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Una gemma del passato
…un racconto

Una gemma del passato
Un racconto di Carlo Tassi

Bizzarra, carnale, gelosa, infedele, pazza. Questo era Sara.
Eppure l’amavo, l’amavo come non avevo amato nessun’altra. Senza sapere il perché.
L’inizio della vita. L’inizio dell’avventura. Le feste, le sere disperate, in riva al mare d’estate.
Camminare per le strade sconosciute del lido, la notte. La solitudine, in cerca di lei che se ne fotte. La voglia di fuggire e di morire. Poi ancora la voglia di riprovare. No, non può finire.
Ed eccola di nuovo davanti a me, sempre bella, sempre stronza, e piangeva. Esatto, piangeva di nuovo, ed ero fregato. Conoscevo il suo gioco, ma ero fregato. Sempre.
Quanto fossi debole non era un mistero per nessuno. Io e Sara, io lo zerbino e lei la regina. Schiavo del suo sesso e dei suoi capricci.

Ora la rivedo dietro il carrello della spesa, scomparsa una sera d’autunno e riapparsa dopo trent’anni di vita, mille volte sfiorata e mai incontrata.
Alta, magra, sciupata, bella come sempre, come non immaginavo più. Mi guarda e mi sorride col suo solito sorriso triste. Leggo il suo imbarazzo e lei legge il mio. Non saper cosa dire, il desiderio d’andar via e la voglia d’essere altrove, da soli, che lentamente sale. La voglia di lei, di riprendersi il tempo perduto. Pensieri scabrosi a stento repressi.
“Ciao che bello rivederti… come stai?”
“Bene grazie, e tu?”
“Non male… Ma che fai da queste parti? Credevo fossi andata ad abitare lontano…”
Parole forzate, sorrisi tirati. La magia dura un attimo, giusto il tempo di un sussulto nel petto, di un lampo d’eccitazione. Poi vince il disagio, il fastidio.
“Beh, allora ciao… vado che sono in ritardo…”
“Ciao, mi ha fatto piacere rivederti. Stammi bene…”
“Anche a me, ci si vede…”

Un ricordo. Era solo un ricordo prezioso, un’idea, una gemma che illuminava una traccia di passato.
Guai al mondo trasformarlo in materia. Quanta leggerezza perduta, un cristallo magico caduto in terra, infranto. E ora, nella testa solo i cocci del presente.
Ma si tratta d’aspettare, e Sara tornerà a splendere nel mio mondo di nostalgie… sempre che non la incontri di nuovo.

Me And Sarah Jane (Genesis, 1981)

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stufa antica

Aprile 1959 – Il divanetto di Adelina

 

Intanto che mia madre e Giuseppina studiavano in città, la nonna Adelina faceva la sarta e gestiva la sua merceria. Quel piccolo negozio le permise di arrivare alla pensione e di vivere una vecchiaia autonoma e tranquilla.

Uno dei suoi grandi rammarichi era quello di non aver mai potuto fare la patente e di non avere una macchina che le permettesse di andare da Cremantello a Pontalba e da Pontalba a Cremantello ogni volta che se ne verificasse la necessità o, più semplicemente, ogni volta che le veniva voglia di vedere le sue nipoti e sua figlia. Mia madre infatti, nel 1966, si sposò e si trasferì a Pontalba, paese che dista circa 40 km da Cremantello.

La merceria era molto piccola, ci stavano tre persone per volta. Aveva il bancone e degli scaffali di legno scuro, le pareti bianche, una grande porta d’ingresso con i vetri che fungeva da antesignana vetrina. Il portone, che chiudeva l’entrata esterna del negozio, era fatto di tre sezioni di pesante legno che si aprivano piegandosi una sull’altra. Veniva chiuso internamente con una spranga di ferro, tenuta ferma da dei supporti dello stesso metallo. Il pavimento del negozio era di mattoni rossi, il colore veniva ravvivato una volta all’anno con uno smalto puzzolente che rendeva la superficie trattata color fuoco.

Ricordo anch’io quella bottiglietta di smalto rosso che si spargeva d’estate sui pavimenti della grande casa della nonna Adelina. Macchiava qualunque cosa o persona le si avvicinasse, anche semplicemente in maniera accidentale, e lasciava il suo marchio per molto tempo con una persistenza stupefacente.

Il negozio era collocato al piano terra, nella parte della casa che dava sulla strada, esattamente in mezzo alla costruzione. C’erano due stanze a sinistra e due a destra. Cinque stanze si trovavano al piano superiore.

La casa aveva inoltre un grande cortile con la pergola di uva fragola e un albero di pere color ruggine nel mezzo. In fondo al cortile c’era un fienile, una rimessa, un pollaio, la porcilaia e il “cantinetto” (la stanza sempre fresca dove si conservava olio e vino). Dietro questo secondo edificio c’era l’orto con cespugli di fiori, piante di ribes, verdure di ogni genere sapientemente coltivate in base alla stagione e alle caratteristiche della terra.

Nella grande casa, dietro al negozio, c’era una stanza dove era collocata la stufa a legna. Quel piccolo rifugio era nel 1959, l’unica sezione dell’edificio che veniva riscaldata, non c’erano i soldi per permettersi altro. In quel perimetro minuscolo ci stavano: un tavolo quadrato con quattro sedie e un divanetto su cui potevano stare due persone.

Molti anni dopo, proprio quel divano fu restaurato, rifoderato con del velluto color rosa antico e trasportato a Pontalba, nel soggiorno di casa nostra. Prese il nome di divanetto d’Adelina” e divenne il divano preferito di Tito, l’amico di famiglia, che lo incorniciava con la sua abbagliante presenza quando passava a trovarci e ad aggiornarci sui suoi novelli e vivifici pensieri. Le sue mani belle si muovevano come liane flessuose ed eleganti e i suoi occhi irradiavano di luce e d’azzurro il sofà.

Nella stanzetta dietro il negozio della nonna Adelina, sopra il tavolo, era posizionato un lampadario con il saliscendi, in modo che la nonna potesse cucire anche di sera. Appeso al muro c’era un calendario e uno specchio con il pettine appoggiato sul bordo sporgente antistante. La stanza veniva chiamata, in base al suo ruolo primario, “la stufa”. Aveva una sola finestra e tre porte, una dava sul negozio, uno sull’ala della casa di destra e una sull’ala della casa di sinistra.

Nessuna delle quattro mura era intera. Ognuna aveva un’apertura che rendeva “la stufa” il nocciolo perforato della casa. Un piccolo cuore a raggiera che pulsava di vita e di calore nel freddo di quell’inizio di primavera che stava spargendo ghiaccio e nebbia più in paese che in città.

Le tende della “stufa”, quelle che coprivano la porta del negozio, il divano e i suoi cuscini, erano tutte di tela robusta color bianco con applicati dei fiori colorati ritagliati da un’altra stoffa e cuciti su quella bianca dalle prodigiose mani della nonna Adelina.

Nel 1959 abitavano in quella grande casa: la nonna Adelina, mia madre Anna, lo zio Giovanni con Toti il suo cane, la prozia Ciadin e lo zio Rigoberto, che dopo poco si ammalò e fu costretto ad andare alla casa di riposo di Casalrossano.

Nessuna delle porte della “stufa” dava sull’esterno dell’edificio, anche per questo la stanzetta restava sempre calda. Di sera la nonna, mia madre, lo zio Giovanni e la prozia Ciadin stavano in quella stanza fino ad ora di andare a dormire. Giocavano a scala quaranta, dama cinese, briscola oppure leggevano e chiacchieravano un po’. La prozia Ciadin pregava i santi, le sante, i beati e i buoni di cuore.

Spesso di sera mia madre e la nonna Adelina cucivano asole (occhielli per i bottoni) di giacche e vestiti. Una specie di lavoro serale che si poteva fare “in casa”, difficoltoso e pagato pochissimo. I capi “da asolare” che spesso erano casacche blu di tela pesante che si usavano nelle fabbriche, venivano consegnati alle sarte all’inizio del mese. Passati i canonici trenta giorni, il corriere ritirava il lavoro finito, lo controllava e decideva se poteva essere pagato. Il lavoro era pesante, mal pagato e faticoso però permetteva di arrotondare un po’ il bilancio domestico e acquistare qualche scatola in più di “spagnolette” colorate da rivendere in negozio.

Alle 9,30 andavano tutti a letto. Le stanze del piano superiore, dove erano sistemati i letti e gli accessori per la notte, erano fredde e senza riscaldamento. Solo il letto era caldo, perché lo si imbottiva con uno “scaldino” di ferro contenete le braci. Lo scaldino veniva tolto appena prima di infilarsi sotto le coperte. Sono capitati, in quegli anni, incendi causati proprio da letti che si infiammavano e ardevano con le braci al loro interno.

