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LO STUDIO
Nuove famiglie omogenitoriali? Secondo lo psicologo Nicola Carone tutto comincia… dal dono

Negli ultimi anni il concetto di famiglia e di genitorialità ha subito diversi cambiamenti.
Ci sono ormai diversi modi di formare una famiglia, non più solo attraverso l’unione matrimoniale, e di essere una famiglia: famiglie ricostituite, allargate, genitori adottivi e single, coppie omogenitoriali. Sono cambiati i ruoli dei genitori, per esempio la cura dei figli non è più solo appannaggio delle donne, ed è cambiato il modo di diventare genitori: adozioni, procreazione medicalmente assistita, gestazione per altri. E tutti questi mutamenti, che lo si voglia o meno, sono in atto o sono già avvenuti nel tessuto sociale odierno. Per questo, probabilmente, l’atteggiamento più pragmatico è l’analisi e la comprensione di questi fenomeni, piuttosto che lo sterile – in senso letterale – arroccamento su posizioni ideologiche.


Quando il dono del seme, dell’ovulo o dell’utero sono all’origine della filiazione, quali pensieri e sentimenti i genitori gay e lesbiche maturano verso i donatori e le donatrici di gameti e verso la portatrice? Quali relazioni si instaurano fra le persone coinvolte nella generazione di una famiglia, gli adulti e i bambini frutto di queste scelte? Si può parlare di ‘dono’ se è prevista una ricompensa economica? Cambiano le identificazioni sessuali se vengono a mancare le figure ‘concrete’ del padre e della madre e la figura simbolica dell’accoppiamento sessuale maschio-femmina? Esiste un limite al desiderio di avere un figlio? Esiste un limite al ricorso alla tecnica, in particolare alla fecondazione eterologa o alla gestazione per altri?
Sono tutte domande alle quali, pensandoci bene, il dibattito pubblico non risponde con dati scientifici e indagini sul campo, almeno in Italia. Dati e interviste sono, invece, proprio lo strumento usato da Nicola Carone nel suo ‘In origine è il dono’ (Il Saggiatore, 2016) per affrontare il tema, o meglio l’esperienza, della procreazione medicalmente assistita e il ruolo psicologico e simbolico delle figure del donatore e della portatrice nella costruzione delle famiglie omogenitoriali.

Nicola Carone è psicologo e dottorando di ricerca in Psicologia sociale, dello sviluppo e ricerca educativa presso la Sapienza Università di Roma. Nel 2016 è stato visiting scholar presso il Centre for Family Research dell’Università di Cambridge diretto da Susan Golombok. Insieme a Vittorio Lingiardi è autore di pubblicazioni nazionali e internazionali sui temi relativi all’omogenitorialità e alla procreazione medicalmente assistita.

Il suo libro si intitola ‘In origine è il dono’, ma si può dire che il tema dell’analisi in realtà si colloca nell’intreccio: dono, desiderio, tecnica, diritto, contratto?
Aggiungerei “autodeterminazione”, elemento fondamentale per distinguere eticità da abuso.

Come è nato questo saggio? Che metodologie di indagine ha usato?
Questo saggio è il frutto del lavoro svolto tra la Sapienza di Roma e il Centre for Family Research di Cambridge, con il confronto e la supervisione scientifica di Vittorio Lingiardi, Roberto Baiocco e Susan Golombok. Con dati scientifici già esistenti e interviste a coppie di madri lesbiche e padri gay, nel libro racconto l’esperienza del concepimento, le modalità di elaborazione delle origini e di identificazione sessuale dei bambini e delle bambine nati da coppie omosessuali con donazione di gameti o gestazione per altri (gpa) e le relazioni che le famiglie instaurano con donatori, donatrici e portatrici, portando elementi di discussione che non si appiattiscano su posizioni ideologiche, ma siano informati da conoscenze scientifiche.

Lei è stato per un anno ‘visiting scholar’ presso il Centre for Family Research dell’Università di Cambridge diretto da Susan Golombok, una delle maggiori esperte in tema di omogenitorialità e fecondazione eterologa. Che differenze ha riscontrato – se ne ha riscontrate – nel dibattito pubblico e non su queste tematiche fra Italia e Regno Unito? E fra Italia ed Europa?
La differenza sostanziale è dovuta soprattutto alla regolamentazione della pratica che aiuta a renderla legittima e più comprensibile agli occhi di tutti e tutte e, dunque, pone il dibattito su posizioni più moderate. Non credo sia un caso, per esempio, che gli attacchi più feroci alla gpa provengano proprio da Francia e Italia, dove la pratica è assolutamente vietata.

