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SALUTE & BENESSERE
L’osteopatia e la medicina tradizionale: chi cerca la causa e chi cura l’effetto

La ricerca della causa e l’intervento sulla malattia differenziano l’osteopatia dalla medicina tradizionale allopatica, che spesso ha come unico scopo la cura del sintomo. Le implicazioni e le cause di un dolore possono avere motivazioni diverse: per esempio un rallentamento di movimento di una o più vertebre può portare a una lombalgia, ma questa può anche avere una relazione con uno degli organi viscerali come l’intestino, il rene o lo stomaco, con particolare riferimento perfino all’alimentazione.
Con i medici tradizionali gli osteopati hanno in comune lo studio dell’anatomia e della fisiologia e come loro usano metodi di indagine clinica. Ma, invece di considerare solo la parte finale del problema, cioè la patologia, e trattare i sintomi con farmaci o bisturi, indagano e intervengono per ripristinare l’intero equilibrio della persona.
I loro unici strumenti sono le mani. Nel corso della prima seduta l’osteopata è in grado di valutare se il caso è di sua competenza o se indirizzare il paziente verso un altro percorso terapeutico. In alcuni casi un approccio multidisciplinare insieme ad altre “figure” mediche (oculista, dentista, ortopedico,  neurologo, chirurgo) può avere reale efficacia per la risoluzione del problema. Per questo è importante vedere l’osteopatia non come concorrente della medicina tradizionale, ma come aiuto e ausilio per la risoluzione di alcune patologie.
L’osteopatia è una scienza e una filosofia, il suo punto di partenza è l’idea che ogni individuo è un’entità composta da corpo, visceri e psiche e che il movimento è la vita. L’atteggiamento del corpo e il movimento che ne consegue, sono anche espressione dell’interiorità dell’individuo. L’alterazione di uno di questi fattori può, di conseguenza, ripercuotersi sugli altri creando uno squilibrio di tutto il sistema. Ecco perché, secondo queste metodiche, la ricerca delle cause va fatta guardando l’uomo nella sua globalità e non soltanto in maniera meccanicistica, esaminando un solo distretto o un solo segmento motorio.
In osteopatia non ci si accontenta di rilevare il sintomo, ma lo si considera il riflesso di una disfunzione più profonda, lungo una fascia muscolare o in un organo alterato che può trovarsi anche in una posizione opposta a dove si sente il dolore. Il nostro lavoro principale è risalire alla causa che l’ha originato e intervenire per ridare equilibrio all’organismo, che a quel punto è in grado di iniziare il suo individuale percorso di guarigione.
Per fare un esempio concreto, proviamo a risalire a ritroso l’effetto a cascata di una distorsione alla caviglia: il trauma scatena lo spasmo riflesso di alcuni muscoli della gamba, generando la disfunzione all’anca e un conseguente squilibrio alla muscolatura del tronco. Chi ne risente è la colonna vertebrale, la cui sofferenza potrà ripercuotersi sulle radici nervose che emergono tra le vertebre dando diversi disturbi che saranno il presupposto per lombalgie e cervicalgie. Queste ultime potrebbero manifestarsi anche molto tempo dopo la distorsione. Reazioni a catena simili possono essere all’origine di dolori allo stomaco, o viceversa un dolore alla schiena può avere all’origine un’otturazione dei denti sbagliata, che innesca la concatenazione di squilibri che, in un verso o nell’altro, passano sempre dalla colonna.
L’osteopatia, quale scienza “olistica”, ha un campo di applicazione vastissimo. Oggi è utilizzata soprattutto per la cura delle affezioni dolorose della colonna vertebrale e delle articolazioni periferiche, ma si rivela efficace anche nella maggior parte dei casi di cefalee, disturbi dell’equilibrio, nelle affezioni congestizie come le otiti, le rinofaringiti, le sinusiti, i disturbi circolatori, digestivi, ginecologici, pediatrici e nelle insonnie che non abbiano all’origine turbe virali, tumorali, infettive, che minino l’integrità della struttura. L’osteopata che ha seguito un corso adeguato è inoltre in grado di valutare le controindicazioni ad alcune tecniche a seconda del tipo di paziente e dei suoi problemi.

IL MECCANISMO CRANIO-SACRALE
Siamo portati a pensare che le ossa del cranio, morbide al momento della nascita, si induriscano poi e si fissino l’una con l’altra, per diventare una scatola solida e rigida a protezione del cervello. In realtà le ossa del cranio non sono immobili e saldate tra loro, bensì animate da minimi ma percettibili movimenti di espansione e contrazione regolari, che formano una specie di respirazione ritmica: il “Meccanismo Respiratorio Primario”, la cui regolarità, ampiezza, qualità e frequenza sono indicatori preziosi del nostro stato di benessere. Qualsiasi evento traumatico a livello del cranio o del sacro può influenzare negativamente questo meccanismo nel suo ritmo o nella sua ampiezza determinando effetti di vario tipo, sia a livello del sistema nervoso centrale e vegetativo, sia a livello circolatorio. Per ristabilire, ove necessario, un equilibrio perturbato l’osteopata può esaminare il movimento delle ossa craniche. Egli agisce con leggerissime pressioni manuali e con delicati movimenti.
La terapia cranio-sacrale è indicata per il trattamento di cefalee ed emicranie, esiti di traumi cranici, tensioni oculari, sinusiti, faringiti, laringiti, dolori vertebrali, sciatiche, malocclusioni dentali; non presenta controindicazioni e può essere praticata su persone di ogni età. In particolare, si rileva molto utile sui neonati, specie dopo un parto difficile, allorché il cranio subisce compressioni eccessive che con il tempo potrebbero facilitare l’insorgere di diversi disturbi. In questi casi l’osteopata esegue specifici test craniali e interviene con tecniche correttive, delicatissime ma efficaci.

