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Il corpo delle donne.
La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti

 

La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti è l’ultimo tassello del disegno di una élite globalista che ha come obiettivo il controllo sui corpi di tutti e di tutte. Disegno già emerso con la conduzione e narrazione della pandemia nei governi occidentali; scrivono le Libere Femministe Genova in un loro comunicato. E non potrei essere più d’accordo. È da 10 anni che mi occupo di maternità surrogata, un business costruito sui corpi delle donne, narrato come estremo atto di libertà e amore, che farà delle donne le proprietarie definitive del proprio corpo.

L’atto di prestarsi come madre surrogata che significa consegnare, attraverso la firma su un contratto, la propria vita e il proprio corpo per i 9 mesi di gravidanza, a committenti privati e alle cliniche private che vendono tale pratica, racconta bene come le donne siano l’indice di misura dello spiegamento del potere del sistema patriarcale all’interno di governi che si definiscono progressisti e democratici. Non dovrebbe stupire dunque la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che mostra i muscoli machisti ribaltando una sentenza di 50 anni fa per tornare a dichiarare sfacciatamente quello che non hanno mai smesso di fare: legiferare sui corpi delle donne. L’obiettivo, da sempre, è di creare categorie umane sulle quali imporre più o meno restrizioni all’autodeterminazione del singolo individuo. Il sistema è sempre lo stesso: creare delle sottocategorie per le quali si giustificano restrizioni alle libertà personali da parte di quelle élite di potere che vogliono mantenere i loro privilegi. E queste sottocategorie sono sempre state costruite a partire da quella che andava controllata e dominata perché capace di dare la vita: quella delle donne.

Lo dice molto bene Adriana Guzman nel suo intendimento del patriarcato “Qual è l’uomo piò sfruttato, più oppresso, più discriminato? Un uomo che è contadino, che non sa leggere, che non sa scrivere in castigliano, che non è andato a scuola, un omosessuale potrei dire, un orfano, un disabile. Ci sono tanti strati di oppressioni sopra un uomo, una sopra l’altra, però al di sotto di queste c’è sempre una donna, che è disabile, che è contadina, che non è andata a scuola, e che ha in più l’oppressione di essere una donna. Dunque al di sotto dell’uomo più oppresso del mondo che si possa immaginare c’è una donna più oppressa. Questa donna condivide tutte le oppressioni dell’uomo, di classe, di razza, di genere però ha in più l’oppressione per il fatto di essere una donna, ha un’oppressione per il fatto di essere donna. Non esiste una oppressione per il fatto di essere un uomo. Se sei oppresso lo sei perché sei proletario, perché sei un contadino, perché sei disabile ma non perché sei un uomo. Noi altre siamo oppresse per il fatto che siamo proletarie, perché siamo contadine, perché siamo disabili perché non sappiamo leggere né scrivere però in più perché siamo donne…”

Ebbene quello che sta succedendo negli Stati Uniti non è altro che il proseguimento della politica neo liberale di questi ultimi due anni. Non è forse vero che con la pandemia la maggior parte degli stati occidentali liberal-democratici ha impiegato tutta la sua forza mediatica per ridurre e contrarre il diritto all’autodeterminazione dei singoli? In nome di un “bene comune” hanno decretato nelle alte sfere le categorie che mano a mano dovevano piegarsi al volere politico, rinunciando al loro libero esercizio di autodeterminarsi.

Va detto però che è l’uso della lingua e della parola non incarnata che crea confusione e permette una narrazione falsata di ciò che significa autodeterminazione. E la parola disincarnata è il fondamento della ideologia transumanista (oggi presente in posizione apicali) che fa dei corpi delle mere macchine perfettibili. Grazie all’intelligenza artificiale, si consolida, questa volta veramente, la morte di Dio e della coscienza umana nella quale Dio dimora.

Come ha detto bene Valeria Gheno “la lingua è un atto costante d’identità”. Ma per lingua dobbiamo intendere quella lingua madre che è parola incarnata, che nasce da un sapere ancestrale dei corpi e non è solo una lingua che plasma il pensiero astratto. Una lingua la cui parola ha la capacità razionale di legare i nostri pensieri alle nostre emozioni e alle nostre esperienze incarnate.

È dunque necessario dire in modo chiaro che l’aborto non è un diritto. Il diritto è all’autodeterminazione e le Donne hanno il dovere e la responsabilità di esercitarlo sempre e a maggior ragione durante una gravidanza. Nessuna corte suprema può restringerlo.

Durante una gravidanza appare evidente a tutti che autodeterminarsi significa accettare di assumersi la responsabilità di fare una scelta tra due diritti in conflitto: quello alla vita della donna e quello alla vita del feto. Ma non è forse vero che autodeterminarsi è sempre una scelta fra il conflitto della realizzazione del sé (diritto di autodeterminarsi) e il “bene comune” (diritto di una società giusta e solidale)? Dunque, sarebbe giusto porsi la domanda: è bene che un’autorità astratta (non poi così astratta ma sempre fatta dal consesso di uomini) e terza, prevalga sulla coscienza individuale come è successo in questi ultimi tempi? o se questo sia inaccettabile?

Per noi Donne è chiaro. Nessuno può scegliere per noi e sul nostro corpo, e così dovrebbe valere per tutti. Lo spazio della coscienza di cui il corpo è espressione incarnata è inviolabile e resta il principio cardine del diritto all’autodeterminazione anche se in corso c’è il rischio della vita per altri.

L’Italia ferma al palo e sempre più povera:
davanti al grande flop del PNRR bisogna imboccare un’altra strada

 

Sembra passato molto tempo, ma in realtà non è molto più di un anno fa che sentivamo esaltare le virtù taumaturgiche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Che, non solo ci avrebbe fatto uscire dalle difficoltà economiche emerse con la pandemia, ma addirittura avrebbe disegnato un nuovo sentiero di forte crescita economica.

Qualcuno, con un po’ di imprudenza, si era spinto fino a prevedere che l’Italia avrebbe conosciuto un nuovo boom economico, paragonabile a quello dei primi anni ‘60 del secolo scorso, basato su un ciclo alimentato da significativi investimenti pubblici e ripresa delle esportazioni.
Ci ritroviamo, invece, oggi a parlare di un nuovo rischio di crisi economica. Nei giorni passati, l’Unione Europea ha rivisto al ribasso tutte le previsioni economiche relative al 2022 e al 2023 di tutti i Paesi dell’area euro, Italia compresa.

Ciò che emerge è un dato tutt’altro che tranquillizzante: per quanto ci riguarda, il tasso di crescita reale del PIL dovrebbe attestarsi al +2,4% nel 2022 e + 1,9% nel 2023, con un’inflazione pari rispettivamente al 5,9% e 2,3%. Ora, a parte la stima dell’inflazione che, in particolare nel 2023, potrebbe essere ancora più alta, il dato che va visto non è semplicemente il ribasso delle previsioni avanzate ancora qualche mese fa, ma soprattutto che il +2,4% nel 2022 in realtà significa crescita zero, visto che a quel risultato ci si arriva come puro trascinamento del forte “rimbalzo” del 2021 ( +7,5% di aumento del PIL).
Ancora, la crescita modesta del 2022 dovrebbe derivare dal saldo tra andamento negativo delle esportazioni ( che avrebbero dovuto essere una delle leve fondamentali della ripresa) e, invece,  risultato positivo dei consumi interni, sempre che l’inflazione non li deprima.

Infine – e qui sta il punto di ulteriore preoccupazione, perché parliamo di un elemento strutturale – le stime dell’UE dicono che il PIL dell’Italia a fine 2023 supererà solo dell’1,3% il livello del 2019, il dato peggiore di tutti i Paesi dell’area euro, ben inferiore a quello medio dell’Eurozona stessa fissato a +3,4%.

Non si può davvero sostenere che questo scenario sia unicamente uno dei tanti frutti malati della guerra in Ucraina, che ha certamente aggravato la situazione, ma che era già presente nella fase della tanto strombazzata ’uscita’ dalla pandemia, precedente alla guerra stessa.
Infatti, i fenomeni di sconvolgimento delle catene produttive, aumento della domanda di energia e conseguente fortissimo incremento del prezzo delle materie prime, rallentamento del commercio mondiale, ricomparsa di un balzo inflazionistico (che non si registrava da decenni), aumento dei tassi di interesse costituiscono un’eredità di un processo di parziale e rivisitata ‘deglobalizzazione’, non solo congiunturale, che ci consegnano gli anni della pandemia.

Gli apologeti del mercato e gli estimatori acritici del ruolo del PNRR dovrebbero peraltro interrogarsi non solo sull’ennesimo errore delle previsioni formulate a suo tempo, avendo l’onestà intellettuale di non ascriverlo al ‘destino cinico e baro’, leggi pandemia e guerra, che non sono catastrofi ‘naturali’ e imprevedibili. Anch’esse, infatti, sono inscritte dentro una logica di espansione mercatista e aumento della competizione capitalistica e tra gli Stati, che sono state la cifra del modello neoliberista di sviluppo degli ultimi decenni e che oggi è irreversibilmente in crisi e che da economica diventa anche sociale ed ecologica.

Si producono e amplificano potenti disuguaglianze sociali.
Per stare all’Italia – ma lo sguardo sul mondo non è da meno, se si pensa alla crisi alimentare che si profila – basta mettere in fila alcuni dati, non necessariamente omogenei, ma comunque fortemente indicativi.
Sul piano della distribuzione del reddito, i salari reali dal 1990 ad oggi sono diminuiti del 2,9%, il peggior risultato in Europa, dove Germania e Francia, ma anche la Grecia, li vedono crescere di circa il 30%. Altre stime parlano di un incremento salariale, in Italia, dal 2008 ad oggi, del 3% a fronte di una media europea del +22%.

Non va meglio considerando quello che è successo per quanto riguarda l’occupazione: secondo l’ISTAT, nel 2022 appare che abbiamo recuperato i livelli precedenti alla pandemia, ma tra marzo 2020 e marzo 2022, i posti di lavoro creati in più sono 535.000, ma ben il 97% di questi sono contratti a termine!
I lavoratori precari sono arrivati a più di 3 milioni, rappresentando quasi il 15% della forza lavoro
. E, ovviamente, la gran parte di questi sono lavoratori ‘poveri’, quelli che non riescono a superare la soglia di povertà relativa. Lavoratori poveri che, complessivamente, assommano a circa il 13% di tutti i lavoratori, ma sono circa il 20% sugli occupati nel Mezzogiorno. E’ questo solo uno degli indicatori che ci dice che in questi anni il divario territoriale tra Sud e Centro-Nord è ulteriormente salito.

Infine, il caro bollette e la ripresa dell’inflazione generano una vera e propria “povertà energetica e alimentare”. Uno studio di Banca Intesa-S. Paolo ci avverte che il loro impatto si traduce in un aggravio di spesa annuo di 1462 € per la famiglie a basso reddito (fino a 15.000 €), pari ad un aumento del 10%  rispetto al proprio reddito, mentre, per le fasce alte l’aumento è di circa il 3%, sempre sul proprio reddito. E ciò fa sì che, per chi si trova nella prima di queste condizioni, le spese energetiche e alimentari incidano per circa il 48% sul proprio reddito, mentre per le seconde, esse contano solo per il 20%.

Insomma, è questo il contorno dell’ ‘economia di guerra’ cui ha fatto riferimento il Presidente del Consiglio Draghi. Destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi, quando la politica delle grandi banche centrali, dalla FED alla BCE, introdurrà ulteriori provvedimenti, dall’aumento dei tassi di interesse alla diminuzione degli acquisti di titoli di Stato, che spingono verso una fase recessiva (e alll’aumento dello spread).
A cui si aggiunge politica regressiva per quanto riguarda le fonti energetiche, allontanando la prospettiva dell’utilizzo di quelle rinnovabili per puntare ancora su quelle fossili, dal gas alla stessa riabilitazione del carbone.

Si conferma così una verità antica come il mondo, e cioè che, come la guerra e la sua continuazione significano produrre sempre più vittime innocenti e distruzione, così l’economia che dalla guerra deriva scarica il peso della crisi sui ceti più deboli e sui lavoratori.

Per evitare questa deriva, occorre imboccare tutt’altra strada.
Per stare ai provvedimenti immediati, sarebbe necessario reintrodurre prezzi amministrati e calmierati rispetto ai costi energetici, facendoli rientrare a pieno titolo nei Beni Comuni.
Bisogna  tutelare il potere d’acquisto dei salari con meccanismi adeguati
(qualcuno si ricorda ancora della scala mobile?), anziché  ricorrere a pannicelli caldi, da capitalismo compassionevole, come il bonus da 200 € per alleviare il forte incremento dei prezzi del gas e dell’energia elettrica.
E spingere ancor più verso una conversione ecologica, trainata dal ricorso alle fonti rinnovabili e da un modello di produzione e    consumo energetico decentrato e democratico, anziché riproporre approcci vetusti e peggiorativi, che rispondono unicamente agli interessi delle grandi aziende pseudo-pubbliche, a partire dallENI.

Soprattutto ci sarebbe bisogno di trasformare il forte dissenso della maggioranza degli italiani nei confronti della guerra e della sua alimentazione con l’invio delle armi e l’aumento delle spese militari, come testimoniato dalla gran parte dei sondaggi, in conflitto aperto e organizzato rispetto alle scelte di politica economica, sociale e ambientale di questo governo. Proviamo ad occuparcene.

conferenza-di-yalta

Ragioni della pace, ragioni della guerra

 

C’è un certo imbarazzo nel parlare di quel che sta succedendo ad est.
C’è un certo scoramento nel constatare che, accanto al conflitto militare, è in corso una guerra a livello mediatico: una guerra nella quale la prima vittima è la verità, dove la propaganda, la disinformazione, le fake news prosperano.
C’è un po’ di delusione nel vedere ripetersi un copione che è stato usato nei conflitti che hanno coinvolto l’occidente: iper-semplificazione dei fatti, ridotti allo scontro bene (noi) male (loro), costruzione della figura del nemico come dittatore, attribuzione al nemico di ogni responsabilità e di ogni crimine.
C’è frustrazione nel vedere ripetersi in Europa quel che era successo nella ex Jugoslavia e, su scala più ampia e drammatica, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria.
Nulla di strano, nulla di nuovo purtroppo: la storia, si sa, è buona maestra ma non ha allievi.

L’imbarazzo aumenta e diventa disillusione nel constatare che questa guerra prolunga il periodo di paura e di odio generato dall’esistenza di una pandemia e dalla sua gestione, proprio quando sembrava che questa emergenza fosse finalmente finita. Da oltre due anni, il quadro di paura diffuso tra la popolazione è diventato strumento di governo e, oggi, costituisce la precondizione necessaria per sostenere e legittimare la violenza e la guerra.
I media hanno avuto ed hanno una grande responsabilità nella creazione di tale contesto negativo; ma anche ognuno di noi ha una precisa responsabilità: gode infatti di uno spazio di libertà che consente di scegliere se alimentare le ragioni della guerra o sostenere quelle della pace. Accettare pedissequamente la narrazione mainstream e quindi prendere partito per uno dei contendenti senza conoscere il contesto e il passato è il primo passo attraverso il quale ognuno di noi alimenta, piaccia o meno, il conflitto.

Per capire meglio quel che sta succedendo bisogna almeno tornare al dicembre 1991, data che segna la fine ufficiale dell’URSS dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989 e lo scioglimento di fatto del Patto di Varsavia (1991). La Glasnost e la Perestrojca di Gorbaciov sembravano aprire una stagione nuova, l’uscita dalla guerra fredda, la rinascita dell’Europa in un nuovo orizzonte di pace e collaborazione. Erano i tempi in cui sembrava possibile agli spiriti più visionari una grande Europa libera da Gibilterra agli Urali ed oltre. Non è andata affatto cosi. Il vecchio e corrotto sistema sovietico è crollato prima che il nuovo cominciasse a funzionare e la crisi si è fatta ancora più acuta nella misura in cui i cambiamenti radicali in un Paese così vasto non potevano e non possono passare in modo indolore, senza difficoltà e sconvolgimenti che si ripercuotono a livello globale.

Con la crisi del sistema statale centralizzato, della sua burocrazia e dell’ideologia che ne era il cemento, è venuto meno il collante che teneva insieme le tante etnie e le innumerevoli repubbliche che costituivano il sistema comunista sovietico, che veniva presentato in occidente come un grande monolite nascondendone la complicata realtà multietnica.  All’interno di molte di esse, sono scoppiati drammatici e sanguinosissimi conflitti etnici e religiosi abilmente fomentati dall’esterno, fino alle più recenti “rivoluzioni colorate” che hanno portato alla sostituzione dei regimi amici di Mosca con regimi amici degli USA, come successo anche in Ucraina prima con la “rivoluzione” Arancione del 2004 e poi con la “rivoluzione” di Maidan del 2014.
Con il crollo del muro di Berlino e il ritiro dei sovietici dalla Germania e dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’intero equilibrio scaturito dalla seconda guerra mondiale è andato in frantumi senza che il processo fosse governato come sarebbe stato necessario. Alla Russia è rimasto però un arsenale atomico enorme, obsoleto forse e quindi ancor più pericoloso.

A fronte di questo il sistema antagonista, la NATO non si è affatto sciolto ma, anzi, ha iniziato ad espandersi verso est incorporando paesi un tempo satelliti di Mosca e, infine, cercando di mettere radici in Ucraina. Un passaggio, questo, incauto e pericolosissimo che nessun paese con rinascenti ambizioni di potenza (tale è la Russia di Putin) poteva accettare impunemente (basti ricordare, a parti invertite, la crisi dei missili a Cuba del ’62).
In questo lungo processo, oggi sfociato in una guerra largamente prevedibile e prevista, l’Europa non ha saputo agire dimostrando la sua assoluta inconsistenza politica e culturale, malgrado l’entrata nel sistema europeo dei paesi dell’est.
Anche qui nulla di nuovo se solo si guarda agli avvenimenti in ottica geopolitica e col disincanto che la politica internazionale richiede.

La rottura del vecchio equilibrio geopolitico ha anticipato la distruzione di ogni idea non solo comunista, ma anche socialista e la sua sostituzione con i valori del mercato dominati dalla finanza e dalle multinazionali. La parola competizione ha sostituito quella di cooperazione; il consumo ha sostituito l’etica della cittadinanza; il capitale ha surclassato il lavoro mentre le macchine intelligenti sostituiscono l’uomo. Il bene privato ha surrogato il bene pubblico e il bene comune. Gli Stati sono stati indeboliti cedendo grandi quote di sovranità e sono ormai tutti legati alla logica di funzionamento della finanza. Il crollo del capitalismo di stato ha lasciato mano libera al capitalismo di impronta neo-liberista ovvero ad una élite finanziaria che ha iniziato ad espandere il suo potere su tutto il pianeta. Il dominio assoluto del mercato è diventato la cifra distintiva di una globalizzazione planetaria a senso unico.
E’ venuta meno la speranza di costruire una grande Europa comprendente tutti gli ex satelliti sovietici e la Russia stessa insieme all’Ucraina; un blocco pacificato che a livello geopolitico sarebbe diventato in grado di competere a livello globale nel giro di pochi decenni. A questa utopia politica si è preferita una tecnocrazia burocratica basata esclusivamente sull’economia, sulla finanza e sul diritto.
E’ questo il Nuovo Ordine Mondiale che ha sostituito quello bipolare nato da Jalta e dalla seconda guerra mondiale (curioso: Jalta si trova in Crimea e proprio la Crimea insieme al Donbass sta al centro del contenzioso attuale). Questa guerra non è la fine della globalizzazione perseguita negli ultimi 30 anni, bensì, al contrario, la globalizzazione mercatistica fallita a livello globale è la causa della guerra in Ucraina.

