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caduta

1995: “La Haine”.
2021: noi giovani stiamo ancora cadendo.

 

“Non siete altro che degli assassini” grida rivolto allo schieramento della polizia in assetto antisommossa che blocca la strada. “Voi sparate, è facile eh?”, continua, alzando il braccio. «Ma noi non abbiamo armi, non abbiamo altro che pietre».

Il frame in bianco e nero che apre il film è un estratto del telegiornale andato in onda in tutta la Francia il 7 aprile 1993. In televisione venivano trasmesse le immagini di violenti e brutali scontri tra polizia e manifestanti durante la notte tra il 6 e il 7 aprile 1993. Le proteste scoppiano in seguito all’omicidio di Makomé M’Bowolé per mano dell’ispettore Pascal Compain. Il giovane ragazzo Zairese di neanche 18 anni era stato fermato la notte precedente con l’accusa di aver rubato delle sigarette con il fine di venderle. Viene arrestato e interrogato per tutta la notte . Sono circa le 6 del mattino quando, minacciato dallo stesso ispettore, viene raggiunto da un colpo di pistola alla testa sparato a bruciapelo ‘erroneamente’.

Da questo episodio il giovane regista ventisettenne Mathieu Kassovitz, parigino di origini ebraiche, decide di girare La Haine. un film iconico che ha segnato intere generazioni di giovani. Esce nel maggio del 1995 e nello stesso anno vince il premio per la miglior regia al 48° festival di Cannes.

Per chi è interessato o non l’avesse mai visto, ecco il film completo nella versione in italiano:

Dopo l’immagine sgranata di quell’uomo che urla, dopo il titolo – La Haine – in bianco su nero come il fulmine di uno sparo riempie lo schermo, una voce fuori campo inizia a parlare:

È la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Il tizio, man mano che cade, si ripete senza sosta per rassicurarsi: «Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui… tutto bene». Ma l’importante non è la caduta. È l’atterraggio.

A parlare è Hubert – interpretato da Hubert Koundé – uno dei tre personaggi protagonisti del film insieme a Vinz (Vincent Cassel) e Said (Saïd Taghmaoui). Hubert è un nero – noir – che come gli altri due vive nei banlieue parigini. Tra i tre quello che sicuramente sembra essere il più maturo, con una visione più razionale della società, mossa non solo da odio ma anche da rammarico e voglia di cambiamento, più che di vendetta. Sarà lui a pronunciare una frase chiave per la lettura del film, in una scena altrettanto importante per il regista: La haine attire la haine. L’odio attira l’odio.
Hubert è cosciente della catena che l’odio provoca, e proprio per questo cerca di spezzarla cercando di non farsi dominare dal desiderio di vendetta nei confronti di società e polizia. Invece Vinz, giovane ebreo, è iniettato d’odio, brama la morte di un poliziotto per ‘pareggiare i conti’, si dice pronto a sparare con una pistola trovata durante il tumulto degli scontri notturni. Said, ragazzo di origine arabe, tra i tre sembra quello più ingenuo, irrequieto ma incosciente, convinto prima a seguire il grido di rabbia di Vinz e successivamente rivisto a concordare con il saggio Hubert.
L’odio di cui tanto si era riempito la bocca Vinz ha l’occasione di esplodere quando nella notte parigina i tre incontrano un gruppo di nazi che se la prendono con Hubert ‘il negro’. Con la pistola puntata alla testa del nazi Vinz tentenna, provocato anche dalle parole dello stesso Hubert, che dalle sue spalle non esita a parlare:
Spara, spara, spara! Porca puttana, spara! Di poliziotti buoni ce ne sono, ma un nazi buono è un nazi morto! Spara porca puttana!

Vinz non ce la fa la violenza non esce dalla canna della pistola, ma sotto conati di vomito.
Hubert l’ha convinto. L’odio chiama solo altro odio. Tornati alle prime luci della mattina nel proprio quartiere, Vinz depone le armi e lascia la pistola nelle mani dell’amico più saggio, considerandolo più capace di portare un tale fardello. 

Sono le 6 del mattino, è la fine del film.
I tre si salutano e Hubert si incammina sulla sua strada. Nel giro di due minuti arriva una volante della polizia. Gli ‘sbirri’ scendono e afferrano Vinz e Said, sbattendoli contro la macchina.
Hubert ha appena il tempo di girarsi, quando uno dei tre poliziotti, vecchia conoscenza dei protagonisti, estrare la pistola e minaccia Viz.
Esplode un colpo a bruciapelo in testa al giovane ragazzo ebreo.
Hubert torna sui suoi passi, a terra il corpo esamine di Vinz, estrae la pistola e la punta in faccia al poliziotto che ha sparato.

Lo schermo si oscura, echeggia un colpo di pistola e di nuovo la voce fuori campo: “È la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Il tizio, man mano che cade, si ripete senza sosta per rassicurarsi: «Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui… tutto bene». Ma l’importante non è la caduta. È l’atterraggio.”.

La caduta che, metaforicamente, sta compiendo la società non si è ancora arrestata. Non siamo ancora atterrati. E sebbene consapevoli di cadere, cerchiamo di rincuorarci dicendo ‘fino a qui tutto bene’.
Nel film i giovani della periferia Parigina hanno un futuro preciso: criminali non per scelta, violenti perché cresciuti nell’odio di chi governa, violenti e scontrosi come la società che li emargina.

Oggi a precipitare siamo tutti noi, tutti i giovani. Abbandonati a noi stessi, con un futuro che non esiste, studenti senza prospettive se non quelle di essere sfruttati, di doversi accontentare, di dover chinar la testa e chiudere gli occhi per sopravvivere.
La crisi di prospettive giovanili porta i ragazzi alla sfiducia nel società e politica, psicologicamente insufficienti e sofferenti. Ne è un esempio come ormai è normalizzato l’uso di psicofarmaci in ragazzi di giovanissima età.

Questa caduta pare inarrestabile. Che alternative abbiamo allora?
C’è chi ci prova da solo, asseconda la caduta e si allinea a logiche individualiste per cui mors tua vita mea.
C’è chi invece crede che per arrestare la caduta, o decidere dove atterrare per farsi meno male, sia necessario creare una comunità forte e consapevole. Creare una comunità vuol dire rifiutare la competizione che vige in questa società, vuol dire cercare di creare un’alternativa per il futuro.
Per un futuro migliore è però necessario lottare nel presente. L’alternativa non è sempre facile da vedere, talvolta lottando ti senti come Don Chisciotte contro i mulini a vento, ma è l’unica alternativa per spezzare le catene dell’odio ed aspirare a una società giusta ed equa per tutti.

Cani neri

 

I furbissimi profeti della sventura che avrebbe colpito il Ddl Zan sostengono che sarebbe bastato apportare delle piccole modifiche “non di sostanza” per farlo passare. Tipo, non parlare dell’identità di genere. Come se il percorso di definizione del proprio genere fosse uno sfizio, una moda, un vezzo, e non il frutto di una elaborazione tormentata, profonda, dolorosa. Che spesso ti porta ad essere negletto/a in famiglia, al rifiuto sociale, allo scherno, alla violenza. Che stupidi, dicono costoro: bastava togliere questo, e il testo sarebbe passato. Peccato ci siano atti che assumono un valore iconico: il capo dei tattici, dei furbi, di coloro che rimproverano gli altri di essere dei coglioni, era talmente appassionato al destino della legge Zan, da trovarsi, il giorno dell’imboscata parlamentare, in Arabia Saudita, alla corte e al soldo del principe saudita (e mandante di assassinio, secondo ONU) Mohammad Bin Salman, paese notoriamente in prima linea nella tutela delle donne e delle identità di genere. Si tratta di comportamenti che mostrano come stanno le cose in maniera più efficace di qualunque analisi.

 

“Sappiamo amare anche senza l’aiuto di Dio, grazie tante”.

Ian McEwan.

Hybris e Nemesis

 

Non credo che sia giusto lasciar andare. Domani, forse. Ma oggi, quando il creatore della Bestia, il prezzolato megafono, l’ amplificatore dell’odio contro le donne, gli omosessuali, i tossicodipendenti, viene scoperto a drogarsi e drogare per avere sesso omosessuale a pagamento, la giustizia non è perdono. La giustizia è una tragica nemesi, pienamente meritata.

 

“Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”

Dante Alighieri

 

culicchia alasia

Festivaletteratura. Giuseppe Culicchia e Giorgio Bazzega:
le prime persone da incontrare sono quelle che non vorresti incontrare

Per Ferraraitalia sono tornato al Festivaletteratura di Mantova. Mi è stata lasciata piena libertà redazionale, per cui nell’ affollatissimo programma di quella giornata (il 9 settembre) ho scelto l’ incontro con uno scrittore che continuo a seguire dalla sua prima opera (circostanza per me singolare): Giuseppe Culicchia, che scoprii leggendo nel 1994 Tutti giù per terra, la sua opera prima – una di quelle opere d’arte seminali, prive di virtuosismi e di maniera e quindi tali da spingere all’emulazione, anzichè alla semplice ammirazione. Un po’ come fece il punk, o certa pop art.

Nell’iniziativa di Mantova l’occasione era rappresentata dalla pubblicazione del suo recente Il tempo di vivere con te (Mondadori, 2021), in cui Culicchia trova finalmente, dopo più di quarant’anni, le parole per raccontare il rapporto tra se stesso bambino e suo cugino Walter, più vecchio di nove anni, di Sesto San Giovanni, una figura mitica della sua infanzia.
Un ragazzo adorabile, pieno di vita, un fratello maggiore, un modello, la persona di cui aspettava impaziente le visite estive a Grosso Canavese. Giuseppe Culicchia, come tutti (tranne la madre di Walter, che custodiva il segreto), venne a sapere che Walter Alasia, il suo amato cugino, era un brigatista rosso la notte in cui la Polizia venne a cercarlo a casa, lui aprì la porta della camera da letto sparando ai poliziotti, venne ferito a sua volta e poi finito nel giardino di casa, mentre cercava di fuggire. Era il 15 dicembre 1976.
Walter Alasia aveva vent’anni, Giuseppe Culicchia undici.
Uno dei due poliziotti morti nello scontro a fuoco con Walter Alasia era Sergio Bazzega, maresciallo in forza all’Antiterrorismo.

