman, in mostra permanente al Museo Ebraico di Berlino.

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Italia, Ferrara

“MAI IMPARAR L’ITALIANO”
L’attrazione fatale di un tedesco per il Belpaese

In questi momenti, per un tedesco parlare dell’Italia come attrazione non è davvero facile; ma io, nonostante tutti i problemi politici ed economici, nonostante i rapporti ufficiali e non ufficiali fra i due Paesi, non ho perso la voglia di essere fedele ad un forse troppo vecchio amore o, almeno, alla grande simpatia che mi lega all’Italia.

Nie Italienisch lernen
Eine Sprache, die klingt
als brächte sie einen besseren
Menschen hervor.
Blau sind die Worte und meergrün,
und in jedem O
steckt eine leuchtende Orange.
Ich bin nicht unterwegs,
um mich vor Illusionen zu hüten.
Ich bevorzuge Menschen,
die ich nur mangelhaft verstehe.
Fehldeutungen,
eine schöner als die andere
auf der Ebene der Arien
Rainer Malkowski

Mai imparar l’italiano
Una lingua che suona / come se generasse / un uomo migliore. / Blu e verde acqua son le parole / e in ogni O / luminoso un frutto si nasconde. / Non erro / per proteggermi dalle illusioni. / Preferisco persone / che limitatamente solo comprendo. / Incomprensioni, / una più bella dell’altra / quasi fossero arie musicali.
(Traduzione di Laura Melara Dürbeck)

Per un tedesco, tutta l’attrazione per l’Italia si trova dentro questa poesia: la meravigliosa e sensuale lingua italiana, il paese dei sogni, delle illusioni, dell’opera lirica. Ma da anni, e da tedesco, ho imparato anche che un tedesco non capisce veramente tutto e in tutti i sensi dell’Italia e degli Italiani.
Ci sono sempre pregiudizi, diagnosi sbagliate, equivoci. Molto simili a quanto lo scrittore Malkowski ha espresso in questa  poesia e, decenni prima di lui, hanno scritto tre filosofi tedeschi che ho stimato sempre molto.
“Quando un tedesco entra Italia  fa quasi sempre un ‘ingresso falso’. Ha desideri ed immagini storti o almeno troppo unilaterali. Cosi non puo vedere la vita reale nel paese e capisce niente o quasi niente del paese italiano. Il paese sembra  poroso e allo stesso tempo chiuso. Tutto sembra possibile ed insieme impossibile…”. Cosi il filosofo tedesco Ernst Bloch in un testo scritto 1925.
Quasi identico ad una frase di Walter Benjamin, un altro intellettuale tedesco di quell epoca pre-fascista: “l’Italia è il paese della porosità, dell’ indolenza e della passione per l’improvvisazione.“.
Alfred Sohn-Rethel, anche lui un filosofo vicino  alla Scuola di Francoforte,  ha scritto nel  1926 un breve saggio a Napoli titolato “Das Ideal des Kaputten“ (L’ideale del kaputt). “Un Napoletano – scriveva Sohn-Rethel – si interessa ad  una cosa tecnica solo quando è rotta. Una riparazione finale per un Napolitano è una cosa orrenda, impensabile…“.

Cosi abbiamo già un bell’ inizio per una conversazione sull’attrazione per un altro paese; così un tedesco può amare (e anche temere) la cultura italiana per la sua porosità, la sua imprevedibilità, la sua passione per l’improvvisazione e la sua forse involontaria capacità di riparare cose rotte. Tutto quello che per un tedesco, per un teutonico puro, assolutamente non rappresenta nulla in generale. Forse è solo un pregiudizio ma non credo perché io, tedesco, mi conosco molto bene. E, forse, proprio per la sua porosità l’Italia sembra cosi attraente per un tedesco.

Per non generalizzare troppo non parlo di un tedesco qualsiasi ma di me.
Sono nato 1950 nella parte estrema del nordovest tedesco, dove la terra è pianeggiante e costellata da fattorie. Almeno era cosi sessant’ anni fa. La mia infanzia ha odorato di stallatico. Al centro del nostro villaggio c’era ancora un fabbro che ferrava i cavalli. Nei miei ricordi d’infanzia si sente un po’ il profumo del primo Novecento ma sopratutto la puzza del nazismo finito solo cinque anni prima.
Tutto era molto semplice, provinciale, e soprattutto, molto chiuso verso il mondo. Dell’Italia si sapeva solo che la capitale era Roma e che il Papa viveva in Vaticano. Il Papa di allora, Pio XII. aveva una grande autorità nel mio ambiente familiare. E questa autorità parlava Italiano o Latino ma non tedesco. La regione dove ho trascorso l’infanzia era molto cattolica, quasi una Bassa Padana ai tempi di Don Camillo, ma senza Peppone.

Del resto, in quella parte della Germania del Nord Ovest è nato anche  Rolf Dieter Brinkmann, un poeta del cosiddetto Underground of the sixtees che ha scritto un acceso attacco alla cultura italiana titolato Rom, Blicke (Roma, sguardi).
Il mio punto di vista sull’Italia invece è stato, grazie a mia mamma, sempre opposto a quello critico di Brinkmann. Devo ringraziare mia madre se per l’Italia, con la sua storia, arte e cultura, ho  avuto fin dal primo momento una grande attrazione, viva ancora oggi, seppure un po’ meno forte.
All’inizio degli anni ’30 mia madre frequentò, assieme ad alcune sue amiche, una scuola cattolica di economia domestica a Vicarello, un  paesino sul lago di Bracciano. Da allora ha fatto spessissimo riferimento a quel periodo trascorso in quello sconosciuto Sud, un periodo che deve essere stato per lei felice, almeno a vedere le foto-ricordo e a sentire i racconti di quei mesi trascorsi così lontano!
Molte vicende della sua vita sono state certamente tristi, e solo raccontando la sua permanenza di tanti anni prima sul lago di Bracciano si leggeva la gioia sul suo volto: quell’esperienza tanto lontana nel tempo aveva  costituito per lei una sorta di ‘speranza di felicità’.
Forse quella speranza di felicità era anche per lei (e anche per me) un’ illusione, una attrazione costruita sulle sabbie mobili, uno di quegli ingressi falsi e porosi per entrare nel paese Italia.
Oggi lei non vive più, e io ho ricevuto da lei quella ’eredità italiana’: non è una eredità pesante ma di valore.

L’attrazione per l’Italia c’e ancora ma ha perso non poco di quella speranza di felicità’ (che non sono solo i beni culturali dell’Italia ma dell’Europa, di più, del mondo ), una speranza tradita dal livello bassissimo di tante trasmissioni televisive, dal consumismo come una nuova religione eccetera. Certo, e lo devo sottolineare, non sono fenomeni solo ‘all’italiana’: esistono più o meno forti anche negli altri paesi europei, anche nella mia Germania apparentemente cosi sana, pulita, ben ordinata, senza corruzione.
Antonella conosce benissimo la Germania, la sua attrazione per gli italiani, ma anche le sue ombre e debolezze. Dalla sua La deutsche Vita ho imparato moltissimo sul  mio paese d’origine; ma talvolta leggendo il suo  libro mi sono chiesto se Antonella abbia scritto un libro sulla Germania o sulla stessa Italia. Ecco ad esempio cosa scrive: “Perché è proprio il non piacersi, l’essere ipercritici con se se stessi uno dei tratti che più mi hanno colpito  del carattere nazionale di questo paese. La mia amica Susanne attribuisce  persino a questa scarsa benevolenza verso se stessi la ragione per cui sempre meno tedeschi sono disposti a riprodursi. Una specie di istinto culturale all’estinzione“.
Ma torno a me e il mio rapporto con Italia, la Heimat o l’Ex-Heimat o la Non-Heimat di Antonella…
Sono entrato in Italia col ‘vento rosso’ degli anni  Sessanta e Settanta. Ad Hannover, dove ho studiato abbiamo cantato durante le manifestazione politiche  canzoni antifasciste come Bella Ciao a Bandiera rossa. Abbiamo letto i primi libri di Massimo Cacciari e di Rossana Rossanda sulla Classe operaia in lotta. Per me personalmente i cattolici di sinistra come Don Enzo Mazzi a Firenze, Dom Giovanni Franzoni a Roma o Don Lorenzo Milani a Barbiana erano molto interessanti e stimolanti. Sandro Pertini è stato idealmente per me il nonno che avrei desiderato, Giorgio Bassani non è stato il padre preferito – per carità – ma sicuramente  uno scrittore che ho molto stimato.
Il suo Romanzo di Ferrara mi ha così profondamente colpito che, appena ne ho avuto la possibilità, ho acquistato a Ferrara un piccolo appartamento in un palazzo dentro la Mura. Da tredici anni sono molto legato alla città estense dove spesso sento un po’ del profumo e della luce  della mia infanzia.
Anche noi in Bassa Sassonia abbiamo avuto la nebbia autunnale. Anche da noi il paesaggio era un po’ simile a quello sul Po: basso, senza colline e con tante nuvole verso l’orizzonte. Questo era il paesaggio della mia infanzia e della mia gioventù.

la bici era per noi il mezzo principale per muoversi. La Chiesa era nel centro del Paese e delle piccole città. Ma attraverso i nostri amici ferraresi ho scoperto anche una cultura borghese che in Germania, dopo il fascismo, era quasi del tutto sparita: liberale e di sinistra e antifascista, quella che Mario Pannunzio, il fondatore de L’espresso ha definito: “progressista in politica, conservatrice in economia, reazionaria in costume“.  Anche per il mio impegno civile di oggi ho imparato molto dalla esperienza azionista d’allora, del Dopoguerra.

La cultura politica italiana ha avuto e ancora suscita in me una certa attrazione, nonostante i fenomeni oscuri ‘all’italiana’, molto conosciuti in tutto il mondo. Cito solo una forza importante, la presenza di un forte volontariato, proprio dentro la crisi della democrazia rappresentativa e del cosiddetto Welfare State: forse il volontariato è politicamente un po’ incerto ma ha una grande volontà di fare qualcosa, sia a livello locale sia a livello mondiale. Per questo la forte presenza degli italiani negli NGO-Networks in tutto il mondo è un segno significativo e confortante.

