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Aspettando la notte
…un racconto

Aspettando la notte
Un racconto di Carlo Tassi

Mangio per noia.
Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana.
Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca.
Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto.
Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo.
Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?

Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…

Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto.
E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma.
Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui.
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio.
Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone.
L’oscurità circostante espande l’orizzonte.

E il tempo?
Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me.
Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno.
E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone.
È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso.
Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta.
Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.

Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Bring On The Night (The Police, 1979)

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Biasanott

racconto di Stefania Bergamini

Sergio è un biasanott. E mio amico. Entra elegante come un principe, lo trovi sempre al suo tavolo, quello sotto la tenda verde, vicino all’uscita. Sta lì con aria trasognata e un bicchiere di vino rosso. Quando ho un po’ di pausa mi siedo vicino a lui, non parliamo tanto, mi chiede del lavoro, se sono contenta, dei miei desideri, mi racconta un po’ di suoi amori e di fallimenti. Ha una stanchezza Sergio e una eleganza che nemmeno Horowitz. Vestito di bianco pure le scarpe e la sciarpa e i capelli. Un fazzoletto in tasca sempre profumato, mi dice senti questo è un profumo francese, me lo ha regalato Tina e chissà chi era Tina.
Lui la casa ce l’ha da qualche parte (con dentro forse la perdita di un figlio o figlia, qui la raccontano così). Non è un barbone, è un biasanott, tradotto dal dialetto bolognese masticanotte, cioè, lui la vive la notte, la assorbe, la cammina, la mastica, appunto. Ogni tanto viene qui e sta a quel tavolo, guarda la gente che entra e esce, si muove lentamente misurando i gesti come se tenesse in mano una bolla di sapone e mette a posto, quando mi parla, i miei nervi e il collettino della mia camicia.

The Last Good Day Of The Year (Cousteau, 1999)

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI

Come tutto in questo 2020, non sarà come sempre, non sarà il solito, famigerato ‘esame di maturità’. Che ufficialmente ha cambiato anche nome ma è lo stesso. Del resto, un esame è sempre un esame, e anche quello di quest’anno – strano fin che vuole –  rimane ‘il primo” esame della vita adulta. Ma appena prima dell’esame, altrettanto fatidica (o chissà: indimenticabile) c’è La notte prima degli esami. La notte della vigilia, quella di Antonello Venditti ( che qui riproponiamo in un recente bellissimo video ambientato a Comacchio e nelle sue Valli), la notte dell’attesa, dei pensieri, dei sogni. Ce la raccontano in prima persona due collaboratrici e amiche di Ferraraitalia: una insegnante in vista del pensionamento e una alleva maturanda. Domani si incomincia; ad entrambe va il nostro In bocca al Lupo!  Per la maturità. E per quello che dopo verrà.
(Effe Emme)
Roberta: 
“Avviso n.123.675: vademecum per lo svolgimento dell’Esame di Stato a.s.2019-2020”.
Leggo  Mi pare la sintesi dell’O.M.10 del 16 maggio 2020 dall’art.16 in poi. Poi ci sono dentro anche le disposizioni sulla igienizzazione delle aule, sulla distanza interpersonale che dovremo tenere e molto altro.
“Notte prima degli esami, notte di polizia”. Direi “giorno di polizia”, per fare il verso ad Antonello Venditti che dal lontano 1984 con questo pezzo canta e turba i diciannovenni prima del loro esame di maturità.
Ho più voglia di emozioni che di ordinanza e di comunicazioni. Di sopra ho barato: l’ultima arrivata non è la numero centoventitremila eccetera, ma è come se lo fosse. Fredda e precisa, con la sua idea di base di un esame di plastica, dove riusciremo anche a guardarci, a percepire la nostra tensione diversa ma uguale. Solo dopo, però: dopo avere disinfettato le mani, esibita la autocertificazione del nostro stato di salute, messo piede nell’aula che ci è stata assegnata e chissà quanti altri gesti programmati sto tralasciando.
Io sarò a non meno di due metri da ognuno di voi. Con la mascherina che la scuola mi avrà fornito si vedranno solo gli occhi. Meno male che le rughe non mi mancano e da loro capirete che vi sto sorridendo per aprire insieme la seconda fase. L’ordinanza prescrive, per la parte di Lingua e Letteratura Italiana, la discussione di un breve testo che vi proporrò io. Potrei canticchiare tra me e me “Claudia non tremare / Non ti posso far male” e intanto condurti a leggere Amai di Umberto Saba. “Se l’amore è amore, se l’amore è amore” ripetuto altre tre volte nella canzone ci porta dritte alle trite parole del poeta. Trite ma oneste. Tu come reagisci da lettrice adulta quale sei diventata a questa poesia?
Alice:
Non so cosa aspettarmi. Da persona ansiosa quale sono sto lasciando che l’esame monopolizzi le mie giornate.
Quanto ho sperato che lo annullassero, e forse lo spero ancora!
“Maturità, ti avessi presa prima”. Il caro vecchio Venditti, che viene sempre scongelato in questo periodo, non sbaglia un colpo, non c’è che dire.
Mi ritrovo inondata da nozioni diverse, ho la mente pervasa da informazioni, programmi, nomi, date. Chi lo sa, magari davanti alla commissione mi siederò e non ricorderò nulla, e allora mi ritroverò ad improvvisare con quello che mi ricordo sperando nella bontà dei professori che mi hanno accompagnata in questi ultimi anni. Non posso fare a meno però, di confidare in Zola, in Verga, o ancora meglio, nel mio vecchio amico Leopardi, nel suo infinito. O forse è meglio A Silvia? Oppure in un Balzac, nel suo Père Goriot che ho adorato. Filosofia mi fa paura, Scienze non ne parliamo.
Ho paura di dire addio a tutto. Ho paura di ricominciare da capo.
Ho voglia di ricominciare da capo.
È un punto cardine della mia vita, la fine e l’inizio.
Forse ho così paura proprio perché la mia vita non sarà più la stessa, perderò tutti i riferimenti che ho sempre avuto. È tempo di diventare adulta per davvero, si apre un nuovo capitolo.
Roberta:
So che cosa provi e cosa provate tutti voi. L’esame è come un muro che avete davanti; vi fa paura perché esiste. Ha la forza della realtà che si porta via tutte le aspettative, i preparativi mentali, gli esercizi propedeutici e le anticipazioni.
Voglio dirvi però che potrebbe andarvi a genio, l’esame. Potrebbe farvi sorprendere di voi stessi, quando vi sentiste discutere con noi docenti di un testo che amate. In giro si trovano pochi interlocutori su Père Goriot, e se riusciste per un po’a non sentirvi interrogati, bensì adulti nella lettura del testo letterario, titolari di una discussione breve ma esperta sul personaggio protagonista?
Che vi piaccia anche l’esame: dentro di me ci spero, quasi quasi ci conto.
Ecco perché le circolari mi sembrano tante, le formalità soffocanti e preferisco sintonizzarmi sulla canzone di Venditti che mi sembra abbia più cose da dire su questo momento della vostra vita.Allora forza, entra e cominciamo. Pensa e pensate insieme a me questo passaggio e dite: “Si accendono le luci qui sul palco…mi viene voglia di cantare. Forse cambiati, certo un po’ diversi. Ma con la voglia ancora di cambiare”. Osate. Esprimetevi. Mettetevi alla prova.
E’ tempo di perdere i riferimenti e di cambiare strada.
Alice:
Alla libertà mancano ormai poche ore. Un colloquio divide il mio passato e il mio futuro; eppure è inutile che io continui a pensarci e a ripensarci: quello che è fatto è fatto.
Nella sfortuna, noi classe del 2020, abbiamo la possibilità di confrontarci nell’ultima prova con persone che conosciamo e che ci conoscono. Il nostro esame è durato cinque anni e la commissione lo sa, almeno spero.
Ne abbiamo passate tante, la tensione non è mai stata così alta. Vorrei dire a chi afferma che quest’anno la maturità sarà più facile che si sbaglia.
Sbagliano perché questo esame non è una semplice prova, ma è una tappa di vita che vede dall’altra parte persone sensibili che durante questo periodo hanno sofferto nei modi più disparati.
Dobbiamo imparare a guardare avanti e ad imparare dal nostro passato, a risollevarci una volta caduti e a lasciarci andare quando tutto sembra troppo pesante.
Siamo più forti di quanto crediamo.
Forse è proprio a questo che penserò stanotte: per aspera ad astra, sempre e comunque.