Ebbene, a Mantova, seduti allo stesso tavolo a parlare di Walter e degli anni di piombo, c’erano Giuseppe Culicchia, cugino di Walter Alasia, e Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo ucciso da Walter. All’epoca dei fatti, Giorgio Bazzega aveva due anni.

Giorgio ha ricordato il padre come un figlio che non lo ha potuto conoscere in vita: attraverso una ostinata, rabbiosa a tratti, opera di ricostruzione retrospettiva della sua figura. Così abbiamo saputo da Giorgio che Sergio era uno di quei poliziotti che si batteva per la democratizzazione del corpo di Polizia, tanto da aver scritto per l’Unità un articolo su questo tema il giorno prima di venire ucciso; tanto da essere soprannominato ‘il comunista’ in caserma.
Giorgio ha poi parlato del suo percorso di ragazzo con simpatie di destra, pieno di rabbia, che avrebbe voluto ammazzare i brigatisti uno per uno.

Poi un giorno incontra Manlio Milani, presidente dell’associazione vittime della strage di Piazza della Loggia, che gli fa cambiare il punto di vista sulle cose. Come solo può riuscire a fare chi attraversa il dolore dilaniante della perdita della compagna per un’esplosione, a tre metri da te, appena dopo averci parlato. Come solo può riuscire a fare chi attraversa il senso di colpa assurdo di non averla protetta abbastanza.
Manlio Milani ha cambiato la vita di Giorgio Bazzega, avviandolo a quel percorso di ‘giustizia riparativa’ che lo ha fatto uscire dal ruolo di vittima votata alla vendetta. Percorso durante il quale ha conosciuto anche ex terroristi – perché il fine del percorso è quello di unire i lembi di un’umanità lacerata (carnefici, vittime e rispettivi parenti) – e ha scoperto che sono persone, non mostri; e ha cercato di comprendere, non di giustificare, le ragioni che li hanno condotti a compiere certi atti.

Non sto divagando: la figura centrale dell’incontro di Mantova non è stata Giuseppe Culicchia, nonostante sia stato lui a scrivere il libro. La figura centrale è stata quella di Giorgio Bazzega, che ha confessato candidamente di avere incontrato lo scrittore ad un certo punto del suo percorso, già costellato di altre conoscenze anche più ‘pesanti’.
Viceversa, Culicchia ha evidenziato che la cosa più bella che gli ha portato il libro è stata proprio la possibilità di conoscere Giorgio, e di portare in giro il libro assieme a lui. E’ parsa evidente la sommissione dello scrittore all’ esperienza raccontata con trasporto da Giorgio Bazzega: una sorta di rispetto, un passo indietro che ha sgombrato il campo da ogni possibile personalismo legato alla sua veste di narratore. Raramente mi è capitato di vedere uno scrittore di successo spogliarsi così istintivamente della propria componente narcisistica, lasciando il proscenio non a Walter, suo amato cugino, ma alle sue vittime.

Culicchia ha infine ripreso una vecchia polemica tra Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, quando il secondo rimproverava al primo di rifiutare il confronto coi fascisti. E in un’epoca caratterizzata da persone che urlano la propria verità e rifiutano, denigrano, odiano la verità degli altri, mi hanno particolarmente colpito le parole finali di Giorgio Bazzega, quando ha detto che “le prime persone da incontrare sono quelle che non vorresti incontrare”.

IL VACCINO NON TOGLIE LA PAURA:
quello che l’informazione mainstream non ci dice

 

Diciannove mesi di informazione martellante e sistematica sulla pandemia hanno finito col creare un diffuso clima di paura che alimenta le tensioni sociali e le semplificazioni irrazionali.  La paura, si sa, è madre dell’odio ed è l’opposto dell’amore: a livello soggettivo terreno fertile per la sofferenza e l’insorgenza della malattia, a livello sociale strumento nelle mani di chi gestisce il potere. Uscire dalla paura è dunque il primo passo (sociale) per affrontare collettivamente la sfida del Covid-19, il primo passo (soggettivo) per evolvere verso una maggiore tranquillità e consapevolezza, senza tuttavia abbandonare prudenza e attenzione che restano quanto mai indispensabili in periodi di crisi perdurante.

Diciamolo: quella che poteva essere, pur nella sua drammaticità, un’occasione per ragionare sui limiti dello sviluppo e sulle impellenti necessità del pianeta, un’opportunità per riflettere a fondo su stili di vita insostenibili e disfunzionali, uno stimolo per meditare sulla personale consapevolezza, si è ormai trasformata in uno scontro corrosivo che contrappone orizzontalmente cittadini a cittadini generando drammatiche e profonde fratture dentro le istituzioni, le imprese, le associazioni e perfino le famiglie. Quella che poteva essere l’occasione per inventare qualcosa di nuovo è diventata tosto una pressione per tornare alla normalità di prima, ai vecchi comportamenti e rituali sociali, alla routine proposta ed imposta dalla religione universale del consumo.
Tutta la vasta, drammatica e affascinante tematica del virus, che sottende il rapporto dell’uomo con la natura, i limiti della bio-ricerca, le relazioni tra esseri umani e tra specie, è stata ridotta allo scontro sull’obbligo vaccinale e  il  green pass quando non tradotta nel reciproco accusarsi di destra e sinistra, con una perdita di complessità e di onestà intellettuale francamente umiliante.

E’  possibile modificare questa narrazione che avvelena i rapporti sociali senza cadere nell’eccesso opposto?
E’ possibile alimentare una prudente fiducia che possa aiutare ad uscire dalla paura prima che, con la fine dell’estate, il rancore e l’odio sociale alimentato da più fonti, diventi insostenibile e ancora più drammatico?

Il sito della John Hopkins University [qui] – che da inizio pandemia monitora l’andamento del fenomeno –  segnalava il 21 agosto, a livello mondiale, quasi 211 milioni di casi (contagi), 4.415.304 morti e 4.873.203.990 dosi di vaccino somministrate. Un dato quest’ultimo che lascia intuire il colossale business che sta dietro il vaccino anti Covid come messo in risalto nel rapporto curato da Oxfam ed Emergency pubblicato a luglio di quest’anno [potete leggerlo [qui], dal quale stralcio per invitarvi alla lettura questa frase: “Il CEO di Pfizer ha suggerito che si potrà arrivare fino a 175 dollari per dose, ossia 148 volte il potenziale costo di produzione (che è oggi inferiore ai 3 euro).

Ma veniamo all’Italia e ai suoi numeri. Il sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblica ed aggiorna costantemente il rapporto sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione SARS-Cov-2 in Italia. Nell’ultimo aggiornamento del 21 luglio 2021[qui] sono descritte le caratteristiche di 127.044 pazienti deceduti e positivi al virus (formula quest’ultima correttissima che i media si guardano bene dall’utilizzare preferendo titoli come “Morti per Covid”, “Uccisi dal Covid”, “Strage del Covid” e così via, evitando sempre di citare lo stato di salute  dei defunti prima di essere contagiati).
L’età media dei deceduti è di 80 anni (mediana 82, range 0-109, Range InterQuartile – IQR 74-88), mentre l’età mediana dei deceduti è più alta di oltre 35 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione.
Prosegue il rapporto: “Al 21 luglio 2021 sono 1.479, dei 127.044 (1,2%), i pazienti deceduti SARS-CoV-2 positivi di età inferiore ai 50 anni. In particolare, 355 di questi avevano meno di 40 anni (221 uomini e 134 donne con età compresa tra 0 e 39 anni. Di 105 pazienti di età inferiore a 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 206 presentavano gravi patologie preesistenti (patologie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) e 44  non avevano patologie di rilievo diagnosticate”.
Vale la pena ribadire: durante tutta la pandemia i deceduti di età inferiore ai 40 anni sono stati 355 pari allo 0,26%; di questi la maggioranza presentava gravi patologie preesistenti.
In aggiunta le indagini svolte su un campione opportunistico (dunque non statisticamente significativo) di 7681 deceduti per i quali sono state analizzate le cartelle cliniche mostra che il 97% aveva una o più patologie (il 67,4% 3 o più) e solo il 3% presentava 0 patologie.

A fronte di questi numeri, la narrativa mediatica dominante negli ultimi mesi ha imposto, da un lato l’idea della strage indiscriminata e, dall’altro, l’idea che solo il vaccino sia la soluzione unica e indubitabile al problema della pandemia. Questa centralità vaccinale può forse essere ricondotta al ruolo assunto dall’Italia [qui] che nel 2014 (governo Renzi, Ministro Lorenzin) divenne guida per 5 anni delle strategie e campagne vaccinali nel mondo.
In verità, la stessa Commissione Europea – che caldeggia comunque la vaccinazione massiccia – ha pubblicamente dichiarato che ci sono promettenti alternative sulle quali si sta lavorando alacremente.
Infatti, dopo aver lanciato a giugno 2020 la strategia UE sui vaccini [qui], ha provveduto ad inizio maggio 2021 ad integrarla con una ulteriore strategia UE per lo sviluppo e la disponibilità delle terapie [qui]. A fine giugno ha quindi resi noti i 5 prodotti [qui] che  hanno elevate possibilità di figurare tra i 3 nuovi strumenti terapeutici contro il Covid-19 da autorizzare entro ottobre 2021; entro lo stesso mese seguirà un portafoglio più ampio comprendente 10 possibili candidati con l’obiettivo di approvarne ufficialmente altri 2 entro la fine dell’anno.
Ecco l’esatta citazione estrapolata dal testo pubblicato pochi mesi fa: “Sulla base del lavoro del gruppo di esperti sulle varianti della COVID-19 istituito di recente, la Commissione definirà entro ottobre (2021) un portafoglio di almeno 10 possibili strumenti terapeutici contro la COVID-19. Il processo di selezione sarà obiettivo e basato su dati scientifici, con criteri di selezione concordati con gli Stati membri. Dal momento che sono necessari tipi di prodotti differenti a seconda delle popolazioni di pazienti e delle fasi e della gravità della malattia, il gruppo di esperti individuerà le categorie di prodotti e selezionerà gli strumenti terapeutici candidati più promettenti per ciascuna categoria sulla base di criteri scientifici”.