Di tutto questo noi siamo spettatori, spesse volte spaventati e rancorosi, immersi in un flusso di informazioni alle quali diamo senso in base al pregiudizio e quasi sempre in assenza di riferimenti concettuali adeguati in grado di collocare il fatto e la narrazione complessiva in una prospettiva più ampia connessa alla propaganda, alla storia e alla geopolitica. Siamo spettatori indignati nella misura in cui l’agenda dei media sottopone alla nostra attenzione la guerra in Ucraina tacendo su tutte le altre guerre che proprio adesso insanguinano il mondo.
Siamo spettatori inconsapevoli nella misura in cui ignoriamo che in un contesto di guerra le fonti di informazione sono sempre tendenzialmente censurate e l’informazione è controllata, filtrata e diffusa dai governi, dai militari e dall’intelligence.
Siamo spettatori incoscienti nella misura in cui accettiamo e diffondiamo notizie la cui finalità non è quella di informare imparzialmente, ma quella di creare emozioni e sentimenti sempre più estremi, che servono solo a generare l’odio e la paura che servono per alimentare la guerra e la violenza.

Potrebbe sembrare un quadro deprimente ma proprio qui risiede l’opportunità di cambiamento: infatti, in quel che resta della nostra democrazia, ai potenti e ai signori della guerra serve ancora il consenso e solo noi cittadini possiamo concederlo.
In un contesto di conflitto aperto ognuno di noi diventa, nel suo piccolo, protagonista della guerra, di questa guerra cha da oltre un mese sta al centro della cronaca e dello spettacolo. La guerra ha assoluto bisogno di fiancheggiatori che ne garantiscono la legittimazione culturale: nessuna guerra che cada sotto i riflettori dei media sarebbe infatti possibile e potrebbe durare a lungo senza questo tipo di appoggio diffuso. La guerra ha bisogno di te.

Ma se questo è vero, è anche vero che si possono sostenere le ragioni della pace. Lo si fa rifiutando la contrapposizione manichea tra bene e male, evitando ogni azione che possa contribuire a causare ulteriore paura e alimentare l’odio. Tutte le persone che si agitano sostenendo la ragione delle armi sono perfettamente funzionali allo scontro, sostengono gli interessi dei poteri che lo vogliono e ne traggono profitto.
La logica della pace può anche fare a meno di “fatti” spacciati per veri dai media. La pace ha una sola bandiera ed è di colore bianco; non è finalizzata a difendere una parte e a criminalizzare l’altra: mira semplicemente a ridurre il conflitto, a favorire le trattative, a ricondurre al buon senso, a tutelare ed aiutare le vittime civili che accompagnano ogni conflitto.
Il pensiero di pace si sviluppa ad un livello superiore rispetto alle ragioni del potere; sa che la logica del potere e del capitale usa i drammi dei civili per sviluppare il proprio disegno nefasto.
La logica di pace, deve guardare al futuro nel lungo periodo: non solo a pacificare adesso, ma a costruire un futuro che sia generativo di pace. Solo dopo, a pace fatta, si potranno scrivere sulla bandiera bianca che non separa parole autentiche di ogni colore. Esattamente quello che oggi non sta succedendo.

Poco più di 100 anni fa (1917), la Rivoluzione Russa irrompeva nella storia di un secolo caratterizzato da guerre, rivoluzioni e scontro ideologico. Oggi, dai medesimi luoghi, potrebbe sorgere l’alba di un Nuovo Mondo oppure, se non prevarranno le buone ragioni della pace, concludersi definitivamente e drammaticamente la parabola del vecchio mondo che conosciamo.

bottiglie vetro riuso

Perchè il nostro impegno per il riciclo e il riuso è un atto politico

E’ chiaro a tutti che l’emergenza globale determinata dai cambiamenti climatici rappresenta il problema con cui tutti i Paesi a livello mondiale, in maggiore o in minor misura, stanno facendo i conti e li dovranno fare sempre più negli anni a venire.
La produzione di gas climalteranti, come la CO2 in primis, ma anche come il metano, il biossido d’azoto e altri derivati dalla combustione delle fonti fossili ai fini della produzione energetica, sono la causa principale del riscaldamento del pianeta.
La società capitalista e il modello liberista, che hanno preso il sopravvento ormai in tutti i Paesi, si fondano sullo sviluppo senza limiti del consumismo produttivista di una parte della popolazione, quella più ricca(cioè anche noi), e sullo sfruttamento delle popolazioni più povere e delle risorse naturali (acqua, aria, estrazione di minerali, distruzione di foreste, cancellazione di forme vegetali e animali con perdita di biodiversità ecc..).
La produzione di beni semplici e complessi, la trasformazione dei prodotti, la movimentazione delle merci e tutte le fasi, fino al consumatore finale, esigono un dispendio di energia enorme, un’altrettanto enorme disponibilità di risorse naturali e danno luogo a grandi sprechi sia di energia che di risorse. Tutto questo viene ottenuto attraverso forme di sfruttamento del lavoro e delle persone che si pensavano inimmaginabili in società avanzate e ‘civilizzate’ come i Paesi occidentali. Per non parlare delle condizioni “sotto il livello di sopravvivenza” in cui sono costretti i popoli di quelli che amiamo chiamare “Paesi in via di sviluppo”.
Sappiamo bene ormai, e da più di mezzo secolo, che le risorse del nostro pianeta sono ‘finite’, non infinite e inesauribili. Sappiamo anche che la velocità di consumo e di spreco delle stesse sembra diventata  inarrestabile. Eppure, sotto il dominio della finanza e del mercato, e con il silenzio assenso dei capi di governo, il motore consumista continua a girare a pieno regime.
La prima conseguenza del consumismo, quella che è davanti agli occhi di tutti, è l’incredibile produzione di rifiuti. Rifiuti che, per essere smaltiti, non solo richiedono un’altra grande quantità di energia, ma che provocano ulteriori forme di inquinamento delle risorse naturali e la  devastazione di aree e territori.
Si può fare qualcosa? Si può rompere la catena di questo circolo vizioso?
Forse sì. Almeno un piccola cosa, che possiamo fare tutti: allungare il più possibile la durata di vita di ogni bene prodotto (riuso) e impiegare qualsiasi bene-rifiuto quale risorsa per un nuovo processo (riciclo) e utilizzo.
Ogni volta che riutilizziamo qualcosa, stiamo risparmiando risorse naturali, evitiamo la produzione di beni inutili e ulteriori rifiuti, risparmiamo energia, evitando la produzione di gas climalteranti.
Se mi dite che è poco davanti a un sistema economico che sarebbe da ribaltare da cima a fondo, rispondo che – aspettando la rivoluzione e il sol dell’avvenir – l’impegno per il riciclo e riuso è comunque un atto politico. Una atto consapevole di rifiuto di una società che sfrutta persone, animali, beni comuni e minaccia la sopravvivenza del pianeta Terra.

Cancel culture
La CULTURA della CANCELLAZIONE della CULTURA

 

Utilizzata nel 2017 come tecnica di boicottaggio mediatico dal gruppo afroamericano Black Twitter, eletta dal Maquarie Dictionary a ‘parola dell’anno 2019’ con la definizione di ‘atteggiamento all’interno di una comunità che richiede o determina il ritiro del sostegno ad un personaggio pubblico’, l’espressione Cancel Culture è stata prelevata e rivolta contro le rivendicazioni del Black Lives Matter Movement nel 2020, prima dal senatore repubblicano Tom Cotton, poi dall’ex presidente americano Donald Trump.

Da allora in poi la distorsione della locuzione si è estesa a colpevolizzare tutte quelle pratiche iconoclaste, scatenate dal desiderio di riformulazione del passato, attraverso la rimozione e la sostituzione di statue, monumenti, memoriali e toponomastica considerati emblemi dello schiavismo, del colonialismo e della discriminazione razziale, eretti dai regimi coloniali e mantenuti dalle cosiddette ‘democrature’: finte democrazie, sistemi di governo pseudodemocratici, dittature costituzionali, nei quali i cittadini, oltre al fatto che si tengano delle elezioni, sono completamente tagliati fuori dalle decisioni di tutto ciò che concerne l’esercizio del potere e il rispetto delle libertà civili.

Mentre negli USA e nel resto del mondo, Italia inclusa, le Forze di Polizia sono divenute il volto del fallimento dello Stato nel provvedere ai bisogni fondamentali delle comunità, mentre sempre più persone si stanno convincendo che è meglio de-finanziare e ridurre l’attività degli apparati di polizia sostituendoli con soluzioni civili e non militari, il contenuto di un appello scritto negli USA a soli tre mesi dall’uccisione di George Floyd, mette di fronte alle proprie responsabilità, in materia di intolleranza culturale, non solo il revisionismo di destra, ma anche il cosiddetto ‘liberalismo di sinistra’.

Nei social media, “to cancel someone” è diventato un modo di dire per intendere “togliere il like”, “smettere di seguire” o “togliere il supporto a qualcuno”.
Sull’Urban Dictionary la definizione del 2018 è: “To dismiss something/somebody. To reject an individual or an idea”, letteralmente “Scaricare qualcosa o qualcuno. Rifiutare un individuo o un’idea”.

Utilizzato in maniera intercambiabile con il termine “woke!” (sveglia! stai in guardia! occhio!) per richiamare l’attenzione dei propri contatti su qualcuno o qualcosa che oltrepassa il limite, con “cancel culture”, traducibile come “cultura della cancellazione”, si è iniziato ad intendere quel fenomeno che riguarda movimenti e gruppi spontanei di persone che esercitano pressioni per la rimozione dalla produzione di prodotti culturali o delle persone e aziende che si sono rese colpevoli di discriminazione nei confronti di minoranze, etnie, generi e pensieri.

In questo senso, l’idea di cancellare qualcuno o qualcosa, è il primo passo delle molte altre forme di online shaming (vergogna online) come le recensioni negative, il call out, il doxing, il body shame, rivolte nei confronti di celebrità, dirigenti e personaggi politici.

La Cancel Culture è però stata concepita e viene difesa come una forma spontanea di hacktivismo digitale (hacking + activism) e indica sia le azioni rivolte contro criminali o autori di pratiche poco trasparenti da denunciare e da portare all’attenzione dei colleghi, del pubblico e delle autorità, sia quelle proprie della disobbedienza civile in rete, per protestare contro il mancato rispetto dei diritti civili e contro gli abusi di potere.

La Cancel Culture, come ideologia, non esiste, e da parola impiegata per indicare le pratiche di coloro che hanno messo in discussione l’operato di governi, partiti politici e multinazionali organizzando siti web di controinformazione, petizioni online e altri strumenti per l’abilitazione di tutti i cittadini alla libera comunicazione elettronica, è divenuta un’etichetta che la destra statunitense e, a cascata, la stampa mondiale, ha affibbiato a tutto ciò che riguarda le lotte per i diritti civili.

Evocare lo spauracchio del nuovo fantasma della cultura della cancellazione che si aggirerebbe per il mondo, fa comodo prima di tutti alla destre, ai conservatori, e si sta rivelando molto utile a spostare l’attenzione, a banalizzare concetti come dissenso e libertà di espressione, criminalizzare il boicottaggio come forma di protesta e mistificare un’infinità di fatti e significati sul tratto forte, distintivo del nostro tempo: il totale, sistematico e contraddittorio annullamento di ogni aspetto della realtà, della storia e…dell’appartenenza politica.

Nel mese di luglio 2020, negli USA, nel pieno delle rivolte per la brutale uccisione di George Floyd, 153 intellettuali di vari paesi hanno firmato una lettera-petizione e lanciato un appello contro l’intolleranza culturale.

L’idea è stata lanciata da Mark Lilla, storico delle idee e professore alla Columbia University, e dallo scrittore Chatterton Williams dopo che il direttore delle pagine editoriali del New York Times, James Bennet, si è dovuto dimettere per aver approvato la pubblicazione di un articolo di un senatore repubblicano che chiedeva una risposta militare e che “fossero mandate le truppe” per sedare i disordini dovuti alle proteste del Black Lives Matter Movement con una “dimostrazione di forza schiacciante”.

Un caso di intolleranza capitato anche ad autori i cui libri sono stati ritirati dal commercio per presunte falsità o a docenti ripresi per aver parlato in classe di specifiche opere letterarie controverse – ha spiegato Lilla – riportando tanti altri esempi di scrittori, editori e giornalisti allontanati da istituzioni e realtà lavorative per aver espresso le proprie opinioni o per non aver censurato quelle altrui: “I redattori vengono licenziati per aver pubblicato pezzi controversi; i libri vengono ritirati per presunta inautenticità; ai giornalisti viene impedito di scrivere su certi argomenti; i professori vengono indagati per aver citato opere di letteratura in classe; un ricercatore viene licenziato per aver fatto circolare uno studio accademico sottoposto a revisione paritaria; e i capi delle organizzazioni vengono estromessi per quelli che a volte sono solo errori maldestri. Qualunque siano le argomentazioni su ogni particolare incidente, il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che può essere detto senza la minaccia di rappresaglie”.

Tra i firmatari e le firmatarie della “Lettera sulla giustizia e sul dibattito aperto (A Letter on Justice and Open Debate), compaiono l’attivista femminista Gloria Steinem, nomi della sinistra radicale come Noam Chomsky, conservatori come David Brooks, accademici come Francis Fukuyama, scrittrici e scrittori come Meera Nanda,  Margaret Atwood, Joanne K. Rowling, Salman Rushdie, Martin Amis, Ian Buruma, Jeffrey Eugenides, giornaliste e opinionisti come Olivia Nuzzi, Anne Applebaum, Fareed Zakaria, David Frum, George Packer e personalità provenienti da svariati ambienti, come lo scacchista Garry Kasparov e il jazzista Wynton Marsalis, uniti dalla preoccupazione che il libero scambio di informazioni e idee posto alla base della democrazia, stia diventando “sempre più limitato”, “ogni giorno più stretto” e mossi dalla convinzione che “stiamo pagando un caro prezzo per tutto ciò, nella misura in cui scrittori, artisti e giornalisti non rischiano più nulla perché sono terrorizzati di quello che potrebbe succedergli non appena si discostano dal consenso e non si uniscono al coro».

Il testo si apre con una lista di rivendicazioni -è giusto chiedere giustizia sociale; è giusto chiedere una riforma della polizia; è giusto considerare la destra come una minaccia per la democrazia- che lasciano rapidamente spazio a un discorso che non ammette eccezioni: gli autori denunciano come anche negli spazi progressisti ci siano reazioni aggressive alle idee e alle critiche.

Dopo le proteste, un dipendente comunale lava via la scritta “Defund the Police” dalla strada fuori dal dipartimento di polizia di Atlanta. (Foto di Alyssa Pointer / Atlanta Journal-Constitution )

Il contenuto della lettera ha creato scalpore e consensi a livello internazionale come primo accenno di rivolta intellettuale sia contro la minaccia alla democrazia proveniente da destra che contro l’intolleranza della cosiddetta “sinistra liberale”.

Liberalismo di sinistra o sinistra liberale sono termini fuorvianti per indicare quella corrente di pensiero né liberale, né di sinistra – e che anzi su molte questioni fondamentali risulta agli antipodi di entrambe queste tradizioni politiche – portata avanti dai partiti moderati di centro sinistra che hanno preparato l’ascesa delle destre non solo con scelte di ordine economico schierandosi con i vincitori della globalizzazione neoliberista, ma anche di ordine politico e culturale, attaccando i valori e gli stili di vita di coloro che un tempo erano i loro elettori di riferimento, ridicolizzando i loro problemi, le loro lamentele e la loro rabbia, finendo con il far assumere ai propri esponenti l’identità di opportunisti voltagabbana passati dall’altra parte della barricata.

I firmatari, dopo aver osservato come le imponenti proteste per la giustizia razziale stiano portando a sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme ad appelli più generali per una maggiore uguaglianza e inclusione sociale, sottolineano come anche le istituzioni culturali stiano affrontando un momento difficile che favorisce solo e soltanto il conformismo ideologico, in un clima di intolleranza, oscurato dalla tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in riduttive e accecanti certezze moraliste.

Mentre ci si aspetterebbe tutto ciò dalla destra, la censura, il livellamento ideologico e il dogmatismo si stanno diffondendo anche dalla cultura di sinistra, limitando sempre di più il libero scambio di informazioni e di idee, abbassando sempre di più il livello intellettuale del dibattito e limitando la capacità di partecipazione democratica di tutti: “Noi affermiamo l’importanza delle opinioni contrarie, espresse con forza e anche in modo tagliente, da qualunque parte provengano. La strada per sconfiggere le idee cattive è smascherarle, argomentare e persuadere, non cercare di metterle a tacere o sperare che scompaiano”.

La lettera, pubblicata un anno fa sulla rivista Harper’s Magazine poi rilanciata dal New York Times e da molte altre testate internazionali, ha suscitato apprezzamenti e critiche quando il neologismo Cancel Culture era appena entrato nel lessico comune di attivisti, giornalisti, commentatori politici e artisti nordamericani, per descrivere fatti di accesa critica e tendenza all’ostracismo, alla censura, al bullismo digitale, al public shaming, avvenuti nei confronti di chi avesse espresso opinioni non in linea con quella che si caratterizza come la “cultura dominante” o come la religione civile del “politicamente corretto”.

Benché nella lettera il riferimento risulti evidente, l’espressione “cancel culture” non compare e non viene nominata, così come non viene fatto alcun riferimento al revisionismo o alla furia iconoclasta dell’abbattimento delle statue.

Compatti nel denunciare l’intolleranza culturale e nel difendere la libertà di pensiero e parola, nella lettera il gruppo di intellettuali celebra “le richieste più ampie di maggiore uguaglianza e inclusione nella società” scaturite dalle proteste, sottolineando però come insieme a queste si fosse “intensificata una nuova serie di atteggiamenti morali e politici che tendono a indebolire le norme di dibattito aperto e tolleranza delle differenze a favore del conformismo ideologico”.

Una deriva respinta rifiutando dogmi, censura e coercizione: “Le forze illiberali stanno guadagnando forza nel mondo (…). L’inclusione democratica che vogliamo può essere raggiunta solo se facciamo sentire la nostra voce contro il clima intollerante che ha preso piede in tutte le parti”.

L’ideale del liberalismo è la libertà, perché solo nella libertà, cioè in una condizione che li affranchi da qualsiasi vincolo e controllo, gli esseri umani trovano gli stimoli per dare il meglio di sé stessi e progredire intellettualmente e socialmente: il primo caposaldo del liberalismo, pertanto, è la tolleranza nei confronti delle opinioni altrui.

Il tipico liberale di sinistra, invece, si caratterizza per un atteggiamento diametralmente opposto: un’estrema intolleranza verso chiunque non condivida la sua visione delle cose e tenti di svincolarsi dall’imposizione di ideologie dogmatiche che non ammettono confronto, critica e discussione.

14 giugno 2020, Milano, un addetto del comune pulisce le scritte contro la statua di Montanelli nei giardini di Porta Venezia (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Oltre che negli USA, il liberalismo di sinistra ha svolto ovunque un ruolo importante nel declino e nella caduta del dibattito politico e culturale.

L’impoverimento, la precarietà, l’insicurezza sociale, l’indebolimento dei legami sociali, l’evaporare di identità collettive: sono questi i temi qualificanti della “ragione liberista” sia di centro destra che di centro sinistra.