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Bebè, serenità che parte dalla testa

La terapia craniosacrale è un metodo non invasivo di lavorare sul corpo, iniziato dall’osteopata americano William Garner Sutherland all’inizio del ’900. Il terapeuta ha scoperto l’esistenza di un movimento spontaneo delle ossa craniali e ha osservato un sottile impulso ritmico che è palpabile in tutto il corpo. E’ un sistema fisiologico che è fondamentale nel mantenere la salute e la vitalità del sistema mente-corpo. Si chiama ‘Meccanismo respiratorio primario’ (MRP). A livello anatomico, coinvolge il sistema muscolo-scheletrico, il fluido cerebrospinale, le membrane dure, i tessuti connettivi, il sistema nervoso autonomo e i fluidi.

Il neurocranio è la “scatola” che contiene meningi, fluidi, cervello, cervelletto etc. La formazione del cervello nasce come un “tubo” pieno di liquido che si allarga, si inspessisce e crea da dentro il suo contenitore osseo. Ogni malformazione ossea è il riflesso di un’eventuale disfunzione che ha a che vedere con il sistema nervoso. In più, il neuro-cranio non è una noce di cocco bella compatta, ma è costituito da diverse ossa “incastrate “ tra loro. La domanda è: perché la natura ha fatto ciò? Questo punto interrogativo è il fulcro da cui partì il fondatore dell’idea di un Sistema respiratorio primario, basato sul meccanismo craniosacrale. Osservate l’osso temporale, quello che contiene l’orecchio interno ed esterno, proprio sopra la parte superiore dell’orecchio, si “articola” con l’osso parietale (se vi toccate delicatamente sopra le orecchie sentite una sporgenza) come una squama di un pesce.

La tecnica craniosacrale per i bebè subito dopo la nascita è imperiale e ne traggono un beneficio incredibile. Tutti i bebè possono trarre beneficio da qualche sessione di craniosacrale. Il processo del parto è lavoro duro per la mamma e il bambino, e anche stressante. Questo può portare come risultati a coliche, irrequietezza, e problemi di sonno. Il corpicino è estremamente flessibile, e le diverse ossa del cranio sono come delle piccole isole che si muovono molto facilmente. Insomma, siamo come una busta piena d’acqua, con qualche osso qui e là. Quando il bebè è pronto per passare per il canale vaginale, la forte compressione e le forze di decompressione possono muovere uno sopra l’altro le piccole ossa durante il parto. Se rimangono incastrate, i nervi o le vene possono bloccarsi. Il punto più vulnerabile è la base del cranio, visto che i nervi e le vene passano dentro e fuori dal cranio per quel punto — soprattutto il nervo vago, che regola le funzioni di quasi tutti gli organi — e in più la respirazione, la digestione e il rilassamento del cuore. Usando un tocco delicato alla base craniale, le forze di compressione si rilasciano e lavorando con la zona del petto, il piccolo respira meglio e le tensioni sono rilasciate.

Rilanciare il sistema nervoso ha un effetto incredibile sul benessere del bebè (e dei genitori!). Quello che cerco quando lavoro con i bebè sono dei segni molto sottili nel comportamento e riposte al trattamento, che indicano quali aree hanno bisogno di attenzione o cosa c’è bisogno di fare. Segnali come il linguaggio corporeo del bimbo, i riflessi, la sensibilità al tocco mi danno informazioni importanti. E’ molto chiaro quando un bebè non vuole essere toccato in un area specifica — lui o lei si volterà dall’altra parte o spingerà con le braccia o le gambe — e questo va rispettato. Niente viene fatto senza il permesso dei genitori e dei bebè. Come in tutto il nostro lavoro, è la persona che determina la velocità e il processo di lavoro, non il terapista.”

La terapia craniosacrale è particolarmente importante per i bambini nati con il taglio cesareo. Perché? Ci sono due tipi di parti cesarei: elettivo (quando il bebè non scende nel canale vaginale) e d’emergenza (quando il bimbo è sceso nel canale vaginale e il parto è già avviato). Nel primo caso, c’è un rapido cambio di pressione nel sistema nervoso autonomo, e lo shock parasimpatico è comune. Questi sono i bebè che dormono molto; i cosiddetti ‘bebè buoni’. Più in la nella vita, queste persone possono ritrovarsi con poca energia, fatica cronica e poca motivazione. In questo caso, cerco di orientare delicatamente il bebè alla possibilità di movimento e spinta, per poter mobilizzare una risposta nervosa più simpatica — usando contatto leggero e una pressione verso l’alto sulla pianta dei piedi. Uso anche una voce rassicurante e incoraggiante.

Altro è il caso di un parto d’emergenza. In quel caso, il sistema nervoso parasimpatico è ingaggiato, quindi le forze e i temi di un parto naturale sono presenti. Un cambiamento improvviso può causare uno schema craniale inusuale causato dalle forze che non sono quelle che il sistema è naturalmente predisposto a incontrare. Questo può risultare in un cattivo orientamento e senso dei confini nel bebè. Quando cominciamo a lavorare con questi bimbi, aiutandoli a tranquillizzarsi, mi connetto con l’osso sacro per ri-bilanciare il sistema nervoso. Siccome il processo del parto è stato interrotto, c’è stata una specie di ciclo adrenalinico e quindi questo tipo di bebè a volte esprime rabbia scalciando o spingendosi via. Con bambini di questo genere, prendo molto tempo per l’approccio, applico le mani solo per brevi periodi.

