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SAVE THE PARK
Un comitato per spostare i grandi eventi dal Parco Bassani

 

Sono passati solo 10 mesi da quando scrivevo della non opportunità a ospitare al Parco Giorgio Bassani il Comfort Festival (Bellezza, Musica e Cibo), patrocinato da Amministrazione e Teatro Comunale di Ferrara e che lì si è svolto il primo fine settimana di settembre, ma anche qualsiasi altro tipo di eventi di questo genere.

Nelle ultime settimane di questo caldo e secco giugno molte associazioni ambientaliste e animaliste ferraresi, assieme a tanti singoli cittadini, hanno dato vita al comitato Save The Park in seguito all’annuncio del concerto di Bruce Springsteen, tappa ferrarese del tour in programma per il 18 maggio del prossimo anno, prevista proprio al parco Bassani.

Il comitato si è dichiarato contrario all’utilizzo per il concerto della parte pubblica del parco Urbano, al fine di preservarne l’aspetto faunistico e paesaggistico e per gli aspetti logistici particolarmente problematici che ne deriverebbero. Gli aderenti al comitato propongono una scelta alternativa a quella iniziale, l’area a sud della città dove sorge l’Aereoclub Volovelistico Ferrarese.

E’ l’ambiente del Parco Giorgio Bassani a comportare aspetti problematici e a non essere, non solo a mio parere e come più volte argomentato, il luogo adatto a queste iniziative e a qualsiasi altro tipo di eventi come quelli organizzati negli ultimi anni.

Il Parco Urbano, si rammenta ancora una volta, nasce dall’idea, legata al Progetto Mura, di “sistemare a parco un’area comunale quale naturale sviluppo della grande Addizione Erculea che ha fatto della nostra la prima città moderna d’Europa”, e che Paolo Ravenna, allora presidente di Italia Nostra, nell’ottobre del 1978, nell’ambito del Symposium internazionale di architetti e urbanisti tenutosi a Ferrara, aveva battezzato come Addizione Verde. Si tratta di un’area di circa 13 Kmq posta tra le mura nord della città e il Po, in seguito sviluppata (in particolare da una serie di interventi tra il 1995 e il 2000) attraverso un progetto affidato all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nell’ambito di una convenzione stipulata con il Comune di Ferrara[1]. Nel marzo del 1979 Giorgio Bassani plaudiva alla proposta che, all’epoca, poteva “apparire come una semplice, deliziosa utopia, di collegare il perimetro dell’antico Barco del Duca sino a contatto col Po“.

L’architetto Giulia Tettamanzi nella sua tesi di dottorato[2], scrive più recentemente che la pur saggia scelta di tutelare il territorio del Barco, non ha costituito una ragione sufficiente per assegnare al Parco Nord lo stesso successo culturale e sociale del Parco delle Mura, non evolvendo oltre la semplice tutela, subendo l’operazione di valorizzazione culturale e funzionale un rallentamento. Il nodo della questione – afferma Tettamanzi – rimane la difficoltà contingente di adattare in modo efficace” l’area in questione “ai modelli di vita attuali”, e se un qualche sviluppo vi è stato, certamente non con la stessa determinazione e chiarezza di obiettivi, né con gli stessi risultati ottenuti nel restauro delle mura. E’ mancata una politica di valorizzazione capace di proporre una funzione sostenibile per il territorio, che dalle mura al Po oggi alterna campi coltivati a terreni incolti, campi da golf a zone grossolanamente attrezzate a parco urbano, aree con aspetto di naturalità, a un depuratore, a un ex inceneritore e, si può aggiungere, un campeggio comunale attualmente in disuso.

In un articolo del 2003[3] Stefano Lolli, oltre a descrivere questa situazione, ricordava come Bassani definisse la prospettiva di collegare le mura Nord e il Po una risposta morale ed estetica della città, e come chiedesse a Ferrara, alle sue associazioni culturali e alle istituzioni, non tanto coraggio, ma soprattutto idee chiare. Mentre si stava definendo il Progetto Mura, scrive Lolli, dal 1986 iniziò a prendere corpo la sistemazione a parco dell’area comunale di cento ettari che rappresentava il primo nucleo dell’Addizione Verde […] che è l’area ad uso pubblico limitrofa al Parco delle Mura e che oggi vede una destinazione e un utilizzo probabilmente non previsti nei progetti originari. In questa fascia sono insediate diverse “funzioni”: gli orti, il campo da golf (ampliato in questi ultimi anni verso nord), gli impianti natatori, anche questi di recente ricostruiti e ingranditi, il centro per il tiro con l’arco, il Centro Sportivo dell’Università, il campeggio, come detto oggi in stato di abbandono. Funzioni, afferma Tettamanzi, per le quali è mancato un progetto coordinatore che, soprattutto, proponesse chiari indirizzi quale luogo di interfaccia tra la città murata e la campagna coltivata2, e che ha portato, per quasi vent’anni, a un uso del Parco non compatibile rispetto alle finalità con cui era stato ideato, e che è “area di particolare interesse paesaggistico e ambientale”, come recita il Piano Paesistico Regionale.

Molte le considerazioni e le riflessioni che si potrebbero fare, ma non è l’obiettivo di questo scritto. Solo qualche riga può essere utile per citare le proposte più rilevanti rispetto al progetto originario che non sono state realizzate. In primo luogo la rinaturalizzazione dell’ex-discarica nei pressi della motorizzazione civile e relativa trasformazione a parco pubblico, poi la messa a dimora di alberi e vegetazione arbustiva molto più numerosa di quella attuale necessaria in quanto elemento capace di “contribuire ad abbattere i livelli di inquinamento dell’aria che incombono su Ferrara”, ma anche “la piantumazione di alberi da frutto al fine di dare all’area una valenza di orto o giardino, in sintonia con le radici storiche del Parco”, l’acquisizione, a nord dell’attuale spazio pubblico, tra via Canapa e via Gramicia, della fascia di terreno e dei fabbricati presenti, conosciuti come possessione Sant’Antonio, che avrebbe dovuto diventare, in seguito ad opportuna ristrutturazione, il Centro Servizi del Parco (con punto informazioni, ristorante agrituristico, noleggio biciclette, ecc.), dotato di personale (un direttore e due operatori) con funzioni di manutenzione e custodia, supportati da volontari quali guardie ecologiche e membri di associazioni ambientaliste e naturalistiche per la gestione delle strutture e delle attività tra cui la riconversione del terreno ad agricoltura biologica e rimboschimento. Infine la realizzazione, in diversi punti, di torrette di avvistamento della fauna e di osservazione del Parco. Un vero e proprio progetto orientato alla fruizione naturalistica del Parco!

Per finire credo che la costituzione di questo comitato sia una occasione importante per affrontare, assieme ad altre simili iniziative che hanno preso corpo più o meno di recente in varie parti del paese, la questione dell’impatto ambientale e sociale dei grandi eventi e del rapporto di questi con gli spazi naturali. Tema sempre più di attualità anche in relazione ai problemi sempre più stringenti e drammatici che tutti siamo chiamati ad affrontare e che sempre più interesseranno le vite nostre e delle generazioni future.

“Tra le cose che la società moderna ha danneggiato c’è sicuramente il pensiero. Sfortunatamente, una delle idee più danneggiate è quella di Natura. Come siamo arrivati a considerare quella che chiamiamo “Natura” come un semplice oggetto che sta lì da qualche parte? Dobbiamo per forza affidarci a teorie nuove e aggiornate, che poi ripropongono lo stesso concetto, solo in una versione più sofisticata e alla moda? Quando capisci che tutto è interconnesso, non puoi più aggrapparti all’idea di Natura intesa come oggetto solido e unitario: smette di essere una semplice presenza che se ne sta lì, fuori di te.”

Timothy Morton, Ecologia Oscura – Logica della coesistenza futura, LUISS University Press, Roma, 2021

 

[1]Ferrara, Progetto per un parco”, Cluva Università, 1982.

[2] Giulia Tettamanzi, “Il Parco Nord a Ferrara. Un progetto aperto”, Quaderni della Ri-Vista. Ricerche per la progettazione del paesaggio, Firenze, University Press, n. 4, vol. 1, 2007.

[3] Stefano Lolli, “Il Parco Bassani”, in “Ferrara, Voci di una città”, n. 19, 2003.

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Il Comfort Festival al Parco Urbano Giorgio Bassani:
l’ultimo tradimento della grande idea di Addizione Verde.

Cosa c’entra il Parco urbano con i Festival? 

Nel primo fine settimana di settembre si è tenuto nella cornice del Parco Urbano Giorgio Bassani il Comfort Festival (Bellezza, Musica e Cibo); produttore organizzativo e partner di Barley Arts, il Teatro Comunale di Ferrara e patrocinatore l’Amministrazione Comunale. A detta degli organizzatori “un nuovo Festival musicale, una rassegna che percorre la direzione della qualità musicale, della sostenibilità, della multidisciplinarietà, della suggestività della location, della cura dei dettagli.”