L’imperante ”estremismo di centro” cioè quel modo d’essere politicamente dominante e “politicamente corretto” che garantisce libertà di espressione e di organizzazione politica ma che nega anche con violenza ogni possibilità di condizionare, influire, combattere ad armi pari con l’oligarchia globale, sta negando da un lungo periodo di tempo ogni vera possibilità di scelta elettorale, perché i partiti di centro destra e di centro sinistra perseguono sostanzialmente lo stesso tipo di politiche, convinti che non possano esistere alternative alla dominante globalizzazione neoliberista.

Declinato a destra con xenofobia, razzismo, elogio del libero mercato e delle differenze di classe e di censo, ammainate a sinistra le bandiere dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà, l’incitamento all’odio delle destre e l’intolleranza dei liberali di sinistra si stanno dimostrando vasi comunicanti che hanno bisogno, si rafforzano e si specchiano l’uno nell’altro.

Per far riferimento e proporre un metodo di analisi sull’azione congiunta svolta da entrambe le parti sul martoriato corpo delle nostre società civili o sulle implicazioni del passato storico del colonialismo, andrebbe coniato il termine e approfondito il concetto di “Cultura della Cancellazione della Cultura”.

In copertina: Banksy: Graffiti Removal, Leake Street, Londra 2008.

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Draghi e Macron attaccano

 

Il 7 dicembre del 2021 scrivevo del Patto del Quirinale tra Francia e Italia (qui: se dai tedeschi ci difenderanno i francesi chi ci difenderà dai francesi) sottolineando che uno dei suoi motivi ispiratori era la nostra necessità di trovare una sponda per arginare i richiami prossimi agli equilibri di bilancio da parte dei paesi nordici.

Una prima conferma alla correttezza dell’ipotesi è arrivata poco dopo, il successivo 23 dicembre, a mezzo articolo sul Nyt a firma Draghi–Macron e pubblicato anche sul sito del nostro governo con tanto di traduzione di cortesia (qui: intervento di draghi e macron sul financial times).

Argomento dell’articolo proprio la necessità di modificare il Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione Europea, quindi la constatazione della vetustà dei vecchi parametri del tetto al deficit al 3% e del debito al 60% del Pil “Già prima della pandemia, le regole di bilancio dell’UE andavano riformate. Sono troppo opache ed eccessivamente complesse. Hanno limitato il campo d’azione dei Governi durante le crisi e sovraccaricato di responsabilità la politica monetaria”.

Si parla dell’importanza della politica monetaria e di quanto bene abbiano fatto gli interventi nell’economia dei governi dell’Eu sostenuti dalle politiche accomodanti della Bce che hanno permesso una rapida ripresa. E che questi interventi devono essere strutturali per permettere alle economie di crescere, tenendo sotto controllo il debito ma senza peggiorare la vita ai cittadini “Non c’è dubbio che dobbiamo ridurre i nostri livelli di indebitamento. Ma non possiamo aspettarci di farlo attraverso tasse più alte o tagli alla spesa sociale insostenibili, né possiamo soffocare la crescita attraverso aggiustamenti di bilancio impraticabili”.

Il debito non è solo debito fatto oggi che andrà poi sulle spalle delle future generazioni ma un investimento di cui proprio loro raccoglieranno i frutti “Abbiamo bisogno di più spazio di manovra e di margini di spesa sufficienti per prepararci al futuro e per garantire la nostra piena sovranità. Il debito per finanziare tali investimenti, che certamente gioveranno alle generazioni future e alla crescita di lungo termine, dovrà essere favorito dalle regole di bilancio, dato che questo tipo di spesa pubblica contribuisce alla sostenibilità di lungo termine del debito”, come raccontava anche Milton Friedman, premio Nobel per l’economia nel 1976.

Del resto lo avrò umilmente scritto innumerevoli volte su queste pagine nel corso degli ultimi anni, in maniera sicuramente meno autorevole ma molto più esplicita. Ma qualcosa di notevolmente esplicito c’è anche in questo articolo quando i due scrivono “L’imminente presidenza francese del Consiglio dell’Ue avrà come obiettivo lo sviluppo di una strategia condivisa e completa per il futuro dell’Unione”, che suona come una specie di avvertimento agli altri Paesi europei, in particolare ai soliti falchi del rigore.

Tutto bene quindi? Non allarghiamoci troppo. Di fianco, sempre sul sito del governo c’è un link a un documento, in inglese e questa volta senza traduzione di cortesia, di 13 pagine che però vale la pena di leggere. Redatto da Francesco Giavazzi, Veronica Guerrieri, Guido Lorenzoni e Charles-Henri Weymuller come approfondimento dell’articolo, vale sicuramente come proposta concreta su quali siano le intenzioni dell’intesa franco – italiana: la creazione di un’Agenzia del debito europeo che si accolli tutto il debito pandemico emesso negli ultimi due anni e mantenga bassi i tassi di interesse dei titoli di stato sul mercato con la possibilità di allungare i tempi di rientro per la parte del debito contratta per investimenti ritenuti idonei.

E’ interessante constatare che anche in questo paper la spesa pubblica, a debito, diventa investimento per le future generazioni, un passo in avanti rispetto al blocco del pensiero unico: debito = peccato. Una breccia che però non può diventare come quella dei bersaglieri a “Porta Pia”, non si può allargare troppo. Infatti viene ribadito che il debito deve essere restituito, perché a leggere ci sarà anche la Germania cioè quella che permette al debito comune di vedersi attribuita la tripla A, e non si può esagerare.

Insomma, nell’articolo si chiariscono gli scopi di politica economica del Patto del Quirinale incentrati su un passaggio dal neoliberismo classico ad un keynesismo possibile mentre nel paper tecnico si dice alla Germania e ai sui satelliti rigoristi che un tale passaggio non sarà esente da regole stringenti, dal rispetto dell’indipendenza della Bce e da un ricorso a strutture sovranazionali che assicureranno un controllo burocratico dei finanziamenti del mercato e un corretto utilizzo delle garanzie di affidabilità tedesche.

Avanti al passo del gambero. Abbiamo scoperto che si può spendere ben oltre i limiti concessi dai trattati e dai cavilli elitari ma possiamo liberarci solo rimanendo in gabbia il che mi ricorda un antico detto ripreso da un vecchio professore saggio, Nando Ioppolo, “non far scoprire al contadino quanto è buono il formaggio con le pere”. Vale a dire, lo stomaco dell’élite è diverso da quello della plebe, cibi poveri possono essere bene accoppiati e usati per le nobili tavolate, con le necessarie accortezze ci si può abbuffare e godere senza condividere.
Le chiavi del benessere devono essere tenute celate, quanto basta per una corretta e oculata gestione del potere.

gkn operai

EMENDAMENTO DELOCALIZZAZIONI:
Cronaca di una morte (del lavoro) annunciata

 

Lo ha detto anche Matteo Renzi, durante uno dei suoi adoranti endorsement al principe saudita Bin Salman: “sono invidioso del vostro costo del lavoro”.
A leggere i dati, l’invidia dovrebbe riguardare soprattutto il costo  – e quindi lo stipendio – dei lavoratori non sauditi in Arabia, molto più basso della paga media degli “indigeni”. Ad ogni modo, la logica è quella: vi invidio perché potete permettervi di pagare poco i vostri lavoratori.

Meraviglioso, non trovate? Eppure l’amico dei califfi rinascimentali Matteo (mi limito a definirlo così, senza ulteriormente indugiare sul tipo di califfi da cui si fa pagare) dovrebbe accontentarsi. In fondo, l’Italia è l’unico paese dell’area Euro in cui le paghe sono arretrate in valore reale negli ultimi 20 anni, rispetto agli altri paesi (Germania, Francia, Spagna, Grecia…) in cui invece sono aumentate, in misura maggiore o minore.

Secondo alcuni economisti, più che all’elevata incidenza dei contributi, la dinamica depressiva salariale sarebbe da correlare alla scarsa produttività del lavoro in Italia. Un modo semplice per spiegare il concetto di produttività del lavoro è dividere i ricavi di un’azienda per il numero dei suoi addetti. Se il risultato è basso, non dipende dal fatto che in Italia i lavoratori sono dei fannulloni e altrove degli stakanovisti, ma dalla combinazione dei fattori della produzione: numero degli addetti, prezzi di vendita, grado di automazione. In una parola, dall’organizzazione dei fattori di produzione, tra cui il lavoro delle persone.

L’organizzazione dei fattori di produzione è nelle mani di chi governa le aziende. Siccome la nostra dinamica salariale è già abbastanza depressa, per aumentare la produttività del lavoro occorrerebbe agire non sull’abbassamento dei salari, ma sull’innovazione dei processi e dei prodotti. Purtroppo, la maggior parte delle imprese italiane sono piccole aziende piuttosto allergiche all’innovazione, all’utilizzo delle tecnologie digitali, alla formazione del personale. Sto chiaramente generalizzando, ma i dati mi autorizzano a farlo: molte imprese italiane sono piccole, impiegano un capitale modesto e sono governate da persone con la testa rivolta all’indietro.

Questo pistolotto serve (anche) per comprendere a chi è destinato l’emendamento alla legge di bilancio con il quale il Governo dichiara di voler combattere, o almeno disincentivare, il fenomeno delle delocalizzazioni.
Fenomeno che possiamo esemplificare così: una mattina il Cda o l’AD di turno si svegliano, e indipendentemente dal fatto che l’azienda o il ramo italiano di quell’azienda sia in crisi, decidono di chiuderlo, e di licenziare i dipendenti. Per poi riaprire in un luogo dove la manodopera costa meno e rompe meno i coglioni.

Può bastare anche una dichiarazione di ristrutturazione aziendale per far sparire centinaia di posti di lavoro. Tutto il resto previsto dalla legislazione attuale è una semplice procedimentalizzazione della “crisi”, che passa attraverso il rispetto formale di tempi e modi di gestione della vertenza, che si può concludere comunque con la conferma unilaterale dei provvedimenti d’impresa.  Non parliamo delle cessioni di ramo d’azienda, in cui gli unici deputati dalla legge a stabilire il “perimetro” dei lavoratori ceduti e non ceduti e gli eventuali esuberi sono il cedente ed il cessionario.
I lavoratori si attaccano al tram e tirano.
Questa è la cornice, di arbitrio legalizzato (non mi viene da chiamarlo altrimenti), nella quale ci troviamo.

In tale cornice si inserisce questo emendamento, che anzitutto presenta una singolarità: pare riferirsi solo alle imprese che occupano più di 250 dipendenti. Chissà quante saranno, uno pensa. Un estratto del censimento Istat delle Imprese 2019 (qui) lo chiarisce: ” i due terzi delle imprese (821 mila, pari al 79,5% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 187 mila (pari al 18,2%) sono di piccole dimensioni (10-49 addetti), mentre le medie (con 50-249 addetti) e le grandi imprese (con 250 addetti e oltre) rappresentano il 2,3% delle imprese osservate (24 mila unità), di cui 3mila grandi.

Se perimetriamo le aziende con più di 250 dipendenti, quindi, non arriviamo allo 0,5% delle aziende italiane. Mi auguro almeno che il numero di addetti sia riferito al totale degli stabilimenti facenti capo allo stesso marchio, altrimenti i padroni destinatari di queste norme non sarebbero pochi, sarebbero un numero quasi impercettibile. E’ poi evidente che il peso occupazionale di questo numero di imprese aumenta, perché sono poche ma occupano (dato del 2018) il 28,3% degli addetti. In ogni caso, fuori dalle nuove regole resterebbe comunque il restante 72 per cento circa dei lavoratori, e se si può comprendere per le microimprese, faccio fatica a concepire l’esclusione per le medie, che occupano fino a 249 addetti.

Ma veniamo al merito delle novità che dovrebbero fungere da deterrente al “chiudi, scappa e apri da un’altra parte”.
Intanto, non c’è nessuna sottrazione del potere unilaterale di una impresa di dichiarare uno stato di crisi o una necessità di ristrutturazione con taglio di posti, anche se i numeri di bilancio dicono che non sussiste alcuna crisi (ricordate la Logista che trasportava i tabacchi in area Interporto Bologna? Ricordate la Gkn di Campi Bisenzio? sono solo due esempi).
Viene confermata la logica “io so’ io e voi non siete un cazzo”, traduzione brutale ma efficace del principio costituzionale della libertà di iniziativa economica.

L’articolo della Costituzione proseguirebbe con: “(l’attività economica)…non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, ma queste sono dichiarazioni di intenti buone per un Angelus di papa Francesco, mica devono tradursi in leggi a tutela di chi lavora.
Quello che cambia è la “sanzione” nel caso in cui l’azienda non adempia a qualche regoletta:
 la mancata presentazione di un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura, entro sessanta giorni dalla comunicazione alle rappresentanze sindacali e contestualmente alle regioni interessate, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al Ministero dello Sviluppo Economico e all’Anpal.
Senza presentazione del piano o se il piano non contiene gli elementi essenziali che lo qualifichino come “rilancio”, il datore di lavoro è tenuto a pagare il contributo alla disoccupazione del lavoratore in misura pari al doppio. In caso di mancata sottoscrizione dell’accordo sindacale il datore di lavoro è tenuto a pagare il contributo aumentato del 50 per cento.
Tradotto in schei, vuol dire dover pagare un massimo di 3.000 (tremila) euro per ogni lavoratore licenziato, ogni mese per gli ultimi tre anni. Postilla: se l’impresa in precedenza ha ricevuto sovvenzioni statali, non le deve nemmeno restituire.

Più che un deterrente, somiglia ad una stima di rischio aziendale. Se posso calcolare in anticipo la spesa massima che dovrei sostenere (se mi comporto proprio male) per chiudere e tagliare posti, si tratta della trasposizione su base collettiva della logica individuale del Jobs Act: ti licenzio illegittimamente? Non importa, tanto so prima di licenziarti quanto mi costa il tuo licenziamento.

Il capo di Confindustria Carlo Bonomi farà finta di lamentarsi, ma questa è una vittoria per il suo modo di concepire le relazioni industriali.
Il ministro del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico hanno raggiunto un non-compromesso, e la cosa contiene una traccia di feroce verità: tutela del lavoro e sviluppo economico sono considerati temi antitetici.
Il che equivale ad ammettere che il conflitto di classe esiste.
Peccato che da anni stravincono sempre i più forti.

clochard povertà

COVID: MENTRE IL MERCATO E I PROFITTI TRIONFANO…
sotto il tappeto della pandemia si nascondono povertà e disuguaglianze.

 

Leggendo la stampa mainstream sembra che l’unico elemento di conflitto in corso nel Paese, sia quello che oppone i cosiddetti novax al resto della popolazione, in gran parte vaccinata.
Ci sarebbe molto da dire al riguardo, a partire dal fatto di dare una rappresentazione – mi sento di dire, probabilmente molto interessata – di due schieramenti omogenei, l’un contro l’altro armati, ignorando volutamene che, per fortuna, la discussione è ben più articolata.

Per fare solo un esempio, a me pare deleterio mettere nello stesso mucchio i detrattori del vaccino e del green pass, ignorando che, al loro interno, convivono ispirazioni e intendimenti ben diversi, Da chi vorrebbe piegare questa posizione ad un vero e proprio disegno eversivo, come Forza Nuova e soggetti simili (a proposito, dov’è andata a finire la riflessione del governo rispetto alla possibilità di sciogliere queste formazioni?), a chi nega in radice l’ esistenza e gli effetti della pandemia fino a chi, invece, è mosso da paure e titubanze rispetto al fatto di procedere alla vaccinazione.
Ma, al di là di questi ragionamenti, che avrebbero bisogno di una riflessione specifica, ciò che a me appare sempre più chiaro è che questa contrapposizione è agita anche come un “arma di distrazione di massa”. E’ utile cioè a chi vuole stendere una cortina di silenzio rispetto alle scelte che si stanno compiendo in materia di politica economica e sociale, di definizione del nuovo modello di società post-pandemia.

Intendiamoci: non si può sottovalutare quanto sta producendo la persistenza della pandemia, né avere una visione complottistica rispetto alla produzione di quella contrapposizione. Non solo perché essa è al di fuori delle mie chiavi di lettura, ma soprattutto perché non penso che esistano disegni infallibili, già preordinati e destinati a realizzarsi nel momento in cui vengono concepiti. Per fortuna, la storia è un po’ più complessa e non può che tenere conto delle varie forze e soggetti che sono in campo.
Ciò non toglie che l’idea che si stia provando, da parte delle classi dominanti, a far passare sotto silenzio le scelte rilevanti, di sistema che si stanno tentando di affermare nel costruire la ‘nuova normalità’ dopo o nella prosecuzione della pandemia, abbia una seria consistenza.

Provo a mettere in fila alcuni fatti di rilievo in proposito, di cui si parla troppo poco:
in primo luogo, a fronte della propaganda ufficiale per cui saremmo in presenza di una nuova sorta di boom economico testimoniato dalla forte crescita del PIL di quest’anno, superiore al + 6%, l’occupazione non è ancora tornata ai livelli pre Covid. Rispetto, infatti, al febbraio 2020, mancano all’appello ancora 265.000 posti di lavoro.
Inoltre, i nuovi posti di lavoro creati duranti la pandemia sono in grandissima parte contratti a termine: su 502.000 nuovi occupati nel lavoro dipendente nel periodo luglio 2021 / luglio 2020 ben 377.000 sono a tempo determinato, pari al 75%!

Proseguono, peraltro, le crisi aziendali e occupazionali che sono, prima di tutto, il frutto delle delocalizzazioni messe in campo da grandi multinazionali o fondi di investimento.
Aaccanto alla situazione emblematica di GKN e a quelle già note di Whirpool e Giachetti, ogni giorno la lista si allunga, da ultimo con la Saga Coffee nell’Appennino bolognese, senza che il governo si decida ad intervenire in modo organico, con una legge efficace in materia. Si preferisce, invece, affrontarle come singole vicende, da concludere con un po’ di ammortizzatori sociali e incentivi monetari ai lavoratori, perché accettino di uscire dall’attività produttiva.

Il punto è che il governo Draghi continua ad avere un approccio per cui il mercato non solo regola l’economia, ma, nonostante le evidenze note da anni, rappresenta la soluzione di tutti i problemi.

Da quest’ispirazione  si dipana tutto il PNRR, dove il pur rilevante intervento di risorse pubbliche è tutto concepito per creare il mercato in nuovi settori (digitalizzazione e economia “verde”) o per sostenerlo in quelli più tradizionali. La stessa logica, come ha bene scritto Marco Bersani anche su questo giornale  [Vedi qui] informa tutto il nuovo disegno di legge sulla concorrenza, che riapre la strada a forti processi di privatizzazione dei servizi pubblici locali, a partire da quello idrico.
Con l’aggravante che diversi di questi servizi operano in un regime di monopolio naturale, per cui, in realtà, si favorisce unicamente il rafforzamento di oligopoli formati da grandi soggetti privati (alla faccia della concorrenza!).

Oppure, per stare alle questioni di più stretta attualità, è la stessa ispirazione che guida il governo sulla questione TIM.  A fronte dell’interesse del Fondo speculativo KKR per rilevare TIM, appartenente al novero dei soggetti specializzati nel fare ‘spezzatino’ delle aziende e, comunque, orientati unicamente ad alti rendimenti economici, il governo non riesce a dire altro se non che “l’interesse di questi investitori a fare investimenti in importanti aziende italiane è una notizia positiva per il Paese. Se questo dovesse concretizzarsi, sarà in primo luogo il mercato a valutare la solidità del progetto”.
Naturalmente si tace che stiamo parlando di un settore strategico, quello della telefonia e delle reti che la sostengono, a partire dalla fibra ottica, e ci si limita a osservare che “seguirà con attenzione gli sviluppi della manifestazione di interesse e valuterà attentamente, anche riguardo all’esercizio delle proprie prerogative, i progetti che interessino l’infrastruttura”.