Ma forse anch’io sbaglio in tutto…
Non erro
per proteggermi dalle illusioni.
Preferisco persone
che limitatamente solo comprendo.
Incomprensioni,
una più bella dell’altra
quasi fossero arie musicali…

Le grandi bugie e l’annullamento delle verità storiche

La falce e il martello come la croce uncinata, come il fascio littorio, come la croce celtica. Marx come Hitler, entrambi tedeschi, Gramsci come Mussolini, entrambi italiani.
Fatico a scrivere e commentare ciò che combatto dalla quinta elementare, l’omologazione, la grande bugia, l’annullamento della verità storica.
Credo di averlo detto e scritto, dagli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, dai banchi della Ercole Mosti, e dall’ultima fila della Giuseppe Garibaldi, Stalin fu un dittatore, la sua presa del potere post Lenin, non portò alla dittatura del proletariato, ma alla dittatura dell’apparato, al culto della personalità, quella fu dittatura, non comunismo.
Senza Stalin però e senza i 23.000.000 (ventitrè milioni) di morti sovietici, rileggete il numero e scanditelo a voce alta, la storia d’Europa sarebbe diversa, si marcerebbe col passo dell’oca e al posto di “Bella ciao”, si fischietterebbe “faccetta nera”.
Il democratico e intellegibile parlamento Europeo, coi voti pure di sedicenti esponenti di sinistra, ha voluto equiparare Nazismo/Fascismo al Comunismo. Perché? Perché la storia deve essere interpretata, e non studiata?
La falce ed il martello rappresentano le forze del lavoro, gli operai ed i contadini del mondo intero, senza confini e senza frontiere, la croce uncinata rappresenta la pura e bionda razza ariana, il fascio littorio rappresenta i latifondisti e la ricca borghesia italiana degli anni venti, i padroni del vapore, quelli che si nascondevano dietro al privilegio, non il popolo, carne da cannone. Mussolini entrò in guerra “ per portare qualche migliaio di morti al tavolo delle trattative”.
Lo scellerato patto Ribbentrop / Molotov, fu davvero molto diverso dall’immobilismo decennale delle forze occidentali nei confronti di Mussolini prima, Franco poi, ed Hitler dopo?
Ora, elencare i filosofi, pensatori, intellettuali e martiri comunisti e paragonarli a Goebbels, Himmler, Heydrich, Eicke ed altri topi di fogna simili è offensivo e vomitevole, ed infatti, io non lo farò.
Altersì, paragonare il Manifesto, il Capitale, i quaderni del carcere, Canto General, ed altri mille testi filosofici, economici, poetici al Mein Kampf è pura follia.
Citare i pensatori del passato, non comunisti, come Thomas Mann e riportare cosa pensavano della differenza tra Comunismo e Nazismo è come gettare perle ai porci.
Quindi, sinteticamente, voi rappresentanti dei popoli europei attuali, voi revisionisti e ‘pansisti’ imperanti, fate pure i vostri nauseabondi paragoni, (fascista è chi il fascista fa, semi cit.), io sto dalla parte delle Brigate Garibaldi, sto dalla Parte del Partito Comunista d’Italia, dalla parte del Partito Socialista di Giolitti, sto dalla parte dei martiri, sono in cella con Gramsci, muoio in povertà in un sobborgo di Londra con Marx.
Scappo braccato dai neri avvoltoi del regime, come Pablo Neruda, difendo il mio popolo fino alla fine, dalle stanze della Moneda, come Salvador Allende, giaccio su un tavolaccio di legno, all’interno di una lavanderia, con gli occhi aperti diventatimi improvvisamente azzurri, con il Che, parlo ai microfoni della mia radio, contro i baroni di Mafiopoli, come Peppino Impastato, esalo l’ultimo pensiero dal palco di Padova… strada per strada, casa per casa… come Enrico Berlinguer.
Se poi ai simboli, si vogliono associare i morti, entriamo in una diatriba infinita, una contabilità dell’orrore che non esime, anzi vede primi in classifica i simboli religiosi, ma a nessuno viene in mente di paragonare tutte le religioni al Nazi-fascismo, perché?
I morti sono lì, basta solo andare a ricontarli.

Ecco, questo ero, questo sono e questo sarò, incriminatemi, incatenatemi, mettetemi alla gogna, io sono Comunista, alzo il pugno, sventolo la bandiera rossa, la falce e il martello sono tatuate nel mio cuore. Voi omologatevi pure, ma io non sarò mai come volete voi.

“Una vergogna equiparare comunismo e nazi-fascismo” secondo il professor Gianni Fresu

La risoluzione votata dal Parlamento Europeo, la quale equipara il nazi-fascismo al comunismo, sta facendo parecchio discutere, soprattutto perché, tra i favorevoli, ci sono stati molti voti di europarlamentari afferenti al Partito Democratico. Abbiamo chiesto di fare chiarezza su questa diatriba al professor Gianni Fresu, profondo conoscitore del comunismo e della sua storia, professore di storia nell’Università federale di Uberlândia in Brasile e presidente dell’International Gramsci Society Brasil, il quale ha pubblicato un libro tal titolo “Antonio Gramsci. L’uomo filosofo” (Aipsa Edizioni) qualche settimana fa.

Cosa ne pensa di questa risoluzione del Parlamento Europeo?
Penso sia un vergognoso e irresponsabile atto di revisionismo, reso ancora più grave dall’essere il frutto di un mercanteggiamento con i Paesi del blocco orientale (Polonia e Ungheria), non certo distintisi in questi anni per il rispetto delle pratiche democratiche. Il fascismo nasce come negazione storica del comunismo, tra le trincee e le fortificazioni delle classi dirigenti europee, abbarbicate nella disperata difesa dei vecchi equilibri passivi tra le classi. Senza il contributo dei comunisti, il nazifascismo mai e poi mai sarebbe stato sconfitto. Presentare il fascismo e il comunismo come fratelli gemelli, nati dalla stessa degenerazione genetica, ha una sola finalità logica: assolvere il liberalismo e le classi dirigenti europee dalle loro storiche gravissime responsabilità rispetto alla nascita e all’avvento dei movimenti di Mussolini e Hitler.

Cosa hanno di diverso comunismo e nazifascismo?
Il fascismo rappresenta un grande buco nero per la civiltà europea, nel nostro caso, la contraddizione nazionale rispetto alla quale i liberali italiani non riescono a nascondere la propria lunghissima coda di paglia. Per questa ragione Croce definì il fascismo una crisi morale europea senza alcuna radice sociale (borghesia) o politica (liberalismo) riconducibile al suo album di famiglia e, oggi, i suoi discendenti, anziché studiare le responsabilità endogene del collasso liberale, preferiscono considerarlo una conseguenza del fanatismo totalitario bolscevico, non il prodotto storico del colonialismo e del suo portato ideologico autoritario e razzista di dominio assoluto di una civiltà sulle altre. Il movimento comunista nasce in contraddizione con i paradigmi della civilizzazione occidentale e le pretese dell’Imperialismo. Se il fascismo è una forma nuova ed esasperata di nazionalismo, sorto in un contesto segnato dalla crisi di egemonia delle vecchie classi dirigenti liberali e di radicalizzazione della lotta sociale per l’irrompere delle masse popolari mobilitate nella Prima guerra mondiale, il comunismo si costruisce attorno a un principio di universalità della dignità umana in contrapposizione a ogni ideologia nazionalista e razzista.

Quindi l’universalità come differenza principale?
Il principio “proletari di tutti i Paesi unitevi” è concettualmente e praticamente incompatibile con il fascismo. Il comunismo è un movimento che nasce attorno all’esigenza dell’emancipazione umana, ossia nasce dalla necessità di risolvere le contraddizioni economico-sociali che limitano l’effettivo esercizio delle libertà formali. Il fascismo, per essere compreso, non può essere espulso dal terreno reale della storia, non fu la “banalità del male” né una parentesi irrazionale, un metodo o il frutto di una psicosi collettiva che travolse le difese morali della civiltà europea sorto al di fuori della sua cultura. Il fascismo fu un movimento sociale ed un’ideologia storicamente determinata, il risultato di specifiche condizioni sociali e culturali funzionali a determinate esigenze di classe. Al di là delle situazioni eccezionali che determinarono la sua apparizione, nel contesto che accompagna e segue la Prima guerra mondiale, il fascismo rappresentò il tentativo di instaurare l’ideologia tradizionale del colonialismo e dell’imperialismo dentro gli stessi confini dell’Europa. Uno dei suoi concetti chiave è il diritto allo “spazio vitale”, ma tale principio non è una invenzione di Corradini, Mussolini e Hitler. Fa parte organicamente della cultura politica delle potenze occidentali durante l’epopea dell’Imperialismo. Più in generale, è parte integrante dell’ideologia coloniale, che considerava lecito dominare, sfruttare e anche eliminare le “civiltà inferiori” o “primitive” che si frapponevano al desiderio di trasformare tutto il mondo in funzione strumentale dello sviluppo europeo.

La questione sulle razze inferiori e superiori in pratica.
Il razzismo e la scientifica disumanizzazione degli “incivili” sono tipici del colonialismo, che si servì delle teorie sull’esistenza di una gerarchia tra le razze per legittimare il sistema criminale di dominio degli Occidentali sui popoli coloniali. Del resto, come Domenico Losurdo non mancò di sottolineare ripetutamente, Hitler utilizzò l’esempio della “Conquista del West” per legittimare la sua idea di “spazio vitale”, ispirandosi esattamente a quella concezione di “avanzata della civiltà”, quando immaginò di riservare ai popoli slavi la stessa sorte toccata ai popoli dei nativi americani sterminati dai coloni nordamericani. Dunque, se proprio vogliamo trovare un elemento di fratellanza ideologica del fascismo dobbiamo guardare alla storia dell’Occidente, non certo al comunismo. Il fascismo è il prodotto delle contraddizioni oggettive e soggettive delle società liberali in crisi, ma al tempo stesso è uno sviluppo politico e culturale della brutale civilizzazione che ha storicamente sottomesso e schiavizzato i popoli non europei. Non riconoscere questi legami organici rifiutandosi di storicizzare premesse e cause razionali di questo fenomeno, inevitabilmente porta all’utilizzo delle categorie antistoriche della ‘teratologia’, che pretendono di rappresentale la realtà come risultato inspiegabile della mostruosità o della deformità.

Due anni fa c’è stato il centenario della rivoluzione Russa. Quell’esperienza come dovrebbe essere letta storicamente? In maniera positiva o negativa?
Senza il contributo della Rivoluzione d’Ottobre non si spiegano nemmeno l’affermazione dei diritti sociali e l’estensione dei diritti di cittadinanza alle donne, fino al 1917 escluse dal concetto di universalità occidentale. Oltre a questo, la Rivoluzione d’Ottobre investì da subito e diede un vigoroso impulso alle lotte di liberazione nazionale dei popoli assoggettati al dominio occidentale, dando luogo alla decolonizzazione più diffusa e profonda nella storia dell’umanità.