Ancora adesso mia madre conserva un lenzuolo di lino con un foro causato da una brace. Lo usa sempre e ogni tanto guarda quello strano buchetto dai contorni frastagliati. Le ricorda la sua infanzia. Un semplice foro in un lenzuolo è più foriero di ricordi di un libro o di un film, perché è legato all’esperienza diretta della vita di una famiglia, al ricordo di persone che non ci sono più e di altre che ci sono ancora e continuano i loro passi in questo curioso mondo. Rispetto al 1959 la vita attuale è sia molto diversa che molto uguale, dipende da come la si guarda.

La scala che portava al piano superiore era di legno, ripidissima e con dei gradini stretti e smussati. Mi ricordo che da piccola mi faceva paura. Avvertivo un senso di pericolo tutte le volte che vi salivo.

Mia madre racconta che quando lo zio Giovanni aveva un anno era caduto proprio da là. Il giorno di Natale del 1948 il cielo era bianco e carico di neve, mio nonno si stava preparando per andare alla messa domenicale, quando sentì lo zio Giovanni piangere. Lo trovarono disteso in fondo alla scala. Era ruzzolato giù e strillava accasciato sull’ultimo gradino. Lo presero in braccio, lo osservarono e notarono che era pieno di botte all’inverosimile, con la testa tutta gonfia. Si spaventarono ma, per fortuna, la caduta non fu così grave e il bambino si riprese in fretta solo con l’applicazione di una pomata per le botte.

Ciò che mi impressiona sempre di questa vicenda è che nessuno pensò che il bambino sarebbe morto o sarebbe rimasto menomato (ipotesi che oggi qualsiasi genitore prenderebbe in considerazione), nessuno pensò di portarlo all’ospedale, non era previsto che si portasse “dai dottori” un bambino che aveva “semplicemente preso delle botte” (oggi si correrebbe al pronto soccorso a rotta di collo). Nessuno pensò che il bambino avesse bisogno di una radiografia (oggi verrebbe radiografato dalla testa ai piedi) e, infine, nessuno pensò di rifare la scala con gradini più grandi e sicuri e anche con uno scorri-mano.

Questo incidente mi sembra un bell’esempio di come alcune abitudini siano cambiate enormemente e di come alcuni comportamenti, ritenuti allora normali, siano oggi considerati inaccettabili.
Il tempo procede inesorabile il suo cammino e, accompagnate dal suo insidioso incedere, molte cose migliorano e altre no. Forse quello che abbiamo perso è la speranza che anche le situazioni più difficili si possano risolvere positivamente.

Trovo che l’idea di speranza (la sua definizione, la ricerca delle modalità con cui la si può trovare e perdere) sia un tema importante, che accompagna la nostra vita e la condiziona fino a definirla.

In quel mese del 1959 il governo cinese chiuse le frontiere con l’India. Il 13 aprile venne inaugurato ad Ispra, in provincia di Varese, il primo reattore nucleare italiano e, purtroppo, il 25 aprile si registrò il primo caso di AIDS nel mondo. Per molti anni questa malattia restò però poco conosciuta e diffusa. L’inizio ufficiale dell’epidemia fu fissato in data 5 giugno 1981.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore. 

Aspettando la notte
…un racconto

Aspettando la notte
Un racconto di Carlo Tassi

Mangio per noia.
Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana.
Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca.
Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto.
Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo.
Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?

Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…

Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto.
E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma.
Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui.
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio.
Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone.
L’oscurità circostante espande l’orizzonte.

E il tempo?
Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me.
Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno.
E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone.
È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso.
Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta.
Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.

Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Bring On The Night (The Police, 1979)

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Una sera per caso
…un racconto

Una sera per caso
Un racconto di Carlo Tassi

Quanto di quello che ci succede accade per caso? Probabilmente tutto, anche ciò che crediamo di poter controllare attraverso le scelte che facciamo ogni giorno.
Libero arbitrio o pia illusione? Fiduciosi artefici del nostro destino o felicemente in balìa di questa cosa caotica chiamata esistenza?
La verità è che viviamo perennemente in bilico, e quando fatalmente ce ne accorgiamo è sempre troppo tardi.

Viki era bellissima coi capelli neri e lisci che portava lunghi e sciolti sulle spalle, ed era ancor più bella quando tornava dall’ufficio coi capelli raccolti da un cerchio di madreperla verde e gli occhiali da vista ancora appoggiati sul naso. Il viso stanco dopo una giornata di lavoro le conferiva un’aria in qualche modo sensuale, e quando glielo facevo notare si scherniva dicendomi che non ero affatto obiettivo perché innamorato, in altre parole che ero rincitrullito.
Da buona italiana le piaceva la pizza e andava matta per il gelato alla nocciola e menta.
Viki era astemia, amava gli animali e odiava il fumo delle sigarette. Suo padre, accanito fumatore, aveva appena superato la quarantina quando morì per un carcinoma ai polmoni, lasciandola orfana all’età di dodici anni.

Avevamo molto in comune io e Viki: lei come me amava andare al cinema e come me preferiva il mare per rilassarsi nel weekend.
C’incontrammo la prima volta al compleanno di Michael, un comune amico. Quella sera i miei amici dovettero insistere parecchio per convincermi a uscire e fare un salto alla festa. Alla fine, mio malgrado, accettai.
Non stavo attraversando un bel periodo: avevo perso i miei genitori in un incidente d’auto appena tre mesi prima e dal giorno della loro morte ero profondamente cambiato. Ero convinto che la vita mi avesse punito con la più grande delle ingiustizie e non sopportavo di stare in mezzo agli altri. Mi sentivo come un guscio vuoto che non aveva più niente da dare, non credevo più in niente e non cercavo l’aiuto di nessuno.

Alla festa mi misi in un angolo a osservare la gente con l’aria di chi non vede l’ora d’andarsene. Fu allora che incrociai lo sguardo di Viki che dopo nemmeno un minuto mi venne incontro per parlare.
A dire il vero, tuttora non ho ben chiaro quale fu il motivo che la spinse ad attaccar bottone proprio con me, ma il fatto è che appena iniziammo ad aprir bocca fu come se ci conoscessimo da sempre.
Viki non mi fece domande sulle cause del mio malessere, io stavo accarezzando il border collie di Michael e lei, senza che le chiedessi nulla, iniziò a raccontarmi del suo cane, di quando ancora bambina raccolse quel cucciolo abbandonato per strada e di quando, dopo quindici anni di vita insieme, gli diede l’ultima carezza prima che un’iniezione del veterinario lo addormentasse per sempre.
Parlammo del mare e della burrasca che c’era stata la notte prima, poi di gite in barca e di libri gialli, dei film preferiti e della musica che ci piaceva ascoltare. Chiacchierammo tutta la notte fino all’alba.
Da quella volta continuammo a vederci regolarmente, finché capimmo che il nostro destino era quello di stare insieme.

Io e lei non smettemmo mai di scambiarci la vita. Lo facevamo in modo semplice: con le parole, coi gesti quotidiani, con gli sguardi, coi pensieri. Usavamo tutto quello che avevamo: i nostri corpi, la nostra immaginazione, gli oggetti che ci circondavano e anche i nostri silenzi.
Era il nostro mondo perfetto, fatto solo per noi. Fino a due anni fa.

E ora che ci penso, ora che finalmente rivedo tutto quanto con la giusta lucidità, in questo nuovo giorno dopo tutti i giorni passati a rimuginare e con tutto il tempo che mi resta per ricominciare…
È già troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi.

It’s Too Late (Carole King, 1971)

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Una parte microscopica del cosmo

Ho ripescato dall’archivio di Internazionale (https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/09/19/ansia-consuma) un interessante articolo di questo scrittore e giornalista. Il pezzo parla dell’ansia, uno stato d’animo sul quale, in questi giorni, sentivo il bisogno di leggere qualcosa di terapeutico. La prospettiva eccentrica dell’articolo risiede nella considerazione di come l’ansia non si combatta “vivendo nel presente” secondo un precetto di ispirazione buddista, ma anzi dandole tempo, anche solo qualche giorno, per capire che ciò che ci preoccupava qualche giorno fa, oggi potrebbe addirittura farci sorridere; come ogni presagio di catastrofe allenti la sua presa emotiva, non appena ci si rende conto che la catastrofe non è arrivata, e la nostra ansia per il disastro mai avvenuto era, proprio lei, il vero e unico disastro. E che siamo “una parte microscopica del cosmo”, come potremmo verificare con Google street view e Google earth, partendo dall’immagine di casa nostra e allargando il campo fino a mostrare l’intero pianeta.