In quest’orgia di smisurato ottimismo sulle virtù del mercato che, peraltro, denota un’incapacità delle ‘classi dirigenti’ di volere o riuscire a pensare in termini adeguati ai problemi che stanno di fronte a noi, non potevano essere risparmiati anche i pilastri del sistema di welfare: sanità e scuola.
Sulla prima, sempre il ddl concorrenza, prevedendo di ricorrere alle gare per l’accreditamento delle strutture sanitarie, apre la strada all’estensione del modello lombardo pubblico-privato, con un forte ruolo di quest’ultimo, a tutto il Paese. Proprio come se la vicenda pandemica non avesse insegnato proprio nulla.
Sulla scuola, oltre alla riproposizione del modello aziendalistico, anche se si tratta di un’indagine demoscopica e quindi va presa con la dovuta avvedutezza, desta seria preoccupazione quanto rilevato recentemente dall’Istituto Demopolis, secondo il quale, nella percezione di 2 cittadini su 3, nell’ultimo biennio è cresciuta la povertà educativa, facendo aumentare le disuguaglianze tra i minori ed estremizzando le fragilità dei più piccoli.

Un risultato in linea con quanto è successo relativamente alla povertà economica, come certificato dall’Istat che ha verificato che nel 2020 il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è arrivato a ben il 9,4% rispetto al 7,7% del 2019.
E questo mentre nel 2021 il monte utile delle aziende quotate alla Borsa di Milano ha raggiunto la soglia più alta nella sua storia: non solo un balzo dei profitti di circa l’80% nei primi 9 mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2020, ma anche del 12% del record precedente risalente al 2019.

Si è lungamente parlato della pandemia come di un’occasione per costruire un nuovo modello di sviluppo, più inclusivo, solidale e capace di non lasciare indietro nessuno. La realtà ci consegna, invece, una situazione del tutto diversa, quella di una società più diseguale, povera e anche maggiormente divisa e rancorosa.
Sarà bene prendere consapevolezza di tutto ciò e tornare ad esercitare anche un sano conflitto sulle scelte di fondo che disegnano il futuro del modello sociale e produttivo.

corteo manifestazione

IL PIANO DRAGHI LAMORGESE:
privatizzare, vietare i cortei, comprimere la democrazia

 

Come nel più prevedibile dei copioni di teatro, dopo aver sapientemente preparato il terreno per un paio di mesi, il cerchio si chiude e il governo Draghi-Lamorgese porta l’affondo finale: nell’Italia della ripresa-resilienza sarà vietato manifestare.

L’esito è stato preparato attraverso diverse tappe.

La prima avviene il 9 ottobre, quando una “sconsiderata” gestione dell’ordine pubblico a Roma permette un assalto di gruppi neofascisti alla sede nazionale della Cgil, dopo averlo annunciato due ore prima dal palco di Piazza del Popolo.

La seconda avviene in vista del G20 del 30-31 ottobre, quando si costruisce una campagna di stampa di tre settimane su allarmi inesistenti in riferimento alle manifestazioni dei movimenti sociali, che portano esercito per strada e cecchini sui tetti a fronteggiare nientepopodimeno che la giovane generazione ecologista dei Fridays For Future. Naturalmente la buona riuscita delle mobilitazioni viene attribuita al Ministero dell’Interno che ha “impedito” alle stesse di produrre disagi all’ordine pubblico.

Serve la goccia per far traboccare il vaso: ed ecco l’annuncio di un possibile cluster di contagiati dovuto alla ripetute manifestazioni No Green Pass nella città di Trieste e la presa di posizione del Sindaco della città, il quale, senza nessun senso delle proporzioni e del ridicolo, richiede a gran voce l’adozione di leggi speciali: “come ai tempi delle Brigate Rosse”.

Il pranzo è servito e il governo Draghi – non contento di aver imposto un Parlamento embedded, totalmente allineato alle sue scelte politiche sul post pandemia – prova a risolvere anche l’altro polo del problema, rappresentato dal conflitto sociale.

Ed ecco il nuovo pacchetto di provvedimenti annunciato sugli organi di stampa dalla Ministra Lamorgese, la quale, naturalmente non disconosce il diritto a manifestare (art. 21 della Costituzione), ma lo colloca dopo il “diritto” dei cittadini a non partecipare ai cortei (come se fosse obbligatorio) e dopo il “diritto” dei commercianti a poter trarre gli usuali benefici dallo shopping festivo e, ancor più, natalizio prossimo venturo.

Saranno vietati i cortei nei centri storici delle città, in tutte le vie dei negozi e in prossimità dei punti sensibili. E, come se non bastasse, laddove non ci siano “particolari esigenze e garanzie” – chi le stabilisce? – saranno vietati i cortei in quanto tali e permesse solo manifestazioni statiche e sit-in.

Il quadro è sufficientemente chiaro. La pandemia ha messo in evidenza tutte le contraddizioni e la generale insostenibilità di un modello di società basato sull’economia del profitto. Il governo Draghi si è imposto il compito di proseguire con quel modello costi quel che costi.

Ed ecco allora un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR) tutto rivolto ad accontentare le imprese e a mortificare il lavoro e i suoi diritti; una politica fiscale volta a liberare i ceti abbienti dalle insopportabili imposte, di nuovo scaricate su lavoratori e pensionati; una transizione ecologica interamente vocata al greenwashing; una nuova ondata di privatizzazioni di tutti i servizi pubblici locali; un attacco alla povertà, attraverso provvedimenti vergognosi come il tentativo di restringere il reddito di cittadinanza e di comprimere l’indennità alle persone con disabilità.

Tutte misure che, com’è ovvio, acuiranno il disagio delle persone e produrranno rabbia e conflitto sociale. Come risolverlo? Non c’è problema, basta vietarlo.

D’altronde, non è da tempo che i grandi poteri finanziari dicono che le Costituzioni dei paesi del Sud Europa sono poco adatte alla modernità perché troppo intrise di idee socialiste?

Marco Bersani, Attac Italia

Questo articolo è apparso con altro titolo su Attac Italia il  9 novembre 2021

alta velocità

GRANDI OPERE e ALTA VELOCITÀ:
trionfa la finanza e l’oligarchia industriale

Nella vita mi sono occupato soprattutto di trasporti e mobilità essendo stato ferroviere; ho imparato che anche guardando il mondo e la società da un settore molto parziale è impossibile non confrontarsi con le politiche economiche e sociali sia nazionali che globali. À

Assieme ad amici e colleghi abbiamo vissuto i grandi cambiamenti avvenuti negli anni ‘90 che hanno visto affermarsi il modello TAV sia nei trasporti che nell’economia italiana; non abbiamo potuto fare a meno di constatare che quei profondi cambiamenti andavano assieme ad una ristrutturazione del mondo del lavoro ed a politiche che favorivano spudoratamente gli aspetti finanziari e gli interessi di una oligarchia industriale in crisi che trovava nell’invenzione dell’idea delle ‘Grandi Opere” – spesso sovradimensionate o inutili, molto diverse da quelle che hanno interessato il periodo precedente – una via sicura ed efficace di finanziarsi direttamente da risorse pubbliche.

Abbiamo constatato come la progettualità trasportistica stava passando dalle istituzioni pubbliche direttamente nelle mani delle grandi imprese collegate al sistema bancario, dove il ruolo politico diventava semplicemente quello di coordinamento e facilitazione per i desiderata del sistema privato.

La triste anomalia vista nel mondo dei trasporti era ed è solo un pezzo di una progressiva ristrutturazione economica generale; logiche simili  sono attente solo a garantire che crescita e profitti non trovino ostacoli, nemmeno quelli imposti dai limiti di un pianeta finito.

Nei decenni passati, le crisi e le catastrofi (terremoti, inondazioni, frane…) sono state sempre occasione non per risolvere i problemi, ma per smantellare pezzi di un sistema di welfare e di gestione del territorio al servizio della collettività; non che prima dell’era neoliberista fosse il paradiso, tutt’altro, ma negli ultimi decenni l’assalto dell’oligarchia è stato violentissimo.

La conferma la vediamo dalla gestione della crisi creatasi con la sindemia da covid-19; tutto pareva non dover essere come prima, ma purtroppo le speranze si sono trasformate in incubo.
Tutto il panorama politico si è piegato ai diktat degli interessi dell’élite lasciando increduli anche i più tenaci sostenitori del voto al ‘meno peggio’; le istituzioni ormai sono vuoti simulacri, il cosiddetto ‘governo dei migliori’ ha imposto la sua agenda senza alcun dibattito. Solo qualche raro mal di pancia e una falsa opposizione di destra.

Stanno nascendo le ‘riforme’ che vuole l’Europa e un programma di investimenti che, se non è scritto direttamente dalla Confindustria, certamente ne accontenta gli istinti più profondi.

Qua non si tratta di ideologia, ma dell’osservazione empirica di cosa accade anche a livello locale. Nella Toscana in cui vivo la politica del Partito Democratico – e di una opposizione che si lamenta solo di come si tutelino troppo poco gli interessi delle imprese – incarna perfettamente lo spirito di questo tempo.
Nei mesi passati, nelle sale della Regione Toscana si sono susseguiti intensi incontri tra politici, esponenti di Confindustria e fondazioni bancarie: lì si sono decise le sorti dei fondi del PNRR previsti, alla faccia della tanto sbandierata ‘partecipazione’.

In questo quadro di restaurazione sociale ed economica, la cosiddetta ‘transizione ecologica‘ non è solo un vuoto bla-bla-bla, ma una ghiotta occasione per mettere le mani su un gruzzolo fornito – poco generosamente – dall’Unione Europea. Che molti di quei soldi diventino in futuro debito pubblico non interessa, bene trasformare subito il malloppo in profitti e lasciare poi che siano i cittadini a ripagare i debiti. Intanto si prendono i soldi, poi ci rimprovereranno che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Che la transizione ecologica si trasformerà in distribuzione a pochi di risorse pubbliche, lo si vede guardando ai progetti messi in campo: la “mobilità sostenibile” prevista è smentita dalla scelta di grandi progetti di alta velocità.

Sono progetti che richiedono lavori imponenti, soprattutto la linea prevista a sud; ci si affida alla retorica del trasporto su ferro, ma non si fa mai il calcolo di quanta CO2 viene prodotta nello scavare gallerie, nel fare grandi colate di cemento e nel consumo energetico per raggiungere alte velocità.

Basta una spolveratina di verde per rendere tutto ‘sostenibile’.

Che poi la maggior parte del trasporto su ferro sia su brevi e medie distanze, cioè per i pendolari, è cosa che si ignora da decenni e niente cambia in questa presunta transizione.

Non ci si vuol nemmeno ricordare che oggi le grandi infrastrutture sono uno dei comparti dove si creano meno posti di lavoro, ma si presentano questi mega progetti come meccanismi di redistribuzione di ricchezza. Niente di più falso: come ci insegnava l’ “ingegnere comunista” Ivan Cicconi [Vedi qui] le grandi opere inutili sono un keinesismo a rovescio, per i ricchi, non per i poveri.

Alla fine di settembre si è tenuta a Genova una sessione del G20 dedicata alle infrastrutture, dove la retorica è grondata doviziosamente. Si è ancora inneggiato al ‘modello Genova’, con cui è stato ricostruito il ponte crollato sulla città, da applicare a tutte le opere previste, nonostante le forti critiche di tanti movimenti, esperti e anche del presidente dell’ANAC.

Per contro,  del disastro infrastrutturale dovuto alla grave carenza di manutenzione non si parla più.
Anzi, il colosso delle costruzioni Webuild (nuovo nome della Salini Impregilovuole accaparrarsi anche la manutenzione di tutte le strade italiane; si rafforzerebbe un monopolio privato, distruggendo un gran numero di piccole imprese che oggi garantiscono il servizio, anche se in maniera insufficiente.

L’emergenza in cui viviamo ha consentito che nel DL 77/2021, all’articolo 44, si prevedessero “semplificazioni” tali da potersi definire deregolamentazione degli appalti e dei processi di approvazione dei progetti.
Nessuno vuol vedere che molti cantieri non sono fermi per la burocrazia, ma per gli errori progettuali dovuti a insufficienti controlli.

Il 30 settembre – il giorno dopo l’incontro tra il governo italiano e Greta Tunberg – un gruppo di qualche decina di giovani ambientalisti a Milano ha provato a fare un presidio al passaggio di Draghi; immediati i manganelli si sono levati in risposta per disperdere i pacifici ragazzi.
Sarà bene ricordare cosa ci dicevano persone come André Gorz e Alex Langer: se non accompagniamo la conversione ecologica con profondi cambiamenti sociali andremo verso una triste forma di ecofascismo.

Qua pare che di ecologico ci sia molto poco, forse ci rimane solo un nuovo fascismo.

Nota: questo articolo è uscito il 10.10.2021 sulla rivista online La Città invisibile dell’associazione perUnaltracittà di Firenze.

I stand with Ken Loach

Non esci dalla proiezione di un film di Ken Loach, inglese “eretico” di Nuneaton, portandoti dietro un qualche senso di consolazione, ma questo lo sanno tutti. Personalmente non utilizzerei nemmeno termini come resistenziale, didascalico, militante, per citare alcuni degli aggettivi spesso associati alla sua opera. Loach è un cineasta che mostra le cose dal punto di vista degli invisibili, e sotto questo profilo è imbattibile. Le ambientazioni, le inquadrature, i dialoghi (il sodalizio con il suo storico sceneggiatore Paul Laverty non sarà mai abbastanza lodato) ti fanno entrare letteralmente dentro la famiglia, l’individuo, la comunità che vive quella situazione, che attraversa quell’esistenza. Un antropologo o un sociologo ti descriverebbero dall’alto una situazione per come è, spiegandone le cause. Un tecnico di laboratorio te la mostrerebbe come se fosse un vetrino. Loach ti scaraventa all’interno della situazione, mettendoti a bordo dello stesso camioncino di Ricky (in Sorry we missed you), facendoti perdere nel labirinto informatico della previdenza e sanità inglese assieme a Daniel (in Io, Daniel Blake), facendoti attraversare (come Damien in Il vento che accarezza l’erba) la porta che divide la tua vita prima di uccidere un amico dalla vita dopo averlo ucciso, un punto di non ritorno che cancella l’ipotesi di qualunque compromesso, fino a diventare il nemico del tuo fratello di sangue e di lotte.

Per quanto lo stile di Charles Dickens fosse anche patetico, caratteristica meno presente in Loach, vedere i suoi film mi fa lo stesso effetto che mi fece leggere, da bambino, Oliver Twist: quello di com-patire la sofferenza degli ultimi, che non significa piangere per la loro sorte, ma sentirsi in qualche modo loro.
Loach pratica anche una coerenza estrema tra il suo cinema e i suoi comportamenti, infrangendo il luogo comune che vuole che un artista sia giudicato solo per la sua arte, anche se è un farabutto, o un furbastro. “Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.” Questo disse nel 2012, motivando il rifiuto a ricevere il premio dal Festival di Torino con lo sfruttamento cui venivano sottoposti alcuni lavoratori della catena di produzione interna all’ organizzazione del festival stesso – una di quelle cose che non potrete mai vedere fatte dal progressista Fedez rispetto ad Amazon.

Il razzismo ha una funzione nella nostra società. Fa in modo di impedirci di identificare il nostro vero nemico. La responsabilità del problema dei senza tetto, della povertà e dello sfruttamento non è delle persone più povere e sfruttate. Farli diventare il capro espiatorio, perché sono neri o marroni o perché vengono da una cultura diversa, lascia i veri sfruttatori liberi di agire. Una classe di lavoratori divisa dal razzismo è perfetta per gli imprenditori. Essi traggono beneficio dal lavoro a basso costo, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Qualunque sia la loro retorica, i fascisti che si servono del razzismo parlano nell’interesse del capitale“. Vi ricorda qualcosa? E inoltre: vi viene in mente qualche politico di professione che usi parole così chiare per descrivere la guerra tra poveri in corso a favore del capitale?

Ken Loach è stato appena espulso dal Labour Party, al quale è sempre stato iscritto (tranne durante la tragica parentesi blairiana), formalmente perché non si è dissociato dalle posizioni (definite ridicolmente “antisemite”) dei membri del partito fortemente critici verso la politica di occupazione militare messa in opera dallo Stato di Israele [Vedi qui] .

La vera ragione è fare pulizia della sinistra radicale che si riconosceva nella leadership di Jeremy Corbyn, che aveva portato il partito Laburista al massimo degli iscritti. Mi domando che senso può avere, per un leader laburista, la cacciata di uno degli artisti la cui carriera rappresenta uno dei più fulgidi esempi di realismo sociale, le cui scelte anche personali testimoniano di un’integrità difficile da reperire nell’arte contemporanea. “Questa è davvero una caccia alle streghe. Starmer e la sua cricca non guideranno mai un partito del popolo. Noi siamo tanti, loro pochi.”  L’ultima frase di Ken Loach suona come monito e incitamento al tempo stesso per tutte le lotte che vedono impegnati i lavoratori contro il grande capitale, una frase che contiene un concetto semplice, poderoso ma troppo spesso depotenziato dalla sfiducia che serpeggia tra le file degli ultimi: loro sono pochi, noi siamo tanti.

 

LE PAROLE PROIBITE:
Riduzione dell’Orario di Lavoro

 

“Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore sono alla nostra portata da qui al 2030″.
Così si esprimeva l’illustre economista John Maynard Keynes nel 1930, in una celebre conferenza tenuta a Madrid, diventata nota sotto il titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. Com’è noto, Keynes non era un sovversivo incendiario, bensì più modestamente un sostenitore della necessità di una riforma del capitalismo, da non lasciare semplicemente in balia dell’ideologia del libero mercato capace di autoregolarsi. Da buon borghese e liberale illuminato, era fiero oppositore del comunismo, e in particolare dell’esperienza che era in corso in Unione Sovietica, e credeva fermamente, anche nei tempi della Grande Depressione degli anni ‘30 del secolo scorso, al ruolo progressista del capitalismo, purché opportunamente reindirizzato.

La storia ha preso un’altra strada e, comunque, in questo caso della riduzione dell’orario di lavoro, purtroppo la smentita dei fatti appare inequivocabile. E non certo perché non fosse suffragata da basi economiche solide, ancorché un po’ grossolane, esposte dallo stesso Keynes, e cioè che grazie ad una continuità dei tassi di accumulazione del capitale e di crescita della produttività, nell’arco di cento anni, dal 1930 al 2030, il tenore di vita sarebbe cresciuto da 4 ad 8 volte, rendendo possibile quella forte riduzione di orario; e consentendo l’uscita dal regno della necessità economica, così che l’uomo si sarebbe trovato di fronte “…al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

Effettivamente la crescita economica dal 1930 ad oggi ha sostanzialmente verificato l’ipotesi di Keynes, visto che, a livello mondiale, il PIL è cresciuto di circa 4 volte nei Paesi ricchi, quelli ai quali Keynes si riferisce di quasi 5 volte. Per la riduzione dell’orario di lavoro le cose sono andate diversamente: dal 1870 al 1930 l’orario di lavoro, nei Paesi ricchi, si riduce in modo più significativo che dal 1930 ad oggi. Dicendolo in termini schematici, si passa da più di 60 ore settimanali di fine ‘800 a circa 50 ore nel 1930 e un po’ meno di 40 ai tempi nostri. Peraltro, tali riduzioni sono scandite da un lungo ciclo di lotte del movimento operaio, che fa della riduzione dell’orario di lavoro, assieme al controllo sulla produzione e sull’organizzazione del lavoro, gli assi portanti di tutta la storia del movimento dei lavoratori nel ‘900.
Liberazione dal lavoro e liberazione del lavoro vanno a braccetto, almeno nelle elaborazioni e nelle pratiche più avanzate che si costruiscono in questo contesto. “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”  fu la parola d’ordine, coniata in Australia nel lontano 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento.