Spesso i detrattori del comunismo citano i milioni di morti causati da Stalin nell’est Europa e da Mao in Cina, cosa puoi dire a tal proposito?
Oramai è diventato un luogo comune citare la discutibile contabilità dei lutti fatta (all’ingrosso) nel famigerato “Libro nero del comunismo”, nel quale vengono compresi anche i morti per guerre e carestie in gran parte dei casi indotte dall’esterno. Sarebbe ora, credo, di scrivere pure un “Libro nero del liberalismo”. Domenico Losurdo ha fatto nei decenni questo lavoro attraverso una puntuale critica storica e filosofica, manca però un banale libro in cifre, di semplice ragioneria politica del capitalismo. Se, infatti, usassimo gli stessi parametri adottati da Stéphane Courtois &Co., quante centinaia di milioni di morti dovremmo imputare all’espansione mondiale delle nostre relazioni sociali borghesi? Proviamo solo a pensare a questo: le conseguenze storiche dell’accumulazione originale del capitale sulle sterminate masse rurali cacciate dalle campagne trasformate in moltitudini mendicanti nelle grandi periferie urbane; lo sterminio dei popoli nativi nel Nord e Sud America, Asia e Oceania; i morti dovuti alla miseria e allo sfruttamento coloniale occidentale in Africa, schiavismo compreso; le infinite guerre imperialiste condotte negli ultimi due secoli in ogni angolo del pianeta per rapinare le risorse dei “popoli incivili”. Un’ecatombe, ben occultata nei libri o nelle trattazioni divulgative sulla storia dell’umanità. Anche questo conferma un punto già colto da Marx e Engels nella metà dell’800: è proprio nel terreno delle ideologie il vero successo della società borghese, così l’aver trasformato il mondo in un grande cimitero è presentato come affermazione dei principi di libertà e civiltà sulla barbarie. Il paradosso storico è che, pur essendo maestri di ideologia, i grandi e piccoli teorici del liberalismo fanno della critica alle ideologie la propria battaglia più caratterizzante. La conferma della loro capacità egemonica è che la maggioranza delle persone, dotata anche di una buona cultura, ci crede e la riproduce più o meno consapevolmente.

Nell’est Europa esiste “l’apologia di comunismo”. Come puoi spiegare questa scelta?
Si spiega con la logica della Restaurazione successiva a una guerra che il socialismo ha oggettivamente perso. Uso una citazione per spiegarmi meglio: “L’idra della rivoluzione è già stata annientata nei suoi fautori e in buona parte dei suoi prodotti; ma bisogna ancora soffocarne la semenza, nel timore che possa riprodursi sotto altre forme. I troni legittimi sono stati ristabiliti: ora mi dispongo a ricollocare sul trono anche la scienza legittima, quella che si pone al servizio del supremo Signore, la verità della quale è attestata da tutto l’universo” (C. L. Von Haller, La Restaurazione della scienza politica, (a cura di) M. Sancipriano Utet, Torino, 1963, pag. 75). In questo modo uno dei massimi teorici della Restaurazione, Karl Ludwig Von Haller, apriva nel 1816 la sua opera più celebre con un intento dichiarato: sconfiggere, anche sul piano teorico, le dottrine rivoluzionarie, già battute sul piano politico dalla riaffermazione dei principi dinastici in Europa. Sebbene travolte, egli intravvedeva il rischio di una loro possibile riemersione e il diffondersi di una nuova fiammata di sussulti insurrezionali. Dopo il 1815, la resistenza filosofica, tesa a comprendere razionalmente le ragioni e le eredità positive della Rivoluzione francese, svolse un ruolo che travalicava la lotta politica immediata. Lo stesso discorso vale oggi rispetto agli avvenimenti del 1917 presentati come l’origine di ogni male e disastro, generatori dei lutti di un secolo insanguinato, e responsabile di ogni fanatismo ideologico, fascismo compreso.

Lo stalinismo è diverso dal comunismo?
Lo “stalinismo”, ammesso che tale definizione sia corretta, fa parte della storia del comunismo e, come qualsiasi fenomeno, deve essere storicizzato attraverso categorie analitiche razionali e gli strumenti scientifici della scienza politica, dell’economia, della filosofia e, ovviamente, della storia. La tradizionale interpretazione che fa affidamento sulla teoria del “culto della personalità” difetta da tutti questi punti di vista.

Cosa direbbe Gramsci, padre del comunismo in Italia, di questa risoluzione, soprattutto guardando al fatto che è stata votata anche da europarlamentari del Pd, partito che dovrebbe essere un discendente del Pci?
Gramsci era un polemista fenomenale, credo che avrebbe stigmatizzato con veemenza, e insieme ironia, questo autentico cortocircuito teorico considerandolo assai rappresentativo della profonda involuzione culturale e politica caratteristica di questo periodo storico

Il comunismo, ai giorni nostri, ha ancora ragione di esistere?
“L’Internationale sera le genre humain”. In questo ritornello, che scandiva e concludeva il più bell’inno della storia, trovava sintesi l’aspirazione alla “futura umanità” (come diceva la versione italiana) contrapposta al pericolo incipiente della distruzione della civiltà umana. Un bivio storico testimoniato da secoli di colonialismo genocida dell’Occidente, drammaticamente oggettivatosi in una fase storica insanguinata dalle inutili stragi dei nazionalismi in guerra e dal baratro reazionario dell’ideologia fascista. Nonostante le stolte equiparazioni, oggi tanto di moda, sebbene tutto dica il contrario, personalmente credo ancora che l’alternativa sia tra “socialismo e barbarie”. Non è eccesso per idealismo, né il frutto di un ingenuo ottimismo, è l’esatto contrario.

SESTANTE
Margot, l’assaggiatrice del Reich

Non c’è stata competizione al premio Campiello 2018: senza alcun margine di indecisione o dubbio, ha vinto meritatamente il romanzo “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino, 167 voti su 278, tra i pareri entusiasti di lettori e critici. Un libro che va a riesumare un piccolo capitolo di storia minore sconosciuta della Germania del 1943, che solo un’unica testimone sopravvissuta poteva consegnarci negli ultimi anni della sua vita, Margot Wȍlk, attraverso uno speciale dedicatole dal canale televisivo berlinese RBB nel 2010, all’età di 96 anni. L’autrice Postorino ha tratto ispirazione partendo proprio dal racconto della donna, mancata nel 2014, prima che potesse incontrarla personalmente, romanzando personaggi, fatti e circostanze ma rispettando l’essenza della narrazione e lo spirito della storia inquietante, affascinante e così maledettamente umana da crearne un caso letterario singolare . Era una giovane donna di 24 anni, Margot Wȍlk, figlia di un dipendente delle ferrovie tedesche, segretaria, sposata a Berlino, quando scoppiò la guerra e il marito fu chiamato al fronte. E questo è l’incipit del romanzo ma è anche il punto di partenza della reale confessione della donna, dopo anni di drammatico silenzio, sensi di colpa e vergogna, perché non è facile raccontare violenze, drammi, sentimenti ed emozioni umane straordinarie ed estreme. Margot si trasferì dalla suocera a Gross-Partsch, un paese nella Prussia Orientale – oggi Parcz in Polonia -, dove sarebbe vissuta più tranquilla che nella Berlino bombardata e dove Hitler aveva stabilito uno dei suoi quartieri generali a Rastenburg, a soli 3 km, la tristemente famosa ‘Wolfsschanze’, la ‘Tana del Lupo’. La Wȍlk racconta, nell’intervista televisiva, come il sindaco, vecchio nazista, abbia bussato alla porta e l’abbia costretta a seguirlo per raggiungere altre 15 donne del posto e diventare un’assaggiatrice alla mensa del Führer, sotto il comando diretto delle SS. Esattamente come nel Medioevo, quando il ruolo dell’assaggiatore presso le corti dei Grandi era fondamentale non solo per evitare l’avvelenamento del signore di turno ma anche per una consuetudine ormai radicata. Hitler temeva che gli inglesi potessero avvelenarlo, una delle paure e delle nevrosi che lo portavano anche ad avere la fobia dei dentisti, dei fiocchi di neve e degli ambienti chiusi. Ed ecco che le donne dovevano rendere sicura la somministrazione degli alimenti a lui destinati, mangiando il suo cibo ed attendendo un’ora per verificarne gli effetti. Una convivenza con il terrore e il rischio di morire che è durata due anni e mezzo. La donna racconta: “ Non ho mai visto Hitler di persona ma solo il suo cane Blondi. Il Führer era vegetariano e ogni giorno il cuoco serviva frutta esotica, piselli, asparagi, verdure freschissime, accompagnate da salse squisite.” Dopo l’attentato fallito ad Adolf Hitler del 20 luglio 1944, nella Tana del Lupo, quando alcuni ufficiali tedeschi fecero scoppiare una bomba, i controlli si rafforzarono e le assaggiatrici furono costrette a sottoporsi a un ulteriore regime forzato sotto lo sguardo costante dei soldati. Era una vita di perenne tensione e terrore di morire improvvisamente, che non lasciava respiro nemmeno tra un pasto e l’altro. Giorno dopo giorno le donne erano preda delle emozioni più contrastanti: la gioia di poter raggiungere cibi negati a tutti sentendosi quasi delle privilegiate e al contempo la morsa dell’alto rischio cui andavano incontro. Il pianto liberatorio e le manifestazioni che seguivano ogni pasto danno la misura della tensione elettrizzante, dell’angoscia e della condizione estrema del momento. E se il cibo era sinonimo di vita e sopravvivenza da un lato, dall’altro diventava il simbolo stesso della morte. Nelle ultime fasi della guerra, quando il terrore si sposta sull’avanzata dell’esercito russo, Margot Wȍlk riesce a fuggire, con l’aiuto di un soldato tedesco, su un treno speciale di Goebbles e raggiungere Berlino, dove trova solo devastazione e macerie. Le sue compagne assaggiatrici rimarranno al paese trovando la morte per mano dei militari russi. La Wȍlk racconta di come a Berlino fu portata insieme ad altre 14 giovani donne nell’appartamento di un medico e là, costrette a subire violenza da parte dei soldati russi per 14 giorni consecutivi, ininterrottamente. Non erano serviti nemmeno i travestimenti che utilizzavano spesso le giovani donne per non attirare l’attenzione, che consistevano in camuffamenti da anziana ammalata di tifo. Nella sua testimonianza, la donna racconta tutta la desolante sofferenza: “Dopo stetti molto male, non potei più avere figli. Hanno distrutto tutto, ho avuto incubi terribili. E’ qualcosa che non si può dimenticare.” “Avrei tanto voluto una bambina…” confessa, consapevole delle conseguenze fisiche e psichiche di quel vergognoso stupro di massa. E la sofferenza che interiorizza e deposita negli angoli più nascosti della sua anima non le permetterà neanche di ricostituire un rapporto col marito tornato successivamente e inaspettatamente dalla guerra. Rimarrà vedova negli anni che seguono, inferma e chiusa in casa per 8 anni della sua vita. Ma, racconta Margot come in un inno alla vita, nella sua unica, lunga testimonianza: “Ogni giorno mi vesto, mi metto i miei gioielli e mi trucco, non sono una donna sconfitta, malgrado quello che mi è capitato ho sempre cercato di essere felice, non ho mai perso il mio sense of humor. Sono solo diventata più sarcastica. Ho deciso di non prendere le cose in maniera drammatica, è stato questo il mio modo di sopravvivere.” Margot Wȍlk è morta nel 2014 a 100 anni e ci ha lasciato questo spicchio di storia sconosciuta che Rosella Postorino ha valorizzato, annoverandolo tra gli eventi di storia minore che meritano conoscenza e riconoscimento.