L’artista Gianluca Grignani, dal palco del Parco Urbano, ha definito così l’appuntamento: “ricorda i festival inglesi ed è in una location bellissima, che potrei paragonare quasi al contesto di Wimbledon”.

Da parte dell’organizzazione si specifica che “elemento portante del Festival è la ricerca del COMFORT, dato dalla bellissima location, dove circa quattromila persone al giorno potranno condividere, oltre alla Musica live anche piccole performance acustiche, letterarie e teatrali a cura di Slow Music, per riscoprire il senso reale di fruizione della bellezza in tutte le sue forme e il benessere intimo che può regalarci quando vissuta adeguatamente.”.

In contemporanea al Comfort Festival, sempre all’interno del Parco Urbano, si è svolta una tappa del Streat Food Truck Festival, “l’originale e più famoso festival di Food Truck d’Italia, che farà assaporare al pubblico l’eccellenza di cibi e bevande di provenienza locale, a filiera corta, biologici ed artigianali che garantiscono una proposta variegata e di qualità”.

Così vengono presentate le due iniziative nelle relative pagine dei siti del Teatro Comunale[Vedi qui] e del Comune di Ferrara [Qui].
Tutto bene quindi … se non fosse che è proprio l’ambientazione (il Parco Urbano Giorgio Bassani) a comportare aspetti problematici, a non essere il luogo adatto a questo e a qualsiasi altro tipo di eventi vengano organizzati.

Come nasce e cosa dovrebbe essere il Parco Urbano

Il Parco Urbano nasce dall’idea, legata al Progetto Mura, di “sistemare a parco un’area comunale quale naturale sviluppo della grande Addizione Erculea che ha fatto della nostra la prima città moderna d’Europa”, e che Paolo Ravenna, allora presidente di Italia Nostra, nell’ottobre del 1978, nell’ambito del Symposium internazionale di architetti e urbanisti tenutosi a Ferrara, aveva battezzato come Addizione Verde.

Si tratta di un’area di circa 13 Kmq posta tra le mura nord della città e il Po, in seguito sviluppata (in particolare da una serie di interventi tra il 1995 e il 2000) attraverso un progetto affidato all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nell’ambito di una convenzione stipulata con il Comune di Ferrara[1].
Nel marzo del 1979 Giorgio Bassani plaudiva alla proposta
che, all’epoca, poteva “apparire come una semplice, deliziosa utopia, di collegare il perimetro dell’antico Barco del Duca sino a contatto col Po“.

Paolo Ceccarelli, già preside della Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara, ha avuto occasione di affermare, circa venti anni fa, che “per l’Addizione Verde rimane evidente lo scarto tra volontà progettuale e fatti concreti, che fa di questo parco un progetto incompleto. 

Oggi il Parco Urbano rimane un progetto incompleto e confuso

Scrive l’architetto Giulia Tettamanzi nella sua tesi[2] di dottorato“la pur saggia scelta di tutelare il territorio del Barco, non ha costituito una ragione sufficiente per assegnare al Parco Nord lo stesso successo culturale e sociale del Parco delle Mura, non evolvendo oltre la semplice tutela [subendo] l’operazione di valorizzazione culturale e funzionale un rallentamento”.
“Il nodo della questione – afferma Tettamanzi – rimane la difficoltà contingente di adattare in modo efficace l’area in questione ai modelli di vita attuali”, e se un qualche sviluppo vi è stato, certamente “non con la stessa determinazione e chiarezza di obiettivi, né con gli stessi risultati” ottenuti nel restauro delle mura.

E continua Tettamanzi: “è mancata una politica di valorizzazione capace di proporre una funzione sostenibile per il territorio, che, dalle mura al Po, oggi alterna campi coltivati a terreni incolti, campi da golf a zone grossolanamente attrezzate a parco urbano, aree con aspetto di naturalità, a un depuratore, a un ex inceneritore” e, si può aggiungere, a un campeggio comunale attualmente in disuso.

In un articolo del 2003[3] Stefano Lolli, oltre a descrivere questa situazione, ricordava come Bassani definisse la prospettiva di collegare le mura Nord e il Po “una risposta morale ed estetica della città”, e come chiedesse a Ferrara, alle sue associazioni culturali e alle istituzioni, non tanto coraggio, ma soprattutto idee chiare: perché “se saranno chiare le idee in proposito, penso che abbastanza rapidamente troveremo i soldi – i dannati quattrini – per realizzare l’opera”.
Le idee, non dunque le utopie, in realtà erano già precise, per Italia Nostra e la determinazione del suo presidente Paolo Ravenna; per i “dannati quattrini” si doveva invece attendere ancora qualche anno.

1986: Il Parco Urbano comincia a prendere forma senza un chiaro indirizzo.

Mentre si stava definendo il Progetto Mura, scrive Lolli, dal 1986 iniziò a prendere corpo la sistemazione a parco dell’area comunale di cento ettari che rappresentava il primo nucleo dell’Addizione Verde, come l’aveva battezzata Ravenna, l’area ad uso pubblico limitrofa al Parco delle Mura che oggi vede una destinazione e un utilizzo probabilmente non previsti nei progetti originari.

In questa fascia sono insediate diverse ‘funzioni’: gli orti, il campo da golf (ampliato in questi ultimi anni verso nord), gli impianti natatori, il centro per il tiro con l’arco, il centro sportivo dell’Università, il campeggio. Funzioni, scrive ancora Lolli, “per le quali è mancato un progetto coordinatore, che, proponesse chiari indirizzi quale luogo di interfaccia tra la città murata e la campagna coltivata”.
A cominciare, scrive Giulia Tettamanzi, dall’attraversamento ciclo-pedonale a raso, a controllo semaforico, unico collegamento tra il Parco delle Mura e il Parco Urbano Bassani. “La cesura paesaggistica che genera questa infrastruttura è tragica e denuncia palesemente (assieme a tutto ciò che non è stato realizzato rispetto al progetto e all’idea originari) l’assoluta mancanza di un progetto di paesaggio”.

Molte altre sarebbero le considerazioni da fare sulle finalità che questa area avrebbe dovuto svolgere.
A cominciare da quanto affermato nell’ambito dell’incontro Verde Ferrara promosso dall’Istituto Gramsci e dal Legambiente nel 1985, e cioè che il Parco Urbano “dovrà essere un luogo dove la gente abbia una immagine della natura”, o dalla definizione, contenuta nel Piano Paesistico Regionale della fine degli anni ’80 che tutela l’area del Parco come “zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale”.

I progetti accantonati

A questo proposito può essere utile citare quelli che erano i progetti più rilevanti rispetto al progetto originario e che non sono stati realizzati.
In primo luogo la rinaturalizzazione dell’ex-discarica e relativa trasformazione a parco pubblico; poi la messa a dimora di alberi e vegetazione arbustiva molto più numerosa di quella attuale (scrivevo già una decina di anni fa) necessaria in quanto elemento capace di “contribuire ad abbattere i livelli di inquinamento dell’aria che incombono su Ferrara”, ma anche “la piantumazione di alberi da frutto al fine di dare all’area una valenza di orto o giardino, in sintonia con le radici storiche del Parco”; l’acquisizione, a nord dell’attuale spazio pubblico, tra via Canapa e via Gramicia, della fascia di terreno e dei fabbricati presenti, conosciuti come possessione Sant’Antonio, che avrebbe dovuto diventare, in seguito ad opportuna ristrutturazione, il Centro Servizi del Parco (con punto informazioni, ristorante agrituristico, noleggio biciclette, ecc.), dotato di personale (un direttore e due operatori, con funzioni di manutenzione e custodia, supportati da volontari quali guardie ecologiche e membri di associazioni ambientaliste e naturalistiche) per la gestione delle strutture e delle attività tra cui la riconversione del terreno ad agricoltura biologica e rimboschimento.
Infine la realizzazione, in diversi punti, di torrette di avvistamento della fauna e di osservazione del Parco. Un vero e proprio progetto orientato alla fruizione naturalistica del Parco. Ma tutto ciò non ha visto alcuna realizzazione, anzi lo spazio del Parco è stato utilizzato oggi, e per lungo tempo, per tutt’altre finalità, in continuità con una consuetudine che dura ormai da più di 15 anni.