Camminare al chiaro di luna

Mad Man Moon (Genesis, 1976)

Luna piena, dopo la mezzanotte. Cielo sereno, brezza tiepida e leggera.
La questione della psiche è argomento ricorrente nei discorsi di mio fratello, e devo dire che mi suscita sempre grande interesse. Ma, proprio mentre sto per fargli l’ennesima domanda, mi zittisce ancor prima che possa aprir bocca.
«Aspetta!» esclama fermandosi di colpo, «Credo che ci siamo»
«Siamo arrivati? Non vedo ancora niente» ammetto io, mentre cerco d’allungare lo sguardo oltre la boscaglia davanti a noi.
«Oltre quegli alberi c’è il campo che confina col cimitero. Se l’attraversiamo rischiamo di farci scoprire… Dobbiamo deviare da quella parte, dove la vegetazione è più fitta» spiega, poi indica un punto del bosco in cui le querce secolari son così vicine tra loro che i grossi rami s’abbracciano in un interminabile groviglio e le chiome degli alberi formano un immenso ammasso verde scuro.
È la parte più antica della foresta, ombrosa e assai inquietante nell’aspetto. In quel punto la luce è scarsa anche di giorno ed è impossibile scorgere il cielo, ma è perfetta per potersi avvicinare senza esser visti.
Senza far rumore ci avviciniamo al margine della vasta area cimiteriale. Strisciamo tra i cespugli e intanto vediamo le prime tombe spuntare a pochi passi da noi, son sparpagliate e man mano sempre più numerose.
Ora siamo dentro il cimitero. È come trovarsi in un altro bosco, non fatto d’alberi ma di grosse lapidi spigolose e antiche cappelle diroccate.
«Stai attento!», bisbiglia mio fratello, «Potrebbero essere qua intorno… Restiamo ai margini del querceto, dietro quelle siepi laggiù. Se ci sono, si dovrebbero vedere!»
Lo seguo senza fiatare, la tensione è alle stelle. Aggiriamo una fila di stoppie ammucchiate che in quel tratto delimita il confine del cimitero. Sento il rumore dei nostri passi sulla paglia… poi sento qualcos’altro, qualcosa che proviene dal centro del cimitero.
È un rumore d’altri passi, strascicati, innumerevoli…
«Sono loro… sono arrivati!» sussurra mio fratello. Gli trema la voce. Dovrebbe esserci abituato, sono anni che gestisce queste cose, ma vedere un morto che cammina al chiaro di luna fa sempre un certo effetto. Peggio quando sono decine e decine.

I morti della luna. Escono nelle notti di plenilunio e s’aggirano nel mondo dei vivi quando i vivi dormono. Mio fratello, incaricato di sorvegliarli con discrezione, me l’aveva confidato durante un sogno fatto qualche tempo fa. Appena ho potuto l’ho seguito, e lui m’ha portato nel luogo in cui li avremmo trovati.

Non ho paura. Perché avere paura dei morti in fondo? Cosa potrebbero mai farmi?
Loro non vogliono far altro che rivedere i luoghi che han lasciato. Lo fanno per nostalgia, approfittando della luna piena e della sua magia. Potente ed effimera quanto basta acché nessun vivo s’accorga di nulla e si metta a far casino rovinando tutto come al solito.

Perché a combinar guai son sempre i vivi… i morti mai!

Danza la notte insonne

Don’t Stop The Dance (Bryan Ferry, 1985)

Notte insonne, notte fonda senza stelle.
Giro su me stesso e gira la stanza tutt’attorno. Vivo il sogno con affanno: apnea cosciente, cuore battente.
Il letto: sabbie mobili, estate torrida, luna assente.
Corpo a corpo: segreti sparsi dappertutto, tracce sotto le lenzuola.
Fradicio nell’ombra, ti voglio come sempre e come sempre brucio.
Dove sei luce del mattino, dove sono le tue mani, i tuoi fianchi? Mi manchi, dio se mi manchi!
Apro gli occhi, mi vesto in fretta ed esco a cercarti.
Buio pesto per le strade, sento la musica nei locali.
Ti ho lasciata al tramonto che ballavi. Ridevi, ti muovevi, dio come ti muovevi!

