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Tiziano Terzani

L’ascolto come espressione della nonviolenza:
i diari di Tiziano Terzani

 

Un’idea di destino è una raccolta di scritti tratti dai diari degli ultimi vent’anni di Tiziano Terzani. È l’ultimo grande dono che la moglie, Angela Staude, ha voluto condividere. Invito a leggerlo e insieme a leggere e rileggere anche altro di Terzani.

Tiziano Terzani, Un’idea di destino : diari di una vita straordinaria, Longanesi, 2014

Qui abbiamo la possibilità di uno sguardo più intimo, che mette in moto pensiero e sentimento assieme. Siamo introdotti ai viaggi che Tiziano ha compiuto nei luoghi più pericolosi e sconosciuti del mondo e dell’anima. Un piccolo esercizio che Terzani ha proposto in un momento importante della vita sua e dei suoi cari: “Niente succede mai per caso. Se siamo qui deve esserci motivo. Vedere come ognuno di noi ha una ragione di esserci e rintracciare che cosa ci ha portato qui è un bellissimo esercizio di umiltà e d’ammirazione per quell’’Intelligenza’ che tiene assieme il mondo.” È un esercizio che si raccomanda anche a chi su quest’intelligenza mantiene forti dubbi.

Tiziano Terzani e Angela Staude
Tiziano Terzani e la moglie Angela Staude

 

“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo”, ci ricorda Dietrich BonhoefferE ad ascoltare, vedere, sentire, interpretare, Terzani era bravissimo, dovendo poi riferire, secondo la prepotente vocazione che lo caratterizza. La sua è una straordinaria applicazione delle sette regole d’oro dell’arte di ascoltare (qui), ricordate da Marianella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé…

Monumento Aldo Capitini
Monumento Aldo Capitini

Aldo Capitinimi ha insegnato (è il motto dei suoi centri di orientamento sociale) che chi può parlare ascolta più profondamente e molto profondo è l’ascolto di Terzani che sente il dovere di riferire su quanto ha direttamente sperimentato.
Anche a noi è dovuto servizio di ascoltarci profondamente. Già ne L’ultimo giro di di giostra a questo particolare ascolto Terzani ci aveva introdotto. Il diario lo approfondisce ulteriormente. È un ascolto che accompagna nelle esplorazioni di paesi vasti e sconosciuti (a me totalmente Usa e India), in percorsi tra scienza e religione, salute e malattia, medicina e guarigione, tra mondo che sta fuori e mondo, non meno misterioso e decisivo, che sta dentro.

Ci passano davanti vent’anni, dai primi anni Ottanta ai primi del Duemila, nei quali molte speranze di una società migliore e più giusta sono ricomparse; magari in nuova veste, e assieme ricadute, dentro e fuori d’Italia. I diari si aprono con l’espulsione dalla Cina, un Paese molto amato da Terzani e ci accompagnano in Giappone, Thailandia, Birmania, Urss, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan – e qualcosa ho di certo dimenticato – e anche negli Usa, per curarsi dal cancro, e passaggi in Italia, dove trascorrerà gli ultimi tempi. Gli stessi vent’anni terribili anche per chi non ha viaggiato. Già qui moriva la repubblica negli anni ‘70. Un poeta Mario Luzi se n’era accorto (in Al fuoco della controversia, Milano, Garzanti,1978).

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

È un’agonia che non sembra terminare mai, considerato anche la bassezza e volgarità che hanno caratterizzato la campagna elettorale appena conclusa. Nei diari si coglie proprio in un suo passaggio in Italia nel 2001 tutta l’indignazione e la tristezza per le condizioni in cui la democrazia e la convivenza sono precipitate nel nostro Paese e la tentazione di tornare ad occuparsi di politica; mentre è nel pieno di un suo percorso di ricerca spirituale sulle pendici dell’Himalaya, non più Tiziano Terzani, ma Anam, il Senza nome. Ancora una volta è completamente immerso nella sua esperienza come quando, “cinese”, si chiama Deng Tiannuo. È una tentazione alla quale fortunatamente non resiste regalandoci le Lettere contro la guerra, preziose nel momento in cui non solo Oriana Fallaci con La rabbia e l’orgoglio (titolo più appropriato sarebbe stato L’odio e il rancore) ma molti intellettuali sostengono e incoraggiano, dentro e fuori d’Italia, la vendetta americana nella disastrosa guerra afghana dopo l’11 settembre. Sono lettere ancora e sempre basate sulla presenza nei luoghi, nonostante il disagio, la malattia, i pericoli. Dello svilupparsi dell’estremismo islamico e delle responsabilità nell’alimentarlo in ogni modo da chi ora ne vuole l’annientamento, e invece lo rafforza, aveva da anni documentato l’ascesa.

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

Perché Terzani è uno straordinario giornalista, penetrante, documentato, sincero. Questo gli ha permesso di divenire un “permanentista”, secondo l’invito che l’orientalista Giuseppe Tucci gli aveva rivolto. I suoi primi articoli o rapporti mostrano le sue doti veramente straordinarie e precedono il mestiere di giornalista iniziato nel ’70 ne Il giorno di Italo Pietra e Giorgio Bocca (niente a che vedere con il giornale che di quell’esperienza ha mantenuto solo il titolo).
Ho ritrovato i suoi articoli su l’Astrolabio, la modesta, straordinaria pubblicazione, diretta da Ferruccio Parri, nata quindicinale il 25 marzo 1963, già settimanale quando Terzani comincia a scriverci nel ’66 e tornato quindicinale quando Terzani smette alla fine del ’70. Spesso i suoi pezzi ne ispirano le copertine, a partire dal primo Rapporto dal Sud Africa: Natale negro del 25 dicembre 1966. Ricordo bene l’attesa e il piacere della lettura dei suoi articoli, una lettura proseguita poi sul Giorno e quindi su Repubblica e l’Espresso, non ahimè sul Corriere. Ho ritrovato su Astrolabio anche due articoli di Alberto Angela del 1969 e mi rammarico di non avere mai letto suoi libri. Vedrò di colmare questa lacuna.

Se il periodo de l’Astrolabio è quello delle idee belle e chiare, che permettono di capire i problemi e di individuarne le soluzioni, gli anni dei diari sono quelli della disillusione a partire dalla Cina, che si rivela non il paradiso che lo studente Terzani aveva creduto (e con lui molti altri) ma l’inferno per i lavoratori e per la grande maggioranza dei cinesi, mentre lo slogan Servire il popolo si trasforma in Arricchirsi è glorioso. Così la tragedia della Cambogia e i deludenti esiti della guerra di liberazione del Vietnam, la situazione degli altri Paesi orientali molto amati e frequentati da Terzani non sono certo incoraggianti. Un Terzani che preferisce Mao a Gandhi al termine del suo percorso ha mutato pensiero, con la capacità di dirlo in modo netto e senza che questo tolga valore alle cose dette e scritte prima, che mantengono le positive caratteristiche di cui si è detto. Rilette ci dicono di possibilità diverse che non hanno avuto sviluppo, introducono a osservazioni più approfondite, sono esperimenti con la verità, secondo la bella espressione gandhiana, utili a spezzare pregiudizi, compito più difficile che spezzare l’atomo, ammonisce Einstein. Qualche disillusione avrebbe (avremmo) potuto risparmiarcela considerando che “Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto”. Non è Gandhi, è Marx, citato da Camus.

Mahatma Gandhi
Mahatma Gandhi

Il giornalista Terzani si volge al saggio, al piacere del racconto, a una scrittura, che meglio renda l’incerto mondo intravvisto al di là delle apparenze, pur tra ciarlatani, truffe e pure superstizioni, come in Un indovino mi disse. Proprio a conclusione di quel libro sta l’incontro con John Coleman, il meditatore della Cia, maestro di vipassana che gli consegna qualcosa di più di una tecnica (posso confermare che al termine di una seduta ben condotta la lettura della Lettera ai Corinti è particolarmente bella). La meditazione, in varie forme, lo accompagnerà nell’incontro con la malattia implacabile, occasione di svolta radicale di cui riferisce ne L’ultimo giro di giostra. Con Lettere contro la guerra sono questi i libri che aggiungono a La porta proibita, In Asia e Buonanotte signor Lenin, tutti realizzati nel periodo coperto dai diari.

Dalla lettura a me sono giunte diverse suggestioni, anche molto personali, sulla malattia, la vecchiaia, nei rapporti, e nella loro difficoltà, con le persone più care. La sua ricerca spirituale, la sua visione mi ha ricordato Capitini e la compresenza, termine che ha sostituito il Dio senza nome di primi scritti: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.” Non mi pare di aver trovato traccia di contatti, come invece per Balducci, La Pira, Spini, Ceronetti, a vario titolo in rapporto con Capitini. Né so se abbia avuto contatti con un altro “viaggiatore leggero” Alex Langer, (leggi anche qui) con il quale pure riscontro affinità, stremato fino a morirne dallo scavalcare muri e fossati, che dividono i popoli, dal costruire ponti e rapporti, contatti rispettosi delle differenze. Così mi pare Tiziano Terzani, cinese e poi indiano, ma sempre e più profondamente “fiorentino, un po’ italiano, europeo”, di un’Europa che sappia accogliere culture diverse, nella convivenza pacifica, accogliendone anche i portatori.
L’esperienza profonda dell’Advaita, della Nonseparazione, non lo ha reso indifferente alle sorti dei suoi simili; se mai lo ha reso più sensibile alla “orribile meraviglia che è la nostra razza: l’umanità”.

Alex Langer
Alex Langer

L’esercizio che ho proposto all’inizio è l’avvio dei suoi appunti per il discorso del matrimonio della figlia (l’ultimo in pubblico, nel 17 gennaio del 2004). Più avanti leggiamo: “Mai il mondo si è trovato dinanzi a scelte più drammatiche. Noi, gli umani, siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione. In nome della civiltà il mondo occidentale, guidato da una superpotenza che non ha ancor imparato la lezione della Storia – che tutte le superpotenze sono transitorie, impermanenti, effimere come ogni altra cosa -, sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia ai trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto per la protezione dell’ambiente. In un mondo così instabile occorre che le sue componenti fondamentali siano salde.

L’umanità aveva lavorato con enormi difficoltà, dopo le due più catastrofiche guerre del secolo scorso, per rendere illegale la guerra, e trovare altri modi di risolvere i conflitti internazionali, al punto che molti Stati hanno incluso questo principio nelle loro costituzioni. Oggi la guerra è tornata ad essere un fatto accettato. La guerra non è più un tabù non soltanto per coloro che hanno deciso di romperlo, ma – fatto ancora più inquietante – per i tanti cosiddetti intellettuali, diventati lacchè dei potenti, che provano gusto a lodare la guerra; o per quelli che si servono della guerra e in nome del realismo godono della sconfitta di quelli che continuano a credere nella possibilità della pace. Per loro il pacifismo è una degenerazione dell’uomo, di cui dicono che è bellicoso per sua natura, che sempre è stato e sempre sarà violento. Ma vi prego, vi prego, riflettete su tutto ciò e rendetevi conto che non c’è futuro nella violenza. Vi esorto a educare i vostri figli alla nonviolenza, a educarli al rispetto alla vita, a tutta la vita…”

Sì la nonviolenza: apertura al vivente, alla sua esistenza, alla sua libertà, al suo sviluppo. La nonviolenza è il punto di applicazione più profondo per il sovvertimento di una realtà inadeguata. Così a Verona un mese fa nel giorno della Liberazione abbiamo detto che oggi Resistenza è Nonviolenza, Liberazione è Disarmo. Non saremmo dispiaciuti a Terzani, purché poi ci comportassimo coerentemente.

Questo articolo è già apparso su ferraraitalia con altro titolo il 28 maggio 2014

Gandhi nonviolenza

FEMMINICIDI: DARE I NUMERI NON BASTA

 

Sono 50 o 83?

Il susseguirsi di femminicidi delle ultime settimane interroga ciascuno di noi su cosa si sarebbe potuto fare per evitarli e quale intervento siamo collettivamente in grado di mettere in campo per impedire altre morti. I temi sono molteplici. Ne indico quattro.

Spulciando tra le notizie ho letto su autorevoli quotidiani che i femminicidi avvenuti nel 2021 sono per alcune testate 50, per altre 83.
Potrà sembrare una questione di poco conto; io credo invece che non sia così. Passi uno scarto di poche unità, ma un divario tanto grande si spiega solo con l’applicazione di criteri differenti, ovvero con diverse concezioni di quello che solo da pochi anni viene pensato come fenomeno sociale e non come susseguirsi di eventi tra loro scollegati.

Che sia giusto occuparsene con un’attenzione mirata non ho dubbi, e non so quale misura sia giusta, se 50, 83 o un’altra ancora. Ho il timore che la parola “femminicidio”, come è successo alla parola “bullismo” per stare a un tema che studio da tempo, finisca per essere usata dai media e da tutti noi come passepartout, e quando un termine vuol dire tutto, finisce per non significare più niente.

Mi capita di vedere affibbiare l’etichetta di femminicidio a qualsiasi omicidio di una donna e non mi pare appropriato: un tossicodipendente può uccidere, in una rapina, una donna o un uomo nello stesso modo se ha bisogno di denaro. Proprio per questo sarebbe opportuno comprendere bene che cos’è il femminicidio, riconoscerne i contorni e costruire su questo un consenso diffuso.

Troppe armi in casa

Non ho una statistica sottomano, ed è vero che tante donne sono state uccise altrimenti, ma mi pare ricorrano le armi da fuoco associate a mestieri che le prevedono, quali la guardia giurata, o carceraria, o l’appartenenza alle forze dell’ordine. Mi domando la ragione per cui chi svolge queste professioni si porta a casa l’arma di ordinanza, anziché riporla in un’armeria, sul luogo di lavoro, arrivato a fine giornata.