Quasi tutte le cose che ci preoccupano si dimostrano sopportabili, se non addirittura positive, o semplicemente non si verificano mai. La prossima volta che avrete paura che qualcosa vi rovini la vita, provate a pensare che se in passato aveste avuto ragione, oggi la vostra vita sarebbe già rovinata.”

Oliver Burkeman

Gennaio 2060

 

Oggi è il primo Gennaio 2060, fra un po’ compio cinquant’anni. Mio fratello Enrico ne ha quarantadue e mia sorella Rebecca cinquantasette. Io ho un marito che si chiama Luca e due figli: Axilla che ha vent’anni e Gianblu che ne ha diciotto. Vive con noi anche Cosmo-111 un piccolo robot che pulisce la casa, accende e spegne la caldaia e gli altri elettrodomestici, apre e chiude la porta quando qualcuno arriva. Cosmo-111 sta ancora abbastanza bene, anche se ha dieci anni e alcune delle sue parti meccaniche cominciano a creargli qualche problema. La zia Costanza ne ha ottantotto ed è ancora in forma, a parte le sue gambe che non la sorreggono più come una volta. Riesce a camminare e passeggiare, ma non a correre e, se il cemento non è bello liscio, inciampa. Ma lei non si lascia scoraggiare e affronta le giornate con lo stesso spirito di sempre. Scrive ancora con molta serietà e poi ogni tanto si ferma, rilegge quello che ha scritto e ride da sola divertita dalle parole che ha posizionato sulla carta.

I suoi capelli sono completamente bianchi, lisci come spaghetti e tagliati con un caschetto dritto che arriva sulle spalle. La stessa pettinatura di sempre. Lo stesso profilo per bene e molto bello. Il suo viso si è riempito di piccole rughe e lei non fa assolutamente nulla per nasconderle. Dice che le sue rughe le piacciono, sono tutti i cartellini timbrati nella sua vita, le pietre miliari di tutto ciò che è stato, di tutto quello che ha visto. I suoi occhi un po’ nocciola e un po’ verdi si sono schiariti nel corso del tempo e adesso sono ancora più belli di quando era giovane, se questo è possibile. Ogni tanto racconta ai miei figli pezzi della storia che ha vissuto, strani aneddoti che divertono tutti, oppure sue idee sul mondo e sulla vita, che, in quanto bizzarre e assolutamente autentiche, sono oggetto di riflessione da parte dei ragazzi. Ha creato un suo mondo di piccole idee alternative e controcorrente che acuiscono la curiosità delle persone e aumentano a dismisura il fascino di quella donna, ormai vecchia, ma sempre unica.

Io le sono sempre piaciuta, mi ha sempre detto. “Valeria, sei bellissima” e lo ha anche sempre pensato. Anche adesso, ogni volta che mi vede, mi abbraccia e mi guarda con compiacimento come se quello che sono e quello che faccio dipenda anche da lei, da quello che mi ha insegnato e da tutte le volte che mi ha detto “Sei bellissima”. Ed è così! Ognuno di noi è il frutto delle cose che ha imparato, delle persone che ha incontrato, delle relazioni buone che ha saputo costruire e mantenere e, soprattutto, dell’amore che gli è stato donato. Solo chi ha ricevuto amore, sa donare amore. Credo fermamente in questo. Sono stata una bambina molto amata dalla mia famiglia, dai miei vicini di casa, dai miei parenti di Cremantello e perfino da una suora di Clausura Carlottina Scalza. Si chiamava Guenda, era una cugina di Cremantello, la sorella più grande di Ines e Bella. La zia Costanza mi ha portato alcune volte a Carpino Solano, presso il convento di San Leopoldo, a trovarla. Quella donna irradiava pace sul mondo, era la serenità in persona. Anche quel ricordo accompagna la mia vita, come molti altri.

Io abito, come sempre, a Pontalba, ma nella zona industriale del Paese, perché Luca aveva una casa là e siamo andati ad abitarci quando ci siamo sposati. Rebecca abita vicino al fiume, in una piccola cascina ristrutturata che si chiama Portici e costeggia il Lungone. Mia madre Cecilia e la zia Costanza abitano ancora in via Santoni Rosa nella vecchia casa dei Del Re, di fronte a quella di Albertino e Gina Canali. Albertino è morto lo scorso anno con grande dispiacere della zia, mentre Gina e Luigi abitano ancora di fronte al numero civico 21, la nostra vecchia casa.

Axilla e Gianblu vanno quasi tutti i giorni a trovare la nonna e la zia, sono affascinati dalle vicende che raccontano e da tutti i tesori vecchi e ammuffiti costuditi nella soffitta della grande casa. In modo particolare amano farsi raccontare delle vicende di quarant’anni fa, quando c’era l’epidemia di Covid-19 e, solo in Italia, sono morte più di centomila persone.

Io allora avevo dodici anni e non ho vissuto quel periodo in maniera drammatica, ma come un tempo  di grande noia. La Lombardia è stata per due anni (2020-2021) quasi sempre in zona Rossa (era chiamata così la zona caratterizzata dalle maggiori restrizioni: limitazioni negli spostamenti, nella attività economiche, nella vita sociale, coprifuoco), e io ho vissuto quasi sempre chiusa in casa. Facevo le lezioni scolastiche attraverso una piattaforma che si chiamava Zoom e usavo WhatsApp per comunicare con le mie amiche.

In quel periodo molto lungo e grigio, caratterizzato da poco entusiasmo e da una fatica interiore che mi rendeva difficile affrontare quelle giornate tutte uguali, mi ha sicuramente aiutato l’avere una casa con cortile e orto. Là si poteva passare tempo all’aperto in maniera protetta e sicura. Mi ha anche aiutato la soffitta della nonna Anna piena di ciarpame, vecchi cimeli e oggetti improbabili da osservare, ripulire. E’ stato utile poterli guardare, catalogare, cercare di capire da  dove arrivassero e cosa ci facessero lì. Ciò che viene dal passato riverbera nel nostro tempo delle immagini, dei significati, la storia dei nostri antenati, ci riporta pezzi di noi, di quel che siamo stati, di quel che siamo e di quel che diventeremo.

Ricordo che guardavo il portone di casa e desideravo uscire in biciletta, andare da Sara a fare i compiti, soffrivo terribilmente quella reclusione che non finiva mai. A volte chiedevo alla zia: “Zia Costanza, quando posso andare all’oratorio? Io sono stufa di stare sempre qui!” e lei mi rispondeva: “Valeria, amore mio, vedrai che si potrà a breve, vedrai che adesso ci vaccinano e poi si tornerà alla normalità, vedrai che col caldo questa brutta malattia se ne andrà”. Cercava di rincuorarmi come poteva, per quel poco che sapeva, che sapevano tutti.

Ricordo che un giorno, tutto grigio dentro e fuori di me, mi misi a piangere. Piangevo perché mi sentivo in un tunnel di morte, senza prospettive, con poco entusiasmo e nessuna aspettativa per il futuro. Allora la zia mi abbracciò e mi disse: “Siamo ancora vivi Valeria, siamo vivi e nessuno di noi è ammalato, prova a sorridere almeno per questo. Se riesci a sorridere spunterà un po’ di sole, vedrai. Altrimenti finiremo tutti per passare la giornata in questo grigio cupo. Sei solo tu che oggi può far sorgere il sole!” Cosi mi sforzai di sorridere e un po’ di sole, almeno dentro casa mia, arrivò.
I miei amici passavano le loro giornate a guardare la TV, alcuni ad accudire il cane. Altri a fare strani giochi in internet, altri ancora, i meno fortunati, a litigare con genitori e fratelli, oppure ad ascoltarli mentre litigavano tra loro.

Alla fine di quei due lunghissimi anni eravamo tutti tristi, anche se  a Pontalba ci sono stati pochissimi casi di Covid-19 perché il paese è molto isolato. Si trova all’interno del parco Natuale del Lungone Nord. Un luogo molto poco frequentato, certamente non di passaggio. A Pontalba non c’è turismo, se non quello degli uccelli migratori, degli aironi, delle talpe. Eppure io ricordo in maniera molto vivida quella sensazione di vuoto pneumatico, quell’infinita tavolozza di diverse tonalità di grigio che colorava quelle giornate. Ho dovuto smettere per quasi due anni di fare nuoto, di andare ai corsi di inglese e di provare i giochi matematici che mi divertivano tanto.