Estate dell’ottantasei. Vacanza in riviera d’agosto. Mare, pineta, alberghi, spiagge libere.
Notti bianche, luci rosse, amici, amiche, impigliati tra piacere e dolore.
Sesso distratto nei parcheggi, questa o quella non ricordo. Strafatto e balordo, meglio tacere, soprassedere.
Suona una chitarra davanti al fuoco, bicchieri di carta e bottiglie vuote, la brezza notturna mi scuote.
Feste private oltre i giardini, comincia il gioco, comincia la danza.
Cammino e ti cerco. Dove sei, se ci sei?
Finalmente ti vedo: una gazzella d’ambra oltre la siepe.
Preda indifferente tra le fiere, una mano versa da bere. Così bevi, balli e bevi, e butti il bicchiere. Gambe nude, abbronzate, calamite di sguardi, muovono a ritmo di bossa nova.
Vorrei portarti via, ma non posso. Non adesso.
Così danza la notte insonne…

Muoviti, balla, non ti fermare!
Il tuo corpo paradiso… La tua pelle, le tue dita, il tuo viso.
Arma mortale pronta a sparare. Chiudi gli occhi e continua a ballare, uccidimi senza guardare!
Galleggia nell’aria una falena. Brilla nell’ombra una sirena.
Desiderabile come sai, inaccessibile più che mai.

Muoviti, balla, non ti fermare!
Balla per sempre, non mi svegliare!

La notte dei morti

Quella del due novembre non è una notte come le altre. In questo giorno si lascia il razionale da parte. È il giorno dove le candele illuminano il sentiero a chi non è più di questo mondo. Il giorno della preghiera, degli antichi riti, della fiamma, dei tre segni della croce, dello specchio coperto, dell’acqua che si trasforma in sangue se usata non correttamente. È il giorno dei morti che si fanno vicini. È la notte con le loro processioni. Il momento nel quale i più coraggiosi vedranno l’incedere di chi fu, nell’acqua del bacile messa vicino alle finestre. La notte del riflesso nel buio. Delle ombre che si muovono. Delle chiese lasciate aperte. Dei cimiteri che si illuminano. La morte, in questo giorno, torna ad essere una questione della vita.

PER CERTI VERSI
Al crepuscolo

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

AL CREPUSCOLO

Nel tempo in cui
Il cielo si arancia
Il sole rientra come un feto nella sua pancia
Mi tolgo dai panni di Amleto
Sono io che passo nel tuo ventre
In quel preciso mentre
Dove il mio equinozio
Tocca il tuo solstizio
Il dolce ozio
Di godersi la luce
Sul precipizio

PER CERTI VERSI
Il barbagianni

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

IL BARBAGIANNI

Il puffo di neve
Entra nella notte
Come un guanto
Di sfida
Il barbagianni a caccia di piccioni rotea minaccioso nel silenzio rotto dall’allarme delle prede
Guardo nascosto e penso ai pregiudizi di noi umani
Il barbagianni perfetto simbolo
Della coglioneria
Come perfetto rapace nella rapina buia
Così come è la natura
Che ogni giorno violentiamo e rinneghiamo da feroci nemici
Pedine dementi
Solo l’amore nostro ci rende innocenti

La luna in piazza

C’era la luna piena nel cielo di Ferrara. C’era Internazionale con tanti giornalisti a spiegare le cose del mondo. C’era tanta gente variopinta e brulicante per le strade, nei locali, tra le bancarelle del mercato, nei cortili dei bei palazzi antichi. C’era tutto questo nelle sere d’ottobre appena trascorse.
Ferrara era particolarmente bella. Bella come la luna piena che s’offriva agli sguardi della gente.
Una luna insolitamente grande e luminosa, così vicina da lambire il campanile affacciato al listone.
Guardo la luna e ricordo i palloncini dei luna park comprati con lo zucchero filato. Mangiavo lo zucchero filato con le mani appiccicose e ogni volta il palloncino mi volava via perdendosi tra le nuvole.
La luna, i desideri appesi, i sogni possibili… C’è forse una sottile speranza che il mondo si riscatti?
Guardiamo la luna, non il dito, mi raccomando!

Aspettando la notte

Bring On The Night (The Police, 1979)

Mangio per noia. Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana. Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca. Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto. Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo. Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?
Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…
Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto… E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma. Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui!
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio. Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone. L’oscurità circostante espande l’orizzonte.
E il tempo? Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me. Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno. E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone. È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso. Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta. Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.
Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Il conforto del buio

Remote (Tangerine Dream, 1981)

