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Scuola: gli ultimi difensori della fortezza Bastiani

 

Ormai la letteratura sulla crisi del nostro sistema scolastico è sterminata, ognuno ne analizza le cause da diverse angolazioni ma la conclusione è sempre la stessa, la nostra scuola resta la “grande disadattata” di cui scriveva Bruno Ciari negli anni ’70 del secolo scorso.
Istat, Invalsi, Ocse e tutti i rapporti di Education at a Glance ormai da decenni denunciano i mali di cui soffre il nostro sistema formativo a cui mai nessun governo ha però pensato di porre seriamente rimedio.

La macchina dell’istruzione, oggi, contro le sue intenzioni, è diventata un formidabile amplificatore delle diseguaglianze. Per saperlo non avevamo certo bisogno del tempismo editoriale della Nave di Teseo che in occasione del salone del libro di Torino, pubblica Il danno scolastico, con il sottotitolo significativo: “La scuola progressista come macchina della diseguaglianza”. Opera a quattro mani del sociologo Luca Ostillio Ricolfi e signora, l’ex professoressa Paola Mastrocola.

Una operazione commerciale che porterà vantaggio alle casse della casa editrice, ma che nulla aggiunge alle riflessioni necessarie per risollevare dal disastro il sistema formativo del nostro paese. Anzi, i topos sono sempre gli stessi di quella cultura nostalgica che non riesce a distogliere gli occhi dal passato e che non sa guardare avanti.

La rovina della scuola avrebbe avuto inizio nel lontano 1962 con il governo Fanfani IV e con Aldo Moro ministro dell’istruzione.  Da lì nascerebbe il vulnus della scuola media unica, quella senza latino, vulnus alla scuola severa e rigorosa, alla scuola delle bocciature, alla scuola dei maestri e dei professori di una volta (per non parlare della zia Ebe di Ricolfi), quelli che erano autentici formatori, di cui si è persa ogni traccia.

Poi è stato tutto un precipitare attraverso il ’68, don Milani e Barbiana, l’abolizione del maestro unico, Luigi Berlinguer fino ai giorni nostri, senza salvare nulla e nessuno.

Tutto questo si vuole ora dimostrare, fornendo i dati della ricerca sociologica. Viene il sospetto che i nostri autori in questi anni abbiano vissuto dentro la bolla delle loro convinzioni, senza mai affacciarsi fuori per cui non si sono accorti che ben altri dati assai drammatici andavano disegnando lo stato critico del nostro sistema formativo.
Così nell’intervista rilasciata al Giornale in data 15 ottobre, il sociologo Ricolfi si dimostra disarmato, la china è talmente scesa in basso che è impossibile risalirla, sostiene, ormai  non resta altro che lo strumento della provocazione.

È che la scuola progressista non c’è, non c’è mai stata, la vedono solo Ricolfi e sua moglie nelle loro allucinazioni.
Di Barbiana ce n’è stata una sola e la scuola statale ha continuato a funzionare inalterata nel suo impianto che risale ai tempi della legge Casati e della riforma Gentile. Con i licei, gli istituti tecnici, fino agli istituti professionali ricettacolo di ogni fallimento scolastico e sociale. Un convivere di vecchio e nuovo, con il vecchio che non è mai scomparso e il nuovo che non è mai diventato nuovo. La scuola dell’ibrido, organizzata per ordini, direzioni, cattedre, discipline e scrutini, radicata nel passato ma sempre precaria come il suo personale.

Del resto lo stesso Ricolfi (docente universitario) lo riconosce implicitamente, quando sostiene che: “Però ci sono delle regolarità: se uno studente prende un voto alto, ma non 30 e lode, posso solo indovinare che quasi certamente non ha fatto né il liceo sociopsicopedagogico né il liceo linguistico. Se prende 30 e lode, invece, vado a colpo sicuro: ha fatto il classico.”

È vero che la nostra scuola dell’inclusione, grande conquista degli anni ’70, non è in grado di colmare gli svantaggi, che il successo formativo è ancora un fallimento, perché spesso alle promozioni non corrispondono le competenze. Ma le cause non sono quelle sostenute da Ricolfi e Mastrocola, non sono dovute a una classe docente non più severa perché sopraffatta dalla cultura progressista e dai suoi slogan: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”, il “diritto al successo formativo” che hanno trovato negli studenti e nelle famiglie (nonché nei media) un terreno fertilissimo su cui prosperare”.

Le cause sono la povertà storicamente cronica delle nostre scuole, lasciate senza risorse per combattere gli svantaggi, per consentire i recuperi, per lottare contro la dispersione, per garantire la formazione continua degli insegnanti.
Risorse finanziarie, umane, di mezzi, di strutture e di spazi a causa di quella stessa cultura dei Ricolfi e Mastrocola che ha governato il paese per oltre vent’anni, dalla Moratti alla Gelmini, anche loro però accusate dai nostri autori di aver ceduto al virus del progressismo educativo.
Ognuno ha il suo deserto dei Tartari, la sua fortezza Bastiani da presidiare.

Infatti l’ipotesi della scuola progressista dannosa in quanto produttrice di diseguaglianze, la cui dimostrazione Paola Mastrocola affida ai dati della Fondazione Hume del marito Ricolfi, ha un solo obiettivo, sempre quello: dimostrare il fallimento della scuola statale.

Per gli autori, la scuola dello Stato è alla deriva, ormai non è più recuperabile. Non resta che la soluzione prospettata vent’anni fa, nel lontano febbraio 2001, da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri e Ferdinando Adornato tra i sottoscrittori dell’Appello per la scuola della società civile: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”.

Pare però che in tutti questi anni i nostri intellettuali si siano dileguati e, in buona compagnia di Ricolfi e Mastrocola, non si siano accorti che siamo entrati in un secolo del tutto nuovo e che le loro ricette della nonna o della zia per i nostri figli non sono buone neppure per farci un solo giorno di scuola.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Il Bassani nascosto

I pelosi

Stella
Bob

Bob è di Laura Sensi, Stella di Linda Mazzoni e Claudio Gualandi. Da quando sono passato al ruolo di criceto mi osservano con sempre maggior sospetto, domandandomi con leggeri uggiolìi e leccatine discrete cosa sta succedendo. Imbarazzato, rispondo che mi sfugge un video su Bassani, che il Comune di Ferrara ha prodotto su un’idea dell’assessore alla cultura Marco Gulinelli che, in teoria, dovrebbe essere il mio superiore nella gerarchia di quell’assessorato. Ma come mai? La storia è lunga e va brevemente riassunta. Quando venne firmato l’atto di istituzione della donazione Prebys alla città di Ferrara e la nascita del Centro studi bassaniani, tra le condizioni ineliminabili c’era che chi scrive questa nota sarebbe diventato co-curatore del Centro da parte del Comune. In altre parole ho dovuto assumere il ruolo di dirigente comunale (sic!), che avrebbe dovuto sorvegliare il buon funzionamento del Centro e riferire al suo diretto superiore: l’assessore. Negli anni in cui è avvenuto, anno dopo anno, il passaggio di opere straordinarie appartenute a Bassani e donate dalla prof. Prebys e dagli altri eredi, i Liscia per la sorella Jenny e gli altri eredi del fratello Paolo, il Centro sempre più assume il ruolo di una biblioteca, che lavora in perfetta concomitanza con la maggiore delle nostre biblioteche: l’Ariostea. Qui al Centro sono custoditi alcuni manoscritti di Bassani, quadri preziosi, i mobili, i libri, materiale fondamentale, tanto da diventare l’intero complesso un punto ineliminabile di riferimento per gli studiosi dello scrittore. In più il Centro è allocato in uno dei più bei palazzi ferraresi, appartenuto alla famiglia Minerbi, il cui capostipite Giuseppe fu amico intrinseco dello scrittore e a cui Bassani dedicò L’airone.