Dopotutto i chirurghi non tengono il bisturi in tasca. E sarà ozioso, ma io mi chiedo quale messaggio implicito riceva chi può trattare come propria la pistola che gli è affidata per motivi professionali. Come percepisca il proprio potere nelle relazioni anche una volta smessa la divisa. E quali controlli si facciano per accertare l’equilibrio personale di chi per mestiere è armato.

Le deformazioni professionali ci sono sempre: gli insegnanti tendono a dare i voti anche ai figli, gli infermieri a soccorrere il prossimo e via di seguito, ma alcuni atteggiamenti, trasposti dal lavoro al quotidiano, sono palesemente più rischiosi di altri.

Riconoscere la gravità della violenza nella coppia

Accantonati i femminicidi, ad altri tavoli straordinariamente importanti si discute a più voci su quanto debba pesare una denuncia per violenza, su quanto debba influire ad esempio sulle decisioni nel corso delle separazioni coniugali o dei procedimenti giudiziari per la tutela dei figli.

Due schieramenti opposti espongono i loro giusti argomenti. Da un lato, prendere decisioni ignorando la denuncia mette a rischio l’incolumità della vittima e dei bambini, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Dall’altro, convalidarla prima di una sentenza di condanna apre al rischio delle false accuse, e anche su questo i reclami non mancano.
Una strada per agire con equilibrio e precauzione deve però esistere. Non ne conosco una migliore di analizzare volta per volta la situazione, con il massimo scrupolo e nell’ascolto delle parti, consci di oscillare tra due possibilità di errore.

Da tempo sono stati messi a punto metodi che aiutano agenti di polizia, operatori sociali e sanitari a raccogliere dalla vittima le informazioni in modo accorto, per riconoscere i casi in cui rischia di più.
Queste metodologie non sono una panacea ma un aiuto sì, e applicarle sarebbe doveroso. Potrebbe avvenire dopo una formazione ampia ma approfondita per tutti coloro che professionalmente incontrano le vittime, affinché le ascoltino con le giuste accortezze e forniscano poi ai magistrati gli elementi necessari per riconoscere i casi di maggiore gravità e proteggere coloro che ne hanno bisogno.
In altri paesi europei è già così, l’Italia continua a essere inspiegabilmente diversi passi indietro.

Alleviare l’oppressione di ruoli di genere troppo costrittivi

Continuiamo a crescere bambini, poi ragazzi, poi uomini, che si negano le lacrime, o l’ascolto delle emozioni, e legittimano la violenza come soluzione a un affronto.
Sull’altro fronte ci sono ancora bambine, poi ragazze, poi donne, votate all’accudimento, al senso di colpa, al sacrificio di sé.

Gli uni e le altre sono meno presenti che in passato ma ci sono ancora – non servono grandi numeri perché si dispieghi la violenza – e l’intreccio tra culture e stili educativi diversi rimescola le carte.
Prevedere un’educazione all’affettività e al rispetto ben fatta, nella scuola pubblica in modo che includa anche chi non la riceve in famiglia, sarebbe un’azione preventiva estremamente importante.

Ripenso agli uomini che ho conosciuto personalmente perché avevano ucciso la madre dei propri figli. Provo a immaginare i tantissimi che non ho incontrato ma di cui si leggono le dichiarazioni: “lei mi tradiva… lei aveva detto di non amarmi più… voleva lasciarmi e non potevo sopportarlo,”.

A tutti loro vorrei dire che il disonore di un uomo tradito è niente rispetto a quello di un assassino. Che il conforto di sfogarsi con un gesto efferato è misero confrontato alla pena inestinguibile che ne consegue per avere spento una vita, sacra in sé e per ciò che significa in chi l’ha amata. Che la soddisfazione di dominare un’altra creatura è superficiale e minima se pensiamo al piacere di conoscere e farsi conoscere dall’altro, con tutta la fatica di mettere e lasciarsi mettere in discussione. Che la catastrofe di un abbandono la conosciamo benissimo anche noi donne, ma in genere la sciogliamo nell’abbraccio di un’amica e non arrogandoci il diritto di spegnere la vita altrui.

Un mio spunto di riflessione laterale: [Vedi qui]

Questo articolo è apparso anche sulla www.azionenonviolenta.it

PACE, NONVIOLENZA, DIRITTI UMANI, ACCOGLIENZA
Quelle parole dimenticate da Mario Draghi

 

di Alan Turquet

Con una scontata e schiacciante maggioranza il nuovo governo italiano, presieduto da Mario Draghi, si appresta a mettersi al lavoro.
Nel presentare la natura del suo governo il Presidente del Consiglio ha detto, nel suo discorso al Senato:
“Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti”.
Allora la domanda diventa, necessariamente, il governo di quale paese?
Cercherò di rispondere alla domanda, basandomi su quanto detto dal Presidente nel medesimo discorso, dal punto di vista delle cose di cui si occupa la nostra agenzia: la pace, la nonviolenza, i diritti umani, la nondiscriminazione.

La pace
La parola “pace” non è presente nel discorso di circa un’ora. In compenso l’Alleanza Atlantica è citata tre volte. Cosa significa in concreto? Gli è capitato per sbaglio? No,significa che possiamo scordarci una ridiscussione dell’acquisto di F-35 o di firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, alcune delle priorità condivise dalla totalità dei pacifisti italiani. Il paese che chiede la riconversione dell’industria bellica, quello del rispetto dell’articolo 11, quello del disarmo nucleare non è nemmeno citato.

La nonviolenza
Il discorso fa riferimento a valori: nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori”. Temiamo che i valori del “fachiro nudo”, come lo chiamava Churchill appartengano ad altre culture ed altri valori che l’ex-presidente della BCE non aggiunge al suo valore centrale “l’irreversibilità della scelta dell’euro”. In ogni caso la parola “nonviolenza” nemmeno appare nel discorso.

Diritti Umani
Ci crederete? Nemmeno “diritti umani” appare nel discorso. E quando si citano numerosi interessi e paesi che in qualche modo preoccupano il nuovo governo l’Egitto non appare nella lista. A dire la verità la parola “diritti”, almeno, appare quattro volte; una volta per prendersela con la Russia ed altri generici paesi dove si violano i diritti, altre tre  per parlare genericamente dei diritti dei cittadini, dei giovani e dei rifugiati.

Nondiscriminazione
“Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”.

Questo l’unico paragrafo, inserito nella parte di politica estera, dove si parla del tema immigrazione. Un po’ generico, sibillino e abbastanza poco. Integrazione? Diritto di cittadinanza? Centri di Detenzione?
Almeno Conte ci consolava con le sue pompose quanto retoriche citazioni del Nuovo Umanesimo. Qua non pare che si voglia uscire da una gestione manageriale ed emergenziale della pandemia, da un radicale riaggiustamento economico e fiscale a cui sembrano sottomessi anche l’interesse per l’ambiente, per i giovani, per la parità di genere che il discorso cita.
Così un governo che sembrava emergenziale ha un programma che vuole esplicitamente andare oltre l’emergenza, che parte dalla pandemia (senza cambiare né il Ministro né lo staff che ha lavorato finora), per un programma economico e fiscale abbastanza complesso; l’altra priorità richiesta con forza dal Recovery Plan, la transizione ecologica, ha già fatto rizzare i capelli in testa a tutti gli ecologisti vecchi e nuovi  per due motivi: la vaghezza delle funzioni del nuovo Ministero della Transizione Ecologica (più o meno il Ministero dell’Ambiente con qualche delega in più) e la scelta di mettervi a capo Roberto Cingolani, tecnocrate implicato in aziende  non particolarmente ecologiche come Ferrari e, soprattutto, Leonardo.

Infine il Governo Draghi è a un soffio dal record assoluto di appoggio unanime: all’opposizione resteranno uno sparuto gruppo di parlamentari di Fratelli d’Italia, di Sinistra Italiana e dei dissidenti del Movimento 5 Stelle che per altro detiene il record di aver partecipato a tutti e tre i governi della legislatura. Questo unanimismo apparente, giustificato con l’urgenza, sembra tristemente preludere alla nascita del Nuovo Partito, il PB, il Partito della Banca; ma soprattutto preludere anche alla fine della democrazia parlamentare, con le conseguenze del caso.
Molta “società civile” tace in attesa del miracolo; i movimenti sociali cominciano le loro proteste limitate dalla pandemia. A me pare che il caos avanzi e che non manchi molto per vederne i risultati. Conviene rimboccarsi le maniche.

NOTE
Olivier Turquet  scrive per raccontare la realtà da circa 40 anni. Ha collaborato con testate cartacee, radiofoniche ed elettroniche tra cui ama ricordare Frigidaire, Radio Montebeni, L’Umanista, Contrasti, PeaceLink, Barricate, Oask!, Radio Blue, Azione Nonviolenta, Mamma!. Ha fondato l’agenzia stampa elettronica umanista Buone Nuove e il giornale di quartiere Le Bagnese Times. E’ stato addetto stampa di svariate manifestazioni come: l’Internazionale Umanista, Firenze Gioca, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Attualmente coordina la redazione italiana di Pressenza.

Il presente articolo è stato recentemente pubblicato, con altro titolo, nella agenzia internazionale pressenza.com

In copertina: Il discorso programmatico di Mario Draghi alla Camera  (Foto governo.it)

UN ALTRO ANTROPOCENE
“Non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo.”

Le epoche geologiche non durano più come una volta. Credevamo di stare nell’Olocene (ὅλος καινός: assolutamente recente), cominciata poco più di 11 mila anni. Un’inezia in geologia.
Invece negli ultimi secoli, decenni, anni, mesi giorni, ore abbiamo fatto il disastro e ci siamo intestati l’epoca: Antropocene.

Consumiamo tutto quanto, vivente e no, e produciamo oggetti a un ritmo crescente. Già ora la Terra è artificiale. La natura è residuale. Ci sono più manufatti artificiali che esseri viventi. Pesano già di più. Solo la plastica (8 miliardi di tonnellate) pesa il doppio di tutti gli animali presi assieme. A una diversa Epoca umana, a un’altra Antropocene pensava Aldo Capitini. Qualche citazione come puro invito alla lettura.

Fin dai suoi primi scritti Capitini si pone il tema della relazione uomo-natura e il compito di migliorarla. Elementi di un’esperienza religiosa, 1937: “La concezione per cui tutto si collega, il cadere di un fiume, un’officina elettrica, un treno che corre, una catasta di legname, e la natura unita alla tecnica è tutta una sola cosa, un perenne lavoro, si integra e si eleva nella concezione che ogni affermazione è lavoro, è esprimersi, è personalizzarsi: attraverso l’affermazione, attraverso l’espressione, l’atto nobilita tutti”.

Alla base è il rispetto nonviolentoAtti della presenza aperta, 1943: “E non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo. Mostrerai che tu non sei figlio del torrente che scava, usurpa e fugge”. Così pure l’umanizzazione, storicizzazione della natura. Prime idee di orientamento,1944: “Del resto guardate quello che avviene nel modo di concepire la natura. La natura noi la umanizziamo, la tiriamo dentro la storia. Nella più autentica tradizione europea il sentimento della natura non prende una forma tumultuosa e oltreumana: la giungla, il polo, il deserto ci sembrano meno armonici”.
Lo scrupolo nonviolento si può spingere oltre. Il problema religioso attuale, 1948; “Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o muovere una locomotiva può essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade. Può darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico…”.

Non che la natura sia in sé buonaColloquio corale, 1955: “Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo i bimbi travolti”. Va trasformata dunque, resa migliore. Religione aperta, 1955: “la realtà dei fatti, dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, dove pare che la morte chiuda l’essere, e dove il peccato chiude la persona, non merita di crescere eterna, anzi mi apro a che si trasformi. Che ceda, e renda possibile quella prima e vera e autentica realtà di tutti”.

È compito delle donne e degli uomini persuasi della nonviolenza. Rivoluzione aperta,1956: “Trasformiamo i nostri animi usando mezzi nonviolenti verso tutti; e questo amore e sacrificio ci dà la garanzia che ciò che non potremo cambiare noi con le nostre forze umane, sarà cambiato dal futuro, dall’infinito, dalla natura dalla storia, da Dio (secondo le varie fedi: qui non importa; ciò che conta è questa apertura oltre le nostre forze attuali, in nome dell’amorevolezza per tutti, della rettitudine, della purezza nei valori di cui la coscienza si alimenta). Noi vogliamo, dunque, una trasformazione totale del potere, dell’economia, della natura…”.
L’aiuto invocato, necessario e decisivo viene dalla “compresenza”. La compresenza dei morti e dei viventi, 1966: “così possiamo tracciare qualche schema per l’aggiunta di una realtà liberata, e lo schema che tracciamo è quello di una realtà in cui ogni singolo essere sia un centro autoproduttore in eterno, un’unità che crea una sua realtà adeguata, al posto di una natura unitaria ed esterna, che uccide i singoli e impedisce ai vivi di vedere i morti nel loro far parte della compresenza. Questa natura se ne andrà come una nebbia al sole, anzi facendosi notare anche meno”.