BORDO PAGINA
Recensione: ‘Magda’ di Meike Ziervogel (Sovera edizioni, 2018)

“La storia di una donna famosa e la Storia di una nazione, raccontate in cinque capitoli, autonomi per linguaggio e spazio temporale, con al centro di ognuno una figura femminile. Nel primo e nell’ultimo, Magda Goebbels, con meticolosità e controllo, prepara l’uscita di scena della propria famiglia, nell’atto finale del regime nazista. Negli altri capitoli, prima seguiamo Magda nel periodo duro della sua infanzia con una madre di dubbia moralità e in quello dell’adolescenza in un convento dove si pratica una religiosità rigida e, a volte, brutale; poi conosciamo la madre, figura superficiale, anaffettiva e un po’ cialtrona. Infine, attraverso le pagine del diario della figlia maggiore, Helga Goebbels, entriamo nel bunker di Hitler, dove si consumano gli ultimi giorni della famiglia e del regime. Il romanzo intreccia storie parallele di madri e figlie e i loro sguardi differenti nei confronti della vita, della Storia, dei rapporti tra i due sessi. Mescolando realtà e finzione, l’autrice fa emergere il ritratto di una donna che la Storia ha reso mostruosa e che qui viene reinventata con intelligenza e gusto narrativo.”
Per i tipi di Sovera edizioni (logo editoriale più strettamente letterario della storica Armando editore) è uscito un testo tutt’oggi ovviamente scabroso e perturbante, visto il focus, una diversamente biografia, tra reale e licenza narrante virtuale: l’autrice, Meike Ziervogel, nota in Europa, di nascita tedesca ma vive a Londra, come scrittrice sperimentale e brillante innovatica editrice e animatrice culturale, per la prima volta, è tradotta in Italia con il suo fantaromanzo dedicato a Magda Goebbels (originale del 20, la famigerata moglie del Dottor Goebbles, l’anima dannata del regime nazista ed hitleriano, il suo influencer ante litteram, decisivo per la storia terrificante di quella Germania e di un popolo intero. La Ziervogel ha pubblicato in lingua inglese: Magda. Salt Publishing. 2013; Clara’s Daughter. Salt Publishing. 2014; Kauthar. Salt Publishing. 2015; The Photographer. Salt Publishing. 2017.
Goebbles, il primo e ineguagliato – perversamente e criminalmente parlando – dei Persuasori Occulti, il Grande Fratello Big Brother incarnato ancora prima del famoso romanzo di Orwell che oltre a Stalin ancor di più probabilmente ispirò il celebre 1984 (scritto nel 1948, pco dopo la caduta di Hitler e la fine della seconda guerra mondiale).
La libera biografia di Magda Goebbles è quindi contemporaneamente una sorta di film letterario della storia hitleriana della Germania intera, in certo senso ancora più verosimile, nel gioco linguistico della Parola, di tomi storici infiniti proprio su Goebbles e il nazismo.
I Goebbles seguirono fino in fondo il “crepuscolo degli dei” nel bunker con il Fuhrer, suicidandosi e non risparmiando neppure i propri 6 figli bambini.
Qualche psicoanalista ha parlato per il nazismo di necrofilia psicologica e la storia dei Goebbles in tal senso appare in controluce esemplare.
Impressionano tutt’oggi, come la stessa Ziervogel ha anche evidenziato in forma narrante, le ultime ore dei Goebbles stessi, anche elaborate dal cinema o da tante ricostruzioni storiche filmiche: i bambini messi a letto, poi avvelenati in sequenza uno dopo l’altro addormentati, il tutto nell’atmosfera allucinante a dir poco del bunker, con Hitler a pochi metri, vertici – come noto – di follia storica condivisa da quasi l’intero popolo tedesco, non solo originata dal regime nazista.
La figura di Magda ne esce appena attenuata, chiaramente essa stessa una personalità automa del folle anche se genialoide (per l’indubbio talento mass mediatico ante litteram) del marito, ministro della propaganda del regime.
Col senno di poi, sconcerta nel romanzo certo incipit per zoomare proprio le dinamiche finali dentro il bunker, tratto in streaming- diremmo ora- della figlia maggiore, Helga, dei Goebbles: – appunto il diario di quest’ultima, rispetto a quello di segno diametricalmente opposto e celeberrimo di Anna Frank.
La Ziervogel con certo suo stile persuasivo e – come accennato – atipico, alineare, è molto brava nel mixare, anche attraverso altre sequenze narrative laterali, meno protagoniste ma simili, i macro eventi tragici di Magda Goebbles con microeventi apparentemene solo più quotidiani se non di disarmante banalità quotidiana o del suo vissuto esperenziale.
Riassumendo, sconcertano sempre, come poi con altre figure parallele in certo senso di quel buco nero della Storia, quali la stessa Eva Braun e (in modulazioni molto diverse ma comunque simili sul piano destinale) e Claretta Petacci con il duce, le parabole strettamente femminili di queste inquietantissime compagne di dittatori o criminali: l’abisso passivo e eterodiretto che travolge nella storia, alcune donne allucinate in archetipi maschili in fondo ancora una volta esempi di banalità del Male, incapaci di qualsivoglia scintilla di verità. Al punto di sterminare anche i propri bambini.
A parte Claretta (ma appunto figura il Duce ben diversa da Hitler o il Dottor Goebbles, come persino Goebbles dallo stesso Hitler), questa biografia romanzata specifica, secondo noi suggerisce ed esprime davvero – amplificando- il ruolo strutturale e decisivo di natura psicologica quando nella storia emergono involuzioni della specie come il Nazismo: storia ed economia sono certamente feedback e software fondamentali, ma certa necrofilia psicologica è davvero il registro di sistema. Anche Magda, come accennato, qualche tenue “spiegazione”, ma nulla più.

Meike Ziervogel nata in Germania, si è trasferita a Londra nel 1986 per studiare lingua e letteratura araba. Nel 2008 ha fondato la casa editrice Peirene, specializzata in traduzioni da lingue europee. Nel 2012 è stata scelta da “Time Out” tra le 100 persone più innovative nell’industria culturale. Meike è anche autrice di tre romanzi scritti in inglese, con una prosa non lineare, imagistica e frammentata. «Ho commissionato Breach a Olumide Popoola e Annie Holmes, che si sono recate nel campo rifugiati di Calais per ascoltare storie e distillare un’opera narrativa sulla fuga, la speranza e l’aspirazione. Allo stesso tempo, quest’opera prende sul serio anche le paure delle persone che vogliono chiudere le frontiere di questo paese. Questo è il dialogo che non ha luogo nella vita reale. Un’opera d’arte può contribuire a colmare una lacuna». Meike Ziervogel

http://babelfestival.com/babel-authors/meike-ziervogel/

LA LETTURA
Il confine fra Giulia Bassani e Ignazio Silone nell’Europa squassata da totalitarismi e venti di guerra

confine di giuliaGennaio 1931. Giulia Bassani, giovane poetessa raffinata e tormentata, vive in un hotel di Zurigo come in esilio, lontana da tutti e indifferente a quanto le accade attorno. È in cura dallo psicoanalista Carl Gustav Jung, nella speranza che la psicologia del profondo la aiuti a superare il suo malessere interiore. Tra i frequentatori dello studio di Jung c’è anche un rivoluzionario italiano rifugiato in Svizzera, Ignazio Silone. La sua esistenza è a una svolta: è accusato da Togliatti di tradimento e doppio gioco, vuole abbandonare il lavoro politico e diventare uno scrittore. Ha terminato il suo primo romanzo, Fontamara, ed è in cerca di un editore.
Giulia e Ignazio si conoscono in una fredda mattina al parco Platzspitz e per un anno, nel pieno dell’ascesa del nazismo e della crisi della democrazia, si amano. Si amano nonostante un’incolmabile distanza intellettuale e uno sguardo antitetico sul mondo, che li condurrà verso destini divergenti.
Con una scrittura accurata e sensibile, Giuliano Gallini si muove tra finzione e verità storica per raccontare, attraverso una vicenda intima, un momento cruciale della storia europea del Novecento, e le vicende e contraddizioni di una delle figure più rappresentative della letteratura italiana di quel periodo.

Il romanzo “Il confine di Giulia” sarà presentato venerdì 27 gennaio alle 17,45 alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogherà Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia

L’autore: Giuliano Gallini è nato a Ferrara e vive a Padova. È dirigente di una delle maggiori aziende italiane di servizi, dove si occupa di sviluppo e marketing. Il confine di Giulia è il suo primo romanzo.

