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La Finlandia dice addio alla neutralità che poteva fare scuola

 

Sembra cosa fatta, Svezia e Finlandia sono già dentro la Nato, effetto boomerang per la Russia. Non ci saranno avamposti occidentali ai confini della linea rossa meridionale ma altri 1.340 km di confine al Nord si armeranno.

Una possibilità di cui avevo già scritto e che porterebbe alla militarizzazione del Baltico in difesa dell’avamposto russo di Kaliningrad e che, in fondo, darebbe ragione alle paure di accerchiamento di Putin nonché alle convinzioni dei pacifisti più puri, ovvero che alla guerra e alle provocazioni sappiamo rispondere solo con più guerra e altrettante provocazioni.

A confermare l’attitudine alla belligeranza degli anglosassoni, è di questi giorni un trattato che impegna la Gran Bretagna ad intervenire, nel caso di attacchi preventivi della Russia, a difesa di Svezia e Finlandia nel periodo di vacanza necessario al disbrigo delle pratiche per l’accettazione della candidatura (tempi mai certi, potrebbero volerci anche anni). Un impegno più politico che militare, ma intanto si tiene alta la tensione e si definisce l’impossibilità di un dialogo o il mantenimento di una neutralità invocata spesso a modello e che sta miseramente volgendo alla sua fine.

I fatti atroci dell’Ucraina dovrebbero segnare una svolta nella storia dei rapporti con l’Oriente e mentre una parte dell’opinione pubblica europea avrebbe pure voglia di imparare qualcosa, un’altra parte, Stati Uniti e Gran Bretagna, soffia sul fuoco e lo ravviva facendo leva sui sentimenti di parte dell’Europa dell’Est. Del resto il peso di Usa e GB è preponderante, sono quelli che la Nato l’hanno effettivamente creata e la dirigono, coprendo i ruoli chiavi del comando militare.

In ogni caso, che la Finlandia e la Svezia entrino davvero a far parte dell’alleanza atlantica non è scontato come viene fatto sembrare dai titoli, e questo è dovuto al fatto che nonostante tutto esistono delle regole che la stessa organizzazione si è data. Una di queste, fondamentale, dice che può diventare membro della Nato “qualsiasi altro Stato europeo in condizione di soddisfare i principi di questo trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area nord-atlantica”.

Ed è ovvio che l’ingresso in particolare della Finlandia non contribuirebbe alla sicurezza europea, anzi. A ben guardare ne complicherebbe l’esistenza sancendo un ulteriore allontanamento dalla Russia, un paese che è bene ricordare basa la sua economia su una grande ricchezza di materie prime e non semplicemente sul potere della moneta, concetti che dovremmo imparare ad affrontare, validi anche per altri paesi come la Cina. Materie prime di cui abbiamo bisogno e che potrebbero essere il tramite per un dialogo molto più aperto di quello a cui la contrapposizione militare ci costringe oggi.

Sempre dal sito della Nato si legge che la sicurezza nella nostra vita quotidiana è fondamentale per il nostro benessere. Scopo della Nato è garantire la libertà e la sicurezza dei Paesi membri attraverso mezzi politici e militari. POLITICA – La Nato promuove i valori democratici e consente ai membri di consultarsi e collaborare in materia di difesa e sicurezza per risolvere i problemi, creare fiducia e, nel lungo termine, prevenire i conflittiMILITARE – La Nato si impegna a risolvere pacificamente le controversie. In caso di fallimento degli sforzi diplomatici, ha il potere militare di intraprendere operazioni di gestione delle crisi. Tali operazioni devono essere condotte in base alla clausola di difesa collettiva presente nel trattato fondativo della Nato – Articolo 5 del Trattato di Washington o dietro mandato delle Nazioni Unite, da soli o in collaborazione con altre organizzazioni internazionali.

 Insomma alla base degli sforzi della Nato ci sarebbero i valori democratici, la volontà di prevenire i conflitti e di risolvere le controversie. Solo in ultimo difendersi se attaccati e dopo aver esperito tutti i tentativi rivolti a mantenere la pace. Esattamente ciò che non è stato fatto in Ucraina dove si sono tenuti accesi i fuochi del conflitto dal 2014 o, andando ancora più indietro, dai primi anni ’90 del passato secolo. Si sono portate basi militari e armamenti nei Paesi liberati dal giogo sovietico che si sono trasformati in rampe di lancio per i missili puntati verso Mosca. Si è alzata la posta ben sapendo a cosa questo avrebbe portato (sono note le dichiarazioni di Clinton e dello stesso Biden in merito) e si è scelto di tenere alta la tensione invece di provare a includere un paese costretto a risorgere in un processo di integrazione europeo, quanto meno in un avvicinamento strategico.

La caduta del muro doveva segnare la fine della Guerra Fredda e di conseguenza anche la fine dell’Alleanza Atlantica, arma di difesa contro l’Unione Sovietica. Invece la Nato si è reinventata un dopo e gli interventi nei Balcani ne hanno fatto una forza d’attacco contro tutti i nemici della democrazia (occidentale) fino al disastro dell’Afghanistan. Il dopo ha visto l’ingresso, in un’alleanza militare che doveva aver perso la sua ragione d’esistere, di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004, e poi di Albania e Croazia, che hanno aderito ad aprile 2009. Il Montenegro è diventato membro dell’Alleanza nel giugno 2017. La Repubblica della Macedonia del Nord è entrata a far parte della Nato nel marzo 2020. Attualmente la Nato conta 30 paesi e la Bosnia ed Erzegovina partecipano al Piano d’azione per l’adesione (Map) che è un programma Nato di consulenza, assistenza e supporto pratico adattato alle esigenze individuali dei paesi che desiderano aderire all’Alleanza. Lo stesso programma che dovrebbero seguire i nuovi candidati dell’Europa del Nord.

Per l’ingresso dovranno comunque votare tutti i partecipanti, un esito non scontato sulla carta ma che, vista l’influenza di Stati Uniti e Gran Bretagna (che hanno già deciso), potrebbe invece esserlo. Ci sarà da vedere cosa ne pensa davvero la Francia, che è l’unico paese europeo ad avere qualche peso strategico, oppure se la Germania riuscirà a far valere la sua forza industriale e i suoi interessi commerciali che guardano ad Est. Ci sono poi gli interessi energetici dell’Ungheria che è sempre più contraria ad un embargo totale di gas e petrolio verso la Russia e le riluttanze della Turchia che accusa i paesi nordici di essere troppo teneri con i terroristi del Pkk.

Nella sezione del sito Nato “Allargamento e articolo 10” c’è scritto: Il processo di allargamento in corso della Nato non rappresenta una minaccia per nessun paese. È volto a promuovere la stabilità e la cooperazione, a costruire un’Europa intera e libera, unita nella pace, nella democrazia e nei valori comuni.

Il ghiaccio scotta, lucida follia, la guerra è pace. La fantasia di Orwell oppure la realtà dei giganti che ci governano?

Il leader Dario Mejia Montalvo al Forum dell’Onu:
“Basta estrattivismo, che causa lo sterminio dei popoli nativi, l’espropriazione delle loro terre e la distruzione dei loro diritti”

da: Agenzia DiRE

Cambiare il paradigma attuale nella produzione dell’energia e mettere un freno all’attività estrattiva che spesso si svolge sulle terre dei popoli originari senza il loro consenso: sono due dei punti emersi alla sessione 2022 del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni native (Unpfii), che quest’anno inaugura anche il decennio che l’Onu ha dedicato alle lingue dei popoli originari, che durerà fino al 2032.
Il summit, il primo in presenza dopo tre anni, ha visto anche il passaggio di consegne fra la ormai ex presidente Anne Nuorgam, dirigente finlandese della comunità dei sami, e Dario Jose’ Mejia Montalvo, leader della Organizacion Nacional Indigena de Colombia (Onic), appartenente del popolo degli zenù.

Nel suo discorso, come si apprende dal portale dell’Unpfii, il nuovo presidente ha affermato che solo cambiando le fonti della produzione dell’energia si metterà fine “allo sterminio dei popoli nativi, all’espropriazione delle loro terre e alla distruzione dei loro diritti”.
Mejia Montalvo ha quindi esortato gli Stati membri dell’Onu a elaborare uno strumento giuridicamente vincolante per regolamentare le attività commerciali transnazionali con particolare attenzioni alle esigenze e ai diritti dei popoli originari. In questo senso, il presidente ha individuato nella Dichiarazione dei diritti dei popoli nativi dell’Onu e nella Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) le “stelle polari” da seguire.
Durante il vertice è stato ricordato che i nativi possiedono legalmente il 10% del territorio della terra pur gestendone circa il 50% e pur difendendo l’80% della biodiversità del pianeta.

Agenzia di stampa DiRE (licenza Wikimedia Commons)


L’Agenzia Dire nasce nel 1988 e si specializza, nei suoi primi anni di attività, sulle dinamiche politiche parlamentari. Durante i suoi 30 anni di lavoro matura un’esperienza a tutto campo che la porta ad affermarsi tra le principali agenzie di stampa italiane. Specializzata in politiche parlamentari e di governo, politiche regionali e locali, oltre che su esteri, welfare, sanità, ambiente, scuola e giovani. Con dieci sedi nel territorio nazionale, corrispondenze da tutte le regioni, pubblica oltre duemila notizie al giorno, sette giorni su sette, realizza 29 notiziari tematici multimediali, 5 Newsletter, 13 TG e Gr tematici.

Friedensstatue donne vittime

Donne vittime di guerra

Non c’è niente di più crudo e doloroso, nella storia delle donne, della violenza gratuita, efferata, indimenticabile, spesso inenarrabile, che esse hanno subìto nel corso di guerre e occupazioni in ogni epoca. Il corpo della donna è trincea, campo di battaglia, conquista, bottino, ricompensa e la violenza su di esso viene agita per colpire il nemico, fiaccare ogni resistenza. L’arma dello stupro è vecchia quanto la guerra, fatta dello stesso odio, della stessa brutalità, e riguarda donne di ogni fronte e appartenenza, un fenomeno presente nell’antichità e non certo esclusiva della storia contemporanea.
Nell’Antica Grecia era un comportamento ritenuto socialmente accettabile nelle regole di guerra e i guerrieri consideravano le donne bottino legittimo, utili come mogli, concubine, schiave o trofei del campo di battaglia.
I soldati romani esercitavano violenza sulle donne barbare, che non riconoscevano nemmeno umane, trattandole come oggetto da possedere, vendere al miglior offerente, esibire in pubblico. La rappresentazione di alcune scene di violenza rimangono scolpite sulla Colonna Aureliana a Roma, dove le donne delle popolazioni germaniche Marcomanni, Sarmati e Quadi vengono trascinate per i capelli, denudate e trucidate dai soldati armati di pugnale.

In tempi più vicini a noi, nel XX° secolo, le violenze sessuali sono diventate parte integrante delle strategie offensive e propagandistiche degli eserciti in guerra, a cominciare dalla I^ Guerra mondiale nell’avanzata dell’esercito austroungarico in Serbia e l’esercito tedesco in Belgio, accompagnata da stupri di massa.
Del secondo conflitto mondiale, ambientati in Italia, rimangono i racconti, le testimonianze, le tracce indelebili delle cosiddette “mongolate” e “marocchinate”.
Nel primo caso parliamo delle uccisioni e degli stupri sistematici su numerose donne di paesi e villaggi avvenuti sull’Appennino ligure-piemontese-emiliano e nell’Oltrepò pavese, nell’inverno 1944, quando i nazisti schierarono tra le file del loro esercito i denominati “mongoli”, costituiti da prigionieri calamucchi, uzbechi, georgiani, ucraini, arruolati dopo la caduta di Leningrado. Dolore, vergogna, paura hanno accompagnato le donne sopravvissute agli abusi, rendendo spesso faticosa la testimonianza e il ricordo. Il termine “marocchinate” conduce alla memoria scomoda degli abusi e delle violenze sulle donne del Basso Lazio e della Toscana meridionale, ma anche in Sicilia e Campania, nel maggio del 1944, da parte dei goumiers, i combattenti del V° Corpo d’Armata francese. “Zidouh ‘Lguddem! En avant!” era il grido di battaglia dei tabors, i reparti marocchini del Corps Expèditionnaire Français en Italie che raggelava il sangue tanto ai tedeschi quanto alle popolazioni civili di quelle zone sulla linea Gustav. Più di 60.000 le vittime degli abusi e della violenza al loro passaggio, ma le cifre rimangono ancora incomplete.

Lo stupro di guerra va ben oltre l’etichetta di “effetto collaterale” che si vorrebbe appioppargli, giustificandolo con le condizioni innaturali dei soldati: esso costituisce in realtà il massimo sfregio con cui marchiare il nemico attraverso la violenza assoluta sulla sua donna, portatrice di continuità vitale, di futuro per le nuove generazioni.
Diventa annientamento, umiliazione, contaminazione e violazione per dimostrare supremazia di un popolo su un altro, un crimine che non può essere legittimato per nessuna ragione al mondo. Solo di recente, dopo le atrocità in Bosnia e Ruanda, la comunità internazionale ha riconosciuto la peculiarità dello stupro di guerra da un punto di vista giuridico, dichiarando crimine contro l’umanità le violenze alle donne in contesti bellici.
In Ruanda, tra aprile e luglio 1991, centinaia di migliaia di donne tutsi furono sottoposte a ogni sorta di violenza, massacrate a colpi di machete e bastoni cosparsi di chiodi dagli squadroni della morte hutu. Nella ex Jugoslavia lo stupro etnico fu usato su larga scala sulle donne di etnia diversa come “pulizia etnica” vergognosa.
Il riconoscimento dei crimini e stato un percorso difficile, cominciato con il lavoro dei Tribunali Penali Internazionali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda, istituiti nei primi anni ’90, quando gli avvenimenti nei due Paesi scossero il mondo per particolare efferatezza delle indicibili violenze commesse negli stupri di massa perpetrati con premeditazione e con la finalità di annientamento delle donne e di un’intera parte della loro comunità.
Nell’aprile del 2019 il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha riconosciuto la violenza sulle donne in Paesi in conflitto come arma di guerra.