In Omnicrazia: il potere di tutti, 1968, Capitini indica come la nonviolenza possa giungere a liberare dai condizionamenti nei quali viviamo. “L’individuo si trova in gruppi di condizionamenti, che per semplificazione abbiamo ridotto a tre: lo Stato, l’Impresa, la Natura. Egli si sente individuo che lotta là dentro, per migliorare la sua condizione: per esser cittadino con certi diritti garantiti; per essere lavoratore non sfruttato dai proprietari dell’impresa; per mantenere la propria vitalità: tre sforzi continui, che durano finché riescono… Secondo una mentalità, che si è formata nel passato, più difficile si presenta il piano di investire con un’aggiunta la terza ‘istituzione’, il mondo della Natura con i suoi condizionamenti. Qui il compito di agire è affidato al lavoro dell’uomo in generale che trasforma e adegua all’umanità la Natura, e, in particolare e in modo eminente, a persone che impediscono i mali che essa potrebbe produrre nell’individuo, con il suo funzionamento”

L’aggiunta di gran lunga più difficile è dunque quella nei confronti della Natura, non poi così labile come nebbia al sole. “Quella contrapposizione assoluta tra le due posizioni, della compresenza come salvezza degl’individui e della Natura come distruzione degl’individui (che essa produce, secondo il detto leopardiano: «madre in parto ed in voler matrigna»), si attenua se viene visto nella compresenza un dinamismo, alla cui punta estrema sta la trasformazione della Natura ‘secondo la compresenza’. Ciò che si può fare attualmente è anzitutto mantenere questa apertura, e riaffermare sempre la scelta della compresenza come superiore alla Natura, il valore dell’apertura agli esseri di contro al fatto che il pesce grande mangi il pesce piccolo. La persuasione della nonviolenza si rifiuta di accettare come insuperabile l’ordine della Natura, nel quale la vita dell’uno risulti dalla morte dell’altro, e sconnette quest’ordine imprimendo un moto verso un altro ordine, e cercando senza tregua nella Natura stessa esseri individui, da vedere collegati nel nesso della compresenza, allargando questa agli esseri detti ‘subumani’, portando l’amore e il rispetto della vita il più possibile nel profondo della stessa Natura, come esempio, orientamento e speranza che lo spazio e il tempo nulla tolgano al rapporto con ogni essere, che la malattia, la morte, la separazione, siano vinte dall’unità e interdipendenza di tutti”.

Anche a chi non condivide la “persuasione” di Aldo, quindi anche a me, propongo la lettura di Finitudine di Telmo Pievani. La debbo alla segnalazione di Marianella Sclavi. C’è un punto da ricordare, assieme a molti altri. “Anche se ognuno di noi finirà, anche se la vita finirà, anche se la Terra finirà, anche se le galassie si raffredderanno, anche se l’universo in un gran botto finirà, anche se tutto cadrà in una notte perpetua, nulla potrà cancellare il fatto che, in un angolo marginale del cosmo, è esistita una specie in grado di comprendere la propria finitudine e di sentirsi libera di sfidarla”. Io sono lieto di avere conosciuto la mite, peculiare, irriducibile sfida e aggiunta di Aldo Capitini.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

Dove soffia lo Spirito del mondo

Magari non lo chiameremmo così, ma di qualcosa che ci dica che la nostra vita, e quella di tutti, ha un senso sentiamo il bisognoNon vorremmo ripetere con Macbeth: “Life’s but a walking shadow, a poor player, that struts and frets his hour upon the stage, and then is heard no more. It is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing”La vita è solo un’ombra che cammina: un povero istrione, che si dimena, e va pavoneggiandosi sulla scena del mondo, un’ora sola: e poi non s’ode più. Favola raccontata da un’idiota, tutta piena di strepito e furore, che non vuol dir niente.

Hegel vede lo Spirito del mondo e ne scrive all’amico Niethammer il 13 ottobre 1806. “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… Da giovedì a lunedì progressi così grandi sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
Non è un’infatuazione. Nell’opera che sta scrivendo, La fenomenologia dello Spirito, riappare chiaramente, per quanto il linguaggio del filosofo lo permetta. La Rivoluzione francese illumina e conclude il vecchio ordine. “Il graduale sgretolamento, che finora non alterava la fisionomia della totalità, viene infine interrotto dal sorgere del sole che, come un lampo improvviso, fa apparire in un colpo solo la struttura del nuovo mondo”. Termina così il confronto doloroso tra “il regno della cultura” e il “mondo della fede, il regno dell’essenza”. Questo processo dello Spirito prevede il passaggio dalla Francia alla Germania, “allora lo spirito, prima estraniato completamente entro sé, abbandona questo territorio della cultura e giunge in un’altra terra, nella terra della coscienza morale”.
La rivoluzione può degenerare nell’anarchia e nel terrore perseguendo un’utopia. “La libertà universale non può produrre nessuna opera e nessun atto positivi, e le resta soltanto l’attività negativa. La libertà universale è soltanto la furia del dileguare”. Fortunatamente c’è chi (Napoleone) rimuove la realtà “in modo universale – e quindi per tutti – riproducendo un altro mondo, un altro diritto, un’altra legge e altri costumi, al posto di quelli esistenti”. Le masse, passata l’ubriacatura giacobina, “ritornano a un‘opera particolare e limitata: proprio per questo, però, ritornano alla loro realtà sostanziale.”

Pure Adorno lo vede, in altra forma nel frattempo assunta, e ne scrive nel 1944 citando le V2, Vergeltungswaffe 2, precursore tedesco di tutti i missili balistici. “Come il fascismo, le V2 sono lanciate e senza soggetto nello stesso tempo. Come il fascismo, uniscono la massima perfezione tecnica alla cecità assoluta. Come il fascismo, suscitano il massimo terrore e sono perfettamente vane. Ho visto lo Spirito del mondo, non a cavallo, ma alato e senza testa: e questo confuta, nello stesso tempo, la filosofia della storia di Hegel”. Nessun progresso è assicurato. Adorno l’ha visto mutarsi in regressione proprio “nella terra della coscienza morale”, annuncio di catastrofe per l’intera umanità. La dialettica, il momento negativamente razionale, non apre ad alcuna positività futura. Di fronte al male, che appare invincibile, si pone l’esigenza di resistenza e opposizione, che il pessimismo sull’esito non ferma. A sorreggerla è la tensione verso una realtà altra e migliore, intravvista nei momenti più felici della storia.

Nel 1946 Napoleone ritorna in un’annotazione di Aldo Capitini a proposito delle vicende del Partito d’Azione. “Studi La Malfa la situazione italiana più sotto lo strato politico… vedrà che in Italia non può svilupparsi un Roosevelt o un Napoleone della politica. In Italia bisogna animare una sinistra, trasferire là tutti i fermenti e gli elementi del rinnovamento perché là sia la socialità e libertà e religiosità, perché là sia una capacità creativa pari a quella, immensa, del passato italiano”.

Nel 1947 un allievo di Capitini, Silvano Balboni, scrive sul settimanale socialista da lui diretto un pezzo del quale mi piace riportare qualcosa. “Pestalozzi e Napoleone. Una nuova educazione per un’umanità nuova. Quando Pestalozzi arrivò a Parigi con la Consulta Elvetica, si volle che Napoleone avesse l’occasione di parlare un momento con l’illustre educatore, ma Cesare aveva altro a cui pensare. ‘Non ho il tempo di occuparmi dell’abc’, disse spazientito. Raccontando con arguzia l’episodio, nel suo dialetto zurighese, Pestalozzi concludeva: ‘Ebbene, se io non ho visto Napoleone, neanche lui, dopo tutto, mi ha visto’. È un episodio eloquente sulla differenza dei due metodi, quello del dittatore che vuole organizzare l’ordine umano dall’esterno con la forza e quello del giardiniere spirituale che vuole svilupparlo dall’interno coltivando nell’uomo, ancora bambino, il senso dell’armonia con l’amore. Anche oggi usciamo da un periodo durante il quale Cesare ha cercato di foggiare l’Europa a colpi di bombe e con le torture… Pestalozzi non voleva più chiese che elevano le debolezze dei governati e le peggiori ingiustizie dei governanti al di sopra del vangelo, né scuole praticanti un’educazione meccanica e preoccupate solo della memoria, né stati basati su registri e rapporti senz’anima, redatti da funzionari di ghiaccio”.

A proposito dello spirito universale e della chiesa, nel 1957, in “Discuto la religione di Pio XII” (subito all’Indice) Capitini torna al tema. “Una delle cose prime è di non far fare una brutta figura a Dio; meglio, se no, non nominarlo. Quel tale che disse di aver visto, in Napoleone, lo Spirito universale a cavallo, non lo disse certamente con tutta la calma e il rispetto dovuti”. Forse Pio XII non fa di meglio. Nella “Sertum laetitiae” ai vescovi degli Stati Uniti del 1939 è scritto: “Dio, che a tutto provvede con consigli di suprema bontà, ha stabilito che per l’esercizio delle virtù e a saggio dei meriti vi siano nel mondo ricchi e poveri”. Come noto i vescovi d’America (non solo loro) sono convintissimi di ciò. Meno convinto è Capitini sull’esercizio delle virtù. “Nel pensiero di Pio XII credo che si tratti, per esempio, della carità da parte dei ricchi, e della non invidia da parte dei poveri”. E neppure condivide l’opinione che grazie alla differenza “si possano saggiare i meriti, il valore maggiore o minore delle persone”.

“Quel tale” disinvoltamente citato è stato oggetto di approfondito studio da parte di Capitini. La realtà come si presenta è da lui anche più nettamente avversata e criticata di quanto faccia Adorno. Nel suo pensiero è l’esigenza di una radicale tramutazione di una realtà inadeguata. Può venire solo dall’aggiunta nonviolenta “con spirito e metodo proprio, all’opposizione verso la presente società”. Il senso che cerchiamo, solo un pensiero e una pratica alla nonviolenza ispirati potrebbero, forse, farcelo intravvedere.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it] 

Per un A B C della Nonviolenza

Chiacchierando con Daniele Lugli mi era venuta l’idea di chiedergli per i lettori di Ferraraitalia un breviario dall’A alla Z della Nonviolenza, di cui lui è oggi un testimone prezioso e un cocciuto attivista. Daniele ha nicchiato, forse perché è proprio la nonviolenza  che non sopporta  di essere inscatolata dentro un sistema rigido. Si vede però che quell’idea gli ha continuato a frullare in testa e dopo qualche settimana ha pensato che il modo più giusto e più “nuovo” di raccontare la non violenza era raccogliere e ordinare alfabeticamente le parole da uno scritto di Aldo Capitini. Buona lettura.
(F.M)

Caro Checco tu mi chiedi un breviario della nonviolenza. Non ne sono capace. Non sono neppure nonviolento e non solo perché Capitini ci diffidava dal dirci tali. “Vi troveranno tutti i difetti! Al più ditevi amici della nonviolenza”.
Io sono, come riesco, un amico delle amiche e degli amici della nonviolenza. Tra loro Aldo Capitini. “Libero religioso e rivoluzionario nonviolento / pensò e attivamente promosse l’avvento / di una società senza oppressi / e l’apertura di una realtà liberata”, secondo l’iscrizione sulla sua tomba dettata da Walter Binni.

La definizione di nonviolenza, appresa da lui, è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo degli esseri. Quindi converrà partire da apertura e, cominciato con la A, proseguire con la B e con la C. Ti propongo allora un ABC della nonviolenza, composto con piccole citazioni dal breve scritto autobiografico di Capitini diventato testamentario, Attraverso due terzi del secolo. Porta la data del 19 agosto 1968. Aldo è morto esattamente due mesi dopo. Quell’agosto, amici e famiglie con figli piccoli, eravamo al Centro Educativo Italo Svizzero, per un breve soggiorno comune a parlare di nonviolenza e a progettare iniziative. Piero Pinna telefonava per sentire se Capitini ci sarebbe venuto a trovare. Non venne. Non stava bene. Si preparava a un’operazione alla quale non sopravvisse. Ecco l’ABC che ricavo da quel breve scritto.

A come apertura

Nell’antifascismo: “ho sempre meglio chiarito per me e per gli altri che cosa significasse la piú profonda apertura a tutti (sono stato colui che piú ha usato nel periodo fascista il termine di ‘apertura’, anche nei libri allora pubblicati) … La mia provenienza era diversa, con un’apertura alle singole individualità e alla loro finitezza, con una severa considerazione dei mezzi rispetto ai fini, con la tendenza a vedere il rapporto intersoggettivo e la comunità di tutti anche oltre la realtà della vita e della morte… un’apertura, alla molteplicità del tu-tutti, della teogonia dell’atto gentiliano. Se i miei Elementi del ’37 potevano appartenere ad una letteratura esistenzialistica, per altro verso il richiamo al singolo era inquadrato, appunto in nome dell’’apertura’ e di una escatologia. Il libretto degli Atti della presenza aperta espresse, nella forma letteraria di salmi molto sintetici, questa posizione costruttiva di apertura. Dal 1931 al 1944 ha costituito il nucleo di una riforma, di limitata diffusione anche per le condizioni della dittatura, ispirata da una libera circolazione del gandhismo, in sintesi con elementi occidentali, da uno sviluppo dell’apertura anche nel campo di una nuova società.”

Dopo la Liberazione “indicai il lavoro religioso come consistente nella ripresa, nell’etica contemporanea, dei temi della mitezza, del perdono, della nonviolenza, e nell’apertura massima alla realtà di tutti, alla compresenza di tutti gli esseri… Le ragioni della critica storica neotestamentaria, l’utilizzazione di apertura anche nelle religioni istituzionali, il nesso della religione da un lato con la nonviolenza, dall’altro con la riforma della società, l’esigenza costante della libertà anche nella vita religiosa… Dal 1944 al 1968 ha fatto il piú che ha potuto per creare strumenti di collaborazione sulla base dell’interesse religioso (Movimento di religione, Movimento per una riforma religiosa in Italia, religione aperta, Centro di orientamento religioso); ha delineato meglio gli aspetti teorici, dal tema dell’apertura al tema della compresenza, in libri, articoli e lettere di religione; ha diffuso anche opere di polemica religiosa (con Pio XII, sul battesimo, sul Concordato)”.
Con gli Atti della presenza aperta ricorda pure gli scritti Religione aperta ed Educazione aperta.

