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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Sliding doors

L’avvicinamento nell’isolamento e la carica degli ex. Settimane lontani da tutto, rubrica da scorrere avanti e indietro, noia, rigurgiti di ricordi. Più facile sentirsi che vedersi, quasi scontato buttare lì un approccio che tanto non sarà nell’immediato e che, forse, non sarebbe mai avvenuto in tempi normali. Tornano persone che si riaffacciano con un assalto debole, un po’ patetico e poco convinto, ma puntuale.
Il mio amico P., che ho ritrovato dopo anni e svariati giri (suoi) intorno al mondo, mi racconta di non esserci caduto: “L’isolamento credo abbia riaperto la finestra, ma dalla finestra entrano solo i ladri, le cose giuste bussano alla porta”.
Gli do ragione, anche se penso a quante volte l’entrata furtiva di qualcuno non annunciato, non richiesto, possa essere eccitante. “Forse mi serve questa metafora per capirmi meglio”, dice P., “quando si entra veloci e leggeri, temo che allo stesso modo poi si possa andare via”.
Mentre parla, ricordo il vanto di una persona che diceva di praticare solo rapporti free, proprio questa parola stupida usava, come elemento caratterizzante e unico del suo essere.
“Ora preferisco il toc toc alla porta, voglio essere io a dare il permesso se fare entrare e accomodare e così, quella ex, l’ho lasciata fuori”.
Non so se sia l’intuito, l’esperienza o l’essere stato molto sorpreso dalle correnti d’aria, ma P. non ha fatto fatica a chiudere porte e finestre, non ha lottato con il dubbio, nessuna scusa di rivincita con lei, né gioco di pareggio per l’autostima. “Il rischio è sigillarsi troppo, però ho imparato a capire le intenzioni, a seconda di dove uno si presenta”, dice.
E le porte girevoli dove non ci si piglia mai? Quelle mi hanno sempre disorientato, mi sembrava di essere in giostra, ma poi sbagliavo il momento giusto per uscire e facevo un altro giro, inutilmente.
Dove hanno bussato le persone che si sono affacciate alla vostra vita? E come è andata quando non hanno bussato, ma sono entrate e basta?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Per le tante lettrici e lettori affezionate/i a questa storica rubrica, e per chi la scopre solo ora, I DIALOGHI DELLA VAGINA torna puntualmente ogni mercoledì mattina.
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In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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DIARIO IN PUBBLICO
Pensieri visivi

Un bus semivuoto mi accoglie ancora avvolto dal velo onirico della calda notte. Facendomi la barba ascolto Stefano Folli che ancor più addormentato di me legge a scatti le tremende vicende che corrompono il mondo e l’Italia. Parla di barbuti per connotare i seguaci del Califfato e un pensiero improvviso mi attanaglia. Che metaforicamente tutti – o quasi – i politici italiani si facciano crescere la barba che li rende indistinguibili per mandare un minaccioso messaggio subliminale sulla loro determinazione a perseguire i fini che si sono posti? Resta il mistero del rasato Renzi.

Più facilmente spiegabile il velo nero che si stende sulla faccia del ministro Franceschini condannato come Dorian Gray a un eterno viso di ragazzino.
Un po’ da commiserare i barba-rada che dopo giorni e giorni di faticoso allevamento producono guance a chiazze.

Nei giorni di maggiore attacco politico il sindaco Tagliani esibisce una spazzola dura come le parole che pronuncia. Di pura imitazione quelle che adornano i visi di quasi i tutti i sindaci della Provincia.

Arriviamo frattanto alla volta di piazza Verdi. Una macchinetta sbarra la strada all’ansimante bus. Dopo un’attesa di qualche minuto la bella e brava autista senza alzar la voce dichiara il suo intento di chiamare i vigili. Lasciandoci arbitri di una scelta non facile: scendere e perder il treno oppure sperare in un miracoloso intervento?
Naturalmente i vigili non rispondono ma ecco affannata una giovanetta s’avvicina timorosa e rivela il peccato: “Ebbene sì! La macchina è mia. Ero andata a far colazione al bar”. Dalla mia ugola esce uno strozzato lamento pensando che forse avrei perduto il treno, ma la brava autista non inveisce e professionalmente riprendendo la strada chiama un collega e annuncia il ritardo. Poi sparlano del servizio pubblico!