Bisogna creare e diffondere questa cultura..essenziale per i bebè e i bambini, ma che agisce anche per tutti gli stati di ansia e depressione degli adulti. Consigliato rivolgetersi sempre a osteopata regolarmente professionista e membro del R.O.I.

maratona

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La maratona, tutto ciò che dovete sapere

L’atleta moderno, al giorno d’oggi, non si ritrova più necessariamente ad impegnarsi a correre 100 km alla settimana come era comune negli anni Ottanta. Il corridore medio, oggi, corre la metà di questo ammonto e subisce molti meno traumi di un tempo pur non diminuendo la sua abilità competitiva. Nonostante questo, presso il mio studio di Ferrara arrivano atleti e amatori che fanno regolarmente maratone o corse su strada e quasi tutti soffrono degli effetti di allenamenti stressanti. Di seguito qualche spiegazione sul perché succede e qualche indicazione su come evitare quei traumi comuni che impediscono a tanti atleti di raggiungere determinati obiettivi sportivi nella loro specialità.

Alcune considerazioni sull’assorbimento dello shock

L’impatto al suolo, le forze coinvolte:
– spinta verticale da 2 a 3 volte il peso del corpo;
– di taglio in avanti 50% del peso del corpo
– di taglio mediale 10 volte il peso del corpo

Queste forze devono dissiparsi in meno di 1/3 del tempo (0.2 sec.) necessario quando si cammina.
Il punto massimo d’impatto delle forze generalmente avviene nei primi 20 a 30 metri dopo il contatto del piede. I piedi del corridore entrano in contatto col suolo da 800 a 2000 volte per miglia (50 – 70 volte per minuto per ogni piede). Questo significa la dispersione di 100 tonnellate di forza per miglia.

Deterioramento dell’assorbimento dello shock nelle scarpe da corsa:
– dopo 50 chilometri, perdita di 25%
– dopo 100 chilometri, perdita di 33%
– dopo 250 chilometri, perdita di 40%

Lo shock e l’impatto lungo il tragitto
L’assorbimento e la distribuzione dello shock causato dalle forze del passo da corsa iniziano nell’arco mediale del piede e poi passano lungo i muscoli laterali della gamba inferiore e lungo le membrane interossea tra la fibula e la tibia, l’articolazione della fibula dalla parte del ginocchio. Di qua verso il ‘biceps femoris’ (una porzione del muscolo Hamstring) alla tuberosità ischiatica (le ossa del sedere) fino il ‘gluteus maximus’ e i muscoli sacroiliaci, e finalmente al ‘multifidus’ e alle porzioni mediali del ‘quadratus lumborum’. Tutto il tempo i muscoli addominali obliqui devono mantenere una posizione stabile. Qualsiasi tensione dei muscoli corti o disallineamento articolare possono causare un’interferenza con la dispersione di queste forze, provocando così dei traumi cronici che probabilmente appariranno una volta che la distanza è aumentata.

Influenza di una postura scorretta
L’allenamento non rappresenta l’unica causa dei suddetti traumi, ma la quantità d’alto impatto continuo e ripetitivo come la corsa può portare alle estreme conseguenze una postura scorretta, che si va a sommare, per esempio, alle lunghe sedute al computer o alla scrivania durante il lavoro, o alle lunghe distanze seduti alla guida, o ancora svolgendo un lavoro manuale pesante e comunque attività che avendo una natura ripetitiva possono portare ad un abuso di alcuni distretti muscolari ed ad uno squilibrio e cambiamento posturale.

Consiglio, attenzione allo ‘shin splints’
Dopo un riscaldamento molto leggero si puo’ iniziare il programma ma con l’obiettivo di non strafare controllando sempre la respirazione. In poche parole, si consigliano buoni modelli di respirazione, lavoro agevole delle braccia, lavoro scorrevole dei piedi fino ai calcagni, scaricando la parte anteriore della gamba per usare la minore energia possibile. Lasciare sempre un intervallo di 48 ore tra le corse. Far sì che nei programmi non ci sia un ulteriore aumento del tempo di corsa, evitare quindi un nuovo impegno di corsa come salite e discese di colline. Questo può provocare un trauma, il cosiddetto shin splints o dolore alla rotula.

Lo stress e la saggezza del corridore
Molte persone, oggigiorno, lavorano lunghe ore in condizioni troppo stressanti, altre persone subiscono lo stress collegato alla vita famigliare. Alcune hanno anche preoccupazioni finanziarie. Queste cose, aggiungendo qualsiasi altro stress fisico, possono portare ad un vero e proprio esaurimento funzionale delle risorse del corpo. I segnali sono vari, ad esempio: facilità a prendere raffreddori, super-stanchezza, comportamenti incostanti e traumi che non si risolvono da soli. E’ necessario assicurare nel vostro allenamento anche un programma per i tempi di riposo e di recupero, e una corretta alimentazione.

Consigliatevi sempre con un Osteopata qualificato.

bruxismo

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Col bruxismo poveri denti

Chi soffre di bruxismo digrigna e stringe i denti in maniera inconsulta ed involontaria mentre dorme. Si tratta di un disturbo piuttosto diffuso (pare che circa il 50% della popolazione mondiale ne soffra) che può presentarsi in forma accentuata: gli episodi notturni possono essere più o meno acuti, soprattutto quando il sonno diventa profondo, nella cosiddetta fase Rem. Le conseguenze di tale disturbo, che può colpire indifferentemente bambini e adulti, sono il progressivo deterioramento dei denti a causa del continuo sfregamento delle arcate dentali, la compromissione della funzione masticatoria e l’insorgere di patologie che riguardano le ossa e lo scheletro, come per esempio alcune forme di cefalea. Il problema in questi casi è che il soggetto non ne è consapevole, perché dorme, quindi la diagnosi potrebbe rivelarsi difficoltosa, inoltre non se ne conoscono le cause e non vi sono farmaci in grado di curarlo.
Bisogna chiarire però che non si tratta di una malattia ma di una parafunzione. Con questo termine si indica tutto ciò che un sistema (in questo caso la bocca o sistema stomatognatico) può fare, ma che esula dalle sue normali funzioni; tutti noi serriamo i denti centinaia di volte al giorno, ma si parla di parafunzione quando la forza è eccessiva e l’atto viene compiuto non per scopi funzionali (come masticare o deglutire). Ad oggi questa parafunzione viene definita come l’abitudine di serrare, digrignare e stringere i denti, un atto notturno o diurno, che provoca la chiusura e il serramento dei mascellari per fini non funzionali o un disordine psicofisiologico che causa abitudini parafunzionali notturne e/o diurne.