Cover: Friedensstatue, Giappone,1920 (wikimedia commons)

Pacifismo e costituzionalismo globale*
Un intervento di Luigi Ferrajoli

 

La divisione, lo scontro, la guerra, è arrivata anche in Italia.
La cronaca delle manifestazioni e contro-manifestazioni dell’ultimo 25 aprile hanno reso evidente questa realtà. Preoccupante. Ogni giorno di più, la posizione pacifista (in cui ci riconosciamo) che antepone ad ogni opzione quella della trattativa, che si oppone all’escalation bellicista e quindi all’aumento delle spese militari e all’invio di armi in Ucraina, che critica gli atti recenti e presenti della Nato, è ricacciata nell’angolo, sempre più avversata – colpevolizzata, spesso sbeffeggiata – da un vastissimo fronte politico (dal Pd a Fratelli d’Italia) come dalla propaganda dei mezzi di comunicazione mainstream. Le ragioni e le voci che chiedono “la pace subito” – compresa quella di un vecchio papa – sembrano soffocate da un folle vento di guerra.
Le notizie di ieri: la posizione super interventista di Londra,  il nuovo invio di armi con capacità offensiva deciso dal governo Draghi, le risposte minacciose della Russia, sembrano allontanare sempre più le speranze di arrivare alla pace o anche solo a una tregua. Stiamo così scivolando verso un probabile allargamento del conflitto dai contorni imprevedibili. La guerra mondiale nucleare non è più un vago scenario fantascientifico, ma una possibilità concreta. Di cui parlano ormai apertamente i Capi di Stato, ad Est come ad Ovest.
Per questo, per opporre qualche sensato ragionamento alla follia della rincorsa alla guerra, ci sembra importante far conoscere ai lettori  di periscopio questo importante e autorevole intervento di Luigi Ferrajoli, uscito il 23.04.2022 su Questione giustizia online, la rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata, promossa da Magistratura Democratica.
Tra i tanti lettori, come tra i redattori e i collaboratori di questo libero quotidiano, la tragedia della guerra in Ucraina viene vissuta, commentata e giudicata in modo non univoco. Vorremmo però che, per onorare il ruolo della stampa libera, ci accostassimo ad ogni articolo e riflessione con una mente libera, senza esibire certezze di seconda o terza mano, fuori dal condizionamento che ci impone la vulgata dominante. L’esibizione di muscoli e di incrollabili certezze non servono. Al contrario, abbiamo  bisogno di ascoltare, di capire, di interrogarci. Altrimenti non sarà possibile arrivare a una qualche ragionevole conclusione. Tantomeno alla pace.
(Francesco Monini)

di Luigi Ferrajoli
ex magistrato, professore emerito di Filosofia del diritto, Università di Roma Tre

Sommario:
1. Il dovere di trattare – 2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente – 3. 3. Due visioni del futuro del mondo  – 4. Per una Costituzione della Terra

Nei 77 anni che ci separano da Hiroshima e Nagasaki, il pericolo di un conflitto nucleare non è mai stato così grave e incombente come quello corso durante la guerra criminale scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Per questo il comportamento delle potenze della Nato di fronte a questo pericolo è stato, fin dall’inizio, irresponsabile. Proprio il fatto che Putin, secondo il coro unanime dei media e di tutti i governanti occidentali, è un despota feroce, dovrebbe consigliare di prendere sul serio la sua minaccia, formulata fin dal 13 marzo, di una “reazione nemmeno immaginabile”. Giacché questo despota ha già mostrato ciò che è capace di fare, è fornito di armi nucleari come ha più volte voluto ricordare ed è quindi ben possibile, se crescerà la tensione, che ne faccia uso. La sola cosa seria da fare dovrebbe essere quindi l’impegno di tutti di porre fine alla guerra e di contribuire al ristabilimento della pace.

E’ questa, del resto, la regola valida in tutte le comunità civili per far fronte alle azioni criminali in atto. Quando un bandito minaccia di sparare e poi spara su una folla se non saranno accolte le sue richieste, il dovere di quanti hanno il potere di farlo – in questo caso la comunità internazionale – è quello di trattare, trattare, trattare la cessazione della strage. Poco importa se il bandito sia considerato un criminale, o un pazzo oppure un capo politico irresponsabile che non ha visto accogliere le sue giuste ragioni e rivendicazioni. La sola cosa che importa è la cessazione dell’aggressione e della strage degli innocenti. Tanto più perché, in questo caso, la continuazione della guerra può deflagrare in una guerra nucleare. Proprio i più accaniti critici di Putin non dovrebbero dimenticare, ripeto, che ci troviamo di fronte a un autocrate fornito di oltre seimila testate nucleari, e che l’insensatezza di questa guerra, anche dal punto di vista degli interessi della Russia, non consente di escludere ulteriori, apocalittiche, insensate avventure.

Trattare è ciò che chiedono milioni di manifestanti in tutto il mondo quando domandano di “cessare il fuoco”: per porre fine alla tragedia dei massacri, delle devastazioni e della fuga di milioni di sfollati ucraini. All’inizio di aprile, come ci informa l’Agenzia Onu per i rifugiati, erano 4 milioni i rifugiati ucraini nei paesi vicini e circa 7 milioni gli sfollati interni, in gran parte donne e bambini. Gli orrori, gli stupri e le stragi di civili commessi dall’esercito russo impongono con forza, per la loro atrocità, l’impegno di tutti perché si ponga fine, quanto prima possibile, a questa tragedia. Non importa che atrocità simili sono state commesse in tante altre guerre, talune delle quali scatenate dall’Occidente. Ciò che importa è che si avverta come intollerabili le violenze contro persone inermi, che si faccia di tutto per farle cessare e che esse valgano ad aprirci gli occhi sugli orrori inevitabilmente connessi a qualunque guerra.

Sono queste le condizioni di ogni pacifismo degno di questo nome: in primo luogo stare dalla parte degli aggrediti contro i loro aggressori; in secondo luogo sostenere le loro ragioni nella trattativa diretta a far cessare quanto prima l’aggressione e le sue nefandezze.

2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente

Ma in che modo si sostengono le ragioni degli aggrediti nei negoziati di pace? Chi ha il potere e, aggiungerò, il dovere di offrire questo sostegno? C’è una grande ipocrisia alla base delle politiche dei governi europei e del dibattito pubblico sulla guerra. Tutti sanno, ma tutti fanno finta di non sapere che dietro questa guerra, della quale l’Ucraina è soltanto una vittima, il vero scontro è tra la Russia di Putin e i paesi della Nato. Sono perciò gli Stati Uniti e le potenze europee che dovrebbero trattare la pace, affiancando l’Ucraina nelle trattative anziché lasciarla a trattare da sola con il suo aggressore.

Sarebbe questo il vero atto di solidarietà dell’Occidente nei confronti del popolo ucraino. Il vero aiuto alla popolazione ucraina, bombardata e massacrata dal 23 febbraio, sarebbe la partecipazione alla trattativa, a fianco dell’Ucraina, dei paesi membri della Nato, a cominciare dagli Stati Uniti, dotati di ben altra forza e di ben maggiore capacità di pressione, onde ottenere, con il minimo costo per l’aggredito, l’immediata cessazione dell’aggressione. Una simile assunzione di responsabilità delle maggiori potenze – Stati Uniti ed Unione Europea – varrebbe non solo a porre fine alla guerra, ma anche a scongiurare il pericolo di un suo allargamento incontrollato.

Per questo la sede appropriata dei negoziati, come ho già avuto occasione di sostenere, dovrebbe essere non più soltanto la sconosciuta località della Bielorussia dove si incontrano, con sempre minori capacità di accordo, le delegazioni della Russia e dell’Ucraina, ma anche l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per due ragioni. In primo luogo perché le Nazioni Unite sono l’organizzazione la cui finalità istituzionale, come dice l’articolo 1 del suo statuto, è mantenere la pace e conseguire con mezzi pacifici la soluzione delle controversie internazionali. In secondo luogo perché nel Consiglio di sicurezza siedono, come membri permanenti, tutti dotati di armamenti nucleari, esattamente le potenze che hanno la forza e il potere per trattare la pace: la Russia, la Cina e i principali membri della Nato, cioè gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia. La trattativa si svolgerebbe così sotto gli occhi dell’intera umanità, all’interno di un’istituzione che ha per ragione sociale il conseguimento della pace. Sappiamo bene che l’Onu è sempre più debole, al punto che ne è stata dichiarata l’inutilità. Ma questa è una ragione di più perché ritrovi, di fronte a questa guerra, la sua funzione istituzionale e la sua ragion d’essere.

L’alternativa è l’escalation della guerra, con il rischio sempre maggiore della sua degenerazione in una guerra nucleare. Ma anche al di là di questa terrificante prospettiva, la continuazione di questa guerra, oltre a produrre altri massacri e devastazioni nella povera Ucraina, non potrà che far crescere e, per così dire, istituzionalizzare la logica bellica dell’amico/nemico. La decisione del nostro Parlamento di aumentare di oltre il 50% le spese militari, la terribile decisione tedesca di finanziare con 100 miliardi di euro il proprio riarmo, l’opzione di Biden per il rafforzamento militare della Nato anziché per il confronto diplomatico, il compiacimento generale per la compattezza dell’Occidente in armi raggiunta in questa logica di guerra, la crescita dell’odio verso il popolo russo e l’informazione urlata e settaria sono tutti segni e passi di una corsa folle verso la catastrofe. E’ il trionfo della demagogia e dell’irresponsabilità, il cui costo è pagato oggi dal popolo ucraino e domani, se la corsa non si fermerà, dall’intera umanità e in particolare dall’Europa.

Esiste insomma una responsabilità istituzionale dell’Onu e il dovere della comunità internazionale di fare tutto ciò che è possibile fare al fine di ottenere la pace. E ciò che l’Onu può fare, e perciò deve fare è non lasciare sola l’Ucraina al tavolo del negoziato, bensì offrire i suoi organi istituzionali, l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza, come i luoghi e i soggetti della trattativa, che ben potrebbero essere convocati in seduta pubblica e permanente fino a quando non riusciranno a porre termine alla guerra. Sarebbe un’iniziativa eccezionale, senza precedenti, dotata di un enorme valore politico e simbolico, che varrebbe a segnalare la gravità dei pericoli che incombono sull’umanità, a rilanciare il ruolo dell’Onu e a impegnare tutti gli Stati in una riflessione sul futuro del mondo e a prendere sul serio il principio della pace stabilito dallo Statuto dell’istituzione della quale sono membri.

3. Due visioni del futuro del mondo 

E’ precisamente il futuro del mondo nel dopo guerra che dovrebbe stare al centro del dibattito politico e di politiche estere responsabili. In caso di scampato pericolo nucleare, gli esiti possibili di questa guerra saranno infatti due, tra loro opposti: il riarmo o il disarmo, la corsa a maggiori armamenti, in attesa della prossima guerra e, di nuovo, del rischio nucleare, oppure un risveglio della ragione e la comune riflessione sul possibile ripetersi del pericolo atomico e perciò sulla necessità, nell’interesse di tutti, di un progressivo disarmo, fino alla denuclearizzazione dell’intero pianeta.

La prima ipotesi, purtroppo la più miope e la più probabile, si manifesta nell’aumento delle spese militari degli Stati occidentali e in una militarizzazione delle nostre democrazie: dal riarmo della Germania all’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil deciso dall’Italia e dagli altri Stati europei. «Pazzi», li ha chiamati papa Francesco, dichiarando di essersi per loro «vergognato». E’ l’ipotesi espressa dalla gara di insulti nei confronti di Putin nella quale si cimentano i leader occidentali, a cominciare dal presidente Biden – «macellaio», «criminale di guerra», «quest’uomo non può restare al potere!» –, che hanno il solo effetto di minare, o quanto meno di rendere più difficili i negoziati o peggio, essendo rivolti a un autocrate irresponsabile, di provocarlo e di indurlo ad allargare il conflitto fino a farlo precipitare in una terza guerra mondiale. Sono invettive che segnalano un intento inquietante: la volontà che la guerra prosegua per ottenere la sconfitta della Russia, o quanto meno la sua umiliazione nel pantano di una guerra fallita, per consolidare la subordinazione dell’Europa alla politica di potenza degli Stati Uniti ed anche, magari, per raccattare qualche voto alle elezioni americane di mid-term. Questa guerra diventa così l’occasione, per gli Stati Uniti e per l’apparato politico-mediatico schieratosi a suo sostegno, per un rilancio eticamente connotato dello scontro di civiltà tra democrazie e autocrazie, tra mondo libero e mondo incivile, onde ottenere la vittoria sul Male, anche a costo di mettere a rischio la sicurezza del mondo dal possibile olocausto nucleare.

La seconda ipotesi è quella pacifista, qui prospettata, dell’impegno della comunità internazionale a fermare immediatamente la guerra a qualunque, ragionevole costo: dall’assicurazione che l’Ucraina non entrerà nella Nato all’autonomia delle piccole regioni separatiste dell’Ucraina orientale, russofone e russofile, sulla base di un voto popolare nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione; in forza del quale, dice l’articolo 1 di entrambi i Patti internazionali sui diritti umani del 16 dicembre 1966, «tutti i popoli… decidono liberamente del loro statuto politico». Dal clima di pace generato dalla trattativa potrebbe uscire non soltanto la fine dell’aggressione all’Ucraina, ma anche una seria riflessione sul pericolo, mai così grave, del conflitto nucleare che sta correndo il genere umano. Potrebbe uscirne la consapevolezza comune della necessità di una rifondazione, mediante l’introduzione di idonee garanzie in tema di limitazioni della sovranità degli Stati, del patto di convivenza pacifica stipulato con la creazione dell’Onu. Il pericolo nucleare che stiamo correndo potrebbe inoltre indurre i paesi che ancora non l’hanno fatto ad aderire al Trattato sul disarmo nucleare del 7 luglio 2017, già sottoscritto da ben 122 paesi, cioè da più dei due terzi dei membri dell’Onu. Potrebbe, soprattutto, convincere gli Stati Uniti ad annullare il loro ritiro, deciso il 2 agosto 2019 dal presidente Trump, dal trattato del 1987 sul disarmo nucleare e indurre tutti gli Stati dotati di tali armamenti a riprendere questo graduale processo fino al totale disarmo. Oggi, nel mondo, ci sono 13.440 testate nucleari (erano 69.940 prima del trattato sul disarmo del 1987), in possesso di nove paesi: 6.375 in Russia, 5.800 negli Stati Uniti, 320 in Cina, 290 in Francia, 215 nel Regno Unito, 160 in Pakistan, 150 in India, 90 in Israele e 40 nella Corea del Nord. E’ stato calcolato che bastano 50 di queste bombe per distruggere l’umanità. Questo significa che con questi armamenti il genere umano può essere cancellato dalla faccia della Terra per ben 270 volte.

Alla discussione su queste due ipotesi non sta portando nessun contributo il dibattito pubblico, che sta svolgendosi in un clima avvelenato da contrapposizioni radicali. Non è un dibattito basato sul dialogo, sul confronto razionale e sul rispetto delle opinioni altrui, ma uno scontro fondato sull’opposizione amico/nemico, sul sospetto della malafede degli interlocutori e sulla loro squalificazione morale, o come putiniani o come guerrafondai. Del tutto assenti sono l’atteggiamento problematico, l’incertezza, il dubbio, l’interesse per le idee diverse dalle nostre, la consapevolezza della complessità e dell’ambivalenza delle questioni, che sempre dovrebbero informare la discussione pubblica.

Le questioni sulle quali il dibattito politico è stato più acceso e tra sordi sono due: quella dell’invio di armi all’Ucraina e quella dell’aumento della spesa militare fino al 2% del pil. Sono questioni diverse, che l’alternativa fra le due ipotesi sopra illustrate consente forse di affrontare con lungimiranza. La prima è un dilemma morale tra la solidarietà giustamente dovuta al popolo ucraino, i cui esponenti hanno più volte richiesto l’invio delle armi, e il prolungamento che ne seguirebbe del conflitto e delle stragi. Trattandosi di un autentico dilemma morale, non hanno senso le accuse che si scambiano i sostenitori delle due opzioni. Ci sono validi argomenti a sostegno di entrambe.