Groel è scomparso.
Sono passati tre giorni e tre notti e di Groel nessuna traccia. Belfa e i fratellini sono preoccupati, non è affatto normale tutto ciò.
“Groel dove sei?” Ormai è un pensiero fisso per tutti quanti.
Al tramonto, finalmente, Belfa decide di andarlo a cercare.
“Belfa, fatti aiutare. In due abbiamo più probabilità di trovarlo!” dice Adriel, il più grande dei fratellini.
“No Adriel, mentre sono fuori tu devi occuparti degli altri…”
“Ma Belfa, se la possono cavare anche da soli!”
“Lo sai bene che non è così… Fai come ho detto, all’alba sarò già tornata!” taglia corto Belfa.
Il bosco tutt’intorno è vasto e profondo, non è facile trovare qualcuno dentro quel groviglio vegetale.
Belfa lo sa bene, ma conosce il bosco come nessun altro ed è maestra nel seguire le tracce al buio. Poi ogni creatura della notte, all’occorrenza, le verrà senz’altro in aiuto.
“Mi raccomando, tenete chiuse porte e finestre mentre sono via…” dice Belfa già sulla soglia pronta ad uscire. “E non aprite a nessuno per nessuna ragione!”
“Stai tranquilla Belfa, metto tutti a letto e aspetto il tuo ritorno leggendo un libro!” rassicura Adriel.
Belfa dà un’ultima occhiata ai fratellini, saluta e se ne va chiudendo la porta dietro di sé.
Come vuole la prassi, Belfa fa un giro intorno alla casa, serve per captare la traccia di partenza.
Stavolta però un giro solo non basta, deve farne diversi: dopo tre giorni l’aria ha indebolito ogni residuo, le particelle si sono rarefatte e serve la massima concentrazione dei sensi.
Al quarto giro si blocca: ecco l’odore di Groel. È tenue ma preciso, è impossibile sbagliarsi, la pista è quella giusta. Adesso basta seguire la scia, è sufficiente restare concentrati lasciandosi guidare dall’odore.
La direzione porta proprio nel bosco oltre il sentiero. Lì la vegetazione è più fitta, gli alberi secolari sono così vicini che i rami si attorcigliano e i tronchi quasi si toccano. La volta di fogliame crea una barriera talmente spessa che la luce non riesce a filtrare nemmeno nelle ore più assolate. Il sottobosco è come l’interno di una galleria in cui l’oscurità regna per tutto l’arco della giornata.
L’umidità è densa e il freddo è pungente. Belfa segue la traccia e sorride: è proprio quello l’ambiente che più gradisce.
Le ore notturne passano veloci. Tra poco l’alba di un nuovo giorno inizierà a schiarire l’orizzonte oltre il confine orientale del bosco. Belfa ha seguito l’odore di Groel per parecchie miglia senza trovare nulla e decide a malincuore di tornare. Deve raggiungere casa sua prima che spunti il sole, sarebbe una bella scocciatura se non facesse in tempo.
Affretta il passo. Finché il buio la protegge è al sicuro, ma la cosa non durerà a lungo. S’accorge infatti che l’ambiente tutt’intorno inizia a farsi più nitido, le ombre si attenuano e i contorni degli alberi sono sempre più marcati così come il terreno comincia a rivelare tutti i suoi particolari. È l’effetto subdolo della luce che si sta lentamente insinuando nell’oscurità, dissolvendola, soffocandola sotto un velo etereo ma implacabile.
Belfa lo sa e si mette a correre. Forse può ancora farcela ad arrivare a casa prima di farsi lambire dai primi raggi di sole e scottarsi.
È quasi arrivata. Davanti a sé, oltre il groviglio di rami e tronchi, intravede la casa dei fratellini al margine del bosco. Purtroppo un sole rosso e fiammeggiante fa capolino all’orizzonte, e Belfa sente già sulla pelle il bruciore dei suoi raggi.
Mancano pochi metri. Belfa fa un lungo respiro, poi trattiene il fiato e si lancia come un fulmine verso l’ingresso. Vede che la porta è aperta e all’interno c’è Adriel ad attenderla nell’oscurità, ha in mano una coperta e la sta incitando.
“Corri Belfa, corri, forza dai!” le grida.
Pochi secondi bastano a Belfa per attraversare il tratto di radura assolata che divide il bosco dalla casa. Un ultimo balzo ed è dentro, in salvo.
Adriel la avvolge con la coperta e richiude in fretta la porta. L’odore di carne bruciata sveglia i fratellini che si precipitano giù dalle scale allarmati. Belfa è sfinita e dolorante. La sua pelle, di nuovo protetta dall’oscurità all’interno delle mura domestiche, smette di sfrigolare. In un attimo le piaghe e le bolle delle bruciature si rimarginano e scompaiono, ma c’è mancato poco: qualche secondo in più in balìa della luce e Belfa si sarebbe trasformata in un tizzone ardente, in tal caso non ci sarebbe stato più nulla da fare.
Belfa dà un’occhiata ai fratellini. “Beh che c’è? Come mai vi siete alzati?” chiede.
“Abbiamo sentito odore di bruciato…” risponde Crippel.
“Ci siamo preoccupati e siamo corsi giù a vedere…” gli fa eco Rakiel
“Tornate su a dormire, non è successo niente… di giorno si dorme, lo sapete!” ordina Belfa, ormai perfettamente guarita dalle bruciature.
I fratellini, senza dir più nulla, tornano nelle loro stanze.
Belfa si gira verso Adriel, lo ringrazia e gli rende la coperta.
“Mentre eri fuori a cercarlo, è tornato Groel!” rivela Adriel.
“Tornato? E dov’è adesso?”
“Quando gli ho detto che lo cercavi è uscito di nuovo per raggiungerti…” spiega il giovane. “Strano che non vi siate incontrati…”
“Ormai è tardi. Per uscire dal bosco dovrà aspettare il tramonto… finché il sole non scompare starà riparato da qualche parte…” conclude Belfa visibilmente contrariata. “Ti ha detto perché è stato via tutto questo tempo?” chiede.
“Sì, è rimasto nascosto. Ha incrociato degli uomini armati che si aggiravano nel bosco, lo hanno inseguito, volevano catturarlo…” racconta Adriel. “È riuscito a seminarli ma sentiva ancora il loro odore. Ha capito che erano vicini e lo stavano cercando, così si è nascosto finché l’odore non è svanito.”

Un piacevole brivido corre lungo la cresta dorsale di Belfa. L’idea di così tanti uomini che si aggirano nel bosco, così teneri e inconsapevoli del pericolo, un po’ la eccita. L’unica preoccupazione è data dalle loro armi, anche se non si è mai avuta notizia di un lamia ucciso dall’arma di un cacciatore.
Il vero rischio è farsi sorprendere dalla luce…
La luce, l’unica cosa veramente letale per creature come lei.

Per fortuna, presto o tardi, arriva sempre il buio a dare un po’ di conforto!

PER CERTI VERSI
Gocce al tramonto

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

NON VORREI TRAMONTARE

Non vorrei tramontare
Questo giorno
È così pieno di NOI
Non vorrei sentire il buio calare sulle mie palpebre
Silenziare i cinguettii che si articolano fra le canne
Vorrei piantare in asso il tempo
È sdraiarmi sui ricordi
Che poltrone
Che attimi prolungati…
Non mi attraggono i consigli della notte
Non i suoi archivi
Non un altro giorno
Vorrei musicare questo che ci siamo donati
…Ma lo farò
Con l’azzurro negli occhi
Il cielo in mano
I giorni se ne vanno
Come altri ne seguiranno

SCIVOLANO LE GOCCE

Scivolano le gocce
Come sussurri di pioggia
Navigano nell’aria e luccicano sulle foglie
Terra e cielo si impastano come NOI
Un passante di gioia attraversa la nostra città
Di piume
Ci sfiora la pioggia
Sugli abbracci
E io corro verso di te
Tu corri verso di me
Siamo lepri del vento
Navi dell’etere
E sottomarini viola
Di bouganville
Nell’acquario dei sensi
Molto di più di quanto non si pensi

Il gioco del licantropo

Climbatize (The Prodigy, 1997)

Non so dire il perché, ma mi ritrovo a correre in mezzo a una fitta boscaglia.
Accade proprio adesso. Vedo una luce crepuscolare creare ombre nere laddove la vegetazione appare impenetrabile, per il resto il cielo è tagliato fuori dalle fronde degli alberi che s’intrecciano come una spessa ragnatela che incombe sulla mia testa.
Sono alberi giganteschi, antichi, e occupano tutto lo spazio circostante.
Tutt’intorno c’è un bosco. È costituito in prevalenza di abeti e larici dalle chiome cadenti e intricate, con grosse porzioni di radici che affiorano dal terreno creando appigli e ostacoli su cui è facile inciampare. Il sottobosco poi è disseminato di felci e soprattutto di rovi forniti di lunghe spine acuminate che sconsigliano qualsiasi movimento distratto.