Da una nota di un giornale locale frattanto vengo a sapere che, in tempo di celebrazioni del ventennale della morte dell’autore, sarebbe stato prodotto un video, che intendeva onorare la memoria dello scrittore. Interpellata, la prof. Prebys mi assicura che neanche a lei era stata annunciata quella iniziativa, estremamente legittima, ma a cui forse sarebbe stata auspicabile un’informazione diretta. Così, un poco sconcertato, chiedo quando avrei potuto vedere il video. Mi si dice che la visione sarebbe avvenuta nel programma di Marzullo Mille e un libro, che come molti sanno, comincia alle 1.35 di notte. Armato di pazienza punto la sveglia e alle 1 mi pongo davanti alla tv, dove alle 2.45 finalmente riesco a gustare, da buon criceto, il video in questione. Sulle note di una celeberrima poesia di Bassani, Rolls Royce, sfilano in bianco e nero le immagini di quella Ferrara che lo scrittore ricorda, immaginando quel viaggio attraverso la città compiuto da morto. La voce dello scrittore si mescola con quella della figlia Paola, della nipote, dei due fratelli Sgarbi, amici di famiglia e con quella di due attori, che Bassani conobbe allorché insegnava all’Accademia di Arte drammatica di Roma. Il tutto sotto la sapiente organizzazione dell’assessore Gulinelli.  Ma da criceto perplesso domando: “Ma perché non sono stato informato di quella lodevole iniziativa? Quali sono i motivi di questo silenzio?”

Lo so Bob e Stella. Non sempre le ragioni di questa città collimano con l’evidente interesse (culturale) della stessa. Mi ricordo che in un bellissimo romanzo di Eshkol Nevo, Nostalgia, di questo sentimento si dà una definizione assai pregnante, che si riassume nel concetto dell’altrove. ‘Essere altrove’ è nostalgia. Così alle tre città a cui ho dedicato il mio lavoro: Ferrara, Firenze, Bassano forse avrei potuto cedere alla nostalgia. Essere a Venezia per esempio e fare di Ferrara il luogo dell’altrove. Vivissimo ricordo è quello che mi affiora alla memoria in un colloquio fiorentino con Giorgio. Io abitavo a Bellosguardo, in un luogo sublime. L’architetto che restaurò quella casa aveva creato a Fiesole una abitazione per Bassani, che non volle mai andare ad abitarvi. Per lui il luogo della sua ‘ferraresità fiorentina’ era il Grand Hotel, o l’Hotel de la Ville, dove ricreare la sua nostalgia di Ferrara. Che nulla ha a che fare con, per me, improprio paragone che Vittorio Sgarbi crea tra Ariosto e Bassani. Ma si sa, amici pelosi, queste riflessioni possono essere tenute in considerazione da un povero criceto?
Ferrara quanto mi costi ancora oggi. Vado a dormire presto. Devo recuperare la notte insonne alla ricerca del Bassani perduto, o reso invisibile.

SEMPRE CON ME
Una poesia di Carla Sautto Malfatto dedicata alla Festa del papà

di Carla Sautto Malfatto

SEMPRE CON ME

Il magnifico corpo di mio padre che a passi di danza
si è allungato nella sua vita di molti tramonti
mi spinge con le ginocchia ossute dietro il sedile dell’auto
quando la mia mente è troppo sola.

– Ciao papà, – allora sussurro senza guardare nello specchietto
l’assenza dei suoi occhi indecentemente sinceri
e mentre lo ringrazio della compagnia, mi vergogno
di non riuscire a ricordare il timbro della sua voce.

Nemmeno questo è rimasto di te disperso nel mio sangue,
come il brillio di una meteora confuso, eppure distinguibile
nei suoi picchi e in certe venature di malinconia
che credevo solo mie.

Oggi trasporto te, vedi come sono brava alla guida
di questa esistenza che mi sfianca
ai tornanti, ai semafori sempre rossi,
prima, accelerata e ancora stop, senza un vigile dall’alto
che la faccia scorrere tranquilla alla meta.

Non è quello che volevo, né quello che volevi tu,
e in questo siamo simili e fregati, padre e figlia,
ma almeno il tuo respiro non appanna i vetri
e come il bue del presepe mi riscalda come può.

Guardo fuori dal finestrino la nebbia che scende
e ho sempre più paura all’avvicinarsi del tunnel…

e le tue ginocchia premono più forte dietro la schiena
per dirmi che non mi abbandoni.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)
da ‘Troppe nebbie’, Edizioni Il Saggio, 2019

DIARIO IN PUBBLICO
Non è triste Venezia ma Ferrara

Come ribolle la patria materna! E Ferrara, ormai spesso e solo ‘Ferara’, diventa la città più problematica dell’Emilia-Romagna. Per non farmi mancare nulla mi trascino a Venezia per partecipare a Ca’ Foscari al convegno dannunziano rimandato di un mese per l’acqua alta. Accompagnata da una cara amica con cui ho lavorato decenni, faticosamente m’arrampico sul ponte di Calatrava e lungo le calli m’addentro nella città che nulla o nessuno saprà strapparmi dal cuore. Le mie esitazioni fisiche e psichiche sembrano quasi una difesa alla valanga dei ricordi che s’abbattono impietosi per riaprire ferite e malinconie e ravvivare soprattutto quello che mi aveva sempre coinvolto della città acquatica. Ricordo allora il quadro di Matisse Calme, luxe et volupté tratto da L’Invitation au voyage, la sublime poesia di Baudelaire nella raccolta dei Fleurs du Mal. Ma anche Morte a Venezia, la novella di Thomas Mann e ancora, Com’è triste Venezia la canzone di Charles Aznavour. La mia spietata nostalgia veneziana di cui mi sono nutrito per una vita intera trova alla fine un sicuro rifugio a Malcanton la (brutta) sede in tanta bellezza di Cà Foscari, E ritrovo amici carissimi tra i quali Marzio Mutterle, con cui parlerò, il compagno fido di tante esperienze compresa la prima e la più importante: quella che ci portò ad essere ‘pavesini’ non biscotti ma fedeli allievi di Cesarito, il ‘nostro’ Pavese.
E accanto a lui amiche e amici del temps d’antan.
Inesorabilmente nella discussione s’affaccia (e come non avrebbe potuto accadere?) il rapporto tra Bassani e d’Annunzio che già il libro coordinato da Portia Prebys e da me indicava chiaramente nello stesso titolo, Vivere è scrivere. E il particolare dannunzianesimo dello scrittore ferrarese, mediato anche dalla fedeltà a quello che considero il più grande poeta del secolo breve, Eugenio Montale, si arricchisce di un altro importante tassello. E’ ben conosciuta la passione di Bassani per il poema dantesco che conosceva e recitava quasi tutto a memoria ma una fonte sicura mi conferma che lo scrittore ferrarese recitava tra amici, sempre a memoria, una splendida e rara poesia di d’Annunzio: I camelli della raccolta di Alcyone. Eccoli i pazienti animali rappresentati nella tenuta pisana, che faticano e nello stesso tempo evidenziano la loro estraneità al mondo in cui sono stati condotti per lavorare. Il loro lento adattarsi diventa emblema di una condizione esistenziale che è cosi vicina metaforicamente al mondo dell’autore del Romanzo di Ferrara.
Si passa poi a commentare un testo, quello di Laura Melosi che pubblica sulla scorta dell’archivio Olschki un libro straordinario, D’Annunzio e l’edizione 1911 della ‘Commedia’.
Alla fine ci si scambiano abbracci metaforici e reali tra amici riuniti da una comune passione.
Il ritorno alla realtà ferrarese rende ancor più acuta la nostalgia di quei momenti. Si spalancano imbarazzanti crepe nella nuova gestione della città. A Piazza Pulita, il programma di tv7 condotto da Formigli, scoppia il caso Solaroli, vicecapogruppo della Lega che offre a una troppo – secondo lui – invadente membro della giunta leghista, Anna Ferraresi, uno scambio tra una sua dimissione dal consiglio a un lavoro ben pagato che l’avrebbe vista alla guida del trenino che percorre la città come illustratrice dei luoghi artistici che il mezzo toccava. Se il fatto sostenuto fosse dimostrato vero sarebbe un gravissimo atto di prevaricazione. E di questo si dice nella telefonata erano al corrente e il sindaco e il vice sindaco. Non voglio continuare a ricordare le tristezze di Ferrara che sembra continuino anche nel fatto quasi inaudito della mancanza all’inaugurazione della Mostra donata dal Presidente della Repubblica Mattarella al Meis delle massime autorità dell’amministrazione cittadina. Almeno così commenta un membro della minoranza presente all’inaugurazione.
Allora si può cantare Com’è triste Ferrara?