A mio parere il maggiore argomento contro l’invio delle armi consiste, oltre che nel rischio che esso possa essere inteso come cobelligeranza in un conflitto destinato a durare e a produrre altri massacri, nella sua decisione insieme a quella di un aumento delle spese militari. Questa seconda decisione è chiaramente a sostegno della logica della guerra, se non altro perché tale aumento è già avvenuto, ininterrottamente, da oltre venti anni. Rispetto al 2019 l’aumento, nel 2020, è stato del 2,6% a livello globale e ben del 7,5% in Italia. La spesa complessiva nel mondo è giunta quasi a 2000 miliardi di dollari l’anno, dei quali il 39% (776 miliardi, contro i 252 della Cina e i 62 della Russia) spesi dai soli Stati Uniti che hanno riempito il pianeta di ben 800 basi militari. A cosa serve, domandiamoci, accumulare ulteriori, inutili armamenti, se non ad alimentare il clima di guerra e ovviamente a soddisfare gli interessi del complesso militar-industriale? Entrambe le opzioni, l’invio di armi alla resistenza ucraina e l’aumento delle spese militari risultano perciò accomunate da un’opzione militarista: dall’idea suicida delle armi come unica soluzione strategica delle controversie internazionali, in letterale contrasto con l’articolo 1 della Carta dell’Onu, con l’articolo 11 della Costituzione italiana e, più in generale, con i principi della pace e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani nei diritti fondamentali. Un’uguaglianza, dobbiamo aggiungere, che continuiamo a sbandierare come un valore dell’Occidente aggredito e, insieme, a violare nei confronti dei quattro quinti dell’umanità.

4. Per una Costituzione della Terra

E’ su quest’ultimo punto che voglio soffermarmi. Non possiamo continuare a parlare decentemente di difesa della democrazia, dei principi di uguaglianza e dignità della persona e di universalismo dei diritti umani minacciati dalle autocrazie, fino a quando questi principi resteranno un privilegio dei nostri paesi – non più di un miliardo di persone su quasi otto miliardi di esseri umani – mentre per il resto del mondo non sono altro che vuota retorica. Non possiamo continuare a declamarli come i “valori dell’Occidente”, mentre quei principi, proclamati come universali da tutte le carte dei diritti, non sono garantiti a tutti gli esseri umani ma solo a una loro esigua minoranza. Giacché quei valori o sono universali, oppure non sono. Oggi le nostre democrazie sono in declino, sottoposte alla doppia minaccia dell’onnipotenza delle maggioranze politiche sradicate dalle loro basi sociali e dei poteri dei mercati globali. Ma, soprattutto, i diritti umani e i principi di uguaglianza e dignità delle persone, proclamati in tante carte costituzionali e internazionali, sono promesse non mantenute: attuate, oltre tutto malamente, in pochi paesi privilegiati e vistosamente e sistematicamente violate per il resto dell’umanità, anche a causa delle politiche di rapina, di sfruttamento e di esclusione praticate dal civile Occidente. La loro conclamata inviolabilità, come la loro indivisibilità e universalità altro non sono che parole, contraddette dalle loro violazioni sistematiche e dalla loro mancata attuazione, per mancanza di garanzie, in gran parte del mondo. In assenza di una sfera pubblica mondiale capace di garantirli, le disuguaglianze sono destinate a crescere, i poteri globali, sia politici che economici, non possono che svilupparsi in forme selvagge e distruttive, le violazioni massicce dei diritti umani non possono che dilagare e tutti i problemi globali non possono che aggravarsi.

C’è dunque una questione di fondo che questa guerra impone di affrontare. La guerra, e prima ancora la pandemia, hanno mostrato in tutta la loro drammaticità l’inadeguatezza delle istituzioni internazionali esistenti e soprattutto il pericolo rappresentato dal vuoto di garanzie nei confronti dei poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali. Le due tragedie – pandemia e guerra – sono per molti aspetti opposte. La pandemia, con i suoi 6 milioni di morti, ha mostrato l’interdipendenza e la comune fragilità dell’umanità, l’insensatezza dei confini e dei conflitti identitari e la disponibilità alla solidarietà delle pubbliche opinioni ed anche della politica. La guerra, con le sue migliaia di morti, le città devastate e più di 10 milioni di sfollati, sta generando, al contrario, odi tra popoli, logiche politiche dell’amico/nemico, lacerazioni tra nazionalità che non sarà facile rimarginare. Entrambe le tragedie sono tuttavia una drammatica conferma dell’insensatezza e della pericolosità dello stato attuale del mondo e segnalano la necessità e l’urgenza di una rifondazione dell’Onu basata su una Costituzione della Terra alla loro altezza. E’ questo il progetto del movimento “Costituente Terra” formatosi a Roma nell’assemblea del 21 febbraio 2020 e da me illustrato nel libro Per una Costituzione della Terra, pubblicato quest’anno da Feltrinelli.

Oltre alla guerra e alle pandemie, sono molte altre le sfide e i pericoli che minacciano il futuro dell’umanità e che solo un costituzionalismo globale può fronteggiare. Anzitutto l’emergenza ecologica, che la guerra sta aggravando e insieme rimuovendo dall’orizzonte della politica, ma che continua ad essere la minaccia forse più grave per il futuro dell’umanità. Per la prima volta nella storia il genere umano, a causa del riscaldamento climatico, rischia l’estinzione per la progressiva inabitabilità di parti crescenti del nostro pianeta. Da molti decenni la concentrazione nell’aria di anidride carbonica cresce in maniera progressiva: ogni anno, costantemente, viene immessa nell’atmosfera una quantità di CO2 maggiore di quella immessa l’anno precedente. E’ chiaro che fino a quando questo processo non sarà invertito, vorrà dire che stiamo andando verso la rovina.

C’è poi l’emergenza diritti. La globalizzazione, con il potere delle grandi imprese di dislocare le loro attività produttive nei paesi nei quali è possibile lo sfruttamento illimitato dei lavoratori, ha svalorizzato il lavoro a livello globale, cancellandone nei paesi avanzati le garanzie conquistate in un secolo di lotte e riducendo il lavoro, nei paesi poveri, a forme e a condizioni para-schiavistiche. A causa della miseria crescente, inoltre, muoiono ogni anno, nel mondo, otto milioni di persone per mancanza di alimentazione di base e altrettante per mancanza di cure mediche e di farmaci salva-vita, vittime del mercato, oltre che delle malattie, giacché i farmaci in grado di salvarli non sono disponibili nei loro paesi poveri, o perché brevettati e perciò troppo costosi, o perché non più prodotti per mancanza di domanda dato che riguardano malattie – infezioni respiratorie, tubercolosi, Aids, malaria – debellate e scomparse nei paesi ricchi. Di qui il dramma di decine di migliaia di migranti, ciascuno dei quali ha alle spalle una di queste tragedie. Di qui l’odio per l’Occidente, il discredito dei suoi valori politici, lo sviluppo della violenza, dei razzismi, dei fondamentalismi e dei terrorismi.

E’ chiaro che sfide globali di questa portata richiedono risposte globali: il progressivo disarmo, non soltanto nucleare, di tutti gli Stati e la messa al bando di tutte le armi come beni illeciti; il superamento degli eserciti nazionali auspicato più di due secoli fa da Kant e la realizzazione, a garanzia della pace e della sicurezza, del monopolio della forza in capo all’Onu e alle polizie locali; l’istituzione di un demanio planetario che sottragga i beni comuni e vitali – l’aria, l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai – alle appropriazioni private, alla mercificazione e alle devastazioni ad opera del mercato; l’introduzione di divieti, finalmente sanzionati, delle emissioni di gas serra e della produzione di rifiuti comunque velenosi; l’uguaglianza nei diritti e nella dignità di tutti gli esseri umani tramite la creazione di istituzioni globali di garanzia di tutti i diritti fondamentali, dai diritti di libertà ai diritti sociali alla salute, all’istruzione, all’alimentazione e alla sussistenza, come un servizio sanitario e un sistema scolastico mondiali con ospedali, farmaci, vaccini, scuole e università in tutto il mondo; l’unificazione del diritto del lavoro e la globalizzazione delle garanzie dei diritti dei lavoratori, in grado di assicurarne l’uguaglianza e la dignità contro l’odierno sfruttamento illimitato; l’istituzione di una Corte costituzionale sovrastatale, con il potere di invalidare tutte le fonti normative che violano diritti umani, e la trasformazione da volontaria in obbligatoria delle competenze della Corte di giustizia e della Corte penale internazionale; l’introduzione infine di un adeguato fisco globale progressivo in grado di finanziare le istituzioni globali di garanzia e di impedire le attuali concentrazioni illimitate della ricchezza.

Misure di questo genere, è evidente, possono essere imposte solo da una rifondazione della Carta dell’Onu ad opera di una Costituzione della Terra rigidamente sopraordinata alle fonti statali e ai mercati globali. Solo una Costituzione della Terra che introduca le funzioni e le istituzioni globali di garanzia dei diritti proclamati in tante carte e convenzioni può rendere credibili il principio di uguaglianza e l’universalismo dei diritti umani. Solo una Costituzione mondiale, che allarghi oltre gli Stati il paradigma del costituzionalismo rigido sperimentato nelle nostre democrazie può trasformare promesse ed impegni politici, come quelli presi in materia di ambiente dai G20 a Roma e poi a Glasgow, in limiti e in obblighi giuridici effettivamente vincolanti.

Non si tratta di un’utopia. Si tratta invece dell’unica risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che fu affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto razionale di sopravvivenza e di convivenza pacifica basato sul divieto della guerra e sulla garanzia della vita. Con una differenza di fondo, che rende il dilemma odierno enormemente più drammatico: la società naturale dell’homo homini lupus ipotizzata da Hobbes è stata sostituita da una società di lupi non più naturali, ma artificiali – gli Stati e i mercati – dotati di una forza distruttiva incomparabilmente maggiore di qualunque armamento del passato. Diver­samente da tutti gli orrori del secolo scorso – perfino dalle guerre mondiali e dai totalitarismi – la ca­tastrofe ecologica e quella nucleare sono ir­reversibili: c’è infatti il pericolo, per la prima volta nella storia, che si acquisti la consapevolezza della necessità di cambiare strada quando sarà troppo tardi.

Neppure si tratta di un’invenzione, né di un mutamento dell’attuale paradigma costituzionale. Si tratta, al contrario, di un suo inveramento, cioè di un’attuazione del principio della pace e dell’universalismo dei diritti umani quali diritti di tutti già stabiliti nella Carta dell’Onu e in tante carte costituzionali e internazionali. La logica intrinseca del costituzionalismo, con i suoi principi di pace e di uguaglianza nei diritti umani, non è nazionale, ma universale. Gli Stati nazionali e le loro costituzioni sono d’altro canto impotenti di fronte alle sfide globali, le quali richiedono risposte e garanzie giuridiche a loro volta globali. E il patto di convivenza pacifica stipulato con la Carta dell’Onu e con le tante carte internazionali dei diritti è fallito per due ragioni: perché contraddetto dalla persistente sovranità degli Stati e dalle loro cittadinanze disuguali, e perché non sono state istituite le necessarie garanzie globali, senza le quali i diritti e i principi di giustizia pur solennemente proclamati si riducono a ingannevole ideologia.

A questa prospettiva viene contrapposta, in nome del realismo politico, l’idea del suo carattere utopistico e irrealizzabile. Io penso che dobbiamo distinguere due tipi opposti di realismo: il realismo volgare di chi naturalizza la realtà sociale e politica con la tesi “non ci sono alternative a quanto di fatto accade”, e il realismo razionalista, secondo il quale le alternative ci sono, dipende dalla politica adottarle e la vera utopia, l’ipotesi più irrealistica, è l’idea che la realtà possa rimanere a lungo come è: che potremo continuare a basare le nostre democrazie e i nostri spensierati tenori di vita sulla fame e la miseria del resto del mondo, sulla forza delle armi e sullo sviluppo ecologicamente insostenibile delle nostre economie. Tutto questo non può durare. E’ lo stesso preambolo alla Dichiarazione dei diritti del 1948 che stabilisce, realisticamente, un nesso di implicazione reciproca, quale solo una Costituzione della Terra e le sue istituzioni di garanzia possono assicurare, tra pace e diritti, tra sicurezza e uguaglianza e, dobbiamo aggiungere oggi, tra salvataggio della natura e salvataggio dell’umanità.

D’altro canto l’umanità forma già un unico popolo. Sessanta anni fa, ricordo, eravamo, sul pianeta, 2 miliardi di persone, ma quel che succedeva dall’altra parte del mondo non ci riguardava. Oggi la popolazione mondiale è arrivata a 8 miliardi, ma siamo tutti interconnessi, sottoposti al governo globale dell’economia ed esposti alle stesse emergenze e catastrofi planetarie. Siamo perciò un unico popolo, meticcio ed eterogeneo, ma unificato dagli stessi interessi alla sopravvivenza, alla salute, all’uguaglianza e alla pace, che solo la miopia dei poteri politici non è in grado di vedere e che anzi occulta con la difesa dei confini. La logica schmittiana dell’amico/nemico è una costruzione propagandistica a sostegno dei populismi e dei regimi autoritari che sta oggi contagiando, purtroppo, anche le nostre democrazie. Se i massimi governanti del pianeta, anziché impegnarsi sulla base di questa logica nelle loro miopi e miserabili politiche di potenza, fossero capaci di trarre lezioni dalla storia, questa terribile guerra in Ucraina sarebbe una fonte inesauribile di insegnamenti. Insegnerebbe – contro l’insensatezza delle guerre, delle armi, dei confini, dei nazionalismi e dei conflitti identitari – il valore razionale, nell’interesse di tutti, della pace universale e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani in dignità e diritti e la necessità delle garanzie necessarie ad assicurarle.

[ * ] Il presente contributo costituisce anticipazione del fascicolo di Questione Giustizia trimestrale, di prossima pubblicazione, dedicato ai temi della guerra e della pace.