Ma perché mi trovo in questo posto? Mi soffermo su questa domanda e cerco di riflettere.
Sono stremato, ho il fiatone… Ma sto correndo da quanto? E per andare dove?
Ho male alla milza, un male cane come se me l’avessero spappolata. Credo di non aver mai corso così tanto in tutta la mia vita. Anche le gambe mi tremano e mi bruciano per lo sforzo della salita. Così mi rendo conto che sto raggiungendo la cima di un’altura.
Cerco di fare dei lunghi respiri per riportare il battito del cuore ad un ritmo più regolare, ma l’idea di fermarmi a prender fiato non mi sfiora minimamente.
Continuo a correre, nonostante tutto.
È difficile riordinare le idee. L’impulso irresistibile rimane quello di correre. Poi comincio a pensare che la questione vera non sia tanto dove sto andando, ma piuttosto da dove vengo.
Così raggiungo la consapevolezza che sto fuggendo, che questa sorprendente volontà di continuare a correre – quasi estranea a me stesso – che mi sta dilaniando ogni muscolo e rischia di farmi scoppiare cuore e polmoni, altro non sia che un’efficace miscela d’istinto di sopravvivenza e terrore puro.
Non so da cosa sto fuggendo, forse la mia mente ha messo una barriera tra me e l’oggetto del mio terrore. Forse questa barriera mi sta proteggendo dalla pazzia.
Eppure la domanda permane, anzi si fa più insistente. È una lotta interiore: una parte di me corre, scalcia, muove il mio corpo come i fili di una marionetta, l’altra parte vorrebbe capire, voltarsi indietro, fermarsi per vedere, per sapere.
Poi eccomi in cima. La foresta è alle mie spalle. Davanti a me un’ampia distesa di nuda roccia e sopra di essa soltanto il cielo notturno e il riverbero di una luna piena insolitamente grande e luminosa. Fine della corsa, adesso si può solo scendere e tornare indietro.

M’accorgo solo ora di aver esaurito tutte le forze, così mi sdraio per terra e aspetto. La luna mi sta fissando, la sua luce fredda m’investe inchiodandomi alla verità.
Guardo le mie mani lorde di sangue, così come i brandelli di vestiti rimasti addosso.
Il sapore della carne è ancora nella bocca, dolce, irresistibile, eccitante.
Le viscere m’implorano di nuovo: per tornare in forze devo mangiare, anche se ciò significa dover fuggire ancora, ogni volta…

Perché è risaputo. L’eterno gioco della caccia, quando il cacciatore diventa preda e la preda diventa cacciatore.
Dopo il meritato riposo, tornare giù, nel villaggio a valle, osare nell’oscurità, guadagnarsi il pasto e divorarlo in fretta… prima di ricominciare a fuggire e nascondersi nel bosco.

Un balletto d’ombre nello spazio

Street Spirit – Fade Out (Radiohead, 1995)

La vita non è altro che un balletto d’ombre nello spazio…

Guardo questa stanza, immutata nel tempo. Tutto uguale, tutto come sempre, tutto come prima. Prima di tutto, del giorno più brutto.
Ora, i tuoi occhi neri nel nero dell’ombra mi scrutano. Me ne accorgo dal luccichio della tua rabbia, una scintilla d’odio nel buio. Che vuoi ancora?
Ho già pagato tutto. non ho più nulla da offrirti se non me stesso, o ciò che sono adesso. Mi vuoi? Eccomi!

Ogni giorno mi nascondo nel buio della mia stanza, chiuso nel mio bozzolo ad aspettare.
Aspetto che i rumori esterni cessino, poi, quando la vita si è ritirata tutta, prendo coraggio ed esco.
La notte mi consola e mi tormenta insieme. Da quel giorno non mi dà pace, eppure non desidero altro, solo di notte posso tornare a respirare, a camminare.
Gli specchi e la loro profondità mi fanno paura, le facce e ciò che nascondono mi fanno paura. I riflessi lontani, i rumori oltre le porte.
La mia prigione è la mia pelle, queste mani sempre davanti a me. Anni e anni sempre uguali. Prima e dopo il giorno più brutto.
Aspetto, e aspetto e aspetto. E tu sei sempre con me. Come una coperta tossica il tuo odio mi avvolge, mi riscalda nel freddo della notte e mi protegge uccidendomi lentamente.
Vorrei fare a botte con te, afferrarti il collo e stringere fino alla morte. Ma tu non respiri già più, non c’è più nulla che possa toglierti, sei solo aria dissolta, solo un pensiero decomposto.
Tu sei me.

Le bronzee nudità di Nettuno

Dopo una giornata passata a Bologna, decido di tornare verso Piazza del Nettuno. È ormai buio, ma le luci artificiali regalano fascino al centro città.
Scatto una foto alla bellissima fontana che fa da padrone alla piazza.
Proprio di fronte all’entrata del Palazzo di Re Enzo, il dio del mare si erge in tutta la sua potenza e grandezza. Noto tra i bolognesi come “il Gigante”, l’imponente statua è interamente di bronzo.
La statua, così come la celebre fontana del Nettuno, per via delle eccessive nudità in alcuni suoi dettagli, fu duramente criticata dalla Chiesa e fu fonte di turbamento, in modo particolare per le donne. Siamo nel 1566, anno in cui l’opera viene terminata, e tanto fu il clamore che la Chiesa decise di far indossare al Nettuno dei pantaloni, rigorosamente, neanche a dirlo, di bronzo!

E le stelle stanno a guardare…

di Maria Luigia Giusto

A volte bisogna svegliarsi presto, ingollare il caffelatte bollente, inforcare la bicicletta dopo aver dato uno sguardo sgranato al cielo e scivolare veloce per le strade deserte. Le stelle disposte in disordine apparente nel cielo profondo segnano la strada e guardano insistenti lo scorrere delle ruote. Accompagnano discrete i passi dei lavoratori notturni, gli sbuffi di chi rientra dopo la notte di veglia. La luna sorveglia paziente lo sfumare della notte, trepidante d’attesa per il suo riposo.