Il riferimento è in particolare a quelle iniziative a carattere ludico quali la Vulandra (nel tempo sempre meno festa degli aquiloni e sempre più una sorta di sagra, con tanto di giochi gonfiabili, stand di vario genere tra cui, ovviamente, quelli gastronomici con relativi tavoli per il consumo del cibo), i festival e le feste musicali, e, infine i Balloons (che “sequestrano” per quasi un mese il parco alla fruizione dei cittadini a causa della presenza di strutture particolarmente ingombranti, tra allestimento, svolgimento del festival, e relativo smontaggio delle strutture e liberazione degli spazi) e che sempre più sono andate mostrando la loro “non sostenibilità” ad essere ospitati nelle aree verdi del Parco Urbano in quanto fortemente impattanti su quell’ambiente naturale (costituito da flora ma anche fauna) che dovrebbe esserne la peculiare caratteristica.

Il Parco così come si presenta oggi non piacerebbe né a Giorgio Bassani né a Paolo Ravenna. Oggi non assomiglia per niente a quel “parco-campagna”, un laboratorio di integrazione fra ambiente, inteso come preservazione e uso pubblico, attività sociali, turistiche e agricole di cui in tanti abbiamo scritto in questi anni.
La decisione della Amministrazione Comunale, di concentrare nel Parco Urbano Bassani iniziative con un impatto “pesante’ come i festival e i concerti pop, ci allontana sempre più dalla visione rivoluzionaria di chi aveva pensato per la città di Biagio Rossetti ad un’ultima addizione, l’Addizione Verde.

[1] Ferrara, Progetto per un parco”, Cluva Università, 1982.
[2] Giulia Tettamanzi, “Il Parco Nord a Ferrara. Un progetto aperto”, Quaderni della Ri-Vista. Ricerche per la progettazione del paesaggio, Firenze, University Press, n. 4, vol. 1, 2007.
[3] Stefano Lolli, “Il Parco Bassani”, in “Ferrara, Voci di una città”, n. 19, 2003.

Gino Ravenna: un olimpionico ad Auschwitz

di Mirko Rimessi

Sono tante, troppe per essere ricordate un solo giorno all’anno, le storie che i testimoni della Shoah ci hanno raccontato sugli orrori dell’olocausto. Storie di persone che avevano, prima del viaggio della morte, vite di ogni tipo, inserite nella società ad ogni livello. Non sono stati quindi immuni da questi viaggi illustri sportivi, coinvolti per religione o convinzioni politiche, iniziati in maniera più massiccia per il nostro paese dopo l’8 settembre 1943.

Anche la nostra Associazione Sportiva, nel suo piccolo ma grazie alla sua lunga storia, ha dovuto fare i conti con questo nero capitolo della Storia dell’Uomo e per celebrare il Giorno della Memoria, ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto, vogliamo raccontarvi una di queste storie. Non quella più famosa, ma a buon fine, che coinvolse Orlando Polmonari, deportato in Germania come punizione per aver dato uno schiaffo a un ufficiale tedesco, ma quella più triste che coinvolge un altro Olimpionico della Palestra Ginnastica Ferrara: Gino Ravenna.

Gino Ravenna (Ferrara 1889-Auschwitz 1944) è stato uno dei 29 campioni della Palestra Ginnastica Ferrara incaricati di rappresentare l’Italia nel concorso generale di ginnastica artistica a squadre di Londra 1908. La PGF infatti, dopo aver vinto le selezioni nazionali, aveva ricevuto dalla FGI questo prestigioso compito, cogliendo nella città britannica un lusinghiero 6° posto con lodi per il metodo dimostrato, e gli atleti furono riabbracciati dalla Città di Ferrara con ogni onore al loro rientro in patria.

La passione sportiva caratterizzò tutta la vita di Gino che, rientrato dalla I Guerra Mondiale, si dedicò al commercio. Tutta la famiglia Ravenna era conosciuta a Ferrara e uno dei 5 fratelli di Gino, Renzo (anche lui, da giovane, Palestrino), fu Podestà di Ferrara dal ’26 al ’38, uno dei due soli podestà fascisti di origini ebraiche in Italia prima dell’introduzione delle leggi razziali. A parte la rinuncia alla carica del fratello, le leggi razziali non causarono troppi problemi per l’attività commerciale e nemmeno nei rapporti sociali, benché anche Gino fosse stato escluso, come tutti, da associazioni, circoli e, naturalmente, dal partito fascista. La svolta fu invece rappresentata, come per la quasi totalità degli Ebrei italiani, con l’8 settembre 1943. Dapprima Gino si rifugiò ad Albarea per continuare a dirigere da lì l’attività, ma l’arresto del figlio Gegio l’8 ottobre fece precipitare gli eventi. Dopo aver provato invano di farlo scarcerare, la famiglia tentò la fuga in Svizzera ma, arrestati a Domodossola, finirono prima nel carcere di via Piangipane, per poi essere condotti, l’11 febbraio 1944, al Tempio di via Mazzini 95, trasformato in campo di concentramento provvisorio per pochi giorni, in attesa che il nuovo rastrellamento degli ebrei ferraresi si tramutasse nel trasferimento a Fossoli. La permanenza nel campo modenese fu breve e la storia diventa tristemente uguale a quella di altre migliaia di persone: il viaggio, durato quattro giorni (dal 22 al 26 febbraio), per Auschwitz e gli eventi che portarono alla morte di quasi tutta la famiglia di Gino: si salvò infatti solo il figlio Gegio, liberato dai russi il 27 gennaio 1945.

È da Gegio quindi che si apprendono i fatti successi in Polonia, pochi per la verità, dove, quello che fu un Olimpionico acclamato per la gloria portata al nostro paese, fu trasformato in un numero, il 174.541. Gino si era salvato dalla prima “selezione” ed era riuscito a rimanere accanto al figlio, aveva lavorato per un mese e mezzo circa, fino a quando le forze lo avevano assistito. Per alcuni giorni rimase nella baracca ma al terzo giorno Gegio non lo trovò più. Un deportato che parlava italiano gli riferì che da poco Gino era stato prelevato. Prima di lasciare la baracca gli aveva raccomandato di dire al figlio che lo salutava e “di tener duro”. Solo che in quel terzo giorno il camino aveva ricominciato a fumare.

Nella foto in copertina la cartolina del “Trionfale ritorno da Londa 1908 della Palestra Ginnastica Ferrara” . Sopra, l’ingresso della Sinagoga di Via Mazzini con la lapide commemorativa di quanti non fecero ritorno, con Gino e gli altri membri della famiglia Ravenna.

Questo breve racconto è stato reso possibile grazie alla documentazione fornita dal nipote Michele Ravenna, ricostruito da varie fonti ed in particolar modo il libro La Famiglia Ravenna: 1943-1945 di Paolo Ravenna, Ferrara, Corbo Editore.

DOPOELEZIONI
Matteo Salvini e la Vogelschiss. Una nota tedesca dopo il voto

Lunedì 27 gennaio era il Giorno della Memoria, domenica 26 gennaio c’è stato il voto in Emilia Romagna. Cosa c’entra il giorno della memoria con le elezioni emiliane? A prima vista molto poco, perché emiliani e romagnoli hanno votato per il rinnovamento della giunta di una regione italiana nell’anno 2020, ben lontano dagli anni ai quali il giorno della memoria rimanda. Ovviamente non era presente, fra le diverse formazioni in lizza, un partito che negasse i fatti di Auschwitz e di tutti gli altri campi di concentramento per quali sono stati responsabili i nazisti tedeschi.
Ma attenzione: mi ricordo benissimo un comizio di Salvini alcuni mesi fa assieme a un rappresentante ufficiale di Afd (Alternativa per la Germania), un partito tedesco di estrema destra, che definiva l’epoca nazista in Germania come un vogelschiss, ovvero “piccola merda di un uccello”. Sicuramente la Lega italiana non è un partito fascista paragonabile con il fascismo italiano di una volta e men che meno con i nazisti tedeschi, ma a ben guardare ci sono tanti aspetti della propaganda leghista che ricordano la weltanschaung delle Destra estrema della Germania di ieri e di oggi.
Per questo, a mio avviso, rimane vergognosa l’amicizia dell’onorevole  Vittorio Sgarbi con la Lega e il suo furioso attacco al movimento delle Sardine, che ha risvegliato in Italia il sentimento antifascista. Assolutamente inaccettabile la sua strumentalizzazione di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna e, più in generale, le sue continue e quasi sempre violente aggressioni verbali contro gli avversari politici. Le ho ascoltate ancora, appena due giorni prima del voto emiliano.
Ciò detto resta almeno una speranza, quella che ci viene dalla nuova e giovane cultura delle Sardine: l’epoca politica di uomini come Sgarbi è in declino.
Per l’Europa nuova e giovane il risultato del voto emiliano apre una finestra. Un po’ più di speranza e dignità. E meno aggressività e volgarità verso il prossimo.