Storia e valori della rivista Questione Giustizia
La giustizia è molto più della giurisdizione e della magistratura. In una società moderna non ci può essere giustizia senza un potere autonomo che concorre a ristabilire equilibri là dove i governanti non danno risposte giuste e là dove non sono rispettati i diritti e i doveri esistenti. Ma nessun potere può bastare a questo scopo in una società ingiusta e all’interno di un sistema istituzionale squilibrato.
Da questa consapevolezza sono nate Quale Giustizia negli anni ‘70 e Questione Giustizia nel 1982: in una società di privilegi le leggi possono diventare fattore di ingiustizia sostanziale e la Costituzione stessa può essere piegata a interessi di una minoranza potente in danno della parte restante e più debole del Paese.
Il contrasto al formalismo giuridico si è accompagnato nella storia delle due Riviste alla volontà di ricercare sempre con serietà un approccio ai problemi che sia scientifico, critico, politicamente consapevole. Di qui lo studio dedicato all’evoluzione delle istituzioni, alle istanze sociali e di promozione dei diritti, al travaglio di chi lotta per la tutela di questi e alla giurisprudenza più attenta ai valori costituzionali. Di qui la critica alle politiche, alle prassi e alle decisioni ritenute non conformi ai valori fondanti la Repubblica. Promossa da Magistratura democratica, Questione Giustizia non è mai stata strumento di un progetto maturato altrove, con la convinzione che le idee non hanno padroni e vivono in coloro che le fanno proprie, le praticano, le fanno crescere. Partendo dalla certezza che la Costituzione vive nella e attraverso la sua applicazione quotidiana, la Rivista ha cercato di fare delle prassi giudiziarie, della giurisprudenza e dei percorsi istituzionali l’oggetto privilegiato di analisi. Al non negare la politicità del lavoro del magistrato la Rivista ha affiancato analisi e riflessioni che possano aiutare i magistrati a gestirla consapevolmente e aiutare la cultura giuridica a confrontarsi con quella caratteristica senza approcci pregiudiziali e senza timori errati.
Questo la Rivista ha cercato di fare nei 33 anni della propria vita e continuerà a fare con le nuove forme editoriali e con gli strumenti che la tecnologia mette oggi a disposizione. A partire dal 2013, alla rivista trimestrale si affianca Questione giustizia online, rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata.

soldato americano in Afghanistan

UN PUNTO DI VISTA PACIFISTA SULL’AFGHANISTAN.
Smontare la post-verità fatta di bugie utili alla “guerra umanitaria”

La nostra voce contro la guerra non è stata forte, doveva esserlo di più. Ai talebani va chiesto il rispetto dei diritti umani, a Biden la chiusura della prigione di Guantanamo.
Destabilizzare l’Afghanistan significherebbe la crescita del terrorismo dell’ISIS, i recenti attentati siano di monito: Il movimento per la pace ha il compito di elaborare un suo punto di vista sui grandi eventi dell’umanità. Lo fece durante la guerra del Vietnam, ha il compito di farlo oggi con la guerra dell’Afghanistan.

Nel 1975, quando finì la guerra del Vietnam, la disfatta militare americana venne salutata come un evento positivo. Non solo per la disfatta in sé, ma per la lezione che essa comportava verso la leadership americana che per quindici anni non tentò, fino alla guerra dell’Iraq, altre avventure militari.
Oggi occorre constatare che il delirio di onnipotenza americano di plasmare il mondo è fallito, almeno per ora. Ed è una cosa positiva che sia finito questo delirio di onnipotenza che alimentava la guerra infinita. E’ stato evidente il collasso di un governo fantoccio che, dopo aver prosciugato una parte degli oltre duemila miliardi bruciati in questa guerra ‘democratica”, si è sbriciolato in pochi giorni. In pochi giorni venti anni di menzogne si sono polverizzate. Oggi i militari americani si tolgono la vita e i suicidi dei marines costituiscono uno dei più gravi problemi della società americana.

I presunti passi in avanti della società afghana non venivano difesi da nessuno, se non da quell’elite predatoria che aveva sottratto al popolo gli aiuti civili e che ha chiesto un corridoio umanitario per scappare perché non ha la coscienza a posto.
millantati progressi della società afghana sono emersi in tutta la loro vergognosa falsità negli Afghanistan Papers. E questi ultimi da molti non sono conosciuti proprio perché questa è stata una guerra “democratica”, appoggiata da Fassino e D’Alema, su cui è stata costruita una narrazione a cui non corrispondeva la realtà.

Oggi la realtà emerge e ci dice che siamo stati tutti avvolti da una nube invisibile di informazioni narcotizzanti, le quali hanno addormentato anche parti importanti del movimento pacifista che non ha chiesto con la sufficiente determinazione il ritiro dei contingenti militari. Avevamo di fronte una raffinata forma di imperialismo che utilizzava i diritti umani per giustificare l’estensione della Nato fuori dalla sua area geografica originaria, delimitata nell’articolo 6 del Trattato del 1949.
Questo significava una proiezione delle forze armate oltre una funzione difensiva, prefigurando lo strumento militare come forma di tutela dei propri interessi geostrategici, lontano dai propri confini e vicino alle fonti e ai corridoi energetici.

Gino Strada sull’Afghanistan era stato chiaro, anzi chiarissimo, nel porsi contro questa guerra.
Ma
molti di noi non hanno avuto quel coraggio di dire le cose in modo scomodo e sgradevole, come sapeva dirle lui. Avevamo troppa paura di essere definiti talebani e non abbiamo fatto abbastanza nel perseguire la fine della guerra.
E così la guerra è stata fermata non sull’onda di una battente campagna di opinione pacifista ma sulla base di una valutazione realistica fatta dagli Stati Uniti, condotta a termine da Joe Biden che ha deciso quel ritiro che Fassino e D’Alema hanno sempre ritenuto un tabù.

La nostra voce di pacifisti non è stata forte, doveva esserlo di più. Eanche oggi non è che sia bellissimo trovare la firma di Piero Fassino su appelli co-firmati da autorevoli associazioni pacifiste.
Ecco come Fassino si opponeva al ritiro e “valutava” l’uso delle bombe in Afghanistan: «quello delle bombe è un aspetto che deve essere esaminato e valutato da chi ha le competenze, cioè dai vertici delle Forze Armate e di chi ha il comando operativo in quell’area». (L’Unità, 12 ottobre 2010)

Non abbiamo chiesto con la sufficiente determinazione la fine della missione in Afghanistan e per non averla chiamata con il suo nome: occupazione militare. A cui si sono accompagnate condizioni di detenzione vergognose, fuori dai principi della Convenzione di Ginevra, Guantanamo in primis.
Sono stati violati i diritti umani più e più volte (lo ha documentato l’ONU) ma per molti era la nostra una missione di civiltà.
E’ stata messa in atto in questi anni una persecuzione terribile verso chi ha rivelato segreti militari per raccontare la verità della guerra: Assange, Manning, Snowden.
E non lo è stata, perché alzare la voce significava essere posti ai margini della vita pubblica, con la terribile accusa di essere un fiancheggiatore dei terroristi. E’ stata fatta un’enorme confusione fra talebani e terroristi. Questo è ciò che è avvenuto.
La fine di vent’anni di guerra e di menzogne è oggi una liberazione, è un evento, ed è un evento positivo.
I talebani hanno resistito ad un’occupazione militare.
Il collasso in pochi giorni del regime fantoccio – creato dagli Stati Uniti e dalla NATO – pone fine a venti anni di bugie e di illusioni.

La post-verità sull’Afghanistan

La post-verità (post-truth) è la costruzione di una visione della realtà in cui i fatti verificabili (in questo caso, quelli  sull’Afghanistan) diventano secondari. La verità oggi viene considerata una questione di secondaria importanza, e così anche i fatti.
Secondo l’ Accademia della Crusca: “Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali”. the afghanistan papers
Sull’Afghanistan è stata costruita un post-verità
. I più sprovveduti hanno vissuto di illusioni, in attesa di un miglioramento dell’Afghanistan grazie alla missione NATO, i più maliziosi hanno alimentato quelle illusioni con un mare di menzogne costruite a tavolino, come documentano i documenti desecretati di recente: gli Afghanistan Papers.

Oggi è venuto il momento di riscattarci per quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.
E oggi che cosa possiamo fare?
Riportare al centro l’ONU, dopo il fallimento della NATO.
Occorre prima di tutto essere chiari: la strategia dell’Occidente non può essere quella di destabilizzare l’Afghanistan per una sorta di rivincita. Destabilizzare l’Afghanistan significa favorire la crescita del terrorismo dell’ISIS che cerca – lo si è visto con i recenti attentati – di puntare alla destabilizzazione dell’Afghanistan per insediarsi pericolosamente.

Quello che dobbiamo chiedere all’Afghanistan è la fine delle coltivazioni di oppio che hanno fatto dell’Afghanistan un narcostato, e su cui gli occupanti occidentali hanno chiuso un occhio. E’ un tumore economico che alimenta una metastasi mondiale a cui occorre porre rimedio.
L’altro nemico è la povertà, che favorisce la misera condizione della donna e la sua mancata emancipazione. E qui occorre una forte pressione perché il nuovo governo apra spiragli di novità rispettando le promesse fatte nella prima conferenza stampa sui diritti umani.

Un altro grande nemico è la guerra, che anche l’Italia ha alimentato. Abbiamo puntato su ciò che creava il problema e non sulla sua soluzione. Il rapporto con il nuovo governo afghano deve essere improntato sulla pace, oltre che sul rispetto dei diritti umani fondamentali.

Occorre cambiare strada e noi, come pacifisti, possiamo avere la voce libera per indicare una strada che vada nell’interesse del popolo afghano e non delle lobby militari che in questi venti anni hanno dominato la scena.
E, come gesto simbolico ma concreto, possiamo e dobbiamo esigere la chiusura della prigione di Guantanamo. Perché il medioevo è lì.
Se ai talebani va chiesto il rispetto dei diritti umani, come è giusto che sia, occorre che l’esempio parta da noi, chiedendo agli Stati Uniti la chiusura della prigione di Guantanamo, simbolo della violazione occidentale dei diritti umani [vedi Campagna Guantanamo di peacelink]

Nota: questo articolo è già uscito sul sito di Peacelink il 27.08.2021

In copertina: Soldato americano in Afghanistan (licenza Creative Commons)

Israele frutto amaro

Israele. Bisogna stare attenti ad esprimere un’opinione fortemente critica verso un governo che è l’espressione di uno Stato, quando questo Stato costituisce il frutto (amarissimo) di una pianta del risarcimento per la cattiva coscienza dell’Occidente nei confronti della più atroce, sistematica e pianificata strategia di distruzione di un popolo: quello ebraico. Strategia nata e prosperata nel cuore dell’Europa. Stato risarcitorio piazzato a tavolino, nel 1947, con risoluzione delle Nazioni Unite concretizzatasi in una spartizione da cartina geografica tra la Palestina (sotto protettorato inglese) e il nuovo stato di Israele, sulla terra di una ipotetica (e dall’esistenza mai dimostrata) “Grande Israele”, tra la Siria, il Libano, La Giordania e l’Egitto, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che Israele ha progressivamente occupato, espropriando terreni, cacciando dalle proprie case le famiglie residenti, prevalentemente arabe, che già abitavano quelle terre, con una politica di espansione militare e violenta ispirata alla dottrina sionista.

Bisogna stare attenti, perché parlare contro Israele è percepito ancora come un tabù, come se essere antisionisti significasse essere antisemiti. Allora, ad evitare equivoci, conviene usare le parole di un semita.

“I nazisti mi hanno fatto provare la paura di essere ebreo, e gli israeliani mi hanno fatto provare la vergogna di essere ebreo”
Israel Shahak

L’ACQUA IN BORSA? NO GRAZIE
firma l’appello contro la speculazione sull’acqua bene comune

APPELLO
Quotazione in Borsa dell’acqua: NO grazie

Noi sottoscritte/i ci uniamo alla denuncia del Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua Pedro Arrojo-Agudo che l’11 dicembre scorso ha espresso grave preoccupazione alla notizia che l’acqua, come una qualsiasi altra merce, verrà scambiata nel mercato dei “futures” della Borsa di Wall Street. L’inizio della quotazione dell’acqua segna un prima e un dopo per questo bene indispensabile per la vita sulla Terra.
Si tratta di un passaggio epocale che apre alla speculazione dei grandi capitali e alla emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese ed è una grave minaccia ai diritti umani fondamentali.
L’acqua è già minacciata dall’incremento demografico, dal crescente consumo ed inquinamento dell’agricoltura su larga scala e della grande industria, dal surriscaldamento globale e dai relativi cambiamenti climatici. E’ una notizia scioccante per noi, criminale perché ucciderà soprattutto gli impoveriti nel mondo.
Secondo l’ONU già oggi un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e dai tre ai quattro miliardi ne dispongono in quantità insufficiente. Per questo già oggi ben otto milioni di esseri umani all’anno muoiono per malattie legate alla carenza di questo bene così prezioso.
Questa operazione speculativa renderà vana, nei fatti, la fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua e, nel nostro paese, rappresenterà un ulteriore schiaffo al voto di 27 milioni di cittadine/i italiane/i che nel 2011 si espressero nel referendum dicendo che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene.
Se oggi l’acqua può essere quotata in Borsa è perché da tempo è stata considerata merce, sottoposta ad una logica di profitto e la sua gestione privatizzata. Per invertire una volta per tutte la rotta, per mettere in sicurezza la risorsa acqua e difendere i diritti fondamentali delle cittadine/i
CHIEDIAMO al Governo italiano di:
• prendere posizione ufficialmente contro la quotazione dell’acqua in borsa;
• approvare la proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) in discussione presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati;
• sottrarre ad ARERA le competenze sul Servizio Idrico e di riportarle al Ministero dell’Ambiente;
• di investire per la riduzione drastica delle perdite nelle reti idriche;
• di salvaguardare il territorio attraverso investimenti contro il dissesto idrogeologico;
• impedire l’accaparramento delle fonti attraverso l’approvazione di concessioni di derivazione che garantiscano il principio di solidarietà e la tutela degli equilibri degli ecosistemi fluviali.
#acquainborsaNOgrazie

Per firmare l’appello, clicca a questo link [Qui]

CONTATORE: alle ore 23,00 del 7 febbraio avevano firmato in 8.703

FORUM ITALIANO MOVIMENTI PER L’ACQUA

PAESE CHIUSO, FABBRICHE D’ARMI APERTE.
La furia del virus illustra la follia della guerra

Il Segretario Generale dell’ONU chiede “un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo.
È ora di fermare i conflitti armati e concentrarsi, tutti, sulla vera battaglia delle nostre vite”. António Guterres ricorda “Il nostro mondo fronteggia un comune nemico: Covid-19. Al virus non interessano nazionalità, gruppi etnici, credo religiosi. Li attacca tutti, indistintamente. Intanto, conflitti armati imperversano nel mondo. E sono i più vulnerabili – donne e bambini, persone con disabilità, marginalizzati, sfollati – a pagarne il prezzo e a rischiare sofferenze e perdite devastanti a causa del Covid-19. Non dimentichiamo che nei Paesi in guerra i sistemi sanitari hanno collassato e il personale sanitario, già ridotto, è stato spesso preso di mira. Rifugiati e sfollati a causa di conflitti sono doppiamente vulnerabili. La furia del virus illustra la follia della guerra”.
Il segretario parla come sempre dovrebbe parlare e agire l’ONU. E’ nata per questo organizzazione: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…”.
I grandi e più che potenti, sono infatti prepotenti, non lo ascoltano. Neppure noi.
l decreto ferma le industrie non essenziali, non quelle che producono armi 
 per continuare i massacri.
Si ferma l’economia civile ma quella incivile continua a lavorare.
di Daniele Lugli