A suo parere si può affermare che, almeno in Italia, la fecondazione eterologa crei meno perplessità della gestazione per altri? E perché secondo lei la gpa è così osteggiata e controversa?
La gpa aggiunge un ulteriore elemento di complessità, ossia la presenza del ventre di una donna che nutre e custodisce per nove mesi un bambino di cui poi non sarà madre. La gpa allora risulta incomprensibile perché letta con il modello di generatività femminile a cui siamo abituati, in cui gestazione, parto e maternità devono assolutamente coincidere.

Ci sono statistiche italiane o europee sul ricorso a un terzo – donatore di gameti o di un utero – nel concepimento di un figlio, sui fattori che spingono a farvi ricorso e sulla percentuale etero/omosessuale delle coppie che lo impiegano?
Non esistono ancora dati ufficiali, tuttavia le stime disponibili dicono che a un anno dall’approvazione della legge 40/2004, il numero di coppie italiane che si è recato all’estero per concepire è quadruplicato. Tra i motivi principali, il 70,6% dei pazienti italiani che ha partecipato nel 2010 a uno studio dell’European Society of Human Reproduction and Embriology ha riferito cause legali.

Il ‘dono’ è un regalo che non va preteso e che non prevede necessariamente che vi sia qualcosa in cambio. Si può parlare di dono quando c’è una transazione di denaro?
Sì, soprattutto perché siamo nel campo della generatività e degli investimenti affettivi, in cui un atto può essere compreso soltanto a partire dal significato espresso dalle soggettività coinvolte. La letteratura scientifica evidenzia che, al di là del compenso, l’atto viene vissuto da donatori, portatrici, genitori intenzionali e bambini prima di tutto come un dono. In altre parole, non è sufficiente la presenza di un compenso economico per trasformare una scelta volontaria in uno scambio immorale e rovinoso di corpi e desideri. D’altra parte, proprio perché il compenso pone un problema di ordine non solo linguistico ma anche morale, dovremmo articolare la discussione sulle condizioni etiche o no in cui la pma viene praticata piuttosto che sulla transazione economica sottesa. Ricordo anche che l’espressione comunemente utilizzata in inglese è quella di donor-conceived children. Quanto sarebbe ‘elaborabile’, soprattutto per i bambini, l’espressione vendor-conceived children?

Si può dire che nella maggior parte dei casi dall’orizzonte della discussione rimangano fuori due soggetti molto importanti: il terzo, il donatore, e soprattutto i bambini, che sono anche il soggetto più debole fra quelli coinvolti?
Sì, per due ragioni differenti: a volte le donazioni sono anonime e, nella maggior parte dei casi, ripetute nel tempo, per differenti famiglie. Nel caso dei bambini, invece, cominciano a esserci ricerche che li coinvolgono direttamente.

Quali modelli di relazioni si instaurano fra le famiglie che sono ricorse a un donatore di gameti o a una gestante per altri e questi ultimi?
Due studi italiani che ho condotto con Lingiardi e Baiocco, presenti nel libro, mostrano risultati in linea con le ricerche internazionali. La presenza dei donatori e di una gestante per altri attiva complessi vissuti emotivi che, nelle famiglie con madri lesbiche, vanno dalla gratitudine alla curiosità e, in alcuni casi, al timore che possa interferire nella vita del bambino. Nel caso di famiglie con padri gay sono invece emerse relazioni positive e di reciproco coinvolgimento affettivo con la portatrice e i suoi familiari. Meno frequenti sono i contatti mantenuti con la donatrice. Né i donatori di gameti né le portatrici vengono comunque considerati – né si considerano loro stessi/e – i genitori del bambino.