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Aprire le finestre: in ricordo di Paolo Ravenna

Per ricordare Paolo Ravenna, in occasione dell’intitolazione dello Slargo Paolo Ravenna in Via Ercole I d’Este (19 gennaio 2018)

“Aprire le finestre” era un leitmotiv per Paolo Ravenna, il cosiddetto ‘Avvocato della Mura’, noto a ferraresi e non per tutto il suo grande impegno civile. Per qualcuno, che ha avuto la propria formazione culturale e politica negli oggi leggendari e molto discussi anni Sessanta, non è cosi difficile trovare un modello di cultura in grado di dare un orientamento alla nostra vita e di sostenere la nostra visione di una città colta, vivace, civile. Nel mondo culturale sia d’Italia sia della Germania ci sono, per dare solo qualche esempio, uomini come Benedetto Croce, Thomas Mann, i fratelli Scholl, Piero Gobetti, Bert Brecht, Rita Levi Montalcini o Norberto Bobbio.

Ricordando Paolo Ravenna si può citare come ‘maestro‘ anche Fritz Bauer, in Italia quasi sconosciuto, un giurista ebreo molto importante per la cultura democratica in Germania del Dopoguerra. Odiava, come l’Avvocato Ravenna, l’antifascismo retorico e preferiva un lavoro concreto e sobrio contro i responsabili della Shoah. Ma non sono certo che questi orientamenti, questi fari intellettuali, abbiano ancora qualche peso culturale per i giovani d’oggi. Speriamo di sì, ma per essere realistici bisogna ammettere che il mondo dei grandi vecchi non trova più un’eco clamoroso fra i viventi attuali.

Non ho voglia di intonare una grande lamentazione per il degrado culturale del tempo presente: non serve a nessuno, solo a me, forse, per calmare i miei nervi. Come architetto, artista, avvocato o giornalista (per parlare della mia categoria), si deve continuare con il lavoro di ogni giorno, ma in un modo ‘kantiano‘ come ci hanno insegnato sia Fritz Bauer sia Paolo Ravenna.
Ci si deve dunque aspettare dagli altri (professori, artisti, giornalisti ecc. ) un lavoro serio, competente, pieno di coscienza e anche di fantasia e curiosità. Tutti insieme, noi e gli altri, siamo responsabili per il nostro lavoro, per la nostra vita come cittadini d’Europa: quest’ultima era per l’Avvocato un titolo d’onore e non di vergogna, come urlano oggi sempre di più i numerosi bulli di un populismo stupido.
“Resistere, resistere, resistere”, come slogan contro il degrado della vita pubblica e della responsabilità per la “res pubblica”: uno slogan che per l’Avvocato era anche e sempre una spinta per fare una battaglia civile, una tensione che si manifestò soprattutto per salvare le famose Mura di Ferrara.

Thomas Mann ha definito il senso della parola ‘tradizione’ come orientamento a un modello di riferimento culturale e spirituale: Mann era un grande ’tradizionalista’ che, senza un aggiornamento, rischia però di diventare museale, un monumento storico, immobile. Paolo Ravenna aveva, invece, un grande senso per la storia, certamente anche per il passato, ma voleva sempre aprire la finestra verso qualcosa di nuovo, il mondo fuori.

Mai come oggi noi abbiamo bisogno di una ‘vita attiva’, quella della filosofa Hannah Arendt, di una creatività umana, di un senso profondo per l’urgenza di una nuovo ‘impulso civile’. Oggi non si può parlare o scrivere solo sulla cultura dentro la mura di Ferrara e nemmeno d’Europa. Dobbiamo aprire le finestre delle nostre case, dove grava talvolta un’atmosfera soffocante e piena di polvere culturale; ma dobbiamo riconoscere che quella stessa atmosfera è anche piene di una storia civile e umana, gravida di grandi valori per i quale si deve “resistere, resistere, resistere”.
Ma non dobbiamo solo difendere il nostro gran tesoro di cultura, d’arte, di valori democratici; dobbiamo anche aprire le nostre finestre per nuovi orizzonti culturali. In questi giorni di “cash & carry“ e dell‘elogio della irresponsabilità come virtù, ci mancano uomini che siano in grado di rappresentare altri valori di vita. Come ha scritto una volta lo scrittore triestino Claudio Magris, ci servono valori freddi, i quali, stabilendo condizioni di partenza uguali per tutti, permettono ad ognuno di coltivare i propri valori caldi, di inseguire la propria passione.

Ferrara, una città alla ribalta

Questa settimana, si sono succeduti alcuni eventi che hanno portato Ferrara al centro della cultura non solo cittadina, ma nazionale. Tra i più importanti: la riapertura del Centro studi bassaniani, l’inaugurazione dello slargo dedicato a Paolo Ravenna, l’apertura del restaurato Mof, l’edificio che ospitava gli uffici del mercato ortofrutticolo, ora divenuto la sede dell’Ordine degli architetti e dell’Urban Center con i begli affreschi di Galileo Cattabriga. E poi anche altri e importanti eventi, tra cui la presentazione al Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah della seconda edizione ampliata di un libro fondamentale uscito la prima volta nel 1994: quello di Michele Sarfatti, ‘Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938’. Basterebbe, per chi è ferrarese, citare i nomi dei protagonisti degli eventi per ricostruire, secondo il titolo del volume complessivo di Giorgio Bassani, ‘Il romanzo di Ferrara’, ciò che da cronaca si è presentata nel suo aspetto artistico e da qui è stato di nuovo collocato nel flusso della Storia attraverso la memoria.

Si potrebbe allora riassumere il significato di queste celebrazioni proprio attraverso il filo rosso della memoria.
E di quale memoria.
La generosità della compagna di Giorgio Bassani, Portia Prebys, che ha stipulato una convenzione con il comune di Ferrara per attuare il progetto di trasportare in un palazzo storico della città, la casa Minerbi-Del Sale, i luoghi abitati dal grande scrittore con tutto quello che ha rallegrato gli ultimi sereni anni della sua vita. C’è la sala da pranzo con il tavolo attorno al quale s’alternavano, invitati, grandi scrittori suoi amici; c’è il salotto con le poltrone rosse su cui sedevano Portia e Giorgio; c’è parte della straordinaria collezione delle stampe di Piranesi, tutte in primo stato tra cui le due vedute della Colonna Traiana e quella di Marco Aurelio lunghe tre metri; ci sono gli argenti, le porcellane, i servizi di piatti e le preziose posate; c’è il ritratto di Bassani dipinto da Carlo Levi che ci trafigge con l’intensità dello sguardo; ci sono le foto, le porcellane, i ricordi del nonno Cesare Minerbi e quelli più attuali e commoventi della sorella Jenny, pittrice, allieva di Galileo Cattabriga e straordinaria bricoleuse, regalati dai figli Davide Dora Claudio Liscia. E c’è il fac-simile del manoscritto del Giardino dei Finzi-Contini donato al Comune da Ferigo Foscari Widmann Rezzonico nipote di Teresa Foscolo Foscari, amata dallo scrittore alla quale il manoscritto fu dedicato e regalato. Il manoscritto è ora custodito alla Biblioteca Ariostea. E c’è il manoscritto originale de Gli occhiali d’oro che arricchisce filologicamente e storicamente il progetto perseguito dalla professoressa Prebys, quello cioè di offrire un luogo di studio e di lavoro che raccolga le testimonianze più importanti per coloro che sono interessati non solo allo scrittore ma alla cultura del Novecento letterario italiano. Con pazienza e dedizione Portia Prebys ha raccolto negli anni tutto quello che si poteva reperire su Giorgio Bassani e il volume che contiene l’indicazione bibliografica di questo lavoro non a caso si chiama La memoria critica su Giorgio Bassani e un secondo che raccoglie la più esaustiva Bibliografia di Giorgio Bassani. I documenti debitamente schedati in Internet sono consultabili al Centro in cinque copie cartacee che possono essere fruite senza toccare gli originali. Si aggiunga una biblioteca di più di settemila volumi e si capirà la portata di questo Centro che da marzo offrirà a tutti la possibilità di trascorre un tempo di studio e di relax tra le mura di uno dei palazzi storici più belli della città, di proprietà di quel grande intellettuale che fu Giuseppe Minerbi responsabile della sezione di Italia Nostra di Ferrara a cui Bassani dedica la prima edizione dell’Airone.