STOP ALLE FABBRICHE D’ARMI: IL TESTO DELL’APPELLO

Governo e Covid-19. È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. La pubblicazione del Decreto della Presidenza del Consiglio relativo alle più recenti (e dure) limitazioni a causa del coronavirus, in particolare per le attività produttive, ha riservato una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate viene infatti prevista la possibilità per l’industria della difesa di rimanere operativa, mentre invece la grande maggioranza delle aziende deve rimanere chiusa.
Sembra davvero che l’industria militare sia intoccabile, e che il governo Conte consideri la produzione di sistemi d’arma tra le attività strategiche e necessarie. Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l’insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell’industria delle armi.
È incomprensibile come il governo non abbia il coraggio di ordinare questo stop, se addirittura il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, ha dichiarato: «Fino a poco tempo fa era considerata strategica l’industria bellica, adesso abbiamo capito che non ce ne frega niente, meglio avere una provetta, un respiratore».
Positive sono state le immediate reazioni dei sindacati, che hanno condotto a diversi scioperi spontanei anche in aziende a produzione militare, a testimonianza del fatto che sempre più spesso sono lavoratori e lavoratrici i primi a vedere chiaramente quali dovrebbero essere le scelte più utili per il Paese. Perché da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno determinato la riduzione degli investimenti sanitari (passati dal 7% del Pil al 6,5%) mentre lievitava una spesa militare ormai stabilmente oltre l’1,4%.
Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che nonviolenta (e quindi di disarmo). Ma cosa c’entra la nonviolenza con l’emergenza sanitaria da Covid-19? C’entra, eccome, perché è scelta non solo etica e morale. La politica della nonviolenza ha senso pieno proprio oggi; «altrimenti non so che farmene», diceva Gandhi, che la pensava come strumento per trovare il pane per gli affamati, come oggi dobbiamo trovare posti letto per i malati.
È una nonviolenza che ha radici antiche. Pensiamo a Raoul Follerau che chiedeva a gran voce «il costo di un giorno di guerra per la pace» o ad Albert Schweitzer che già all’inizio del Novecento comprese il legame stretto tra spese militari e investimenti in salute. Fino a ieri sembravano due sognatori utili solo per farne santini da parrocchia, ma hanno invece anticipato di un secolo quel che oggi, messi al muro dall’evidenza, anche governanti europei sovranisti sono costretti ad ammettere: meglio avere un respiratore automatico in più, e una bomba o un missile in meno.
È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’Onu, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale.
È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre l’impatto della pandemia sarà ancora più devastante.
Per questo l’impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Si tratta dell’obiettivo politico principale della Campagna per la «Difesa civile, non armata e nonviolenta». Quando diciamo: «Un’altra difesa è possibile», significa che è necessario e ormai inderogabile invertire la rotta. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi.
Mao Valpiana  Presidente del Movimento Nonviolento
Francesco Vignarca  Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo

Pubblicato il 24.03.2020 alle ore 23:59

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le incongruenze di un Paese: Educazione civica e Agenda 2030

C’è una sostanziale inscindibilità tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, e l’istruzione permanente, vale a dire un apprendimento che accompagna l’intero arco della vita delle persone.
Non so se di questo fossero consapevoli gli estensori della Legge n. 92, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20 agosto scorso, con la quale si reintroduce l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado del nostro paese.
Tra i temi che con il prossimo anno scolastico le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovranno studiare c’è appunto questo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Nutro il sospetto che il legislatore avesse una consapevolezza approfondita dei contenuti di questa Agenda, forse più affascinato dagli obiettivi della sostenibilità che interessato a conoscere effettivamente le pratiche richieste per la loro realizzazione dai diversi soggetti promotori dell’Agenda, dall’Onu all’Unesco.
Questo potrebbe diventare un terreno molto sdrucciolevole per la credibilità e l’efficacia formativa dell’Educazione civica come materia, dico subito perché e vedrò di spiegarlo meglio di seguito.
L’Agenda 2030 avendo un obiettivo proiettato nel tempo costituisce un lavoro in progress, per questo studio e riflessione dei suoi contenuti richiederebbero di ritrovare poi una corrispondenza in quanto si va costruendo nell’ambiente sociale in cui le nostre ragazze e i nostri ragazzi sono immersi.
L’Agenda 2030, come sappiamo, si propone di assicurare ambienti di vita sostenibili per le generazioni presenti e per quelle future, ha come obiettivi, tra gli altri, di assicurare un’istruzione di qualità, promuovendo opportunità di apprendimento permanente a partire dal governo delle città.
Nel nostro paese di Città che Apprendono, di Città della Conoscenza non se ne parla, fatta eccezione per rari casi che si contano sulle dita di una mano. E già qui si pone il problema della coerenza tra ciò che pretendiamo che i nostri ragazzi studino e i luoghi che abitano.
Del ruolo delle città, in particolare delle città che apprendono, le “learning cities”, nel perseguire gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile se ne è parlato in conferenze internazionali con la partecipazione di sindaci, amministratori di città di tutto il mondo, dirigenti scolastici, esperti di apprendimento, rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, di settori privati, di organizzazioni regionali, internazionali e della società civile, a cui dubito che l’Italia abbia mai partecipato: Pechino nel 2013, Città del Messico nel 2015, Cork, in Irlanda, nel 2017. Dal primo al tre ottobre se ne parlerà nuovamente a Medellín, in Colombia.
Conferenze che si sono sempre concluse con Dichiarazioni nelle quali viene ribadito il ruolo centrale dell’apprendimento permanente come motore della sostenibilità ambientale, sociale, culturale ed economica.
Le città che apprendono sono per l’Onu e l’Unesco lo strumento principe per la realizzazione concreta degli obiettivi posti da qui al 2030 dall’Agenda, ora anche oggetto di studio nelle nostre scuole.
Ma la prima incongruenza nasce dal constatare che nessuno dei nostri governi nazionali, fino ad oggi, ha fornito le condizioni fondamentali e le risorse sufficienti per costruire città che apprendono capaci di promuovere inclusione e crescita.
L’idea di educazione permanente praticata nel nostro paese è a dir poco obsoleta, modellata com’è su una concezione dell’istruzione ancorata a categorie del secolo scorso.
Non solo oggi è necessario che l’educazione permanente pervada tutta la vita delle persone, ma anche l’intero impianto del sistema formativo del paese.
Ora è il governo della città a costituire il fattore chiave per sbloccare tutto il potenziale della comunità urbana, attraverso l’importanza dell’apprendimento permanente, per assicurare ambienti di vita sostenibili alle generazioni presenti e future.
Ma anche qui parliamo il linguaggio della luna. Se le nostre città non provvedono a divenire città che apprendono sarà proprio lo studio dell’Agenda 2030, nell’ambito dell’educazione civica, a far scoppiare le contraddizioni, che già le giovani generazioni con Greta denunciano.
Eppure si potrebbe fare se solo attori pubblici e privati, settori delle città e delle comunità, compresi istituti di istruzione superiore e di formazione, nonché i rappresentanti dei giovani si riunissero in partenariato per promuovere l’apprendimento permanente a livello locale al fine di garantire che tutte le generazioni siano coinvolte nel processo di crescita della città che apprende.
Gli strumenti non mancano, dalla rete Unesco delle città che apprendono alla Dichiarazione di Città del Messico del 2015 che fornisce una lista di controllo completa dei punti di azione per migliorare e misurare il progresso delle città che apprendono.
La cosa stravagante del nostro paese è che tante sono le nostre città riconosciute come patrimonio dell’Unesco, ma nessuna di loro aderisce alle Rete delle “Learning cities” dell’Unesco, né, tanto meno, è impegnata a perseguirne gli obiettivi, a partire dalla città in cui vivo secondo l’adagio latino: nemo propheta in patria.
È probabile che dovremo attendere la generazione degli amministratori istruiti alla scuola della nuova Educazione civica, forse entro il 2030 ce la faremo.

La stella cadente

E’ sempre complicato intravedere il momento esatto – perché c’è quel momento, esiste, ma di solito ce ne accorgiamo sempre in ritardo – quando un astro ascendente inverte la rotta. Quando un cavallo vincente si trasforma in un probabile perdente.
Notte di San Lorenzo o meno, non è facile beccare in flagrante la caduta di una stella. Eppure…
A me sembra – e mi prendo tutta la responsabilità di azzardare questo pronostico – che la storia di Matteo Salvini, l’uomo nuovo e grande regista della nuova Lega, sia oggi arrivata a un punto di svolta. Drammatico e inaspettato. Dopo aver raggiunto lo zenit dei consensi, il leader maximo sta forse per imboccare la parabola discendente. Non è ancora il viale del tramonto – il suo partito incasserà dalle urne un cospicuo dividendo elettorale – ma in questi ultimi giorni qualcosa si è spezzato. Il suo bel giocattolo si è rotto. Basta guardare la sua faccia, sempre meno tranquilla, i suoi occhi inquieti, le sue parole sempre più secche, per capire come la sua capacità animale di parlare e interpretare il ventre molle del popolo italiano sia venuta meno. Le contestazioni di piazza, gli striscioni pieni di ironia, l’onda negativa che monta sui suoi amati social sono una plastica conferma di un incipiente declino.

Che è successo? Per non perdermi in ragionamenti tra il politico e il sociologico, ho girato la domanda a un vecchio amico, contadino di professione da più di cinquant’anni, ricevendone una risposta disarmante, tanto semplice quanto saggia: “Prima io lo ascoltavo, ma adesso ha proprio esagerato”.
Matteo Salvini, prima di andare al governo, e anche dopo, ha scelto di puntare tutto su un ambo secco, su due soli numeri della roulette mediatica. Sull’Europa ladrona e sulla sicurezza. L’Europa, la sua moneta e i suoi burocrati, affamavano l’Italia. I profughi, gli immigrati, gli zingari, rubavano il pane agli italiani. “Prima gli italiani” è stato uno slogan che ha fatto breccia in un Paese impoverito dalla crisi e dove l’opposizione politica e sindacale si era liquefatta. Gli italiani avevano mal di pancia, e quella pancia vuota, quel diffuso disagio sociale ed economico vedeva nella ricetta Salvini una sorta di riscatto.
La battaglia contro i ‘poteri forti’ sembrava funzionare: anche quando la Lega, andando al governo, era diventata essa stessa un potere forte. E funzionava anche ‘la linea del Piave’, l’esibizione della fermezza e dei suoi simboli: i porti chiusi e la ruspa sui campi nomadi. Si moltiplicavano i capri espiatori e i traditori della patria: le ong diventavano, prima complici degli scafisti, poi scafisti esse stesse. Così il sindaco Lucano andava perseguito. Così anche la magistratura diventava complice del complotto contro Matteo Salvini: lui, unico paladino della autarchica sicurezza.

Da qui l’escalation. Quando anche anche l’Onu si è permessa di criticare il suo Decreto in-Sicurezza, Matteo Salvini ha sbeffeggiato l’Onu. E quando Papa Francesco ha ripetuto i suoi appelli all’accoglienza, anche per lui ha usato parole sprezzanti.
Ma Salvini vuole, deve alzare il tiro. Quando qualche giorno fa, nel grande comizio-flop di Milano cui aveva invitato i leader populisti e xenofobi di tutta Europa, ha baciato la statuetta della Madonna in una sorta di casareccio Gott mit uns, la stella di Salvini ha fatto un vero e proprio capitombolo. Tutto il mondo cattolico, nelle sue mille voci, lo ha attaccato duramente per aver usato per bassi scopi elettoralistici un simbolo sacro. E sono piovute le critiche: dal Segretario di Stato del Vaticano Parolin, a ‘Famiglia Cristiana’, a ‘Civiltà Cattolica’. E naturalmente il quotidiano ‘Avvenire’, insieme a tutti gli altri organi di stampa.

Ha proprio ragione il mio amico contadino: Salvini ha esagerato.
Non so se l’abbia fatto senza accorgersene, preso dalla foga del suo credo propagandistico. O, al contrario, perché si sia accorto lui stesso che il vento stava cambiando – che le pance incominciavano a collegarsi ai cervelli – e abbia deciso quello che fanno tutti i giocatori incalliti che, dopo una lunga striscia vincente, incominciano inesorabilmente a perdere, puntata su puntata: e allora non riescono a far altro che alzare la posta, all’infinito. O la va o la spacca.
Il 26 maggio Matteo Salvini uscirà probabilmente vittorioso. Ma non abbastanza. Non come pensava e sperava. Perché per lui l’ombra del declino sarà già arrivata. Non per questo sarà meno pericoloso. Chi ha paura di perdere tutto, di solito non si ritira. Anzi, può scegliere di battere una via diversa, una strada che non ha più nulla a che fare con la democrazia.

In copertina: illustrazione di Carlo Tassi

Prima di Greta ci fu Suzuki: ecco il suo discorso all’Onu in difesa del pianeta

Prima di Greta ci fu Severn: Severn Suzuki, una bambina canadese che il 22 marzo 1992 parlò davanti all’assemblea dell’Onu in occasione del Word water day. Aveva 12 anni, allora, la piccola Severn, e non fu meno efficace della ormai celebre Greta Thunberg ad esporre dinanzi ai rappresentanti delle Nazioni unite, riuniti in Brasile, le ragioni sostenute da un gruppo di suoi coetanei, in particolare per sensibilizzare i delegati sui temi della fame nel mondo, dell’ambiente (già allora vi era l’allarme destato dal buco nell’ozono) e la necessità della salvaguardia di tutte le creature animali insidiate dall’inquinamento e dai rischi di estinzione.

Allora, come ora per Greta, grandi apprezzamenti, tanta emozione, molte promesse. Ma poi, nulla di fatto… tutto svanì sotto la coltre dell’ipocrisia che sempre cela la difesa dell’interesse dominante: quello di sua maestà il profitto. Si ripeterà la storia?