La tirannia del tempo

Come ogni notte, anche quella notte m’addormentai prima di mezzanotte.
E come tutti sanno, anche voi saprete che dopo mezzanotte può succedere di tutto. Ora lo so anch’io.
Ma voglio raccontarvi, se ancora non lo sapeste, ciò che quella notte capitò. E voglio farlo senza tralasciare nulla, anche se, detto tra noi, vorrei aver dimenticato tutto.

Ero stanco, gli occhi faticavano a reggere le palpebre. La mente, pian piano, calò il sipario su quella stanza in penombra, uscì dal mio corpo esausto e se ne andò a zonzo non so dove. Stette in giro per un po’, magari qualche secondo, oppure ore, non saprei proprio: io non c’ero…
Comunque, iniziamo col dire che dormii proprio bene, per il tempo che ebbi a dormire.
Dormii profondamente, per nulla gravato da sogni tormentosi o pensieri fastidiosi. Dunque, ripeto, dormii veramente bene. Per cui, quando poi mi svegliai, erano circa le tre del mattino, non lo feci da stanco, ma da riposato e fresco. Come se quelle poche ore d’assenza da me stesso avessero contribuito con successo al mio rientro in piena efficienza tra i desti. Ero in gran forma quindi, pronto a ogni evento… tranne a quello che proprio quella notte capitò.

Ebbene, arrivò un tizio, era il solito tizio delle tre di notte, non so se mi capite…
Mi si piazzò di fronte e disse: “Non capisco perché tu sia ancora qui, è strano.”
Nemmeno io capii l’allusione. “Strano cosa? Che vuoi dire?”
“Voglio dire che fuori ti stanno aspettando!”
“Chi mi sta aspettando?”
“Loro… lo sai benissimo!”
Certo che lo sapevo, ma volli metterlo alla prova. “Senti, davvero, non so di chi tu parli… spiegati meglio!”
“Non fare giochini con me… vestiti e seguimi!” Il tizio era tosto e mi convenne ubbidire, mi misi qualcosa addosso e andai con lui.
In effetti loro mi stavano aspettando. Erano tanti, silenziosi, e appena arrivai si misero a fissarmi.
Io restai lì, immobile, ad appena dieci passi da loro. Non potei far nulla se non guardare quelle facce.
Il tizio era scomparso, e loro… non c’era alcuna luce in quegli occhi, solo tenebre…
Poi uno mi venne incontro e disse: “Bentornato amico mio, quanto tempo è passato?”
“Non saprei,” risposi subito “qualche minuto… forse alcuni anni. È un po’ difficile saperlo.”
“Sei stato assente a lungo, credimi. E noi, come promesso, ti abbiamo aspettato… Ora che vuoi fare?”
“Devo pensare…” Sospirai. “Sapeste che strano: ho sognato d’esser vivo! Vivo… capite?”
“Hai avuto paura?”
“Ne ho avuta, certo! Spero che non succeda più… Pensate se mi svegliassi di nuovo e non riuscissi più a tornare indietro…”
“Sarebbe orribile!”
“Già, orribile!”
Andai con loro, il mio posto era tra loro…

La notte prosegue fino all’alba. Le anime vagano libere, incuranti di tutto. Qualcuna resta intrappolata in questa cosa vischiosa chiamata materia, subendo per un po’ la tirannia del tempo.
Per fortuna poi passa.

Shine On You Crazy Diamond (Pink Floyd, 1975)

Un’estate per sempre

Era il 1982 quando uscì questa canzone, la prima delle dieci canzoni di uno degli album pop in assoluto più belli di tutti i tempi: Avalon dei Roxy Music, la band di quel figaccione dandy di Bryan Ferry!
E se ci ripenso, l’estate di quell’anno fu una delle più memorabili della mia vita, sicuramente la più spensierata. Ricordo la vigilia di Ferragosto nella spiaggia di Gabicce, era ormai buio ed eravamo tutti intorno a un falò in attesa che partissero i fuochi dai barconi al largo. Freschi campioni del mondo da poco più di un mese, la baldoria ci aveva accompagnato anche in vacanza.
Io ero con Adina (in realtà il nome era un altro, simile ma assai difficile da pronunciare), era tedesca e aveva vent’anni, era bionda, alta e… si sarebbe sposata in settembre con un suo coetaneo di Colonia, la città dove abitava. No, non è il caso di mettersi a disquisire sul suo concetto di fedeltà, in fondo il momento era magico per tutti noi e di certo sono pronto a giurare che era una gran brava ragazza. Dopotutto sarebbe stato un delitto rinunciare a vivere quei giorni, gli ultimi rimasti per entrambi.
Lei non spiaccicava una parola di italiano e io altrettanto di tedesco, però i gesti e gli sguardi erano più che sufficienti, così ce ne stavamo abbracciati a baciarci, a fare smorfie, a ridere e a scrutare il buio dell’orizzonte aspettando i botti, proprio come due innamorati. Il giorno dopo poi sarebbe ripartita per Colonia e naturalmente non l’avrei più rivista.
Guardavo lei, guardavo la sua amica che sospettavo essere lesbica perché non si depilava le gambe e aveva rifiutato la corte di tutti i ragazzi del gruppo, e guardavo i miei amici spalmati sulla sabbia come me, e come me rallegrati da una buona dose di birra che, a parte il far girar la testa, ci costringeva a ripetute missioni tra i cespugli tutt’intorno per svuotare vesciche sempre piene.
Fissavo il fuoco e desideravo che quella notte d’estate durasse per sempre.

More Than This (Roxy Music, 1982)

Perdersi nel bosco

Vorrei lasciarmi andare, libero da obblighi, da orari, impegni e scocciatori vari. Vorrei fuggire lontano da tutto e da tutti. Vorrei andarmene nel bosco, dove i desideri si mescolano alle paure.
L’aria è povera e viziata in questo limbo soffocante di vita sovraffollata, meglio respirare a pieni polmoni nella frescura della notte, nel profumo del muschio e delle felci, come il lupo sulle tracce dei suoi fratelli, fiero e guardingo, senza certezze e altre gabbie!
Chiudo gli occhi per l’ennesima volta, per l’ennesimo sogno, così l’oscurità mi avvolge rassicurante, poi sconcertante, inquietante…
Non trovo rifugio, solo un misterioso paese dei balocchi dove gnomi e folletti vivono la notte incuranti del sottoscritto.
No, non sono un lupo, sono solo un intruso, un ingombro invisibile in un mondo che non m’appartiene e mi scaccia.
La realtà del risveglio è la mia condanna!