La mamma e la zia giocavano con noi a carte, incognito, dama, oca e molti altri giochi in scatola. In quel periodo mi hanno comprato anche tanti libri, il telefono, dei nuovi giochi per la playstation. Hanno fatto di tutto per cercare di rendere quelle giornate accettabili, per alleggerire la situazione.
In quei due anni ho sicuramente perso molte cose. Ho perso la vita normale di una bambina di dodici anni. Poi il tempo è passato e tutto, un po’ alla volta, è tornato quasi normale. I morti sono stati sepolti e col tempo dimenticati, la scuola, il lavoro, le attività all’aperto sono riprese.
Questa nostra vita scorre inesorabile come un lungo fiume e scorrendo porta via il male, la morte, la malattia e tutto il buio di quei due anni di reclusione e spavento.

Axia e Gianblu vogliono sempre sapere come stavamo in quel periodo, cosa facevamo sempre chiusi in casa, cosa dicevamo, se avevamo paura. Quello che mi vien sempre da dir loro è che non avevamo paura, c’era qualcosa dentro di noi che ci faceva andare avanti sperando che il giorno dopo sarebbe stato migliore, che sarebbero arrivate delle buona notizie, che la situazione avrebbe cominciato a migliorare. Ricordo che la nonna Anna diceva sempre: “Passa Valeria, vedrai che questa malattia passa. Anche la peste del 1600 dopo due anni se n’è andata e le persone hanno ricominciato a vivere normalmente”. Ricordo che la nonna Anna guardava la porta chiusa e poi diceva a bassa voce: “Apriti sesamo, apriti per tutte le persone di questo povero mondo”.

Noi siamo sopravvissuti tutti e adesso che sono passati quarant’anni, siamo ancora quasi tutti qui.

Guardo Cosmo-111 che passa tra i miei piedi aspirando la polvere depositata sul pavimento. Mentre si muove veloce canta una canzone che gli piace tanto: “Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!”. Lui del Covid-19 non sa nulla.

 

Due passi in centro…

Ferrara la cammino tutti i giorni, la guardo, la respiro, ne sento il sapore umido, antico come le buie cantine dei suoi palazzi in centro. Ferrara, nonostante tutto, resta una bella città. La mia città, nonostante tutto.
Bassa come le sue case, come la sua pianura, come la sua accoglienza. Ferrara è geometrica, rettilinea, spigolosa, nascosta, chiusa, gelosa, invidiosa. Come un’amante trascurata, s’imbelletta la sera, attende speranzosa una telefonata che non arriva mai.

Quanti amici ho visto partire e mai più tornare. Tanti, troppi. Ferrara, madre snaturata, abbandona i suoi figli, li fa fuggire, allontanare per cercar fortuna altrove.
Bella, distante, fredda e silenziosa d’inverno. Bianca e grigia, come la sua brina mattutina e le sue nebbie rarefatte, raccolte nei vicoli e disperse nei campi. Rossa come i suoi cotti e le sue mura secolari, verde come i suoi cortili misteriosi e suoi i parchi trascurati, sconfinati.
Ancor bella, raccolta, afosa e scollata nelle sere d’estate. Animata dai capannelli del centro, tra eroici locali per la gloria d’una stagione, insozzata da rimasugli d’annoiata, disperata, giovanile baldoria.

Ferrara sconcia, bugiarda, venale. Povera e ricchissima. Figlia di contadini, ostaggio di mercanti. Fiera del suo remoto passato, vergognosa del suo volgare presente. Provinciale tra le provinciali, si svende al miglior offerente. Si tormenta, litiga, s’azzuffa, si lamenta dei suoi malanni, si schernisce e non guarisce.
Ferrara, una perla smarrita nella sabbia dei suoi canali. Orgogliosa e depressa come la sua terra, impregnata di memoria, incrostata d’apparenza.
Ferrara, eterna fanciulla, immota nei secoli. Adagiata sui suoi sepolcri d’argilla, giace eterea e inerte sotto il suo cielo immenso. Spersa nel nulla.

Continuo a camminare nelle sue strette vie. L’anima tranquilla libera i pensieri sopra i tetti, mentre lo sguardo incuriosito indugia dentro le finestre e le porte aperte delle case appresso. Scorgo grandi e piccoli segreti, vedo splendidi androni restaurati e, subito a fianco, miseri tuguri trascurati. Angoli privati, racchiusi negli attimi che s’alternano al rumore dei miei passi. Questa è Ferrara: decadente ricchezza e miseria nascosta.

Passi incerti e irregolari su gibbosi sampietrini in porfido fanno l’eco ad ogni inciampo.
Mentre intorno tutto tace.

Il passato non torna

Una breve storia da raccontare e un brano musicale scelto per accompagnare il racconto. Perché le storie si possono leggere e ascoltare. Immagini, brani e testi, magari nati in momenti diversi, ma legati da un unico sentire. Tre differenti visioni che diventano una sola, un viaggio nel tempo, nel sogno e nella fantasia.
Buon ascolto e buona lettura.

Ashes To Ashes (David Bowie, 1980)

Un morto non torna. Una vita vissuta, finita, estinta, non ritorna.
Tutto è cancellato, per sempre dissolto, risolto. E’ passato.
Resta solo un vago sapore di polvere nel palato.

Mi passo una mano sulla faccia. Sfioro con le dita i solchi del tempo. L’età s’accumula nelle pieghe della pelle. S’attenua la tensione della vita.
Le cellule rallentano, invecchiano e statiche contemplano. Il veleno scorre discreto in queste vene lacere, ricucite. Braccia e gambe arrancano, scricchiolano, si muovono con fatica, a volte gridano, fanno quel che possono.
Ma la battaglia è persa. Come a Dunkerque in quei giorni di maggio, si salva quel che si può.
Questa è la vita: resistere, salvare il salvabile.
E camminare sul margine dell’oblio, aspettando di cadere.

Respiro vecchi profumi, ascolto vecchie canzoni, m’affanno a ricordare. Chiudo gli occhi, inizio a scavare, cerco oggetti smarriti, una preghiera di conforto. Dolcezza, spensieratezza. Un’ultima volta riemerge la purezza posseduta. E mi consuma vedere ch’è perduta.

Ferite addomesticate di poesia, lame affilate di malinconia, bruciano e incantano.
Il sangue sgorga, torna puro alla sorgente, svuotando ogni mio volere. Vivo al passato per fuggire dalla gogna del presente.

Poi incontro un bambino. Mi sorride, mi chiede di giocare. Corro con lui nel prato. Le ombre sbiadiscono sotto il sole e la sua luce cogente. M’accorgo ch’è divertente.
Il bambino se ne va, ma domani tornerà. Come il sole, prepotente. E con lui questo prato e i suoi colori, i suoi rumori, i suoi odori. La vita è provocante, pulsante come questo mio cuore ancor battente. Già, non è il momento di lasciarsi andare, di chiudere gli occhi e smetter di respirare.

Ma, a torto o a ragione, un rifugio non è una prigione.
Mi cullerò nell’idea di ciò ch’è stato. Ne trarrò nutrimento, non certo per la pancia. Sfamerò invece l’immaginazione. La renderò struggente, ardente, degna d’attenzione.
Buona, come il cibo che non si può più mangiare.
Bella, come la donna che non si può più avere.

Sublime, come il passato che mai più potrà tornare.

Mummia, morte, tombe

Zia Costanza e la tomba di Kha e Merit

 

La zia Costanza ha compiuto cinquant’anni ed è una zia speciale.  Uno dei motivi per cui mi piace la zia è che  mi dice sempre: “Rebecca sei bellissima”. Chissà perché lo dice, sicuramente lo pensa, è una persona sincera. L’ha sempre detto fin da quando ero piccola, fin da quando io ricordo. Anche ai miei fratelli, Enrico e Valeria, lo dice sempre: “Siete bellissimi!”.  La zia Costanza scrive quasi sempre e, a volte, parla mentre scrive, dà voce ai suoi pensieri. Anche le mie amiche amano la zia Costanza che è alta, mora, molto agile, sa tante cose.

La zia ha un marito che si chiama Pietro, ma la nonna Anna dice che quando era giovane aveva un altro fidanzato che si chiamava Guido e abitava in montagna. La storia di Guido è una delle incognite della vita della zia, non ne parla mai. Io cerco sempre di farmi raccontare qualcosa di questo Guido ma lei tergiversa sempre.  Una volta la nonna mi ha raccontato che Guido era un mezzo genio, un tipo intelligente, affascinante ma alquanto strano. E’ stato lui a lasciare la zia. Mi chiedo come abbia potuto fare una cosa del genere, non ha sicuramente trovato niente di meglio. Io ascolto sempre quel che racconta la zia Costanza perché da lei si impara.

Adesso tutti parlano degli insegnamenti che ci ha lasciato il Covid-19: nessuno si salva da solo, i medici e gli infermieri sono stati la prima linea di questa guerra, la conoscenza scientifica deve essere messa a disposizione di tutta la comunità in tempi rapidi, no all’individualismo smodato, no alla corsa all’autorealizzazione fine a se stessa, no al predominio del mercato sullo Stato, no alla privatizzazione della sanità.
Anche la zia dice che tutto questo è vero, ma afferma anche che nelle cose che dicono tutti c’è poca convinzione e molto passaparola.