PER CERTI VERSI
Nel tuo cuore

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

NEL TUO CUORE

Come si sta
Come si sta
nel tuo cuore
Una generazione
Di coccinelle
esce dall’atrio
di una mia nostalgia
E mi accompagna
alla fine del vento
Dove pulsa il tuo cuore
E apre la porta
Prepara un emomassaggio
E una canzone che parte
Si quella di Gesù
Che era un marinaio
Senza promesse
E sento il tuo calore
La tua ospitale danza
di globuli rossi
Come ribes alla panna
La tua memoria
che impreziosisce tutto
Poi i ricordi
Si imbarcano
Qualche volta
Guardano gli occhi
e fumano
È una grondaia
La tua aorta
Il resto è un fuoco
che alza la fiamma
Sui nostri baci
Ah che dolce
Che vago
Il tuo cuore.

Camminare al chiaro di luna

Mad Man Moon (Genesis, 1976)

Luna piena, dopo la mezzanotte. Cielo sereno, brezza tiepida e leggera.
La questione della psiche è argomento ricorrente nei discorsi di mio fratello, e devo dire che mi suscita sempre grande interesse. Ma, proprio mentre sto per fargli l’ennesima domanda, mi zittisce ancor prima che possa aprir bocca.
«Aspetta!» esclama fermandosi di colpo, «Credo che ci siamo»
«Siamo arrivati? Non vedo ancora niente» ammetto io, mentre cerco d’allungare lo sguardo oltre la boscaglia davanti a noi.
«Oltre quegli alberi c’è il campo che confina col cimitero. Se l’attraversiamo rischiamo di farci scoprire… Dobbiamo deviare da quella parte, dove la vegetazione è più fitta» spiega, poi indica un punto del bosco in cui le querce secolari son così vicine tra loro che i grossi rami s’abbracciano in un interminabile groviglio e le chiome degli alberi formano un immenso ammasso verde scuro.
È la parte più antica della foresta, ombrosa e assai inquietante nell’aspetto. In quel punto la luce è scarsa anche di giorno ed è impossibile scorgere il cielo, ma è perfetta per potersi avvicinare senza esser visti.
Senza far rumore ci avviciniamo al margine della vasta area cimiteriale. Strisciamo tra i cespugli e intanto vediamo le prime tombe spuntare a pochi passi da noi, son sparpagliate e man mano sempre più numerose.
Ora siamo dentro il cimitero. È come trovarsi in un altro bosco, non fatto d’alberi ma di grosse lapidi spigolose e antiche cappelle diroccate.
«Stai attento!», bisbiglia mio fratello, «Potrebbero essere qua intorno… Restiamo ai margini del querceto, dietro quelle siepi laggiù. Se ci sono, si dovrebbero vedere!»
Lo seguo senza fiatare, la tensione è alle stelle. Aggiriamo una fila di stoppie ammucchiate che in quel tratto delimita il confine del cimitero. Sento il rumore dei nostri passi sulla paglia… poi sento qualcos’altro, qualcosa che proviene dal centro del cimitero.
È un rumore d’altri passi, strascicati, innumerevoli…
«Sono loro… sono arrivati!» sussurra mio fratello. Gli trema la voce. Dovrebbe esserci abituato, sono anni che gestisce queste cose, ma vedere un morto che cammina al chiaro di luna fa sempre un certo effetto. Peggio quando sono decine e decine.

I morti della luna. Escono nelle notti di plenilunio e s’aggirano nel mondo dei vivi quando i vivi dormono. Mio fratello, incaricato di sorvegliarli con discrezione, me l’aveva confidato durante un sogno fatto qualche tempo fa. Appena ho potuto l’ho seguito, e lui m’ha portato nel luogo in cui li avremmo trovati.

Non ho paura. Perché avere paura dei morti in fondo? Cosa potrebbero mai farmi?
Loro non vogliono far altro che rivedere i luoghi che han lasciato. Lo fanno per nostalgia, approfittando della luna piena e della sua magia. Potente ed effimera quanto basta acché nessun vivo s’accorga di nulla e si metta a far casino rovinando tutto come al solito.

Perché a combinar guai son sempre i vivi… i morti mai!

Viaggio di fine vacanze

Le vacanze terminate, portano al rientro in città. Quella che ci aspetta è una quotidianità ritrovata che nei momenti del viaggio si fa sempre più tangibile.
Il viaggio, misto di nostalgia e di consapevolezze, una serie di immagini che scorrono veloci come quelle che si osservano dal finestrino di un treno.
Diapositive reali e immaginarie.

Ciò che ho perduto

Amsterdam (Coldplay, 2002)

Guardo fuori dalla mia finestra. C’è fermento per le strade: la gente corre, schiamazza, scherza, balla, ride…
Voglia di baldoria, di dimenticare, di ricominciare.
Un brindisi al nuovo anno. Che porti fortuna, salute, amore, serenità, pace e chi più ne avrà più ne metterà.
Si sente nell’aria. L’elettricità scorre come la speranza. E come il tempo non muore mai…
Il tempo, appunto. Il tempo che non si ferma, e prosegue il suo cammino senza fretta, secondo dopo secondo.
Il tempo ordina, il mondo esegue.

Ancora poche ore e ci siamo. Quando l’attesa diventerà il nuovo presente. Senza più appello, senza più scuse.
È l’eterno gioco del tempo, che si burla di tutto e tutti offrendo bollicine di speranza e lustrini d’illusione, mentre si porta via un altro anno. L’ennesimo di un’esistenza che non ne vuole sapere di cambiare, di cambiare per davvero!
Come si dice: un anno in più lasciato ai ricordi, un anno in meno in pasto ai desideri.
Eppure è l’unico modo, e il tempo lo sa bene.
E allora brindate all’ignoto, all’anno che verrà. Cavalcate il toro impazzito, prendetelo per le corna, ubriachi di nuovi sogni da sognare, nuove montagne da scalare, pronti a farvi infilzare, inconsapevolmente disperati, distratti, invecchiati.
È soltanto un anno in più. E quanti saranno alla fine? Poche manciate? Nient’altro che una fottutissima vita intera.

Ma io no, stasera resto a casa. Lontano dal grande carrozzone dorato. Nessuna patetica esagerazione, nessuna pilotata trasgressione, nessuna pia illusione.
Perché nulla sarà mai dolce come ciò che è già stato. E dolce, ancorché amaro, lo è davvero: chiudere gli occhi per rivedere un’ultima volta quel che ho lasciato.

Dunque così sia.
Mi volgerò indietro, resterò in silenzio a salutar come si deve l’anno passato e sigillar nel cuore ciò che ho perduto.

PER CERTI VERSI
Di calcio e di altre emozioni

Calcio e morte

Si muore di calcio
di calcio si muore
ancora
attorno al calcio
si muore
nel calcio
ululano i razzisti
contro quei neri
che ci sono anche
tra i loro? beniamini

è troppo presto
per riflettere
è forse troppo tardi
per agire

a chi rimarranno le mani
con i cerini?

