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Arianna Di Romano: “Ho rubato centinaia di sguardi”
Ferrara, Palazzina Marfisa, fino al 12 giugno

Arianna Di Romano, foto di Andrea Forlani

Ho rubato centinaia di sguardi per renderli eterni negli spazi vuoti della memoria
Arianna Di Romano

Un giorno di una data palindroma, fuori il sole, fa un tepore straordinario per essere il 22 febbraio. La mia pausa dall’infinita ed ennesima giornata in smart working, quello da cui non stacchi mai, che alcuni dicono che fortuna e che fortuna è ma che bisogna saper gestire. Stacco, oggi basta, devo camminare e prendere aria. E poi ieri, incuriosita, ho prenotato questa mostra di fotografia che vi voglio presentare. Cappotto, tuta, scarpe da tennis e via. Da piazza Verdi, verso via delle Scienze, mi dirigo verso via dei Coramari, voglio passare per il parco Pareschi, ci sono tanti bambini che giocano qui, fidanzati che si abbracciano sulle panchine. Era tempo che non vedevo gesti di affetto e di avvicinamento. Tutti assediati dalla paura del contatto. Nelle orecchie le cuffiette con le note di uno dei miei pianisti preferiti Alexis Ffrench. Sono rilassata, finalmente. Arrivo a fine di corso della Giovecca, alla Palazzina Marfisa d’Este, dove sono diretta per vedere la mostra fotografica di Arianna Di Romano, Oltre lo sguardo.

La purezza. Popoli delle montagne, Laos, 2015

La ragazza alla reception che mi fa il biglietto e dalla quale acquisto il catalogo della mostra è molto gentile, altrettanto la hostess della sala, alla quale ahimè non ho chiesto il nome, ma con cui mi metto subito a commentare. Non posso fare a meno di parlare con chi passa le sue giornate nelle sale di museo, mai. È una mia abitudine un po’ birichina. L’allestimento è semplice ma molto indovinato. Una sala dei ritratti ospita ritratti, i soffitti affrescati e il mobilio scuro fanno da cornice. Le fotografie sono avvolgenti e parlano da sole, tutte rigorosamente in bianco e nero, salvo quattro a colori, almeno ne ho contate quattro. Ogni foto ha una sua anima profonda e unica, ci si fa un’idea, salvo poi rimanere stupiti dai titoli. È il racconto di frammenti di umanità raccolti in giro per il mondo, un invito allo spettatore a spingersi “oltre lo sguardo”, oltre l’illusoria, e spesso fuorviante, apparenza del dato reale, alla ricerca di una diversa, e autentica, bellezza. Il bianco e nero ha una forza prorompente, ogni ruga di viso viene esaltata, quasi a voler sottolineare quanto quell’essere profondamente scavate porti sofferenza o magari semplicemente un vissuto lungo e intenso. Quelle vene mi ricordano i rami degli alberi.

Torno indietro con la mente alla mia adolescenza, quando mamma tentava di imbrigliare e direzionare la mia creatività senza orientamento nelle lezioni di pittura del maestro Goberti nella chiesa sconsacrata di piazzetta San Nicolò. Quanta enfasi sul chiaroscuro, sull’importanza delle sfumature e dei contorni dei disegni a carboncino. Quanto sforzi per dare le giuste ombre, per enfatizzare le profondità e le dimensioni, per imprimere un tratto originale e distintivo. Dal buio alla luce, in un’armonia e armonizzazione fatte di reciprocità. Qui rivedo quel tentativo, molto meglio riuscito, di trovare la giusta dimensione, di comunicare la corretta angolatura.

Mi perdo nelle immagini delle sale, ancora ho letto poco sull’artista, lo farò a casa, catalogo in mano e consultazione della rete. Voglio prima vedere bene il suo lavoro, non lasciarmi influenzare da nulla di scritto, detto o letto. A ruota libera, come faccio sempre quando visito una mostra, soprattutto di fotografia. Se mi guida da qualche parte, perfetto, altrimenti chiudo lì, amici come prima. Ho solo letto che Arianna segue e aiuta gli ultimi della terra e che ha viaggiato molto. L’essere un garbato viandante che coglie le anime che incrocia sulla sua strada mi accomuna e avvicina a lei. Un buon inizio.