Anche L’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) ha reso noto l’elenco dei farmaci utilizzabili per il trattamento della malattia Covid-10[qui] corredato da una serie di schede specifiche per ogni farmaco citato con le relative modalità di prescrizione.
Sempre l’AIFA in una nota datata 10 agosto scorso [qui] ha comunicato che sono già disponibili farmaci (efficaci per tutte le varianti) con anticorpi monoclonali per la Covid-19 lieve o moderata, utilizzabili anche per pazienti che sono a rischio di progressione severa della malattia e sono in ossigenoterapia.

Non solo vaccini dunque: la strategia per gli strumenti terapeutici si affianca alla strategia UE per i vaccini “con l’obiettivo di prevenire e ridurre la diffusione dei casi, così come i tassi di ospedalizzazione e i decessi causati dalla malattia”.
Anche in questo caso, però, i media non hanno dato evidenza ad informazioni così importanti preferendo di gran lunga continuare ad insistere con il bollettino quotidiano dei morti, la polemica sulle (non) vaccinazioni (seguendo il mantra citato da molti nominati esperti d’ufficio e politici: “al vaccino non c’è alternativa“) e la diffusione del green pass.

Torniamo per un attimo ad inizio pandemia. In pieno lockdown i media avevano dato spazio alla terapia del compianto De Donno, poi misteriosamente sparito dagli schermi, dai giornali e dalla discussione pubblica fino al tragico epilogo. Nello stesso periodo (marzo 2020) nasceva un Comitato [qui] finalizzato a fornire supporto ai cittadini durante l’emergenza Covid-19, per scambiarsi informazioni cliniche e mettere a punto un protocollo di cure domiciliari in assenza di direttive specifiche. Da questo è nato un gruppo che è enormemente cresciuto nel tempo fino a raggiungere su FaceBook [Qui] le 628.000 persone (20 agosto).
A dicembre 2020 anche il Ministero della Salute aveva prudentemente licenziato una circolare per la gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 [qui] provvedendo successivamente a fornirne adeguato aggiornamento datato 27 aprile 2021[qui].
L’ipotesi sottostante alle cure domiciliari è quella che il Covid-19 sia una malattia che deve essere affrontata ai primi sintomi nella propria casa, evitando così in molti casi un peggioramento verso forme più gravi che costringano al ricovero in ospedale.
Il comitato (cito dal sito) informa attraverso il supporto di medici specialisti sui possibili farmaci che possono essere usati per contrastare il Covid-19 e sui protocolli di cura che vengono adottati con successo in diverse strutture sanitarie; combatte per ottenere un protocollo nazionale di cura domiciliare e per il rafforzamento della sanità territoriale in ogni regione, opponendosi nei tribunali a norme ingiuste che impediscono ai medici di agire secondo scienza e coscienza nella cura dei propri pazienti; aiuta i malati di Covid-19 che si trovano a casa attraverso il supporto gratuito di medici volontari, contribuendo così ad evitare il collasso del servizio sanitario pubblico a causa di un afflusso disordinato nei pronto soccorso degli ospedali.
Stranamente, però, neppure l’esistenza di queste alternative alla cosiddetta “vigile attesa e al ricovero” ha trovato forte eco sui media mainstream sempre concentrati nel promuovere a tamburo battente la logica della vaccinazione di massa e (in modo sempre meno convinto vista l’insidia delle varianti) dell’immunità di gregge (due termini massa e gregge che dovrebbero far riflettere quanti credono nei diritti della persona e nella democrazia).
Assai scarsa è stata anche l’attenzione dei media nel consigliare e promuovere tutte quelle azioni di prevenzione che andassero oltre l’uso della mascherina, il distanziamento sociale, l’evitare luoghi sovraffollati e l’aerare le stanze chiuse.

Vaccini, farmaci, cure domiciliari e attività di prevenzione sono tutte soluzioni valide per affrontare la pandemia; tutte hanno a che fare con la scienza o, meglio con la ricerca scientifica e con un sano atteggiamento scientifico nel descrivere e nell’affrontare i problemi.
La validità di tutte queste soluzioni può essere infatti testata e valutata adottando le procedure standard che si usano comunemente, avendo il giusto tempo a disposizione per giudicare gli effetti immediati, di breve, medio e lungo periodo. 

Ora, se mettiamo tutto insieme ne emerge un quadro assai diverso da quello univoco al quale da 19 mesi siamo quotidianamente sottoposti.
– Innanzitutto (e senza nulla togliere alla serietà della situazione) i decessi si concentrano nella popolazione più fragile già gravata da patologie e in particolare tra gli anziani: rari sono i casi di persone giovani e sane decedute a causa del virus.
– In secondo luogo, il covid-19 può essere affrontato con strumenti farmacologici e non solo con la vaccinazione che tanti timori e polemiche sta creando.
– Terzo, al presentarsi dei sintomi sono possibili cure domiciliari efficaci.
– Infine,
 ogni cittadino ha comunque la possibilità di informarsi meglio e di adottare uno stile di vita più sano, applicando comportamenti responsabili a tutela della propria ed altrui salute.

Sapere che, nel contesto di un approccio che deve essere comunque orientato a grande prudenza, esistono più possibilità per affrontare la pandemia, dovrebbe contribuire a far uscire dalla paura, a riacquistare lucidità intellettuale, a ristrutturare il conflitto tra opposte fazioni ormai accecate dall’odio, a ristabilire un sano confronto tra punti di vista differenti.
Il che non è poco, dovendo affrontare un autunno che – dopo gli eccessi estivi – si preannuncia molto difficile, anche per l’effetto di una rappresentazione mediatica che, temo, continuerà ad essere colpevolmente limitante ed unidirezionale.

M’AMA NON M’AMA …
Riconoscere le radici della violenza e scegliere la libertà

 

Si definisce ‘femminicidio’ o ‘omicidio di genere’ un omicidio doloso o preterintenzionale, in cui una donna viene uccisa da un individuo di sesso maschile per motivi basati sul genere.

Si allunga ogni settimana la lista delle donne vittime di questo tipo di omicidio. Nei primi tre mesi del 2021 sono state ammazzate da compagni e fidanzati quindici donne e la lista continua a salire ogni giorno che passa. Un fenomeno che non si arresta, che non tende a diminuire. Più se ne parla, più se ne scrive, e più la situazione peggiora, come se un minimo di rilevanza mediatica desse a questi assassini un po’ di voglia in più di ammazzare.

Nel 2020 sono stati commessi novantuno femminicidi, di questi ottantuno sono stati commessi nel contesto familiare, cioè l’89% del totale (Rapporto Eures 2020). C’è poco da fare, i mostri li abbiamo in casa. Sono i nostri compagni o ex-compagni, che ci sfigurano con l’acido, provano ad ammazzarci, ci calpestano, ci prendono a schiaffi e calci, ci rapiscono i figli (non tutti, s’intende!). Mi chiedo sempre da dove arrivi un odio del genere. Per quanto la psicanalisi provi a spiegarne le motivazioni profonde, le modalità, le giustificazioni e i mezzi, io continuo a stupirmi e addolorarmi ogni giorno.

Mi tornano così alla memoria storie di soprusi che ho sentito raccontare, storie di umiliazioni perpetrate all’infinito, che tolgono qualunque tipo di dignità, che lavorano in maniera silente e costante come tante stalagmiti che crescono grazie al lavorio delle gocce d’acqua. Conformazioni calcaree che ci mettono molto tempo a diventare visibili, una vita a calcificare e a diventare punte acuminate che perforano l’aria. A un certo punto le vedi, piantate nella grotta nella quale si trovano, pronte ad acuire il senso di pericolo, pronte a fare male senza esitazione. Una sberla un giorno, poi una dopo una settimana, poi due dopo un mese e poi più in là ancora altre.

Non c’è sempre la possibilità di ribellarsi a questo mostro che cresce dentro casa, a questa modalità lenta, silente e progressiva che si nutre di quotidianità, di impossibilità di rompere legami sbilanciati, dal punto di vista della relazione e/o delle necessità economiche. C’entra l’indipendenza come arma a doppio taglio: si può odiare una donna perché è indipendente, così come la si può odiare perché è dipendente. La dipendenza crea umiltà, paura, sottomissione. Ma il mostro è spesso un vile e gli piace molto, in quanto vile, prendersela con chi non sa difendersi. Allo stesso tempo il vile ama a sua volta i rapporti sbilanciati. Adora chi è prepotente con lui, detesta chi è sottomesso, chi è ridotto a una passività imposta dal logorio di un’umiliazione costante. È questo logorio che riduce una donna al suo livello, quello che proprio lui detesta. Un vile odia se stesso e adora i prepotenti. Per questo odia sua moglie, che è una sua pari, una che conosce i suoi difetti che lui non sopporta, le sue paranoie dalle quali tenta sempre di sfuggire, ma dalle quali è riacciuffato.

Un uomo violento è un uomo pieno di malessere e rancore. In una donna piena di malessere riconosce se stesso e per questo l’odio si moltiplica. È un odio che si nutre di odio per se stessi. È un odio che consuma l’altro per ridefinire le caratteristiche di un mondo interiore che non lascia spazi di libertà a nessuno. Una donna sottomessa, privata della sua volontà e della sua indipendenza è la vittima preferita di questo tipo di maschio violento. Vile coi vili e decisamente servizievole con gli arroganti e prepotenti. I vili non hanno mai saputo trovare un equilibrio giusto, una autostima accettabile, un senso del perdono e della pietà eticamente fondato.