E i sentimenti, le reazioni, il vissuto dei bambini: vi sono stati dedicati studi? Quali i risultati? Nella sua indagine che ruolo hanno i bambini e quanto spazio viene dato loro?
I figli di madri lesbiche o single sono generalmente meno curiosi verso il donatore rispetto ai figli di coppie eterosessuali. Chi vorrebbe o ha conosciuto il proprio donatore vuole vederne le somiglianze fisiche e conoscerne la storia medica o familiare più che stabilire una relazione affettiva. L’unico studio che ha approfondito i sentimenti dei bambini concepiti con gpa da coppie eterosessuali è stato condotto nel Regno Unito dal gruppo di Golombok. A dieci anni la maggior parte dei bambini riporta una relazione positiva con la propria portatrice ed esprime indifferenza rispetto alla modalità del proprio concepimento. Al momento stiamo conducendo, qui in Sapienza, uno studio longitudinale sul benessere psicologico e sui vissuti dei bambini concepiti con gpa da padri gay.

Il dibattito sulla famiglia è così acceso perché pone domande importantissime: cos’è oggi una famiglia? Cosa fa di un genitore un buon genitore? Uscire dalla nozione ‘tradizionale’ di famiglia significa riconoscere la sua matrice culturale e riconoscere che sono cambiate le regole con le quali le famiglie si formano, si trasformano, significa interrogarsi su uno modello o più modelli di famiglia e di genitore, che è ‘buono’ non per la sua tendenza sessuale, ma per il suo comportamento: che chiede insomma di essere giudicato per quello che fa…
Molti e per molto tempo hanno considerato la formula ‘uomo e donna sposati, monogami, eterosessuali e fertili’ come l’unico contesto familiare legittimo entro cui esercitare al meglio le funzioni genitoriali. La memoria storica e l’esperienza quotidiana con le famiglie ricostituite, con genitori adottivi o single, per esempio, ci dicono che proprio questo modello è, parafrasando la storica americana Stephanie Coontz, “tutto ciò che non siamo mai stati”. Alla varietà di queste costruzioni familiari, le famiglie omogenitoriali ricorse a procreazione medicalmente assistita (pma) ma aggiungono due elementi: non ridurre la genitorialità ai ruoli sessuali e cogliere le complesse negoziazioni identitarie che si pongono quando genitori genetici, non genetici, legali e gestante non coincidono. In questo senso, le scienze sociali spiegano ciò che è in atto da tempo nel tessuto sociale. È semmai la politica a mostrarsi indietro e affaticata rispetto al diritto all’accesso alla pma o all’adozione per tutti, temi fondanti la vita familiare e la genitorialità.

genitori

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Genitori paralleli

La vita da sempre gioca alla roulette russa. Siamo sei miliardi sulla Terra, distribuiti su una superficie di oltre cinquecentodieci milioni di chilometri quadrati, se uno potesse fare la mappa dei possibili accadimenti nell’arco della frazione di un minuto, scopriremmo non di essere una comunità di destino, ma una comunità di casi imponderabili, di una varietà così molteplice da essere impossibile catalogarli e rappresentarli.

Oltre agli ovuli e agli spermatozoi necessari, qualcuno si è mai chiesto come si nasce su questa Terra Patria? È meglio nascere da una sposa bambina o da un utero in affitto? Da un’inseminazione artificiale o da una violenza subita? La roulette russa della vita prevede anche che si nasca morti, o che si muoia per stenti, fame e violenze poco dopo che si è vista la luce, assaporando da subito la brutalità delle tenebre che solo la vita sa riservare.
Non è che l’amore abita ogni luogo della terra, se così fosse la nostra storia sarebbe un’altra.
“L’amor che move il sole e l’altre stelle”, scriveva il sommo poeta, l’amore è il meccanismo del mondo e di tutta la vita.
Quando si nasce, o si incontra l’amore e l’accudimento dell’amore o la vita è per sempre compromessa. L’amore non ha sesso, quella del sesso è tutta un’altra faccenda.
E neppure ha genere. Allevare è levarti da terra, innalzarti a essere te stesso, a realizzarti, a riempirti i polmoni della vita. A levarti da terra nell’antica Roma era il pater familias, indipendentemente dall’averti generato, indipendentemente dalla tua provenienza, solo con quel gesto e per quel gesto ti rendeva figlio. Non erano previste altre figure, né maschili né femminili, tutto il resto era contorno, ovvero quello che noi oggi chiamiamo famiglia.