Dice che il Covid-19 ci ha insegnato anche altro. Ad esempio  a voler bene ai nostri vicini di casa, soprattutto se sono anziani. Qui in via Santoni Rosa è morta una signora che conoscevamo da sempre. Si chiamava Dora.  Di fronte al retro della nostra casa ci sono degli orti, anche Mina, la signora anziana che ne coltivava uno, è morta. Ci dispiace tanto, quelle signore erano belle dentro e fuori. E’ proprio vero, la presenza di persone care è una grande fortuna. Rende migliore la nostra vita, più leggera, più protetta. Bisogna godere della loro presenza in ogni attimo, perché non sappiamo per quanto loro ci saranno, per quanto ci saremo noi. Dora e Mina ci hanno lasciato improvvisamente.
Non abbiamo potuto andare al loro funerale, ma io e la zia Costanza abbiamo comprato due piantine di azalea bianca e le abbiamo messe sulle loro tombe. La zia dice che il culto dei morti è importantissimo, che è uno dei pilastri che segnano l’inizio della civiltà umana.
Dice che le tombe sono dei reperti storici importanti dai quali si può imparare molto: dalle tombe dei Faraoni a quelle degli Etruschi, dalle tombe Aborigene a quelle Militari delle guerre mondiali. Proprio lì si ritrova la nostra storia, le nostre radici, si scoprono gli errori umani e anche quanto l’uomo sa essere solidale e giusto anche in situazioni drammatiche e pericolose.
La zia Costanza  ama le tombe, quelle recenti e quelle passate, quelle vecchie ma ancora in buono stato e anche quelle antichissime di cui resta solo una pietra. Dice anche che il culto dei morti, le cerimonie funebri, i riti della mummificazione e cremazione sono affascinanti, che io devo imparare da tutto questo. Mi ha promesso che appena si potrà, mi porterà al museo egizio di Torino dove c’è una tomba che devo vedere. E’ una delle più antiche tombe custodite in quel museo, quella di Kha e della sua consorte Merit. Sono vissuti tra il 1450 e il 1380 avanti cristo. Kha fu il capo architetto della necropoli Tebana al servizio del faraone Amenhotep III.
La sua mummia ha un grande collare d’oro e orecchini dello stesso metallo. Giace in un duplice sarcofago di cui quello esterno è ‘a cassa’ mentre quello più interno antropomorfo è in legno di cedro.  Il sarcofago antropomorfo contiene i resti di Merit la quale, morta prima del marito, ricevette la sepoltura nel sarcofago a lui già destinato. Sono stati rinvenuti nella tomba vasi canopi,   oggetti funerari e oggetti  della vita quotidiana e lavorativa della coppia.  Tra questi vi sono tuniche, vesti, biancheria intima, parrucche, tavole per il gioco del senet, suppellettili, mobilio, resti di cibo, strumenti di misurazione.

La zia dice che dobbiamo andare a vedere la tomba di Kha e Merit, che loro sono nostri antenati tanto quanto lo sono Dora e Mina. Dice che il DNA di Merit e quello di Mina sono quasi uguali. Se si pensa all’età della Terra, la distanza temporale tra Merit e Mina è breve, quasi irrilevante per la struttura del DNA che si è mantenuta pressochè uguale. Appena si potrà andremo a Torino.

La zia Costanza è unica. A volte manifesta dei bisogni impellenti che non hanno a che vedere con il cibo o con il freddo o con qualche bisogno fisiologico, ma che sembrano scatenarsi dentro di lei con lo stesso grado di urgenza. Vuole portarmi a vedere quella tomba e lo farà quanto prima. Sembra un suo desiderio attuale, una sua necessità.
Un altro pensiero che si è affacciato alla coscienza della zia in questo periodo, è che non bisogna credere ai sedicenti medium, a chi dice che si può comunicare con i defunti, naturalmente dietro lauto compenso.
Non bisogna fidarsi di persone che si fanno pagare per fare cose del genere, anzi bisogna denunciarli, scrivere ai giornali, dire a tutti che è una vergogna e uno scandalo”.
Dice  che se mai qualcuno sapesse davvero mettersi in contatto con i cari estinti lo farebbe gratis, per aiutare le persone, per spirito di carità e non di certo per lucrare.

Io non so molto di aldilà e non credo che si possa comunicare con i morti attraverso un essere umano vivente che fa da medium. Mi sembra che la zia abbia ragione.
Lucrare sulle sofferenze umane, quali le perdite di persone care, è una cattiva azione
. C’è sempre qualche spregiudicato che prova a farlo. L’utilità di stare lontano da persone che approfittano senza scrupoli della sofferenza altrui non è un insegnamento nuovo, è una riscoperta di quello che dicevano i nostri nonni e che adesso è riemerso dalla nostra storia con rinnovato vigore.
Gli insegnamenti che vengono dal passato non sono arrivati a noi per caso. Si ripropongono di tanto in tanto alla nostra coscienza con un vigore che dipende dalle avversità e dai drammi che viviamo.

La zia dice anche altro sugli insegnamenti del Covid-19. Ad esempio ogni tanto dice: “Quando non se ne può proprio più bisogna mettersi a testa in giù, guardare la gente dal basso verso l’alto e provare a vedere le persone diverse e migliori, mettere a fuoco alla rovescia dei sorrisi clementi che fanno bene a tutti. Quando il dramma è ovunque non resta che provare a cambiare prospettiva.
Io quando lei dice queste cose, non commento. E’ mia zia e io le voglio bene.

 

Il tempo circolare: i segreti e la lezione dei criceti

In un tempo lontano ho avuto a che fare con quelle bestioline chiamate criceti che era molto comune allevare in molte case ferraresi. Quello che mi affascinava era la presenza di una ruota all’interno della gabbia che come spiega Wikipedia ha una sua funzione precisa:
“La gabbia per un criceto nano (russo) (siberiano) deve essere di almeno 75×47 cm mentre per i roborosky, i dorati e i cinesi almeno 120×60. È essenziale la presenza di una ruota (20 cm per i siberiani e i russi, 28 cm per i dorati, roborosky e cinesi), perché si mantengano fisicamente in salute e di una tana per dormire.”
M’incantavo a vederli muovere con impegno la ruota, anche se la loro fisicità mi procurava un leggero imbarazzo, ma ancor più mi sorprendevo a pensare che quella ruota, che essi giravano con tanto impegno, creava uno spazio/tempo circolare e che, quando improvvisamente la abbandonavano, la dimensione spazio-temporale si fermava e quel che restava a loro era un presente assoluto.

Mentre compio il mio consueto giretto per casa in questi momenti della fase 2, ‘il pianoro’, come si dice usando una metafora paesaggistica, in cui è necessario non trasgredire ai severi provvedimenti per abbattere l’orribile virus (quello che la raffinata amica e grande linguista Portia Prebys mi suggerisce debba essere chiamato come in Inghilterra walk about) mi si presenta la condizione del criceto. A nulla serve per uscirne di pregustare gli impegni più interessanti che mi aspettano: scrivere questo Diario, affrontare il saggio su Magris, telefonare all’universo mondo, chiamare in video conferenza gli amici del cuore e i pronipotini, aprire il cd Steinway Legends rimasto inspiegabilmente inascoltato della mia Martha Argerich.
Mi fermo e rendo così il tempo un eterno presente senza passato e tantomeno senza futuro. Come un criceto che smette di girare la sua ruota. Sarà la mia reale condizione di vecchio che si prepara a sospendere il tempo? Per sempre?

Non è che ogni giorno rifletta sulla mia somiglianza con i criceti. Fossero almeno i miei adoratissimi pelosi cani, o in seconda scelta i gatti, lo tollererei. Ma i criceti….! Eppure questo è ‘ciò che passa il convento’, come sentenziava nonna Adalgisa, mettendomi davanti, io bambino, l’orrenda zuppa di cavolo tra le non amate verdure la più odiata.
E’ dunque meglio pensare ai segreti, una delle mie fissazioni da sempre. I segreti amatissimi che ho sempre adorato divulgare e che ovviamente non sono i ‘veri’ segreti, che non si confessano nemmeno a se stessi, oppure son tali da diventare materia di scrittura per il solito inesorabile principio di credersi helas! scrittore.