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“Tra realtà e invenzione, Gallini, attraverso l’intimità di una passione, ricostruisce un momento cruciale della storia europea del Novecento, delineando il ritratto di una giovane, focosa, confusa, promessa della letteratura italiana. Me ne sono innamorata subito. Leggetelo.”
Giulia Ciarapica – Il Messaggero [Leggi la recensione]

Il tramonto di un sogno

Weimar è una città della Germania Nord-Orientale di 65.479 anime, nella regione della Turingia, lontana dagli affollati flussi turistici che portano inevitabilmente a Berlino, Dresda e più su, Amburgo e Lubecca. Anzi, nelle mappe si fa perfino fatica a trovarla e per quanto la si cerchi, il più delle volte si rimane delusi. Anche se un tempo fu dimora di Bach, Goethe, Schiller, Liszt, Wagner, Nietzsche e in Weimar nacque la famosa scuola di avanguardia di architettura, arte e design, il Bauhaus di Walter Gropius; anche se oggi è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità Unesco.
Ma ci sarebbe anche un altro buon motivo per segnalare con più evidenza la città sulla cartografia, un evento particolare che ha unito per sempre il suo nome ad una delle più complete, equilibrate, democratiche costituzioni dell’epoca moderna. Una Costituzione che anticipò con un grande margine d’anticipo i nostri tempi, precorrendo bisogni sociali, esigenze istituzionali, richieste culturali con tempestività, intuizione e contributi prestigiosi come quelli di Hugo Preuβ, Carl Schmitt e Max Weber. In essa, la Repubblica edificò un welfare dettagliato che rimane punto di riferimento delle democrazie attuali, anche se l’epilogo dimostra delle falle nell’impianto istituzionale che, in concomitanza con altre variabili storiche e sociali, posero termine a questo notevole tentativo. Radicali riforme sociali, interventi economici, progetti per la collettività cambiarono l’ottica sui rapporti tra cittadini e istituzioni, tenendo conto realmente della metamorfosi culturale in atto.

Era il 1919, l’alba amara di una disastrosa guerra che aveva messo in ginocchio la Germania, quando il Congresso Nazionale elaborò ed approvò la nuova Costituzione, riunito al Deutsches Nationaltheater, lontano dai clamori, gli scioperi, i tumulti e le manifestazioni di piazza a Berlino. Il Paese chiedeva con urgenza una Carta costituzionale per poter essere governato e guidato nella fase di passaggio da monarchia a democrazia parlamentare, in un contesto di grande confusione e disorientamento, mentre l’intera nazione sprofondava nel caos, tra molteplici tentativi rivoluzionari di destra e di sinistra per la conduzione dello Stato. L’11 agosto 1919 la Costituzione divenne legge che prevedeva un panorama rappresentativo completo: Un Reichstag (Parlamento) eletto a suffragio universale con sistema proporzionale; un Presidente del Reich eletto con plebiscito direttamente dal popolo ogni 7 anni che godeva di ampi poteri e attribuzioni, come scioglimento e revoca nei confronti del Parlamento e del Governo e in sostanza, il vero “custode della Costituzione”; un Reichsrat (Senato) formato dai rappresentanti dei Länder (Regioni) che vedevano anche rafforzate molte competenze, prima fra tutte quella legislativa in materie ed ambiti previsti.

Il Cancelliere (Bundeskanzler), Primo Ministro, godeva di un terreno di azione, controllo e decisione nelle direttive e indirizzi della politica. Un grado di responsabilità molto vicino a quello del presidente e questo per garantire una distribuzione di potere che potesse rafforzare l’ equilibrio. Con questo modello semipresidenziale, è inevitabile concludere che le coalizioni parlamentari instabili (primo partito l’SPD, Sozialistische Partei Deutschlands) esercitarono gravi ripercussioni sulla formazione dei governi con ricaduta negativa su tutto l’assetto statale.
La costituzione di Weimar, avrebbe dovuto rappresentare un grande tentativo di tessitura della nuova carta fondamentale della Germania postbellica, in cui trama ed ordito tra istituzioni e loro competenze apparivano e dovevano risultare una superba realtà di equilibri e reciproche induzioni. Un unico, affascinante e notevole esperimento, un laboratorio di idee e decisioni non sempre perfette e coerenti ma sicuramente pionieristiche.

Nella realtà storica dei fatti però, la repubblica di Weimar (1919-1933) incontrò difficoltà e venne travolta proprio dalle contraddizioni e dalle zone d’ombra che finirono con il creare quel baratro in cui precipitò la democrazia, per lasciare il posto alla dittatura nazista. Il sistema elettorale proporzionale e le coalizioni mutevoli condussero alla frammentazione del parlamento e alla formazione di governi ballerini, decisionalmente inefficaci, minando l’equilibrio fra i poteri e tutte quelle garanzie che la Costituzione proclamava. Su quella base traballante non fu possibile dare vita a formazioni governative durevoli e sviluppare strategie politiche consistenti. Nell’arco dell’esistenza della Repubblica, dal 1919 al 1933, si ebbero ben 20 cambiamenti di governo; la durata più breve, 48 giorni, toccò al governo Stresemann nel 1923 e quella più longeva, appartiene al governo Müller, 636 giorni, nel 1928.
In un clima di perenne crisi economica aggravata dall’influenza della grande depressione americana del 1929, sei milioni di disoccupati, salari e sussidi di disoccupazione tagliati, enormi debiti di guerra da onorare puntualmente, rapporti tesi con l’esterno e conflitti interni alla nazione, la china era inevitabile. La crisi spezzò i reni dello Stato, senza autorità, che manifestò il suo tallone d’Achille proprio in quella magnifica Costituzione che avrebbe dovuto accompagnare il popolo tedesco nella nuova dimensione.

Nel 1930, l’inaspettata vittoria del partito nazionalsocialista di Hitler è da interpretare come lo stato d’animo popolare, la protesta e il dissenso contro la situazione esistente. La popolarità del partito crebbe in modo esponenziale negli anni a seguire e il 30 gennaio 1933, il Presidente von Hindemburg nominò cancelliere Adolf Hitler, il quale, avvalendosi subito del famigerato Art. 48 della Costituzione, emanò decreti d’urgenza per censurare stampa, libertà di opinione e manifestazione di pensiero.
E’ l’inizio del Nazismo; il resto ci è tristemente noto. Doloroso rammentare che a soli 80 chilometri da Weimar si trova quello che rimane del lager di Buchenwald, il campo di concentramento in cui vennero uccise più di 54.000 persone tra il 1937 e il 1943 e in cui morì Mafalda di Savoia.

La fine della democrazia tedesca, con l’avvento del nazionalsocialismo, fa pensare ad una frase di Immanuel Kant: “Die Demokratie ist kein Naturzustand unter den Menschen – sie muβ also gestiftet werden, Tag um Tag.” ( La democrazia non è una condizione naturale tra gli uomini – essa deve essere dunque curata nelle fondamenta giorno per giorno.)

“Il Giardino” riposa in Paradiso: ecco chi è la vera Micòl Finzi-Contini

“Ora “Il Giardino” risposa in Paradiso” dice l’avvocato Ferigo Foscari, e in un bel gioco di parole racchiude tutto il senso di queste giornate ferraresi: l’esposizione del manoscritto originale del “Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, da questa mattina e fino a sabato pomeriggio, nella Sala Ariosto della Biblioteca Ariostea (Palazzo Paradiso).
Si è svolto, questa mattina, 17 Novembre, nella Sala dei Comuni del Castello Estense, l’incontro intitolato “Il Giardino dei Finzi Contini: la donazione del manoscritto autografo”, presenti il professor Gianni Venturi, il sindaco Tiziano Tagliani e l’avvocato Ferigo Foscari Widmann Rezzonico, durante il quale, proprio quest’ultimo, ha espresso tutta la sua gioia e soddisfazione nel vedere il manoscritto autografo del capolavoro scritto da Bassani tornare nella città che lo ha ispirato.
“Era giusto che il manoscritto tornasse in questa città – dichiara convinto Ferigo Foscari – si tratta di un oggetto unico che, in un momento storico che vede il sopravvento dei computer, non esisterà più. Quando mia nonna Teresa me l’ha donato, chiedendomi di tenerlo privato fino alla sua morte, ho da subito sentito di voler far così. Lo spirito della mia famiglia è quello di essere custodi delle cose e non proprietari. Ed è con questo spirito che il manoscritto è stato custodito ma ora è arrivato il momento che sia messo a disposizione degli studiosi che lo sapranno valorizzare al meglio”.

Fu “nonna Teresa”, la contessa Teresa Foscolo Foscari, discendente del poeta di Zante, a lasciare i manoscritti nelle mani del nipote, dopo averli custoditi per decenni, avvolti in una abbondante carta velina, dentro un cassetto della casa di Vienna. La convenzione siglata dal donatore con il Comune e con il Meis prevede che il manoscritto originale sia custodito per sempre nella Biblioteca Ariostea, mentre una copia sarà esposta al Meis non appena il restauro dell’ex carcere sarà ultimato. Dice il presidente Dario Disegni: “Il fatto che le carte di Bassani avranno ospitalità nelle stesse celle in cui lo scrittore fu rinchiuso aggiunge un notevole significato simbolico all’evento”.

A cento anni dalla nascita di Giorgio Bassani, e nell’ambito delle celebrazioni di questo evento che dal 14 al 19 novembre animano Ferrara e Roma con una serie di iniziative, conferenze, mostre e proiezioni di film tratti dai suoi libri, simbolicamente il manoscritto autografo torna a Ferrara. Si tratta di quattro quaderni cartonati di grande formato e due quaderni più sottili e con copertine morbide. I primi contengono l’intera elaborazione manoscritta de “Il giardino dei Finzi-Contini”, per un totale di circa ottocento pagine. Le etichette bianche sulle copertine portano, sotto il titolo dell’opera, i rispettivi anni: 1958-1959, 1960, 1961, 1961 (di sole «correzioni e aggiunte»). mentre gli altri due quaderni testimoniano ulteriori rifacimenti di numerosi passi senza indicazioni di data.
E’ questo straordinario materiale donato da Giorgio Bassani all’amica Teresa con una dedica, datata “Venezia, 17 dicembre 1961” e firmata “Giorgio”, che si trova nella controcopertina del primo quaderno e che esprime tutta la riconoscenza dello scrittore nei confronti dell’amica: “Cara Teresa, senza il tuo aiuto Il giardino dei Finzi-Contini non sarebbe mai stato scritto. Desidero che questi quaderni restino per sempre con te”.
L’amicizia tra i due era nata nell’ambiente di Italia Nostra, dove la Foscari conduceva battaglie per la salvaguardia di Venezia e della laguna mentre lo scrittore Bassani era stato tra i fondatori dell’associazione nel 1955 e presidente dal 1965 al 1980.