Sono tanti i modi in cui ci si realizza attraverso l’amore e la scelta di questi non possono deciderla gli altri per noi. L’amore è libero, diversamente non è.
La natura non ha scritto da nessuna parte che la crescita dei cuccioli è prerogativa esclusiva delle madri, non può scriverlo perché la natura è cieca e altro non è capace che di combinare casi a caso.
È la cultura a vergare le norme. E la cultura la scrivono gli uomini per regolare il loro rapporto con la natura.
Mentre la natura non muta, la cultura sì. E può rivedere le sue fragilità, la sua inadeguatezza, la sua inutilità, quanto la sua inattualità.
La cultura è costume, è usanza e le antropologie della Terra ci conducono per narrazioni di genitorialità ibride, i cui codici infrangono la ripetibilità delle regole, perché le storie degli uomini sono aperte alla varietà dei contesti e delle soluzioni. È il problema del complesso che non accetta di essere dipanato secondo le leggi già date, ma richiede sempre di metterne in campo delle nuove.
E se l’amore pretende la ribalta di due madri o due padri, significa che l’amore può anche questo.

Dalla comparsa dell’Homo sapiens, cinquantamila anni fa, l’evoluzione da fisica e biologica è divenuta sempre più culturale, sociale, intellettuale, e questo da allora è il lato nuovo dell’umanità.
Come scrive Edgar Morin, l’uomo è complesso, è nello stesso tempo genere e sesso, e non l’uno o l’altro, non si tratta di sapere in quale percentuale si è sesso e in quale percentuale si è genere. Si tratta di vedere l’intreccio fra queste due componenti. Ed è proprio per via di questo intreccio che oggi ci è dato di trasformare la società liberandola dalle sue convenzioni, perché altre sono le concordanze e le unioni su cui fondare le nostre esistenze e quelle future.
Cosà accadrà alle infanzie con genitori paralleli, sottratte al triangolo freudiano del padre e della madre? Verrebbe da pensare a infanzie libere, cresciute nell’affetto disinteressato, sottratte alla gabbia dei ruoli e dell’identificazione, ai fantasmi dei conflitti libidici, dei complessi di Edipo e di Elettra.

Quanta pedagogia nera ha prodotto la nostra cultura della genitorialità e dell’infanzia, a quanta liberazione, invece, a quante prospettive di rinascita può aprire la strada una genitorialità non di sesso, ma di genere, una genitorialità parallela.
Dopo secoli di tempeste sulla libertà degli uomini e delle donne, sulla forza del loro amore e sulla felicità delle infanzie, gli oscuri nembi delle nostre culture sembrano iniziare a diradarsi, mentre all’orizzonte prendono a splendere le famiglie arcobaleno.

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L’EVENTO
Promess* Spos*: la terza edizione del Tag Festival a Ferrara

“Speravamo che il 26 febbraio fosse tutto finito, ma non è così”, anzi “stiamo navigando a vista” ed “è anche nel nostro interesse cercare di affrontare il tema senza creare ulteriori ostacoli”: queste parole del presidente nazionale di Arcigay Flavio Romani – lunedì mattina durante la conferenza stampa di presentazione del programma – dipingono il non facile clima nel quale è stato organizzato e si terrà “Promesse…e sposi”, il Tag-Festival di Cultura Lgtb, arrivato alla sua terza edizione, a Ferrara il 26, 27 e 28 febbraio.
Gli fa eco Massimiliano De Giovanni, presidente Arcigay Ferrara: “organizzare un festival come questo in questo dato momento storico non è facile”. E dal canto suo anche Massimo Maisto, vicesindaco di Ferrara e assessore alla cultura con delega ai giovani (proprio dai capitoli della cultura sono venuti i 3.000 euro contributo del Comune all’iniziativa), afferma che: “speravamo di trovarci qui a festeggiare una nuova legge”, invece “purtroppo il festival si terrà nel pieno di un dibattito” che, secondo il suo personale parere, è “una delle pagine più brutte della politica italiana” perché “si fanno tatticismi sulla vita e sulla pelle delle persone”.
Ecco allora che ad aprire il Tag Festival venerdì pomeriggio pare non sarà più la senatrice Monica Cirinnà, che ha legato indissolubilmente il suo nome al disegno di legge sulle unioni civili. Gli organizzatori sono in attesa di un nome alternativo: “Spero che verrà qualcun altro del Pd a spiegarci la situazione in Senato”, ha affermato Romani. Incalzato dai giornalisti, a proposito delle recenti affermazioni di Renzi sulla strategia per l’approvazione del ddl, il presidente nazionale di Arcigay spiega che, nonostante la comprensibile “amarezza”, la strada dell’alleanza trasversale con Sel e Movimento Cinque Stelle è ancora “l’unica”: “si vedrà articolo per articolo chi vota cosa e chi boccia cosa”. “Cercare l’alleanza con Ncd – continua Romani – significherebbe fare una legge di civiltà con il partito più omofobo d’Italia, che questa legge non la vuole”.