There There (Radiohead, 2003)

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A vela in notturna: il luccichio del cielo stellato sopra un mare nero petrolio

Nell’elenco delle emozioni fissate nella memoria, a esclusione di quelle attinenti alla sfera affettiva e dei sentimenti, non esiterei a inserire l’incanto della navigazione notturna a vela. Una suggestione antica, che nei millenni ha coinvolto mitiche civiltà che attraverso la navigazione commerciale e militare hanno determinato il loro futuro e sono passate alla storia: Fenici, Cartaginesi, Greci, Romani, Vichinghi e tante altre in ogni mare del globo terracqueo, fino ad arrivare con un balzo di secoli alla navigazione moderna di Cristoforo Colombo. Tutti con il naso all’insù da secoli per osservare e comprendere costellazioni e stelle. Così con i mezzi sofisticati della contemporaneità, anche gli eredi in solitario, i pluri circumnavigatori del mondo come lo scomparso Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini o il compianto Bernard Moitessier, scrittore e romantico erede della grande navigazione francese, Eric Tabarly o altri ancora. Non è necessario aver solcato i mari caldi del sud e gli oceani, circumnavigato Capo Horn o partecipato alla Transat per provare quel brivido, possiamo navigare più semplicemente in altura e in acque domestiche, come nel medio-alto Adriatico fra Ravenna e la croata località di Lussino.
Impostazione del carteggio e rotta di 90 miglia per 90° est.
Condizione ideale e premessa fondamentale è avere compagni di viaggio con i quali condividere appieno ogni accadimento nella navigazione, dalla routine all’impredivilità di alcuni possibili imprevisti di navigazione. Ma andiamo con ordine.

Come d’abitudine arrivati alla banchina di ormeggio dell’imbarcazione nel tardo pomeriggio del mercoledi vi sono prioritari i controlli fondamentali: vele, carburante per il motore ausiliario, batterie, acqua in stiva, carta nautica e accessori, gps, dotazioni di bordo come prescritto dalle norme vigenti, documenti regolari da presentare in un eventuale controllo durante la navigazione e per le autorità portuali d’arrivo, cambusa di soddisfazione. Il servizio meteo-mare consultato ci tranquillizza e ancora un rapido controllo a più mani e occhi delle attrezzature per la navigazione, àncora, luci regolamentari, parabordi, cime varie e infine spinta liberatoria per distaccarsi dal molo.
Vento e moto ondoso ci consentono di uscire in mare aperto rapidamente di bolina larga e al traverso, dopo aver acceso le luci di navigazione. Il buio sta prendendo il sopravvento con il tramonto alle spalle, il cielo è sgombro da nubi e i primi luccichii tremolanti sopra le nostre teste si percepiscono anche se debolmente.
Il comune denominatore dell’equipaggio è l’intercambiabilità fra di noi e una dose di buona conoscenza delle regole che disciplinano l’andar per mare (l’essere tutti patentati senza limiti non ci pone al riparo dal prestare sempre attenzione a ogni istintivo segnale di pericolo o di cambiamento della situazione).
Turni di tre ore in coperta per due membri dell’equipaggio consentono di far riposare gli altri quattro compagni di navigazione; rigorosamente assicurati alle cinture si governano le vele e la timoneria, si chiacchiera, ma soprattutto si scruta il mare e il cielo. La notte è sufficientemente calda, il mare appare nero petrolio, ma qui saremmo nel pieno nelle atmosfere di un romanzo di Joseph Conrad o di Herman Melville. Il Mare Adriatico effettivamente appare oscuro, poca onda e il rilevamento radar mette in rilievo solamente qualche piccola increspatura. La paura per chi naviga in notturna sono i corpi galleggianti semi sommersi, si racconta vi siano anche containers galleggianti che non si vedono, ma si sentono in chiglia o in deriva o sull`elica o sulla pala del timone e si spera nel caso peggiore si possano contenere i danni. La luna minimale a falce illumina pochissimo il mare, e fortunatamente direi: se fosse al massimo bagliore, a malapena si vedrebbero le stelle e le costellazioni. Come si favoleggia, “un mare di stelle” sulla testa e questo è il lato romantico e indimenticabile della traversata: lo spettacolo è di quelli che lasciano senza fiato, ci si deve concentrare, ma a occhio nudo si vedono nitidamente fra le altre l’Orsa maggiore a nord ovest e Cassiopea a nord est, fra tanto brillare.

Certo, suggerisco anche un buon libro intriso di fantasia e avventura “Isolario arabo medioevale” di Angelo Arioli, un orientalista della Sapienza di Roma: “Isole che appaiono e scompaiono, abitate da donne solamente, isole delle scimmie…Sono autori di varia provenienza, Iraq, Persia, Marocco, musulmani, mercanti, viaggiatori che raccontano di isole mirabili, dal Mar di Cina all’Oceano Indiano, piccoli universi dagli ambigui confini in un arco di tempo che va dalla metà del IX secolo al XV secolo”.
Dal buio della notte spunta un’enorme sagoma già vista al radar, ma che avrebbe dovuto darci la precedenza: un cargo, un condominio a motore navigante, con dodici piani di luci accese che ovviamente non si ferma e ci consente solo la libertà di commentare, visto che non ci ha speronato.
Il vento che all’inizio spirava da sud-est, come abituale in tempo stabile, si è fermato. Si ammainano le vele in attesa di qualche refolo e si accende il motore. La notte non solo si vedono stelle e costellazioni brillare in cielo, ma sul mare si scorgono diverse luci immobili o in movimento bianche rosse e verdi che identificano le imbarcazioni, le direzioni di navigazione e la loro attività non sempre in chiaro. Dopo dodici ore di navigazione sempre vigile, in compagnia di alcuni “ferri da stiro”, yacht a motore che si divertono a farci ballare, siamo in vista di Lussino. Documenti all’autorità del Paese ospitante e scendiamo a terra. Il resto è normale navigazione da diporto per qualche giorno su una costa, quella croata, ricca di isole e di piccoli ristoranti dove il pesce è quello che nuotava qualche ora prima.
Da non dimenticare per la volta successiva di Bernard Moitessier: “Un vagabondo dei mari del sud”.
Il ritorno la domenica mattina riaccende la competizione con il vento e con il moto ondoso. Si naviga di giorno, le stelle e le costellazioni non si vedono e il mare, il nostro Adriatico, per fortuna non è nero petrolio.