All’altezza del ponte di via Bologna una bellissima donna vestita con abito lungo e spacco vertiginoso fa danzare un grande cane bianco (forse pitbull) tra l’ammirazione dei presenti. Immediato il ricordo di Montale e a quei versi misteriosi che generazioni di critici non hanno mai saputo spiegare fino in fondo:
“(a Modena, tra i portici, / un servo gallonato trascinava / due sciacalli al guinzaglio).”
Che c’entrano nel Mottetto delle “Occasioni” un servo che trascina al guinzaglio due sciacalli sotto i portici di Modena?
Che c’entra a Ferrara alle 8 di mattina una ragazza dal lungo e nero vestito che trascina un pitbull al guinzaglio?

Sale una signora velata con bambino e sollecitamente porge al secco taglio della macchina “obliteratrice” (per chi non lo sapesse questa è una parafrasi di una bellissima poesia di Carducci) il suo biglietto. Invano. La macchina si rifiuta,quella macchina che fino a poc’anzi funzionava regolarmente.
Tutti tentano di farla funzionare , io compreso, ma invano e la bella conducente tace forse perché stressata da un viaggio così periglioso.

Miracolo! Lo sportello dei biglietti è privo di clienti. Con la felicità dovuta ad un fatto così straordinario mi lancio in un’orgia di prenotazioni; Roma fra due giorni? “Vuole lo sconto che lo inchioda però alla impossibilità di recuperare il biglietto se non partisse?” MAI! è la pronta risposta. E se mi viene il raffreddore? Chi parte più.

All’annuncio di due ricchi biglietti andata e ritorno rigorosamente corridoio per Firenze, la maga buona si scioglie in un sorriso e mi dice che posso fare una prenotazione speciale con risparmio di ben 6 euro a tratta e per biglietto. Che felicità! Pago e saluto accompagnato dal sorriso dell’addetta.

Che importa poi che il sole bruci e ti faccia sciogliere se mentre t’appresti all’attesa una classetta di bambini (terza elementare) in maglia verde parte schiamazzante tra il sorriso trepido dei genitori e la fiera e materna protezione della giovane maestra. Chiedo a uno di loro dove vanno “A Bologna, al museo egizio” e immediatamente si mette in posa come una nuova Iside.

Come per l’Esterina di Montale io prego per loro un destino di visi glabri e di poter mantenere una parte di quella vivacità che ora li accompagna alla scoperta della Bellezza.

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L’OPINIONE
Tra bellezza e bulimia degli eventi culturali a Ferrara

Eventi su eventi, polemiche su polemiche, conferenze à gogò, fuori le mura, dentro le mura. Ferrara sta vivendo un momento culturalmente intenso ma talmente intenso da perdere il conto di quante occasioni suscita, promuove e talvolta spreca, tanto da perdere di vista i piccoli fatti quotidiani, quelli che un’appassionata e costante cura per il compito affidato, si concretizzano nell’attenzione al lavoro non imposto ma accettato con entusiasmo e compartecipazione. Nel campo che più coltivo, quello culturale, spesso nascono piccoli capolavori come la sistemazione delle collezioni di palazzo Bonacossi, un esempio perfetto di come si possa da un materiale interessante ma non strepitoso far nascere un delizioso museo affidato alle tre Grazie, le amiche di sempre, a cui è stata affidata la sistemazione (provvisoria!) del museo che, mi si permetta di osservare, non è solo nato sulla aspettativa del restauro di Schifanoia ma che si presenta nella sua omogeneità come una realizzazione museale non affidata a una temporalità scandita dal restauro della grande delizia ma che sarebbe un errore poi smantellare. Non quindi “Aspettando Schifanoia”, frase coniata per l’apertura del museo, ma “affiancando Schifanoia”.