La contessa Teresa Foscari, bellissima e appassionata, sorprendentemente moderna per l’epoca, proprio come la Micòl bassaniana, è ricordata dal nipote Ferigo come francesista e grande amante della letteratura: “Aveva una biblioteca sterminata, era fiera di aver frequentato il liceo classico Marco Polo, anche se poi non proseguì gli studi. A 19 anni sposò Ferigo, mio nonno, con cui avrebbe avuto due figli, Leonardo e Antonio, mio padre”. Secondo il nipote Ferigo Foscari, anche sulla base dei racconti della nonna e di altre fonti documentali, Teresa è, nella fantasia di Bassani, Micòl Finzi-Contini, la ragazza con cui il protagonista del libro fa amicizia un pomeriggio del 1929, trovandola “affacciata al muro di cinta del suo giardino”.
“A me piace dire che Teresa è stata per Bassani una musa: glielo ripeteva lo scrittore e il dono del manoscritto, con quella dedica, lo conferma”, sottolinea Foscari.

Sicuramente nella figura e nella storia di Teresa si ritrovano tante somiglianze con Micòl Finzi-Contini, una donna fascinosa, ironica, intelligente e libera.Tratteggiare una simile personalità, scrivere le vicende degli altri personaggi, ripescare dalla memoria la “sua” Ferrara non deve essere stato facile per Bassani e i quaderni esposti alla Biblioteca Ariostea lo testimoniano.

La scrittura è minuta e i fogli sono molto “sofferti”: alle poche pagine iniziali relativamente pulite seguono fogli pieni di cancellature, annotazioni, rimandi, frecce che segnalano spostamenti di interi blocchi. Bassani prova a scrivere un passo e se ne è insoddisfatto tira una riga e lo riscrive sotto, per poi magari tirare un’altra riga e riscriverlo di nuovo. Un lavorio instancabile, che andrà analizzato con attenzione, specie se si pensa che finora il confronto era possibile solo tra le diverse edizioni dello stesso libro. Ora si apre un’epoca felice per gli studiosi di Bassani che potranno immergersi nel suo complesso mondo fatto di parole, riflessioni, correzioni e di una dedica speciale.

ACCORDI
La famiglia irreale.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Picture Book di The Kinks.

È di questi giorni la pubblicazione sul Sun di alcune foto in cui la Famiglia Reale britannica si comporta in modo un po’ strano.
Un po’ come quel Mr. Hilter nel celebre sketch dei Monty Python.
Le foto pare siano del 1933 circa e tutti, dalla Regina Madre all’attuale Regina Elisabetta, fanno quel gesto che all’epoca andava parecchio.
È quel gesto, anzi quel saluto che fece anche David Bowie a bordo di una bella Mercedes “d’epoca”, mi pare a Victoria Station durante quel suo periodo diciamo “molto europeo”.
David Bowie fu giustamente massacrato per quella cosa.
A me viene un po’ da ridere.
In fondo di certe simpatie fra i membri della Royal Family si è sempre saputo e il video da cui sono prese le foto girò anche in forma di cinegiornale ai tempi.
La Famiglia Reale parla di “dispiacere per lo sfruttamento di immagini private”.
Il Sun si difende invocando “una certa rilevanza storica e il dovere di informare”.
Più o meno.
Io nel frattempo non riesco a smettere di ridere.
E a questo punto c’è solo una cosa che posso fare: ridere ancora di più.
Così stavo per scegliere Queen Bitch di Bowie come pezzo del giorno, sghignazzando ancora da solo.
Ma all’ultimo ho cercato di recuperare un po’ di aplomb.
E ho capito che un episodio del genere richiede uno sghignazzare un po’ più british.

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3 Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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IMMAGINARIO
Serra con ciclamini.
La foto di oggi…

Una serra con ciclamini. E’ il simbolo della vita che ritorna, di una nuova primavera e della voglia di tornare allegri, vivaci, sereni. E’ lo spirito che invade la Germania dopo il processo di Norimberga e la fine del nazismo. “Serra con ciclamini” è infatti il titolo del libro di Rebecca West (Skira edizioni), che presenteranno oggi il giornalista Marco Contini e lo storico della letteratura Gianni Venturi. Alle 18 nella sala dell’oratorio di San Crispino, Libraccio Ibs, piazza Trento Trieste a Ferrara [vedi].

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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Serra con ciclamini

Il padre scomparso e l’orrore dello sterminio sempre presente

Non è uno dei tanti libri sulla tragedia degli ebrei nei campi di concentramento nazisti quello scritto da Marceline Loridan-Ivens, nata Rosenberg, classe 1928. È una storia diversa, potente, sconvolgente, profondamente umana. A porgermela è una cara amica: mi sa attenta a ogni forma di sofferenza e di amore, al mondo e alla sua storia, che spesso purtroppo si alimenta di orrore. Sa che, pur non essendo ebrea, mi sento in profonda empatia con il popolo ebraico. Che considero l’aberrazione dei campi, la forma peggiore di abominio (che nulla ha di umano), oltre il confine di ogni possibilità di comprensione.
padre-scomparsoQuesto ‘libricino’ (tale unicamente per le sue dimensioni) “E tu non sei tornato”, raccoglie fragili memorie tracciate in forma di lettera al padre, lascia il segno di un amore paterno immenso, il marchio a fuoco, indelebile, di un legame con un genitore che va aldilà dello spazio e del tempo, di una donna che ha vissuto perché lui voleva che lei vivesse. Un libro che imprime una forza che supera e contrasta la cattiveria e la bestialità dell’essere umano, una disperazione che aiuta a sopravvivere. Nell’aria gelida e sotto un cielo incurante di quanto stava accadendo.

Tutto inizia a Nancy, in Francia, nel 1944, quando la quattordicenne Marceline, figlia di negozianti ebrei polacchi, viene catturata, dalla Gestapo, con il padre Salomon e trasferita prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Bergen. Futura matricola 78750. Al momento della deportazione il padre le sussurra “tu ritornerai perché sei giovane, io non ritornerò”. Quelle parole resteranno sempre con Marceline, saranno il suo sprone, la sola molla di sopravvivenza, la sua unica forza e linea retta, perché l’amato padre voleva così.

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Marceline Loridan-Ivens, autrice di ‘E tu non sei tornato’ Bollati-Boringhieri, 2015

Da un campo all’altro, su treni e con la morte di fronte, la ragazza sopravvive, con una lettera in tasca arrivata in qualche modo dal padre mentre era assegnata ai lavori forzati. La parola papà è per Marceline ancor oggi impronunciabile. “Quando sento dire papà, sussulto, persino settantacinque anni dopo, anche se viene detto da qualcuno che non conosco. Quella parola è uscita dalla mia vita così presto che mi fa male, riesco a pronunciarla soltanto nel mio intimo. Non riesco a dirla né a scriverla”.
Nel suo messaggio il padre la spronava a vivere, a resistere, parole comuni dettate dall’istinto, le sole rimaste agli uomini di buon senso che non vedono un domani. La ragazza si era raggelata dentro per non morire, con una mente che, in mezzo a tanto odio, si può solo contrarre, con un futuro che dura al massimo pochi minuti, con la perdita di coscienza del chi, del dove si fa, dei perché. Marceline confessa al genitore che “la tua lettera era arrivata troppo tardi. Probabilmente parlava di speranza è d’amore, ma non c’era più umanità in me… Ero al servizio della morte. Le tue parole sono scivolate, se ne sono andate, anche se devo averle lette parecchie volte. Mi parlavano di un mondo che non era più il mio. Avevo perduto ogni riferimento. Bisognava che la memoria venisse distrutta, altrimenti non sarei riuscita a vivere”.
E in effetti questa ragazza ritorna, come papà voleva. Ma a quell’incubo non si sfugge più. E talvolta contagia persino chi nei campi di concentramento non è stato, come i due familiari di Marceline che si sono dati la morte per sfuggire ai ricordi. Perché, dopo quel buio e quelle tenebre, è difficile ritrovare un proprio posto nel mondo.

Marceline Loridan-Ivens, E tu non sei tornato, Bollati-Boringhieri, 2015, 112 p.

Tomer-Dreyfuß

L’INTERVISTA
“Io, ebreo scisso fra sogno messianico e la realtà
dello Stato di Israele”

La settimana scorsa si è tenuta a Berlino, di fronte alla neoclassica Porta di Brandeburgo, un’imponente manifestazione contro l’antisemitismo, che è emerso in modo particolarmente virulento nei giorni dell’ultimo conflitto israeliano-palestinese. Tra i vari manifestanti si sono distinti quasi da subito due schieramenti all’interno dei numerosi israeliani: un gruppo di israeliani “sionisti” e un gruppo di israeliani “antisionisti.” Se la circostanza non fosse stata comunque drammatica, avrebbe quasi fatto sorridere questa divisione così particolare e complessa da decifrare – quasi un omaggio ad una famosa barzelletta sulla proverbiale litigiosità ebraica (un ebreo resta sperduto per cinque anni in un’isola deserta e quando viene ritrovato gli chiedono perché abbia costruito due sinagoghe e risponde: una è la sinagoga che frequento, l’altra è la sinagoga in cui non metterei mai piede!).

Tomer-Dreyfuß
Tomer Dreyfuß

In quest’occasione ho rivisto un mio compagno di lettura di filosofia, un giovane studente israeliano e blogger, Tomer Dreyfuß, il quale si è lasciato intervistare anche su temi piuttosto scottanti, persuaso forse dal suono un po’ folcloristico del mio “giudeo-italiano,” forse dalla reciproca familiarità, per aver condiviso molte ore sugli stessi testi.
In effetti, fuori dalle pagine di filosofia, ho scoperto un’altra faccia di Tomer. Non condivido alcune delle sue opinioni ma apprezzo molto l’integrità e l’onestà intellettuale di questo giovane, atipico israeliano che ama mettere in discussione anche quei principi identitari, come il “sionismo,” che si danno comunemente per scontati e che anzi si credono difesi strenuamente con la violenza e le bombe, mentre invece hanno esattamente bisogno di questo: una discussione appassionata sui principi fondanti dello Stato d’Israele, senza alcun sospetto distruttivo bensì, come recita il profeta, “per amore di Sion non tacerò” (Is 61:1). Cominciamo, dunque.