Un secondo tipo di maschio violento è il prepotente per antonomasia. Quello che non tollera la donna indipendente che sa ribellarsi. Qui però non c’è un gran logorio giornaliero. Se mai c’è la ribellione e subito dopo la ripercussione. L’atto aggressivo e violento è una ripercussione, una reazione esagerata a un atto contrario alla propria volontà, al proprio desiderato e alle proprie aspettative. Spesso l’aspettativa di un prepotente non è reale. Il maschio in questione non è empatico e non riconosce i segni di disagio femminile, fino a quando emergono come un fiume in piena che nessuno sa più contenere e frenare. Un fiume che corre e se ne andrà lontano.

La prepotenza si nutre di confronti aggressivi, di necessità di umiliare l’altro e di ricondurlo a una via conosciuta, a un percorso controllabile e prevedibile, che permette l’aggressione come atto liberatorio, come conferma di un potere effimero. Un’illusione come quella di controllare una relazione, le sue conseguenze, i suoi possibili sviluppi e anche la sua fine. Il maschio aggressivo sa quando e come finirà una relazione, ma non lo deve e non lo può sapere la donna con la quale si relaziona. E così, nel gioco di potere tra viltà, sottomissione, mancanza di indipendenza e atti di rivendicazione di una dignità mai trovata, si consuma la violenza e la persecuzione nei confronti delle persone per le quali questo è possibile, è nascondibile, occultabile.

Poi c’è il degrado della mancanza di spazio familiare, della mancanza di evasione culturale, di sostegno economico, che permette un po’ di trasgressione, quella buona che riduce la conflittualità, che ridimensiona il senso di angoscia, che rischiara i rapporti. E poi c’è l’uso di alcol e di sostanze stupefacenti, che scatenano l’aggressività anche in chi non è aggressivo, anche chi in condizioni normali sa mantenere una mitezza esagerata, che mai farebbe pensare che presto quel ‘dipendente’ ti sfigurerà coll’acido. L’uso di droghe altera la percezione che una persona ha di se stessa. Altera la sua autostima e il suo bisogno di successo, ridimensiona la sua dignità rendendolo schiavo e succube. Le esplosioni di rabbia sono impreviste, legate all’uso dell’alcol che annienta i freni inibitori e fa sì che la selvaggia e primordiale voglia d’uccidere attraversi le menti di individui un po’ strani e molto eccitabili, dal comportamento dannoso.

Ma il danno più grosso succede prima. Durante il processo di annientamento. In quella fase a volte lunga (può durare anni) e a volte cortissima (può durare qualche minuto), in cui la dignità di una donna viene distrutta. È la mancanza di dignità che fa uscire dalla tana il mostro. Una mancanza di dignità causata dal mostro stesso e dai suoi comportamenti reiterati, dai suoi malumori. La psicologia insegna che i comportamenti più radicati non sono quelli che hanno rinforzi continui, ma quelli che hanno rinforzi occasionali. L’imprevedibilità del cambio d’umore accompagna spesso gli atti denigratori. Gli abbassamenti di status e di ruolo si configurano come un rinforzo occasionale, come un risucchio verso il basso, come una voragine che si apre all’improvviso e non è possibile arginare. La voragine imprevista risucchia chi sta camminando sopra di lei. Lo trascina verso il basso, lo copre col fango, lo deteriora un po’ alla volta, lo ricopre di terra, lo sotterra e lo dimentica.

La violenza si scatena sopra tutto questo, dentro tutto questo, lo sovrasta, lo ricopre e lo abbandona. Poi ricomincia, si crea un’altra voragine che inghiotte qualcuno, anche in maniera quasi casuale, lo mastica e lo consuma. I comportamenti violenti tendono a reiterarsi, perché sono lo sfogo di una personalità fatta così, di un dramma interiore che si manifesta così, di una incapacità di essere riflessivi, corretti, altruisti e anche giusti. Tutto ciò che si vede è così, senza possibilità di fraintendimenti.

Non fermatevi donne davanti alla prima sberla, lasciate quella casa e quella famiglia, portatevi via i vostri figli, se li avete. Non c’è ragione per sopportare la situazione, non c’è giustificazione da portare a se stessi, non patria per il pensiero, non c’è rimedio al dolore. A volte aprire una porta è un grande segnale di coraggio, la prova di un orgoglio che non è stato annientato, di una speranza che non è stata disintegrata del tutto, che riscopre qualcosa, che ricorda la luce.

Dentro ogni donna c’è la possibilità di sperare, credere e camminare con decisione e fiducia, ma ogni donna è anche una possibile vittima della situazione, delle circostanze, del dolore dell’abbandono e della malattia. Una donna fragile attira i fragili che cercano una vittima sacrificale per la loro necessità catartica volta a immolare loro stessi insieme alla vittima. Maschi che tentano di uccidere la sottomissione che riguarda entrambi, che annientano, attraverso l’aggressione, quella vergogna perpetrata di non essere mai all’altezza di niente. Sicuramente non all’altezza del proprio orgoglio smodato e invece degni di una bassezza da rasentare la terra marcia.

Spero che in ogni donna ferita e oppressa nasca la voglia di uscire dal guscio, di dire la verità, di rischiare la vita per una nuova possibilità, di abbandonare una vecchia vita per una nuova prospettiva.

Andatevene voi uomini aggressivi e senza dignità.

Uomini che odiano le donne

racconto di Patrizia Benetti

Eri la donna ideale: bella, con quel sorriso dolce che mi faceva impazzire. Eri una compagna deliziosa, mi dedicavi gran parte del tuo tempo. Presto però sei cambiata e la favola è finita.
Fredda, scostante, non eri più la stessa.
“Ho incontrato un altro”, mi hai detto scrollando le spalle.
No, cara mia, io non l’accetto. E non guardarmi con quella faccia da santarellina. La rabbia mi assale, mi scoppia la testa. La pagherai cara.
Credevi di farmi fesso e farla franca? Non sei che una cagna in calore. Ti assicuro che non sarai più desiderabile.
Arretri impaurita, mi scongiuri di non farlo. È troppo tardi.
Urli mentre l’acido brucia da morire e ti corrode la carne fino all’osso.
Ora sei solo un’orrenda maschera e nulla più.

Cornflake Girl (Tori Amos, 1994)

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Entro mezzogiorno

In questi giorni dominati dall’odio e dalla violenza, verbale e fisica, aggravata dai futili motivi, la frase di questo politico statunitense, che fu anche Governatore del Vermont, suona amaramente persuasiva.

“Se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore, troveremmo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno.”
George Aiken

CONTRO VERSO / Shoah Party

Nel 2019, in 17 province, 25 ragazzi in buona parte minorenni hanno inventato e divulgato una chat inneggiante all’odio e al sesso. L’hanno intitolata “Shoah Party”.

Filastrocca dello Shoah Party

Faremo una gran festa
Filastrocca dello Shoah Party
con quello che ci resta.
Si chiamerà Shoah.
Vedrai che piacerà.

Ti muove nel profondo
è la più antica del mondo.
L’odio scava, e stupisce
per come ci riunisce.

Ci sarà una gran torta
stravista e stracotta.
Avrà per ingredienti
pianto e stridor di denti.

Perché si sa, i diversi
sono tutti perversi
a starli ad ascoltare
rischi di non odiare.

Pensa agli handicappati
ai negri, ai neonati.
Pensa a tutte le schiave:
che tacciano, da brave!

Pensa certo agli ebrei.
Stimarli? Non potrei.
Come coi musulmani
mi prudono le mani.

Ti sto seduto accanto.
Che c’è? Ti vedo stanco.
Hai forse il rifiuto
di quello che hai goduto?
Pensa dunque a te stesso.
Vuoi essere diverso?
Ti consiglio di no
perché ti annienterò.

La notizia è emersa nell’ottobre 2019 quando i promotori dello “Shoah Party” sono stati messi sotto indagine dalla Procura di Siena. Nella chat si scambiavano immagini, battute, video che potremmo definire pornografici per i contenuti sessuali molto espliciti, anche pedofili, e che potremmo considerare ugualmente pornografici per i contenuti brutalmente violenti e discriminatori verso ebrei, musulmani, disabili, immigrati…

CONTRO VERSO, la rubrica delle cantilene indisponenti, le filastrocche con rime bambine rivolte al pubblico adulto, tornano su Ferraraitalia tutti i venerdi. Per vederle tutte clicca [Qui]

Odio e panchine:
in questa Ferrara non c’è posto per Marcovaldo

Il movimento fa bene, me lo dice sempre il mio medico. Devo ringraziare l’Amministrazione della mia città che è attenta alla nostra salute, favorisce il movimento e soprattutto la posizione eretta, invece di stare stravaccati seduti su una panchina, che non è neanche un bel vedere.

Così qualche giorno fa ho assistito al ratto delle panchine. O meglio, all’espianto delle panchine da parte di una benna chirurgica, quasi si trattasse di rimuovere un tumore. Parlo delle panchine di piazza Sacrati, quelle collocate lungo la via Garibaldi, proprio di fronte all’Hotel Carlton. Ci stazionano spesso donne, per lo più badanti, e vecchietti impegnati  in discussioni anche animate; ora dovranno trovare un altro luogo dove parcheggiare i loro sederi (a proposito, questa del sedere deve essere una ossessione di questa Giunta).

Mentre altrove si dipingono di rosso le panchine contro la violenza sulle donne, o con i colori dell’arcobaleno – le panchine rainbow nella giornata contro la omobitransfobia – da noi le panchine si archiviano, si accatastano in qualche magazzino in attesa di tempi migliori.

Troppo moderata la scelta del comune di Udine, che pure fece discutere, di mettere alle panchine i braccioli di ferro per impedire ai migranti di potersi sdraiare e riposare. Da noi vige il metodo Naomo che predilige le scelte drastiche: deportiamo le panchine in appositi campi di concentramento. La persecuzione contro le panchine in questa città ha preso avvio dai parchi, in particolare quelli della zona Gad, quartiere ‘giardino’ … ma senza panchine.