Giuseppe Minerbi affidò a una grande archistar del Novecento, Piero Bottoni, la sistemazione della quattrocentesca casa Del Sale in cui si può ammirare uno dei più bei cicli d’affreschi del tempo. Il rapporto tra i luoghi e i suoi abitanti si fa stringente: Minerbi, Bassani, Paolo Ravenna, il figlio del podestà ebreo. E quasi a ribadire quello stretto legame tra ebrei che sono prima di tutto intellettuali e italiani, a seguire l’apertura del Centro si è svolta la cerimonia della dedicazione di una piazzetta titolata a Paolo Ravenna nel luogo più carismatico di Ferrara, la via degli Angeli ora Corso Ercole I d’Este dove Bassani collocò il giardino del suo romanzo più famoso. Paolo Ravenna è stato amico e allievo di Giorgio Bassani. Un intellettuale che ha svolto il suo mestiere di avvocato privilegiando l’aspetto culturale della sua professione, prodigandosi in campagne culturali prodotte da Italia Nostra che hanno fatto il giro del mondo: da quella sul restauro delle mura ferraresi a quella del cimitero ebraico, agli studi sulla Sinagoga dei Sabbioni, alla rivelazione delle lapidi delle tombe ebraiche divenute materiale per la costruzione della colonna su cui si erge la statua del duca nell’Arco del cavallo pensato dal grande architetto Leon Battista Alberti per l’ingresso al palazzo degli Estensi.

Sembra quasi che una stella benigna presiedesse a questo 19 gennaio 2018 poiché nello stesso pomeriggio si è svolta la riunione di studio del comitato nazionale per la commemorazione della morte del più grande architetto ferrarese, Biagio Rossetti.
Il giorno seguente si è poi inaugurato il Mof restaurato, l’antica sede del mercato ortofrutticolo ornato da bellissimi affreschi del pittore bondenese Galileo Cattabriga. E qui il cerchio si chiude. Alla scuola di Cattabriga studiarono pittura Paolo Ravenna e Jenny Bassani Liscia, sorella dello scrittore. Ma implicitamente quel luogo mi ha coinvolto personalmente. Il direttore del Mof, dottor Cocchi, sposò l’amica più cara di mia madre, Clinia, proprietaria con le sorelle di un piccolo negozio unico nel suo genere proprio alla fine della via Mazzini, la via principale del Ghetto. Il negozio, una profumeria si chiamava ‘Il piccolo Parigi’ e i miei ricordi infantili evocano sulla toilette di mamma un profumo dalla bottiglia bellissima, blu cobalto. Il profumo si chiamava ‘Soir de Paris’ e ancora ne ricordo l’aspetto. Così come ricordo i tempestosi giochi con i figli di Clinia e mio fratello, che facevano risuonare di vita le figure stupefatte degli affreschi di Cattabriga.
Potenza della memoria che mi ammonisce ancora una volta che per conoscere Ferrara l’unica possibilità è quella di uscire dalle sue mura per tornarvi solo e con un passato che, escludendola, la riconquista.

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Bassani, quelle indicibili ferite che iniziano a guarire…

In questi giorni mi trovavo a Firenze per prendere parte al grande convegno organizzato dall’amica Anna Dolfi, tappa importante delle celebrazioni bassaniane. Il titolo era: “Gli intellettuali/scrittori ebrei e il dovere della testimonianza. Per Giorgio Bassani, “Di la dal cuore””. La tre giorni fiorentina si è svolta nei palazzi prestigiosi della città toscana: il Rettorato di Piazza San Marco, Palazzo Medici-Riccardi, Palazzo Strozzi. Ogni giornata comprendeva 16 relazioni di quaranta minuti l’una con una scansione calibratissima tra interventi di critici notissimi e di giovanissimi studiosi. Talmente fitto il programma da non lasciare spazio né al classico ‘lavarsi le mani’, né alle pause caffè, anche se non di proporzioni simili alle uscite dei lavoratori di certe istituzioni pubbliche. Eppure i ragazzi non mollavano: accampati per terra se le sedie erano finite o ammucchiati negli angoli dove attenti non si concedevano i doverosi bisbigli concessi alla loro età ma di cui invece approfittavano i maturi relatori. E proprio nella Sala Ferri di Palazzo Strozzi, la mitica sala di tanti convegni, dove ancora il ricordo indugiava sulla presentazione che feci di Andrea Camilleri che proprio in quell’occasione rivelò il suo netto distinguo da Berlusconi al potere, mi accingevo a parlare con un nodo alla gola poiché sapevo dalla televisione che da poche ore Donald Trump era stato eletto presidente degli Usa.
E allora decisi di non seguire la traccia della conferenza che tra pochi mesi sarà pubblicata negli atti, ma di portare una testimonianza, quella che comportava il ricordo di una conoscenza dell’ebraismo nata e scandita nel tempo e che mi portò alla comprensione di quel particolare strumento critico che è il dovere della testimonianza nella storia e per la storia: per quel che può valere la mia personale esperienza. Il giorno avanti un giovane studioso Dario Collini, che ringrazio per la generosa disponibilità del testo da lui studiato, citava una frase dal manoscritto di Otto ebrei , il celebre racconto di Giacomo Debenedetti, poi cancellata nell’edizione a stampa: “Quello che […] può addolorare [gli ebrei] nel profondo, è proprio questo: di rimanere un “caso” che graffia sottilmente, come una vellutata zampa di gatto, l’epitelio della ferita recente non del tutto rimarginata […]”.
La coincidenza con il titolo del saggio di Roberto Cotroneo che ha curato l’edizione dei Meridiani delle “Opere” di Bassani, La ferita indicibile salta dunque agli occhi. Ma perché, se questa è la condizione del testimone, i disguidi della storia hanno permesso che la rammentassi proprio nel giorno delle elezioni del più incomprensibile tra i probabili candidati al trono del mondo?
Quindi decisi che il mio intervento poteva e doveva diventare testimonianza da dedicare a chi per primo mi fece conoscere le fondamenta dell’ebraismo: Guido Fink. Con una serie di date:
1938 sono nato nell’anno delle leggi razziali da una famiglia assai numerosa che comprendeva tra gli zii materni, sei, due future medaglie d’oro, un potentissimo gerarca amico di Italo e di Lino Balbo e un altro, mai conosciuto, accoltellato nel 1924, lui fascista della prim’ora da un gruppo di comunisti. Alla fine della guerra ricordo il nonno che ci trascina al Cimitero per scalpellare dalla facciata della cappella di famiglia i fasci che troneggiavano sul timpano. I bombardamenti di Ferrara portano al fallimento l’attività edilizia del nonno e da una solida agiatezza piombiamo in una quasi miseria. La mamma s’impiega al consorzio canapa.
1948 Ci riuniamo nella casa di Guido Fink di fronte alla Sinagoga di via Mazzini. Guido è compagno di mio fratello e ha scritto una commedia che dovremmo recitare: una serie di cavalieri il cui status è rappresentato dalle mutande lunghe di fustagno dei nonni ed io il più piccolo e dalla voce ‘scirlenta’ ero naturalmente la principessa da conquistare con in testa una parrucca di lana blu che la mamma di Fink aveva confezionato da una matassa di lana. Dopo le prime battute siamo presi da un ‘fou rire’ e ci trasferiamo nella camera di Guido dove troneggiano meravigliosi giocattoli. Chiedo a Guido chi gli dava tali bellissimi doni. Mi risponde che era il suo papà. Alla richiesta di sapere dove si trovava un tale padre Guido risponde: “viaggia sempre”. Scendiamo le scale e mio fratello mi fa leggere dove si trovava il padre di Guido, il cui nome era scolpito nella lapide in via Mazzini accanto alla Sinagoga in cui erano ricordati tutti gli ebrei ferraresi che non sono tornati dai campi di concentramento.
E da quel momento nel mio immaginario il nome di Fink, legato a quello di Bassani che fu suo insegnante nella scuola ebraica di Via Vignatagliata quando le leggi razziali li espulsero da quelle pubbliche, si connette con quello di Claudio Varese che mi presta i libri dello scrittore ferrarese fino al 1962 quando, benché febbricitante, assisto alla presentazione del Giardino dei Finzi-Contini con la conseguente polemica sulla figura della ‘vera’ Micòl. Apprendo a distinguere tra diverse anime degli ebrei, alcuni legati a una specie di ferraresità che si fa rancore, altri invece che operano culturalmente nella città per portarla ad un ruolo culturale eccezionale. E basterebbe citare figure come Paolo Ravenna, Giuseppe Minerbi, Renzo Ida e Geri Bonfiglioli tra gli altri che operano nella piccolissima comunità ferrarese mai più ripresasi dopo la Shoah. La conoscenza diretta di Bassani avviene dopo il 1968 quando, ormai inserito nel mondo accademico fiorentino, partecipo alle lezioni che Claudio Varese organizza al Magistero di Firenze per presentare la figura dello scrittore il quale vanta una lunga e straordinaria conoscenza della città già dai tempi della guerra quando fuggito da Ferrara dopo il ’43 si reca con la famiglia a Firenze dove collabora con Carlo Ludovico Ragghianti alla nascita del Partito d’azione e svolge una importante azione resistenziale. Di lì a poco l’arrivo a Roma che diverrà la sua città fino alla morte.