La diagnosi
Il serramento (bruxismo statico o centrico) è causato da contrazioni inconsce senza movimenti laterali dei muscoli masticatori, che possono essere attivate a livello del sistema nervoso centrale e si presentano solitamente di giorno. Il digrignamento (bruxismo dinamico o eccentrico) è stimolato da impulsi generati dal midollo spinale, dovuti a stress fisici o psicologici, che provocano scariche muscolari con movimenti laterali mandibolari, durante il sonno. Entrambe le forme di bruxismo si manifestano come contrazioni muscolari, che possono essere intermittenti o presentarsi per lunghi periodi di tempo. Di solito la diagnosi del bruxismo viene effettuata quando il soggetto riferisce anche altri sintomi ad esso associati, per esempio disturbi localizzati alla mandibola (che durante gli episodi si muove in modo veloce), frequenti mal di orecchie o di testa, particolare sensibilità al caldo o al freddo. Spesso i pazienti riferiscono emicranie o cefalee, rumori articolari, limitazioni del movimento mandibolare, dolore a viso, collo, spalle e torace, muscoli del viso affaticati o ingrossati, sonno non ristoratore con senso di fatica o dolore al risveglio, rumori di digrignamento durante il sonno, segni di usura dentaria fino ad avere denti mobili o spostati, difficoltà ad addormentarsi, stanchezza diurna, ecc. Anche la postura scorretta che si assume durante la giornata può essere un fattore scatenante.

I rimedi
Come già detto non vi sono farmaci in grado di curare il bruxismo, ma esistono dei rimedi e degli accorgimenti da adottare per ridurre il dolore provocato dal digrignare i denti. Si tratta di semplici esercizi che si possono eseguire anche a casa: prima di tutto, è importante rilassare più volte durante la giornata i muscoli mandibolari sotto tensione, con massaggi leggeri e delicati; ci sono poi esercizi di stretching specifici per la zona del viso, che vanno eseguiti quotidianamente; rilassare i muscoli delle spalle e del collo per evitare contratture involontarie; è fondamentale, inoltre, ridurre il più possibile le situazioni di ansia e stress, con l’ausilio di tecniche di rilassamento che riportino equilibrio psico-fisico. Per quanto riguarda l’alimentazione, si consiglia di non mangiare alimenti troppo duri, per non creare ulteriore pressione sulla mandibola già dolorante.

Il protocollo terapeutico può prevedere anche un intervento multidisciplinare: accanto all’odontoiatra opera un osteopata!

ossa-artrosi

Le ossa si lamentano, è l’artrosi

L’artrosi è un’alterazione degenerativa di un’articolazione nel suo complesso, causata dal deterioramento della cartilagine articolare e dell’osso sottostante, che provoca un grado variabile di limitazione funzionale e ha un impatto negativo sulla qualità di vita. La cartilagine, infatti, è un tessuto che riduce l’attrito fra le ossa e che quando si danneggia per usura perde la sua elasticità, diviene più rigida e più facilmente danneggiabile. Inoltre i tendini e i legamenti dell’articolazione si infiammano causando dolore. Se la condizione peggiora le ossa possono arrivare a sfregarsi l’un l’altra provocando dolore, gonfiore e rigidità. Anno dopo anno, i legamenti perdono la loro elasticità, le cartilagini si usurano e si assottigliano. Questa evoluzione naturale può talvolta causare delle difficoltà motorie, per esempio mentre si cammina le ginocchia si piegano con movimenti più o meno dolorosi. Dopo 50 anni, l’artrosi del ginocchio, la più ricorrente, colpisce 3 milioni di Italiani. In Italia, il 40% delle donne in menopausa sono vittime di una frattura legata alla fragilità delle ossa.

Alcuni dei fattori che possono favorire l’insorgenza di questa patologia sono: familiarità, sovrappeso e obesità, fratture e lesioni articolari, lavori che richiedono posizioni forzate (per es. stare inginocchiati a lungo) oppure il continuo utilizzo di alcune articolazioni (per es. le articolazioni delle dita delle mani), sport come il calcio, in cui si ha un’usura precoce delle cartilagini di piedi e ginocchia, malattie circolatorie che causano sanguinamento e danno nelle articolazioni (per es. l’emofilia, l’osteonecrosi avascolare), alcune forme di artrite (per es. gotta, pseudo gotta o artrite reumatoide) che danneggiano l’articolazione e la rendono più suscettibile ai danni della cartilagine.

I sintomi
I sintomi che caratterizzano l’artrosi sono il dolore articolare, la rigidità (soprattutto al mattino o dopo un periodo di inattività), la limitazione funzionale, gli scrosci articolari, la tumefazione delle articolazioni, in assenza di sintomi sistemici come la febbre. Il dolore, principalmente nelle fasi iniziali, è reso più acuto dal movimento e alleviato dal riposo, mentre nelle fasi più avanzate può essere presente anche a riposo e ostacolare il riposo notturno. In particolare si presentano: dolori vertebrali, cervicali, dorsali, lombari o coccigei; la perdita della sensibilità degli arti; sciatica e nevralgie; mal di testa e vertigini; difficoltà locomotorie, dolori articolari (ginocchio, anca, collo, polso…); dolori plantari, osteoporosi, disturbi del sonno; debolezza vescicale, del transito intestinale, della prostata; disturbi digestivi.