Il mio romanziere preferito in questi mesi si chiama Eshkol Nevo, che in L’ultima intervista (Neri Pozza, 2019) tra verità e fantasia spiega cos’è un segreto tremendo di cui il protagonista viene a conoscenza. Narra di uno scrittore famoso di polizieschi, lo svedese Axel Wolf, che viene trovato quasi morto nella sua camera d’albergo e da lui viene soccorso. All’ospedale incontra la moglie di Wolf, Camilla, alla quale chiede cosa significhi una frase che Axel pronunciava in continuazione. La moglie glielo rivela, ma gli dice che sarà costretta ad ucciderlo, perché a sua volta non lo sveli. E’ un segreto, terribile, ma ovviamente non lo spiattello qui per rispetto alla trama del libro. Ma invece è importante commentare, sentendo la rivelazione di Camilla, la sua interpretazione sul significato del segreto. Rivela la donna a p.369:
“Questo mi sembra veramente importante. Affrontare cosa debba essere la consapevolezza del segreto. E tutto il Novecento si nutre di segreti: da Proust a Joyce e soprattutto D’Annunzio, che non esita orgogliosamente di intitolare parte de Le faville del maglio:Secretum’, ponendosi in rapporto diretto con il primo e forse più straordinario custode e diffusore al tempo stesso del segreto, Francesco Petrarca“.

Ma i miei lettori l’avranno già intuito: io propendo per ‘i segretucci’, quelli cioè che sono di necessità svelabili. Sono l’essenza stessa di ciò che chiamiamo ‘cicaleccio’, ‘chiacchiericcio’, il ‘parlar improprio’, quello che è così straordinariamente diffuso tra i politici che ha dato luogo a ciò che la Treccani definisce ‘cicalecciocrazia’, cioè l’improvvisazione sul dilungarsi a parlare seriosamente di ciò che non si sa. E naturalmente gli esempi recenti sono così evidenti, che sarebbe un altro ‘cicaleccio’ esibire i nomi.
Tra costoro che sono poi i più attenti a parlare, usando quei neologismi di cui già riferimmo nel Diario precedente, quelli che fanno più male sono quelli usati dai politici, che s’intromettono nelle decisioni dei provvedimenti assunti dagli specialisti. Nascono così le storie più incredibili: dal virus prodotto in laboratorio, che sfugge al controllo degli scienziati all’uso della mascherina, dei guanti, del tampone. E in questo campo le storie, le rivelazioni, diventano oggetto di possibili e straordinarie novelle o racconti.
Allora rimando ad un delizioso spot dove la dottoressa di turno insegna, con fare suadente e convincente, come si sanificano le mascherine per riusarle, visto la quasi introvabilità delle stesse.
Ma in fondo, in fondo meglio rivelare i ‘segretucci innocenti’ come, ad esempio, che non avevo comprato le paste perché me ne ero dimenticato, mentre ne avevo fatto una scorpacciata terrificante e non lo volevo dire. Poi si sa amor vincit omnia alla fine ho confessato.

 

“Se tu fossi una città”, Roberto Dall’Olio illustra il suo itinerario poetico fra memoria e presente

Se tu fossi una città è il titolo della più recente raccolta di poesie pubblicata da Roberto Dall’Olio, impreziosita dalla prefazione di Romano Prodi: “In quest’opera – scrive il noto statista – si coglie un sentimento ampio, universale, romantico e cosmopolita, ma pur sempre intimo. Con la sua poesia Roberto Dall’Olio mette in scena una continua migrazione, grazie all’uso del ‘leitmotiv’ “Se tu fossi una città saresti…”. Il Diverso, l’Altro diventano valori da esaltare… Ogni città, da Bologna a New York, da Epidauro a Matera, arricchisce il testo a modo suo… Il soggetto principale, l’individuo a cui è rivolto il testo, è un prodotto diretto di questo continuo riaffiorare del passato e delle radici che ci sostengono. Viaggio e memoria…”.

Questo pomeriggio, alle 17,30, il volume edito da l’Arcolaio sarà presentato alle libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogheranno Maria Calabrese, Roberta Barbieri (docenti del liceo Ariosto) e Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia.

Rovine o macerie

Nel 2004 Marc Augé pubblicò un libro nel quale si interrogava sul senso del tempo e sulla differenza tra una rovina, monumento di un tempo passato, fermo, puro, non databile, e le macerie, costruzioni che non hanno il tempo di diventare tali ai nostri giorni. C’è un’Italia fatta di tante macerie, quella dei ‘non-luoghi’, dove il senso dello scorrere del tempo viene accelerato, insieme al dissiparsi delle relazioni intra-personali. Ci sono luoghi, invece, fatti di rovine, dove il ‘non-tempo’ fa in modo che ci si fermi, ci si finga fermi, e si provi ad ingannare lo scorrere inesorabile dello stesso. Luoghi che raccontano al di fuori della storia, luoghi che sanno parlare senza la necessità di dire, luoghi di cui non si sa nulla, ma che ugualmente risultano familiari. Rovine dalle quali il silenzio fa trasparire il suono di un tempo che fu. Rovine che migliorano la vita, circondate dalle macerie di un’esistenza senza il senso del proprio tempo/non-tempo, luogo/non-luogo.

 

Bar sport

Non si può sfuggire dal fascino della memoria, ed il ricordo diventa tale solo nel momento in cui venga stimolato da un’epifania. L’immagine serve a ciò. Quando questa si tramuta in un quadro di realtà, dà non solo il senso di memoria, ma anche quello della realtà dei fatti. Una luce sospesa nella desolazione. Realtà su carta incastonata in un piccolo rettangolo. Non posso descrivere questa immagine in poche righe se non dicendo che per guardarla bene bisogna chiudere gli occhi e osservare un proprio luogo dell’infanzia, dell’adolescenza, della propria vita. Proprio lì dove si ferma il tempo troverete il significato più profondo. Ma dietro si cela anche un aspetto più pragmatico: il vuoto delle sedie, la desolazione, la morte degli affetti, la solitudine, l’oscurità. La memoria è cara, ma non sempre bella… proprio come la realtà.

L’isola del tesoro

Mentre cerco di mettere ordine tra pile di romanzi, libri scolastici e vecchi giornali, vedo spuntare una copia risalente al 1943 dell’ “L’isola del tesoro”, romanzo di Robert Stevenson.
La copertina usurata, le pagine ingiallite dal tempo e dalle mani che se lo sono conteso e quell’odore di libro vecchio che lo distingue da tutti gli altri.
Questo libro per ragazzi ha svolto un ruolo fondamentale introducendo nella letteratura il tema del viaggio e dell’avventura e permettendoci di entrare con la fantasia nel mondo dominato da tesori e pirati, un immaginario collettivo di grande fascino, ancora oggi, per tutte le età.

Un ponte levatoio a Londra

Il Tower Bridge è uno dei simboli più iconici della città di Londra. Ponte levatoio dall’incessante attività per via dei traffici fluviali, fin dai tempi in cui, al posto delle auto, circolavano carrozze trainate da cavalli.
La sua costruzione inizia infatti nel 1886 ma il suo colore caratteristico è più recente: il bianco e l’azzurro che ammiriamo oggi sono stati scelti a celebrazione del venticinquesimo anniversario dell’incoronazione della regina.
Immaginare edifici, monumenti e costruzioni di questo tipo in epoche passate fa sempre un certo effetto. Viaggiando con la fantasia possiamo ricostruire tali scenari e capire come determinate loro caratteristiche e la vita sociale che li ha circondati, siano oggetto di profondi cambiamenti nel corso del tempo, arrivando così ad esaltare ancora di più tutto ciò che fa parte del patrimonio storico e culturale di una data città.

Aspettando la notte

Bring On The Night (The Police, 1979)

Mangio per noia. Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana. Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca. Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto. Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo. Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?
Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…
Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto… E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma. Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui!
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio. Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone. L’oscurità circostante espande l’orizzonte.
E il tempo? Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me. Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno. E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone. È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso. Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta. Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.
Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Le suggestioni dell’abbandono: l’ex caserma di via Scandiana a Ferrara

Nell’ultima edizione di Riaperture è stato aperto uno dei luoghi (abbandonati) più misteriosi e affascinanti della città, l’ex caserma Pozzuolo del Friuli.
Sono rimasta affascinata da questo luogo, non più vivo ma carico di testimonianze. Ecco che non solo, seguiamo le storie, i pensieri, narrati nelle fotografie e nei percorsi allestiti, ma ci troviamo in un ambiente che racconta una quotidianità che, oggi, ci appare molto distante.
Stanza dopo stanza, intravedo quella che riconoscono esser stata la cucina, la zona bar, fino ad arrivare ad un biliardo impolverato. Scritte, legno e pareti scrostate. Un ambiente senza dubbio suggestivo.
Attraversando il giardino, per poi uscire su Via Scandiana, mi rendo conto che anche la celebre cavallerizza è aperta al pubblico. Un gigantesco capannone completamente vuoto. Così vuoto da fare impressione.
Qui, la visione del lavoro di Claudia Gori, “Le sentinelle”, è accompagnato da un suono continuo e stridente, qualcosa di elettronico e metallico al tempo stesso che rende l’ambiente ancora più atipico.