In fondo la relatività

In fondo la relatività
Il principio di indeterminazione
I buchi neri
L’antimateria
Sono una cosa seria
Ma stanno tutti
Nei nostri magici
Incontri
Non certo una cosa deleteria
Ma si sa l’amore…
Per anime belle evanescenti…
No cari miscredenti
Quella durata
incommensurabile tra di noi
È la vita
L’aratura
La trebbia
La vendemmia
Il polline puro
Sopra la morte
No cari è luce
Non bestemmia

Quando mi manchi

Quando mi manchi
Così come l’acqua a un delfino
Il mondo si terremota
E mi schiaccia sul capo
Una lastra di nulla
Il tempo mi opprime
Lo spazio si abissa
E io mi frastaglio
In baie di pianto
Poi rido
Come un veliero
Insabbiato
Poi le lacrime mi bagnano
Il volto
Come neve sciolta
Sulla roccia
Lo stomaco duro
Mi atrofizza
Le speranze
Illune
Poi
Poi
Ti ritrovo tra le carte
Come dune
E sento
La tua pizza
Che profuma

DIARIO IN PUBBLICO
La vita è bella anche per i giovani ottantenni

E così si è arrivati alla soglia degli 80. Numero scaramantico che tuttavia nel dormiveglia ci fa intristire se non fosse che la sublime Natalia Aspesi su ‘La Repubblica’ pubblica un commento il cui titolo e contenuto valgono un Perù come diceva la mia nonna millenni fa: “La grande bellezza di noi vecchi” in cui meditando sulle meravigliose possibilità che ci aspettano scrive: “essere vecchi può rendere invisibili. Però basta un bastone e anche il più corrucciato dei taxisti si precipita a fornire un gradino mobile e spingere dentro dal sedere, il corpo in difficoltà” Non occorre che l’amatissima Aspesi racconti della gentilezza dei taxisti avendone noi a Ferrara i migliori in assoluto che ti mettono la spesa dentro l’ascensore, che scambiano con te i progressi e regressi dei nostri pelosi che pur loro stanno raggiungendo età venerabili e che ti prestano libri e dischi e che ti sorridono affettuosamente ai concerti. Ma che ne è dei nostri ragazzi/e a cui per un tempo limitato potevi apparire un maestro? Quei settantenni che ora si vogliono appropriare del potere (?) cacciandoti poco elegantemente dai luoghi e dalle associazioni che avevi contribuito a creare e a difendere? Certo a vedere la nonna ballerina di Sanremo puoi congratularti con l’età che sembra inesistente o puoi piangere d’altra parte  su altri ottantenni che firmano contratti con il popolo ‘itagliano’. Dunque i ragazzi settantenni o nel caso gli infanti tra i sessanta e i sessantacinque hanno un loro popolo che li ammira e li segue fatto di giovani che sembrerebbe affidino a loro il senso del tempo. Così mi consolo pensando che l’età incolmabile tra discente e docente, specie negli studi ‘umanitari’ come suona la scellerata gaffe di Mauro Gola della Confindustria di Cuneo (Chi vuole fare gli studi tecnici. Chi vuole fare gli studi economici. Chi vuole fare gli studi umanitari)  si sta assottigliando a una manciata di tempo. Perciò m’affanno a scrivere festschrift ai miei valorosi discenti di un tempo che a loro volta sono supportati da altri allievi che li imbalsamano in una visione atemporale. Quando con poca eleganza la mia città pensò che era ora che mi ritirassi nel limbo dei senza tempo – un po’ rudemente –  mi aspettavo che quella posizione venisse affidata a bambini/e cinquantenni. Macché! Tutto è tornato in mano ai settantenni che gioiosamente si affidano a questa nuova visione del mondo. Ma, scrive Natalia Aspesi  spargendo balsamo sulla età dei vecchi “Commovente la scoperta di quanto i vecchi, in un tempo in cui si smania per prolungare una sfinita giovinezza, possano essere rasserenanti, fisicamente belli di una loro bellezza data proprio dagli anni; i capelli bianchi (illusione per chi scrive in quanto i capelli li perse già nella prima giovinezza) e la pancetta degli uomini, l’irrinunciabile vanità delle donne ben vestite e ben pettinate, con le loro vite di prima in altri luoghi, con altre persone, con altri dolori e speranze.” Sembrerebbe dunque che i seniori o senatori della vita pubblica fossero i pilastri su cui si fonda la società italiana; poi ci s’accorge che quei seniori o presunti tali  peccano e di brutto. Non vorrei ritornare allo scandalo della grillineria 5 stelle che definitivamente ha insegnato (se il movimento assegnasse un ruolo all’insegnamento) quanto sa di sale salire le scale del potere. Come i conti che non tornano rinfacciati stupidamente da un Pd che dovrebbe a sua volta tacere. Cosi le polemicuzze della campagna elettorale rinfocolano una nostalgia di ottantenni seri che bacchettino gli scapestrati settantenni il cui compito sarebbe quello di farsi ascoltare dai quaranta-cinquantenni. In questo triste tempo, dove le violenze, le stragi, i femminicidi e gli squartamenti occupano sempre più le prime pagine, la nazione più potente del mondo e il suo presidente versano lacrime di coccodrillo non impedendo il mafioso e spaventoso uso disinvolto delle armi che si possono comprare come caramelle. Poi c’è un quarantatreenne Matteo che infuriandosi sempre di più vuol cacciare i migranti per proteggere gli ‘itagliani’ e paragona a bambola gonfiabile la rispettabile Boldrini. La campagna elettorale raggiunge abissi mai visti come la sceneggiata di B. alla scrivania riesumata (come lui) dall’attrezzeria di Vespa. O il salotto della Gruber i cui occhi esprimono la disperazione per non poter contenere le tesi inesorabilmente distorte dei candidati che le sfuggono dalle mani come serpenti. Un caro amico mi consiglia di ritirarmi dal diario in pubblico perché noi, gli ottantenni, non possiamo più commentare nulla. Il nostro sarebbe il tempo del passato che non sa né può costruire il futuro.
Ma ancora non mi rassegno per rispetto a quei ragazzi che forse pensano di non andare a votare in quanto sarebbe inutile.
E in questo caso, pur per nostra responsabilità, sbagliano in quanto votare deve far parte del loro diritto-dovere di vivere in una società.

ELOGIO DEL PRESENTE
Dalla piattaforma rivendicativa a quella digitale: come cambia il lavoro al tempo di Uber

Airbnb, per i miei studenti, è un modo per trovare camere a basso costo; Blablacar un sistema di trasporto più piacevole del treno e fruibile con minore spesa; Uber il modo più semplice ed economico per andare all’aeroporto di Roma o di Milano. Per molti di noi queste sigle sono ancora estranee alla vita quotidiana, al più ne leggiamo sulla stampa quotidiana. Manifestazioni della sharing economy supportate dalle tecnologie della connessione e dalla radicale trasformazione dell’organizzazione del lavoro di significative aree di servizi. Si tratta di un modello incentrato su una piattaforma e su un piccolo nucleo di dipendenti che ne garantiscono il funzionamento, attorno ai quali si aggrega un ampio numero di persone che offrono servizi ai clienti.

Uber, ad esempio, si compone di una piattaforma e di un piccolo nucleo di dipendenti che ne permette il funzionamento unitamente agli autisti che mettono a disposizione le auto ai clienti. Analogamente opera Airbnb: un nucleo di dipendenti gestisce la piattaforma, i clienti prenotano alloggi per le vacanze spendendo poco grazie alle persone che offrono ospitalità ai clienti della piattaforma. Airbnb non possiede case e Uber non possiede taxi. E quindi, come definiamo coloro che prestano il servizio? Sono lavoratori dipendenti o sono lavoratori autonomi? Vendono lavoro o utilizzano un’opportunità (quella di lavorare qualche ora e integrare il reddito)? Sono un modello organizzativo più flessibile o un’altra prova che l’epoca delle garanzie tramontata?

Con quali atteggiamenti guardiamo questi fenomeni? Possiamo considerarli forme della precarizzazione del lavoro, possiamo sostenere che il rischio di impresa viene totalmente scaricato sulle spalle di coloro che svolgono il lavoro. Ma ciò non ci sarebbe di grande utilità né analitica, né pratica. Uber non possiede auto, il vero mezzo di produzione è la piattaforma prima che l’auto. Analoga considerazione per Airbnb: le case sono dei proprietari, il rischio è il loro. Il mezzo di produzione è l’app che consente l’incontro. E c’è una nuova merce a regolare questa economia: la reputazione, che dice se un host di Airbnb o un driver di Uber sono affidabili. Nell’economia della piattaforme i lavoratori ricevono lavoro intermediato da un portale e la loro produttività è valutata da un algoritmo che misura la reputazione. La reputazione diventa, peraltro, una categoria sempre più pregnante.
Un aspetto interessante è che queste piattaforme sono in grado di mobilitare i propri clienti contro i vincoli proposti dalle autorità. E’ il caso di Uber a New York che proprio facendo leva sul sostegno degli utilizzatori e degli autisti, è riuscito a contrastare le decisioni restrittive dell’Amministrazione pubblica della città.