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Un momento della conferenza stampa

In un momento così delicato diventa ancora più necessario e importante, secondo gli organizzatori, approfondire le tematiche legate alle persone, alla comunità e alla quotidianità lgtb con “un programma di altissimo profilo”, secondo De Giovanni, che spazierà dall’ideologia gender all’omogenitorialità, dal bullismo omofobico nelle scuole al confronto con la religione.
Particolarmente importante l’appuntamento di sabato mattina alle 11: Ketty Segatti della Regione Friuli Venezia Giulia e Dario Accolla de Il Fatto Quotidiano illustreranno i “dati sconcertanti” del “primo studio scientifico di carattere internazionale” sul bullismo che ha coinvolto 2.138 studenti degli istituti superiori del Friuli Venezia Giulia, ha spiegato Luca Morassutto (avvocato di Articolo29 e nuovo componente del direttivo Arcigay di Ferrara). Seduti fra il pubblico ci saranno anche studenti di “diverse classi degli istituti superiori cittadini”, ha sottolineato l’assessora alla pubblica istruzione e alle pari opportunità Annalisa Felletti: “riteniamo utile la partecipazione dei ragazzi come segmento della cittadinanza su cui è importante lavorare sul piano della sensibilizzazione” per “educare alle differenza valorizzandole, non livellandole”.
Sabato pomeriggio la filosofa Michela Marzano e la teologa ed ex monaca benedettina Benedetta Selene Zorzi affronteranno insieme alla giornalista Caterina Coppola la fantomatica ‘ideologia del gender’, che Romani ha definito “una macchina di terrorismo psicologico, soprattutto all’interno delle scuole”. Domenica mattina, lo psicoterapeuta familiare Federico Ferrari, la bioeticista Micaela Ghisleni e Cristina Gramolini, tra le fondatrici dell’associazione nazionale Arcilesbica, parleranno invece di omogenitorialità e nuovi modelli famigliari.
Domenica pomeriggio dalle 16 circa, infine, si parlerà di religione e dei dilemmi con cui si confrontano i credenti gay, ma non solo: “non per fare polemica, per trovare punti di contatto”, ha affermato Massimiliano De Giovanni. Don Bedin, “rappresentante di una Chiesa madre e non matrigna, non potrà venire, forse perché la matrigna si è mossa”, ha scherzato un po’ provocatoriamente Flavio Romani. Arriverà però appositamente da Barcellona, dove si è trasferito dopo essere stato sospeso dal sacerdozio in seguito al proprio coming out, Krzysztof Charamsa, teologo ed ex insegnante al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e alla Pontificia Università Gregoriana. Dialogherà con lui il magistrato, credente e omosessuale, Eduardo Savarese, autore del volume “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”.
Ci sarà naturalmente spazio anche per il divertimento e “l’autoironia, che è uno dei nostri punti forti”, ha scherzato Romani. Venerdì pomeriggio alle 18 alla Sala Boldini, Veronica Pivetti presenterà il suo film d’esordio “Né Romeo né Giulietta”; alle 21,30 Mikaela Capucci di Mikamale Teatro salirà sul palco della Sala Estense con “L’importanza di lavarsi presto”: Suor Melodia, le sue orazioni ‘riparative’ e proposte ‘rieducative’ per lesbiche, gay e transessuali faranno trascorrere un’ora e mezza di sfrenata allegria. Sabato sera toccherà ad Alessandro Fullin e al suo il suo “Fullin legge Fullin” e, dalle 23, al party La Cage Aux Folles all’Arci Bolognesi. Infine, domenica dalle 18.30 Fabio Canino racconterà la genesi del suo nuovo romanzo distopico “Rainbow republic”, che racconta la rinascita economica della Grecia grazie alla partecipazione e al sostegno della comunità gay.

Il programma aggiornato sul sito www.tagfestival.it

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