L’attesa. Transilvania, Romania, 2019

Questa brillante fotografa si è spostata con il suo obiettivo dai più remoti villaggi del Sud Est asiatico, della Romania e della Polonia, fino ai campi profughi e rom in Serbia e Bosnia, dai paesi della sua terra natale, la Sardegna, alle celle di un carcere siciliano. La sua sensibilità l’ha portata a focalizzarsi sulle vite “difficili” degli emarginati, degli indigenti, dei senzatetto, dei ragazzi di strada, dei gitani, dei detenuti, dei poveri, degli anziani rimasti soli. Spicchi di vita comunitaria, tradizioni antiche. Nuovi mondi da scoprire.

La fuga. Artisti circensi, 2018

Le foto più belle, a mio umile avviso, sono quelle della Sicilia, forse anche perché amo questa terra fatta di sole, sensazioni, colori e profumi intensi. Anche in bianco e nero si colgono i colori. La fragilità di alcuni personaggi ripresi in diversi momenti della vita quotidiana, fatta anche di confessioni e balli, è disarmante.

Mi soffermo su Dentro la storia (Sicilia 2016), quella signora mi ricorda le fotografie delle mie nonne (soprattutto per le mani rugose che reggono la foto nella foto), abbigliate a festa, con il bel cappottino a quadretti e l’elegante (e nuovo) rossetto rosso brillante, per la passeggiata domenicale con la famiglia, magari a braccetto di papà.

Dentro la storia, Sicilia, 2016

Le confessioni sulle scale di Gangi (Sicilia, 2019) mi fa pensare al saliscendi di chi sbaglia e torna indietro, per cadere e rialzarsi, inciampando, ma cercando sempre di (ri)salire, Quei dubbi (Pietraperzia, Sicilia, 2015) mi ricorda un simpatico Don Camillo d’altri tempi.

Confessioni Gangi, Sicilia, 2019
Quei dubbi. Pietraperzia, Sicilia, 2015

Il ricercato dei Murales Animati di Orgosolo (2021) se ne sta seduto sfacciatamente alla finestra, quasi a voler direi sono qui, è inutile che cercate, tanto mi fermo qui e non mi pento di certo di quello che ho già fatto. Che peraltro potete leggere chiaramente perché affisso a chiare lettere sul muro scalcinato (attentato al diritto allo studio, tentato inscatolamento di persone in un pullman, latitanza prolungata da tutte le assemblee studentesche…).

Murales Animati di Orgosolo, 2021

Il ballo di Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta (2016) ci porta in una sala di ristoro di un pomeriggio tiepido e spensierato, un po’ di leggerezza dalla fosca pesantezza che sta attorno, una casa di riposo. La signora anziana, elegante, con il suo cappello, le scarpe dorate e i suoi gioielli più buoni, sorride più della suora, un po’ più seria e altera, ma si intravvede comunque una sorta di complicità serena che ci fa bene.

Un’antica danza a Villa Mazzone di Caltanissetta, 2016

La Cambogia, la Thailandia e il Myanmar sono molto presenti: gli occhi parlano, le mani, le rughe e le schiene ricurve pure. Ho ricordi intensi del mio breve viaggio in Myanmar, quando ancora si sperava un po’ di più; l’oro delle pagode di Yangon mi avvolge ancora l’anima.

Qui la mia anima accarezza quelle di Arianna e dei suoi ritratti. Mi sento un tutt’uno. Un mondo che si tocca, che si parla, che si lecca le ferite, vite che si sfiorano e si riconoscono. Parte di un tutto potente e meraviglioso, di un mondo che ha energia e voglia di vivere. Non di sopravvivere, almeno non più. Quello non basta più. Il dialogo qui è fatto di mani e occhi che si sfiorano. In quegli occhi di bambini e donne vedo le sofferenze che sono di ognuno di noi ma che ci fanno sperare, una volta inciampati, caduti e rialzati. Una delicata empatia.

Gli sguardi delle bambine e delle donne ci accompagnano ancora, come in Donne e songhtaew, l’affollato veicolo trasporto passeggeri (Bangkok, Thailandia, 2015).

Donne e songhtaew. Bangkok, Thailandia, 2015

Arrivata a oltre metà percorso, noto le tre foto a colori, esse chiudono la fila delle immagini della sala, così come un’ultima foto a colori, intitolata Nell’antica capitale (quartiere di Gion, Kyoto, 2015), chiuderà l’esposizione. La vita scorre su queste immagini, quella più vera, con la sua intensità e precarietà. Ma anche fatta di infinita bellezza.