B come basso (dal basso)

La mia spinta alla politica, viva fin dalla fanciullezza (e dico prima dei dieci anni), finalmente si veniva concretando, anche per opposizione alla dittatura, in una sintesi di libertà e di socialismo, criticando nel liberalismo la difesa dell’iniziativa privata capitalistica e nel socialismo vittorioso la trasformazione in statalismo non aperto al controllo dal basso e alla libertà di informazione e di critica per ogni cittadino, anche proletario”.

Dalla vittoria del fascismo una lezione per il futuro “La lezione era che bisogna preparare la strategia e i legami nonviolenti da prima, per metterla in atto quando occorre; e nessuno può negare che in Italia nel 1924, al tempo del delitto Matteotti, e in Germania nel 1933, una vasta e complessa azione dal basso di non collaborazione nonviolenta sarebbe stata occasione di inceppamento e di caduta per i governi”.

Negli anni sessanta “Quando vedo lo sviluppo che hanno preso oggi tre temi a me cari e congiunti in unità: il rifiuto di ogni guerra, la democrazia diretta con il controllo dal basso, la proprietà resa pubblica e aperta a tutti; e vedo le crescenti discussioni circa i temi cattolici, penso che avessi ragione ad aspettare da un periodo post-fascista la piena utilizzazione del mio contributo… la democrazia diretta (o omnicrazia, come la chiamo), il controllo dal basso in ogni località e in ogni ente, i consigli di quartiere e i centri sociali, i comitati e le assemblee, la libertà di informazione e di critica, permanente e per tutti.

La rivoluzione nonviolenta e l’esempio di Dolci “ho fatto conoscere a Danilo tutti i miei amici laici da Calamandrei a Bobbio, e tanti altri (egli era in partenza cattolico), l’articolazione dell’apertura religiosa e della non violenza, i miei articoli sul piano sociale e sul lavoro dal basso, mediante centri di educazione degli adulti e di sviluppo sociale… la cosa non era cosí semplice come pareva ad alcuni stalinisti nel primo decennio dopo la Liberazione; oggi, vista la rivoluzione violenta inattuabile e cresciuta l’esigenza di un’articolazione democratica in cui il ‘basso’ conti effettivamente, ferventi comunisti arrivano a scrivere la formula ‘socialismo e libertà’”.

C come centro

Sempre Capitini ci invitava a farci centro di proposta e di azione “Con gli Elementi era apparsa la fiducia nella costituzione di attivi ‘centri’ per una riforma religiosa, e ne era indicato, in fondo, già sorto uno, di una ricerca che da allora non si sarebbe interrotta, legato alla mia attività… Fino al 1944 io non avevo formato, per la mia riforma, nulla di veramente istituzionale, ed ero isolato, fors’anche piú di quanto alcuni pensassero. Se fossi morto, non ci sarebbe stato che ciò che avevo detto e scritto, e alcuni atti e decisioni; cioè il centro era stato una persona… Ricominciavo veramente da una posizione di centro individuale, e mai, forse, parola è stata piú adatta alle mie iniziative… la costituzione a Perugia, in Via dei Filosofi, di un Centro di orientamento religioso (C.O.R.) per periodiche conversazioni e di un Centro per la nonviolenza aveva a poco a poco sostituito la convocazione di convegni romani con la sollecitazione a costituire centri, come a Perugia, il che poi nessuno ha fatto in modo continuato e aperto come a Perugia”.

Non solo ci invitava a farci centro ma a costituirne, rinnovando l’esperienza dei Centri di Orientamento Sociale, i C.O.S. Dopo quello di Perugia il C.O.S. di Ferrara, animato da Silvano Balboni è stato il più rilevante. “Subito dopo la liberazione di Perugia, nel luglio 1944, costituii il Centro di orientamento sociale (C.O.S.) per periodiche discussioni aperte a tutti, su tutti i problemi amministrativi e sociali. Fu un’iniziativa felice che convocava molta gente e le autorità (tra cui il prefetto e il sindaco), molto desiderata da tutti per l’interesse ai temi e per la possibilità di «ascoltare e parlare»; e si diffuse nei rioni della città, in piccole città dell’Umbria, e in città come Firenze e Ferrara. Nessuna istituzione la diffuse e la moltiplicò, e il mio sogno che sorgesse un C.O.S. per ogni parrocchia era molto in contrasto con il disinteresse e l’avversione che, dopo pochi anni, sorse in molti contro un’istituzione cosí indipendente, aperta, critica; né si poteva dire che l’organizzazione ne fosse difficile; ci sarebbe voluta tuttavia una virtú: la costanza… Non lo Stato antifascista, ma molto meno quello che seguí al 1948, erano in grado di valersi dei C.O.S. ed inserirli nella struttura pubblica italiana, ad integrazione della limitata democrazia rappresentativa del parlamento e dei consigli comunali e provinciali”.

C come compresenza

C’è un nocciolo religioso che sfocia nella compresenza, nel tutti che è plurale di tu e che neppure la morte può annullare “nella prigione e durante l’esplicazione della rivolta partigiana (a cui non partecipai) mi si concretò l’idea dello stretto rapporto intersoggettivo che si esprimeva nella nonviolenza, e, nascosto in campagna mentre si sentivano i tedeschi passare nella notte lungo le strade, scrissi quel libretto La realtà di tutti (nella primavera del 1944), che completa la mia tetralogia antifascista, con un supremo appello alla compresenza di tutti… la religione, per me, è piú della compresenza che di Dio; e perciò la compresenza di tutti (religiosamente dei viventi e dei morti) deve continuamente realizzarsi, come ho già detto, nell’omnicrazia, e chi è centro della compresenza è centro anche di omnicrazia… in quanto pone il tema della ‘discesa’ degli elementi ideali nell’umanità e in una tensione escatologica, il marxismo può essere un passo verso una concezione religiosa della compresenza… È da rilevare anche come si presenta l’apertura religiosa alla compresenza: fuori di ogni pretesa ontologica di tipo vecchio, autoritario e sistematico, che ‘costringa’ gli altri, ma come libera aggiunta alla base di ogni realtà, vedendo ogni essere nascere nella compresenza per sempre, oltreché nella natura che lo consuma…Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro ‘puro dopo’ la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza”.

come comunità aperta

Se la compresenza esprime il massimo dell’apertura, perché accanto ai vivi pensa i morti collaboranti nascostamente al valore, la rivoluzione nonviolenta dal basso mira alla Comunità aperta “ Ci vorrà una profonda concezione religiosa che abbia arricchito l’uomo, e fors’anche una grande semplificazione nella vita, che non impedirà ai piú alti valori di avere il primato, perché diventi conseguente un modo di trattare tutti, nel modo piú aperto, con crescenti uguaglianze, con la gioia di portare gli ultimi tra i primi. Questa comunità nella società sarà la premessa di una vittoria sulla stessa natura, diventata al servizio di tutti come singoli”.

A me piace ricordare che la parola d’ordine della Comunità aperta è uscita dal miglior convegno capitiniano, nel maggio del ’48, organizzato a Ferrara da Silvano Balboni. Quel convegno fu decisivo nella scelta di obiezione di coscienza di Piero Pinna.

UN’ALTRA DIFESA E’ POSSIBILE
Una Petizione al Parlamento per rilanciare la Campagna

Una Petizione al Parlamento per rilanciare la Campagna “Un’altra difesa è possibile”

In occasione e in preparazione della Festa della Repubblica, e della sua Costituzione che ripudia la guerra, le sei Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale per il Servizio Civile, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!, Tavolo Interventi Civili di Pace) rilanciano la mobilitazione con una richiesta diretta a Camera e Senato.

Le reti dell’associazionismo italiano che si occupano di pace, disarmo, solidarietà e servizio civile rilanciano unitamente la mobilitazione che chiede riconoscimento e sostegno a chi difende i valori costituzionali senza ricorrere alle armi. La nuova fase della Campagna  Un’altra difesa è possibilevuole aprire un’ulteriore interlocuzione con le istituzioni.

“Ci rivolgiamo a Senato e Camera per offrire un dialogo tra società civile e organi parlamentari sul tema attualissimo e decisivo della difesa della Patria – afferma Mao Valpianacoordinatore della Campagna e presidente del Movimento Nonviolento, intervenendo a nome delle 6 Reti promotrici –. Abbiamo scelto di utilizzare lo strumento della Petizione, previsto dall’articolo 50 della Costituzione, per rivolgerci al Parlamento e chiedere di legiferare per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta“.
Nel corso della 17a legislatura la nostra Campagna era riuscita a raccogliere le firme sufficienti per una Proposta di Legge di iniziativa popolare, successivamente trasformata in Proposta di Legge parlamentare con più di 70 firmatari incardinata nelle competenti Commissioni della Camera dei Deputati. Con il passo odierno chiamiamo di nuovo in causa i Parlamentari della Repubblica, a partire dalla Presidente del Senato On. Maria Elisabetta Alberti Casellati e dal Presidente della Camera dei Deputati On. Roberto Fico a cui abbiamo inviato richiesta di incontro con i rappresentanti della Campagna.

In questi mesi l’intera comunità nazionale ha difeso, con costi e impegno altissimi, la salute individuale e la sanità pubblica. È stato giusto così. Non c’è bene superiore del diritto al vita per tutte e tutti, il resto viene dopo.
La difesa della Patria, cioè l’integrità della nostra comunità, è affidata dalla Costituzione ai cittadini ed è un sacro dovere che riguarda ciascuno. La difesa civile, non armata e nonviolenta è già riconosciuta da diverse sentenze della Corte Costituzionale, ed è presente nella legislazione vigente. Va implementata, va rafforzata, va finanziata; c’è bisogno di un quadro normativo e l’istituzione del Dipartimento è necessaria per avere uno strumento operativo ed efficace al fine di coordinare le varie forme di difesa civile non armata e nonviolenta: dal Servizio Civile universale alla Protezione civile, dai Corpi civili di pace ad un Istituto di ricerca per la risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Oggi il bilancio del comparto della Difesa è assorbito interamente dai costi della difesa militare armata, con tutto ciò che ne deriva a riguardo di nuovi sistema d’arma, strutture, esercizio ed anche con un impatto su import ed export militare. Noi chiediamo oggi quantomeno il riconoscimento della parità costituzionale tra difesa militare e difesa civile: pari dignità, pari legittimità. Senza chiedere ulteriori sacrifici ai cittadini, proponiamo una contrazione delle spese militari a vantaggio di maggiori finanziamenti per la difesa civile.
La nostra proposta di Legge prevede, infatti, che ai cittadini contribuenti sia offerta l’opzione fiscale, con la possibilità di scegliere se destinare il proprio contributo al finanziamento del Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta. “Il 2 giugno è la festa della Repubblica – conclude Valpiana – concepita nell’urna referendaria, quindi con il più civile dei processi democratici. Queste sono le nostre radici.La Repubblica che ripudia la guerra ha bisogno della Difesa civile non armata e nonviolenta“.

LA PETIZIONE INVIATA AL PARLAMENTO (formato PDF)
QUI UNA SCHEDA CON LA CRONOLOGIA DELLA CAMPAGNA

Le Dichiarazioni dei rappresentanti delle sei Reti promotrici

“Sono centinaia nel mondo gli operatori di pace italiani che oggi gestiscono progetti di riconciliazione, mediazione, dialogo tra fazioni e comunità in conflitto, accompagnamento nonviolento dei difensori dei diritti umani, monitoraggio e denuncia degli attacchi contro i civili. Salvano vite umane ogni giorno e pongono le basi per una pace sostenibile. I più giovani lo stanno facendo come Corpi Civili di Pace in un programma sperimentale del Servizio Civile Nazionale, i più esperti come cooperanti, consulenti di organizzazioni internazionali o di ambasciate di altri paesi. E’ ora che l’Italia riconosca dignità al lavoro di pace nonviolento e che lavori per organizzare a finanziare contingenti di Corpi Civili di Pace nel mondo, a sostegno della società civile locale”.
Martina Pignatti Morano, co-referente Tavolo Interventi Civili di Pace

“Per reagire alle minacce alla nostra sicurezza (clima, salute, lavoro) non servono le armi, serve una difesa civile e nonviolenta. Il Servizio Civile Universale è già oggi, anche se in misura parziale, un’esperienza di difesa civile. Parziale perché per carenza di fondi solo il 50% di giovani che chiede di partecipare è poi avviato al servizio. Ma non solo di soldi si tratta. Stenta a entrare nelle istituzioni la realtà e l’attualità della difesa civile. La proposta di legge generata dalla Campagna Un’altra difesa è possibile è la risposta. Per questo sosteniamo la campagna e sollecitiamo il Parlamento a legiferare in materia, a partire proprio dalla proposta firmata da decine di migliaia di cittadini e depositata in Parlamento.”
Licio Palazzini, presidente Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile

“La pandemia ha scoperto le fragilità e le contraddizioni del nostro sistema. Il 2 giugno, festa della Repubblica, ci deve far riflettere su una contraddizione oramai non più giustificabile: la mancanza di un sistema di difesa civile e nonviolenta. Oggi più che mai è indispensabile riordinare le priorità e la spesa pubblica in funzione dei bisogni delle persone e del territorio. Occorre superare un concetto di altri tempi, che vuole la difesa in funzione del nemico, della guerra, del doverci difendere da un esercito invasore, quindi, delegando e relegando la difesa esclusivamente alle armi ed al militare.
Il ripudio della guerra richiede un salto culturale e politico netto a partire proprio dal concetto e dalla pratica della difesa che sempre più deve essere a supporto ed a protezione della collettività, dei diritti umani, del lavoro, dell’ambiente, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli”.
Sergio Bassoli, segreteria Rete della Pace

“Riteniamo che prima possibile il Parlamento debba approvare una legge per l’istituzione del dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta. Serve mettersi a servizio di attività ed iniziative concrete sulla base della consapevolezza del fatto che oggi la vera sicurezza è sociale ed ambientale. Di questo abbiamo bisogno e i rischi e le minacce che vediamo minare le nostre comunità possono essere affrontati solo con impegni e investimenti nella sicurezza che la difesa non armata può portare. Proponiamo un cambiamento radicale anche nell’uso della spesa pubblica”.
Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci!