A commento telegrafico cito la frase di un’anziana emigrata in Canada (testimonianza raccolta da Vito Teti in un volume sulla storia delle migrazioni meridionali): “La cosa che più desidero è tornare al paese. Ma non torno più. Ho tanta nostalgia. Vivo con la nostalgia del paese. Ma so che se tornassi perderei anche la nostalgia”. Rispetto al nostro passato personale la nostalgia è un sentimento comprensibile, ma in termini sociali è discutibile e comunque perdente. Le forme del lavoro, in primo luogo nei servizi, hanno già subito un forte mutamento, il tempo passato in un luogo, per un numero crescente di casi non è più il parametro prevalente di giudizio, qualità e reputazione riguardano un numero crescente di posizioni.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

Parole per Nostalgia. Il tempo dell’intensità

Significativo riconoscimento per Giuliana Berengan, che ha debuttato ieri come collaboratrice del prestigioso Wall street International con una riflessione, ospitata nelle sezione cultura dell’edizione online, su parole, memoria e linguaggio, che qui riportiamo integralmente.
Ferrarese, classicista e cultrice di storia antica, Berengan è autrice di numerosi volumi fra i quali Cronache inedite di fine secolo (1993), Le Dame della Corte Estense (1997), I Book-Notes (2000), Le parole di Penelope (2004), Favolose parole (1993 e 2005), Favolosi Anni ’80. Ferrara fabbrica di idee (2010)”.

di: Giuliana Berengan

Quello che porta alla creazione della parola è un processo lungo, accidentato, denso di fratture, di lacerazioni e di ricuciture, spesso lento, impercettibile e proprio per questo
difficile, talora incomprensibile, fatto di entusiasmi e di malinconia, di attimi drammatici e di gioie improvvise e dirompenti, di silenzi e di ascolto, di attese e di slanci, di visioni e di fantasmi, di immaginazione e di rimandi apparentemente senza legame alcuno, di associazioni di pensieri, di giustapposizioni di suoni, di segni, di percezioni, di viaggi con o senza ritorno, di prigionie e di evasioni, di lacrime e di sorrisi guardati soltanto allo specchio, di animalità e di raffinatezza, di falsità e di verità, di concessioni e di rigorosi dinieghi, di ammissioni e di rifiuti, di percosse e di carezze, di tenerezza e di violenza, di follia e di lucida coerenza, di piccole sfumature e di forti colori, di morte e di rinascita, un processo che non ha fine come non ha fine il respiro, il soffio che dà nutrimento e crea la trama sonora sulla quale la voce tesse le forme della parola, un processo che contiene il
mistero della vita.
Per questo il tessuto della scrittura ha a che fare con la fatica della nascita, con la pazienza che ne accompagna l’attesa, con la capacità di percepire i segni che ne sono preludio: parole
come semi che devono essere accolti, deposti, ascoltati crescere fino a transumanarsi in emozioni che alimentano e sono alimentate dalle vibrazioni dell’anima. Nella tradizione
indù la Parola assume le sembianze di Vac, la sposa di Brahma ed è Lei che si fa portatrice del doppio nutrimento, quello corporeo e quello che passa attraverso le sillabe prime e dà
vita al linguaggio, a mostrare così l’intreccio originario della materia sottile con la fisicità ed a testimoniare la sacralità della parola e il suo legame ancestrale con la potenza generante. La parola fatta nascere con amore invade i sentimenti, induce la commozione poiché al di là dei segni che vediamo distendersi a disegnare il testo c’è l’infinito, invisibile universo di sentire e di sapere che sottende all’esperienza creatrice, un mondo di sensazioni che rimanda a memorie lontane, che passa attraverso il gesto della mano che scrive srotolando e
facendo scorrere tra le dita il filo dei ricordi come su un antico telaio. La capacità di ricordare ovvero, secondo la bellissima etimologia di questa parola, di ‘riconsegnare al cuore’ le caleidoscopiche immagini che la memoria ci rimanda, è un dono prezioso, capace di contrastare la tirannia del tempo e dello spazio. I ricordi, come energie sottili partite
chissà da dove, alimentate da fonti misteriose, ci attraversano come linfa vitale, toccano i nostri sensi assuefatti ad odori globalizzati e sapori seriali per ricondurli in giardini segreti, profumati di malinconia dove si può assaporare la dolcezza di frutti proibiti.
Attraverso questa rete del cuore il tempo dell’intensità che non ha durata prende la sua rivincita, i confini angusti della vita reale si dilatano, possiamo accogliere cose, figure, voci,
sentimenti che si presentano a noi per annodare i fili che ci tengono fortemente attaccati alla nostra matrice. Mi piace usare questa parola di un lessico fortemente connotato al
femminile poiché la memoria ha origine in un corpo di donna. Mnemosine, la dea che nell’Olimpo greco la personifica, è la figlia del Cielo e della Terra ed è a lei che Zeus si unisce
per generare le Muse, e dunque voglio pensare che non ci sia arte senza ricordi e che non ci siano ricordi senza il prezioso “lavoro di cura” che sempre le donne hanno fatto per
custodire la lingua del cuore. I ricordi sono i fili dell’ordito sui quali va ad intrecciarsi la trama di altri ricordi a formare il tessuto ossia il testo sul quale sono tracciati i segni che testimoniano il nostro essere nel tempo, ma anche la nostra capacità di condividere eraccontare mondi che, attraverso la memoria dei sensi, si sono depositati nel nostro corpo e
lo percorrono come il reticolo del sangue.
Memoria antenata che si batte per sopravvivere all’ideologia del presente che cerca le proprie ragioni in sé; memoria emozionale che è anche bisogno di immergersi nelle sorgenti
del nostro essere e del nostro sapere: un incontro empatico che si accompagna ineluttabilmente alla nostalgia, una parola che vorrei riammantare di tutta la sua intensità.
Nostalgia è il desiderio doloroso del ritorno, è un sentimento forte e tenero, un impasto di dolcezza e di malinconia, di tristezza e di gioie fuggite lontano, una teoria di ombre che
sfilano davanti agli occhi della memoria come le piccole sagome delle miniature di Norimberga. Attraverso la nostalgia luoghi e persone ritrovano l’innocenza nel senso
originario della parola: non possono più nuocere ma soltanto suscitare rimpianto per ciò che si è perduto e di cui ancora si sente il desiderio. E se il rimpianto è un ‘rammentare
piangendo’ allora la nostalgia ha anche il compito di saziare la sete di lacrime che Platone riconosceva come parte della nostra anima: un piacere liberatorio che è compito del poeta
provocare.
E come negare che ciascuno di noi soffre ed è al tempo stesso sedotto dal desiderio di un nostos, di un ‘ritorno’: ad un amore, all’infanzia, ad un antico ideale. Poco importa quale sia
la meta poiché sempre la nostalgia è ritorno alle terre incantate di un sogno. Non lasciamo morire la nostalgia. E’ preziosa. Senza di lei nessun Ulisse potrà ritrovare la propria Itaca e
nessuna Penelope potrà riabbracciare l’amore perduto, senza di lei non c’è desiderio di ricordare e di raccontare, non c’è musica che rapisce i sensi, non c’è parola spesa con
generosità, donata con passione e con le parole bisogna essere generosi, bisogna lasciarsi innamorare.
Questo mio scritto vuol rendere omaggio ad alcune parole a me molto care: pazienza, attesa, commozione, ricordo, malinconia, memoria, nostalgia, innocenza, rimpianto, e
chiede a chi leggerà di dedicare qualche attenzione e amorevole cura alle antiche Signore che hanno accettato di apparire in questo verbodramma.

[da: Wall street International]

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Pollo alle prugne, dal fumetto al grande schermo

Dopo il successo del fumetto Persepolis, la disegnatrice-regista iraniana Marjane Satrapi, porta al cinema, con Vincent Paronnaud, una storia ricca e commovente, un film dai toni melodrammatici che ricalcano lo stile dei film anni 50, con un tocco, talora, felliniano.
Questo lungometraggio però, a differenza di Persepolis, non è più un fumetto ma una bella trasposizione in immagini e scene degne di esso, quasi fossimo immersi in un sogno leggero.
Siamo nel 1958, quando Nasser Ali Khan, famoso violinista di Teheran, perde ogni voglia di vivere e decide di mettersi a letto per aspettare la morte: sua moglie, l’intransigente Faringuisse, durante un litigio, gli ha rotto il su amato violino, per questo nulla e nessuno valgono più nulla.