La diagnosi
La diagnosi di artrosi è effettuata mediante visita medica e viene confermata dalle radiografie e da esami medici tradizionali, quali diagnostica per immagini, visite specialistiche, ortopediche, geriatriche e fisioterapiche.

Cura e prevenzione
La terapia è orientata da un lato verso il trattamento degli episodi acuti e dall’altro alla loro prevenzione e al rallentamento del processo degenerativo articolare. In base alla gravità, l’artrosi viene distinta in 3 stadi. Specialmente nei primi due stadi, i pazienti possono trarre giovamento dai trattamenti osteopatici. Le infiltrazioni di cortisone e l’uso di lubrificanti articolari deve essere molto cauto perché nel tempo può aggravare il problema; nei casi più gravi, quando la malattia si trova in uno stadio molto avanzato, può essere necessario ricorrere all’intervento chirurgico, sostituendo una protesi all’articolazione danneggiata. I risultati delle protesi sono positivi sia per la durata (oltre il 90% di successo a 12 anni dall’intervento) sia per il recupero. Oggi sta acquistando una sempre maggiore importanza la prevenzione con l’uso di antiossidanti e di sostanze come la glucosamina e l’acido ialuronico.
Ma aggiungo che la prevenzione si basa sul concetto che l’articolazione deve sempre lavorare correttamente, in modo che le superfici articolari delle ossa possono scorrere l’una rispetto all’altra e garantire la lubrificazione della cartilagine ed una usura fisiologica e progressiva. Tutto questo si ottiene con un buon atteggiamento posturale, sia sul posto di lavoro che in macchina, e con una attività fisica moderata, ma regolare. L’esercizio mantiene sana la cartilagine, le escursioni del movimento e rafforza la capacità dei muscoli e tendini di assorbire le sollecitazioni. Lo stretching quotidiano è estremamente importante. Se la vita sedentaria è un male per le articolazioni che progressivamente si “disabituano” a lavorare, altrettanto o più dannosa è una attività sportiva troppo intensa o agonistica.

Esempi di artrosi
Può essere di tre tipi:
Primaria, se è causata da fattori genetici ovvero idiopatica. Si manifesta con i noduli di Heberden.
Secondaria, se è causata da fattori scatenanti quali traumi, interventi chirurgici o malattie reumatiche.
Professionale, particolare tipo di artrosi secondaria, causata da un uso estensivo (tipico dell’ambiente professionale) di alcune articolazioni.

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Artrosi del ginocchio

Da un punto di vista medico le artrosi più frequenti sono:
• Gonartrosi, ovvero artrosi del ginocchio.
• Rizartrosi ovvero artrosi dell’articolazione alla base del pollice.
• Coxartrosi ovvero artrosi dell’anca.
• Spondilartrosi ovvero artrosi delle articolazioni vertebrali.

Percorso osteopatico
Dopo aver costatato che i disturbi rientrano nella sua sfera di competenza, l’osteopata procede ad un esame palpatorio minuzioso del corpo nella sua globalità (scheletro, viscere e muscoli). Egli rintraccia, diagnostica e tratta le vostre disfunzioni, senza mai forzare il movimento naturale delle articolazioni. La sua tecnica esperta percepisce le reazioni articolari, scopre le eventuali tensioni e ripristina la mobilità perduta. Prima di considerare un intervento chirurgico e per limitare il consumo di antinfiammatori o antalgici, il trattamento osteopatico può aiutare a ritrovare un certo conforto.
Nessuna pratica, se non l’intervento chirurgico, riesce ad eliminare l’artrosi. Il trattamento osteopatico ha come obiettivo:
• la riduzione del dolore;
• la ripresa funzionale dell’articolazione interessata;
• la ripresa dello stile di vita precedente al momento in cui si è manifestata la sintomatologia
Con il trattamento osteopatico, il paziente ottiene ottimi risultati, e la sua attenzione nella gestione della vita quotidiana, gli permetterà di convivere con l’artrosi in modo decisamente soddisfacente.
Nell’immagine alcuni esercizi da effettuare tre volte al giorno.

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Quando consultare l’osteopata
Per fare un bilancio osteopatico dell’artrosi; prima di cominciare o riprendere un’attività fisica in presenza di artrosi; come integrazione ad una cura per l’artrosi. A titolo preventivo: dopo una storta, un movimento sbagliato, lunghe immobilizzazioni con gessi, interventi chirurgici, cadute senza lesioni visibili su radiografia;
dopo ogni traumatismo.

L’osteopata è un grande specialista della mobilità. La sua perfetta conoscenza della fisiologia, dell’anatomia e della patologia umana gli permette di rintracciare l’origine del vostro dolore, utilizzando la tecnica osteopatica appropriata.