I ferraresi a Firenze sono davvero decisivi per la vita culturale di quella città che ancora si presenta come il luogo determinante per la cultura del Novecento: da Lanfranco Caretti che detiene la cattedra di Letteratura italiana alla Facoltà di Lettere a quella di Claudio Varese che la occupa a Magistero. E i ferraresi che Bassani descrisse nel racconto Omaggio che apre il suo primo romanzo, Una città di pianura, apparso in “Letteratura” nel 1938 e pubblicato nel 1940 sotto lo pseudonimo Giacomo Marchi in parte si riuniscono nella casa di Varese. Sono Guido Fink e sua moglie Daniela, Lina Dessì, il poeta Rinaldi e ancora Giovannelli o Pinna i compagni di studio e di vita del giovanissimo Bassani a Ferrara. Nel frattempo la mia casa fiorentina per 25 anni diventa quella sui colli di Bellosguardo, dove incontro non solo i protagonisti della stagione dei cosiddetti anglo-beceri ma anche i personaggi legati alla vita dello scrittore ferrarese. L’architetto Berardi, tra i progettisti della stazione di Santa Maria Novella, che costruisce a Bassani la sua casa di Maratea e che gli offre nella sua casa di Fiesole un bune retiro, sposerà la figlia di Arnoldo Mondadori, Mimma, per cui tra le ragioni della pubblicazione finale del Romanzo di Ferrara presso Mondadori sta questa amicizia. A Firenze vivono anche i figli di Jenny Bassani Liscia, l’amata sorella dello scrittore, che s’imparenteranno con la mia vice-madre fiorentina. Frattanto a Ferrara nascono le occasioni di un doveroso e importante omaggio all’autore che ha reso celebre Ferrara. La laurea honoris causa in scienze naturali del 1992; il convegno “Bassani e Ferrara, le intermittenze del cuore”, curato da Alessandra Chiappini e da chi scrive queste note, tenuto l’anno successivo alla Biblioteca Ariostea, che voleva essere l’atto riparatorio che la biblioteca intendeva fare nei confronti dello scrittore allontanato nel 1938 dalla stessa biblioteca a causa delle leggi razziali.
In quegli anni Francesco Guzzinati invita il suo antico compagno di banco al Liceo Ariosto di Ferrara, Giorgio Bassani, a parlare al Rotary di Ferrara della sua vita liceale . Al Liceo Bassani ebbe come compagni di banco e Lanfranco Caretti e lo stesso Francesco Guzzinati, due persone che fino alla fine furono legati di amicizia ‘ferrarese’ con il grande scrittore.
Un’altra intermittenza del cuore è legata alla celebrazione nel 2002 presso la Sinagoga italiana di via Mazzini del quarantennale dell’edizione del Giardino dei Finzi-Contini. In quell’occasione la sorella Jenny racconta e spiega i ‘bocconi’ che si gustano alla cena della Pasqua ebraica ed Enrico Fink, figlio di Guido, ingegnere spaziale che ha scelto di dedicarsi al teatro canta la filastrocca rituale in dialetto ferrarese del Caprét ch’avea comperà il signor Padre.
Ora si stanno per aprire le grandi celebrazioni bassaniane che occuperanno un’intera settimana e si concluderanno con la proclamazione dell’importante premio Bassani voluto da Italia Nostra.

L’inizio dei lavori del Meis, la Fondazione Bassani, la donazione del manoscritto del Giardino dei Finzi-Contini, la ristrutturazione della meravigliosa casa Minerbi, luogo di riunione tra Bassani, Paolo Ravenna e il proprietario della casa Beppe Minerbi, a cui lo scrittore dedicherà la prima edizione de L’airone, che è diventata sede dell’Istituto di Studi Rinascimentali e del Centro studi bassaniani, voluto quest’ultimo dalla generosissima donazione che Portia Prebys ha fatto al Comune di Ferrara e dove si potrà studiare tutto ciò che è stato scritto di e su Giorgio Bassani. Questo è ciò che per ora la città protagonista del suo romanzo ha voluto dedicare al suo illustre figlio.
Ferrara sta per rimarginare la ferita indicibile.

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LA PROPOSTA
Il giardino dei Finzi Contini: Italia Nostra vivifica il sogno di Paolo Ravenna e Dani Karavan

(Pubblicato il 18 ottobre 2014)

S’intitola “Site specific” il catalogo delle opere di Dani Karavan che il presidente di Italia Nostra di Ferrara Andrea Malacarne ha mostrato questa mattina in conferenza stampa ai giornalisti, per introdurre la proposta di cui si stanno facendo promotori. Realizzare opere in “luoghi specifici”, come fa sempre Karavan, infatti, spiega bene il senso del progetto che Paolo Ravenna e l’artista israeliano avevano immaginato insieme per anni, e che ora può diventare realtà. La loro idea era realizzare un’opera contemporanea specificamente ideata per Ferrara; un’installazione in memoria di Bassani, a ricordo in particolare del “Giardino dei Finzi Contini” e del luogo bassaniano per eccellenza che è via Ercole d’Este. In una parola, creare a Ferrara “il giardino che non c’è”.

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Da destra Daniele Ravenna, Andrea Malacarne, Anna Quarzi

“Dopo la morte di Paolo Ravenna” spiega Malacarne “abbiamo pensato che uno dei modi migliori per onorarlo, fosse proprio quello di cercare di portare a compimento questo suo desiderio”. Tra il 2013 e il 2014, Italia Nostra ha invitato Karavan a Ferrara un paio di volte per identificare il luogo ideale in cui porre questa installazione permanente. La scelta è caduta infine sul giardino di Palazzo Prosperi Sacrati, in quanto ha il pregio di essere in una posizione protetta ma visibile da Corso Ercole I d’Este e in stretto contatto con il Liceo classico Ariosto, luogo che con Bassani ha legami storici e ideali strettissimi.
Identificato il luogo, Karavan ha elaborato una prima idea che Italia Nostra ha mostrato in anteprima ai giornalisti, chiedendo gentilmente di non riprodurre le immagini perché il progetto è ancora ad uno stato embrionale e sarà presentato ufficialmente se, e solo se, la proposta verrà accolta e recepita.

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Giardino di Palazzo Prosperi Sacrati, vista laterale
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Giardino di Palazzo Prosperi Sacrati visto via Ercole I d’Este

Il primo bozzetto elaborato da Karavan mostra l’apertura del muro di cinta che dà su Ercole I d’Este, da cui si può osservare l’opera che è così composta: due quinte in muratura, la prima con un’apertura centrale da cui entra un elemento che potrebbe essere molto probabilmente un binario; all’interno e all’esterno altri elementi evocativi come una scala e una bicicletta, riferiti all’opera bassaniana e in particolare al “Giardino dei Finzi Contini”.
Tra i due muri non si potrà passare, non sarà un luogo accessibile ma visibile da due lati.

C’è l’idea, c’è il bozzetto che Karavan dona gratuitamente alla città, c’è Italia Nostra che sostiene l’iniziativa. “I pareri finora raccolti sono tutti positivi”, ci tiene a sottolineare Malacarne. Il costo si aggira sui 200-300.000 euro, una cifra piuttosto alta che difficilmente le istituzioni possono coprire interamente, soprattutto al giorno d’oggi. Ma i promotori pensano che i costi potrebbero essere facilmente ammortizzati, perché l’opera creerebbe valore aggiunto alla visita della città, fornendo un elemento di qualità e una motivazione in più per il turista. Per raggiungere la cifra necessaria e poter realizzare il progetto entro il 2016, in occasione del centenario della nascita di Giorgio Bassani, stanno anche pensando di attivare iniziative di crowdfunding, in modo da coinvolgere la cittadinanza, le imprese, le fondazioni, anche fuori da Ferrara e fuori dall’Italia, perché Bassani era popolarissimo anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti.

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“Passages”, Dani Karavan, omaggio a Walter Banjamin, Port Bou (1990-94)

“Erano due figure diversissime”, ricorda Daniele, il figlio di Paolo Ravenna, “Mio padre, un uomo assolutamente ‘non spostabile’ da via Palestro 31 primo piano, e il vulcanico Dani Karavan che non sta più di quindici giorni nello stesso luogo ed è sempre in giro per il mondo per fare sopralluoghi e seguire la realizzazione delle sue opere. Il solido filo d’amicizia che si era costruito tra loro ruotava proprio attorno ad un nucleo di idee che facevano perno sulla figura di Bassani, e che pian piano si sono andate coagulando attorno all’idea del giardino, un giardino che, diversamente dai tanti luoghi raccontati da Bassani, a Ferrara non c’è. Karavan, fin da quei tempi, immaginava di realizzare ‘il giardino che non c’è’ ma che tutti cercano, in un modo fisicamente individuabile ma che esprimesse anche il concetto del luogo letterario. Quando mio padre morì, io chiamai Karavan per comunicargli la triste notizia e lui mi disse: «Con tuo padre avevamo sognato tanti sogni, almeno uno di questi deve diventare realtà.» A quel punto non ho fatto altro che ricostruire il filo tra Dani Karavan e Italia Nostra per cercare di realizzare quel sogno.”
Anna Maria Quarzi, vicepresidente di Italia Nostra, racconta un breve aneddoto: “Ero da Paolo Ravenna, un pomeriggio, lui aveva appena parlato al telefono con Karavan, mi mostrò un catalogo delle sue installazioni e mi disse che avevano un sogno, creare ‘il giardino che non c’è’ a Ferrara.”