A me le panchine in città ricordano Marcovaldo, ovvero “Le stagioni in città” di Italo Calvino e, in particolare, “La villeggiatura in panchina”. La panchina sognata da Marcovaldo, come evasione dai disagi della quotidianità, come oasi di riposo e di frescura all’ombra degli alberi, come ricerca del silenzio e della riconciliazione con se stessi. Togliere una panchina è come togliere un arredo amichevole e rassicurante della città, l’arredo che ti viene incontro quando vuoi sostare perché sei stanco, quando vuoi fermarti a parlare con qualcuno, all’aria, curiosando chi passa: le cose normali di una vita normale. Una vita sempre in piedi, senza soste per sedere non è una bella vita.e una città senza panchine è un città non accogliente. È come un divieto di sosta per i pedoni senza il cartello rosso e blu.

C’è un bel libro che parla di panchine, è uscito l’anno scorso per la Feltrinelli, “Strategie per contrastare l’odio: una rivoluzione a piccoli passi”. L’ha scritto Beniamino Sidoti, che è uno scrittore e giornalista che si interessa di giochi e di storie. L’autore associa odio e panchine, perché, spiega, chi perseguita le panchine non può che essere animato dall’odio. Anzi, l’attacco alle panchine è un attentato ai diritti civili delle persone.

La cultura non è certo una caratteristica  pregio di questa Amministrazione Comunale, tantomeno la capacità di riflettere e di evitare atti impulsivi. Sidoti ci ricorda che la storia dei diritti civili è passata più volte attraverso il semplice gesto di sedersi e di rimanere seduti, chi non ricorda i sit-in o sit-down della storia, a partire da quelli di Gandhi. Sedersi è un gesto calmo e rivoluzionario insieme, forse è per questo che qualcuno nutre tanti timori. Ma sedersi non è solo un gesto naturale è, soprattutto, un trovare casa.

Questa casa ora la nostra città non ce la offre più, perché per decreto si tolgono le panchine dalle strade, dai parchi e dalle piazze per combattere il ‘bighellonaggio’, con il risultato di minare il nostro sacro santo diritto alla socialità. 

Non vorremmo tornare ai tempi del filò, portandoci dietro ognuno la nostra seggiola per poter godere dell’ombra di un albero o della compagnia degli amici. Sedersi è un gesto di casa, di amicizia e di ospitalità, e questa città è la nostra casa, e casa deve tornare ad  essere per noi che ci viviamo e per chi è solo di passaggio.

Ma se conflitto deve essere, conflitto sia. Organizziamoci. Moltiplichiamo le occasioni per sederci con gli altri, amici e sconosciuti.

DIARIO IN PUBBLICO
A proposito di sardine: il movimento e l’azione

Cerco di arrivare a tempo all’appuntamento con le sardine ferraresi, ma la strada è lunga “eppur bisogna andar”. Sono di ritorno da Bassano dove un’importante riunione ha rimesso in carreggiata l’ingombrantissimo carro dei lavori canoviani. Ma giunto in città erano ormai le venti passate. Mi rimane quindi un’unica possibilità: quella di guardare le foto delle città invase dai pesci. Da Firenze mi giungono le immagini di Dora Liscia, la nipote di Giorgio Bassani, che esibisce – non per nulla è storica dell’arte cosiddetta ‘minore’ – la più bella e raffinata immagine del pesce (vedi immagine di copertina).
A Ferrara Sandra Chiappini fotografa un cartello del Castello insardinato alzato davanti a quello vero; ma ciò che mi piace è la compostezza, la serenità di queste folle che hanno in sé un requisito di cui si era persa da tempo ogni traccia: la gentilezza. Che è un comportamento non ipocritamente insegnato a noi generazioni del passato ma una riconquista dei giovani, stanchi dell’urlo, dell’odio, delle risse televisive che inquadrano bocche urlanti, canine, pronte ad azzannare e a farsi strada con ‘i vers’, avrebbe detto in dialetto mia nonna. Ecco contro chi s’oppone la meglio gioventù delle sardine: a quel film visto fino alla nausea che si potrebbe titolare “L’urlo e il sibilo” ,che come folate di vento distruttore soffia dovunque, da destra, da sinistra impelagandosi in mulinelli micidiali al centro della tempesta politica.
Sorge dunque una speranza. Riusciranno i nostri a imporre un cambiamento; o meglio a suggerirlo?
Non sono eroi per fortuna. Non ne abbiamo bisogno. L’atrocità o meglio la lugubre esaltazione di un eroe della strage del London Bridge dove un assassino accoltella la folla e quello che è divenuto l’eroe dei tabloid inglesi lo insegue e lo blocca. Si scopre che anche lui ha ucciso, spietatamente.
Si è ormai innestata una coerente immagine del movimento che appare finalmente lontana dalle strumentalizzazioni ma porta con sé un grande interrogativo. Ce la faranno questi ragazzi a far coincidere l’impulso della massa-persone con le regole della politica? Domenica sera ascoltavo il portavoce dei quattro ragazzi che hanno coordinato e proposto i raduni delle sardine che incalzato da Fazio non si esponeva, non si voleva esporre alle tentazioni della politica attiva. L’intento è più che nobile. La difficoltà consiste nel trovare quel ‘quid’ che trasformi la proposta, l’offerta in prassi politica. E qui che noi ‘grandi’ d’età, ricordando le lotte passate e le tante proposte avanzate nei decenni che poi si sono estinte proprio perché proposte ammirano e nello stesso auspicano che la flotta delle sardine riesca a risalire il mare e trovare un porto che le accolga e le trasformi in azione politica, solida barriera ai sovranismi e alla istigazione all’odio.

Stop all’odio: ricostruiamo un fronte di civiltà

da: Alessandra Tuffanelli

Non posso che condividere il contributo di Sergio Gessi. Nei contenuti e nei toni. Durissimi, quanto necessari. Da tempo sono sempre più disgustata dal livelli infimi raggiunti dal dibattito politico nel nostro paese e nella nostra città. E questo recente episodio è solo l’ultimo, orribile, raccapricciante, intollerabile atto di una commedia dell’assurdo che mai mi sarei aspettata di vivere fino ad una manciata di anni fa.

“Più giù di così / Non si poteva andare / Più in basso di così / C’è solo da scavare / Per riprendermi / Per riprenderti / Ci vuole un argano a motore” (Daniele Silvestri, Salirò)

Parole, quelle scritte da Giangi Franz, inaccettabili, intollerabili. Che mi fanno domandare da chissà quale remoto anfratto della mente umana può scaturire un così profondo e ingiustificato livore nei confronti di perfetti sconosciuti, colpevoli solamente di essere state vittime di una tragedia. “Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale” ha affermato, scrivendolo sul suo profilo Facebook. Ma siamo proprio sicuri che le persone decedute per il maltempo in Veneto, così come i loro familiari che ora li stanno piangendo, fossero degli evasori? Dei delinquenti? E anche lo fossero state, quale enorme somma dovrebbero aver occultato per meritarsi di pagare con la vita? Che responsabilità hanno avuto nel processo di cambiamento climatico imputabile del fortunale scatenatosi contro migliaia di persone che, in una manciata di minuti, han visto spazzare via tutto quanto avevano realizzato in una vita di sacrifici e di lavoro. Case, attività. I ricordi più cari. Io che mi ritengo una persona assolutamente normale, non particolarmente nota come campionessa di bontà, non posso che provare tanta tristezza ed empatia per i fratelli veneti, così per tutti gli altri italiani colpiti, da nord a sud, da questi eventi disgraziati. Le responsabilità? Certo che esistono. Andranno individuate e i responsabili, in caso di colpe accertate, duramente perseguiti e condannati. Ma non ora. Ci sarà un tempo e un modo anche per questo. Ora è il momento della solidarietà, di un unico forte abbraccio che ci unisca tutti. Dell’aiuto disinteressato e delle manifestazioni di affetto sincero.

Se c’è un aspetto positivo in tutta questa triste vicenda, se ci sono degli eroi veri e vincenti, questi sono gli studenti che da tutta Italia si sono mobilitati per portare aiuto alle persone in difficoltà, donando tutto ciò che hanno a disposizione: la loro presenza materiale, la forza delle loro braccia, la loro volontà e instancabile determinazione. Una meravigliosa catena umana che si è costituita spontaneamente e che mostra quanta bellezza ci sia nei nostri giovani: sarà solo grazie a loro se ci sarà un futuro e che loro potranno fare bene laddove noi abbiamo fallito. Davanti a questo esempio di generosa umanità noi abbiamo solo da tacere rispettosamente, guardare e imparare la lezione.

Alla luce di queste riflessioni le parole del professor Franz appaiono ancora più fastidiose. Ingiustificatamente crudeli. Così come sarebbero fastidiosi quei due euro che ha promesso di donare utilizzando un tono talmente irriverente. Per cortesia, se li tenga. Chiunque li dovesse ricevere non potrebbe che sentirsi insultato ed umiliato e sono convinta che preferirebbe farne a meno. Ma, se mi han tanto deluso le sue esternazioni, ancora più doloroso è stato leggere le tante manifestazioni a difesa delle sue crudeli parole, provenienti da tanti amici e conoscenti, persone appartenenti a quella fetta di società che si definisce sinistra progressista e che ogni giorno si batte contro la presenza dei cosiddetti haters in rete. Signori, oggi che gli haters siete voi, in virtù di un odioso e ingiustificabile campanilismo senza senso, come la mettiamo? L’odio, gli insulti, le minacce, la mancanza di pietà e di empatia fanno schifo, vengano queste da sinistra come da destra, dal basso o dall’alto, da nord o da sud. Facciamo tutti un passo indietro per favore. Moderiamo i termini, abbassiamo i toni. Scusiamoci – sinceramente – laddove abbiamo consapevolmente ferito qualcuno. E contiamo fino a 10, 100, 1000 la prossima volta, prima di colpire. Impegniamoci tutti facendo un passo verso la direzione della civiltà. E firmando la petizione “Basta odio in Rete – #ODIARETICOSTA” (vai al link) che ha già raccolto quasi 50mila adesioni. Ma facciamola crescere ancora. È estremamente importante, perché più siamo, meglio è. Costruiamo insieme un enorme fronte enorme di civiltà e di umanità. In modo che possa essere abbattuto mai più.