“La strada che noi indichiamo con questa proposta di legge è quella di coinvolgere i cittadini in azioni di solidarietà, di educazione e promozione culturale, di impegno attivo verso la comunità e a favore dei singoli. Questo è per noi il modello di difesa più efficace, quello che si preoccupa di prevenire i conflitti sociali, di avvicinare le differenze culturali e religiose, di tutelare i diritti dei più deboli. Educando i cittadini a questo garantiremo al futuro di questo paese una pace duratura. Anche in questo caso l’Italia potrebbe mostrare all’Europa e al mondo una buona pratica innovativa”.
Enrico Maria Borrelli, presidente Forum Nazionale Servizio Civile

“Siamo felici di accompagnare le altre sei Reti promotrici in questa nuova fase della nostra mobilitazione. Tutte le nostre altre campagne (per la riduzione delle spese militari, per la riduzione della produzione e commercio di armamenti) saranno completate solamente quando sarà data opportunità a tutti i cittadini e le cittadine di accedere ad una forma istituzionalizzata di difesa non armata e nonviolenta. Dobbiamo costruire una vera salvaguardia: delle persone, delle vite, della salute, dell’ambiente. Ripartiamo con grande slancio tutti insieme”.
Francesco Vignarca, coordinatore Rete Italiana per il Disarmo

Per ulteriori informazioni sui contenuti della Proposta di Legge e sul tema della difesa civile non armata e nonviolenta: www.difesacivilenonviolenta.org

Mail: info@difesacivilenonviolenta.org – tel. 045/8009803 – mobile 348/2863190

PAESE CHIUSO, FABBRICHE D’ARMI APERTE.
La furia del virus illustra la follia della guerra

Il Segretario Generale dell’ONU chiede “un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo.
È ora di fermare i conflitti armati e concentrarsi, tutti, sulla vera battaglia delle nostre vite”. António Guterres ricorda “Il nostro mondo fronteggia un comune nemico: Covid-19. Al virus non interessano nazionalità, gruppi etnici, credo religiosi. Li attacca tutti, indistintamente. Intanto, conflitti armati imperversano nel mondo. E sono i più vulnerabili – donne e bambini, persone con disabilità, marginalizzati, sfollati – a pagarne il prezzo e a rischiare sofferenze e perdite devastanti a causa del Covid-19. Non dimentichiamo che nei Paesi in guerra i sistemi sanitari hanno collassato e il personale sanitario, già ridotto, è stato spesso preso di mira. Rifugiati e sfollati a causa di conflitti sono doppiamente vulnerabili. La furia del virus illustra la follia della guerra”.
Il segretario parla come sempre dovrebbe parlare e agire l’ONU. E’ nata per questo organizzazione: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…”.
I grandi e più che potenti, sono infatti prepotenti, non lo ascoltano. Neppure noi.
l decreto ferma le industrie non essenziali, non quelle che producono armi 
 per continuare i massacri.
Si ferma l’economia civile ma quella incivile continua a lavorare.
di Daniele Lugli

STOP ALLE FABBRICHE D’ARMI: IL TESTO DELL’APPELLO

Governo e Covid-19. È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. La pubblicazione del Decreto della Presidenza del Consiglio relativo alle più recenti (e dure) limitazioni a causa del coronavirus, in particolare per le attività produttive, ha riservato una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate viene infatti prevista la possibilità per l’industria della difesa di rimanere operativa, mentre invece la grande maggioranza delle aziende deve rimanere chiusa.
Sembra davvero che l’industria militare sia intoccabile, e che il governo Conte consideri la produzione di sistemi d’arma tra le attività strategiche e necessarie. Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l’insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell’industria delle armi.
È incomprensibile come il governo non abbia il coraggio di ordinare questo stop, se addirittura il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, ha dichiarato: «Fino a poco tempo fa era considerata strategica l’industria bellica, adesso abbiamo capito che non ce ne frega niente, meglio avere una provetta, un respiratore».
Positive sono state le immediate reazioni dei sindacati, che hanno condotto a diversi scioperi spontanei anche in aziende a produzione militare, a testimonianza del fatto che sempre più spesso sono lavoratori e lavoratrici i primi a vedere chiaramente quali dovrebbero essere le scelte più utili per il Paese. Perché da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno determinato la riduzione degli investimenti sanitari (passati dal 7% del Pil al 6,5%) mentre lievitava una spesa militare ormai stabilmente oltre l’1,4%.
Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che nonviolenta (e quindi di disarmo). Ma cosa c’entra la nonviolenza con l’emergenza sanitaria da Covid-19? C’entra, eccome, perché è scelta non solo etica e morale. La politica della nonviolenza ha senso pieno proprio oggi; «altrimenti non so che farmene», diceva Gandhi, che la pensava come strumento per trovare il pane per gli affamati, come oggi dobbiamo trovare posti letto per i malati.
È una nonviolenza che ha radici antiche. Pensiamo a Raoul Follerau che chiedeva a gran voce «il costo di un giorno di guerra per la pace» o ad Albert Schweitzer che già all’inizio del Novecento comprese il legame stretto tra spese militari e investimenti in salute. Fino a ieri sembravano due sognatori utili solo per farne santini da parrocchia, ma hanno invece anticipato di un secolo quel che oggi, messi al muro dall’evidenza, anche governanti europei sovranisti sono costretti ad ammettere: meglio avere un respiratore automatico in più, e una bomba o un missile in meno.
È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’Onu, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale.
È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre l’impatto della pandemia sarà ancora più devastante.
Per questo l’impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Si tratta dell’obiettivo politico principale della Campagna per la «Difesa civile, non armata e nonviolenta». Quando diciamo: «Un’altra difesa è possibile», significa che è necessario e ormai inderogabile invertire la rotta. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi.
Mao Valpiana  Presidente del Movimento Nonviolento
Francesco Vignarca  Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo

Pubblicato il 24.03.2020 alle ore 23:59

DOPOELEZIONI Oggi come nel 1946: “Ascoltare e parlare”.
Serve una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città

Con un bell’intervento di Francesco Monini [leggi qui] si è aperto sul “dopo elezioni” con
contributi interessanti. Consapevole del rischio di ripetere cose già – e meglio – dette, provo a scrivere qualcosa. A me pare – nel mondo, in Europa, in Italia, in Emilia Romagna evidente e conclamata – la crisi della democrazia rappresentativa e dei suoi istituti. Mi sembrano sempre più chiare tendenze naziste delle quali ha scritto l’amico Giuliano Pontara nel suo L’antibarbarie, pubblicato nel 2006, e riproposto, aggiornato ed ampliato lo scorso anno. Sia della prima che della seconda edizione ho curato la presentazione, con Pontara, a Ferrara. Ne consiglio la lettura.
La mia esperienza è limitatissima, la mia riflessione modesta. Praticamente non mi muovo da questa piccola città, alla periferia dell’Impero. I problemi però ci vengono però a trovare. Impossibile non vederli anche per un vecchio. Quello che accade perciò non mi meraviglia. Ci avevano avvertiti, negli anni Settanta, un poeta e un socialista. Un ultimo avviso nei primi anni Novanta ce lo aveva dato un nonviolento, amico del vivente. Mario Luzi era stato dettagliato:
“Muore ignominiosamente la repubblica. / Ignominiosamente la spiano / i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti. / Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto. / Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani, / si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli./ Tutto accade ignominiosamente, tutto / meno la morte medesima – cerco di farmi intendere / dinanzi a non so che tribunale / di che sognata equità. E l’udienza è tolta.”.

I guardoni bastardi, i corvi dal becco tagliente, gli orfani rissosi, gli sciacalli voraci da oltre quaranta anni continuano, affaccendati, le loro occupazioni, come prima e peggio. Già Lelio Basso aveva avvertito: “Nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello ‘proletari di tutti i paesi unitevi’, i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati. […] La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fanno e disfano quello che vogliono. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente.

Infine Alex Langer, poco prima del suo brusco congedo, aveva scritto:
“Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla […] Oggi più che mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori […] E soprattutto ripetere quel “mai più” che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale […] Bisogna che l’Europa testimoni e agisca! L’Europa può farlo, l’Europa deve farlo. L’Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo”.
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Così la nostra Repubblica fondata sul lavoro è morta, così l’economia mondiale è controllata da un pugno di extra ricchi, così l’Europa prosegue nella sua agonia e non presenta alcuna alternativa rispetto a grandi potenze guidate da leader autoritari, razzisti, promotori di guerre. Se il quadro è questo, e le tendenze sono quelle indicate da Pontara, perché mai Ferrara non potrebbe tornare ad essere fascista? Rimpiangerà magari di non avere un capo a livello di Italo Balbo, che raccomandava che le bastonate fossero “di stile”. Sembrano ripetersi gli anni Venti del secolo passato, volti in tragedia farsesca o in farsa tragica, con in scena i personaggi che il tempo ci offre e con i quali, incredibilmente, molti amano farsi selfie, oltre a votarli. Come questo sia avvenuto e stia avvenendo lo sappiamo benissimo. William Davies in “Stati nervosi” chiama a supporto della sua analisi la ricerca storica, economica, politica, sociologica, psicologica, filosofica per dirci che siamo in preda a nevrosi contagiose.

La sua lettura ci riporta anche più indietro del secolo, a Gustave le Bon, La psicologia delle folle è del 1895: “Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una folla […] Il contagio è abbastanza potente per imporre agli uomini non soltanto certe opinioni, ma anche certe impressioni dei sensi […] Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento sono espedienti familiari agli oratori nelle riunioni popolari.”.

Nulla di nuovo quindi: la folla diventa una grande rete neurale attraverso la quale le emozioni viaggiano da un corpo all’altro ad altissima velocità. L’uso dei social la estende e la potenzia. Efficienti untori, sovranisti e populisti, sono all’opera. Un vaccino non si trova. Già lo psicoanalista Luigi Zoja ci aveva spiegato come, morti i partiti e le ideologie, alla politica non restasse che la paranoia, un delirio cronico con convinzioni persecutorie, non corrispondenti alla realtà. Paranoici siamo un po’ tutti, ma qui si esagera, avrebbe detto Totò. Gli immigrati sono il nemico da abbattere, loro e i loro complici. È un messaggio semplice, comprensibile, di successo. Le sole cose che in politica contano.

Incapace di mutare la situazione socioeconomica, di portare libertà e giustizia tra i cittadini, il potere politico alla dimensione nazionale e locale non può che sfogarsi in potere diretto sulle persone, sulle più deboli naturalmente, ricercando tra loro consenso e complicità. Sappiamo bene dunque cosa è successo alla nostra democrazia, accidentale, in Italia e in Europa. Sappiamo anche come è successo. È successo come succede sempre.

Emily Dickinson lo ha scritto più di 150 anni fa:
Crumbling is not an instant’s Act / A fundamental pause  / Dilapidation’s processes  / Are organized Decays -‘Tis first a Cobweb on the Soul / A Cuticle of Dust / A Borer in the Axis / An Elemental Rust -Ruin is formal – Devils work  / consecutive and slow –  / Fail in an instant, no man did  / Slipping – is Crashe’s law.
Sgretolarsi non è Atto di un istante / Una pausa fondamentale / I processi di Disgregazione / Sono Decadimenti organizzati – È prima una Ragnatela nell’Anima / Una Cuticola di Polvere / Un Tarlo nell’Asse / Una Ruggine Primordiale – La Rovina è metodica – i Diavoli lavorano / Costanti e lenti – / Nessuno, si perde in un istante / Scivolare – è la legge del Crollo.

La strada per uscirne – posto che si voglia, a molti piace così – è come per il passato lunga e faticosa, come lungo è stato il processo che ci ha portato a questo punto. Quando le cose crollano occorre ricostruire. Qualche buona pietra, nella Costituzione, c’è. Si può recuperare. Occorre “Una buona politica per riparare il mondo”, come si intitola una antologia di scritti commentati di Langer, alla quale ho contribuito. Non sembra alle viste.

Alla liberazione di Perugia nel 1944, Aldo Capitini, che aveva visto la fragilità delle istituzioni liberali davanti al fascismo, si era inventato i Centri di Orientamento Sociale. “Il C.O.S. è la comunità aperta. La caratteristica della comunità aperta, di contro alle società esistenti, tutte più o meno chiuse, è di essere in movimento, di non ripetere se stessa, il proprio passato, la propria tradizione, le proprie abitudini, ma di aprire continuamente se stessa […] Nella comunità aperta del C.O.S. tutti debbono avere pane e lavoro, e per questo si attua uno scambio di servizi e di aiuti, di pane e di lavoro […] Se ci si impegna a non collaborare e a lottare contro l’oppressione delle libertà di espressione, di stampa, di associazione, di religione; contro la tortura per qualsiasi ragione; contro il nazionalismo; contro lo sfruttamento capitalistico; si ha un impegno interiore che si consolida per il fatto di non subire eccezioni, di non essere sottoposto a criteri di tattica. Pur agendo nel cosìdetto mondo politico, lo si apre continuamente ad altro”.