Nell’antica capitale, quartiere di Gion, Kyoto 2015

La monaca di spalle (Angkor Wat, Cambogia, 2014) illumina la sala con il suo abito arancione, se non fosse per la didascalia penserei a un monaco dai capelli grigi, appoggiato a un bastone che regge la sua fatica data da un’intensa preghiera per un mondo che non comprende l’importanza dell’essere umano e della vita. Una preghiera che a noi pare cadere nel vuoto, soprattutto oggi, ma che la monaca sa essere importante. La guerra non è mai la soluzione. Quell’incedere zoppicante fa molta tenerezza ma allo stesso tempo emana una forza immensa. Appesi a una speranza, molti di noi, tutti. Ma senza mollare, mai.

La monaca. Angkor Wat, Cambogia, 2014

La scalinata riempita di fiori rossi e arancio dei Giardini della città imperiale Hué (Vietnam, 2016) ci transita nell’ultima sala. I colori dei fiori contrastano con quelli del cielo, ma non lasciano spazio alle nubi. Il marmo è vivo. I dragoni distesi osservano.

Giardini della città imperiale Hué, Vietnam, 2016

Fino al ritrovarci avvolti dalla precarietà degli ultimi del carcere di Caltagirone ne La speranza (2021), dove Arianna ha condiviso, con alcuni ragazzi, un percorso di avviamento alla fotografia. Resta sempre un barlume di speranza, per tutti.

La speranza. Casa circondariale di Caltagirone, 2021

Torno a casa, soddisfatta e, ammetto, un pò commossa. Ceno. Subito dopo mi siedo in poltrona. Ora posso cercare qualche informazione in più su Arianna Di Romano e sfogliarmi bene il catalogo. Faccio sempre così, mi piace mantenere questa abitudine rilassante.

Arianna è sarda ma siciliana di adozione (oggi vive nel piccolo e armonioso borgo di Gangi, sulle Madonie), le sue fotografie vengono paragonate a quelle di maestri come Elliott Erwitt e Robert Doisneau per poesia e composizione, Sebastião Salgado per il trattamento dell’immagine, Sergio Larrain e Dorothea Lange per l’attenzione agli ultimi.

“Fotografando, scavo nell’umanità dimenticata – ha spiegato Di Romano – che amo e di cui vorrei trasmettere la bellezza. Vivo le sensazioni che provano le persone che ritraggo, mi identifico in loro. Continuamente cerco me stessa nell’altro”. È una donna curiosa, sensibile, felice e impaziente. Veloce. La rassegnazione è la condizione umana che l’artista ha registrato più frequentemente, fissandola ma anche sfuggendole. Pochi i sorrisi, molto lo stupore nell’essere riconosciuti e considerati. Ma la vita corre, si muove, non aspetta.

C’è tecnica sicuramente, precisione e osservazione ma anche cuore e tanta magia. Oltre lo sguardo significa soprattutto andare aldilà di quello che gli hindu chiamano maya ossia l’illusoria e fuorviante apparenza del mondo fenomenico, per cogliere l’anima dei soggetti umani. In Malesia l’hanno denominata “ladra di anime”. Gli abitanti, in gran parte animisti, non volevano farsi ritrarre per timore che venisse rubata loro l’anima. “Quello che mi spinge a fotografare – dice – è proprio rubare uno sguardo profondo. I volti che incontro li rubo, perché appartengono a persone che non sono mai in posa, sono tutti sguardi che quasi sicuramente non incontrerò mai più. Spesso non riesco a comunicare con loro. Rubo quegli sguardi per dare loro una voce”. E noi, quella voce, l’abbiamo sentita, forte e chiara.

I colori della festa. Cagliari, Sardegna, 2018

Tutte le opere © Arianna Di Romano / Kingford

 

Arianna Di Romano – Oltre lo sguardo

Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este, 20 febbraio / 12 giugno 2022

Da un’idea di Vittorio Sgarbi. Organizzata da Comune di Ferrara – Servizio Musei d’Arte e Fondazione Ferrara Arte, in collaborazione con Kingford.