E quindi ritorniamo da dove eravamo partiti, dal buon Daniele Silvestri: “E resto qui distrutto / Disperato ancora un po’ / Ma prima o poi ripartirò / E salirò …”

L’odio

Restiamo umani. Il primo pensiero è questo. L’abbiamo ripetuto mille volte, spesso guardando i migranti che in mare cercano salvezza. Non vale solo per loro, ovviamente… è un atteggiamento che si dovrebbe mantenere sempre. Appare incomprensibile, quindi, il comportamento del professor Giangi Franz, docente dell’Università di Ferrara, travolto dalle polemiche per avere manifestato, attraverso i suoi profili Twitter e Facebook, totale indifferenza e nessuna comprensione del dramma che ha sconvolto Venezia e per i toni sprezzanti usati nei confronti della popolazione:

“Sarò duro. Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale. In Veneto la Lega governa da trent’anni rubando o permettendo la corruzione mostruosa praticata da Galan e da Forza Italia. Proprio nessunissima solidarietà. Anche perché vogliono l’autonomia. Vero? E allora che se la cavino da soli”. (Giangi Franz)

I fatti sono noti: c’è una città – Venezia – flagellata da un’alta marea di proporzioni spaventose. Le cause – locali e globali – sono risapute. Noti sono pure i ritardi nel completamento del Mose, l’opera progettata 30 anni fa per il contenimento delle mareggiate, e acclarati sono gli scandali che hanno accompagnato progettazione e realizzazione dell’opera. Di sfondo si sono poi aggiunti l’allarme sul clima e gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature…
Ma questo è il momento dell’emergenza e del sostegno.

“Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame…”
(Fabrizio De André, Il pescatore)

C’è poi una popolazione piegata, ma non doma, che resiste e fa quel che è possibile per fronteggiare l’emergenza. E c’è lo sgomento del mondo che riconosce in Venezia uno dei sommi simboli della bellezza.
Ed ecco che, in questa temperie, sui social s’affaccia il leone da tastiera di turno, che sbotta: “Ben gli sta”. A Unife Franz insegna ‘Politiche urbane e territoriali’ ed ‘Economia urbana e territoriale’. Un professore universitario dovrebbe essere d’esempio. E,  l’uomo di cultura, della bellezza dovrebbe essere ossequioso. Invece, eccola qua l’empatia: “Nessuna compassione, nessunissima solidarietà”, bercia il prof: e si rivolge a tutti, indistintamente…

Certo, lo ribadiamo: ci sono ragioni e responsabilità che andranno affrontate, ma non è questo il momento. Ora è il tempo del ‘fare’, dell’abbraccio solidale, del conforto. Per ragionare di cause, di soluzioni, di comportamenti virtuosi e pelosi, di chi subisce e di chi fa il furbo c’è tempo. Non ora, però, non ora!

Lo ribadisco: lamentiamo in tanti la disumanità di chi abbandona alla propria sorte i migranti del mare, soli con la loro disperazione. Eppure – lo sappiamo bene – non mancano responsabilità, speculazioni, interessi luridi anche in questi casi… Ma nel momento del dramma, quando in gioco ci sono le vite di donne, uomini e bambini conta quello e solo quello. Chi sprofonda va aiutato, senza se e senza ma: non gli si chiedono prima i documenti o la cartella delle tasse. A Lampedusa come a Venezia.

E questa evidenza dovrebbe valere per tutti, anche per coloro – amici o parenti – che hanno vincoli di affetto per chi si lascia trascinare nel gorgo dell’odio. Il giustificazionismo non è una buona medicina. Richiamare gli odiatori a un senso di umanità è dovere anche (e forse prima di tutto) di chi gli sta accanto…

Ora il profilo Facebook di Giangi Franz è oscurato (non quello Twitter, però). Lo ha deciso lui stesso, salutando il popolo del web con un post titolato ‘Mille scuse a tutti’, in cui scrive: “Basta, troppa pressione. Chiedo scusa a tutti per lo sconsiderato post su Venezia, i Veneti, il Mose, la Lega. Non pensavo che si potesse scatenare una reazione di questo tipo. Mille scuse a tutti. Se tornerò su facebook sarà tra un bel po’”.
Ma poco prima ne aveva scritto un altro, riportato dal quotidiano online Estense.com, che ora non appare più sulla bacheca del docente, nel quale, in tipico stile ‘salviniano’, Franz scrive: “Vi voglio bene a tutti”. E aggiunge: “Poi faccio un versamento di due euro a favore di Venezia”, un’affermazione che ha tutto il sapore della presa per i fondelli, senza neppure l’ombra d’un minimo di resipiscenza…

Un balletto d’ombre nello spazio

Street Spirit – Fade Out (Radiohead, 1995)

La vita non è altro che un balletto d’ombre nello spazio…

Guardo questa stanza, immutata nel tempo. Tutto uguale, tutto come sempre, tutto come prima. Prima di tutto, del giorno più brutto.
Ora, i tuoi occhi neri nel nero dell’ombra mi scrutano. Me ne accorgo dal luccichio della tua rabbia, una scintilla d’odio nel buio. Che vuoi ancora?
Ho già pagato tutto. non ho più nulla da offrirti se non me stesso, o ciò che sono adesso. Mi vuoi? Eccomi!

Ogni giorno mi nascondo nel buio della mia stanza, chiuso nel mio bozzolo ad aspettare.
Aspetto che i rumori esterni cessino, poi, quando la vita si è ritirata tutta, prendo coraggio ed esco.
La notte mi consola e mi tormenta insieme. Da quel giorno non mi dà pace, eppure non desidero altro, solo di notte posso tornare a respirare, a camminare.
Gli specchi e la loro profondità mi fanno paura, le facce e ciò che nascondono mi fanno paura. I riflessi lontani, i rumori oltre le porte.
La mia prigione è la mia pelle, queste mani sempre davanti a me. Anni e anni sempre uguali. Prima e dopo il giorno più brutto.
Aspetto, e aspetto e aspetto. E tu sei sempre con me. Come una coperta tossica il tuo odio mi avvolge, mi riscalda nel freddo della notte e mi protegge uccidendomi lentamente.
Vorrei fare a botte con te, afferrarti il collo e stringere fino alla morte. Ma tu non respiri già più, non c’è più nulla che possa toglierti, sei solo aria dissolta, solo un pensiero decomposto.
Tu sei me.

Dalla letteratura ai social l’onda lunga dell’odio

Basterebbe un’affermazione di Baudelaire per definire l’odio: “L’odio è un veleno prezioso più caro di quello dei Borgia; perché è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore.” Perché l’odio è legato all’amore, separato da esso da un confine così labile da permettere a volte una sorta di scambio osmotico. Due sentimenti estremi, totalizzanti, dei quali l’uno può sfociare talvolta nell’altro con una deflagrazione altrettanto potente.

L’odio rappresenta il più elevato, definitivo impedimento allo sviluppo della compassione e della felicità, anche quando qualcuno si appella al ‘sano odio’ come tentativo di mediazione e disonesta giustificazione di questo sentimento di per sé nefasto. L’odio non patteggia attribuendosi aggettivi moderati perché, per definizione, è un sentimento eccessivo, morboso, catastrofico. Oggi, forse, non abbiamo il tempo di soffermarci sul valore delle relazioni umane, ma continuano a sopravvivere i sentimenti forti, intensi, struggenti, passionali che animano i gesti, i pensieri, le giornate. L’odio di oggi, sempre più spesso si mantiene in vita artificialmente sui social, alimentato e incrementato dal potere e dagli spazi che l’web garantisce, protetto dall’anonimato e dalla possibilità di esercitare la sua vigliacca funzione. Il popolo degli haters si nutre di risentimento estremo, calunnia, accusa, illazione, fakenews, attacchi gratuiti, nascosto sotto fantasiosi nickname avvelena le discussioni con discorsi e interferenze improntati all’odio violento, privo di fondamento, inquina iniziative, provoca ulteriore odio con il suo disprezzo. L’epidemia dell’odio sembra quasi rispondere a una necessità fisica, un istinto che trae soddisfazione e appagamento dall’attacco verbale, violento tanto quanto un’aggressione fisica, addentando la vittima di turno fino ad annientarla. Un odio travestito spesso da capacità dialettica, acutezza di argomentazioni e soprattutto dalla rivendicazione del diritto alla legittima libertà di espressione e manifestazione di pensiero.