Così Capitini scriveva agli amici intenti alla Costituzione, ma questi erano già rassegnati o consapevoli della piega presa dalla Repubblica. Su Carta intestata dell’Assemblea Costituente, 23 settembre ́46: “Caro Capitini, in un paese come il nostro, dove i CLN, i consigli di gestione, i circoli, le sezioni, se ancora esistono, somigliano già a uffici del dazio, istituire i COS obbligatori, come tu chiedi, significherebbe agli occhi dei più aumentare il numero delle istanze larvali.” Tuo, Ignazio Silone.
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Lo stato della nostra democrazia, dei partiti, era questo nel 1946. Non è granché migliorato poi. Né hanno giovato comportamenti del ceto politico, visto con qualche ragione come ‘casta’ separata. Perfino Presidenti di Regione hanno amato chiamarsi Governatore, i Consigli regionali Assemblea legislativa, sembrando troppo modesta la dizione di legge. E un acclamato Capitano ha chiesto pieni poteri. Importante anche è non illudersi che sia passata la nottata, che l’alba sia vicina. C’è chi l’ha creduto, nel 1984, elezioni europee, quando il Pci, sulla scorta dell’emozione per la morte di Berlinguer superò la Dc, raggiungendo il 33,33%. O nel 2014, sempre alle elezioni europee, quando il Partito Democratico attinse il 40,8%. In quelle occasioni l’emotività favorì un campo che ora appare sfavorito.

Ascoltare e parlare era il motto dei Centri di Orientamento Sociale. Una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città è fatta da persone che ascoltano le paure, le ansie, i dolori, le paranoie proprie e di chi è vicino e cercano di affrontarle assieme, senza confermarle in rancore e risentimento, senza indirizzarle verso capri espiatori. Non fanno come i violenti che si dicono vittime per giustificare come autodifesa la loro violenza. Così facendo danno però una prova del peso che ha l’argomento morale nell’azione politica. Tenere conto di questo peso è della nonviolenza: apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo degli esseri. Può confortare che accurate analisi abbiano mostrato il successo delle lotte condotte con metodi nonviolenti rispetto a quelle condotte in modo violento (Ne ha scritto Antonino Drago in Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo,2010).

Continua a occuparsi dei questi aspetti Erica Chenoweth, che con Maria Stephan ha scritto Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict. La ricerca – 323 campagne violente e non violente – mostrerebbe che i movimenti nonviolenti hanno il doppio delle possibilità di creare cambiamenti sociali duraturi. Se poi il 3,5% della popolazione partecipa, il successo è garantito. Ha scritto recentemente Civil Resistance: What Everyone Needs to Know.
Mentre aspettiamo la traduzione italiana converrà darsi da fare.

Gandhi

LA RICORRENZA
Nella nonviolenza l’irresistibile forza della giustizia

“Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto a uccidere”. Gandhi

In un mondo dove ormai pare predominare la violenza di ogni genere (immagini, parole, gesti) parlare di nonviolenza può sembrare un’utopia, un grido nel vuoto. Ma oggi è la Giornata internazionale della nonviolenza, e ricordarlo non è retorico.
Si celebra il 2 ottobre per ricordare la nascita di Mohandas Karamchand Gandhi, noto come Mahatma Gandhi. Promossa dall’Onu nel 2007, la risoluzione dall’Assemblea generale chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorarla in maniera adeguata così da “divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”, un principio universale fondamentale per assicurare una cultura di pace, tolleranza e comprensione. Il rifiuto della violenza fisica o verbale per raggiungere un qualsiasi obiettivo di cambiamento politico o sociale e la resistenza non violenta (che non significa passività) sono stati il cuore della vita e della filosofia pacifica di Gandhi.
Nato nel 1869 a Porbandar, nell’attuale stato del Gujarat, nell’India nord-occidentale, il Mahatma – termine sanscrito che significa “grande anima” e che gli venne conferito per la prima volta dal grande poeta Rabindranath Tagore – si oppose sempre alla violenza, provando a sovvertirne gli schemi con immensa forza di volontà e coraggio. Il professor Gene Sharp, uno dei primi studiosi della resistenza nonviolenta, utilizza la seguente definizione nella sua pubblicazione, The Politics of Nonviolent Action: “L’azione nonviolenta è una tecnica con cui le persone che rifiutano la passività e la sottomissione, e vedono la lotta come essenziale, possono vincere il conflitto senza violenza. L’azione nonviolenta non è un tentativo di evitare o ignorare conflitto. È una risposta al problema di come agire efficacemente in politica, in particolar modo come esercitare il potere efficacemente”.

Gandhi, con il suo esempio, ha dimostrato le proteste pacifiche sono più efficaci delle aggressioni militari. Dal 1906, in Sudafrica, aveva lanciato, contro le discriminazioni razziali inflitte ai suoi connazionali, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, il “satyagraha”: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa. Tramite ribellioni pacifiche e marce, avrebbe ottenuto importanti riforme a favore dei lavoratori indiani. Segno che la non violenza poteva e può essere efficace e (ri)pagare. Le campagne di disobbedienza civile sarebbero continuate (dalla prima, nel 1919, a favore del boicottaggio delle merci inglesi e del non-pagamento delle imposte che lo portò a processo e arresto, alla seconda, nel 1921, per rivendicare il diritto all’indipendenza, che lo vide ancora in carcere, fino alla terza, nel 1930, contro la tassa sul sale, giudicata estremamente iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere). Spesso incarcerato, negli anni successivi, rispose agli arresti con lunghi scioperi della fame. Sempre con coraggio, fermezza, umiltà e serenità. “La mia non-cooperazione”, diceva, “non nuoce a nessuno; è non-cooperazione con il male, (…) portato a sistema, non con chi fa il male”.

Autodeterminazione dei popoli, convivenza pacifica, rispetto reciproco, fratellanza e tolleranza religiosa erano i suoi più alti convincimenti e desideri. Ricchezze che dovevano convivere.
Oggi più che mai questo messaggio va incoraggiati: divisi da intolleranze e conflitti che abbruttiscono, va promossa una vera cultura di pace, basata e costruita su dialogo e comprensione. Per vivere insieme in armonia e rispetto e celebrare la ricchezza della diversità dell’umanità.

In questa giornata importante, tutti siamo chiamati a riflettere e mobilitarci contro l’intolleranza, a sostegno della cittadinanza globale della solidarietà nello spirito della nonviolenza. “Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, l’esito sarà un massacro quale non si è mai visto nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c’è scampo allora alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non violento con tutte le sue mirabili implicazioni. Se non vi fosse cupidigia, non vi sarebbe motivo di armamenti. Il principio della non violenza richiede la completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento. Non appena scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda” (Mohandas Karamchand Gandhi, Antiche come le Montagne).

Ogni uomo può cercare la sua strada e seguirla senza esitazioni. “Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l’odio con l’amore, la menzogna con la verità, la violenza con l’abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell’educazione di un bambino”. (Gandhi)

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GERMOGLI
Nonviolenza.
L’aforisma di oggi…

2 ottobre 1869 Nasce Mohandas Gandhi, il Mahatma (grande anima), o più semplicemente Bapu, padre. Dal 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il giorno della sua nascita Giornata Internazionale della Nonviolenza.

Gandhi
Gandhi

Le opinioni che mi sono formato e le conclusioni a cui sono giunto non sono definitive. Potrei modificarle in qualsiasi momento; non ho niente di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono antiche come le colline. Ho solo tentato di metterle in pratica su scala più vasta possibile. A volte ho sbagliato, ma ho imparato dai miei errori. La vita e i suoi problemi sono divenuti così per me il terreno su cui sperimentare nella pratica la verità e la non-violenza. (Mohandas ‘Mahatma’ Gandhi)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

NOTA A MARGINE
“Sovvertire l’ordine, creare il caos”. Il resistibile fascino della violenza

Il tema – inutile girarci tanto attorno – è la violenza. E nel libro (“Gruppo d’azione. Sovvertire l’ordine, creare il caos”) è affrontato senza reticenze. I due autori, Alessandro Casolari e Filippo Landini, danno prova di maturità: non richiesti si mettono a nudo e si espongono al giudizio, con piena assunzione di responsabilità per quei fatti che, fra il 1986 e il 1992, li hanno visti fra i protagonisti. E non certo in senso positivo.

Sarebbe stato più comodo per loro lasciare scivolare nell’oblio quelle vicende ormai lontane nel tempo e nella memoria, confidando nell’evidenza che in questa nostra epoca tutto si dimentica, si cancella o, al più, si perdona. Invece i due hanno intinto la penna in un inchiostro ormai essiccato e lo hanno reso di nuovo ardente. Così hanno raccolto qualche apprezzamento e suscitato soprattutto scandalo e disapprovazione, come d’altronde è lecito e logico che sia, com’era facile prevedere. Come i due avevano ampiamente previsto.

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Immagini di scontri sugli spalti fra tifosi e ‘forze dell’ordine’

Di che cosa parla il volume “Gruppo d’azione”? Di una fase incandescente della storia del tifo sportivo ferrarese, di un gruppo ultras attivo a Ferrara fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta per il quale “andare alla Spal” era spesso solo un pretesto per attuare quelle che il più delle volte – neppure con un’espressione eufemistica – si possono catalogare come ‘bravate’. Molti degli atti da loro compiuti erano azioni di guerriglia urbana: danneggiamento e distruzione di auto, vetrine, negozi, cabine telefoniche (all’epoca esistevano ancora), beni di pubblica utilità. Oppure aggressioni fisiche a tifosi delle opposte fazioni, ma anche a semplici e inerti cittadini, a passanti. Insomma, tutto il peggio del campionario che si può immaginare pensando a un gruppo ultras. Azioni violente e gratuite, rese ancor più odiose e intollerabili proprio dalla futilità o dall’inesistenza di presupposti. Comportamenti che dallo stadio debordavano nella città e dalla domenica esondavano agli altri sei giorni della settimana.

Quale sia il senso dell’operazione di Landini e Casolari lo si evince dalle parole che gli autori scrivono in premessa al testo, il quale pure ha un suo interesse sociologico, in quanto testimonia una fase confusa della nostra storia recente. Storia che, per quanto aberrante, va conosciuta, indagata, compresa. Anche per evitare che si possa ripetere.

Casolari: “Prima di tutto il libro è una critica a me stesso per aver abbracciato scelte che hanno portato dolore a chi ha incrociato la mia strada in quegli anni e per non aver preso coscienza che alcuni comportamenti antisociali non avevano che un’unica via d’uscita, l’esclusione sociale e la preclusione alle varie tappe della vita. La mancanza di freni inibitori e una miope ideologia hanno determinato comportamenti delinquenziali; ma soprattutto la superficialità con cui si conducevano le proprie azioni determinavano un vero e proprio scollamento dalla realtà.
…Questa non è la storia di un gruppo di eroi, è la cronaca di un gruppo di ragazzi che attraverso le loro sciagurate scelte hanno deciso di intraprendere il sentiero della vita completamente in salita…
…Ho pagato di persona attraverso la detenzione carceraria …Nel 1999 mi sono arruolato… Queste esperienze mi hanno profondamente cambiato, ho potuto sperimentare di persona quali fossero le situazioni più tetre e angoscianti degli esseri umani coinvolti in conflitti armati e quanto siano importanti le parole ‘pace’ e ‘convivenza pacifica’…
…Possiedo amicizie fraterne di persone che hanno militato in quel gruppo e questo è un grande patrimonio, perché sono amicizie su cui ho potuto contare nei veri momenti del bisogno e a distanza di 29 anni sono la mia seconda famiglia”.

Landini: “…Aleggiava la voglia di raccontare. Già dalle prime battute ci siamo trovati di fronte ad impegno emotivo. Non solo a livello personale ma collettivo, un impegno che comunque andava compiuto. Non è stato semplicemente un viaggio nella memoria quello di raccontare la vita e le ‘gesta’ (…) di una generazione poco spensierata. È stata una ricerca del proprio passato da svolgere con la massima oggettività e autocritica.
…A distanza di tre decenni posso sicuramente affermare l’inutilità di molti comportamenti avuti, alcuni gravi non pochi con pessime conseguenze.

… Il Gruppo d’azione era la mia tribù urbana, all’interno della quale avevo più una condotta da strada che da stadio…”.

Il racconto dei fatti che fa seguito a tali premesse è asciutto, privo di epica e di ogni apologia. Ma privo anche di quella pelosa retorica pentitista che lo avrebbe reso fasullo. Ciò che avevano da dire gli autori lo hanno scritto con chiarezza nella prefazione, senza cercare giustificazioni, assumendosi ogni responsabilità, pronunciando la propria autocondanna, senza pietire l’indulgenza ‘della corte’.

ultrasAccennavo prima al fatto che la violenza appare più odiosa quando è insensata. Di norma è così. Il giudizio generale tiene conto dei presupposti, della causa scatenante. Come se una qualche motivazione la potesse rendere plausibile, accettabile o quantomeno ne attenuasse la portata.
Notiamo allora che il sottotitolo del libro è “Sovvertire l’ordine, creare il caos”: uno slogan che rappresenta il motto valoriale del Gruppo d’azione. Questo ci fa intendere, allora, che quegli ultras, più o meno consapevolmente, avevano definito un presupposto alla loro violenza. Quegli atti apparentemente così assurdi, sterili e insensati, avevano dunque una finalità, realizzavano in realtà un’intenzione precisa e manifesta: creare ‘il caos’ attraverso azioni violente in grado di sovvertire l’ordine costituito. Quanto tutto ciò fosse chiaro ai membri del gruppo resta dubbio, ma la volontà è dichiarata. E non si può non tenerne conto. C’è quindi nella considerazione del gruppo (o perlomeno dei suoi leader) la concezione di un impiego strumentale della violenza, usata a ‘scopo politico’, con l’intenzione di alterare gli equilibri sociali sedimentati.