Ecco il testo integrale del suo discorso:

“Buonasera, sono Severn Suzuki e parlo a nome di Eco (Environmental Children Organization). Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte, Vanessa Suttie, Morgan Geisler, Michelle Quaigg e me. Abbiamo raccolto da noi tutti i soldi per venire in questo posto lontano 5000 miglia, per dire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo di agire.Venendo a parlare qui non ho un’agenda nascosta, sto lottando per il mio futuro. Perdere il mio futuro non è come perdere un’elezione o alcuni punti sul mercato azionario. Sono a qui a parlare a nome delle generazioni future. Sono qui a parlare a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Sono qui a parlare per conto del numero infinito di animali che stanno morendo nel pianeta, perché non hanno più alcun posto dove andare. Ho paura di andare fuori al sole perché ci sono dei buchi nell’ozono, ho paura di respirare l’aria perché non so quali sostanze chimiche contiene. Ero solita andare a pescare a Vancouver, la mia città, con mio padre, ma solo alcuni anni fa abbiamo trovato un pesce pieno di tumori. E ora sentiamo parlare di animali e piante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono per sempre. Nella mia vita mia ho sognato di vedere grandi mandrie di animali selvatici e giungle e foreste pluviali piene di uccelli e farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vedere tutto questo.
Quando avevate la mia età, vi preoccupavate forse di queste cose? Tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi e ciò nonostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizione tutto il tempo che vogliamo e tutte le soluzioni. Io sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedo se siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi. Non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c’è un deserto. Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo. Qui potete esser presenti in veste di delegati del vostro governo, uomini d’affari, amministratori di organizzazioni, giornalisti o politici, ma in verità siete madri e padri, fratelli e sorelle, zie e zii e tutti voi siete anche figli. Sono solo una bambina, ma so che siamo tutti parte di una famiglia che conta 5 miliardi di persone, per la verità, una famiglia di 30 milioni di specie. E nessun governo, nessuna frontiera, potrà cambiare questa realtà.
Sono solo una bambina ma so e dovremmo tenerci per mano e agire insieme come un solo mondo che ha un solo scopo. La mia rabbia non mi acceca e la mia paura non mi impedisce di dire al mondo ciò che sento. Nel mio paese produciamo così tanti rifiuti, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, e tuttavia i paesi del nord non condividono con i bisognosi. Anche se abbiamo più del necessario, abbiamo paura di condividere, abbiamo paura di dare via un po’ della nostra ricchezza. In Canada, viviamo una vita privilegiata, siamo ricchi d’acqua, cibo, case abbiamo orologi, biciclette, computer e televisioni. La lista potrebbe andare avanti per due giorni.
Due giorni fa, qui in Brasile siamo rimasti scioccati, mentre trascorrevamo un po di tempo con i bambini di strada. Questo è ciò che ci ha detto un bambino di strada: “Vorrei essere ricco, e se lo fossi vorrei dare ai bambini di strada cibo, vestiti, medicine, una casa, amore ed affetto”. Se un bimbo di strada che non ha nulla è disponibile a condividere, perché noi che abbiamo tutto siamo ancora così avidi? Non posso smettere di pensare che quelli sono bambini che hanno la mia stessa età e che nascere in un paese o in un altro fa ancora una così grande differenza; che potrei essere un bambino in una favela di Rio, o un bambino che muore di fame in Somalia, una vittima di guerra in medio-oriente o un mendicante in India.
Sono solo una bambina ma so che se tutto il denaro speso in guerre fosse destinato a cercare risposte ambientali, terminare la povertà e per siglare degli accordi, che mondo meraviglioso sarebbe questa terra! A scuola, persino all’asilo, ci insegnate come ci si comporta al mondo. Ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari. Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare? Non dimenticate il motivo di queste conferenze, perché le state facendo? Noi siamo i vostri figli, voi state decidendo in quale mondo noi dovremo crescere. I genitori dovrebbero poter consolare i loro figli dicendo: “Tutto andrà a posto. Non è la fine del mondo, stiamo facendo del nostro meglio”. Ma non credo che voi possiate dirci più queste cose. Siamo davvero nella lista delle vostre priorità? Mio padre dice sempre siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo. Ciò che voi state facendo mi fa piangere la notte. Voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole.”

(con la collaborazione di Andrea Cirelli)

 

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

Le migrazioni come arma strategica sulla scacchiera internazionale

Le migrazioni hanno sempre accompagnato lo sviluppo della civiltà umana, spesse volte comportando grandi violenze e sconvolgimenti tali da rimanere nella memoria dei popoli. A volte esse hanno causato la distruzione di intere culture, come nel caso dei nativi americani vittime dell’invasione europea, altre volte hanno condotto ad integrazioni che sono sfociate nella creazione di nuove identità sociali, grandi imperi, nuove alleanze e nazioni. Molte sono le cause che le hanno prodotte, ma tra di esse, si trova sempre la questione demografica, un tema che s’intreccia con lo stato dell’ambiente (siccità, alluvioni), con le relazioni tra popoli ed etnie (guerre e violenze), con l’abbondanza o la scarsità delle risorse che consentono la soddisfazione dei bisogni fondamentali, con le culture dei popoli coinvolti.

Da sempre questi flussi di persone, che si muovono in cerca di nuovi spazi da assoggettare e di migliori opportunità, oppure che fuggono da condizioni limitanti o vengono esplicitamente chiamati da paesi che abbisognano di manodopera, rappresentano un problema ed una sfida per i gruppi stanziali che occupano i territori di transito e di destinazione. La cifra di questo problema dipende direttamente dal numero, oltre che dall’ampiezza delle diversità culturali coinvolte; all’aumentare del numero aumentano drasticamente i soggetti istituzionali coinvolti nel processo e gli interessi che essi rappresentano. Per flussi numericamente ridotti sono interessi piccoli e di breve periodo, che coinvolgono gli attori minori e che vengono assorbiti dalla società senza traumi; per grandi flussi si tratta di grandi interessi, che coinvolgo gli attori più forti impegnati nella competizioni geopolitica, con ricadute imprevedibili nel medio e lungo periodo.
Lungi dall’essere solamente semplici comportamenti aggregati di scelte individuali, le grandi migrazioni, oggi come nel passato, sono anche una variabile strategica nella politica delle potenze che giocano qualche ruolo sul palcoscenico della storia. Semplicemente, gli Stati (con i loro apparati pubblici e riservati), le grandi aggregazioni sovranazionali (Ue, Onu, Nato etc), le imprese multinazionali, il mondo della finanza (Banca Mondiale, grandi banche, fondi pensione etc.), le grandi reti del crimine organizzato, i partiti delle democrazie occidentali, le Ong e le grandi associazioni di rappresentanza, le Chiese, non possono essere indifferenti rispetto a fenomeni che hanno ed avranno un fortissimo impatto sulle opinioni dei cittadini, sull’economia e sull’identità stessa delle nazioni. Ognuno di questi attori ha, nel grande gioco delle migrazioni, una posta in gioco, qualcosa da perdere o da guadagnare: per alcuni la posta è rappresentata dai voti, per altri dalla legittimazione, per altri ancora dal controllo di risorse chiave, per quasi tutti dal denaro, molto denaro. Le migrazioni sono dunque (anche) una risorsa strategica che può essere ed è usata, cinicamente, come un arma da diversi attori coinvolti nel gioco geopolitico locale e globale. Svelare questi giochi non è facile e spesso suscita le ire di quanti hanno pronte soluzioni facili e preconfezionate.

La parabola di Gheddafi è da questo punto di vista particolarmente significativa; il leader libico rovesciato ed assassinato nell’ottobre 2011, proprio usando questo tipo di arma era riuscito, nel 2004, a far revocare le sanzioni verso la Libia, garantendo in cambio l’aiuto nella gestione dei flussi migratori. Più volte aveva ammonito l’Europa minacciando, in caso di attacchi, un apertura delle frontiere che avrebbe causato un’invasione. Che non si trattasse di un bluff lo dimostrano ampiamente gli accadimenti seguenti alla sua caduta, ed appare oggi francamente impossibile pensare che gli attaccanti non avessero previsto questo esito catastrofico tra i possibili scenari del dopo regime. Restano le cause tutte da indagare e, soprattutto, resta il flusso migratorio che ora è un arma in mano ad attori e a interessi che nessuno ha voglia di svelare: in un quadro che non si comprende affatto, una sola cosa è chiaria dal punto di vista strategico, ovvero che l’Italia è il bersaglio diretto (target) di una strategia emergente che (morto Gheddafi) appare priva di regia e di responsabilità, ovvero che può essere ridotta alla sommatoria di singoli atti di persone in fuga.
Eppure, l’uso delle migrazioni come arma da parte di stati non in grado di possedere costose armi militari, tecnologiche o finanziarie contro avversari molto più forti, è ben documentato anche da autorevoli studi: ben noto è il tentativo (fallito) che ne fece Milosevic durante la guerra nei Balcani, tentando di usare le popolazioni in fuga dal Kossovo contro la comunità internazionale degli aggressori; e più noto ancora l’uso, riuscito, che ne fece a più riprese Fidel Castro contro gli Stati Uniti o quello dell’Albania verso l’Italia nei primi anni novanta.
E vero però che l’aspetto globale delle migrazioni di oggi sembra più complesso rispetto a quello tipico dello scontro tra poche entità statali organizzate che, nel mondo globalizzato (ad esclusione di poche grandi potenze) diventano sempre più deboli, mentre si rafforzano sempre di più i nuovi attori (in primis le multinazionali e le forze finanziarie globali). In tale situazione diventa sempre più difficile ricostruire la trama delle grandi migrazioni, comprenderne il senso, mentre forte diventa il rischio della semplificazione faziosa. Resta però il fatto certo che le persone partono da un luogo, che sta sempre sotto il dominio di un’entità statuale organizzata (origine), transitano (a volte) per territori sottoposti all’autorità di altri stati, per arrivare infine ad una destinazione soggetta all’autorità di un altro Stato sovrano. Poiché tutti gli Stati hanno tra loro relazioni diplomatiche basate su accordi e negoziati che consentono di intrattenere scambi commerciali ed economici, sembra quanto meno improbabile che proprio il tema dello scambio migratorio tra stati di origine e di destinazione non venga trattato come prioritario. Sfugge allora il motivo per cui, restando all’Italia, si continui a parlare della sinistrata Libia come soluzione per fermare il traffico di esseri umani, e non vengano posti al centro dell’attenzione i rapporti diretti con i paesi di origine (per l’Italia soprattutto quelli sub sahariani) ben sapendo, ad esempio, che i traffici con la Nigeria comportano sia la percentuale più grande di migranti che arrivano sulle nostre coste, che la mega-tangente da un miliardo di euro pagata da Eni ai politici e dirigenti di quel paese assai corrotto.

Resta il fatto che, per i paesi di origine dei flussi, l’uso di masse migranti può essere l’arma più potente che hanno a disposizione. Una volta compreso il meccanismo, la minaccia e la pratica delle migrazioni può essere applicata in molti modi diversi per ottenere scopi politici non altrimenti raggiungibili. Essa infatti può essere usata come minaccia e deterrente contro intrusioni ed attacchi da parte dei paesi più forti; può essere impiegata per negoziare vantaggi facendo pesare il rischio morale di una catastrofe umanitaria. L’apertura più o meno ufficiale delle porte di uscita può essere usata come meccanismo interno per espellere gruppi non allineati al regime dominante, per allontanare legalmente soggetti e gruppi non graditi che gravano sui costi interni quali carcerati, criminali e nullafacenti; può servire per rafforzare meccanismi di pulizia etnica o per orientare i tanti scontri tribali ed etnici che caratterizzano i paesi del (fu) terzo mondo. Per gli attori non statuali (ovvero non riconosciuti come tali) può addirittura servire per infiltrare persone fedeli e creare teste di ponte in vista di scopi terroristici.

Tra i paesi di destinazione, le democrazie occidentali (in particolare europee), che si sentono depositarie di nobili principi umanitari, sono bersagli particolarmente sensibili a questi strategie; esse infatti sono esposte con grande facilità alla possibilità del ricatto morale che si annida nella drammatica discrepanza tra la retorica dei nobili principi professati e la prassi cruda della politica internazionale e globale, basata sulla competizione e sulla pratica delle alleanze interessate. L’esistenza di maggioranze e minoranze politiche che, intorno alle differenti interpretazioni di tali principi, hanno strutturato le loro identità e il loro bacino di voto, rappresenta il contesto in assenza del quale simili strategie non potrebbero essere applicate con speranza di successo.

Non stupisce dunque che il fenomeno migratorio sia diventato un tema esplosivo attorno al quale nascono contrapposizioni feroci e si intrecciano interessi inconfessabili insieme ai buoni intendimenti. Non stupiscono le reticenze e le difese e le condanne a prescindere dai fatti che, troppo spesso, vengono rappresentati in funzione di precisi obiettivi comunicativi e sovente sfumano in mere opinioni fondate sul pregiudizio.
Sullo sfondo resta inquietante il tema demografico caratterizzato dai tassi di crescita insostenibili dei paesi da cui parte il grosso dei migranti; aleggia lo spettro della paura che sempre più si diffonde tra i cittadini degli strati meno tutelati e più deboli dei paesi di destinazione; e permane, refrattaria ad ogni critica e insensibile ad ogni fallimento, l’ideologia dominante col suo modello di sviluppo illimitato basato su una spietata competizione. Nessuno in fondo sembra volere aiutare davvero i paesi di origine a diventare più indipendenti, in modo che possano costruire apparati statali più forti e meno corrotti, che siano in grado di mettere a punto politiche sociali capaci di garantire un minimo di giustizia e di equità: condizione indispensabile per sanare gli enormi dislivelli di ricchezza e aggredire seriamente i problemi di sovrappopolazione, caos sociale e povertà endemica che stanno alla base delle migrazioni attuali.

IL LIBRO
Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Costituzione e nessuno vi ha mai detto
L’avvocato Palma: “Vi racconto lo stupro della Carta degli italiani”

“Le mie intenzioni sono quelle di divulgare – con un linguaggio comprensibile a tutti – gli aspetti di criticità tra la nostra Costituzione da un lato e i Trattati europei e la moneta unica dall’altro”. Ventuno libri: novelle, letteratura, storia e tanti riferimenti alla Costituzione e al diritto; ma anche articoli e interventi con cadenza pressoché giornaliera su tanti quotidiani online e cartacei. Dal blog scenarieconomici.it a La Verità, il Giornale, il Giornale d’Italia… passando per tante conferenze in giro per l’Italia. Così l’avvocato Giuseppe Palma si fa testimone dei valori della nostra carta costituzionale e delle implicazione connesse agli assetti economici.

In questo suo ultimo libro “La Costituzione, come nessuno l’ha mai spiegata”, che ci prepara ai 70 anni della nostra Carta, vuole riportare l’attenzione sulle promesse fatte da chi, come lei, si era impegnato per il No al referendum del 4 dicembre scorso. C’è ancora da fare? non siamo “fuori pericolo”?
No, purtroppo non siamo fuori pericolo, anzi, siamo in costante pericolo! Con la vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso dicembre abbiamo evitato sia la costituzionalizzazione del vincolo esterno Ue sia un assetto istituzionale privo di adeguati pesi e contrappesi. Ma il pericolo non è assolutamente scampato: la Costituzione è stata stuprata, nel 2012, con la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio. Occorre debellare quello scempio e dobbiamo vigilare sui futuri tentativi di stupro! Con questo mio nuovo libro spiego agli italiani, con un linguaggio semplicissimo, i principi inderogabili della nostra Costituzione, mettendovi a confronto gli obiettivi dell’Ue e dell’euro, evidenziandone i gravi aspetti di criticità.

Lei è anche il promotore di un disegno di revisione costituzionale presentato in Senato dalla senatrice Paola De Pin e che ho intervistato su queste stesse pagine (leggi). Vuole aggiungere qualcosa?
Con quel Ddl, che ho redatto tra dicembre e febbraio, propongo principalmente l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio e la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale con le due importantissime sentenze del 2007 e 2014. In pratica, propongo di ripristinare la Costituzione primigenia tipizzando la “linea del Piave” contro le illegittime intrusioni da parte della normativa europea ed internazionale confliggente con i Principi Fondamentali della Carta e i diritti inalienabili della persona.