In letteratura l’odio nasce spesso da profonde ferite che fomentano un atteggiamento di oscura incontrollabile avversione nei confronti di chi o cosa è responsabile della sofferenza. Questo sentimento viscerale devastante diventa epidemico perché l’odio non può che generare odio: diventa contagio, lievita, fermenta, si moltiplica come la peste bubbonica. Nel romanzo ‘Cecità’ del 1995 Jose Saramago lo descrive molto bene quando parla della diffusione generale della cecità che colpisce l’umanità, una condizione che rappresenta l’indifferenza che sfocia nell’odio tribale violento da parte di gruppi malvagi che esercitano prevaricazione e sopraffazione cruenta sui più deboli. “Secondo me non siamo diventati ciechi”, afferma la protagonista, unica indenne alla perdita della vista, “secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono”. La prima figura emblematica legata all’odio è Caino, personaggio biblico archetipo del fratricidio, diventato la quintessenza di tutti i mali oscuri.
Anche Dante, nel Canto VIII dell’Inferno ha riservato un posto particolare a coloro che in vita hanno coltivato e nutrito l’odio. Li troviamo immersi in una mefitica e densa palude, una bolgia chiassosa di disperati costretti a dilaniarsi fra loro. Tra loro c’è anche il fiorentino Filippo Argenti – così denominato perché soleva boriosamente ferrare il proprio cavallo con ferri d’argento – la cui famiglia pare avesse incamerato i beni di Alighieri, sottoposti a confisca. L’uomo, immerso nella brodaglia fangosa si morde e si lacera nella sua solitudine.
Pagine che trasudano odio sono quelle del romanzo ‘A sangue freddo’ (1966) di Truman Capote, l’atroce storia vera di due ragazzi che sterminano quattro membri della famiglia Clutter senza motivo evidente. Il primo romanzo-reportage nella storia della letteratura. Lo scrittore si trasferì a Holcomb, Kansas, la cittadina che era balzata agli onori di cronaca per quel fatto sanguinoso, e raccolse tracce e informazioni minuziose sull’accaduto: una famiglia di agricoltori benestanti che improvvisamente, senza precedenti e motivi, viene strappata dalla sua dorata e monotona realtà da due giovani in preda a un odio gratuito e devastante, Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock, che verranno arrestati proprio mentre Capote si trova a indagare sul luogo. ‘Passaggio in India’ (1924), di Edward Forster, racconta di un’India che deve fare i conti con la colonizzazione britannica. Siamo a di Chandrapore, dove gli indiani occupano la parte bassa della città e la Cittadella che domina è riservata agli Inglesi. Il giovane medico musulmano, dr. Aziz, si trova accusato ingiustamente di violenza nei confronti dell’inglese Miss Adela Quested, la quale sosteneva che il fatto fosse avvenuto in occasione di un’amichevole gita alle grotte di Marabar. Nel romanzo è costantemente presente il binomio Io-L’Altro in un’incessante contrapposizione e opposizione, una conflittualità palese che genera odio: Oriente/Occidente, Inghilterra/India, uomini/donne, cristiani/indù. La diversità sociale, culturale, politica e religiosa tra colonizzatori e colonizzati che vivono ciascuno nel proprio mondo chiuso, genera un clima di disprezzo che versa in un odio sordo, spesso sottaciuto ma molto vivo, ancora lontano dalla dottrina della non-violenza di Gandhi, che sarà successivamente il vero e autentico momento di riscatto per l’India e gli indiani.

Il grande scrittore russo Lev Tolsoj sosteneva che le uniche cose che legano gli uomini sono la lotta per l’esistenza e l’odio, quasi che fossero le uniche due grandi forze cosmiche capaci di tenere viva interiormente l’umanità. L’odio è la fucina della vendetta ma, come sosteneva tristemente e realisticamente Arthur Schnitzler, quando l’odio diventa vile, si mette in maschera, va in società e si fa chiamare giustizia.

L’epoca del risentimento

Sentimento è la facoltà e l’atto di sentire, di avvertire impressioni, di esercitare i cinque sensi come cinque sentimenti, modi e maniere di sentire. È l’avere coscienza, il prendere consapevolezza della propria vita. Quando la consapevolezza viene a mancare, quando non sappiamo più che uso fare dei nostri cinque sensi, allora la vita entra in agonia e subentra la stagione del risentimento, una specie di entropia del sentimento che anziché crescere “versione” ed “animo” produce “avversione” e “animosità”.
Siamo malati di sentimento e la nostra patologia è il risentimento. Tornare sui sentimenti traditi, sulle recriminazioni, su quello che è stato e che non è stato come se il mondo improvvisamente si fosse fermato lì. Il risentimento è come la vendetta, entrambi sono ciechi, non ti fanno vedere, ti uccidono il respiro.
Il risentimento detesta, nel caso migliore ci arresta alle parole del poeta: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi posso dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
Troppo poco, non ce lo possiamo più permettere. Era il 1923 quando Eugenio Montale scrisse questi versi. Quello che è accaduto dopo dovrebbe averci resi consapevoli che non serve sapere “ciò che non vogliamo”, che il risentimento non promette di aprire mondi nuovi, perché in ogni epoca è necessario essere consapevoli di dove si vuole andare, se manca questa coscienza viene meno la spinta a fare la storia, a scrivere la narrazione delle proprie vite.
Il risentimento è la frustrazione dell’ego, l’ego deluso da sé perché “io non sono”, il risentimento nasce dal “non essere”, per cui tutto deve non essere, ciò che è quello che io non ho potuto o saputo essere va cancellato, attende la rivincita della storia. Potessi essere qualcun altro! Ma non lo sono e non ho la forza e le opportunità per esserlo. Questa è l’ingiustizia sociale. E tutti quelli che sono “qualcuno” lo sono per via di privilegi, perché diversamente anch’io avrei potuto essere qualcuno e i loro privilegi hanno certamente impedito a me di diventare anch’io qualcuno.
È che di questo passo chiunque può essere quel qualcuno che mi ha sottratto ciò che mi spettava, che mi impedisce di essere qualcuno.
La società del rancore, la società del sospetto, la società della diffidenza, la società della rivincita come vendetta giustizialista. Dobbiamo fare finta che tutti siamo alla pari, muoviamo dalle stesse condizioni, dobbiamo azzerare differenze e privilegi, uno vale uno. Ripartire tutti da capo. Rifarci la democrazia. Non si delega più, perché, se no, non siamo più uguali. Ognuno dice la sua e poi si va a maggioranza e poi si sorteggia uno che esegua quello che abbiamo deciso. E tutte le volte si ricomincia da capo.
È la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa. La democrazia diretta dovrebbe accompagnarsi alla società degli uguali. Abbattere le differenze di censo e di opportunità e invece si accanisce contro la democrazia rappresentativa, che è in partenza perdente, in quanto destinata ad essere soppiantata dalla partecipazione diretta dei cittadini. Si accanisce sul passato da raddrizzare anziché combattere prima di tutto le cause delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali, le prime ad impedire una democrazia diretta esercitata alla pari.
Invece questi paladini della democrazia diretta, destinata ad archiviare parlamenti ed istituzioni per sostituirli col sorteggio on line, non sono né di destra né di sinistra, anziché sanare le ingiustizie ritengono prioritario porre fine ai privilegi, senza riscattare le plebi e sostituendosi alle aristocrazie detestate.
Perché sapere “ciò che non vogliamo”, volere per “negazione” è più facile che volere per “affermazione”. Perché democrazia diretta non significa avere un progetto condiviso, essere partecipi di un progetto collettivo, non significa esercitare un’egemonia culturale, ma solo la propria mediocrità personale.
Stare al di qua dell’uomo, mai avventurarsi oltre l’uomo, perché ciò potrebbe metterci di fronte alla nostre miserie, alle nostre piccolezze e scoprire che si potrebbe essere più colti e più intelligenti, più capaci di leggere a fondo e più lontano.
Democrazia diretta e mediocrità si danno la mano perché aiutano a fingere che non abbiamo bisogno dei migliori, che chi si distingue sia chiamato a servire lo Stato, che non si progredisce per i meriti dell’eccellenza, tanto uno vale uno.
È Pericle a ricordare agli Ateniesi: “Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore”.
Una democrazia del rancore teme il “valore”, il valore dell’altro, abdica alla cultura e all’intelligenza, in queste condizioni qualunque democrazia diretta o rappresentativa non sarà altro che una miseria.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Immagina!

Immagina di svegliarti all’alba e di non sapere che fare del resto della tua vita.
Immagina di sentire il respiro calmo di tua moglie che dorme.
Immagina di fare piano e vestirti per uscire col tuo cane a fare un giro nel parco.
Immagina che il vento ti frusta la faccia e un cielo grigio non promette nulla di buono.
Immagina che metti le cuffie e scegli a caso una canzone.
Immagina che quella canzone ti scalda il cuore mentre il mondo intorno è freddo e ostile.
Immagina che inizi a piangere anche se ti vergogni un po’ e non riesci a smettere di riascoltarla.
Contro il vento, contro la pioggia, contro le incertezze della vita…
E il tuo cane che ti guarda e ti segue dappertutto senza chiedersi perché.
Perché odiare? Perché maltrattare? Perché uccidere?
Il tuo cane non lo sa, e nemmeno tu in fondo.
Eppure succede, eccome se succede… e tu piangi per una canzone.
Immagina che torni a casa e vedi tua moglie e senza dirle nulla l’abbracci e la baci.
Immagina che lei ti guarda e non capisce, ma ti ama e questo è l’importante.

John, ti ringrazio per avermi regalato questa poesia, come potrò mai sdebitarmi?”
Carlo, figurati, ho avuto solo fortuna… l’ho scritta di getto e non avevo la minima idea di cosa avevo appena combinato!”
Un capolavoro, John…”
L’hanno detto in molti, e questo mi fa piacere… Purtroppo però, il mondo non le ascolta le canzoni…”
Purtroppo…”

Un uomo può morire e lasciare questo mondo. Una poesia no.
Caro Mark David Chapman, la tua follia ha ucciso un uomo. Ma né tu né questo folle mondo potrete mai uccidere nessuna canzone e nessuna poesia. Esse vivranno per sempre e sopravviveranno a tutti i carnefici.
Per il bene di tutti noi, nonostante tutti noi.

Imagine (John Lennon, 1971)

Illustrazione di copertina di Carlo Tassi
(Riprende, reinterpretandola, la famosa e discussa foto scattata da Yoko Ono davanti alla finestra dell’appartamento di New York all’indomani della morte di John. Nella foto, gli occhiali che indossava quando venne assassinato. Vedi foto)

La giusta misura delle cose

di Federica Mammina

Più mi guardo intorno e più mi convinco che ciò di cui manchiamo maggiormente è il senso della misura. Oggi non si parla, si fa a gara a chi prevarica di più; non si ascolta per poi ribattere, ma si ignora chi la pensa diversamente da noi; non ci si confronta sulle idee, ma si insulta.
E poi si odia per cose futili, e lo si fa a tal punto che esiste una vera e propria categoria di persone che si dedicano a questa attività. E poi ancora c’è tanta violenza, contro le donne, contro gli anziani, contro chi è più debole e indifeso o è considerato diverso, che si manifesta con tanta più brutalità e crudeltà quanto più è banale il motivo che la scatena. C’è tanta criminalità, che si infiltra ovunque, anche nei posti più insospettabili, sfruttando le miserie umane. E ancora c’è troppa voglia di accumulare ricchezze e beni materiali, sempre di più a scapito di altri esseri umani che non hanno nemmeno il minimo per vivere dignitosamente.
Odio, violenza, cattiveria, delinquenza non sono di certo nati oggi, ci sono sempre stati. Ma sul piatto della bilancia dovrebbero pesare meno dell’onestà, della solidarietà, della comprensione. Ed è per questo che ciascuno di noi, secondo le proprie possibilità, è chiamato a dare il proprio contributo, per ristabilire la giusta misura delle cose.