All’inizio del Novecento l’Occidente conosce le prime leggi che riducono l’orario di lavoro. In Italia, nel 1919 l’accordo tra la Fiom e la Federazione degli Industriali Metallurgici fissa l’orario di lavoro settimanale a 48 ore e questo diventerà il riferimento per il decreto del 1923 che estende i termini dell’accordo all’insieme della forza lavoro. Poi, da allora, le battaglie per la riduzione dell’orario di lavoro vanno avanti in modo alterno, fino ad arrivare al ciclo delle lotte operaie della fine degli anni ‘60 – inizio anni ‘70, quando, per stare all’Italia, si raggiungono le 40 ore settimanali.
Da quel momento, sembra inaugurarsi un lungo silenzio che perdura sino ai nostri giorni: non che non succeda nulla, ci sono diversi accordi aziendali che arrivano anche a sancire le 32 ore settimanali, nel 1995 il settore metalmeccanico tedesco approda alle 35 ore, nel 1998 la Francia vara una legislazione che riprende quello stesso risultato, ma esse appaiono più il prodotto di condizioni specifiche – un forte sindacato in Germania, uno degli ultimi tentativi di un governo di sinistra in Francia – che non l’affermarsi di una linea di tendenza forte e duratura. Tant’è che, in nome della flessibilità, entrambe queste soluzioni vengono messe in discussione negli anni successivi, assestandosi in una logica di orari medi plurisettimanali e soggetti all’andamento della congiuntura economica. Solo in questi ultimi tempi sembra si riapra uno spiraglio per tornare a discutere del tema.
Nel frattempo, poi, molte cose sono cambiate in profondità nel mondo del lavoro: sotto la spinta delle trasformazioni degli ultimi decenni, esso si è frammentato, disperso e articolato in una pluralità di figure, la precarietà è diventata una forma ‘normale’ di lavoro, è tramontata per tutti la ‘sicurezza’ del lavoro a tempo indeterminato, il capitalismo delle piattaforme ha riproposto il lavoro a cottimo e persino quello gratuito e ha dilatato e flessibilizzato, al di fuori di qualunque regola, lo stesso orario di lavoro.

Ma, per tornare al punto focale del ragionamento, perché la “profezia” di Keynes, nonostante i suoi fondamenti economici, non si è realizzata?
La risposta è abbastanza semplice: il capitalismo, nella sua versione neoliberista e del dominio della finanza, a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, ha costruito un’enorme redistribuzione dei redditi e della ricchezza, dai ceti bassi a quelli alti, dal lavoro ai profitti e alla rendita.
Nei Paesi più ricchi, nel 1975 il 15-25% dei redditi andava a profitti e rendite e il restante 75-85% al lavoro, mentre nel 2010 la quota dei profitti e delle rendite è cresciuta di circa 10 punti percentuali, assestandosi tra il 25 e il 35%: di fatto tutti gli incrementi di produttività, e forse anche qualcosa di più, sono andati in quella direzione, a detrimento dei redditi da lavoro. Come ha avuto modo di dire Warren Buffett, multimiliardario e protagonista della finanza, “è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.
C’è inoltre una ragione, probabilmente ancora più profonda, che sta alla base di quel mancato percorso e che ha provocato anche la nuova disuguaglianza, e cioè che il capitalismo neoliberista ha ricostruito la concorrenza tra i lavoratori e  un ‘esercito di riserva’ che la alimenta, di cui ha strutturalmente necessità: altrimenti succede, come si è verificato nel corso degli anni ‘70 del Novecento, che con la piena e buona occupazione, il potere contrattuale del lavoro aumenta, si innalzano i salari e si riduce l’orario di lavoro e si comprimono i profitti. Una delle condizioni che, appunto, ha fatto scattare la controffensiva neoliberista.

In ogni caso, i motivi per riproporre oggi una significativa riduzione dell’orario di lavoro in pochi anni, per esempio a 30 ore settimanali a parità di salario – assieme a politiche per il lavoro che raggiungano la piena e buona occupazione e all’istituzione di un reddito incondizionato di base – ci sono tutti e, anzi, si sono rafforzati.
La rivoluzione tecnologica in corso distrugge più posti di lavoro
di quanto sia in grado di crearne di nuovi, propone l’ “economia dei lavoretti” sottopagati e privi di diritti, la stessa pandemia apre l’interrogativo rispetto alla messa in campo di un nuovo modello produttivo e sociale. Tornano a sentirsi, anche se troppo flebili, voci che guardano alla prospettiva della riduzione dell’orario di lavoro: dal sindacato inglese a quello tedesco, dal governo spagnolo a quello finlandese.
Spiace constatare l’assenza totale di voci dal nostro Paese: silenti i sindacato confederali, mentre è, ovviamente, chiedere troppo che il ‘beatificato’ nuovo Presidente del Consiglio dica qualcosa in proposito ( ma non era keynesiano?). Non resta che confidare in un sussulto di coscienza, organizzazione e mobilitazione dei tanti, che ci sono anche in Italia, e che ragionano sul nuovo mondo da costruire, non più fondato sul profitto ma sulla cura reciproca.

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caro-sanita

GLI SPARI SOPRA
L’invenzione della Sanità Privata e il suo fottuto fallimento

 

Era il secolo scorso, un millennio fa, il lontano 1992, quando il terzo governo nella storia della repubblica non a guida democristiana, con a capo Giuliano Amato e una squadra di quadripartito composto dai morituri DC-PSI-PSDI-PLI emanava il D.lgs 30 dicembre 1992, n. 502. Con quel decreto le USL. vennero trasformate in aziende sanitarie locali, con propria autonomia e svincolate da un’organizzazione centrale a livello nazionale, con responsabilità diretta da parte delle regioni.
No, non ho una così grande memoria, basta cercare minimamente in rete e al primo click appare l’inizio dello sfacelo. I primi importanti sintomi di una repubblica che abbandona la mutualità, la volontà di giustizia, la dignità di tutte le persone nei confronti della malattia per cedere all’idea ultra liberista del privato è bello, a discapito dell’orda di fannulloni che tiene bloccata la Giovine Italia che si annida nell’ ‘orrido’ pubblico. «in funzione del perseguimento dei loro fini istituzionali, le Unità Sanitarie Locali si costituiscono in Aziende con personalità giuridica pubblica e autonomia imprenditoriale» cita bellamente l’articolo 3 del succitato decreto.

Dall’ultimo governo della buonanima Giulio Andreotti decaduto, il 28/06/1992, si susseguono gli esecutivi di Amato-Ciampi-Berlusconi-Dini-Prodi-D’Alema.
Da li ha inizio la fine. Non sono un fine analista, anzi, sono spesso ripetitivo e monotematico, ma dallo sgretolamento dei partiti tradizionali, giustamente indagati e perseguiti a causa di un sistema di tangenti e corruzioni divenuto legge e Stato, non è nato niente. La ‘politica delle somiglianze’ ha portato uno sconvolgimento sociologico, che ad oggi dopo trent’anni ancora non ha fine. La volontà di perseguire un sistema privatistico, ma basato fondamentalmente su finanziamenti pubblici, ha creato finti imprenditori e finti manager a capo di aziende, che ovviamente perseguono lo scopo di lucro, che gestiscono un bene primario, come la salute pubblica a colpi di marketing.
Meglio creare una sanità d’élite, fondata sui soldi, importanti e costose analisi cliniche, interventi chirurgici all’avanguardia dove il paziente vive o muore ma occupa il letto per il minor tempo possibile, smantellamento della sanità di comunità a discapito di grandi strutture dai costi esorbitanti e magari già vecchie al termine dei lavori di costruzione.
Solidarietà, parola abbandonata, divenuta straccio e spesso associata a termini aberranti, come buonismo. Eppure non sono passati secoli dagli anni ’70, dove la medicina democratica in tante regioni (stranamente rosse) aveva messo al centro la persona umana, la sua dignità, il paziente non era più un numero o uno scarabocchio su una cartella clinica. Poi, in meno di due decenni, l’ondata di luce e di vita è stata spenta dai codici pin delle carte di credito. Ben inteso che questo è avvenuto cavalcando la volontà popolare, non con decreti ferragostani o nascosti nei meandri delle finanziarie, anzi, queste privatizzazioni sono state sventolate da governi di centro destra e di centro sinistra. Ecco che ritorna il male assoluto del moderatismo, altro termine coniato negli ultimi decenni e che nasconde al suo interno un blob di violenza incredibile, nascosta tra le pieghe del neoliberismo e negli slogan de “si vince al centro”.

Oggi, nel primo anno del secondo decennio del XXI secolo, nel bel mezzo di una crisi globale causata da una pandemia mondiale, che non accenna ad abbandonarci, continuando a renderci schiavi di noi stessi, con la morte che ci appare ad ogni telegiornale, ci accorgiamo che il ‘Sistema Lombardia’ e buona parte del sistema Italia, non funzionano.
Nel 2020 abbiamo capito che esistono bisogni fondamentali, che devono essere gratuiti, devono perseguire fini mutualistici, devono curare giovani e vecchi, ricchi e poveri (no Sanremo non c’entra). Ottima lungimiranza direi.
Ma come, Non decantavate che era bello e funzionale il privato, pieno di lustrini, efficiente, in mano a manager illuminati che, con soldi altrui, facevano girare l’economia?
Io mi ricordo di voi, mi ricordo i vostri pensieri appoggiati ai banconi dei bar, secoli prima delle vostre ribellioni omologate sui social. Una volta ci si odiava faccia a faccia, esisteva una sorta di equilibrio e di rispetto dato dalla carne viva e dal respiro, ora le vostre tastiere non respirano, sputano solo. Lasciate stare quelli come me, non datemi ragione, non me ne faccio un cazzo, tanto il mio pensiero non è minoritario: è praticamente estinto.
Non piangete sul “latte macchiato” (cit.), non indignatevi coi tanti Fontana che si strozzano indossando una mascherina, ricordatevi dove eravate voi quando tutto questo bel sistema privato vi ha privato di tutto. Forse eravate a festeggiare la messa al bando e la sconfitta dei fottuti comunisti.
Certo che in Italia esiste ancora, e per fortuna, una sanità pubblica, ma il sistema azienda ha fallito, non ha tolto la corruzione, non ha reso più funzionale il sistema. Il lucro, gli schifosi budget e target, con la salute pubblica non centrano nulla: ai bisogni primari non si accede dallo sportello di un bancomat.

HA VINTO LA VECCHIA EUROPA NEOLIBERISTA
Nonostante gli applausi, l’accordo non apre verso un futuro federalista e solidale

Dopo più di 4 giorni di discussione, alla fine è arrivato l’accordo sul Recovery Fund europeo. L’accordo prevede che siano disponibili sempre 750 miliardi di euro, rimodulati però tra 390 come sovvenzioni a fondo perduto e 360 come prestiti, rispetto ai 500 dei primi e 250 dei secondi, come precedentemente convenuto. Peraltro, all’Italia spetterebbero 82 miliardi di risorse a fondo perduto, 3 in meno della proposta iniziale, mentre i prestiti salirebbero a 127 miliardi, 38 in più, sempre rispetto a prima. Vengono confermati sconti significativi nei contributi al bilancio europeo a favore di Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Germania. Sul rispetto dello stato di diritto, questioni rivolte in primo luogo ad Ungheria e Polonia, ci sono solo affermazioni e procedure generiche.
Cambia, in modo sostanziale, il meccanismo decisionale per accedere a tali finanziamenti: intanto rispuntano le famose condizionalità per cui gli Stati membri devono presentare propri Piani nazionali di ripresa e resilienza (Recovery Plan) che devono rispettare le raccomandazioni che la Commissione produce sulle politiche economiche e sociali dei singoli Stati. In più, la sede decisionale per l’approvazione di tali Piani passa dalla Commissione Europea al Consiglio Europeo, che li assume a maggioranza qualificata, dando così vita al tanto declamato ‘freno a mano’ rispetto alle scelte nazionali.

Tale complesso di decisioni rappresenta un ulteriore arretramento rispetto alle discussioni precedenti, non tanto sulle risorse stanziate, quanto sui meccanismi decisionali e sulle dinamiche che sono state messe in campo.
A differenza della narrazione che è stata presentata dalla gran parte del nostro sistema mediatico, secondo la quale è stata sostanzialmente bloccata l’offensiva dei Paesi cosiddetti ‘frugali’, in realtà quello che è successo è che l’Europa ha fatto un ulteriore passo indietro rispetto alla possibilità di rispondere in modo utile alle questioni che la crisi sanitaria, economica e sociale propone. Mi riferisco in particolare al meccanismo decisionale definito, che, nei fatti, rimette in piedi l’idea di un’Europa che deve controllare chi si discosta dall’ortodossia delle politiche di matrice mercatista e di vincolo del debito e che si basa sulla mediazione intergovernativa, che è quella che esalta le posizioni dei singoli Stati o di coalizione degli stessi.
Infatti, assumere la condizionalità del rispetto delle raccomandazioni dell’Unione europea implica, prima di tutto, ridare centralità al tema del rientro dal debito pubblico, che è stato il faro da cui sono partite le politiche di rigore e austerità dagli anni ‘90 in poi, oggi sospese, ma destinate ad essere ripresentate una volta superata l’attuale fase di emergenza. Basta pensare che anche le ultime raccomandazioni della UE rivolte all’Italia in piena pandemia, nel maggio di quest’anno, oltre ad indicare alcuni provvedimenti per far fronte ad essa, ricordano che “l’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi. In particolare l’elevato debito pubblico  e la prolungata debolezza della produttività…”.
Inoltre, il passaggio dell’approvazione dei Piani nazionali dalla Commissione Europea, che, almeno, è organismo che deve essere legittimato dal voto del Parlamento europeo e non rappresenta i singoli Stati membri, al Consiglio Europeo, che, invece, è composto dai capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri ed è  esattamente rappresentativo dei governi nazionali significa proprio legittimare l’idea di un’Europa come assemblaggio di singoli Stati o coalizioni di essi, con la conseguenza di doversi misurare con il possibile potere di veto delle stesse.

Con questo arriviamo alla dinamiche presenti oggi in Europa.
Da una parte, ci sono i Paesi ‘frugali’, la coalizione formata da Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Austria. Intanto, bisognerebbe smetterla di continuare ad usare quest’appellativo, che dà un’idea distorta delle posizioni in campo, come se ci fossero i Paesi ‘attenti ai conti’ e quelli, in particolare del Sud dell’Europa, ‘spendaccioni’. Meglio sarebbe definire questa coalizione come quella del ‘neoliberismo nazionalista’, nel senso che essa esplicita un approccio fondato sul dogma dei vincoli di bilancio e sulla preminenza dei singoli Stati nella costruzione europea.
Da qui l’avversione alla concessione di risorse a fondo perduto e l’insistenza sui prestiti (che dovranno essere restituiti) e la sorveglianza sui singoli stati rispetto al loro utilizzo. Del resto, il profilo del loro portavoce, il premier olandese Rutte è esemplificativo al riguardo: ex manager della multinazionale Unilever, strenuo difensore del paradiso fiscale del suo Paese, ben attento a non farsi insidiare dalla forte destra sovranista olandese.

Poi, ci sono i Paesi del cosiddetto ‘blocco di Visegrad’: in testa l’Ungheria, assieme a Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, interessati in primo luogo a mantenere la propria posizione per cui ricevono, anche in tempi ‘normali’, più risorse dall’Europa di quanto ne versano. Soprattutto, usando questo surplus per costruire il proprio consenso interno con vere e proprie politiche antieuropee e lesive dei diritti umani, dal costruire muri rispetto all’immigrazione extracomunitaria ad attaccare stampa e magistratura. Insomma, sono loro I veri “sovranisti”.

Ancora, i Paesi mediterranei: oltre all’Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e, a fasi alterne, la Francia (che non ha perso la velleità di giocare anche il ruolo di partner minore della Germania), che sono quelli che patiscono di più la crisi, provano, anche se in modo confuso, a perorare la causa di un’Europa più solidale e, dunque, accennano ora a politiche che possano mettere in discussione la linea dell’austerità e della centralità del rientro dal debito.
Potremmo denominarli come gli ‘incerti riformisti’.

A tentare di tenere insieme queste spinte contrapposte e anche tatticamente mutevoli, ci prova la Germania, a cui a volte si associa la Francia, che pare aver compreso che, dentro la crisi, è a rischio la stessa tenuta dell’Unione Europea e che, almeno adesso, occorre mettere in campo iniziative in discontinuità con il recente passato. Peccato che ciò sembra avvenire più per necessità che per virtù: insomma, ‘l’arte suprema della mediazione’. Che quindi si traduce nel trovare un punto di equilibrio tra le varie spinte in campo, peraltro molto distanti tra loro, piuttosto che nella capacità di delineare un progetto compiuto per un’altra idea di Europa per il XXI secolo.

Che, invece, è quello di cui avremmo bisogno e di cui continua a non esserci traccia. Del resto, è evidente che stare su questo terreno comporta un cambio di paradigma, una rottura con le scelte che l’Europa ha compiuto da decenni in qua: significa non semplicemente sospendere, ma abolire il Patto di stabilità, quello che ha imposto i parametri stupidi sui vincoli di deficit e debito pubblico, fare della Banca Centrale Europea una reale banca pubblica, costruire politiche che sul serio assumano il lavoro e i diritti come bussola di fondo per delineare un’altra idea di modello produttivo e sociale, modificare i Trattati europei in queste direzioni.
Qui potrebbero dare un contributo i Paesi del mediterraneo, a partire dal nostro. Certo, non aiuta in questo senso il Programma nazionale di riforma, deliberato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 6 luglio, che dovrebbe costituire la base per l’elaborazione del Recovery Plan italiano da portare in Europa. Purtroppo, il piano governativo si muove troppo in continuità con il passato, parla in modo insufficiente di scuola e sanità, enfatizza le grandi opere e la digitalizzazione come vettori di sviluppo e già si pone l’interrogativo centrale di come uscire dal debito pubblico che è stato creato in questi mesi. Anche da qui si può facilmente capire che il futuro non può semplicemente nascere dai governi e dalle mediazioni tra gli stessi in Europa. Solo uno scatto dei movimenti e della società  nazionale ed europea può mettere all’ordine del giorno il cambiamento che è necessario e, senza il quale, non si possono profilare soluzioni adeguate.