Scrive Jean Sorel a proposito del potere catartico della violenza: “Si usano i termini ‘forza’ e ‘violenza’ parlando sia di atti di autorità sia di atti di rivolta. È chiaro che i due casi danno luogo a conseguenze assai diverse. A mio parere sarebbe estremamente vantaggioso adottare una terminologia che non dia luogo ad ambiguità e bisognerebbe riservare il termine violenza alla seconda accezione; diremo dunque che la forza ha lo scopo di imporre l’organizzazione di un certo ordine sociale nel quale governa una minoranza, mentre la violenza tende a distruggere tale ordine” (Jean Sorel, Riflessioni sulla violenza, 1908).

Scrive Michele Ronchi Stefanati in una bella e stimolante riflessione pubblicata da Lo Spallino [leggi qua]: “Un antidoto contro l’ipocrisia. Un’assunzione di responsabilità. Il racconto di un legame fraterno. (…) Al racconto di questa come di ogni violenza, si può reagire in due modi: con l’indignazione sterile da ‘anime belle’ o con la curiosità che permette di scoprirne le origini. Se si sceglie questo secondo atteggiamento ci si trova di fronte a vicende cariche di significati per quello che stiamo vivendo ora. Il Gruppo d’azione nasce nel mezzo degli anni ’80, quando i movimenti anticapitalisti e di liberazione del decennio precedente erano stati sedati e la restaurazione compiuta, per la gioia di ogni potere costituito. E’ allora impossibile non vedere nella violenza ultrà una continuazione di quella protesta libertaria, che ora avviene come confusa e generica ribellione all’autorità (…)”

Scrive Gandhi: “Per quanto possa condividere e apprezzare le degne motivazioni, sono un intransigente oppositore dei metodi violenti anche laddove vengono posti al servizio delle più nobili cause. L’esperienza mi convince che un bene duraturo non può mai essere frutto della menzogna e della violenza”.

Beh, se stare dalla parte di Gandhi significa essere “un’anima bella”, allora sì, mi dichiaro tale.
Anch’io ho subito la fascinazione intellettuale di Sorel, peraltro trasversale a destra e sinistra, come trasversale era la connotazione ideologica del Gruppo d’azione (“c’erano compagni e camerati”, ha ricordato Casolari durante un recente pubblico incontro al Murphy bar).

Ma sulla violenza non defletto e la considero un’inammissibile forma di sopraffazione, in tutte le sue manifestazioni, qualunque ne sia il presupposto.

Rilevo altresì che quella fisica non è l’unica – e talvolta forse neppure la peggiore – forma di violenza. E ammetto che la violenza fisica (nei casi estremi) possa apparire come l’unico mezzo per sottrarsi a peggiori violenze, soprusi o ingiustizie, per esempio la confisca della libertà. In tal senso, il tirannicidio, postulato persino dai Gesuiti, è giustappunto il ricorso ‘extrema ratio’ alla violenza per sottrarsi a un’intollerabile sopraffazione.
Però bisogna essere molto cauti: se si ammette una possibilità di deroga, tutto passa sotto il prisma dell’opinabilità e dunque in ultima istanza ogni eccezione è potenzialmente ammissibile perché giustificabile sotto il piano argomentativo. Dunque, preservare l’integrità del principio della nonviolenza impone la sua assoluta inviolabilità, senza eccezioni. Così almeno la penso io.

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Domani (venerdì 12) alla 17, del libro “Gruppo d’azione. Turbare l’ordine, creare il caos” si parlerà nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea, nell’ambito di un’iniziativa organizzata da Ferraraitalia. A discuterne con gli autori – Alessandro Casolari e Filippo Landini – saranno il professor Giuseppe Scandurra studioso di antropologia culturale e docente all’Università di Ferrara; l’architetto Sergio Fortini vicepresidente dell’Ordine professionale di categoria, anch’egli docente a Unife, che fu in qualche misura partecipe delle vicende del gruppo; infine il direttore di Ferraraitalia, docente – pure lui all’ateneo ferrarese – di Etica della comunicazione.

Leggi la prefazione di Enrico Testa al volume Gruppo d’azione pubblicata da Ferraraitalia [vai]

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Il destino secondo Tiziano Terzani

di Daniele Lugli

‘Un’idea di destino’ è una raccolta di scritti tratti dai diari degli ultimi vent’anni di Tiziano Terzani, di cui ricorre il decennale della morte. E’ l’ultimo grande dono che la moglie, Angela Staude, ha voluto condividere. Invito a leggerlo e insieme a leggere e rileggere anche altro di Terzani.

Qui abbiamo la possibilità di uno sguardo più intimo, che mette in moto pensiero e sentimento assieme. Siamo introdotti ai viaggi che Tiziano ha compiuto nei luoghi più pericolosi e sconosciuti del mondo e dell’anima. Un piccolo esercizio che Terzani ha proposto in un momento importante della vita sua e dei suoi cari: “Niente succede mai per caso. Se siamo qui deve esserci motivo. Vedere come ognuno di noi ha una ragione di esserci e rintracciare che cosa ci ha portato qui è un bellissimo esercizio di umiltà e d’ammirazione per quell’Intelligenza che tiene assieme il mondo.” E’ un esercizio che si raccomanda anche a chi su quest’Intelligenza mantiene forti dubbi.

Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo, ci ricorda Dietrich Bonhoeffer. E ad ascoltare, vedere, sentire, interpretare, Terzani era bravissimo, dovendo poi riferire, secondo la prepotente vocazione che lo caratterizza. La sua è una straordinaria applicazione delle sette regole d’oro dell’arte di ascoltare, ricordate da Marianella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più’ effimera della ricerca.
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé…

Capitini mi ha insegnato (è il motto dei suoi centri di orientamento sociale) che chi può parlare ascolta più profondamente e molto profondo è l’ascolto di Terzani che sente il dovere di riferire su quanto ha direttamente sperimentato.
Anche a noi è dovuto servizio di ascoltarci profondamente. Già ne ‘L’ultimo giro di di giostra’ a questo particolare ascolto Terzani ci aveva introdotto. Il diario lo approfondisce ulteriormente. E’ un ascolto che accompagna nelle esplorazioni di Paesi vasti e sconosciuti (a me totalmente Usa e India), in percorsi tra scienza e religione, salute e malattia, medicina e guarigione, tra mondo che sta fuori e mondo, non meno misterioso e decisivo, che sta dentro.

Ci passano davanti venti anni, dai primi anni ottanta ai primi del duemila, nei quali molte speranze di una società migliore e più giusta sono ricomparse, magari in nuova veste, e assieme ricadute, dentro e fuori d’Italia. I diari si aprono con l’espulsione dalla Cina, un Paese molto amato da Terzani e ci accompagnano in Giappone, Thailandia, Birmania, Urss, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan – e qualcosa ho di certo dimenticato – e anche negli Usa, per curarsi dal cancro, e passaggi in Italia, dove trascorrerà gli ultimi tempi. Gli stessi vent’anni terribili anche per chi non ha viaggiato. Già qui moriva la repubblica negli anni ‘70. Un poeta Mario Luzi se n’era accorto.

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta

E’ un’agonia che non sembra terminare mai, considerato anche la bassezza e volgarità che hanno caratterizzato la campagna elettorale appena conclusa. Nei diari si coglie proprio in un suo passaggio in Italia nel 2001 tutta l’indignazione e tristezza per le condizioni in cui la democrazia e convivenza sono precipitate nel nostro Paese e la tentazione di tornare ad occuparsi di politica, mentre è nel pieno di un suo percorso di ricerca spirituale sulle pendici dell’Himalaya, non più Tiziano Terzani ma Anam, il Senza nome. Ancora una volta è completamente immerso nella sua esperienza come quando, “cinese”, si chiama Deng Tiannuo. E’ una tentazione alla quale fortunatamente non resiste regalandoci le ‘Lettere contro la guerra’, preziose nel momento in cui non solo Oriana Fallaci con ‘La rabbia e l’orgoglio’ (titolo più appropriato sarebbe stato ‘L’odio e il rancore’) ma molti intellettuali sostengono e incoraggiano, dentro e fuori d’Italia, la vendetta americana nella disastrosa guerra afghana dopo l’11 settembre. Sono lettere ancora e sempre basate sulla presenza nei luoghi, nonostante il disagio, la malattia, i pericoli. Dello svilupparsi dell’estremismo islamico e delle responsabilità nell’alimentarlo in ogni modo da chi ora ne vuole l’annientamento, e invece lo rafforza, aveva da anni documentato l’ascesa.

Perché Terzani è uno straordinario giornalista, penetrante, documentato, sincero. Questo gli ha permesso di divenire un “permanentista”, secondo l’invito che l’orientalista Tucci gli aveva rivolto. I suoi primi articoli o rapporti mostrano le sue doti veramente straordinarie e precedono il mestiere di giornalista iniziato nel ’70 ne ‘Il giorno’ di Italo Pietra e Giorgio Bocca (niente a che vedere con il giornale che di quell’esperienza ha mantenuto solo il titolo).
Ho ritrovato i suoi articoli su l’Astrolabio, la modesta, straordinaria pubblicazione, diretta da Parri, nata quindicinale il 25 marzo 1963, già settimanale quando Terzani comincia a scriverci nel ’66 e tornato quindicinale quando Terzani smette alla fine del ’70. Spesso i suoi pezzi ne ispirano le copertine, a partire dal primo Rapporto dal Sud Africa: Natale negro del 25 dicembre 1966. Ricordo bene l’attesa e il piacere della lettura dei suoi articoli, una lettura proseguita poi sul Giorno e quindi su Repubblica e l’Espresso, non ahimè sul Corriere. Ho ritrovato su Astrolabio anche due articoli di Angela del 1969 e mi rammarico di non avere mai letto suoi libri. Vedrò di colmare questa lacuna.

Se il periodo de l’Astrolabio è quello delle idee belle e chiare, che permettono di capire i problemi e di individuarne le soluzioni, gli anni dei diari sono quelli della disillusione a partire dalla Cina, che si rivela non il paradiso che lo studente Terzani aveva creduto (e con lui molti altri) ma l’inferno per i lavoratori e per la grande maggioranza dei cinesi, mentre lo slogan Servire il popolo si trasforma in Arricchirsi è glorioso. Così la tragedia della Cambogia e i deludenti esiti della guerra di liberazione del Vietnam, la situazione degli altri Paesi orientali molto amati e frequentati da Terzani non sono certo incoraggianti. Un Terzani che preferisce Mao a Gandhi ha al termine del suo percorso mutato pensiero, con la capacità di dirlo in modo netto e senza che questo tolga valore alle cose dette e scritte prima, che mantengono le positive caratteristiche di cui si è detto. Rilette ci dicono di possibilità diverse che non hanno avuto sviluppo, introducono a osservazioni più approfondite, sono esperimenti con la verità, secondo la bella espressione gandhiana, utili a spezzare pregiudizi, compito più difficile che spezzare l’atomo, ammonisce Einstein. Qualche disillusione avrebbe (avremmo) potuto risparmiarcela considerando che ‘Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto’. Non è Gandhi, è Marx, citato da Camus.

Il giornalista Terzani si volge al saggio, al piacere del racconto, a una scrittura, che meglio renda l’incerto mondo intravvisto al di là delle apparenze, pur tra ciarlatani, truffe e pure superstizioni, come è in ‘Un indovino mi disse’. Proprio a conclusione di qual libro sta l’incontro con John Coleman, il meditatore della Cia, maestro di vipassana che gli consegna qualcosa di più di una tecnica (posso confermare che al termine di una seduta ben condotta la lettura della ‘Lettera ai Corinti’ è particolarmente bella).
La meditazione, in varie forme, lo accompagnerà nell’incontro con la malattia implacabile, occasione di svolta radicale di cui riferisce ne ‘L’ultimo giro di giostra’. Con ‘Lettere contro la guerra’ sono questi i libri che aggiungono a ‘La porta proibita’, ‘In Asia’ e ‘Buonanotte signor Lenin’, tutti realizzati nel periodo coperto dai diari.

Dalla lettura a me sono giunte diverse suggestioni, anche molto personali, sulla malattia, la vecchiaia, nei rapporti, e nella loro difficoltà, con le persone più care. La sua ricerca spirituale, la sua visione mi ha ricordato Capitini e la compresenza, termine che ha sostituito il ‘Dio senza nome’ di primi scritti: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.” Non mi pare di aver trovato traccia di contatti, come invece per Balducci, La Pira, Spini, Ceronetti, a vario titolo in rapporto con Capitini. Né so se abbia avuto contatti con un altro “viaggiatore leggero” Alex Langer, con il quale pure riscontro affinità, stremato fino a morirne dallo scavalcare muri e fossati, che dividono i popoli, dal costruire ponti e rapporti, contatti rispettosi delle differenze. Così mi pare Tiziano Terzani, cinese e poi indiano, ma sempre e più profondamente “fiorentino, un po’ italiano, europeo”, di un’Europa che sappia accogliere culture diverse, nella convivenza pacifica, accogliendone anche i portatori.
L’esperienza profonda dell’Advaita, della Nonseparazione, non lo ha reso indifferente alle sorti dei suoi simili; se mai lo ha reso più sensibile alla “orribile meraviglia che è la nostra razza: l’umanità”.