Le Grazie, il cui significato mitico-simbolico sta nel dare e ricevere doni materiali e intellettuali (nel caso nostro intellettuali), si chiamano Elena Bonatti, Maria Teresa Gulinelli, Elisabetta Lopresti. La prima sta chiudendo la sua carriera e le altre due giustamente sentono già quest’assenza nel condurre i progetti del museo che speriamo non sarà tale per la volontà di Elena di collaborare (rigorosamente a costo zero) nella sistemazione definitiva del museo.

Dunque ‘en attendant Schifanoia’ con quei tempi che necessariamente non saranno brevi tra restauro del palazzo, rilettura del giardino (con le non necessarie polemiche suscitate anche da un inaccettabile risvolto politico sulla vicenda), ripensamento delle collezioni, a palazzo Bonacossi si è costituito un percorso museale di grande impatto vissivo ma anche scientifico: tre sezioni che comprendono la collezione Riminaldi, quella dei quadri provenienti dalle collezioni Orfanotrofi e Conservatori ed infine quella sui restauri. Su tutte ovviamente spiccano opere di grande bellezza e raffinatezza: il busto di Leopoldo Cicognara scolpito da Antonio Canova, ma anche la gliptoteca del cardinal Riminaldi, i bronzetti rinascimentali e le erme settecentesche oltre lo stupendo Bastianino.

Se questo è un museo provvisorio, a mio sommesso parere, auspicherei che questa provvisiorietà si trasformasse in definitiva sistemazione, semmai arricchita di altre opere che ora rimangono negli angoli oscuri di qualche ufficio di rappresentanza o nei depositi dei musei comunali e provinciali. So che si sono ipotizzati per Bonacossi destini diversi: uffici dell’assessorato alla Cultura oltre quelli dei Musei d’arte antica, e un progetto di per sé straordinario che prevvederebbere la raccolta e la fruizione di una grande biblioteca di storia dell’arte. La prima ipotesi mi sembra sia facilmente rimovibile. Uno spazio per uffici comunque si potrebbe trovare in altre sedi. Più complessa e interessante la seconda, che procurerebbe in via ipotetica una biblioteca specializzata in storia dell’arte che la città che non possiede a causa dell’estrema difficoltà nella collocazione di volumi di donazioni che vengono nella quasi totalità rifiutate da tutte le biblioteche italiane (ah! destino infausto per chi è cresciuto con i libri e per i libri.)

Ma non varrebbe la pena trovare un luogo adatto ai servizi di una biblioteca necessarissima senza per quello sacrificare l’allestimento museale di Bonacossi? So che questa proposta non sarà, forse anche giustamente, recepita da tanti colleghi e amici che vorrebbero finalmente attuato il principio di un luogo di studio che verrebbe a riempire una mancanza. Ma possono, quelle opere che mi ammiccano con la loro straordinaria bellezza e che hanno trovato una casa, essere espropriate per far posto ad altre necessità ugualmente condivisibili?

Un giorno, scrive Francesco Petrarca da Valchiusa a un suo caro amico, mi sono alzato e sceso in giardino ho visto che erano arrivate nove ragazze bellissime vestite poveramente, anzi alcune di loro avevano gli abiti laceri, E sai chi sono? domanda Francesco all’amico: erano le Camene o Muse che dai luoghi di delizie pieni del mondo antico in cui vivevano sono approdate, dopo traversie e dificoltà, qui nel mio giardino dove le onorerò per sempre.

Diamo anche noi una casa alle Muse, a tutte le Muse, sperando che quelle che abitano nei saloni di Bonacossi ivi rimangano, accompagnate ed esaltate dai libri che raccontano la loro straordinaria storia (dell’arte ma soprattutto del lato migliore dell’uomo).

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