Il suo libro ha tratti romantici e del resto l’autore si è ben dimostrato poeta avendo al suo attivo anche delle pubblicazioni di poesie. Mi sembra voglia colpire i cuori prima che la ragione.
Io nasco poeta. E’ la mia passione. Ho scritto una poesia anche in difesa della Costituzione, intitolata: “Una sigaretta con la più bella del mondo”, scritta la notte tra il 25 ed il 26 aprile 2016.

Da un punto di vista prettamente giuridico, di analisi della Carta Costituzionale, quale è l’obiettivo di questo libro?
Il mio ultimo libro si propone l’obiettivo di spiegare a tutti gli italiani i Principi Fondamentali della Costituzione, e di farlo in maniera diversa da come sono stati spiegati finora. Il tutto tenendo presenti i lavori preparatori dei Padri Costituenti, quindi le loro intenzioni autentiche. Inoltre, cerco di spiegare – sempre tenuto conto dei lavori dell’Assemblea Costituente – il rapporto impossibile tra Costituzione italiana e Trattati europei/moneta unica. Ricordatevi che le intenzioni dei Padri Costituenti, rinvenibili dai verbali dei lavori preparatori, sono fonte autentica di interpretazione della Costituzione. Se i tempi cambiano, sono i tempi che devono adeguarsi a quelle intenzioni, e non viceversa!

Ritorna sulla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio con l’articolo 81 che definisce “vile”
In realtà non se ne è mai andato. Il Parlamento inserì quella vigliaccata in Costituzione nel 2012, e da allora esiste ed è lì… fu un vero e proprio attentato alla Costituzione! Tra i più vili! Nel libro spiego perché fu una vigliaccata e perché il vincolo del pareggio di bilancio è incompatibile con i principi fondamentali.

Parla anche di un tema a lei caro, il rapporto tra Costituzione e Trattati Europei. Un rapporto difficile?
Un rapporto impossibile. Nel libro v’è spiegato tutto con metodo scientifico. I verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente non lasciano dubbi: le limitazioni di sovranità verso ipotesi federative a livello europeo furono messe ai voti e bocciate! Le limitazioni di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione vanno riferite – nelle intenzioni dei Patres – esclusivamente all’Onu, e al solo fine di evitare altre guerre! Il tutto in condizioni di reciprocità!

Da un punto di vista costituzionale la nostra presenza nell’euro è legittima? e nell’Unione Europea?
No, non lo è. Come Le dicevo prima, le limitazioni di sovranità di cui all’articolo 11 della Costituzione vanno riferite – nelle intenzioni dei Patres – esclusivamente all’Onu, e al solo fine di evitare altre guerre! Il tutto in condizioni di reciprocità!

Nel libro si parla di cosa è stato realmente respinto dal popolo in sede referendaria lo scorso 4 dicembre.
Si, esatto. L’obiettivo principale della riforma, come risulta dalla relazione del Governo Renzi, era quella di accelerare l’iter legislativo che consentisse l’ingresso più celere – all’interno del nostro ordinamento giuridico – della normativa europea.

In questo libro c’è qualcosa di Ferrara.
Sì, lo scorso 19 novembre sono stato a Ferrara e, dopo la mia conferenza una donna mi ha detto – in lacrime – di aver conosciuto quella sera cose che lei non sapeva. Nel libro l’ho citata come “la donna di Ferrara”, che, da quella stessa sera, ha iniziato ad interessarsi della più bella del mondo, la nostra Costituzione.

Il libro è acquistabile online in ebook direttamente dal sito della Key editore oppure attraverso una qualsiasi libreria on-line. A breve uscirà anche la versione cartacea, per informazioni è possibile consultare il blog dell’avv. Palma (vedi)

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Un’agenda per il futuro: ecosistemi sani di conoscenza

“Agenda Knowledge for Development” è il documento che l’Assemblea Generale dell’Onu ha pubblicato lo scorso marzo, dopo il Knowledge Cities World Summit celebrato nell’ottobre 2016 a Vienna e in attesa di quello che si terrà a giugno di quest’anno ad Arequipa in Perù.
Contiene gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile, per affrontare i problemi che sono di fronte alla comunità mondiale, dalla povertà, alla disuguaglianza di genere, al cambiamento climatico. Una agenda mondiale che per la prima volta mette insieme gli sforzi dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo in grado di influire sulle politiche e le pratiche di crescita da qui al 2030.
Nonostante ormai da tempo la conoscenza sia universalmente riconosciuta come il motore principale della crescita e dello sviluppo, paradossalmente, il potenziale di trasformazione e di creazione di valore basato sulla conoscenza rimane in gran parte inutilizzato. Questo accade perché non abbiamo modificato il nostro modo di pensare, la nostra scala di valori, precisamente perché continuiamo a guardare al mondo come se fosse quello di ieri, con la stessa cassetta degli attrezzi che ci ha lasciato l’era industriale, che sarà pure alle nostre spalle, ma continua ad abitare le nostre menti ed a suggerirci le risposte, quelle sbagliate, ovviamente. Di conseguenza si è praticata un’idea di produzione della ricchezza incentrata sullo sfruttamento delle conoscenze, come l’uso intensivo di scienza, tecnologie, innovazione, infrastrutture digitali, istruzione e capitale umano altamente qualificati. Tutto ciò si sta rivelando insufficiente per affrontare le sfide complesse che abbiamo di fronte, viviamo uno stallo senza precedenti, gli squilibri sociali e ambientali sono in espansione e la vitalità dell’ecosistema globale è seriamente compromessa.
La società della conoscenza, la società che fonda profilo e natura dello sviluppo sul valore e la qualità delle conoscenze non è un’edizione nuova del sistema di ieri. Presuppone un’altra gerarchia di valori a partire da una scommessa sull’uomo, sulle sue capacità di costruire una società che ha coscienza di se stessa e in grado di auto-regolarsi.
Il documento dell’Onu suggerisce l’idea che non esiste società della conoscenza, se la conoscenza non si fa ecosistema. Non è sufficiente usare e sfruttare i saperi, non c’è valore sociale ed economico senza la diffusione dei saperi, una diffusione in grado di tessere una società della conoscenza pluralistica ed inclusiva, una diffusione indispensabile per gli individui, le imprese, i governi, la comunità mondiale e quindi parte intrinseca di ogni idea e sforzo per affrontare le sfide del futuro.
L’agenda dell’Onu si rivolge ai singoli individui, alle famiglie, alle comunità, alle organizzazioni e alle imprese, alle amministrazioni pubbliche locali, nazionali e mondiali. Il progresso della società della conoscenza è nelle loro mani, nelle mani di ciascuno di noi, delle istituzioni e delle imprese: la società della conoscenza come risorsa al servizio non di interessi particolari, ma al servizio degli individui, dell’intera umanità e del suo destino.
Ecosistema della conoscenza significa vivere in una società capace di connettere le diverse conoscenze che possiedono le persone, le organizzazioni e le istituzioni, fornendo a tutti opportunità e parità di accesso ai saperi. La conoscenza come ambiente, come sistema ambientale in cui vivono i cittadini del mondo, uomini e donne, che di questo sistema ne costituiscono il cuore, l’ossigeno e i polmoni, dove la conoscenza di ciascuno è la condizione perché il sistema funzioni e il suo funzionamento dipende dal potenziale che ognuno di per sé costituisce, come dal buon funzionamento di tutti gli elementi del sistema dipende la vita e il futuro di ciascuno.
Società non più della conoscenza e basta, ma ambiente di saperi e di apprendimenti in una relazione reciproca tra individui, istituzioni, imprese, organizzazioni, governo e infrastrutture.
Ecosistemi sani di conoscenza, con un’istruzione di alta qualità per tutti, libertà di espressione e creatività, accesso universale all’informazione e ai saperi nel rispetto delle diversità culturali e linguistiche, contro ogni tentativo di abusare dell’ignoranza o di abusare della conoscenza da parte di singoli e gruppi che mirano ad indurre in errore con impatti dannosi sul pubblico più vasto.
Ecosistemi sani di conoscenza fondati sulla comunicazione e sulla collaborazione, su orientamenti comuni e obiettivi condivisi. Centrati sulle competenze, in grado di fornire a tutti i soggetti sociali le capacità per padroneggiare sfide e opportunità, anziché saperi focalizzati settorialmente nel mondo accademico, nelle imprese o nel governo, tagliando fuori la massa dei cittadini.
Diffusione e condivisione delle conoscenze significa nella pratica promuovere e facilitare il dialogo transdisciplinare, la mutua informazione, un dialogo sociale culturalmente inclusivo e partecipativo, fornire una ricca gamma di opportunità attraverso la cooperazione tra fornitori di servizi della conoscenza pubblici e privati. Ma sono necessari l’iniziativa, il sostegno e il coraggio dei governi nazionali come di quelli locali affinché nuove forme e fonti di conoscenza vengano aperte, con piattaforme in grado di supportare cittadini, organizzazioni e imprese, attraverso la collaborazione delle istituzioni culturali e accademiche per fornire servizi per la conoscenza fisici e digitali.
In questo quadro le città svolgono un ruolo significativo, essendo gli hub naturali per ampi ecosistemi di conoscenza. Le città della conoscenza, le città che apprendono occupano una posizione leader per la creazione e l’innovazione di un ecosistema delle conoscenze ben equilibrato, in cui biblioteche, musei, archivi e altre istituzioni che raccolgono, conservano e diffondono i saperi svolgano un ruolo fondamentale nel fornire pari opportunità di accesso e di utilizzazione delle conoscenze, costituendo un elemento fondamentale del processo di democratizzazione del sapere.
Le città di oggi sono chiamate a nutrire un’alta consapevolezza e sensibilità nei confronti delle problematiche legate alle conoscenze e alle competenze di chi con le conoscenze lavora, attraverso la formazione, l’insegnamento, l’educazione, la ricerca e l’innovazione, perché il nostro futuro dipende non solo dalla disponibilità di saperi e informazioni, ma dalla capacità delle società di auto-determinazione, di gestire, rinnovare e sostenere l’ecosistema della conoscenza.
Si chiama uso responsabile della conoscenza che richiede nello stesso tempo il mantenimento e l’evoluzione di saperi, abilità e competenze, combattendo il pregiudizio e l’ignoranza con l’apertura al nuovo, con la condivisione tra tutti delle conoscenze di cui ciascuno ha bisogno, solo così è pensabile uscire dallo stallo attuale per tentare di creare un mondo migliore e continuare a fornire un futuro alla crescita dell’umanità.

PROSPETTIVE
Europa al bivio: un cambiamento è possibile

di Grazia Baroni

La storia dell’umanità, consapevolmente o no, procede evolvendosi nel desiderio degli uomini di costruire una civiltà sempre più aperta e condivisa nei suoi valori più profondi di libertà, fraternità e parità, condizioni necessarie per una vita di pace e prosperità.
Per questo dopo gli orrori e le distruzioni dovute alla due guerre mondiali era necessario inventare nuovi modi per procedere nell’emancipazione dei popoli in nuove forme di civiltà.
Così è nato il progetto di costruzione dell’Europa unita attraverso le comunicazioni e le relazioni economiche, pensando che tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza ma trascurando il fatto che ormai tutto era cambiato a partire dalla coscienza del valore della vita umana, dopo i milioni di morti e della necessità di poter esercitare la libertà personale, dopo fascismo e nazismo, perchè la vita abbia un senso. Questo è possibile solo in uno spazio libero e comune che tenga conto dei processi storici delle singole nazioni.
Per fare questo c’era bisogno di un nuovo progetto che rappresentasse, nella sua novità, il salto storico, necessario a comprendere la nuova coscienza civile che nella seconda guerra mondiale si era maturata: in sintesi il vino nuovo non può farsi in otri vecchi ma ha bisogno di otri nuovi, altrimenti questi scoppiano.
La trasformazione della sovranità nazionale di dimensioni circoscritte in una sovranità nazionale più ampia non poteva più avvenire con la conquista di un popolo più forte a scapito degli altri più deboli, ma sarebbe dovuta avvenire con lo scambio e il reciproco riconoscimento dei valori che ciascuna nazione portava a eredità comune. Occorreva un progetto nuovo, ad hoc. Per questo c’è bisogno dello Stato democratico d’Europa tutto da definire e realizzare.
Gli stati uniti d’Europa dovrebbero dotarsi di una Costituzione scritta da un Parlamento costituente, eletto con questo preciso compito, e tale Costituzione dovrebbe rappresentare il progetto per il quale gli stati europei si costituiscono Unione.
Perché questo progetto si possa realizzare, secondo me, è necessario definire i nuovi contorni del progetto Unione Europea in modo da comprendere la società attuale che è molto diversa da quella appena uscita dalla seconda guerra mondiale, sia nei suoi valori che nelle sue paure e limiti culturali.
Quindi come fare perchè questa utopia sia veramente lo sprone nel prossimo futuro a trasformare le singole realtà statuali in esperienze consolidate? Come fanno gli stati a definire il progetto Europa in modo che ciascun popolo sia in grado di discernere gli elementi politici, storici e culturali che sono ancora utili e necessari da quelli che invece bisogna abbandonare?
Abbiamo sufficiente esperienza per poter definire, o almeno indicare, alcune qualità su cui dovrebbe poggiare uno stato moderno a livello di una società globalizzata, cioè di una società in cui ogni cittadino, che ne sia consapevole o no, è direttamente connesso a tutti gli altri ed in cui ogni sua scelta o azione produce trasformazioni in tempo reale in tutto il sistema.
Nonostante il nostro sviluppo e l’esperienza accumulata, non abbiamo ancora un’adeguata consapevolezza né delle nostre possibilità né dei nostri limiti, perché abbiamo appena incominciato a fare i primi passi nello sperimentare i concetti di democrazia, cittadinanza e autonomia; non abbiamo ancora raggiunto neppure l’adolescenza nello sviluppo di questi concetti.
Oggi, per esempio, il riferimento ai diritti umani nella carta dell’ONU è molto presente, nonostante questo non tutti i cittadini sono ancora disposti a tenerne conto in ogni situazione e per tutte le persone.
Oggi è possibile sperimentare un grado di libertà ineguagliabile rispetto ad altri momenti storici, anche se non tutti la sanno veramente esercitare nella sua qualità. Comunque, se dovessimo perdere tale dimensione di libertà ne soffriremmo indicibilmente. Oggi ciascun cittadino può fare esperienza della propria capacità di vivere autonomamente, di sapersi organizzare e di potersi informare, anche se non ha ancora del tutto la capacità di riconoscere la qualità delle informazioni e quindi la sua capacità di scelta è ancora troppo dipendente dal pensiero dominante.
Credo quindi che una delle prime cose da fare sia riformulare il concetto di democrazia perchè ormai abbiamo sperimentato che non coincide soltanto con la volontà della maggioranza così come viene definita oggi. La democrazia non può essere solo maggioranza ma deve essere capace di rispondere anche ad altre qualità: uno stato democratico deve costruire una società che permetta a tutti di esprimere il proprio pensiero e di riconoscersi, almeno in parte, nella civiltà che contribuiscono a costruire. Questo nuovo concetto di democrazia non solo contiene, ma supera, il concetto di uguaglianza tra tutti i cittadini e lo sviluppa nel concetto di parità; si passa perciò da un valore quantitativo ad un valore di qualità complessiva che, oltre a rispettare il singolo, ne valorizza la diversità; in poche parole si vuole affermare l’unicità come caratteristica imprescindibile di ogni persona, di ogni cittadino.
La seconda cosa da fare è ridefinire il concetto di Stato e quindi la sua Costituzione. Secondo me, lo Stato dovrebbe riconoscere che non si fonda su una Nazione ma che, come dimostra la storia, nasce da diverse Nazioni che si riconoscono in valori accettati come tali. Parlo di quei valori che nel tempo hanno permesso lo sviluppo della qualità della convivenza sociale e che hanno migliorato anche la sopravvivenza. La Carta Costituzionale dovrebbe, perciò, fare esplicito riferimento al concetto di democrazia nella quale si riconosce e si fonda, per poi puntualizzare gli elementi sostanziali entro i quali si definisce il progetto di Stato che si intende costruire. Essendo la Costituzione un progetto, va reso esplicito che dovrà essere verificata, se non corretta, in itinere e che perciò la sua struttura dovrà essere ferma ma non rigida, presente in ogni parte ma non invadente, completa ma non definitiva.
Gli elementi strutturali sufficienti e necessari a costruire uno Stato democratico, per me, sono: la scuola, la salute, l’informazione, l’approvvigionamento energetico e le telecomunicazioni, i trasporti e i servizi di pubblica utilità come il servizio civile, la protezione civile e i servizi di sicurezza delle persone e del patrimonio.