L’esercizio che ho proposto all’inizio è l’avvio dei suoi appunti per il discorso del matrimonio della figlia (l’ultimo in pubblico, nel 17 gennaio del 2004). Più avanti leggiamo: “Mai il mondo si è trovato dinanzi a scelte più drammatiche. Noi, gli umani, siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione. In nome della civiltà il mondo occidentale, guidato da una superpotenza che non ha ancor imparato la lezione della Storia – che tutte le superpotenze sono transitorie, impermanenti, effimere come ogni altra cosa -, sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia ai trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto per la protezione dell’ambiente. In un mondo così instabile occorre che le sue componenti fondamentali siano salde. L’umanità aveva lavorato con enormi difficoltà, dopo le due più catastrofiche guerre del secolo scorso, per rendere illegale la guerra, e trovare altri modi di risolvere i conflitti internazionali, al punto che molti Stati hanno incluso questo principio nelle loro costituzioni. Oggi la guerra è tornata ad essere un fatto accettato. La guerra non è più un tabù non soltanto per coloro che hanno deciso di romperlo, ma – fatto ancora più inquietante – per i tanti cosiddetti intellettuali, diventati lacchè dei potenti, che provano gusto a lodare la guerra; o per quelli che si servono della guerra e in nome del realismo godono della sconfitta di quelli che continuano a credere nella possibilità della pace. Per loro il pacifismo è una degenerazione dell’uomo, di cui dicono che è bellicoso per sua natura, che sempre è stato e sempre sarà violento. Ma vi prego, vi prego, riflettete su tutto ciò e rendetevi conto che non c’è futuro nella violenza. Vi esorto a educare i vostri figli alla nonviolenza, a educarli al rispetto alla vita, a tutta la vita…”

Sì la nonviolenza: apertura al vivente, alla sua esistenza, alla sua libertà, al suo sviluppo. La nonviolenza è il punto di applicazione più profondo per il sovvertimento di una realtà inadeguata. Così a Verona un mese fa nel giorno della Liberazione abbiamo detto che oggi Resistenza è Nonviolenza, Liberazione è Disarmo. Non saremmo dispiaciuti a Terzani, purché poi ci comportassimo coerentemente.

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Un’Arena arcobaleno, la liberazione oggi si chiama disarmo

25 aprile 2014: una data significativa per più di un motivo. Il 25 aprile è il giorno in cui si commemorano la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo. Se si aggiunge il 2014, anno del centenario della Grande Guerra, la giornata racchiude entrambe le catastrofi del Secolo Breve europeo. Non è dunque scelto a caso l’appuntamento dell’Arena di Pace a Verona, organizzato da un comitato promotore che riunisce cinque organizzazioni: Sbilanciamoci, Rete disarmo, Movimento Nonviolento, Cnesc e Forum servizio civile. Il mondo della pace torna dunque all’Arena, che più volte negli anni ’80 e ’90 è stata il luogo per i suoi raduni: il primo è stato nell’ottobre del 1986, poi il 1989, l’anno dello storico monito “In piedi, costruttori di pace!” di don Tonino Bello, e gli appuntamenti del 1991 in opposizione alla guerra del Golfo, infine l’ultima nel 2003, quando padre Zanotelli ha chiesto di esporre le bandiere arcobaleno come segno di contrarietà alla guerra in Iraq.

Ed è ancora il missionario comboniano a lanciare questa nuova grande celebrazione laica della pace, con un appello su arenapacedisarmo.org, “non solo ai politici ma innanzitutto a noi stessi”, chiedendo a chi vi parteciperà di assumersi la responsabilità “di essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. Hanno già aderito: don Luigi Ciotti di Libera, Susanna Camusso e Maurizio Landini della Cgil, Carlo Pedrini di Slow Food, Paolo Beni, presidente Arci, Gianni Bottalico, presidente Acli, Cecilia Strada, presidente di Emergency, Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica. Tanti anche gli artisti: Moni Ovadia, Lella Costa, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Natalino Balasso, Fiorella Mannoia.
Ne abbiamo parlato con Daniele Lugli, presidente emerito del Movimento Nonviolento – in cui milita fin dalla sua fondazione – ed ex Difensore Civico della Regione Emilia Romagna.

Le parole d’ordine per questa ‘giornata nonviolenta’ sono “La Resistenza oggi si chiama nonviolenza, la Liberazione oggi si chiama disarmo”, il collegamento con i valori resistenziali quindi è ben lontano dall’essere puramente formale.
La Resistenza indica il momento nel quale ci si oppone a una realtà inadeguata che ti costringe, che ti chiude e Capitini – fondatore del movimento nonviolento ndr – ci diceva che la nonviolenza è il punto di tensione più profonda per il sovvertimento di una realtà inadeguata, cioè la nonviolenza cerca di andare alle radici della chiusura e della violenza che ci costringe. Questo è il primo elemento che collega nonviolenza e resistenza. Di qui anche la necessità che la resistenza si approfondisca, perché anche in assenza di una guerra guerreggiata si avverte la sensazione di un mondo che si chiude su se stesso, questa assenza di futuro, questa incapacità di progetti individuali e collettivi, a tutto questo bisogna resistere e farlo usando gli strumenti della nonviolenza. Per questo il nesso fra liberazione e disarmo, per sottolineare la componente della scelta di non opporre violenza a violenza, non solo come scelta etica, ma soprattutto come esperienza storica: abbiamo visto e vediamo infatti che la violenza e la forza, anche quando usate con le migliori intenzioni, hanno degli effetti che nel tempo si rivelano deleteri. C’è una frase secondo cui «Un fine che per essere raggiunto richiede l’uso di mezzi ingiusti, non può essere un fine giusto», a dirlo non è Gandhi ma Carl Marx. Da tutto ciò discende la necessità del disarmo, prima ancora che nelle armi nelle nostre teste, come ha affermato il presidente del movimento nonviolento Mao Valpiana concludendo la marcia della Pace del 2011.
Comincia a diventare più chiara ora un’espressione che si legge nell’appello con cui avete convocato l’Arena di Pace e che mi ha colpito: si parla di “uno stile di vita disarmante”. Cosa intendete?
Perché di questo disarmo fanno parte anche scelte di vita che si contrappongono a questa pretesa di una crescita senza confini. Ne misuriamo ormai tutti quanti gli effetti: un’economia finanziaria che ha ormai ingoiato l’economia reale, una propensione che viene instillata a consumare il più possibile beni, territori, persone. Diventa sempre più difficile perpetuare l’ingiustizia, che ha funzionato per molto tempo, di spostare le conseguenze dannose delle nostre scelte di vita e di consumi in altri luoghi e in altri tempi lontani da noi. Questo malcostume ora sta chiedendo il conto: nella disperazione dell’emigrazione e nell’assenza di prospettive di larga parte della gioventù, anche quella più attenta e decisa a impegnarsi. Da qui la necessità di scelte di vita disarmante e disarmata che non offenda gli altri, anche solo per una forma di egoismo illuminato che sa che un’offesa data all’altro ricade immediatamente su chi l’ha fatta, proprio per il legame profondo e sempre più forte creato dai processi di globalizzazione. Capitini diceva «Quando butti un sasso nell’acqua è difficile che tu misuri fin dove arriveranno le onde», questo vale però anche per le azioni positive, ben orientate, che hanno effetti che vanno lontano, molto al di là della nostra immaginazione: ecco perché vale la pena di agire.
L’appuntamento dell’Arena sarà anche l’occasione per una ‘rivoluzione pacifica’ del concetto di difesa, che l’articolo 52 della nostra Costituzione descrive come un “sacro dovere del cittadino”. Se i nemici oggi sono la povertà, la disoccupazione, la mancanza dei servizi sociali, per difenderci non servono gli F35, ma più fondi per i servizi primari della società: è questo il vostro messaggio?
Il dibattito costituzionale è stato molto ricco, molto si era già detto in quei momenti, per esempio sul fatto di porre un limite alle spese per la difesa, che non avrebbero mai dovuto superare quelle per l’istruzione. Si era posto anche il problema di una scelta costituzionale di neutralità dell’Italia, il tema dell’obiezione di coscienza e dell’esercito professionale. A questo proposito il dibattito è stato influenzato dalla posizione espressa da Ernesto Rossi mentre era al confino sull’isola di Ventotene: oltre a scrivere con Spinelli il Manifesto per l’Europa, ha steso anche il testo Abolire la miseria, nel quale ha posto il tema di un esercito del lavoro, della durata di due anni, obbligatorio per ragazze e ragazzi, sostitutivo della leva, il cui compito era produrre beni e servizi di base. Quindi uno strumento per la creazione di un welfare di base, attuato attraverso la gratuità dei beni e dei servizi essenziali e non delle forme di aiuto economico. È interessante che quest’accento forte sulla lotta alla miseria fosse posto da Rossi, liberista molto apprezzato da Einaudi, che per di più pensava che questo tema potesse accomunare il pensiero economico liberista e socialista. Ho accennato a questi fatti per far capire come allora il tema della sicurezza venisse declinato in modo del tutto differente. Sicurezza viene dal latino sine cura, senza preoccupazione: quando non si hanno preoccupazioni? Quando sono eliminati i motivi di preoccupazione. Noi non sottovalutiamo la richiesta di sicurezza delle persone, ma è bene comprendere da dove viene effettivamente questa insicurezza. Per questo pensiamo sia fondamentale che accanto alla difesa tradizionale, fondata sulle armi e su sistemi di armamenti sempre più sofisticati e sempre meno controllabili, ci sia anche quella che affronta le contraddizioni che portano alle guerre e abbiamo visto che, anche con pochissimi mezzi e in scenari complessi, azioni non armate hanno dato risultati straordinari. Penso all’esempio del comune di Ferrara, che attraverso il servizio civile nazionale è intervenuto a Cipro con un’azione di riconciliazione tra la comunità greca e quella turca. Cose di questo genere sono ancora troppo poche e possono essere moltiplicate. Per questo pensiamo che sia necessario cominciare a potenziare le iniziative direttamente volte alla pace, perché per avere la pace bisogna preparare la pace, come dice un vecchio detto.
Da qui nasce anche la campagna sull’opzione fiscale che lancerete all’Arena di Pace, vero?
Sì, ritorna qui la possibilità di scelta: vogliamo che le persone possano dare una possibilità alla pace, riprendendo le parole di John Lennon. Chiediamo che le persone possano indicare nella propria dichiarazione dei redditi se vogliono destinare a consapevoli azioni di costruzione della pace, attraverso forme organizzate di intervento, una quota pari a quella che in termini generali viene destinata per la difesa. Lo scopo è far crescere la consapevolezza che esiste un’alternativa concreta alla sicurezza affidata al raffinamento delle armi. Inoltre, far sì che si possa cominciare a valutare l’utilità dei fondi che vengono destinati ad azioni di pace e per la prevenzione dei conflitti, credo che le cose che abbiamo progressivamente appreso sulla vicenda degli F35 ci abbiano fatto comprendere come siano altri gli interessi che guidano queste scelte rispetto alla sicurezza delle persone. Si tratta anche di cominciare a dare attuazione a ciò che è scritto nella nostra Costituzione che all’articolo 11 recita: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Sono passati alcuni anni dall’ultimo incontro a Verona, avvenuto nel 2003 per lanciare la campagna delle bandiere arcobaleno da esporre ai balconi contro la guerra in Iraq. L’appuntamento del 25 aprile sarà anche l’occasione per rilanciare una piattaforma comune per tutto il movimento per la pace?
Ci sono state diverse occasioni d’incontro in questi anni, però un’assemblea dove sia possibile guardarci negli occhi e non solamente fra noi pacifisti doc, spesso anche divisi, incapaci di costruire un’unità al nostro interno, è un evento importante. Speriamo sia il primo passo di un percorso da costruire insieme ad altre associazioni che rappresentano il meglio di una società che cerca di meritarsi l’aggettivo di civile. L’appello è stato firmato da Alex Zanotelli, da don Ciotti, da Cecilia Strada di Emergency, hanno aderito associazioni di giovani come Agesci e Arci, ma anche i sindacati come Cgil e le Acli, anche se i lavoratori spesso si trovano in difficoltà di fronte alla riconversione di apparati industriali che producono armi, pur comprendendo la necessità di un modello di sviluppo fondato sulla costruzione della pace. Ora, che i movimenti pacifisti abbiano ottenuto una così forte adesione mi fa sperare che sia possibile andare verso un’unità molto più ampia, perché si corre sempre il rischio di chiudersi sottolineando le differenze invece degli aspetti e degli impegni che accomunano. L’Arena di Pace è proprio questo: un impegno concreto, anche attraverso la campagna dell’opzione fiscale, intorno al quale si possono riunire varie istanze.
Per concludere Daniele ti chiederei di darci alcune informazioni sul programma e su come partecipare.
L’inaugurazione della giornata sarà alle 12 in piazza Brà, mentre i cancelli dell’Arena saranno aperti alle 13. Dalle 14 in poi prenderà il via la manifestazione, con vari interventi, come ad esempio quello di Susanna Camusso, testimonianze e interviste, condotte da Gad Lerner. Ma ci sarà anche tanta musica, grazie alla collaborazione del Club Tenco. Alle 18 poi presenteremo la campagna ‘Disarmo e difesa civile non armata e non violenta’. Da Ferrara, precisamente dal piazzale ex-Mof di via Darsena, alle 11.30 partirà un pullman, messo a disposizione dalla Cgil. Per prenotare un posto basta mandare una mail a francesco.barigozzi@mail.cgilfe.it oppure telefonare al numero 3482687880.

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