* Nuccio Russo è osteopata, esercita a Trapani e a Ferrara
nucciorusso@hotmail.com

 

osteopatia-neonatale

Osteopatia in ambito
neonatale e pediatrico

L’osteopatia in ambito neonatale e pediatrico rappresenta una reale medicina preventiva. In caso di nascita naturale, rappresenta una terapia imperiale ed elettiva che permette al neonato di superare il trauma da parto. Anche in caso di cesareo, l’osteopatia permette il ripristino del meccanismo di respirazione primario, un meccanismo che controlla tutte le fasce del tessuto del neonato e che avviene prima del normale respiro toracico, già intorno alla quarta settimana di vita intrauterina. L’osteopata si prende attenzione del bebè considerandolo come una un’unica unità funzionale di corpo, emozioni, mente e spirito.
In molti Paesi del nord Europa e negli Stati uniti, viene data grande importanza al ruolo dell’osteopata che affianca l’ostetrica in sala parto, assistendo alla dinamica del parto per poi verificare, nell’immediato, se la dilatazione e la contrazione delle ossa del cranio, che sono collegate al sacro attraverso la dura madre (una membrana quasi inestensibile), avviene rispettando i limiti fisiologici.

osteopatia-neonataleDurante il passaggio della testa del feto lungo il canale del parto, si determina un modellamento delle ossa craniche ed uno stimolo meccanico essenziale per uno sviluppo regolare di tutto il corpo. Se questo viene a mancare, come in caso di parto cesareo, l’intervento dell’osteopata può rendersi necessario per favorire una crescita più corretta possibile. La pressione subita dal cranio al momento della nascita può rappresentare un fattore determinante per l’ossificazione delle ossa craniche. Inoltre, la pressione e la compressione che il cranio riceve, nel passaggio dal canale pelvico, può creare irritazioni dei nervi cranici del neonato. In età fetale il bambino possiede una grande malleabilità delle ossa del cranio e, a causa dell’espulsione e delle enormi pressioni cui è sottoposta la testa durante la nascita, questi può subire una deformazione del cranio stesso. Si spiega infatti come, per via di un difficile travaglio, molti neonati abbiano una forma strana del cranio (ad esempio un cranio allungato, naso più schiacciato, occhio più chiuso…). Spesso le deformazioni del cranio durante l’espulsione si riassestano completamente col tempo. Talvolta, però, se la nascita è stata difficoltosa, questo processo non si verifica in maniera completa, con conseguenti alterazioni di mobilità di alcune ossa craniche, non ancora saldate, e la possibilità quindi di sviluppare disfunzioni a carico del sistema visivo e occlusale. I tessuti conservano spesso le asimmetrie delle pressioni e degli stiramenti subiti. Ogni regione del corpo può essere lesa e a causa dell’interdipendenza, ogni disequilibrio si ripercuote a distanza.

osteopatia-neonatale

Nel parto cesareo, a causa del gioco di pressioni, si possono riscontrare problemi. Vi è una notevole pressione all’interno della pancia ed una pressoché nulla nell’ambiente esterno. Il feto, durante il passaggio diretto dall’ambiente fetale al mondo esterno, è sottoposto ad una forza come di trazione del cranio in senso trasversale ed una successiva difficoltà di adattamento alle nuove pressioni. In entrambi i tipi di parto, se l’adattamento fisiologico del cranio non avviene, l’osteopata può intervenire per riequilibrarlo e per permettere una migliore fisiologia, eliminando le disfunzioni ed evitando che queste si possano manifestare in futuro. A seconda della disfunzione cranica presente, nel bambino possono infatti manifestarsi successivamente problematiche specifiche. Difficoltà respiratorie, suzione, irrequietezze, allergie, asma, faringiti, riniti, sinusiti, otiti, adenoidi, possono essere legate ad un’alterazione del movimento delle ossa del cranio o di una scorretta mobilità del diaframma toracico.

Sintomi legati a problemi di disfunzione cranica al momento della nascita:
• la presenza di disturbi del sonno, suzione difficoltosa, rigurgiti, difficoltà a deglutire, agitazione e irritabilità, coliche possono essere legate ad una tensione o compressione delle suture o dei tessuti membranosi intracranici che tendono a creare un’irritazione di strutture nervose alla base del cranio;
• le alterazioni a carico della colonna e del sacro possono dare luogo a manifestazioni posturali che si evidenzieranno durante la crescita come scoliosi, dismetrie e dimorfismi degli arti inferiori (ginocchia vare, valghe, alterazioni dell’arco plantare);
• la presenza di emicranie, cefalee, strabismo, cattive occlusioni possono essere legate a lesioni o tensioni delle membrane intracraniche o cranio-sacrali .

Desidero far comprendere che gli studi sul cranio e sul suo movimento sono ormai una realtà e che, nel mondo culturalmente avanzato, gli osteopati qualificati intervengono già due ore dopo la nascita, in collaborazione con i medici specialisti.
E’ importante dare ai futuri genitori questo tipo di informazioni, i pediatri dovrebbero documentarsi di più e divulgare l’importanza della scienza osteopatica in ambito craniale.

“I tessuti posseggono una loro memoria” (J. Barral) e tutto rimane impresso.
Per questo è importante l’osteopatia nei bambini, perché evita che le disfunzioni si strutturino.

dionigi-acufene

L’eco di Dionigi: l’acufene
e i disturbi dell’udito

L’Orecchio di Dionigi è una grotta artificiale che si trova a Siracusa. Imbutiforme, scavata nel calcare, alta circa 23 metri e larga dai 5 agli 11 metri, con una singolare forma, vagamente simile ad un padiglione auricolare, che si sviluppa in profondità per 65 metri, con un insolito andamento a S e con sinuose pareti che convergono verso l’alto, in un singolare sesto acuto. La grotta è, inoltre, dotata di eccezionali proprietà acustiche: i fischi vengono amplificati fino a 16 volte.
Le caratteristiche acustiche e la forma indussero Michelangelo di Caravaggio, che visitò Siracusa nel 1608 in compagnia dello storico siracusano Vincenzo Mirabella, a denominarla Orecchio di Dionigi, dando così forza alla leggenda cinquecentesca secondo la quale il famoso tiranno Dionisio avesse fatto costruire questa grotta come prigione e vi rinchiudesse i suoi prigionieri per ascoltare, da un’apertura dall’alto, le parole ingigantite dall’eco, come un acufene.