Note sull’autrice
Grazia Baroni, nata a Torino il 25 febbraio del 1951. Ha ottenuto il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento. Laureata in architettura, ha insegnato disegno e storia dell’arte nella scuola superiore di secondo grado. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio(CELIT). Socia e collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana.

L’anima ecologista di Ferrara…

Recentemente, la prestigiosa rivista “National Geographic De Noantri” ha pubblicato alcuni pregevoli esempi di destinazione d’uso di importanti complessi architettonici. Tra essi, sono stati presi in esame e confrontati due edifici di fama internazionale: una nota sede istituzionale americana e un’altrettanto nota opera edilizia ferrarese.

Il Palazzo di Vetro di New York:

Palazzo di Vetro

E’ la sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e si trova nella parte orientale dell’isola di Manhattan, affacciato sull’East River, nel pieno centro della città di New York.

Il Palazzo degli Specchi di Ferrara:

Palazzo degli Specchi

E’ la sede dell’Istituto di Riproduzione e Ripopolamento del Tritone Padano (Triturus Naomo Lodis Cristatus Estensis Urodeli), anfibio autoctono diventato in breve tempo un’attrazione internazionale. Il rinomato complesso edilizio, meta di appassionati studiosi extracomunitari, è situato nella parte sud-occidentale della città di Ferrara…

Srebrenica: un genocidio ormai dimenticato

11 luglio 2011 - Potocari Bosnia i Herzegovina

Una donna prega. Prega in mezzo ad altre bare, centinaia di altre bare.
Altre donne tra le 520 bare di quell’anno.
Chi c’è in quella bara? Sicuramente un uomo, un padre, un marito, un fratello o un figlio.
L’11 luglio del 1995, tutti gli uomini sopra i 15-16 anni furono radunati e uccisi nell’arco di 48 ore perché “musulmani” dalle truppe serbe entrate in Srebrenica grazie alla noncuranza dei Caschi Blu dell’ONU che abbandonarono al loro destino gli abitanti di quella insanguinata città.

Fu un genocidio. La prima stima fu di 8732 vittime della pulizia etnica compiuta dai serbi.
Ogni anno altri resti vengono trovati occasionalmente al rinvenimento di fosse comuni che i carnefici hanno frammentato prima della ritirata.

Solo grazie al dna sarà possibile dare un nome ai frammenti di ossa che si trovano nelle fosse comuni gli anni successivi alla strage.

La cifra di quelle vittime continua a crescere ogni anno.

Chi ci sarà in quella bara?

Una strategia per risollevare il mondo in crisi

I leader della terra si ritrovano a Davos, tra le discussioni in programma: come porre freno alle migrazioni e risolvere il problema del lavoro in Europa da qui al 2050 .

Disuguaglianza, come è possibile valutarla? Talvolta con essa ci riferiamo a qualcuno che non ha abbastanza cibo, ma è sufficiente? Durante l’inverno, nell’emisfero settentrionale, essere in mancanza di qualcosa significa anche avere molto freddo e talvolta persino morirne. In questi giorni i leader mondiali ed europei si sono dati appuntamento per l’Economic World Forum di Davos, in cui avranno modo di discutere anche sul crescente numero di migranti che, purtroppo, in questo duro inverno stanno sfidando la sorte per rimanere in vita. Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di vedere il triste epilogo delle vittime sulle rotte di Iraq, Afghanistan, Siria e Somalia, ma anche negli insediamenti di fortuna, nei parcheggi, nei magazzini e nelle tendopoli in cui i migranti sono soliti riunirsi, dalla Bulgaria al canale della Manica.

Negli ultimi tre anni, l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione, un’agenzia delle Nazioni Unite, ha calcolato che ci sono stati ben 18.500 migranti morti scomparsi, molti dei quali affogati nel mar Mediterraneo. Solo nello scorso anno, il sogno di una vita migliore si è infranto per almeno 7.500 di loro, ma, dati alla mano, il numero è destinato a crescere. È stato anche calcolato che ogni giorno perdono la vita circa 17 migranti, tra uomini, donne e bambini, quasi uno ogni ora. La situazione, d’altronde non è affatto rosea, lo sanno sia alle Nazioni Unite che nelle sedi delle ONG internazionali e persino i governi: le migrazioni di massa non finiranno tanto presto, almeno non in pochi anni.

Gli economisti prevedono che con il crollo delle nascite in Europa e l’invecchiamento della popolazione il vecchio continente predisporrà, e avrà oggettivamente bisogno, di posti di lavoro da affidare a chi deciderà di cercare qui un nuovo lavoro e una nuova famiglia. La situazione è misurabile in milioni di occupazioni, previste almeno fino al 2050. Si tratta quindi di vedere due diversi continenti: uno molto giovane, come quello africano, che deve in qualche modo indirizzare i propri talenti lavorativi e artistici e uno in via di invecchiamento, quello europeo, che è innegabilmente costretto ad aprire i propri confini sentendosi però protetto e sicuro. Questo è il nodo principale cui la politica internazionale sta cercando una soluzione.

Sicuramente gran parte della diplomazia ha individuato un possibile proponimento nel ridurre l’immigrazione irregolare favorendo un transito più regolare di chi effettivamente arriva in Europa per cercare lavoro e fuggire da condizioni geo-politiche prettamente negative. A questo punto si apre uno scenario su cui è importante che i leader mondiali trovino un’idea convergente. È chiaro che in questi anni uno dei principali quesiti posti alle dinamiche diplomatiche internazionali è stato come porre rimedio ad una situazione emergenziale legata alle migrazioni, ma nel prossimo futuro la sfida sarà quella di fare progetti a lungo termine per milioni e milioni di persone che arriveranno, e sono già arrivate, in Europa.

Uno dei programmi che molti economisti e politici hanno disegnato, risiede nell’aumentare la possibilità di lunghi permessi di soggiorno per studenti e lavoratori nel breve termine, nella speranza che tale offerta possa generare abbastanza ricchezza, nel tempo, da frenare l’arrivo di componenti della stessa famiglia, anche nell’ottica di un assestamento delle condizioni politiche orientali. Non è affatto facile, d’altronde, prevedere i flussi migratori e i movimenti delle popolazioni, gli europei ne sono stati testimoni sulla loro stessa pelle nel 1800 e anche dopo la caduta del muro di Berlino con il crollo dei regimi comunisti. Era imprevedibile assistere alla fine del blocco sovietico, eppure… Oggi molti dei partiti nazionalisti vedono come unica soluzione quella di bloccare interamente le migrazioni, nonostante sia evidente che linee politiche restrittive nei confronti dei migranti siano molto obsolete, come concezione e come modo di sostenere linee programmatiche internazionali che trattano di vite umane.

Quello che si spera venga ricercato – e trovato – a Davos è un vero e proprio piano comprensivo delle migrazioni, meno emergenziale e più costruttivo del futuro dei nuovi cittadini e dei già residenti europei. L’Unione Europea, su questa linea, sta già collaborando assieme allo Iom (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) con 14 stati africani per arginare in ogni modo possibile il movimento di popolazioni poverissime attraverso il deserto e poi attraverso il mare, una strada che potrebbe già di partenza, portare a migliaia di morti. Sta però anche ai vertici delle industrie, riunirsi a Davos, per dar vita a una nuova politica industriale che tenga conto delle migrazioni. In un mondo globalizzato le grandi corporations hanno la possibilità di spostare facilmente insediamenti e mercati, ma non ne hanno altrettanta facoltà molti piccoli imprenditori, allevatori, coltivatori, vessati dal minor costo delle importazioni e decisamente fuori mercato nel loro stesso paese.

Rivitalizzare l’economia in questo senso è una grande sfida, prevalentemente lo è cercare di far crescere l’indotto interno proprio grazie a chi arriva da fuori, ma d’altronde è l’unica possibilità al momento concepibile. In Europa ci sarà ben presto bisogno di tantissimo lavoro, soprattutto nei livelli di cosiddetto “lower-skilled labour” e sarà quasi logico per le aziende regolamentare un accesso all’impiego per molti che arriveranno nel continente.

Di sicuro, credono anche alle Nazioni Unite, i migranti saranno felici di sostenere una spesa per entrare legalmente in Europa e avere lavoro. Lo fanno già adesso sapendo di non riuscire nemmeno ad attraversare il Mediterraneo.

acqua

Pianeta blu

22 marzo: Giornata Mondiale dell’Acqua. La ricorrenza internazionale è stata istituita nel 1992 dall’Onu per la sensibilizzazione nei confronti del tema acqua, in particolare sull’obiettivo della crescita sostenibile. Lo slogan è: “Water for sustainable growth”.

Tutte le info qui

San-Francesco
San Francesco d’Assisi

Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. (San Francesco d’Assisi)

Gandhi

LA RICORRENZA
Nella nonviolenza l’irresistibile forza della giustizia

“Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto a uccidere”. Gandhi

In un mondo dove ormai pare predominare la violenza di ogni genere (immagini, parole, gesti) parlare di nonviolenza può sembrare un’utopia, un grido nel vuoto. Ma oggi è la Giornata internazionale della nonviolenza, e ricordarlo non è retorico.
Si celebra il 2 ottobre per ricordare la nascita di Mohandas Karamchand Gandhi, noto come Mahatma Gandhi. Promossa dall’Onu nel 2007, la risoluzione dall’Assemblea generale chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorarla in maniera adeguata così da “divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”, un principio universale fondamentale per assicurare una cultura di pace, tolleranza e comprensione. Il rifiuto della violenza fisica o verbale per raggiungere un qualsiasi obiettivo di cambiamento politico o sociale e la resistenza non violenta (che non significa passività) sono stati il cuore della vita e della filosofia pacifica di Gandhi.
Nato nel 1869 a Porbandar, nell’attuale stato del Gujarat, nell’India nord-occidentale, il Mahatma – termine sanscrito che significa “grande anima” e che gli venne conferito per la prima volta dal grande poeta Rabindranath Tagore – si oppose sempre alla violenza, provando a sovvertirne gli schemi con immensa forza di volontà e coraggio. Il professor Gene Sharp, uno dei primi studiosi della resistenza nonviolenta, utilizza la seguente definizione nella sua pubblicazione, The Politics of Nonviolent Action: “L’azione nonviolenta è una tecnica con cui le persone che rifiutano la passività e la sottomissione, e vedono la lotta come essenziale, possono vincere il conflitto senza violenza. L’azione nonviolenta non è un tentativo di evitare o ignorare conflitto. È una risposta al problema di come agire efficacemente in politica, in particolar modo come esercitare il potere efficacemente”.

Gandhi, con il suo esempio, ha dimostrato le proteste pacifiche sono più efficaci delle aggressioni militari. Dal 1906, in Sudafrica, aveva lanciato, contro le discriminazioni razziali inflitte ai suoi connazionali, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, il “satyagraha”: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa. Tramite ribellioni pacifiche e marce, avrebbe ottenuto importanti riforme a favore dei lavoratori indiani. Segno che la non violenza poteva e può essere efficace e (ri)pagare. Le campagne di disobbedienza civile sarebbero continuate (dalla prima, nel 1919, a favore del boicottaggio delle merci inglesi e del non-pagamento delle imposte che lo portò a processo e arresto, alla seconda, nel 1921, per rivendicare il diritto all’indipendenza, che lo vide ancora in carcere, fino alla terza, nel 1930, contro la tassa sul sale, giudicata estremamente iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere). Spesso incarcerato, negli anni successivi, rispose agli arresti con lunghi scioperi della fame. Sempre con coraggio, fermezza, umiltà e serenità. “La mia non-cooperazione”, diceva, “non nuoce a nessuno; è non-cooperazione con il male, (…) portato a sistema, non con chi fa il male”.

Autodeterminazione dei popoli, convivenza pacifica, rispetto reciproco, fratellanza e tolleranza religiosa erano i suoi più alti convincimenti e desideri. Ricchezze che dovevano convivere.
Oggi più che mai questo messaggio va incoraggiati: divisi da intolleranze e conflitti che abbruttiscono, va promossa una vera cultura di pace, basata e costruita su dialogo e comprensione. Per vivere insieme in armonia e rispetto e celebrare la ricchezza della diversità dell’umanità.

In questa giornata importante, tutti siamo chiamati a riflettere e mobilitarci contro l’intolleranza, a sostegno della cittadinanza globale della solidarietà nello spirito della nonviolenza. “Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, l’esito sarà un massacro quale non si è mai visto nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c’è scampo allora alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non violento con tutte le sue mirabili implicazioni. Se non vi fosse cupidigia, non vi sarebbe motivo di armamenti. Il principio della non violenza richiede la completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento. Non appena scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda” (Mohandas Karamchand Gandhi, Antiche come le Montagne).

Ogni uomo può cercare la sua strada e seguirla senza esitazioni. “Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l’odio con l’amore, la menzogna con la verità, la violenza con l’abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell’educazione di un bambino”. (Gandhi)

deserto-politica

GERMOGLI
Deserto
L’aforisma di oggi

Proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite per la prima volta nel 1994, la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione è nata per coinvolgere l’opinione pubblica sul problema della siccità e per promuovere, grazie alla collaborazione di tutti i Paesi, buone pratiche che possano contribuire a ridurre l’entità del grave problema della desertificazione, in particolare nel continente africano.

Deserto
Buddha

Come può l’inquieto, che è spossato da fame, sete e mortificazioni e la cui mente non si regge per lo sforzo, raggiungere quel risultato che la mente deve raggiungere? (Buddha)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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