Giorni e orari di apertura

9.30-13 / 15-18 | Chiuso il lunedì

Prenotazioni

https://prenotazionemusei.comune.fe.it

Marfisa, indagine sull’ultima estense a Ferrara

Bella quanto crudele: è questa l’immagine arrivata fino a noi di Marfisa d’Este, una donna che secondo la leggenda era in grado di attirare, con il suo fascino, numerosi amanti sprovveduti, per poi ucciderli facendoli cadere in terribili pozzi a rasoio, profonde cavità ricoperte di lame. Ma cosa c’è di vero in tutto questo? Ripercorriamo la sua storia e troveremo indizi inaspettati e sorprendenti.
Partiamo dal nome: il marchese Francesco d’Este, nato da Alfonso I, sceglie di chiamare le sue figlie come due famose eroine dell’Orlando furioso, Marfisa e Bradamante. Vengono alla luce a poca distanza l’una dall’altra, ma comunque prima del 1559, anno in cui l’amorevole padre fa costruire proprio per loro la Palazzina ancora oggi nel centro storico di Ferrara. Ecco dunque il primo elemento: possiamo ipotizzare che il nome scelto per la nobildonna sia stato fondamentale nella memoria collettiva, che iniziò a confondere i profili della mitica guerriera e della principessa d’Este.

Passano gli anni e le due giovani, grazie all’educazione ricevuta, entrano nella vita di corte ferrarese, con il benestare del pontefice Gregorio XIII e del duca Alfonso II. Ma presto sopraggiunge inevitabile un anno determinante per l’esistenza di Marfisa, il 1578. E’ il 12 febbraio quando, all’età di 61 anni, muore il padre Francesco, lasciando nel testamento l’indicazione di affidare la primogenita alle cure di Leonora, sorella del duca, e di farla entrare in possesso dell’eredità non appena avesse sposato un membro della casata estense. Il 5 maggio, infatti, Marfisa si congiunge in matrimonio con il cugino Alfonsino di Montecchio, che però è debole di salute e la lascia dopo appena tre mesi, morendo a soli 17 anni. Marfisa, tuttavia, è una donna di mondo, e nonostante il lutto continua a partecipare pienamente alla vita della corte. Così, mentre lei pensa al divertimento, Alfonso II, suo tutore, si impegna nell’organizzazione di un nuovo matrimonio, questa volta con Alderano Cybo, erede dello Stato di Massa e Carrara. Il contratto viene stipulato nel gennaio del 1580, e il successivo 10 aprile avvengono le nozze. Ma dobbiamo fermarci nuovamente e prendere nota: non si può escludere che l’incredibile morte del primo marito, in giovanissima età, abbia contribuito a gettare sospetti sulla poco più che ventenne Marfisa, che non sembrò affatto colpita dall’accaduto.

Gli anni successivi al matrimonio sono anni ricchi di viaggi e nuovi contatti per la principessa ferrarese, sempre più attiva nel preparare incontri, mascherate, recite e gite. E nel 1581 diviene anche mamma: i due daranno alla luce in tutto una figlia e sette figli, l’ultimo dei quali nel 1594. Una serenità destinata a durare poco, perché un’altra data decisiva sta per avvicinarsi: nel 1598 gli Este vengono cacciati dalla città di Ferrara, per la devoluzione dello Stato alla Chiesa. Un avvenimento che tocca solo in parte Marfisa: in virtù del grande legame che unisce la famiglia Cybo con il papa Clemente VIII, rimane indisturbata e rispettata nella sua città natale. Sono questi anni silenziosi, in cui inaspettatamente conduce una vita fin troppo ritirata nella sua Palazzina, fino alla morte, avvenuta nel 1608, due anni dopo quella del marito. E ci troviamo davanti al terzo indizio: un’improvvisa vita ritirata, anni in cui non si è a conoscenza di cosa realmente avviene all’interno di quelle mura, hanno alimentato quell’alone di mistero che continua ad avvolgere Marfisa d’Este. Sono stati forse questi gli anni incriminati, gli anni delle insensate torture?

In effetti, c’è da dire che la sua immagine violenta e assassina è del tutto recente: è dall’Ottocento che ci viene dipinta come una sadica amante, oltre che come una donna affascinante, dalla personalità singolare ed estroversa, caratteristiche queste che riscontriamo già in documenti a lei contemporanei. Ma non è finita qui. L’abbandono in cui fu lasciata la Palazzina da lei abitata diede vita a un’altra leggenda, che riguarda noi in prima persona: c’è chi giura di aver visto, ancora oggi, il suo fantasma aggirarsi in quelle stanze e addirittura uscire per strada, a notte fonda, su un cocchio trainato da cavalli bianchi, trascinando dietro la sua corsa una schiera di amanti ormai esanimi…

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