“La dismisura occorre spegnere più che un incendio”
Eraclito

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

INTERNAZIONALE
Gli ‘hater’: quando l’odio corre lungo la rete

Maurizio Crozza con il suo Napalm51 li ha resi un po’ meno antipatici e inquietanti: sono gli ‘hater’, individui che passano le proprie giornate sui loro profili social a insultare gli altri e a mettere in mostra sé stessi; croce e delizia di ogni personaggio pubblico, perché inondano la rete con i loro commenti sprezzanti, più o meno sgrammaticati, e tuttavia se non sei stato insultato insultato almeno una volta su fb o su tw, che personaggio sei?
Nel divertentissimo incontro di Internazionale di domenica pomeriggio ‘Odio tutti’, con Claudio Rossi Marcelli di Internazionale, la giornalista e bioeticista Chiara Lalli e Kyrre Lien, videomaker e fotogiornalista norvegese, si è cercato di capire un po’ meglio chi sono questi follower-hater

Chiara Lalli “è un’esperta di odio perché se lo va a cercare”, ha scherzato Rossi Marcelli, “ha scritto di omogenitorialità, aborto, obiezione di coscienza e il suo ultimo libro parla di mitomani”, “io sono un padre gay e quindi anche io mi prendo la mia bella dose di insulti” – da aggiungere a quelli come giornalista: pare che il più classico sia “ma lo pagate anche per scrivere quelle str**ate?” – mentre Lien è “l’autore del documentario ‘The Internet Warriors’” e gli insultatori li è proprio andati a cercare in tutto il mondo partendo dai loro profili virtuali.
A quanto pare il tipo più comune è maschio, giovane o di mezza età, che vive lontano dalle grandi città, di cultura medio bassa. Perciò l’idea che alla fine scrivano così tanto e con così tanta cattiveria perché non hanno nulla di meglio da fare, forse non è poi così sbagliata. Alcuni hanno scritto fino a mezzo milione di commenti: “avrebbero potuto scrivere un libro, persino un’enciclopedia, invece hanno scritto commenti fb”, scherza Rossi Marcelli. “Il primo che ho incontrato – ha raccontato Lien – è stato un ragazzo che abitava in un villaggio norvegese che non aveva un lavoro, viveva con il sussidio e passava ore e ore a scrivere in internet”.

Siamo tutti potenzialmente odiatori” ha messo però in guardia Chiara Lalli: quello che salva molti di noi sono quie pochi minuti di riflessione fra l’impulso di scrivere e il metterlo in atto. Oltre al facile accesso a una dimensione globale e virale e all’anonimato, garantiti dalla rete, secondo lei c’è la componente del “considerarsi geni, esperti di qualsiasi cosa, per cui gli altri sono delle mezze seghe che se non ti stanno a sentire meritano di essere insultati”. Secondo Lien, invece, bisogna distinguere “fra le persone veramente piene d’odio” e quelle che in realtà sono solo frustrate e “gridano attraverso i loro commenti perché altrimenti nessuno li ascolterebbe”.
A parere di tutti e tre quello che preoccupa è non solo che tutte queste persone pensano di avere il diritto di fare commenti così aggressivi, ma soprattutto il distacco, il contrasto fra realtà vera e realtà virtuale nella loro vita.
La soluzione contro questi haters? Secondo Lien “bisogna incontrarli e parlarci”, aiutarli a vedersi dal di fuori; secondo Chiara Lalli la cosa migliore è ignorarli oppure usare “l’ironia e il senso del ridicolo”, dato che loro si prendono sempre così sul serio.

La domanda vera però è quella emersa verso la fine dell’incontro e riguarda la società nella quale questo fenomeno è nato e si alimenta: una società nella quale nascono pagine e gruppi fb dove si augurano e si minacciano le cose peggiori a chicchessia e sembra che il fatto di scriverle in rete le faccia diventare meno terribili, mentre rimangono veri e propri linciaggi anche se telematici. Una società dove alla morale e al senso del pudore di dire e di fare si è sostituito il moralismo e l’esibizionismo e dove quando il più forte schiaccia il più debole posta il video su internet per vedere quanti visualizzazioni e like riceverà.

Guarda il documentario The Internet warriors su Youtube

Violenza!

di Francesca Ambrosecchia

Accendo la televisione e involontariamente assisto alla carrellata di servizi di apertura del telegiornale della sera. Politica e violenza: le due costanti del periodo.
Quante guerre, aggressioni e atti atroci vi sono stati nel corso della storia? Da quanto esistono? Probabilmente da sempre.
L’11 settembre 2001 ha dato il via ad una forma di violenza caratteristica del Ventunesimo secolo di matrice fondamentalista islamica ovvero quella che oggi più che mai ci è nota, degli attacchi terroristici. Il crollo delle Twin Towers sembra lontano dopo che abbiamo assistito alle immagini dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, al terrore all’interno del Bataclan e lungo le strade di Parigi, alla paura nella metropolitana e nell’aeroporto di Bruxelles, alle urla di migliaia di ragazzini durante il concerto di Manchester e alle uccisioni per le vie di Londra.
Assistiamo inermi e sbigottiti di fronte a tutto questo. Come poter reagire ad un qualcosa di così grande rispetto a noi? A qualcosa di così inspiegabile? Tutto ciò accade vicino a noi, in Europa. L’angoscia e la preoccupazione aumentano mentre, in altre zone del mondo, il tempo non si ferma e le brutalità continuano incessantemente.
Uccisioni, abusi, violenze, ingiustizie, guerre: ecco di cosa il mondo è saturo.

“La tenebra non può scacciare la tenebra: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo. L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza, la durezza moltiplica la durezza, in una spirale discendente di distruzione”
Martin Luther King

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Colpevoli silenzi

di Lorenzo Bissi

Venerdì 10 febbraio è stato il Giorno del Ricordo “di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Eppure in Italia se ne parla ancora molto poco. Eppure di tutte quelle vittime ancora non si sa il numero, non si sa che cosa hanno subito nelle ultime ore della loro vita. E come al solito in Italia si politicizzano anche le vittime, ci si punta il dito contro, senza capire che ad un certo punto bisogna smetterla di litigare e rispettare chi è morto.
Siamo quasi tutti ignoranti sul tema, perché un colpevole silenzio è stato mantenuto per anni. È ora di istruirci, per evitare che la storia si ripeta.

La progressione geometrica del terrore

di Lorenzo Bissi

12 dicembre 1969.
Banca Nazionale dell’Agricoltura, Piazza Fontana, Milano. È un giorno come un altro, almeno fino alle 16:37. Sette chili di tritolo uccidono 17 persone e ne feriscono 87.
16:55, Banca Nazionale del Lavoro, via Veneto, Roma, un’altra esplosione. Poi sempre Roma, tra le 17:20 e le 17:30 una davanti all’Altare della Patria e l’altra alle porte del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia.
Altri 17 feriti.
Nei mesi successivi il caso Pinelli e il caso Calabresi e le indagini fuori pista: per l’Italia si apre un periodo di terrore e di stragi. Ancora oggi sono argomenti delicati, e la verità è ancora lontana.
Oggi il terrorismo trova altri moventi, e prova a giustificarsi non più in nome della politica, ma in nome di un dio. Tutto ciò genera sempre la stessa cosa: terrore, odio, e desiderio di vendetta.

“Come un circolo vizioso, la minaccia terroristica si trasforma in ispirazione per un nuovo terrorismo, disseminando sulla propria strada quantità sempre maggiori di terrore e masse sempre più vaste di gente terrorizzata.”
Zygmunt Bauman

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Morsi e rimorsi

di Pier Luigi Guerrini

Si costruiscono muri rassicuranti
per potersi contare
per non essere tanti.

Per non essere santi.

Si costruiscono muri
per potersi produrre
i migliori diserbanti.

Si costruiscono muri
perché si è a corto d’assorbenti.

Si evade nella povertà morale, nella morale virtuale. Nella povertà crescente, nella ricchezza supponente. Nelle trasmissioni TV sul cibo a tutte l’ore. Nelle mense dei poveri.
Si evade nei social network. Nei blog autoreferenziali. Nell’insopportabilità del possibile. Nel quadro delle compatibilità, nella cornice di cartone.

Si cerca alloggio nella criminalità organizzata. Nella banalità pianificata. Nell’ovvietà riverniciata. Nella carità sbandierata. Nella razza padrona. Nella razza di mare. Nella razza superiore. Nei favori sottobanco. Nei banchi parlamentari sottocosto. Nelle amicizie interessate. Nella razza di stronzi.
Nelle amicizie virtuali, nella solitudine reale.

Ci si rassicura nelle fondazioni bancarie senza fondamenta. Nel compromesso a prescindere. Nella folla solitaria. Nella follia condivisa. Nella follia in divisa, nella divisa del pensiero unico, del pensiero impoverito. Nell’azione privilegiata. Nell’azione dei buoni sentimenti, nell’azione esemplare. Nell’azione cattolica. Nell’azione (in bagno) dopo colazione.

Un tempo s’immigrava
con lacrime d’amore.

Da tempo, si va via
con sguardo di rancore.

Si evade nel paradiso fiscale. Nel paradiso artificiale. Nel paradiso. Nell’integralismo religioso. Nell’integralismo aziendale. Nel cibo integrale. Nell’integralismo alimentare. Nel secessionismo condominiale. Nella violenza sulle donne. Nella donna sola al lavoro purché non resti incinta. Nell’uomo sempre e solo al comando.

Si fugge nel largo ai giovani ma fino ad un certo punto. Nel largo ai giovani. Ma dopo il punto.

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