Viaggiare nel tempo? Magari no!

Se esistesse una macchina del tempo, vi fareste portare nel passato o nel futuro? Vivreste un’epoca a voi sconosciuta oppure provereste a rivivere un determinato momento, per vedere cosa cambierebbe?
I viaggi nel tempo che ci vengono presentati nei film o nei romanzi, procurano evidenti effetti sul presente. Forse, se ciò fosse possibile concretamente, si creerebbe un caos notevole: un intreccio incontrollato di eventi, in continuo mutamento e che ognuno vorrebbe manipolare, dettando proprie regole.
Ogni particolare risulterebbe determinante, come se si trattasse di un gigantesco “effetto farfalla”.

“Il viaggio nel tempo è la cosa più assurda del mondo, manda completamente per aria ogni ragionevole concatenazione di causa ed effetto!”
Bruce Sterling

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Una gemma del passato

Me And Sarah Jane (Genesis, 1981)

Bizzarra, carnale, gelosa, infedele, pazza. Questo era Sara.
Eppure l’amavo, l’amavo come non avevo amato nessun’altra. Senza sapere il perché.
L’inizio della vita. L’inizio dell’avventura. Le feste, le sere disperate, in riva al mare d’estate.
Camminare per le strade sconosciute del lido, la notte. La solitudine, in cerca di lei che se ne fotte. La voglia di fuggire e di morire. Poi ancora la voglia di riprovare. No, non può finire.
Ed eccola di nuovo davanti a me, sempre bella, sempre stronza, e piangeva. Esatto, piangeva di nuovo, ed ero fregato. Conoscevo il suo gioco, ma ero fregato. Sempre.
Quanto fossi debole non era un mistero per nessuno. Io e Sara, io lo zerbino e lei la regina. Schiavo del suo sesso e dei suoi capricci.

Ora la rivedo dietro il carrello della spesa, scomparsa una sera d’autunno e riapparsa dopo trent’anni di vita, mille volte sfiorata e mai incontrata.
Alta, magra, sciupata, bella come sempre, come non immaginavo più. Mi guarda e mi sorride col suo solito sorriso triste. Leggo il suo imbarazzo e lei legge il mio. Non saper cosa dire, il desiderio d’andar via e la voglia d’essere altrove, da soli, che lentamente sale. La voglia di lei, di riprendersi il tempo perduto. Pensieri scabrosi a stento repressi.
“Ciao che bello rivederti… come stai?”
“Bene grazie, e tu?”
“Non male… Ma che fai da queste parti? Credevo fossi andata ad abitare lontano…”
Parole forzate, sorrisi tirati. La magia dura un attimo, giusto il tempo di un sussulto nel petto, di un lampo d’eccitazione. Poi vince il disagio, il fastidio.
“Beh, allora ciao… vado che sono in ritardo…”
“Ciao, mi ha fatto piacere rivederti. Stammi bene…”
“Anche a me, ci si vede…”

Un ricordo. Era solo un ricordo prezioso, un’idea, una gemma che illuminava una traccia di passato.
Guai al mondo trasformarlo in materia. Quanta leggerezza perduta, un cristallo magico caduto in terra, infranto. E ora, nella testa solo i cocci del presente.
Ma si tratta d’aspettare, e Sara tornerà a splendere nel mio mondo di nostalgie… sempre che non la incontri di nuovo.

DIARIO IN PUBBLICO
Sull’onda delle canzoni

Che noia le feste! Che noia ascoltare i sapientini che discettano per ore su tutti i talkshow, chi per promuovere i propri libri, chi per dar man forte al governo o combatterlo, chi per ‘esserci’. Poi una specie di illuminazione: perché non ascoltare e vedere il programma dedicato a Celentano nell’anniversario della nostra comune età? Così dismetto i panni di colui che ha ammesso Chopin solo da poco tra gli immortali, di colui che adora Muti, Pollini, Argerich, la divina Maria e in tal modo, miracolosamente, sul filo del ricordo, si ricompone la vita spiegata sull’onda di canzoni dimenticate, di gambe impazzite, di un bel viso che si è macchiato di cuperose, di denti ingialliti un tempo forti e bianchi. E con quelle canzoni si dipana il filo dei ricordi e le tappe della nostra gioventù.

Si sa. Il ritorno al passato non sempre è produttivo. Balzano e si evidenziano nello specchio della memoria le scelte fatte, i condizionamenti, i compromessi, ma anche gli atti di una responsabilità che ti rende uomo, che finalmente ti fa capire chi sei e cosa ti ha prodotto tale in un certo momento, specie se la tua gioventù si è svolta nel momento più acuto delle ideologie novecentesche. Così una canzone da strada come quella che Celentano cantava e il cui ritornello era “Chi non lavora, non fa l’amore” ci piaceva perché in essa si realizzava quella parola oggi ormai desueta: “impegno”, che oggi sembra sparita. Anzi abborrita.
Certe situazioni poi prospettavano l’uso dell’ironia, che nel vocabolario salviniano è priva di senso tanto da rendere ancora più greve la “pesanteur” della sua retorica e della sua didattica. Una di queste mi rimane impressa.
Arrivo finalmente all’Università e Claudio Varese mi conduce al colloquio, fondamentale, con colui che lo sostituirà come Maestro, Walter Binni. Impietrito dal timore che potessero venire evocate le scelte fasciste della mia famiglia, non ancora a 17 anni consapevole di cosa volessero dire ‘destra’ e ‘sinistra’ nonostante i tre anni passati alle secondarie con Varese, ingozzato di libri di cui ancora non distinguevo il fondo politico, mi ero inventato se non una fede almeno, secondo le mie confuse idee, una risposta che mi avrebbe salvato dall’interrogatorio di Binni, uomo della Costituente. Così alla domanda per quale scelta politica avessi optato, serenamente risposi: “monarchica”. Vidi il bel viso del Binni abbuiarsi, vidi che guardava incredulo Varese e che mestamente scuoteva la testa. Poi col tempo, con la frequentazione nelle lezioni e lo schiarimento delle idee imboccai quella strada che solo ora mi accorgo mi ha reso eticamente consapevole delle scelte che ho fatto d’allora in poi. I miei compagni di corso ridevano perché Binni, che il primo anno arrivava tutto affannato da Genova, se non mi vedeva in aula (eravamo in trenta giovani e forti) domandava curioso: “Il monarchico non viene”?

Ora di fronte a scelte gravi, quasi inaspettate per chi sta concludendo il proprio percorso, ascolto incredulo i contorcimenti politici tesi a risposte che non facciano male a nessuno o che lascino lo spazio necessario per accodarsi al carro del vincitore se non rimane altra strada. Sento, con orrore che si traduce in una nausea fisica, un ministro che rifiuta l’attracco dei migranti sballottati nel gelo del mare su una nave che non può attraccare a cui si rifiuta l’ingresso. Ascolto incredulo un altro politico che suggerisce di far sbarcare donne e bambini e non gli uomini forse considerati una specie minore e i commenti di un’autorità religiosa che mi stringe lo stomaco. A me laico, figurarsi ai cristiani! Non tutti però, come si evince dal seguito nutrito che il prelato può vantare.
Così a vedere Celentano che canta a Bologna davanti al Papa Woitila la sua canzone di fede mi vien la malinconia.

Svegliatevi bambini – per parafrasare una vecchia canzone qui riprodotta al maschile – fra poco è primavera. E bisognerà votare.

Ciò che ho perduto

Amsterdam (Coldplay, 2002)

Guardo fuori dalla mia finestra. C’è fermento per le strade: la gente corre, schiamazza, scherza, balla, ride…
Voglia di baldoria, di dimenticare, di ricominciare.
Un brindisi al nuovo anno. Che porti fortuna, salute, amore, serenità, pace e chi più ne avrà più ne metterà.
Si sente nell’aria. L’elettricità scorre come la speranza. E come il tempo non muore mai…
Il tempo, appunto. Il tempo che non si ferma, e prosegue il suo cammino senza fretta, secondo dopo secondo.
Il tempo ordina, il mondo esegue.