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“Site specific”, catalogo delle opere di Dani Karavan, a cura di G.Gori, Gli ori ed., 2008

Per dare qualche suggestione rispetto all’artista, Malacarne ricorda due opere di Karavan che Paolo Ravenna amava particolarmente: “Passages”, memoriale dedicato a Walter Benjamin, che si trova nella località catalana di Port Bou, nel luogo in cui lo scrittore avrebbe dovuto salpare per la salvezza ma in cui si consumò invece la tragedia; e una delle ultime opere dell’artista, ossia il Memoriale a ricordo del sacrificio delle vittime del socialismo di Sinti e Rom, che si trova a Berlino, realizzato nel 2012 e che ebbe grande risalto sulla stampa.
“Ci auguriamo che la proposta di Karavan e Ravenna, che Italia Nostra sposa e promuove”, conclude Malacarne, “venga recepita positivamente e sostenuta dalla città nel suo complesso.”

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LA PROPOSTA
Rilanciamo la città: via delle Volte, strada delle botteghe e delle tipicità locali

Se ne parla da sempre, a parole son tutti d’accordo. Ma nulla succede. Via delle Volte, l’antica strada dei fondachi medievali, dovrebbe tornare quel che era per originaria vocazione, riadattando l’inclinazione al presente: dunque laboratorio, teatro di botteghe artigianali, emporio di prodotti tipici del territorio, spazio d’esposizione delle eccellenze d’ogni genere, dall’arte alla gastronomia, dai manufatti alle opere d’ingegno.
Meriterebbe d’essere strada brulicante di passanti, turisti e ferraresi, meta d’obbligo per chiunque venga in città. Invece è poco più di un retrobottega, nel quale i curiosi sbirciano da via San Romano o da corso Porta Reno. E’ attraente come un vestito fuori moda, a tratti risulta scalcinata e trasandata, non ispira allegria ma tenerezza. In definitiva è spenta. Nell’insieme appare senza scopo né identità.
E dire che le sue potenzialità sono enormi. Per rilanciarla e imporla come una gemma della città bisognerebbe compiere un’operazione lungimirante al pari di quella a suo tempo realizzata per il recupero delle mura estensi. Un’operazione ispirata dal compianto Paolo Ravenna e condotta dall’amministrazione del sindaco di allora, Roberto Soffritti, che di tanti peccati politicamente si macchiò, ma al quale non si può negare di aver saputo dispiegare risorse e sviluppare progetti che hanno dato grande lustro a Ferrara.

Dunque, attorno al tavolo di programmazione – con la volontà di fare e non di chiacchierare – sarebbe bene che sedessero tutti gli attori qualificati: le istituzioni, le associazioni civiche e culturali, le rappresentanze delle forze produttive, imprenditoriali e commerciali; anche le banche, se una banca ancora ci fosse in città che ragiona nell’interesse della comunità. L’intrapresa non potrebbe evidentemente prescindere da un robusto finanziamento europeo e dalla munifica benevolenza ministeriale. E perché non approfittarne proprio ora, che al dicastero siede un ferrarese?

Il percorso, nel cuore della Ferrara medievale, è pregno di storia e di suggestioni da rivificare. Il tratto centrale ha un’estensione di 600 metri fra via Boccacanale di Santo Stefano e via Gioco del Pallone. E’ stretto fra casette in mattone a vista spesso con la classica configurazione del cassero ed è tratteggiato dalle tipiche volte che danno nome alla via.
Il naturale prolungamento della strada si ha verso ovest, in direzione corso Isonzo, con via Capo delle Volte; mentre sul fronte opposto, quello est, il cammino prosegue idealmente in via Coperta, staccata da via Gioco del Pallone dai 150 metri di percorrenza obbligata sull’adiacente via Mayr, sino all’innesto in via Belfiore. In questo caso a spezzare la continuità del passeggio sono i giardini interni di due residenze private. In tutto, da un fronte all’altro della città, un’escursione di due chilometri esatti che le conferiscono un primato: risulta essere la più lunga strada medievale del mondo.

Lo spazio e l’atmosfera sono ideali per esposizioni, performance, mercatini, eventi… Serve un intervento misurato e raffinato. Signori amministratori, è tempo di passare dalle chiacchiere ai fatti.

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Paolo Ravenna: quelle lezioni a casa Bassani dove si respirava cultura e libertà

In occasione della Festa del libro ebraico, proponiamo integralmente il discorso pronunciato da Paolo Ravenna nel maggio 2009 il giorno della posa della targa commemorativa dedicata a Giorgio Bassani, posta dinanzi alla sua abitazione di via Cisterna del Follo a Ferrara. Si tratta di un documento inedito proveniente dall’archivio privato.

Sono qui oggi, ma mi riporto col pensiero a 70 anni fa. Permettetemelo. Tanti ne sono passati, e forse sono l’ultimo allievo a poter rivivere quella realtà lontana in questo stesso luogo.
Qui, durante la guerra, venivo quasi tutti i giorni a lezione da Bassani con altri due amici, Jenny, sorella di Giorgio, e Roberto Ravenna (non mio parente). Facevamo la seconda liceo, privatamente, in quanto allontanati dalla scuola pubblica perché ebrei.

La lezione si teneva nello studio di Giorgio a piano terra ma tutt’attorno sentivamo il respiro della grande casa. Quella casa illuminata dalla presenza della signora Dora, madre di Bassani, del padre dottor Enrico e di Jenny. Suonavamo, e ci apriva il portone il vecchio custode, mi pare di nome Podetti, e subito incontro arrivava festosa Lulù, la vivace cagnetta amatissima anche da Giorgio.

Una casa ampia, dicevo, dal raffinato gusto borghese, silenziosamente accogliente, ove si respirava l’antica aria di una famiglia ebraica ferrarese benestante, una di quelle tanto presenti nell’opera di Bassani.

Ma per noi importante era quella porta, subito a destra nell’androne (ora muro cieco), da cui si entrava nello studio di Giorgio. Una stanza con libri, quadri, carte, tutto ordinato, come lo ricordo ancora oggi. Con l’ampia finestra dall’inferriata bombée che dava sulla strada. Qui ci siamo formati. Noi tre. Jenny, Roberto ed io. In un ambiente tutto particolare, ovattato, quasi isolato dal mondo. Immediatamente fuori gravava l’atmosfera della guerra, il fascismo, un clima per noi ostile, la lunga incognita del futuro… Eppure la cospirazione in quella stanza vi era, eccome, ma noi tre la intuivamo soltanto.

Ecco dove Bassani apriva a noi giovani – sin qui immersi negli slogan del regime – un mondo ignoto. Quello della libertà. Una nuova cultura laica, democratica, liberalsocialista che Giorgio ci spiegava accompagnandoci con passione alla scoperta dei valori della storia, dell’arte e delle lettere. Sarà il germe di quell’impegno civile che, a Italia liberata, coinvolgerà tanti di noi. Ma altri ne parleranno dopo di me.

Io desidero rimanere ancora qui. Entrare in questo portone, vedere oltre la vetrata, con lo sfondo del giardino, quella magnolia che ricordo appena piantata nel ‘39, avendo accanto a me Roberto, con il quale, quasi tutti i giorni, arrivavo in bicicletta dal centro della città. Diciassettenne anche lui, un’amicizia di due giovani che insieme scoprono la vita, con il privilegio di una guida sicura e illuminata che ci indica la lunga strada che avremmo dovuto ancora percorrere.

Con Roberto, intelligenza fervida, promettente poeta, incoraggiato nello scrivere proprio da Giorgio, ci siamo salutati l’ultima volta – ormai entrambi in fuga – nell’ottobre ’43. Io mi salvo, lui viene ucciso con il fratello ed il padre ad Aushwitz nel gennaio del ’45, pochi giorni prima della liberazione. La sua strada si è fermata lì.

Ecco, credo giusto che proprio qui, oggi, si ricordi anche il nome del giovane poeta sconosciuto ai più, accanto a quello del suo famoso insegnante. Sono sicuro che Giorgio assentirebbe. Con un semplice cenno, come faceva lui quando era toccato nel profondo.