LA SINISTRA PERDUTA E UN MATCH SENZA STORIA
Il passato di Renzi contro il futuro di Berlinguer

Sentire parlare Renzi di Berlinguer è come sentire Gelain parlare di Edson Arantes Do Nascimiento. Non è semplicemente offensivo, è fuori tema. Non c’entra nulla, sono piani contrapposti, è come scivolare sulle pendici del Montagnone seduti su un cartone e fare la discesa libera sulla Streif a Kitzbühel.
L’ex leader di un partito, che alcuni, ancora, purtroppo, imperterriti ritengono di sinistra, che con orgoglio dichiara di mai essere stato comunista, rivendicando, anche se non palesemente, le sue origini democristiane, è la vera nemesi della evaporazione dei valori di sinistra nella società italiana.
Sia chiaro, nessuna critica a chi è diverso da me, io sono il solito, anacronistico dinosauro e quindi non faccio testo. Ma è interessante analizzare, in maniera sociologica il percorso effettuato dal Partito Democratico, figlio della tradizione catto-comunista italiana, da prima della sua fondazione ai giorni nostri.
Il povero Renzi, figlio dei fantasmi dei Natali precedenti, non perde occasione per dimostrare il suo fastidio nei confronti dei rossi, ‘la lettera scarlatta! che lui e pure gli altri, rifiutano senza se e senza ma. Addirittura nel criticare Berlinguer ed il Pci addita il fatto di essere stato tra la gente, come un difetto, mettendo al primo posto la vittoria elettorale e non la rappresentanza di un popolo. Ricordo al ragazzaccio di Firenze che un Italiano su tre era comunista e che 12.600.000 nostri connazionali a metà degli anni Settanta votarono il primo partito in alto a sinistra nelle schede elettorali.
Il coinvolgimento, il sentirsi una piccola parte di una grande utopia, non ha eguali nel misero panorama politico dell’Italia di oggi.
Sarebbe bello un mondo dove i tasselli del puzzle riprendessero ad avere la loro consona collocazione.
Il Renzismo è un sepolcro imbiancato del neoliberismo attuale, il Partito Democratico è (a parere mio) un raggruppamento moderato di una destra liberale.
E la sinistra?
E’ un’altra cosa.
Non potrà mai esistere, e storicamente mai esistette, una ipotetica unità a sinistra, se non verrà fatta chiarezza su che cos’è o cosa vuole essere la sinistra italiana.
Mille anime, mille rivoli, mille raggruppamenti, che mai vinceranno le elezioni. Ma per ricreare un popolo e ritornare a parlare con quel medesimo popolo è fondamentale, partire da una vittoria elettorale? Ecco, io credo sia quello il problema. E’ come se una squadra di calcio dei dilettanti si ponga il problema di vincere la Champions.
Occorre camminare, prima di iniziare a correre.
La modernità di Berlinguer sta nelle sue idee, sta nell’aver capito che il mondo non è o bianco o nero, sta nella ottusa convinzione che gli ultimi sono la base di un qualsiasi raggruppamento di sinistra, che non si vergogna della bandiera rossa e che addirittura ne rivendica la forza trainante per il cambiamento della società.
Io ritengo legittime le posizione centriste e centripete di molti esponenti della sedicente sinistra italiana. Ma non sono le mie.
Non credo che si esca dalla crisi stando né a destra e né a sinistra, così facendo si diventa barricata, parafrasando Lenin. Semplicemente credo che l’evoluzione del capitalismo rapace, quello della mercificazione e privatizzazione del tutto, abbia fallito, così in Italia e così nel mondo.

La cosa pubblica, il welfare, il solidarismo, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” (cit.), non sono concetti superati e nemmeno ottuse paturnie di pochi trinariciuti vetero comunisti. Sono il punto di partenza o meglio di ripartenza, di una sinistra di popolo, una sinistra dell’anima, che non ha la velleità di ricostruire uno sbriciolato centro sinistra, ma ha l’obbiettivo di ricostruire se stessa.
Matteo, non volermene, ma non metterti più contro Enrico, non ne hai il fisico, sarebbe come se Patricio Sumbu Kalambay avesse voluto sfidare Muhammad Ali.
Sarebbe stato un match senza storia.

Nota: questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 15.02.2019

CARLO BONOMI, NUOVO BOSS DI CONFINDUSTRIA:
la vecchia, inutile ricetta neoliberista ai tempi del Coronavirus

Mentre è iniziata la cosiddetta fase 2 e il governo continua a prendere provvedimenti in una logica sostanzialmente emergenziale (prima il decreto marzo, ora il decreto maggio), vale la pena alzare un po’ lo sguardo e ragionare su come affrontare la crisi sanitaria, economica e sociale, che si preannuncia la più pesante dal secondo Dopoguerra, con un’ottica di medio termine. E’ necessario farlo, perché gran parte della politica continua a muoversi in una logica di breve periodo, quasi che avesse introiettato dall’economia il fatto di considerare i risultati entro quell’ambito ristretto.
Ancor più perché, se lasciata a stessa, la crisi è destinata a produrre disuguaglianze ancora più forti di quelle già inaccettabili presenti oggi e a peggiorare le condizioni della parte più debole e povera della società. Già ora se ne intravedono le avvisaglie e, purtroppo, anche le volontà: mi riferisco in particolare a Confindustria che, per bocca del suo presidente in pectore Carlo Bonomi, senza grande clamore, ma con una forte azione di lobbing, ha già stilato una “piattaforma” di interventi che vanno in quella direzione. Dal momento della sua designazione, che sarà definitivamente ufficializzata il 20 maggio, il capo degli industriali ha inanellato una serie di richieste che non solo sono corporative – la gran parte delle risorse vanno date alle imprese – ma che delineano un quadro decisamente regressivo e pericoloso.

PRIMA RICHIESTA: superamento, cioè eliminazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Attaccandosi al fatto che la ripresa produttiva necessita di forte flessibilità nel lavoro e nelle turnazioni, Bonomi rilancia un vecchio cavallo di battaglia padronale, chiede cioè che la contrattazione avvenga solo a livello delle singole aziende, dove si pensa che i rapporti di forza siano più favorevoli e che, comunque, pesino di più la differenza delle varie situazioni, sia per far accettare i ‘necessari sacrifici’ nelle situazioni di crisi, sia per premiare e costruire consenso e fedeltà alle filosofie aziendali, laddove l’andamento dell’impresa è positivo.
Siamo di fronte ad un attacco senza precedenti a quel che rimane del tessuto solidaristico del lavoro, già ampiamente slabbrato negli anni passati attraverso l’abrogazione di fatto della tutela dei licenziamenti individuali operata dai governi Monti e Renzi e l’estensione abnorme delle tipologie di lavoro precario, che diventerebbe così la forma ‘normale’ del lavoro.

SECONDA RICHIESTA: semplificazione delle procedure amministrative, contro la  ‘burocrazia imperante’. Il che tradotto, in termini concreti, significa di fatto annullare le certificazioni, rendere labili i controlli e lasciare mano libera alle imprese: pensiamo, ad esempio, a cosa vuol dire, in termini di appalti, sicurezza del lavoro e svolgimento delle grandi opere.

TERZA RICHIESTA, proprio fresca di questi ultimi giorni, che ha quasi dell’incredibile: abolizione dell’IRAP ( Imposta Regionale Attività Produttive) sulle imprese, la tassa che finanzia il sistema sanitario. Sì, avete capito bene, togliere risorse alla sanità, ma – non preoccupatevi – ci può essere una soluzione, quella suggerita dal presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) Giovanni Sabatini, che propone di utilizzare i fondi del MES, il Fondo europeo istituito da ultimo per le spese sanitarie, uno strumento peraltro troppo rischioso e ambiguo, anche dopo l’ultimo accordo in sede di Eurogruppo. Togliere dunque l’IRAP alle imprese e lasciare alla fine inalterato il finanziamento alla sanità. Proprio un bel capolavoro: una bella partita di giro tra utilizzo del MES e sgravi fiscali indiscriminati alle aziende, tra nuovo debito pubblico e risorse agli imprenditori.

Infine, ci sono i NO, pesanti come macigni: No alle nazionalizzazioni, però con la solita variante furbetta. Siccome si sa che lo Stato dovrà intervenire per sostenere aziende e settori in crisi (pensiamo solo al trasporto aereo, dove non solo non si sfugge all’intervento pubblico per Alitalia, e dove persino il rigido governo tedesco pensa ad un’iniezione di denaro pubblico in Lufthansa).  Per Bonomi deve essere ben chiaro che l’intervento di capitali pubblici è solo temporaneo, serve per risanare le situazioni compromesse, per poi ridare spazio agli investitori privati: un’ idea peraltro già sperimentata in passato, che si riassume nella socializzazione delle perdite e nella privatizzazione dei profitti.
L’altro NO è quello alla riduzione dell’orario di lavoro, anche se fosse interamente finanziato dallo Stato senza oneri per le imprese, una proposta timidamente suggerita da alcuni settori del governo (sollecitati in questo dal sindacato), per essere poi prontamente ritirata. La riduzione dell’orario di lavoro sarebbe stata una misura seria e sensata, soprattutto in previsione delle difficoltà occupazionali che già si vedono e che diventeranno ancora più robuste, ma che agli occhi di Confindustria appare come il famoso drappo rosso davanti al toro: parlare di riduzione d’orario è tabù, non si sa mai che poi qualcuno possa immaginare che un nuovo modello sociale e produttivo possa poggiare anche su una redistribuzione dell’orario di lavoro e magari anche sulla piena e buona occupazione.

Insomma, quello di Carlo Bonomi è un vero e proprio manifesto-proclama del neoliberismo ai tempi del Coronavirus. Non paghi dei disastri prodotti negli anni passati, quella della crisi iniziata con il 2008 ed esplosa nel nostro Paese nel 2011, di fronte alla quale gli alfieri del neoliberismo hanno ispirato pesanti politiche di austerità, con la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, compresa la sanità, lo smantellamento dell’art. 18 e del diritto del lavoro, la controriforma della previdenza, ora ripropongono la stessa filosofia nelle nuova grande crisi. Facendo finta di non vedere che non può funzionare, perchè la centralità dell’impresa e l’autoregolazione del mercato non possono comprimere più di tanto le condizioni di vita e lavoro e la stessa rappresentanza imprenditoriale non può sottrarsi alle responsabilità di aver contribuito a portarci fin qui. Anche per quanto riguarda la pandemia, che non è semplicemente un fatto ‘naturale’, un tema epidemiologico e di salute, ma è anche un dato sociale a tutti gli effetti, che ha a che fare con le politiche di sfruttamento ambientale, di rottura degli equilibri nelle relazioni tra uomo, animali e natura, di organizzazione sociale e sanitaria in senso lato, tutte permeate da una logica di appropriazione privata e ricerca del profitto.

Allora, è evidente che bisogna prendere tutt’altra strada e bloccare queste intenzioni negative. Per farlo, però, serve un progetto alternativo e la consapevolezza che sarà necessario uno scontro forte, anche di carattere culturale,  nei confronti delle posizioni di Confindustria.
Sul progetto alternativo ho già avuto modo di scrivere anche su FerraraItalia [Qui]. Mi interessa solo richiamare i suoi assi di fondo: un grande Piano di Intervento e Investimento Pubblico diretto in settori fondamentali, a partire dalla sanità e dei beni comuni sociali e naturali per arrivare alla riconversione ecologica dell’economia e ad un intervento strategico sul riassetto e la messa in  sicurezza del territorio.Il tutto supportato dal reperimento di risorse in una logica di riduzione delle disuguaglianze e di equità fiscale e accompagnato da una significativa riduzione dell’orario di lavoro e dall’istituzione di un reddito minimo garantito.
Accanto a questo, anche alla luce delle posizioni assunte da Confindustria, occorre naturalmente una vasta mobilitazione, prima di tutto sociale, per affermare questa prospettiva. Anche perché continuiamo a vedere all’opera un governo fragile, diviso al suo interno, incapace di mettere in campo una visione strategica e prigioniero di una logica emergenziale, esposto agli stessi diktat di Confindustria.

Ho ben presente che quello della costruzione di una mobilitazione e di un’alternativa è un tema complicato, che molti si sentono scoraggiati e non vedono il bandolo della matassa da cui poter ripartire. Né mi sento di avere già la risposta confezionata in proposito, anche perché potrebbe non essere utile senza passare per una discussione collettiva.
Nello stesso tempo, penso che ci siano tante energie e realtà, sia a livello nazionale che territoriale, a partire dai movimenti e dalle organizzazioni sociali, che già si muovono in un’ottica di alternativa al Pensiero Unico e alle ricette neoliberiste. Forse  allora varrebbe la pena costruire un dibattito e una riflessione a più voci anche su questo punto decisivo. E perché non partire proprio dalla realtà di Ferrara e i suoi problemi?

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

OLTRE IL DISASTRO E SOPRA LE STELLE.
Leggere dentro la crisi i segni (contraddittori) del nostro futuro

Tra gli innumerevoli danni che sta causando l’epidemia prodotta dal virus Covid -19 c’è sicuramente quello di aver consegnato le nostre vite ad una sorta di tempo sospeso, di annullamento delle usuali modalità relazionali (private e pubbliche), facendoci precipitare in una specie di vuoto democratico dove, in nome di un bene superiore, diventa anche legittimo congelare il pensiero critico, affidandosi al principio di autorità, piuttosto che a quello di condivisione.
Da un lato questo vuoto, infatti, è stato sempre più occupato a livello sistemico da indicazioni, prescrizioni, suggestioni che, trasmesse dalla governance sul piano linguistico, hanno prodotto province comuni di significato, espressioni riguardanti soprattutto:
a) la profondità della cesura rispetto al recente passato, improvvisamente scomparso ai nostri occhi (niente sarà più come prima);
b) il desiderio ammantato di promessa verso una fuoriuscita comunque positiva (finirà tutto bene);
c) la consegna diretta a cittadini responsabili, da parte di una èlite politico-sanitaria, dell’armamentario necessario finalizzato al ritorno alla cosiddetta ‘normalità’ (state in casa).
D’altro lato si avverte [intervista a Fausto Bertinotti, Huffington Post del 22/3/2020] levarsi, sempre più consistente, la preoccupazione verso quelle dinamiche, il timore riguardo una possibile deriva autoritaria, verso una “desertificazione della democrazia”, per la costruzione di uno Stato di Eccezione non dichiarato.

Ecco allora sorgere la necessità di inscrivere le considerazioni su come possano essere interpretati tali opposte posizioni, all’interno di un quadro esplicativo più vasto, che renda ragione della complessità della realtà che ci troviamo ad affrontare: una realtà che ha, oramai da tempo, il suo centro nel tratto identificativo della Crisi.

La comprensione della situazione odierna, infatti, richiede la visualizzazione dell’immagine di una società le cui aporie si manifestano oggi sempre più compiutamente in tutti e tre i sotto-sistemi di cui è composta: il sotto-sistema politico, quello economico e quello socio-culturale.
Gli studi sull’integrazione dei contributi migliori della fenomenologia trascendentale ed esistenziale (E. Husserl, A.Schutz …) e quelli delle teorie dei sistemi sociali (J.Habermas, N.Luhmann …) hanno da tempo avvertito che se a crisi economico-finanziarie che investono il sistema produttivo, a quelle di legittimazione che colpiscono il sistema politico di governo, e a quelle motivazionali del socio-culturale (scuola, arte, tempo libero …), si dovesse sovrapporre contemporaneamente una crisi profonda nel mondo delle relazioni interpersonali, allora si interromperebbe la produzione del senso tra gli individui, merce che non si compra e non si vende al mercato, ma che si autoproduce all’interno di relazioni ritenute significative per i soggetti
Tutto questo potrebbe portare il sistema sociale verso quel tramonto irreversibile della società occidentale democratica di cui da tempo sentiamo preconizzare la fine.

Quanto lontani siamo da questo scenario?
A rileggere le ultime interviste a Zygmunt Bauman, o seguendo letture psicologiche decisamente significative come quella di Massimo Recalcati, non molto in verità.
Siamo oggi di fronte ad una mutazione antropologica dell’individuo, soggetto del iperconsumismo dionisiaco che ha eretto ‘il godimento’ a unica legge morale, cullato dall’illusione di un mondo totalmente manipolabile.
A livello sistemico a tale mutazione antropologica, corrisponde la crisi della democrazia e di una idea di libertà che si riduce alla libertà del consumatore, dove si assiste alla scomparsa della politica come mediazione dei conflitti, a cui si sostituisce una organizzazione del potere come tutela solo di certi interessi forti.
Ed ecco che oggi, su questa nostra società condannata a un lento declivio, si abbatte il flagello del Covid-19.
Interessante è capire in che modo la gestione dell’emergenza impatta con il paradigma sopra descritto.

La situazione in Italia è molto grave.
Dati alla mano risulta che l’andamento del coronavirus sta facendo molti più morti in Italia che in Cina arrivando ad un tasso di letalità che sfiora il 9%, contro il loro 2%, mentre i decessi superano già di molto quelli totali della Cina.
Non abbiamo tamponi, non abbiamo laboratori sufficienti, non abbiamo mascherine, non abbiamo… dottori!
“Di fronte alla catastrofe attualmente in corso in Lombardia, è urgente porsi la domanda: Che cos’è successo a Codogno, a Bergamo, a Brescia? Io credo che ci siano dei fattori, che ancora non conosciamo, che possono favorire la diffusione eventualmente legati alle strutture ospedaliere” – ha spiegato Ilaria Capua, illustre virologa, docente all’Università della Florida – a caratteristiche demografiche, qualità dell’aria, resistenza agli antibiotici, abitudini alimentari, comportamenti  [leggi l’intervista]. Ma sempre più chiaramente emergono delle responsabilità politiche, nella misura in cui l’epidemia ha dimostrato tutti gli inganni della dottrina liberista. “Un sistema sanitario fino ad un decennio fa tra i migliori del mondo è stato fatto precipitare a suon di tagli (circa 37 miliardi complessivi) e riduzione del personale di circa 46.500 tra medici e infermieri. Il risultato è stata la perdita di 70.000 posti letto, che per quanto riguarda la terapia intensiva significa essere passati dai 992 posti letto ogni 100.000 abitanti del 1980 ai 275 nel 2015”, come scrive Marco Bersani [qui]. “Fino ad arrivare ad indurre gli operatori sul campo a scelte estreme come quelle di ‘non curare’ certi malati (anziani e/o pluripatologici)”, come racconta Giorgio Ferrari sul Manifesto del 20 marzo [qui].

L’epidemia, insomma, ha funzionato da lente di ingrandimento, ha messo sotto l’occhio di tutti la vacua consistenza di un modello economico-sociale interamente fondato sull‘interesse, sul profitto di impresa e sulla preminenza dell’iniziativa privata.
Se a questo aggiungiamo l’evoluzione delle scelte programmatiche di partiti che privilegiano uno Stato Leggero anche nei servizi, fino a sostenere una autonomia regionale ancora più convinta, sposandone le proposte di autonomia differenziata, si può ben capire la grande difficoltà di riuscire, nella gestione di una emergenza, a garantire una assistenza sanitaria che non riduca operatori e pazienti a carne da macello.
Ma tutto ciò può essere tematizzato, quando per coronavirus direttamente o indirettamente stanno morendo nelle nostre strutture sanitarie circa 400 persone al giorno?
Assistiamo quindi ad un processo distrattivo e ad un grosso investimento mediatico su altre modalità.