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La locandina del film ‘Pollo alle prugne’

Sprofondato nel suo letto solitario, Nasser attende l’angelo della morte, ripercorrendo tutta la sua vita, immaginando il futuro dei figli e, soprattutto, rivivendo l’amore per una ragazza conosciuta in gioventù, la bella Irâne.
In bilico fra sogno e realtà, fra vero e immaginario, passato e presente, immensi sono il rimpianto e lo struggimento per quanto si è ormai perduto.
Sembrano trascorsi invano il tempo, la gioventù, il primo amore, la passione per il violino (simbolo di libertà, creatività, leggerezza, spensieratezza e allegria); ormai, il piatto preferito per lui preparato dalla moglie (il pollo alle prugne appunto) non basta più a confortare Nasser e a farlo desistere dall’intenzione di lasciarsi completamente andare e per sempre.
Siamo di fronte a un uomo che ricorda la madre (sulla cui tomba aleggia uno strano e misterioso fumo, forse le tante sigarette ?), ormai solo, triste e disarmato, pronto ad abbandonare tutto per la musica e per l’amore nei confronti di una ragazza perduta ma anche del suo Iran. E che otto giorni dopo la tragica e insindacabile decisione se ne andrà per davvero.
I colori tenui d’altri tempi sono bellissimi, l’atmosfera, come dicevamo, resta quella del fumetto e siamo avvolti da tonalità e sapori molto stile Liberty, frondoso e a volte leggiadro. Vi sono poi anche tanta fantasia, belle e intense digressioni e riflessioni, molti flashback, qualche sguardo al futuro (o flashforward), sorrisi e risate.

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Un scena del film ‘Pollo alle prugne’

La dimensione onirica, un po’ sospesa nel vuoto e nell’aria, resta un plus importante e fondamentale di questo film, così come lo sono la ricchezza inventiva, la dimensione fiabesca e intimista tipica della millenaria cultura persiana, fuori dal tempo e dalla storia. Il film è drammatico ma allo stesso tempo romantico. Consigliato.

Pollo alle prugne, un film di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi con Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Mathieu Amalric, Jamel Debbouze, Chiara Mastroianni, Edouard Baer, Eric Caravaca, Frédéric Saurel, Dustin Graf, Francia, Germania, Belgio 2011, 90 mn.

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La nostalgia degli ‘umarells’ è paralizzante. Bisogna cominciare a immaginarsi un futuro diverso

di Elisa Manici

Danilo Masotti, l’inventore degli umarells, è, come dice il suo amico sociologo Ivo Germano, ”l’esegeta della più spiccia e incatenata realtà bolognese, anzi, è l’indagatore della sua fissità sociale”. Blogger, scrittore, per 25 anni creatore e frontman della band New Hyronja, e agitatore web tra la strizzata d’occhio alla pancia becera della gente e l’amore per quella che definisce una metropoli di provincia. Uno che pur avendo lanciato l’hashtag #ilgiorno dopononsuccedemaiuncazzo e #cimeritiamotutto – e che ha pure intitolato così il suo primo romanzo – nella sua vita è riuscito a spezzare le catene dell’ormai mitologico (ma per molti animi inquieti angosciante nella sua ripetitività) posto fisso e a inventarsi una vita anche lavorativa a sua misura: per portare a casa lo stipendio fa il grafico e il consulente per il web e il social media marketing.
Su Facebook, a chi non lo conosce bene, dà una prima impressione di cavalcare il populismo della rete in modo spesso irritante, ma basta conoscerlo meglio per capire che c’è molto altro. Lo incontriamo di persona proprio per parlare della bolognesità a modo suo, ovvero della bolognesità che passa dal web. Ma la sua lucida e spietata visione del provincialismo s’attaglia a Bologna come a Ferrara e ad ogni campanile d’Italia. Lui si pone molto gentilmente, e non si sottrae ad alcuna domanda.
“I social media si prestano molto a parlare di Bologna. Io mi diverto molto, ho iniziato coi blog, il primo è stato ‘Lo spettro della bolognesità’: replicava quello che avviene in una piazza, raccontavo quello che vedevo, ma il blog poi ha fatto il suo tempo. Quindi sono passato a una forma di comunicazione molto più veloce, che è quella di Facebook e Twitter. Su Facebook ho fatto il mio esperimento peggiore, direi, è un gruppo che si chiama ‘Una Bologna peggiore è possibile’, dove tutti i bolognesi si possono lamentare. Lì sono riuscito a raccogliere veramente il peggio della città, ma penso che una Bologna peggiore sia ancora possibile”.

E qual era il tuo scopo quando l’hai creato?
Io quando faccio le cose non ho mai un fine, il mio scopo è divertirmi. Però se proprio voglio trovare un fine è far specchiare i bolognesi in questa provocazione, farli riflettere, ascoltarsi, sentire cosa dicono sulla città, riflettere sulle loro chiusure, riflettere sui loro pregi, anche. Questa cosa qua secondo me è molto importante, e soprattutto è importante confrontarsi con persone che ti stanno anche un po’ sulle balle, anche con persone con cui non condividi e con le quali non ti diresti mai nulla.
L’utente medio di Una Bologna peggiore è possibile sembra essere pieno di mal di pancia, chiuso, tendenzialmente razzista e reazionario.
Il bolognese ha questa matrice che possiamo definire leghista, ma in questo caso “leghista” non c’entra niente con il partito della Lega, c’entra con l’attaccamento al territorio. C’è questo attaccamento al territorio, questo essere una sorta di testimoni di Geova della bolognesità, l’andare in giro a dire: “Sì, perché noi a Bologna facciam questo, facciam quello”, che è la realtà di tutte le province. Bologna è una metropoli di provincia, è una città che amo. Ecco, io ci tengo a sottolineare che queste cose che faccio sui social media e anche sui libri sono un atto d’amore nei confronti della mia città.
Mi sembra che questo, al di là di tutte le gag, traspaia con evidenza. Si dice spesso che oggi non c’è più un’unica narrazione dominante rispetto a un fatto, a un luogo, ma che ognuno scelga la sua. E’ così o ce n’è una che prevale?
Ogni narrazione della città parte dal concetto della “Bologna di una volta che si stava meglio”. Ma “non c’è più la Bologna di una volta” io me lo sentivo già dire nel ’77, quando avevo 9 anni, quindi bisogna risalire a qual è questa Bologna di una volta, tornare a viverci, e scoprire che magari non ci piace La Bologna di una volta forse rappresenta la gioventù, rappresenta la spensieratezza di ognuno di noi, e ognuno ha perciò la sua Bologna di una volta mentale.
E invece, come ci si può proiettare nella Bologna di oggi e del futuro?
La Bologna contemporanea è sicuramente problematica, come è problematico il mondo. Secondo me per proiettarsi nel futuro bisogna farsi ricchi del proprio patrimonio di vissuti in questa città e immaginarsi un futuro diverso. Bisogna cominciare a occuparsi meno di passato, con meno nostalgia paralizzante.
Attraverso la lente dell’ironia, con le tue pillole Scendo in campo affronti questioni legate all’oggi.
Sì, le giro col mio smartphone, riprendendomi selfie come va di moda adesso. Affronto le problematiche di questa città attraverso i luoghi comuni, didendo frasi fatte come alla gente piace sentirsi dire. Si ottengono molti “mi piace”, si ottengono molte critiche, si ottengono molti “ma che cazzo stai dicendo”.
Com’è nato l’hashtag #ilgiornodopononsuccedemaiuncazzo?
Da un’esperienza personale di plurivisioni di programmi come Report, Ballarò, Piazza Pulita, Servizio Pubblico. Programmi che seguo sempre meno, appunto perchè, anche se mi piace molto la domenica sera guardare, poi dopo mi lavo i denti, vado a letto, e il giorno dopo non succede mai un cazzo. Questi programmi, certo, ci vogliono, sono fondamentali, è importante sapere che cosa ci gira intorno. Ma poi?
Hai scritto ormai diversi liberi, ma solo un altro romanzo, Ci meritiamo tutto. Perché per Masotti ci meritiamo tutto?
Perchè ogni cosa che avviene nelle alte sfere del potere, ma anche solamente in un’azienda, è appunto perché noi non abbiamo fatto nulla perché ciò non accadesse, abbiamo delegato troppo, quindi ci meritiamo tutto, se continuiamo a delegare e se continuiamo ad affidare la nostra vita agli altri.
E tu che consiglio dai a una persona che non vuole più meritarsi tutto?
Per prima cosa bisogna farsi due conti in tasca e vedere se si può permetterselo. Non è così scontato, ma se questa persona comincia a vedere che di tanti oggetti può fare a meno, che può vivere spendendo meno, che può godere anche di una giornata di sole come quella di oggi e consumare meno, senza pipponi da decrescita felice. Se una persona comincia a rinunciare a tante cose, comincia a godersela un pochino di più, e secondo me riesce a gurdarsi dentro e a provare a cambiare qualche cosa. Se invece uno sta solo a guardare ai soldi, agli 80 euro in più in busta paga e cose così, continuerà poi solamente a meritarsi tutto. Chi può permetterselo un pochino, può uscire da questo gioco vorticoso, che come diceva il mio caro amico Freak Antoni “il ricatto del bisogno toglie all’uomo ogni sogno”.