Ciao Tomer. Ti puoi presentare brevemente? Sei un israeliano e studi filosofia a Berlino. Posso chiederti perché hai deciso di fare filosofia e perché hai deciso proprio di studiarla in Germania? C’è una qualche connessione?
Studio letteratura e filosofia a Berlino. È stata una decisione che ho preso all’ultimo momento, prima di presentare i documenti in ufficio. Non ero venuto in Germania per studiare. Volevo studiare e volevo andare in Germania: le due cose hanno semplicemente coinciso. Ero qui prima di cominciare con gli studi e forse ci resterò anche quando avrò finito. Penso che quello che si insegna in classe in Germania sia relativamente compatibile con i miei interessi. Nei paesi di lingua inglese predomina invece la filosofia analitica e questo la fa assomigliare un po’ alla matematica. Penso che la filosofia, nonostante tutti i tentativi da parte della scuola analitica, riguardi proprio tutti i settori pratici delle vita, questioni esistenziali, di genere, politica, economia, psicologia e critica letteraria, ad esempio. La filosofia abbraccia tutte queste questioni e vi pone delle domande “dall’esterno,” domande che non si possono porre “dall’interno.” Anche in Germania c’è una attrazione per l’America, in tutti i settori, anche lì, nella filosofia. Peccato… In ogni caso trovo gli studi relativamente appaganti e soddisfacenti.

Quindi ami la filosofia continentale… Pensi che l’educazione filosofica influenzi la tua concezione della tua “identità ebraica,” oppure preferiresti chiamarla “identità israeliana”? Ti pare che ci sia una differenza tra “l’identità ebraica” e “l’identità israeliana” visto che sei un ebreo nato e cresciuto in Israele?
Preferisco vedermi come “ebreo” e non come “israeliano.” Si tratta di una definizione con cui mi sento più in pace. La definizione come “israeliano” mi sembra problematica e manchevole. Questa manchevolezza è dovuta soprattutto dalla discussione che si fa sulla questione dell’identità (israeliana). I miei nonni erano nati in Europa. L’educazione che ho ricevuto è “ebraica.” Sono un laico ma comunque sono ebreo. Quindi non so davvero che cosa sia l’identità “israeliana.” Secondo me, si tratta degli ebrei che vivono nella terra di Israele. Se non è così, non sento di farne parte. Sono un “ebreo diasporico” e ne sono fiero.
Secondo me, il fatto di aver assegnato al popolo ebraico una vera e propria estensione territoriale geografica… (a questo punto noto come Tomer stia cercando una lunghissima circonlocuzione per evitare di pronunciare la parola aretz, “terra”, Ndr) l’ha fatto sbarellare. Questo è un popolo che era sopravvissuto per migliaia d’anni solo struggendosi per una terra e, secondo me, questo struggimento ha forgiato proprio quei concetti che hanno reso tale il popolo ebraico. Ad esempio, l’attesa del messia. I cristiani hanno Gesù, i musulmani hanno Maometto. Non abbiamo il messia. È la nostra unicità, proprio il fatto che il nostro messia non sia arrivato e che non arriverà… Una sorta di figura astratta che ci lascia proprio in condizione di guardare al futuro che verrà. Quei popoli di cui è già arrivato “il loro messia” non guardano avanti bensì indietro. Al momento in cui è arrivato loro, alle cose che ha detto e che ha fatto.
Penso che uno Stato ebraico in Israele sia proprio una specie di metafora simile. Qualcosa che non è detto che arrivi sul serio. Qualcosa che forse dovrebbe restare nelle nostre preghiere. A Sion. Per duemila anni abbiamo pregato per Sion e in questo dolore eravamo tutt’uno. Ora abbiamo Sion. Quindi perché pregare? Un ebreo che si strugge per Sion… basta che salga su un aereo e voli fin lì. Lo Stato di Israele gli dà addirittura un passaporto. Non voglio nemmeno addentrarmi in altre questioni fin troppo chiare, cioè che lo Stato di Israele sta traviando la via spirituale del popolo ebraico, che lo sta spingendo ad occupare territori, una condizione che lo corrompe ogni minuto che passa.
Ma c’è dell’altro. Penso che “israeliano” ed “ebraico” al giorno d’oggi, su spinta dello Stato di Israele, siano uno in contraddizione con l’altro. Israele assilla gli ebrei non israeliani, li tratta con disprezzo e razzismo. Se sei un ebreo americano oppure francese che ha deciso di trasferirsi in Israele, sei benvenuto! Abbiamo bisogno di te e dei tuoi sforzi. Ma tutti quegli ebrei che non possono giovare ad Israele vengono gettati giù per le scale… Questo è lo stesso disprezzo e razzismo che Israele ha avuto nei confronti dei miei nonni quando arrivarono dalla Shoah, gli ebrei che arrivarono a pezzi dalle rivolte nei paesi arabi negli anni Cinquanta e Sessanta, ebrei che arrivarono dall’Etiopia negli anni Ottanta o i rifugiati politici dall’Unione Sovietica (persino sopravvissuti dalla Shoah) – che assorbirono tutto il razzismo istituzionale, da quel momento in poi, da parte dello Stato israeliano.

L’hai sempre pensata così oppure le tue opinioni politiche sono cambiate quando hai deciso di studiare e vivere in Germania?
Quando ho lasciato Israele mi si è liberata la mente. Prima c’era costantemente un lavaggio del cervello da parte dello Stato, dei media, le scuole, l’esercito, ovunque e sempre. Sono stato in grado di vedere le cose dal di fuori. Ho capito quanto fossero assurde le cose. I media israeliani sono davvero spaventosi. Fanno solo costantemente propaganda. Vedo come gli lavano il cervello. Ora, di recente, hanno deciso di promuovere anche lo “studio della Shoah” nelle scuole. Penso che proprio l’idea di studiare la Shoah al di fuori delle lezioni di storia sia una perversione (sussulto per un momento, trascinato dalle mie idiosincrasie accademiche: Tomer ha usato il termine sotah, generalmente usato per indicare una donna adultera, un termine ora usato nello slang israeliano per indicare un’“adulterazione” di qualcosa. Ndr). Si tratta di una concezione di una cultura comune che affonda le basi sulla morte orribile, sull’orrore e sulla malattia mentale che hanno passato intere generazioni del nostro popolo. È assai problematico che sempre più israeliani vedano la Shoah come una componente centrale della loro identità ebraica. Come se non ci fosse un ebraismo prima del 1939…
Ti metti in disparte e vedi che ogni bambino sa recitarti a memoria i nomi dei campi di sterminio ma non c’è uno di loro ce sia capace di dirti chi siano Rambam (ovvero Maimonide, il grande filosofo medievale, Ndr) o Ramhal (ovvero il grande rabbino italiano e cabalista Mosè Luzzatto, Ndr), che cosa succeda nel libro di Daniele o quale sia il pensiero di Mendelsohn, Gershom Scholem, o in che anno sia avvenuta l’espulsione degli ebrei dalla Spagna.
Questo è uno “Stato ebraico”? Questo è uno Stato il cui tratto distintivo è la Shoah. Lo vedi bene dall’esterno. Questa paranoia nazionale, maniaco-depressiva, collettiva. Dall’esterno vedi che è una gabbia di matti in cui non metteresti la tua testa sana.

In quanto ebreo e in quanto israeliano che opinioni hai sulla Germania e sulla sua colpa storica durante la Shoah?
Secondo me la questione è se l’indagine storica della Shoah debba essere un fatto singolare oppure un evento universale. Se la Shoah è un evento singolare, allora la sua morfologia è unica. Si è realizzata perché i tedeschi erano così e così e perché gli ebrei erano così e così e perché l’Europa era così e così precisamente nell’anno 1939 eccetera eccetera. Secondo questo approccio ovviamente penso che la Shoah non possa ripetersi perché non ci sono più le medesime condizioni e questo è il modo più semplice e irresponsabile per risolvere la cosa. Non si può ridurre la Shoah ad un evento del genere bensì va considerata in relazione al degrado morale della società, come conseguenza di istigazioni al razzismo, ridefinendo costantemente i criteri quotidiani per assolvere ad un compito.
Ad esempio, non credo chela maggior parte dei tedeschi volesse uccidere gli ebrei nei campi di concentramento. Credo che i tedeschi volessero “dare una mano al Paese” (un’espressione che oggi sentiamo ovunque) e qualcuno è andato ad arruolarsi nell’esercito per combattere al fronte e così via. Del resto non credo, contrariamente alla maggior parte della sinistra europea, che la maggior parte degli israeliani voglia opprimere i palestinesi. Penso che la maggior parte di loro voglia essere “buoni cittadini,” Il problema è che è proprio chi sta al governo a decidere che cosa significa essere dei “buoni cittadini.” E queste persone sono razziste e pericolose. Proprio perché hanno il potere.
Per ritornare alla responsabilità dei tedeschi, in ogni caso, questo è ciò che gli è successo alla fin dei conti. Penso che le persone qui siano davvero brave a scrivere ovunque con lo spray “Via i nazisti!” oppure “Contro i nazisti!”, ma non sono poi così bravi a discutere davvero su che cosa significhi essere nazisti.
Un nazista è necessariamente un tedesco? Una vittima del nazismo deve essere per forza un ebreo? Credo di no. Non accuso i tedeschi di oggi per cose che hanno compiuto altre persone settant’anni fa. Li accuso di non trarre le conclusioni da tutto ciò:che ogni forma di razzismo è pericolosa.
Anche il razzismo contro i musulmani è pericoloso. Anche quello verso i Rom. Li accuso di fare manifestazioni contro l’antisemitismo nello stesso momento in cui bruciano le moschee e in cui gli studi mostrano che i Rom sono la minoranza più odiata in Germania. Li incolpo chi tappezza la superficie di monumenti invece di ripulire dalla violenza razzista tutto ciò che sta sotto la superficie.

Se ti consideri un “ebreo e israeliano non sionista,” pensi che sia una buona idea manifestare simili idee estreme (se pensi che siano idee estreme) in un paese così importante e così negativo per gli ebrei, come è la Germania? Non pensi che simili idee potrebbero compromettere la legittimità di esistere e vivere in pace dello Stato di Israele?
Non credo che le mie idee possano mettere in pericolo lo Stato di Israele. Al contrario, penso che Israele dovrebbe sottoporsi ad un piano di riabilitazione. Proprio come i sopravvissuti della Shoah che soffrivano di disturbi psichici hanno avuto bisogno di un trattamento psicologico, quindi così vale lo stesso anche su scala nazionale.
Ma quando la Germania sostiene la politica di Israele viola i diritti umani e perpetua la situazione di conflitto in Israele per la qualche chiede di sacrificare i suoi figli, questa non è riabilitazione. Questo non è sostegno. Questo è come avere un amico alcolista e invece di costringerlo a sottoporsi ad una terapia, gli si acquista dell’altra vodka. Penso che dovremmo sottoporci ad una terapia. Penso che questa sarebbe una vera amicizia. Anche da parte della Germania, anche dell’Italia, anche da parte di qualsiasi Stato – che non metta in pericolo l’esistenza di Israele, che lo salva da se stesso.