In seguito, passata la bufera, la casa rimane per me il centro di una lunga amicizia per tutti gli anni successivi. Scompare la signora Dora, ormai lontani i figli, Giorgio torna spesso a Ferrara, in via Cisterna del Follo, e sottolineava 1, per respirare l’aria della famiglia, per seguire la “patria” come amava dire, per scrutare il suo mondo fino a quando potrà.
Non posso dimenticare il costante legame che lo univa a Beppe Minerbi. Il “creatore” di un’altra prestigiosa casa, idealmente legata a questa, quella in via Giuoco del Pallone 15. Via Cisterna del Follo-via Giuoco del Pallone, il fascino della toponomastica tanto sentito da Bassani.

Infine, tra i tanti, due veloci ricordi più vicini a noi:
Poche ore prima della Laurea ad H., Giorgio è qui nel piccolo appartamento riservatosi sul giardino, attorniato da vecchi amici che vuole vicini in quel momento. Vedo Claudio Varese, Franco Giovannelli, Mario Pinna e altri che dimentico. Altro ricordo degli anni ’90 quando, a conclusione di un giro per Ferrara alla scoperta dei luoghi inediti dell’ebraismo tanto bassaniani, egli saluta gli amici del FAI, venuti da Bologna e da Venezia, seduto sotto la magnolia e intreccia un dialogo (purtroppo non registrato) sull’ambiente che è suo, sul suo mondo.
Oggi quell’ambiente lo ricorda al passante la lapide, sobria come avrebbe voluto lui, scoperta in una calda giornata ferrarese, un segno definitivo come le sue pagine… assoluto, direbbe ancora il Nostro.

Paolo Ravenna
Ferrara, 26/05/2009

[Documento inedito proveniente dall’archivio privato]

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I valori dell’amicizia

“Ci sono parole” come ha scritto una volta il filosofo tedesco Siegfried Kracauer, “che passano di bocca in bocca attraverso i secoli senza che il loro contenuto concettuale assuma mai nella nostra mente contorni chiari e definiti.” Una di queste parole è ‘amicizia’. Un termine talmente utilizzato fra di noi, che spesso se ne dimentica il significato. Con chi si manifesta? Con i compagni di scuola, con i colleghi, con i vicini di casa, con persone vicine oppure lontane? E chi sono i nostri ‘amici’? L’amicizia è quella che si coltiva da ragazzi, oppure è un sentimento che ci accompagna tutta la vita e che si rafforza solo in età adulta? Oggi, nell’epoca di Facebook e di una vita che passa giorno per giorno come un lampo, esiste ancora l’amicizia profonda e resistente d’una volta?

“Troppe cose si perdono del mondo che scompare”, ha scritto una volta lo storico Arturo Carlo Jemolo, “si nota spesso lo svanire del pudore, non solo quello del corpo, ma l’altro delle parole, dello scoprire la propria anima: ma io temo assai che scompaia anche l’amicizia”. Fra gli amici di Paolo Ravenna c’era anche Arturo Carlo Jemolo, professore di Diritto ecclesiastico a Roma. Cattolico fervente ma anche difensore strenuo della distinzione fra Stato e Chiesa. Paolo Ravenna ha sempre parlato molto bene di Jemolo perché durante la persecuzione degli ebrei, negli anni dopo le leggi razziali del 1938, ha salvato clandestinamente una famiglia ebrea. Senza una clamorosa retorica antifascista, senza ogni forma di esibizionismo patetico. L’ha fatto per amicizia, per autentica amicizia umana: per un’amicizia che non conosce solo una fede o un’ideologia comune. Perché alla fine, ciò che veramente conta per vivere e dimostrare l’amicizia sono le cose concrete. Salvare la vita degli altri ma anche salvare e proteggere una città o un paesaggio intero è un atto d’amicizia, senza nominarla. Questo si poteva imparare dai tanti amici di Paolo Ravenna come Jemolo o Giorgio Bassani o Tullia Zevi, per citare solo tre nomi. Per l’avvocato l’amicizia contava moltissimo. Ma l’amicizia significa anche dover differenziare fra la colpa dei tanti, dei pochi o di un uomo solo. Alla sinagoga in via Mazzini è stata posta una lapide. Vi si leggono scolpiti i nomi degli ebrei ferraresi uccisi nei campi di concentramento nazisti. Il cognome Ravenna appare frequentemente, quasi come nessun altro. Tutti quei Ravenna sulla lapide sono stati deportati e non sono mai più ritornati a Ferrara. Leggere i nomi su una lapide per un tedesco non è mai facile, perché sempre accompagnato da un ricordo amaro della storia recente della Germania. Paolo Ravenna avrebbe avuto non pochi motivi per essere scettico e sospettoso dei tedeschi. Ma per lui c’era sempre una differenza fra le colpe della gente di ieri e l’innocenza delle nuove generazioni. La prima volta in cui avemmo l’occasione di conoscerci, mi pregò immediatamente di essergli d’aiuto nella ricerca dell’identità di un soldato tedesco della Wehrmacht che durante l’occupazione nazista si recava giornalmente alla biblioteca comunale, mostrando molto interesse per i classici italiani. Questo maggiore, istruito e cosciente, avrebbe fatto l’impossibile per proteggere la biblioteca dagli atti vandalici dei militari tedeschi, come confermano testimoni dell’epoca. Soprattutto si sarebbe particolarmente adoperato per salvaguardare il materiale archiviato concernente il “comune ebreo” di Ferrara. Paolo Ravenna voleva sapere da me chi era quel soldato buono e civile della Wehrmacht nazista. Le responsabilità delle truppe tedesche sul territorio italiano le conoscono tutti, ma per Ravenna era più importante sapere qualcosa sulla vita di un soldato dissidente e rispettoso delle persone e della loro cultura. Una memoria civile e matura sui crimini perpetrati dai fascisti italiani e dai nazionalsocialisti tedeschi non si deve limitare al perdono, ma deve condurre ad una ricerca consapevole che abbia il grande coraggio dell’analisi obiettiva e quindi della differenziazione: l’avvocato Ravenna aveva questo coraggio. Per me Paolo Ravenna, con la sua serietà e il suo decennale impegno per Italia Nostra, il suo amore per Ferrara, alla quale pur non risparmiava critiche talvolta anche dure ed impazienti, e la sua estrema affidabilità, ha rappresentato quei valori di una volta e fra questi anche l’amicizia, oltre i limiti della simpatia e della superficiale cordialità. Il senso di responsabilità per la ‘polis’, la città in cui viviamo, era per loro una cosa ovvia. La ‘città nostra’ o il ‘Paese nostro’ non erano per quella generazione bandiere da sventolare ma da vivere, da difendere e da costruire. Un amore tutto particolare Paolo Ravenna l’aveva per esempio per il Delta: quando ci recavamo nei dintorni di Ferrara, nelle cittadine e nei piccoli paesi, i suoi racconti erano interminabili: battaglie, nomi, progetti, ricordi senza fine. E ciò che è oggi il delta del Po è merito di uomini come l’avvocato Ravenna e, come egli stesso ha sempre sottolineato, del suo grande insegnante-amico Giorgio Bassani. Al centro del suo rapporto di amicizia con il famoso scrittore c’erano, paradossalmente, meno poesia e letteratura e più impegno civile per la protezione e la difesa del tesoro culturale italiano, della ‘Nostra Italia’, come ripeteva sempre con chiarezza a tutti quelli che erano capaci solo di lamentarsi della decadenza del Paese. Quando si vuole ricordare Paolo Ravenna, non si può fare a meno di menzionare la sua passione per la fotografia. Il cimitero ebraico di via delle Vigna, cui ha dedicato anche un bellissimo saggio fotografico “L’antico orto degli ebrei“, era uno dei suoi luoghi preferiti. Sebbene non sia mai stato un acceso sostenitore del culto dei morti, questo luogo, dove sono sepolti anche i genitori, i parenti e tantissimi amici, ha significato per lui davvero molto. Non solo come luogo per ricordare i tempi passati e gli amici che non ci sono più, ma anche per progettare qualcosa di nuovo per il futuro, in memoria dei defunti. Poco prima del suo riposo eterno, mi ha dato in mano un foglio un po‘ stropicciato con una poesia che mi parve avesse un grandissimo valore per lui:

Agli amici
da Primo Levi

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso.
Che l’autunno sia lungo e mite.

Ravenna sognava di realizzare un nuovo progetto: voleva pubblicare un libro sui suoi amici più cari, ne aveva tanti. Avrebbe dovuto ricordare un mondo, come ha scritto Jemolo, “in cui la parola amico aveva un significato profondo”. E’ come un’eredità per i giovani d’oggi.

Carl Wilhelm Macke, giornalista pubblicista indipendente, è segretario generale dell’associazione “Journalisten helfen Journalisten” con sede a Monaco di Baviera. Amante da sempre dell’Italia, è un cultore della letteratura emiliano romagnola contemporanea. Vive tra Monaco di Baviera e Ferrara.

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