[© www.lastefani.it]

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“Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek, rosso d’amore

Una sera, un regista turco, un aereo, una madre, una famiglia, due città, Roma e Istanbul. L’amore. Ci sono tutti gli ingredienti, insieme a colori, sapori, odori, profumi, ricordi, per una lettura intensa e indimenticabile. A dire il vero anche un po’ “sconvolgente” perché in una certa misura incita a strapparsi di dosso la vita come un vecchio vestito smesso e malconcio, per ricominciare daccapo.
Questo libro è una vera dichiarazione d’amore all’amore, ad una città, Istanbul, rossa come i suoi vecchi tram, i melograni, i tramonti sul Bosforo, i carretti dei venditori di simit (il pane croccante a forma circolare), le ciliegie di Neruda. C’è poi il rosso vermiglio di una bandiera, del sorgere del sole (che è solo per i sognatori), dell’abito della ragazza che va incontro ai poliziotti con gli idranti per difendere gli alberi di Gezi Park, dei garofani dei suoi compagni manifestanti, del colletto della splendida donna in copertina, della tuta da ginnastica che, quella stessa donna, la madre di Ferzan Ozpetek, chiedeva per la fisioterapia dopo un pesante intervento, del suo smalto e del suo rossetto.
L’amore (il rosso) è il tema che percorre tutto il libro del regista di Cuore sacro, di Saturno contro, di Mine vaganti, Magnifica presenza e del più recente Allacciate le cinture. L’amore di quando si parte per rivedere la propria casa dell’infanzia, che non ci abbandona mai; di quando ci si affaccia ad una finestra e si sente il profumo dei tigli che quasi stordiscono, insieme alla brezza marina; di quando si torna indietro con la memoria ai giardini delle ville dove si giocava da bambini; di quando si trovano, in una scatola, le gondole veneziane o i souvenir della nonna un tempo allineati sulle credenze; di quando, ancora, si vedono vecchie cartoline in bianco e nero della propria città o della propria famiglia; di quando si ritrova la scrittura elegante, la curata calligrafia dal sapore antico, dietro fotografie che facevano da segnalibro a qualche antico lettore; di quando, infine, la tua città ti aspetta.
Ozpetek ripercorre tutte queste fasi, mentre il suo destino si incrocia con quello di una sconosciuta, Anna, che si trova sullo stesso aereo che li porta alla Istanbul di ieri e di oggi. Le vite di Anna, del marito Michele e degli amici Andrea ed Elena, che viaggiano con loro, si intrecceranno in un amaro epilogo, all’ombra di gelatinosi, appiccicaticci e zuccherati lokum.
C’è molta hüzün, malinconia, sentimento misto di tristezza e nostalgia. Alcune immagini sono antiche, in bianco e nero. Vi sono ricordi, oggetti, contenitori di cristallo ottomano per l’acqua di rose, dai petali dipinti e iridescenti, ritratti a olio di sultani, cornici scurite, fotografie sbiadite.
Ma ci sono anche tanti colori, il blu della Moschea di Rüsyem Pasha e delle sue maioliche, l’azzurro del cielo, il bianco del marmo, il rosso-arancio dei piattini del tè, le più svariate tonalità dei tulipani, l’argento delle cornici delle vecchie foto, il nero del pianoforte che nessuno suonava, il biondo venere dei capelli della madre, pettinanti ad onde, il giorno del suo matrimonio, il marrone intenso del caffè, l’oro del buio di Santa Sofia, il caleidoscopio del Gran Bazar, il blu dei jeans e il nero dei veli, il bianco dei teli di cotone, l’ocra della spiaggia, il bianco delle calli nel vaso cristallino illuminato dai raggi della luna, il giallo-verde dell’Orient Express, che ho scoperto dare anche il nome a una varietà di rose, meravigliosi fiori gialli con sfumature rosa che formano uno splendido contrasto con le foglie verdi dalle tonalità bronzee, il viola del glicine della villa dei vicini. E’ proprio qui il passaggio, a mio avviso, più bello del libro. “Ricordo i proprietari della villa, due signori anziani. Anziani… forse non avevano neppure sessant’anni, ma ai miei occhi di bambino erano, certo, anziani. Lui tornava a casa ogni sera, poco prima del tramonto, e la chiamava, spingendo il cancello di ferro: «Serap, Serap!». Era il suo nome. Ma pronunciato con voce così carezzevole, così dolce, così piena di aspettative che era come se, ogni sera, le mormorasse: amore, amore… E lei, una bella signora, una pittrice, apriva il portone, usciva, lo aspettava sulla scalinata. E lo abbracciava, forte, come se fosse sempre il primo giorno, come se non lo vedesse da mesi, da anni, e invece era solo uscito quel mattino. Le donne del vicinato? Be’, erano invidiose. A noi bambini, invece, faceva ridere quella scena troppo romantica. Serap, Serap… ripetevamo, canzonandolo. Ma adesso so che è questo il punto dell’amore: avere qualcuno che ti aspetta davanti alla porta, la sera. Qualcuno che ti abbraccia. Qualcuno tra le cui braccia, anche se solo per un giorno e non per sempre, ti senti a casa. A me è successo: oggi, a Roma, mi aspetta un uomo senza il quale so che non potrei più vivere. Il mio unico eterno amore”. In questo passaggio meraviglioso, che ho voluto riportarvi nella sua integralità, si sintetizza tutto l’amore che affolla le pagine, l’abbraccio caldo che ti accoglie e ti fa sentire a casa. Lo spazio non esiste più.
Oltre all’amore e ai colori, ci sono, poi, tanti profumi, quelli del pane tostato, dei dolci zuccherosissimi e mielosi, della cucina dove si preparava colazione e pranzo, delle spezie, del tè in salotto, dei biscotti appena sfornati, dello sciroppo di cui erano intrisi i dolci finissimi capelli d’angelo, i kadayif, del pesmelba ricoperto di panna, gelato e miele della pasticceria Baylan, del vento, delle ombre, del silenzio. Fra i sapori dell’infanzia risuonano i versi di Nazim Hikmet.
Ozpetek affonda ancora nell’amore, quando parla della sua prima e unica passione, Yusuf, quando ricorda il padre che non c’era mai, quando scopre che la propria madre anziana è innamorata, quando ci fa capire che la sua educazione sentimentale è stata tutta al femminile, maturata in una sorta di originale harem personale. Quello della Zia Betul e della zia Güzin, bellissime, moderne, emancipate e sempre elegantissime, single, che bevevano Cinzano e amavano giocare a imitare le femmes fatales. Zia Betul – come il regista la chiama nel libro, ma non è il suo vero nome – è stata la sua maestra di aquiloni. Un giorno gli aveva detto: “vieni, perché ho comprato la carta per fare l’aquilone. Un uomo che non riesce a far volare un aquilone, non riesce a far felice una donna”. A lui, bambino, ciò sembrava follia e, invece, la zia voleva dirgli che il modo di far felice una donna ha a che fare con la creatività, con il costruire qualcosa insieme. Lo avrebbe capito dopo.
E poi c’è l’affascinante nonna, una vera principessa ottomana, che lo portò per la prima volta al cinema, lo storico e oggi scomparso Emek Sinemasi, a vedere Cleopatra, che Ozpetek definisce il primo amore che lo porterà a Roma, città del cinema. E c’è l’amore per i ribelli, per coloro che, con un sorriso, provano a camminare a testa alta. Perché riluci d’oro dove la vita ti ha scheggiato.
In una recente intervista, il regista ha ricordato che “L’amore è in tutte le cose che facciamo. Non c’è amicizia senza amore, non c’è la solidarietà. Tempo fa, una mattina prestissimo, saranno state circa le sette e un quarto, mi chiama la badante di mia madre. Come al solito mette giù la cornetta perché richiami io. Stavo andando a girare “Magnifica presenza”, a Cinecittà. Ho telefonato e mi ha passato mia madre. “Ricordati – mi ha detto – che niente è più importante dell’amore””.
E questo libro ci insegna, con le parole dello stesso Ozpetek, che è meglio un incendio che un cuore d’inverno, che l’amore cancella la solitudine, che egli sceglie tra la folla, che tutto quello che abbiamo imparato sull’amore è solo che l’amore esiste, “che l’amore non sa né leggere né scrivere. Che nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose perché non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta. E’ un entrare nel mistero: bisogna superare il confine, varcare la soglia. E cercare di rimanerci, in questo mistero, il più a lungo possibile”. Semplice.