La prima si riferisce al monito: “State in casa!”
Nella situazione che si è venuta a creare deve ritenersi doverosa per tutti la reclusione forzata, quale ricerca di una soluzione efficace a garantire una interruzione della trasmissione del virus.
Stare in casa è fondamentale per evitare la moltiplicazione del contagio. Quello che però si deve allo stesso modo tener ben presente è che il vero punto dirimente di tutta la questione, per dirla con le parole del virologo Carlo Signorelli su liberoquotidiano.it del 21.03, non è “non uscire ,ma non venire in contatto con gli altri” [qui]. Quindi si può uscire solo se si garantisce il distanziamento sociale: sarebbe allora del tutto assurdo proibirlo in un posto dove non passa nessuno, o consentirlo dove la concentrazione delle persone determinerebbe la possibilità del contagio.
Il problema è che, avendo reputato impossibile attuare tutto questo, è stata decretata una negazione indiscriminata, rafforzata da sanzioni, e soprattutto seguita dalla colpevolizzazione dei cittadini.
Ancora Marco Bersani su attac-italia della settimana scorsa. “Non è il sistema sanitario, de-finanziato e privatizzato, a non funzionare; non sono i decreti che, da una parte, tengono aperte le fabbriche (e addirittura incentivano con un bonus la presenza sul lavoro), e dall’altra riducono i trasporti, facendo diventare le une e gli altri luoghi di propagazione del virus; sono i cittadini irresponsabili che si comportano male, uscendo a passeggiare a inficiare la tenuta di un sistema di per sé efficiente. Questa moderna, ma antichissima, caccia all’untore è particolarmente potente, perché si intreccia con il bisogno individuale di dare nome e cognome all’angoscia di dover combattere con un nemico invisibile: ecco perché indicare un colpevole (‘gli irresponsabili’), costruendogli intorno una campagna mediatica che non risponde ad alcuna realtà evidente, permette di dirottare una rabbia destinata a crescere con il prolungamento delle misure di restrizione, evitando che si trasformi in rivolta politica contro un modello che ci ha costretto a competere fino allo sfinimento senza garantire protezione ad alcuno di noi.”.

Ed ecco che i provvedimenti dei presidenti delle Regioni in tema di libertà di movimento diventano ancora più restrittivi di quelli del Governo.
Ed ecco le esternazione cariche di risentimento e di rabbia di cittadini contro il passaggio di ciclisti professionisti mentre si allenano da soli (attività permessa dai decreti governativi) sulle stradine secondarie della penisola.
Ed ecco la foto postata dal Policlinico San Martino di Genova sul proprio profilo Facebook , la foto di una paziente appena estubata, su cui recita questa scritta: “Volete ridurvi così? No? Allora state a casa, poiché diversamente l’unica corsa che farete sarà verso il reparto di rianimazione” [Foto e notizia in Huffpost del 20/3/2020].

La seconda modalità viene sintetizzata in quel “niente sarà più come prima”.
Aver attraversato un‘esperienza di tale portata potrebbe spingere i cittadini a richiedere la modifica dei modelli di vita, di consumo, di organizzazione dell’economia; ma il sistema da solo può solo autocorreggersi, non può ‘convertirsi’.
Ed ecco che quel ‘niente sarà più come prima’, detto e ridetto da esperti, politici, opinionisti nel momento in cui si chiede loro di tratteggiare il dopo virus, viene utilizzato per paventare scenari economici post apocalittici, problemi di tenuta finanziaria del Paese, rapporti sempre più conflittuali con l’Unione europea… e così via. Il pagamento dei costi dell’epidemia, sia in termini economici che politici, porteranno a trovare sempre meno conveniente il mantenimento delle forme di mediazione e di condivisione democratiche fin qui conosciute.
Adriano Sofri , in un bell’articolo comparso sul Foglio del 18 marzo [qui] legge nella necessità di una conversione, la sola possibilità di salvezza democratica del sistema e delle persone.

Convertirsi presuppone non un bisogno di credere (come è naturale durante una emergenza), ma un desiderio di credere, di andare cioè (come ci dice l’etimo) oltre il disastro, sopra le stelle, verso l’uomo vero, per farlo uscire dalla dimensione delle dipendenze, per entrare in quella della piena realizzazione della sua umanità.
Ma questo può farlo solo l’Uomo, non un virus.

Invece si moltiplicano letture ed interpretazioni del Coronavirus come angelo sterminatore da cui noi possiamo imparare a comportarci bene. O di chi ravvisa nei canti sui balconi, nelle bandiere mostrate, segni già da ora di un riscatto, insomma del ‘finirà tutto bene!’, la nostra terza modalità distrattiva, la meno evidente in verità.
Come mai questa può essere considerata una modalità distrattiva?
Gli esempi citati sono certamente elementi positivi, ma in realtà sono segnali, segnali di speranza, piazzole di sosta per rifiatare, disseminati lungo un percorso di crisi. Ma non sono di per sé segni forieri di futuro.
Il male è male. Porta dolore, morte e sofferenza, la cui realtà e origine rimane oscura e ci lascia attoniti, senza parole. Non penso che conduca con sé anche la possibilità germinatrice, una sorta di pars costruens.

L’uomo invece ha sì la possibiltà di intraprendere un percorso differente, ma faticoso, frutto di un cammino che sarà lungo, lento, fatto di ‘passo dopo passo’, di scelte precise e non di nostalgia per quello che nell’emergenza ricordiamo essere stato, e nemmeno dell’entusiamo dettato dalla fretta di uscirne.

Abbiamo iniziato questa riflessione su un crinale di una mutazione antropologica sulla quale si è abbattuta come una furia la tempesta dell’epidemia.
Certo, intanto possiamo coprirci, soprattutto i bambini (sono bellissimi i loro disegni appiccicati alle porte delle case con quel Finirà tutto bene tutto colorato ), metterci un maglione più pesante, per sentire un po’ di caldo. Ma quando passerà ci ritroveremo sullo stesso crinale, a dover scegliere se vogliamo davvero passare dall’altra parte.
E allora, se la società dell’ipertutto ha dato questi risultati, dobbiamo affrontare senza veli questa domanda, e dare ognuno di noi la propria personale risposta. Non abbiamo avuto troppa fretta nel metter via ascolto, gentilezza, gratuità, lettura/scrittura, accoglienza… solo perché non si vedono e non si toccano ma si sentono, eccome, quando mancano?

Chi osa criticare il Pensiero Unico?

La parola frase ‘Pensiero Unico’ ricorre costantemente nelle rappresentazioni che accompagnano quel che resta di una discussione politica la cui presenza mediatica è inversamente proporzionale alla sua reale capacità di affrontare e risolvere i problemi di vasti strati della popolazione.
Secondo Wikipedia questo termine apparve per la prima volta nel gennaio del 1995 in un editoriale di Ignacio Ramonet pubblicato su Le Monde Diplomatique di cui l’autore era direttore responsabile; all’epoca Ramonet era già un personaggio noto nel mondo della sinistra critica, tra i promotori del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, oggi docente presso la Sorbona, oltre che membro onorario di ATTAC, l’associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini, fortemente avversa alle politiche neoliberiste e chiaramente orientata ai valori della dignità umana e della protezione dell’ambiente.

Ramonet definiva il pensiero unico come “la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale”.Attraverso questo tipo di pensiero erano state già poste le basi per accettare culturalmente il primato dell’economia neoliberista sulla politica, e giustificare il successivo dominio della finanza su entrambe.
Questa filosofia, già fatta propria dai governi conservatori di Margaret Thatcher (dal 1979 al 1990) con il celebre “There is no Alternative” (Non c’è alternativa), troverà altrettanto chiara espressione nel meno noto “Es gibt keine Alternativen” (Non ci sono alternative) del cancelliere social democratico tedesco Gerhard Schroeder, dal 1998 al 2005 alla guida di una coalizione SPD-Verdi decisamente collocata verso un progressismo sensibile alle tematiche ambientali.

Su cosa si fonderebbe dunque questo Pensiero Unico al quale né conservatori né progressisti, né destra né sinistra, riescono a trovare un’alternativa? Sempre con l’aiuto di Wikipedia, è abbastanza facile mettere in risalto alcuni assiomi su cui esso si basa.
I ) L’economia di stampo (neo) liberista fondata sulla crescita illimitata (esemplarmente rappresentata dal PIL) è la scienza che regola e governa la società: la politica e tutte le altre scelte culturali tendono in ultima istanza ad essere assoggettate al potere economico.
II ) Il (libero) mercato è il parametro principale che descrive ogni attività umana e ne regola il funzionamento determinandone il successo o l’insuccesso.
III ) Perché la magica mano invisibile del mercato possa risolvere tutti i problemi, è indispensabile che non esistano barriere allo scambio e al movimento di capitali, merci e persone: bisogna pertanto ridurre la presenza dell’intervento statale, eliminando ogni barriera che limiti il dispiegarsi a livello globale delle libere forze dei mercati.
IV ) Tutti i servizi che erano garantiti dallo Stato Sociale (istruzione, sanità, ambiente, pensioni, tutela per i più fragili, etc.) devono essere affidati quanto più possibile all’iniziativa privata e alla legge del mercato che, sola, ne può garantire la necessaria efficienza.
Si coglie in questi assiomi una tonalità che è, ad un tempo, scientifica (il neoliberismo capitalista è la scienza che governa la società mondiale), messianica (alla lunga il dispiegarsi delle libere forze del mercato risolverà ogni problema su scala planetaria) e religiosa (se le cose non funzionano la colpa è di chi si oppone alle benefiche forze del libero mercato, il male che si contrappone al bene).

La critica al Pensiero Unico così difinito era, appunto, critica a questi assiomi e ai corollari che ne derivano; intendeva, cioè, puntualizzare e mettere in risalto la crescente riduzione del dibattito politico sui temi imposti dall’alto da parte di una cultura e di un élite dominante che, già all’epoca in cui Ramonet scriveva, prendeva l’oscura forma di un inquietante Nuovo Ordine Mondiale che andava sostituendosi a quello bipolare, caduto insieme al Muro di Berlino e al comunismo sovietico. La critica concentrava l’attenzione sugli effetti perversi di un capitalismo neoliberista, senza regole ma violentemente orientato ad imporre con qualsiasi mezzo la sua logica di funzionamento a livello planetario; faceva emergere i pericoli insiti in un agenda politica fissata sempre più spesso da soggetti mai eletti e i cui comportamenti si situavano – oggi più di allora – al di fuori di ogni possibile procedura di controllo democratico. Una critica depotenziata man mano che il Pensiero Unico, inizialmente sostenuto da destra (si pensi alle amministrazioni Bush e all’idea di esportare la democrazia anche con la violenza), veniva a trovare terreno assai più fertile a sinistra (si pensi al globalismo progressista della open society così cara al finanziere Soros).

Non a caso le critiche al Pensiero Unico sembrano oggi molto lontane ed inattuali. Se critica onesta ancora esiste essa, appare debole e impotente, anche da parte di quei rari pensatori e di quegli sparuti settori della società civile che si ispirano ancora al paradigma marxiano. Questa critica (da sinistra) è stata infatti squalificata dal Pensiero Unico Dominante e oggi sembra segregata in un angolo buio, dove viene ormai associata al complottismo, alla produzione di fake news e ai vari termini con cui il pensiero mainstream etichetta e si sbarazza di ogni pur lecito dissenso.
Viene allora da chiedersi se, oggi, esista ancora lo spazio per esercitare una critica autentica che possa essere propositiva e costruttiva, se esista ancora quella tensione genuinamente politica che spinge ad esplorare soluzioni alternative, o se, al contrario, la forza del Pensiero Unico e dei suoi assiomi sia tale da assorbire e ricondurre nell’alveo dei propri scopi ogni apparente deviazione; se sia così diffuso e pervasivo da eliminare alla radice ogni ipotesi che non accetta di essere allineata.

Se prendiamo sul serio l’originaria definizione critica di Ramonet per cui il Pensiero Unico sarebbe “la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale”, viene da chiedersi chi siano oggi, in Italia, i sostenitori palesi ed occulti, chi sano i suoi promotori consapevoli e i supporter inconsapevoli; e d’altra parte chi siano i critici e gli oppositori, ammesso che esistano e che abbiano delle idee democraticamente radicate e realmente praticabili.

Che ruolo hanno, rispetto al Pensiero Unico e alla sua possibile critica, i grandi media, televisioni, radio e giornali? Come si posizionano i vari partiti che si contendono il potere in Italia? Come si colloca la Chiesa di papa Francesco? Che significato hanno, alla luce del pensiero unico, le ONG e i vari movimenti sociali che di tanto in tanto riempiono le piazze? Che futuro sta preparando il dominio ormai trentennale di questa potente narrazione? Esistono ancora delle serie alternative a questa prospettiva unipolare oppure siamo davvero, come azzardava nel lontano 1992 il politologo Francis Fukujama, alla fine della storia?
Su queste domande inattuali, credo, sarebbe bello aprire quanto prima una seria discussione.

Tra miliardari e milionari c’è spazio anche per il conflitto generazionale

L’anno scorso, più o meno di questi tempi, avevamo dato un po’ di dati sulla distribuzione della ricchezza nel mondo (Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà), vediamo ora se ci sono stati cambiamenti utilizzando gli stessi Rapporti: il Billionaire Census 2018, il Global Wealth 2019 del Credit Suisse e il Rapporto “Non rubateci il futuro” di Oxfam che fotografa la situazione italiana.

I miliardari nel mondo nel 2018 diminuiscono del 5,4% passando da 2.754 a 2.604 e diminuisce anche la quota di ricchezza detenuta del 7%, passando da 9.205 a 8.562 miliardi. La diminuzione è dovuta sostanzialmente ai problemi causati dalle guerre commerciali tra Usa e Cina e al conseguente ridimensionamento del Msci World Index, l’indice che rappresenta la performance azionaria globale di grandi e medie capitalizzazioni dei maggiori paesi industrializzati, nonché al graduale ridimensionamento della liquidità concessa dalle banche centrali a seguito delle crisi del 2008 e del 2011.

Il Report, inoltre, aggiunge altre motivazioni che giustificano questo calo, tra le quali: le nuove normative sulla produzione del settore automobilistico, l’instabilità geopolitica, il crescente sentimento anti-elite e anti-immigrati, il crescente isolazionismo degli Stati Uniti, il tortuoso processo della Brexit, il cambiamento populista in Sud America e le tensioni internazionali causate dal conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Nel 2018 i primi 15 paesi in classifica per numero di miliardari ospitavano il 75% di miliardari e il 79% della loro ricchezza totale. In termini assoluti, i primi 15 Paesi hanno avuto 84 miliardari in meno (per un totale di 1.942) rispetto al 2017, con un patrimonio netto complessivo che è sceso a 6.800 miliardi di dollari.

San Francisco è invece la città con più miliardari per abitanti, uno ogni 11.600. Londra ne ha uno ogni 135,198 e Instanbul uno ogni 462,629.

L’Italia, secondo questo Rapporto, vede un decremento del 13% nel numero di miliardari a differenza della Francia che vede invece un aumento del 2%. Flessione italiana causata da “instabilità politica”, secondo questo Rapporto, che non permette ai nostri 47 miliardari di superare la soglia dei 141 miliardi di dollari, con una diminuzione dell’8,3% rispetto al 2017. E mentre in Cina, Arabia Saudita e Corea del Sud la maggior parte di questi super ricchi sono sotto i 50 anni, in Italia, Spagna e Australia sono invece per il 56,9% over 70.

Secondo il Global Wealth 2019 del Credit Suisse, giunto alla sua decima edizione e che si accredita come la fonte di informazione più completa e aggiornata sulla situazione finanziaria globale delle famiglie, nell’ultimo anno la ricchezza globale è cresciuta, ma a un ritmo molto modesto rispetto al passato.

Infatti, anche se la ricchezza per adulto ha raggiunto il nuovo record di 70.850 dollari per un totale complessivo di 360.6 trilioni nella metà del 2019, supera di solo l’1,2% il livello toccato nella metà del 2018. Più della metà degli adulti in tutto il mondo ha un patrimonio netto inferiore a 10.000 dollari americani mentre i milionari sono l’1% degli adulti e possiedono collettivamente il 44% del patrimonio mondiale della ricchezza. Tuttavia e nonostante le apparenze, la tendenza all’aumento delle disuguaglianze si è attenuata, ed infatti la quota detenuta da questo 1% risulta inferiore al picco raggiunto nel 2016. Personalmente non sono convinto della reazione positiva a questo dato da parte del restante 99% della popolazione, ma questo è il dato.

In Italia ci sono, sempre nel 2019, 1.496 milionari e si prevede diventeranno 1.992 nel 2024. In Germania vi sono 2,2 milioni di milionari e un livello di disuguaglianza che supera tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale, con il 41% della popolazione che ha un patrimonio inferiore ai 10.000 dollari. Di seguito l’infografica con i dati

In sintesi, e secondo Billionaire Census e Global Wealth, la ricchezza aumenta, i miliardari e i milionari flettono ma si riprenderanno, ci sono segnali, secondo il Credit Suisse, addirittura di un miglioramento sul tema delle disuguaglianze. Ma proviamo ad ascoltare campane diverse.

Ci aiuta il rapporto Oxfam “non rubateci il futuro” del settembre 2019 che descrive la situazione italiana e di cui riportiamo qualche dato.

Secondo Oxfam non solo la disuguaglianza in Italia sta crescendo ma si configura sempre di più come un vero e proprio scontro generazionale, a supporto dell’idea che qualcosa non funziona nel sistema complessivo e che sia proprio qui che si dovrebbe concentrare l’attenzione della politica.

I giovani devono fare i conti con un mercato del lavoro disuguale caratterizzato dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili. Quello che sostanzialmente oggi viene chiamato “aumento della produttività” oppure “bilanciamento del sistema concorrenziale” e che aiuta gli esportatori, si traduce sostanzialmente in un peggioramento generalizzato del quadro complessivo a spese ovviamente della parte più indifesa della società.

Carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, sotto-occupazione giovanile, scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera, questi in sintesi la carrellata di problematiche che avrebbero bisogno di risposte che sembrano non esserci vista la loro persistenza negli ultimi decenni.

In Italia, ma sfido a guardare i dati degli altri, ci si colloca tra i Paesi con una forte influenza delle origini familiari sul successo occupazionale dei figli e con persistenza generazionale dei redditi, a partire dalla generazione dei nati negli anni Ottanta. Insomma non è un caso che più ha preso il sopravvento la dottrina neoliberista e più sono aumentati privilegi e stagnazione della società, quindi si parte dagli anni ’80, dall’inizio della lotta all’inflazione e al debito pubblico, fino al totale scollamento generazionale dei giorni nostri.

I giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni percepiscono un reddito più esiguo se paragonato ai livelli retributivi dei loro genitori all’epoca del loro ingresso nel mercato del lavoro e, a livello reddituale, quelli tra i 15 e i 29 anni mostrano un trend costante di riduzione delle retribuzioni annue medie e più marcato rispetto alle classi dei lavoratori in età tra i 30 e i 49 anni e gli over50. Un trend che “viene da lontano” e che ha visto, fatta 100 la media dei redditi sulla popolazione in un dato anno, i redditi dei giovani ridursi da 76.3 del 1975 a 60 del 2010 per calare ancora a 55.2 nel 2017.

Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano poi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando, sebbene con intensità diversa, quelle che esistevano tra i rispettivi genitori. In media, il figlio di un dirigente ha, a parità di istruzione, un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato.

Cioè persiste e viene codificata una sorta di divisione della popolazione per censo, che poi scandalizza se appare nei resoconti finali di qualche scuola.

Del resto la spesa pubblica per l’istruzione, al 3,8% del Pil nel 2017, colloca il nostro Paese tra gli ultimi Paesi dell’Unione Europea per il finanziamento ed è in calo dal 2008. Continuiamo ad applicare cioè quel principio dell’austerità espansiva impostaci dalla Bce e codificata nella nostra Costituzione dal governo Monti all’art.81.

Se non si rischiasse di essere troppo banali, si potrebbe dire che “si stava meglio quando si stava peggio”. In realtà stiamo semplicemente applicando pedissequamente i principi neoliberisti che vogliono “lo Stato come una famiglia”, il controllo dei bilanci pubblici attraverso il commissariamento di entità sovranazionali, la supremazia della finanza sulla politica, la tutela degli interessi privati rispetto a quelli collettivi, la confusione degli stessi interessi di classe per cui oggi vale l’idea che “siamo tutti nella stessa barca” e quindi i sindacati perseguono gli stessi interessi dei capitalisti.