Non pensi sarebbe meglio evitare di parlare in pubblico di questioni politiche come queste?
Anzi, più se ne parla, meglio è. Chi meglio di te – come italiano – sa quanto sia pericoloso che una sola parte dello schieramento politico abbia risalto sui media. È importante far sentire anche l’altra parte dello schieramento. Alla fin fine, vogliamo tutti il meglio per l’umanità e non credo che ci siano opinioni che andrebbero censurate.

Come sono state accolte le tue opinioni sul sionismo da parte della comunità ebraica tedesca?
Non penso che nessuno della comunità ebraica in Germania mi conosca personalmente… In ogni caso, credo che la comunità ebraica tedesca abbia molte difficoltà con queste prese di posizione, in particolare prese di posizione contro la singolarità della Shoah. Gli fa molto comodo accusare esclusivamente la Germania. Le loro scuole trovano fondi, ogni loro progetto viene sostenuto solidamente da ogni partito tedesco… È molto comodo così. Disturberebbe molto se qualcuno saltasse su e dicesse, “non bisogna chiedere perdono per la Shoah solo per quanto riguarda gli ebrei ma anche per tutti coloro che hanno sofferto per il razzismo”. Prova a paragonare il budget della Comunità ebraica tedesca con il budget della Comunità Rom oppure la Comunità islamica… È una vergogna. E il fatto che per la smania dei capi della Comunità ebraica tedesca non si è rinunciato al monopolio della “colpa tedesca” porterà alla fin fine a maggior antisemitismo. Le persone sono stanche, c’è una natura corrotta.

Vuoi dire anche qualcos’altro prima di terminare la nostra intervista?
Vorrei far notare che non troppi anni fa, in termini storici, settanta o ottant’anni fa, il mondo ebraico era pieno di idee e di movimenti politici. In parte sionisti, in parte non sionisti. Una volta c’era l’organizzazione Bund (“legame”), ad esempio. Una delle più grandi ingiustizie che la Germania e Israele stanno facendo oggi agli ebrei è quella di diffondere un unico diffondere solo un unico parere ebraico nel mondo. Come se non potessimo pensare in termini non nazionalisti. E come se tu dicessi che tutti gli italiani la pensano “Forza Italia.” Questa è un’affermazione razzista. Il mondo ebraico ha bisogno di far ricrescere diversità politica all’interno di esso e ha bisogno che (capisca che) il sionismo degenera quando elimina i suoi avversari, sfrutta la Shaoh e il resto del mondo. Persino anche nelle le espressioni tedesche attuali “antisionista” significa “antisemita,” come se “sionista” e “ebreo” fossero la stessa cosa.
Questo fenomeno è pericoloso anche dal punto di vista pratico visto che Israele e la Germania (e l’Occidente) mescolano volutamente i termini “ebreo”, “Israele” e ​​“sionismo”. Penso che sia un’ipocrisia pericolosa se questi termini, “ebreo” e sionismo, “non vengono tenuti separati e se Israele continuerà ad agire violando i diritti umani, bombardando i quartieri residenziali e molto di più: si prevede per gli ebrei un antisemitismo di nuovo tipo.
Se il precedente antisemitismo era immediato (“odio per gli ebrei perché sono ebrei”), allora questo sarà mediatissimo. Se Israele finge di assumersi la responsabilità per gli ebrei di tutto il mondo, dovrà valutare seriamente la situazione in cui li pone…

La nostra conversazione si conclude così. Guardo un po’ sorpreso Tomer. Sapevo delle sue posizioni radicali, ma non l’avevo mai sentito parlare così esplicitamente. Non mi sarei aspettato che questo mite studente di filosofia, amante dell’Italia e fervido lettore di Hegel, Benjamin e Platone, potesse essere animato da convinzioni così risolute e forti. Ci salutiamo con un abbraccio e ci diamo appuntamento alla prossima lettura comune di filosofia, visto che a volte l’astrazione offre un tenue asilo dalle brutture del mondo.

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In mostra l’operazione ‘Aktion T4’ : far quadrare i conti tagliando vite umane

“Non è azzardato dire che le dinamiche che portarono all’operazione Aktion T4 siano in atto anche oggi”. Virginia Reggi con parole forti, ammonitrici, rivelatrici, ha inaugurato la mostra Perché non accada mai più ricordiamo – Il genocidio delle persone disabili nella Seconda Guerra Mondiale di cui è ideatrice e curatrice. Un percorso di 31 pannelli allestiti nel salone d’onore del palazzo municipale visitabile fino al 27 aprile. La mostra, curata da Anffas Emilia Romagna in collaborazione con Anpi, Istituto di storia contemporanea  e patrocinata dal Comune di Ferrara, ricorda attraverso foto e descrizioni “Aktion T4”, l’operazione di sterminio di 300mila persone, tra bambini e adulti, portatrici di varie disabilità psichiche e fisiche, voluta dai nazisti, ufficialmente a partire  dal 1939, che fu una prova generale della Shoah e che proseguì anche dopo la fine della guerra.

Il percorso espositivo, rivolto in particolare agli studenti, ripercorre i fatti salienti che avvennero settant’anni fa, tra programmi di sterilizzazioni forzate, di “eutanasia” (di fatto un vero sterminio) dei bambini e degli adulti, ed esperimenti con sofferenze inflitte a malati mentali e disabili.

Manifesto di propaganda
Manifesto di propaganda. Un tedesco forzuto regge dei disabili, il testo dice ‘Anche tu ne porti il peso. Un malato con malattie genetiche costa 50.000 marchi’

La Reggi con una breve premessa storica ha messo in luce l’attualità della mostra. La crisi economica del ’29, insieme alla cultura eugenista predominante in tutta Europa e in particolare nel mondo anglosassone, furono le due maggiori cause che portarono Hitler e la Germania nazista a perseguire programmi sistematici di “eutanasia” di tutte le vite ‘inutili’, in nome della purezza della razza e come strategia demografica per la riduzione dei costi dello Stato. La grave crisi economica che stiamo attraversando e una certa cultura eugenista, che attribuisce alle vite imperfette meno valore di quelle sane – ha sostenuto – sono dinamiche economiche e scientifiche non molto diverse da quelle degli anni ’30 del secolo scorso.

Anna Maria Quarzi, direttrice dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara, ha confermato di come nei periodi di crisi emerga regolarmente la tendenza a fare i conti dei costi pubblici e a tagliare sul sociale. I nazisti facevano il conto di quanto avrebbero risparmiato con l’eliminazione di un certo numero di persone, una raccapricciante ‘lista della spesa’ ha aggiunto Daniele Civolani dell’Anpi. L’assessore Chiara Sapigni a sua volta ha osservato come la politica e le istituzioni debbano saper sempre trasformare la questione del “quanto costa il sociale” in “come investire nel sociale”, anche nei momenti di crisi, quando ci si trova purtroppo alla riduzione delle risorse.

A proposito delle teorie scientifiche, la curatrice della mostra aggiunge: “Assistiamo ancor oggi a non poche manifestazioni di quel darwinismo sociale da cui è derivata l’eugenetica di Francis Galton. Come quando si rifiuta chi è affetto dalla sindrome di Down, o si ha paura del diverso, e tutte le volte in cui l’individuo è sacrificato agli interessi della collettività, al benessere generale e quindi emarginato. Abbiamo di recente assistito ad esempi di eugenetica negativa, come è successo nel 2006 con il Protocollo di Groningen in Olanda, con cui si regolamentava la soppressione di bambini nati con gravi malattie genetiche. Nello stesso anno in Inghilterra il Royal College of obstetricians and gynecology chiede che gli venga concesso di uccidere i neonati disabili per tutelare il bene superiore delle famiglie. E’ successo in Australia. Ma in generale il ragionamento si può estendere alle politiche che escludono determinate categorie che non sono più ritenute utili: e quindi i programmi di riduzione delle nascite in Cina per le donne che non servono alla società e all’economia, o la questione degli esodati in Italia.”

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Manifesto di propaganda: il testo dice ‘60.000 marchi è quanto costa un malato mente alla comunità. Concittadino è anche il tuo denaro!’

Anna Quarzi, ci tiene a sottolineare e mettere in evidenza che alle cause economiche e scientifiche si aggiunse in Germania il peso determinante di una enorme e capillare campagna di propaganda che attraverso riviste, giornali, cartelloni e film ripetevano lo stesso messaggio martellante: “Esistono individui totalmente inutili che vivono in condizioni subumane, che sono irrecuperabili e le cui infermità sono ereditarie e costoro sottraggono molte risorse alla persone sane”. La propaganda di regime ottenne facilmente il risultato di orientare le coscienze.
Il nazismo riuscì ad esercitare una tale pressione sulle coscienze da trasformare un’intera classe medica (psichiatri, medici di base, infermieri, ostetriche) di persone perbene e con una eccellente preparazione in complice di crimini mostruosi. “Immaginiamoci cosa potrebbe succedere oggi”, ha posto la questione Reggi, “se un qualsiasi potere si mettesse ad utilizzare internet e social network per una simile comunicazione sociale”. Su uno dei pannelli con cui termina la mostra si legge: “Senza carceri, né torture, senza uccisioni, né lager o gulag, ma in modo piacevole, accattivante e indolore, i mezzi di comunicazione sociale possono esercitare sulla libertà di pensiero una dittatura più subdola contro la quale l’individuo si trova quasi sempre indifeso”.

mostra
Alcuni pannelli della mostra

Ci chiediamo se questo non sia già accaduto. L’altissimo numero di suicidi di giovani che non sanno chi sono, di imprenditori in rovina, di operai licenziati, di anziani in estrema solitudine, che si verificano attualmente non sono forse il risultato di una mentalità ormai acquisita? Una mentalità secondo la quale se non siamo “Qualcuno”, se non siamo utili, se non siamo ‘abili’, allora la nostra vita non ha significato. Forse non ce ne siamo accorti.

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