Ferzan Ozpetek, Rosso Istanbul, Mondadori, 2013, 111 pp.

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L’arte di andare avanti senza muoversi

Ferrara è una città viva che si offre alla lettura: le sue strade e i suoi vicoli sono come «il filo conduttore di un racconto», come scrisse della Berlino degli anni Venti lo scrittore Franz Hessel. In Italia, e in Europa, è sempre più difficile visitare una città in cui è possibile riscoprire quella «capacità di narrare» così intrinseca a Ferrara, la città degli Estensi. «Il modo in cui Bassani ha raccontato Ferrara ha attirato l’attenzione dei turisti sulla città», scrisse Alfred Andersch, uno dei più famosi scrittori tedeschi del dopoguerra, nel saggio Sulle tracce dei Finzi-Contini. Molti visitatori stranieri associano quindi Ferrara a Il romanzo di Ferrara di Bassani, cercano il giardino dei Finzi-Contini e, non trovandolo, rimangono delusi.

Ma il visitatore straniero che ha modo di fermarsi più a lungo, scopre, al di là delle vie narrate da Giorgio Bassani, anche nuove tracce che portano ad altri racconti, romanzi, saggi e, perché no, anche a poesie non ancora scritte. Nelle città che si affacciano sul Po, viene ancora attribuito un significato particolare alla lentezza che trova forse la sua migliore espressione nella “cultura della bicicletta”. A Ferrara si contano così tante biciclette come in nessun’altra città italiana: non si tratta mai di biciclette di lusso o mountain-bike raffinate; due ruote e un telaio non troppo arrugginito sono sufficienti per la maggior parte dei ciclisti; anche luci e dinamo non sempre funzionano a dovere. Su questi veicoli – che in Germania verrebbero considerati un’infrazione a tutte le regole della circolazione – si spostano con grande disinvoltura distinti impiegati di banca ed eleganti commesse di boutique alla moda, che si recano al lavoro. Gli anziani sono maestri nell’arte del passeggio in bici: si muovono sfidando il limite dell’immobilità, per potersi intrattenere in tutta tranquillità con il ciclista a fianco. Nell’era dell’alta velocità, per i ciclisti della Bassa padana il concetto del tempo è legato a una cultura ormai tramontata: muoversi, mantenendo ancora una parvenza di immobilità, senza sacrificare la comunicazione allo sviluppo.

Che, in passato, la bicicletta sia stata qualcosa di diverso da un attrezzo ecologicamente corretto e utile per mantenersi in forma, lo si può apprendere osservando il gusto e la flemma con cui montano in bici gli abitanti dei villaggi lungo le sponde del Po. Ma, appena giunti sulle principali arterie di collegamento, questa flemma ammirevole si trasforma in una ridicola nostalgia, in un anacronismo, nella dittatura del tempo del Ventesimo secolo.

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La nostalgia fa mercato

Le merendine di quando eravamo bambini non torneranno più. In realtà non sono le merendine ad essere cambiate, siamo noi che inevitabilmente abbiamo perso l’ingenuità dell’infanzia. Lo stesso vale per le canzoni, come per il contesto sociale, le amicizie e le relazioni. Tendiamo a idealizzare ciò che riferiamo ad un tempo precedente della nostra vita.
La nostalgia scaturisce da un senso di perdita e si accompagna, per lo più, all’idea che il presente sia diventato peggiore del passato. Talvolta la nostalgia non riguarda solo la propria storia personale, ma investe l’intero contesto sociale. Il confronto, in questi casi, si riferisce ad un passato assunto a priori come migliore, dimenticando che in ogni epoca tutto ciò che emerge come nuovo induce sentimenti di spaesamento o, peggio, di perplessità, disapprovazione e condanna.
Un esempio riferito al passato che ora può far sorridere: metà Ottocento, quando i treni e le strade ferrate iniziano a popolare il paesaggio, un commentatore sulla rivista Quarterly, scriveva allarmato: “E’ una pretesa assurda e ridicola quella di voler far viaggiare locomotive con una velocità doppia delle carrozze di posta. Tanto varrebbe viaggiare su di una bomba! Vogliamo sperare che il Parlamento non approvi alcuna domanda di ferrovia senza prescrivere che la velocità di nove miglia all’ora (14 km orari) – la massima che possa adottarsi senza pericoli – non debba essere giammai superata!”. Inutile dire che per fortuna tali preoccupazioni non sono state ascoltate.
Nelle conversazioni quotidiane i richiami nostalgici sono frequenti. Si stigmatizza il tempo in cui si vive, per entrare in risonanza con un tempo in cui tutto era migliore. Insomma, se il presente fa paura o viene reputato problematico, si rivolge lo sguardo ad un presente diverso in cui era possibile (o si ritiene che lo fosse) avere serenità e sintonia con l’ambiente e il mondo circostante. Così nasce la nostalgia per i valori di autenticità, fiducia, eticità attribuiti ad altri periodi storici.
Le tracce di questo sentimento sono visibili nella comunicazione dei beni di consumo. Nascono i “negozi nostalgia”, che raccolgono oggetti fintamente vintage, proliferano i mercatini popolati di oggetti fatti a mano e di marmellate che assomigliano a quelle un tempo fatte in casa.
L’uso del sentimento della nostalgia è quello che si definisce in gergo vintage marketing. L’interesse verso i sapori dell’infanzia viene raccolto e utilizzato da molti brand alimentari in chiave di rassicurazione, per evocare un mondo non contraffatto e naturale.
Talvolta sono i consumatori che si mobilitano per riavere prodotti che hanno accompagnato la loro adolescenza. Pensiamo alla mobilitazione nella rete che ha portato al ritorno sul mercato, previsto a breve, del Winner Taco, il gelato la cui produzione era stata abbandonata. Su Facebook una pagina intitolata “Ridateci Winner Taco”, popolata da 12 mila “mi piace”, ha raggiunto questo “importante” obiettivo: convincere l’azienda a riproporre la mitizzata merendina! Intanto un altro gruppo su FB si mobilità con lo slogan: “Rivogliamo il Soldino del Mulino Bianco”. Difficile resistere alla tentazione di trovare grottesche queste iniziative di mobilitazione.
In un retorico bagno di nostalgia si è immerso in questi giorni il Festival di Sanremo, che ha cercato di coprire l’estrema povertà dell’offerta musicale e del format con il recupero di brani evergreen e di anziani ancorché autorevoli personaggi dello spettacolo. Non sembra abbia funzionato, in larga parte per la generale noia ormai associata alla televisione.
Ma, in generale, la nostalgia non è un sentimento buono da coltivare.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: la scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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Redazione

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