Di conseguenza, nel nostro modello di società, i dati Oxfam non servono, sapere che in Italia tre persone hanno più soldi di quanti ne ha il 10% del resto della popolazione è gossip. Quello che conta alla fine è che miliardari e milionari alimentano i nostri pruriti emozionali.

Da Temistocle a Mitsotakis… La storia non si ripete

Ora è sicuro: i greci non bloccheranno di nuovo l’impero.
Kyriakos Mitsotakis è il nuovo Primo Ministro della Grecia, esponente di un partito di destra ed europeista, la Nuova Democrazia. Armato di un programma liberista con l’obiettivo di cambiare la struttura economica del paese attraverso la bandiera delle riforme strutturali.
Più o meno l’idea è di mettere ordine a quanto già fatto da Tsipras che da rivoluzionario di sinistra insieme al Bruce Willis dei poveri, Yanis Varoufakis, si era poi trasformato nel più “utile idiota” della Commissione europea, subendone e costringendo un intero popolo a sottomettersi ai suoi dictat nella maniera più rigorosa possibile. Addirittura arrivando ad ignorarne la volontà maturata alle urne nel 2015, quando si espresse contro le misure di austerità volute dall’Europa attraverso un referendum che vide prevalere il no all’accordo con il 61,31% dei voti.
Tsipras e Varoufakis, una delle coppie più dannose della storia recente, dopo quel voto decisero di separarsi. E mentre l’uno si confermò solido burattino nelle mani dei poteri sovranazionali contro il volere del suo stesso popolo e rimase alla guida della Grecia in modo da assicurare che liberalizzazioni, privatizzazioni, cessioni di sovranità e schiavizzazione di un popolo andassero avanti, l’altro, la copia dell’attore bello e truce, se ne andò ramingo in Europa a curare i suoi affari e a predicare a quei pochi che incredibilmente ancora credono che lui impersoni il sogno socialista ed il mito di Achille.
Gli elettori hanno voluto punire Tsipras, che oltre a distruggere il presente dei greci gli ha ipotecato il futuro impegnandosi a realizzare avanzi di bilancio fino al 2060, indossando la cravatta in segno di vittoria. Ma nonostante questo, porta in Parlamento oltre il 30% di consensi, sintomo di perenne confusione da parte delle masse.
Ma ecco il nuovo. Arriva il momento di Mitsotakis che rappresenta più o meno la novità come potrebbe rappresentarla in Italia un altro governo Berlusconi, tanto per tentare un parallelismo.
Promette grandi cose, come solo una destra illuminata può fare. Mettere ordine e fare con maggiore scientificità ciò che i comunisti di Tsipras non avevano nel dna e quindi non potevano fare fino in fondo. Nuova Democrazia vuole fare quello che va fatto senza costrizioni, prendere coscienza della propria subalternità al capitale e alla finanza, nonché ovviamente alla Commissione europea e al suo impianto neo liberista. Si impegna a ridiscutere gli avanzi di bilancio al fine di mitigarli e a recuperare le eventuali perdite attraverso … tagli al bilancio corrente. Insomma, tutto cambia ma le spese continuerà a pagarle il popolo greco.
Promette di aumentare la produttività e il tasso di crescita attraverso investimenti esteri, liberalizzazioni, privatizzazioni, investimenti in innovazione e capitale umano. Il che vuol dire dipendere dall’estero, dal movimento dei capitali e dalla supremazia di questi sul movimento delle persone. E poi taglio delle tasse sulle aziende e sulle proprietà rispettando gli stringenti obiettivi fiscali concordati con l’Europa, quindi da finanziare attraverso un taglio di pari entità della spesa corrente. Come se ci fosse ancora posto per tagliare qualcosa in un Paese già costretto ai minimi termini di vivibilità.
In sintesi, più e convinta apertura ai mercati e alla globalizzazione a fronte di meno stato e meno servizi. Il popolo è felice e vota convinto, segno che qualcosa nella comunicazione rimane oscuro.
E Mitsotakis, addirittura, si propone di tagliare quella spesa discrezionale e clientelare su cui hanno prosperato tutti i governi precedenti, e quindi anche lui discendente di una famiglia di governanti e il suo partito, che magari aveva contribuito a truccare i conti e a mandare in dissesto la Grecia costringendo Tsipras a piegarsi alla Troika. Insomma un circolo vizioso in cui le persone hanno perso la strada e proseguono a tentoni.
C’è stato un momento in cui l’Europa ha davvero guardato alla Grecia e al popolo greco con la speranza che diventasse la scintilla per un serio rinnovamento, in senso popolare e democratico in questa Europa senz’anima. Invece è stata solo la conferma che il cammino è lungo e che forse non c’è davvero più speranza per il socialismo e la democrazia.

Il neoliberismo non è la fine della storia, serve un’uguaglianza sostenibile

Ottimo consiglio quello di Giangi Franz, lanciato via social, di leggere l’intervista di Fabrizio Barca a Gea Scancarello e pubblicata su Business Insider Italia. L’incipit è già un programma: “Oggi la sinistra è più moderata dei liberali: mancano i valori e una classe dirigente capace”. Un titolo che sembra cadere a fagiolo su un dibattito aperto anche a Ferrara, all’indomani dello storico risultato del ballottaggio alle elezioni amministrative di domenica 9 giugno.

Giuro che ignoravo quest’analisi quando ho scritto il pezzo che Ferraraitalia ha pubblicato con il titolo: “Voto e discernimento: strumenti democratici contro l’internazionale sovranista”, ma conforta verificare che la ben più autorevole lettura della realtà dell’ex ministro per la coesione territoriale del governo Monti, non fa sembrare frutto di allucinazioni le righe che ho messo in fila lo scorso 7 giugno. “Quando si raggiungono certi livelli di disuguaglianze e il malessere è così diffuso – dice Barca – l’idea stessa del capitalismo non può reggere, perché il capitalismo dà il meglio di sé quando è stimolato dalla riduzione delle disuguaglianze”.

A scanso di equivoci, il cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, è perfettamente consapevole che “il capitalismo è sfruttamento per definizione”, ma subito dopo aggiunge che “è questione di bilanciamenti”. È l’antico adagio socialdemocratico del tosare la pecora. Se quindi da decenni si sono prodotte disuguaglianze mai viste prima è perché “sono state fatte scelte politiche sbagliate”. Anziché tosarla, la pecora è stata pettinata.

E qui arriviamo al cuore delle critiche mosse alla sinistra. “La prima è culturale: 30 anni fa, non ieri, molti partiti socialdemocratici – afferma – hanno comprato l’ideologia del “Non c’è alternativa: il capitalismo è uno solo” e se si pensa che non ci siano più i margini per lavorare sui meccanismi di formazione della ricchezza, non lo faccio; non per interesse ma perché mancano i valori”. La seconda è rivolta alle classi dirigenti: “quelle venute su in questi 30 anni sono state selezionate su questo credo, senza più la convinzione di un cambiamento che toccasse i sentimenti delle persone”. Di questo passo i partiti sono diventati “non valoriali”, quasi ossessionati dalla “mitologia del centro”, del “bisogna governare”, dei governi del fare, lasciando stare le visioni. Se si concorda che il ragionamento fila, si può osare un passo avanti.

Si discute, comprensibilmente, di ripartire in casa Pd dopo la caduta di Ferrara, con un dibattito già nelle prime battute plurale di posizioni, opinioni, riflessioni e analisi. Ora, se la questione di fondo è di uscire dallo schema “Non c’è alternativa”, per mettere al centro la necessità di un riequilibrio del sistema capitalista che così com’è non sta in piedi, per la stessa logica capitalista, allora parrebbe logico pensare di trovare un rilancio sfatando quella che Barca chiama la “mitologia del centro”, per riabitare, innanzitutto culturalmente, lo spazio che Bobbio definì quello naturale per la sinistra: l’uguaglianza. Vale a dire quel concetto che sottende un retroterra valoriale, che in questa lunga fase storica è stato svuotato da una drammatica e insostenibile situazione di disuguaglianza e di suicida concentrazione di ricchezza.
Per non parlare della spaventosa concentrazione di potere per il mancato governo dello sviluppo tecnologico e in particolare di internet, che fa dire ad Alex Zanotelli intervistato da Ferraraitalia: “Attraverso i nostri smartphone sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. È ridicolo e grottesco che poi ci riempiono di moduli da firmare a garanzia della privacy”.

Quello di Barca non pare essere il solito appello per una sinistra di testimonianza, dei pochi ma buoni, perché dall’alto della sua osservazione registra che “c’è un pezzo del mondo del business, rappresentato dall’Economist, cioè un giornale liberale, che dice apertamente che così non si può reggere e sta dicendo che è tempo di accettare cambiamenti significativi”. E prosegue citando come esempio concreto l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulla “necessità di una partecipazione strategica attiva dei lavoratori nelle aziende”, perché “bisogna ridare al lavoro una parola significativa nelle scelte strategiche imprenditoriali”.
Ci sarebbe – così afferma – anche parte del mondo imprenditoriale “che non vuole un mondo autoritario, che ha incassato i benefici di un brutto mondo e adesso si accorge della degenerazione”.
Un segnale che si aggiunge in questa direzione è il documento prodotto dal gruppo socialdemocratico europeo intitolato “Uguaglianza sostenibile”, presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018. Fabrizio Barca è inoltre cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, impegnato a studiare e proporre soluzioni concrete che restituiscano senso ai concetti di uguaglianza, pari opportunità e dignità del lavoro, garantiti dalla Costituzione.

Una sfida, quella di uscire dal vicolo cieco neoliberista del “Non c’è alternativa”, che si gioca sul piano europeo, ma che non vede completamente disarmati i contesti nazionale e persino locale, tanto che Barca si dice sicuro che “ogni livello ha spazi di manovra: chi dice il contrario semplicemente non vuole cambiare”. Anche il tempo per aprire questi nuovi fronti ci sarebbe e non pare neppure consegnato a un futuro indistinto: “un arco di tempo di tre, cinque anni”, se ci fosse la volontà delle “forze più avanzate della produzione, del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva” di costruire nelle città “piattaforme aperte, collettive, tecnologiche e trasparenti”, di avviare “consigli di lavoro e cittadinanza” e di “sperimentare una strategia sulle periferie”. Un insieme di azioni “che farebbe la differenza e costruirebbe un’alternativa, che diverrebbe poi anche un’alternativa elettorale”.

Senza sapere leggere né scrivere, io un orecchio lo presterei a queste proposte, studiandoci sopra e magari invitando anche gente così a un congresso o a un convegno, giusto per avere un’idea di come ripartire dopo una sconfitta, si dice, non qualunque. Altrimenti occorre prepararsi a “una spirale di meno libertà, meno crescita e più disuguaglianza – è la conclusione – in cui vince il peggio del nostro paese, non il meglio”.

elezioni-amministrative

Voto e discernimento: strumenti democratici contro l’internazionale sovranista

“La convinzione che sia l’efficienza economica dei mercati liberalizzati e globali a portare all’aumento del benessere collettivo, è alla radice dell’esplosione di populismi e particolarismi nazionali”. Lo scrive Francesco Saraceno su ‘Il Mulino’ (1/2019).

Al di là dei responsi delle elezioni europee e amministrative dello scorso 26 maggio, che pure non hanno decretato l’annunciato sfondamento della destra populista e nazionalista, almeno a livello continentale, se non si capisce il motivo di quest’avanzata, che pure c’è, chi intende porvi argine rischia una navigazione senza bussola. E quindi di combattere contro i mulini a vento.
Il punto di partenza è l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze prodotto dalla crisi deflagrata nel 2008, cioè l’anno in cui falliva Lehman Brothers. Aumento spaventoso che vede vincitori un ristretto gruppo chiamati dagli esperti i “plutocrati globali” e un chiaro perdente che è la classe media e inferiore dei paesi avanzati, usciti da questo terremoto con meno redditi, meno welfare e meno reti di protezione.
Per la verità, il crollo iniziato nel 2008 è solo il risultato di scelte che risalgono a decenni prima. È l’affermazione – nelle università, nella politica, nei governi e cancellerie – del modello neoliberista.
Il politologo polacco Jan Zielonka, allievo di Ralf Dahrendorf, parla (‘L’Espresso’ 26 maggio) della resa incondizionata all’ineluttabilità del Tina: l’acronimo di conio thatcheriano per dire che ‘There Is No Alternative‘.
Non c’è alternativa alla vittoria inarrestabile della “dittatura dei mercati”. Lo scrive, da liberale, anche sul suo libro ‘Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale’ (Laterza 2018).
Lo scrive Alessandro Somma commentando le elezioni europee (‘La Nuova Ferrara’ 30 maggio): “il quadro politico è monopolizzato da due modi di interpretare il neoliberalismo come ideologia fondativa dell’Unione Europea: un neoliberalismo nazionale e un neoliberalismo cosmopolita”.
Lo sta scrivendo da tempo anche Claudio Pisapia su Ferraraitalia.
Si può continuare con gli esempi, ma non è questo il punto.

All’adagio “Non c’è alternativa” si sono accodati per anni partiti e governi indistintamente conservatori e progressisti.
Il capitalismo predatorio e deregolato, degli animal spirits, è stato assecondato e pettinato nelle varie declinazioni, credendo alla teoria che gli studiosi chiamano dello ‘sgocciolamento’: ridistribuire in favore dei più ricchi favorisce la crescita, perché remunerando chi è più produttivo da un lato aumenta risparmi e investimenti e dall’altro fornisce i giusti incentivi per l’accumulazione del capitale.
Un circolo virtuoso che si è imposto nella sua autoevidenza meccanica, ma che gli economisti giudicano dotato di pochissimo supporto empirico.

Questo ha portato acqua al mulino di chi sostiene che efficienza ed equità sono alternative, non possono stare insieme.
Carlo Triglia (‘Il Mulino’ 2/2019) scrive che sono ancora parecchi coloro che sostengono che “il capitalismo non sarebbe compatibile con una democrazia politica forte e ben salda, perché quest’ultima, perseguendo inevitabilmente obiettivi di riduzione delle disuguaglianze, finirebbe per intralciare la libertà dei capitalisti di ricercare il profitto”.
E qui arriviamo al punto.
Se non c’è alternativa, hanno cominciato a dire in tanti, a cosa serve andare a votare? Se il nostro voto non serve a cambiare marcia, che ci andiamo a fare?
Il fenomeno corrosivo dell’astensionismo nelle democrazie occidentali, troverebbe in questo dilemma una sua spiegazione.
Si arriva così a quella che è stata chiamata ‘democrazia a bassa intensità‘.
Se non c’è altra strada all’inevitabile contrazione della spesa sociale, all’impossibilità di redistribuire la ricchezza, ai tagli e all’erosione progressiva del welfare, la politica stessa abdica al suo ruolo fondamentale di riequilibrio e le distanze sociali sono lasciate correre.
Si fa strada la narrazione secondo la quale la proliferazione di istituzioni non elettive provochi una sensazione di confisca del meccanismo decisionale, di un suo inaridimento verso un binario laterale, se non morto di certo burocratico.

Le reazioni di un Matteo Salvini alle ‘letterine’ di Bruxelles e, più in generale, il dilagare dell’eurosceticismo, non dicono niente?
Non fanno forse più breccia in opinioni pubbliche stremate e impoverite queste letture, di quelle più articolate, e spesso fumose, di moderati e progressisti alla ricerca di complicate misure di contenimento, equilibrio, rispetto di parametri, tutte comunque dentro a quel There is no alternative?
C’è bisogno che qualcuno dica che capitalismo e giustizia, e quindi democrazia politica, possono stare insieme, come sostiene Carlo Triglia.
C’è bisogno di dimostrarlo nelle aule universitarie di mezzo mondo, tante delle quali, come ci ricordò Luciano Gallino, restano contrarie.
C’è bisogno di dimostrarlo sul piano politico, perché queste idee si traducano in proposte, in azioni che stiano in piedi, come, per esempio, scrive Fabrizio Barca (‘L’Espresso’ 26 maggio), declinando il concetto di giustizia sul piano sociale e ambientale.
E c’è bisogno che lo dimostrino i governi, nazionali ed europei, perché dicano che un’alternativa invece c’è e che sarebbe bene che lo Stato ritrovasse il proprio ruolo regolatore, perché questo ha garantito stabilità .

Altrimenti?
Altrimenti si fa strada il morbo populista e nazionalista, che con i suoi slogan d’assalto rimane l’unico giocatore in campo a sostenere che un’alternativa c’è. L’unico giocatore in campo che sfilando dalle mani il tema per antonomasia della sinistra, come disse Norberto Bobbio, ossia l’uguaglianza, trova orecchi sempre più stufi, arrabbiati e disposti a rivoltare il tavolo.
E proprio qui, in questo rumore assordante di parole d’ordine, si rischia di non prestare l’attenzione dovuta alla vera posta in gioco.
Papa Bergoglio lo chiama discernimento.
Non ci si accorge che l’onda sovranista, finalmente liberata dai vincoli di burocrati e banchieri, vorrebbe declinarsi in un nuovo ordine internazionale, mentre è un controsenso, un ossimoro: come sta in piedi un’internazionale sovranista, quando è basata sulla difesa, ciascuno e prima di tutto, dei propri interessi nazionali? Come può reggere un ordine basato sul “Prima i nostri”?

È esattamente il motivo per il quale l’Unione Europea di adesso non funziona, perché ancora prigioniera di un assetto intergovernativo che la trattiene dall’essere completamene foedus .
Come non capire che misure come la flat tax sono musica per le orecchie degli straricchi, cioè nuova linfa allo strapotere dei plutocrati globali e di quel neoliberismo destinato a moltiplicare le distanze?
Qualcuno vuole ancora credere alla teoria dello sgocciolamento?
L’unica sovranità possibile è quella europea, come scrive Massimo Cacciari (‘L’Espresso’ 19 maggio), perché sbandierare la difesa degli interessi nazionali fuori da quel perimetro, significa “ridursi a nani impotenti nei confronti dei grandi Imperi contemporanei”.
Come altrimenti interpretare l’esultanza di un Donald Trump di fronte alla Brexit, cioè al tentativo riuscito di disarticolare l’Ue con la promessa di accordi commerciali mirabolanti, o l’iniziativa cinese di insinuare la propria via della seta?
Lo spirito europeo non è nato per generare sviluppo di scienza, tecnica ed economia, disgiunte dal sistema di libertà e giustizia. Per quanto, purtroppo, il percorso appaia decisamente in salita, è su questo piano, non su quello nazionale e tantomeno locale, che si gioca la vera sfida di questo incremento.
Se vincono populismo e nazionalismo si continua cioè a viaggiare, con l’illusione di rovesciare regole e parametri e di disintermediare corpi intermedi e rappresentanze, sul binario neoliberista, nel quale la ricchezza esclude democrazia e giustizia.
Se in Cina il problema nemmeno si pone, negli Usa di Trump non si pensa lontanamente di redistribuire la ricchezza in senso egualitario.
Senza parlare di un Orbán che da tempo predica una democrazia illiberale.

Così la democrazia a bassa intensità viaggia diritto verso l’assenza d’intensità e verso l’assenza di democrazia.
E tutto accade lentamente, come dovrebbe insegnare la storia, con la legittimante acquiescenza di opinioni pubbliche abbagliate dal ritorno degli Stati-nazione, euforicamente salite sul treno populista, utile veicolo per trasbordare in modo non traumatico l’oggi verso un futuro tremendamente simile a un passato che è sbagliato pensare definitivamente alle nostre spalle.
Dopodiché, noi sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale …, cantavano Dario Fo, Enzo Iannacci e Giorgio Gaber.

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

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