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IMMAGINARIO
Ferrara di notte. Quando si dice magica.
La foto di oggi…

Ci si aggira la sera tra stradine tortuose di acciottolato e cotto, tra le anse di antichi fossati. E’ fredda Ferrara e umida, ma scalda… come piccoli fornelletti a gas la luce dei lampioni.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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LA STORIA
15 ottobre 1987: la notte dei sogni degli uomini integri

Thomas Isidore Noel Sankarà divenne presidente dell’Alto Volta, da lui ribattezzato Burkina Faso, “la terra degli uomini integri”, il 4 agosto del 1983, all’età di 34 anni. Presidente di un Paese poverissimo, dove la speranza media di vita era di 40 anni e la mortalità infantile al 180 per mille.

Si era dato subito un nemico da sconfiggere, la povertà. E un’etica, far seguire i fatti alle parole. Diceva che un presidente di un Paese povero e la sua classe politica non potevano vivere nel lusso e la sua prima azione fu quello di eliminare le costose mercedes di stato, sostituite da economiche utilitarie. Poi diminuì la spesa pubblica togliendo privilegi ai politici, diminuendo il suo stesso stipendio e scegliendo di vivere della stessa modestia del suo popolo. Una particolare forma di austerità che gli consentì di finanziare la prima campagna di vaccinazione nel suo Paese

Durante il suo mandato si adoperò per diminuire la dipendenza dall’estero comprendendone i rischi. Voleva che i burkinabè lavorassero il cotone che producevano e con quello cucissero i loro vestiti invece che raccoglierlo e venderlo alle multinazionali ricavandone spiccioli salvo poi ricomprarsi il prodotto finito. Grazie alle sue riforme riuscì ad assicurare due pasti e cinque litri d’acqua al giorno a ciascun burkinabè, riuscendo a fornire un minimo di assistenza sanitaria.

Comprendeva che il colonialismo aveva strappato le risorse al suo popolo e che l’imperialismo venuto dopo lo aveva solo sostituito nella rapina con metodi più sofisticati. La condizione dei burkinabè e della maggioranza dei popoli africani era rimasta la stessa, era cambiata la forma della catena. Alla presenza fisica del conquistatore con le sue armi si era sostituita la finanza con il debito.

Sankara ne aveva ben compreso il meccanismo e lo raccontò ai paesi africani il 29 luglio del 1987 con un bellissimo discorso alla riunione dell’Oua (Organizzazione per l’unità africana) ad Addis Abeba, cercando alleanze perché sapeva che da solo il Burkina Faso non avrebbe retto all’attacco del mondo occidentale, liberista e, come direbbe il prof. Gallino, finanzcapitalista.

I presiti internazionali venivano utilizzati semplicemente allo scopo di indebitare i Paesi più poveri. Invece di aiutarli a creare una propria autonoma capacità di sviluppo economico, venivano elargiti prestiti con la sicurezza che non sarebbe stato possibile restituirli, perché indirizzati a progetti inutili, settori non produttivi, ad aumentare il deficit della bilancia commerciale e accelerare l’indebitamento.

E senza sviluppo serio si rende impossibile la restituzione dei denari elargiti, per cui i Paesi dovranno cedere terre, miniere, giacimenti e forza lavoro. Nessuna risorsa per la sanità, l’istruzione, il miglioramento della vita dei cittadini del burkinabè come di qualsiasi altro Paese stretto nella morsa del debito.

Quindi il debito era rapina, prodotto ingiustamente, ingannando, sfruttando e per questo non andava pagato anche perché per la finanza che lo aveva prodotto era stato ‘come giocare alla roulette’, e ‘al gioco si può perdere’. Non era una questione d’onore ma per i popoli sottomessi dal debito ‘una questione di sopravvivenza’ contro soldi inutili per chi sarebbe rimasto ricco e sazio in ogni caso.

In quel discorso chiedeva ‘il diritto di essere parte delle discussioni e delle decisioni che riguardano i meccanismi regolatori del commercio, dell’economia e del sistema monetario su scala mondiale’.

Di essere quindi padroni di gestire le proprie risorse perché ‘pensiamo che il debito si analizzi prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e i loro cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito’.

Nel suo discorso sul debito ebbe una lungimiranza da vero statista, da uomo del popolo che si fa voce di tutti e arriva fino a noi in maniera così spaventosamente attuale e reale ‘Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso’, basterebbe cambiare imperialismo con banche o finanza e Africa con Europa per capire quanto il tema ci sia vicino. Del resto disse anche ‘quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune’

Parlò poi delle crisi. La crisi si presentava nel momento in cui le masse cominciavano a comprendere il perverso meccanismo degli aiuti e del debito e si ribellavano, rifiutavano di onorare il debito contratto ed era convinto ci fosse una differenza ‘tra la morale dello sfruttatore e dello sfruttato’. C’erano le masse e i pochi che ne disegnavano i destini, i ricchi e i poveri, e nemmeno ‘la religione poteva servire allo stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato’, ‘il nemico è comune all’Africa come all’Europa’.

Parole e atteggiamenti che in un contesto di guerra fredda gli valsero accuse di comunismo da parte soprattutto di Francia e Stati Uniti. In un mondo di allineati era difficile professarsi non allineati ed essere creduti. Le masse unite dagli stessi interessi, la lotta di classe, troppi richiami a connotazioni marxiste che gli valsero l’isolamento. Ma al di là delle ideologie dell’epoca aveva centrato il problema, i finanziamenti esteri, il debito e gli interessi, il controllo da parte di un Paese della politica economica e monetaria come base per lo sviluppo.

Quell’atto d’accusa segnò la sua fine ‘…Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza!…’

Thomas della “terra degli uomini integri” verrà ucciso meno di tre mesi dopo, il 15 ottobre 1987, e con lui furono uccisi i sogni e le speranze di tanti.
Ascolta il brano intonato: Roberto Vecchioni, Figlia [clic qua]

lo spettacolo del cielo

GERMOGLI
Il sipario è lassù
L’aforisma di oggi

Il grande palcoscenico dell’universo

margherita-hack
Margherita Hack

Tutte le sere, quando si apre il sipario della notte, nel cielo nero si accendono le stelle e inizia lo spettacolo che da millenni mette in scena storie in cui si muovono eroi dotati di superpoteri, mostri e ibridi da fantascienza, fanciulle più divine che terrestri: tutti impegnati in un repertorio d’amori e d’avventure ai confini della realtà. (Margherita Hack)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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osservatorio globale

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