Che cos’è l’acufene
Solitamente l’acufene non viene considerato una vera e propria patologia, ma piuttosto un sintomo di svariate altre condizioni di salute. A volte, però, la causa rimane sconosciuta e chi ne soffre finisce, per lo più, per doverci convivere, con ricadute anche importanti sulla qualità della vita: è il tinnito, noto anche come acufene, disturbo dell’udito caratterizzato dal fatto che chi ne soffre percepisce rumori simili a fischi e sibili in assenza di stimolazione acustica. Il rumore ‘fantasma’ può essere percepito a diverso volume, e può quindi risultare basso in alcuni soggetti e alto in altri, e può essere continuo, manifestandosi in modo persistente, oppure può andare e venire, manifestandosi a fasi alterne. Il compositore ceco Bedřich Smetana ha descritto, per esempio, il suo acufene come un accordo di settima in re maggiore. Può colpire un solo orecchio, ma anche entrambi. Molte persone convivono senza grandi disagi con questa percezione uditiva fantasma, mentre per altre l’acufene diviene intollerabile: c’è chi non ha mai la possibilità di godere realmente del silenzio, avvertendo costantemente questo ronzio continuo, giorno e notte.
L’acufene è una percezione acustica senza sorgente sonora esterna. L’intensità dell’acufene è compresa generalmente tra 5 e 15 decibel sopra la soglia uditiva della persona colpita. Si distingue tra acufene obiettivo, nel quale la fonte sonora (per esempio flusso sanguigno dovuto ad anomalie vascolari) è all’interno del corpo, e acufene soggettivo, quando è percepito solo dal soggetto affetto perché non scaturisce da una fonte sonora interna. In base alla sua durata si classifica in acuto (fino a tre mesi), subacuto (tra tre e dodici mesi) e cronico (superiore a dodici mesi).

Le cause dei disturbi uditivi
Gli acufeni sono localizzati nell’orecchio interno; ora, avviene che l’orecchio (medio ed interno) abbia delle relazioni nervose, circolatorie e muscolari con l’articolazione della mandibola. Ciò spiega il successo delle terapie occlusali (nella mal occlusione dentaria) che hanno come effetto immediato il ripristino del funzionamento delle articolazioni. Questo potrebbe spiegare il motivo per cui l’intensità dell’acufene può variare spostando semplicemente il collo, la testa o serrando mascella e mandibola.
Il problema è pertanto che la risposta ai segnali somato-sensoriali è eccessiva. La condizione di tinnito potrebbe verificarsi in seguito a lieve perdita dell’udito, oppure a un trauma di collo e testa, per esempio dopo un incidente d’auto o un intervento odontoiatrico.
L’acufene può essere causato da una serie di fattori, molti dei quali possono essere associati con l’alta pressione sanguigna o l’aterosclerosi.
Altri problemi che possono essere associati all’acufene sono il disallineamento della cervicale e la congestione nella regione occipitale, o disfunzioni della mandibola con rumore indotto e perdita di udito, trauma cranico o trauma acustico, il diabete e alcune allergie. L’ acufene o tinnito può verificarsi anche come un sintomo di quasi tutte le patologie dell’orecchio, comprese le infezioni dell’orecchio o il liquido che si accumula nella tuba di Eustachio (colla dell’orecchio), la malattia di Ménière o addirittura problematiche cardiache.
Una delle possibili cause prevenibili di acufene dell’orecchio interno è l’esposizione eccessiva alla rumorosità. In alcuni casi di esposizione al rumore, come primo sintomo si ha perdita dell’udito; questo dovrebbe essere considerato un segnale di avvertimento e l’indicazione della necessità di protezioni acustiche in ambienti rumorosi.
Altre possibili cause possono essere la tossicità di alcuni farmaci o sostanze chimiche, compresi i salicilati, alcuni diuretici e alcuni antibiotici, metalli pesanti e alcol. Questi possono danneggiare le cellule ciliate dell’orecchio interno e causare tinnito. Tra questi farmaci rientrano ne rientrano alcuni non soggetti a prescrizione come l’aspirina, uno dei farmaci più comuni e più noti che possono causare l’acufene e l’eventuale perdita di udito. Inoltre, con l’avanzare dell’età, c’è un incidenza degli aumenti di tinnito.
L’orecchio ha due muscoli importanti: il tensore del timpano (che stabilizza la vibrazione in eccesso causati da suoni forti) e il tensore del palatino (che circonda la tromba di Eustachio, e aiuta ad aprire e chiudere la tuba, equilibrando così la pressione all’interno dell’orecchio interno). C’è anche il sospetto che una carenza di vitamina B12 e la mancanza di ferro, possa contribuire a casi di acufene da accertare con prescrizione del medico.

Oggi è possibile trovare numerose cure pubblicizzate come efficaci ma che non possono essere di alcuna utilità, perché mai sperimentate su esseri umani, ma solo sugli animali, e senza prove attendibili:
• laser per acufeni («soft laser»): pubblicizzato come strumento in grado di favorire la rigenerazione cellulare delle cellule ciliate cocleari; questo è biologicamente impossibile poiché le cellule ciliate cocleari non sono in grado di rigenerarsi dopo un danno essendo cellule perenni;
• vasodilatatori e fluidificanti del sangue: qualora fosse realmente venuto a mancare sangue e ossigeno alle cellule ciliate cocleari, dopo appena 4-7 minuti queste avrebbero un danno permanente, con conseguente necrosi e morte definitiva; la successiva reintegrazione di sangue e ossigeno non potrebbe mai rigenerare cellule ormai morte;
• vitamine o additivi nutrizionali: non svolgono alcun ruolo documentato nel meccanismo di formazione degli acufeni.

Rimedi
La prima cosa da fare è accertare quali siano le cause del ronzio, consultando un medico, di preferenza uno specialista otorinolaringoiatra e un osteopata. Le cause possono essere banali come la presenza di tappi di cerume nelle orecchie, ma possono anche indicare l’esistenza di problemi di circolazione e di pressione troppo elevata; possono essere provocati da un’otite, una labirintite, o essere collegati a perdite di udito a causa dell’età.
Nella mia esperienza di osteopata ho verificato che vi sono alcuni ottimi rimedi naturali, come l’assunzione della Ginkgo Biloba, una pianta che, come dimostrato in numerosi studi, presa ad un dosaggio di 120-140 mg al giorno per 4-6 settimane, produce un miglioramento del tinnito, vertigini, smemoratezza, ed in genere della circolazione nel cervello (Stange et al. 1975; Jung et al. 1998, Soholm 1998, Morgenstern et al. 2002). Ma anche di altre sostanze come la melatonina, le vitamine del gruppo B, lo zinco ed il magnesio.

Importantissima dunque la prevenzione con un’alimentazione e uno stile di vita sani, ma anche un uso moderato di apparecchi come smartphone e cellulari.

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Emicrania e dolori muscolari? Spesso è colpa dei denti

Sempre più di frequente la scienza, e in particolare quella osteopatica, riconosce il legame tra la zona denti-bocca-mascella e la salute del resto del corpo. Tutte le parti del corpo sono interconnesse e un’anomalia in un punto del corpo, anche se apparentemente irrilevante, non può più essere considerata in modo isolato rispetto al resto. Una mandibola sbilanciata o temporo mandibolare, ossia un disturbo caratterizzato dal malfunzionamento dell’articolazione che collega la mandibola superiore e inferiore, può influenzare, per esempio, la colonna vertebrale.
I disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare (Atm) possono essere acuti o cronici, ma solo una piccola percentuale di persone sviluppa significativi problemi a lungo termine. Le donne tendono ad essere colpite da disturbi dell’Atm più spesso degli uomini.

Tra le cause dei problemi articolari vi sono l’artrite, le lesioni e le lussazioni dell’articolazione, oppure un morso non correttamente allineato o una certa iper-mobilità articolare. Stringere e digrignare i denti (anche noto come bruxismo) può causare notevole stress ai muscoli della bocca e delle articolazioni. Le persone che soffrono di stress cronico e ansia, o apnee del sonno, a volte stringono i denti durante il giorno e digrignano i denti durante il sonno, con conseguente dolore muscolare e, naturalmente, danni ai denti.
Assumere una posizione corretta della mascella è fondamentale affinché il resto del corpo funzioni correttamente. Se si soffre di frequenti mal di testa, la causa potrebbe avere origine dai muscoli facciali e da quelli che circondano l’articolazione temporo-mandibolare. Questo dolore muscolare può, in definitiva, portare ad uno squilibrio della posizione della testa sulla colonna vertebrale, generando una postura ricurva o in sovraccarico.

Il peso medio della testa umana è tra i 3,6 e i 4,5 chili, e poggia sulla parte superiore della colonna vertebrale. Quando una persona è curva o inclinata in avanti, porta di conseguenza la mandibola stessa in avanti. Questo si traduce in una modificazione del morso, con i denti che occludono non più correttamente. Il risultato del disallineamento dei denti è che la mandibola è sotto stress.
Il peso della testa in questa posizione in avanti mette a dura prova i muscoli di spalle, schiena, collo e testa. Nel corso del tempo, la cattiva postura e il conseguente squilibrio nei vari gruppi muscolari della testa e del collo, possono portare a un’infiammazione dei muscoli facciali e mandibolari.

Specificando meglio, il disturbo dell’ATM è una condizione in cui non funzionano correttamente le articolazioni mandibolari, che quindi causano stress e dolore nei tessuti circostanti, tra cui i muscoli e nervi del viso, della testa e del collo.
Questi giunti, chiamati articolazioni temporo-mandibolari (ATM), collegano la mandibola inferiore al cranio. Il minimo squilibrio nelle vostre dell’articolazioni temporo-mandibolare, può provocare, in definitiva, una cattiva postura del corpo, una diminuzione della forza e della flessibilità, compromettere la respirazione, ecc.
Facciamo un altro esempio: la lingua è collegata alla mandibola, quando il morso non è allineato la lingua agisce come un cuscino, rimanendo indietro e bassa. Uno squilibrio nel morso influisce sulle dimensioni della bocca, alterandola fino a non essere più adatta alla propria lingua. Se la lingua riposa troppo indietro nella bocca, bloccherà in una certa misura l’aria in entrata nei polmoni e la deglutizione. Una mandibola disallineata inizierà a mostrare segni di usura sui denti, cambiando il morso. Poi iniziano i denti a sfregare uno contro l’altro e si finisce con i denti accorciati, recessione gengivale e una perdita di verticalità.

Di seguito, i sintomi più specifici dell’Atm:
• mal di testa o dolori a mascella, orecchie, collo, spalle e schiena;
• ronzio nelle orecchie;
• un “clic” o un blocco quando si apre o si chiude la bocca;
• difficoltà a mordere;
• gonfiore del viso;
• vertigini.

Quando non si dispone di un morso equilibrato, gli effetti negativi a catena si fanno strada lungo tutto il corpo. Consiglio di rivolgersi ad un osteopata di fiducia che, insieme allo gnatologo o all’ortodontista, valuteranno e opereranno in sintonia per la risoluzione del problema.

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