Ancora poche ore e ci siamo. Quando l’attesa diventerà il nuovo presente. Senza più appello, senza più scuse.
È l’eterno gioco del tempo, che si burla di tutto e tutti offrendo bollicine di speranza e lustrini d’illusione, mentre si porta via un altro anno. L’ennesimo di un’esistenza che non ne vuole sapere di cambiare, di cambiare per davvero!
Come si dice: un anno in più lasciato ai ricordi, un anno in meno in pasto ai desideri.
Eppure è l’unico modo, e il tempo lo sa bene.
E allora brindate all’ignoto, all’anno che verrà. Cavalcate il toro impazzito, prendetelo per le corna, ubriachi di nuovi sogni da sognare, nuove montagne da scalare, pronti a farvi infilzare, inconsapevolmente disperati, distratti, invecchiati.
È soltanto un anno in più. E quanti saranno alla fine? Poche manciate? Nient’altro che una fottutissima vita intera.

Ma io no, stasera resto a casa. Lontano dal grande carrozzone dorato. Nessuna patetica esagerazione, nessuna pilotata trasgressione, nessuna pia illusione.
Perché nulla sarà mai dolce come ciò che è già stato. E dolce, ancorché amaro, lo è davvero: chiudere gli occhi per rivedere un’ultima volta quel che ho lasciato.

Dunque così sia.
Mi volgerò indietro, resterò in silenzio a salutar come si deve l’anno passato e sigillar nel cuore ciò che ho perduto.

Stranezze del Giappone: antica tradizione e moda occidentale a braccetto

Foto di Fabio Bianchi

In Giappone, la moda occidentale fa ormai pienamente parte della società e del suo sistema culturale ma è ancora possibile ammirare l’abbigliamento tradizionale del paese. Non solo partecipando a eventi e ricorrenze particolari o recandosi presso appositi negozi ma anche durante una semplice passeggiata.
Mi riferisco al celebre kimono, veste ampia, molto lunga e a forma di “T”. Viene indossata avvolgendola intorno al corpo, tenendola chiusa con una larga cintura legata sulla schiena.
Meno ingombrante e più leggero per i mesi estivi è un altro tipo di kimono, lo yukata: dalla tinta unita o dalle fantasie colorate, spesso floreali.
È senza dubbio qualcosa di affascinante che permette, con un solo sguardo, di fare un tuffo nella civiltà giapponese del passato.

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Cambiare strada per ritrovarsi

Cambiare direzione, abbandonare schemi e ruoli per scoprirsi nuovi. I lettori raccontano quella volta che hanno preso strade diverse.

Fondo cieco

Cara Riccarda,
nonostante le strade a fondo chiuso con tanto di cartello, io le prendevo lo stesso e, arrivata alla fine, mi meravigliavo anche di non potere proseguire. Poi ho cercato di essere più accorta e girare l’angolo appena intravedevo il muro dove avrei potuto schiantarmi.
B.

Cara B.,
non so se per saggezza o perchè ci alfabetizziamo, ma a un certo punto impariamo a leggere i cartelli. Dobbiamo sempre prima sbagliarne un po’ (anche se ci indicano tutti lo stesso pericolo), però finalmente riusciano a decodificare i segnali. Non solo i segnali che l’altra persona ci manda, ma soprattutto i nostri che, sempre, provano a suggerirci che sarebbe meglio cambiare percorso. Ma questa nostra voce interiore, sottile e discreta in genere la ignoriamo perchè pare un po’ contromano rispetto alla strada che vorremmo prendere. Salvo poi darle ragione.
Riccarda

La strada del tempo

Ciao Riccarda,
a volte si pensa che più passa il tempo, più si invecchia e più sia difficile abbandonare abitudini, riti, pensieri ormai radicati nell’anima che ti portano a compiere sempre le stesse azioni, ad aspettarti sempre le stesse reazioni, a chiederti il perché la tua vita sia un circolo vizioso e ti riproponga ciclicamente sempre le stesse cose tanto da chiederti perché ancora.
Da poco mi sta, invece, succedendo il contrario, un’inversione di marcia, un arrivare in fondo alla strada, girare le spalle e cambiare direzione. Forse una serie di cambiamenti davvero importanti del periodo mi fanno svegliare al mattino pensando che oggi ci sono e domani non so e già solo questo pensiero è una strada nuova.
Sa.

Cara Sa.,
ogni volta che mi è successo di sentirmi in un circolo vizioso, la prima tentazione è sempre stata lamentarmene e starci lo stesso. Abbandonata questa tendenza all’immobilismo, è bastato davvero poco per cambiare qualcosa: accettare un invito, comprare una pianta, buttare via un paio di scarpe, uscire a correre, fare la prima cosa che mi passava per la testa purchè nuova e senza farmi troppe domande. Ed è sempre mutato qualcosa che ha innescato altro e così via.
Se giriamo in tondo è perchè ci siamo inceppati su noi stessi. Ripartire è meno costoso e meno difficile che restare a mollo in una perenne palude Stigia.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La cattiva educazione

È una mania questa che bisogna sempre tornare al passato per andare avanti, succede immancabilmente tutte le volte che si parla di educazione. Non c’è epoca che l’educazione non sia stata oggetto di critiche, senza, come già osservava Rousseau, che nessuno si risolva mai a proporne una migliore. E come ai tempi del ginevrino pare che anche noi tendiamo molto più a distruggere che a costruire.
Ancora una volta Susanna Tamaro, a proposito degli ultimi eventi di aggressioni scolastiche e di bullismo, dalle pagine del Corriere della Sera, lamenta il tramonto dell’educazione, invocando più autorevolezza e “un generoso, appassionato ripristino della cultura”, diversamente la condanna sarà allevare tanti irrecuperabili ragazzi selvaggi come il Victor del dottor Itard, immortalato dal film di Truffaut.
Sostanzialmente per la Tamaro i guai prodotti dalla nostra cattiva educazione discendono da quel Rousseau e dal suo Émile che ricorda d’aver studiato sui banchi delle magistrali negli anni settanta.
Secondo la Tamaro neppure tra i nostri cugini primati antropomorfi sarebbe permesso ad un adolescente quello che noi consentiamo ai nostri, tutta la società degli adulti interverrebbe per rimetterlo in carreggiata. Insomma un po’ di autorevolezza manesca, sebbene contenuta, non guasterebbe, un’autorevolezza che si ispirasse al kyosaku, il bastone usato dai maestri zen per risvegliare la coscienza degli allievi assopiti o distratti durante il tempo della meditazione.
Per natura, quando i problemi si fanno complessi, non mi piacciono le scorciatoie. Se il problema è complesso vuol dire che anche la soluzione non può essere semplice, non c’è rasoio di Occam che ti possa aiutare.
Bisognerebbe dimostrare che i nostri ragazzi di oggi sono più selvaggi di quelli di ieri, cosa facilmente smentita dalle percentuali di scolarizzazione raggiunte rispetto a passati anche recenti.
Fino agli inizi del secolo scorso era diffusa la convinzione in campo pedagogico che a corrompere la natura dei ragazzi fosse la città. La campagna era considerata l’ambiente ideale per far crescere i bambini, la Natura l’unica fonte affidabile di moralità, fino a ritenere che l’allontanamento del bambino dalle salutari influenze della Natura avrebbe prodotto l’aumento delle possibilità di finire nei guai e di darsi al crimine. La sicura influenza della vita di città sulla personalità di un bambino avrebbe come minimo cresciuto in lui la mancanza di rispetto.
Ora, nel ventunesimo secolo, lontani come siamo dalla Natura nella nostra corsa all’inurbamento e all’inquinamento, non è più la città a corrompere gli animi delle giovani creature, ma pare che siano internet e i social, unitamente ad una dilagante abdicazione educativa.
Ogni epoca, evidentemente, cerca i suoi capri espiatori, quando qualcosa non funziona nei comportamenti dei suoi figli.
Ma il problema è sempre quello del rapporto tra natura e cultura, perché di questo si tratta, da questo non si sfugge, essendo ognuno di noi il prodotto di questa interazione. Solo che la natura con il tempo non è cambiata, la cultura invece sì, e non servono i rimpianti o le retromarce, perché la forza della cultura è quella di andare avanti e di prepararsi a sempre nuove sfide.
Quello che ci manca è una nuova cultura della relazione educativa, non serve copiare ricorrendo all’etologia o riproponendo passati improbabili, già questo denuncia la nostra debolezza e fragilità rispetto alla riuscita nel compito nuovo che ci si prospetta davanti.
“Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore di tutte le cose, tutto degenera tra le mani dell’uomo”. Con queste parole prende l’avvio l’Émile di Rousseau. Come dargli torto, quando l’educazione pretende di forgiare il bambino secondo un modello precostituito, quando da sempre le società si assicurano il futuro educando i giovani secondo il loro modello. Come minimo l’educazione va in crisi quando quel modello di società entra in crisi a sua volta, come è il caso dell’epoca che stiamo vivendo.
L’ Émile non è una pagina di pedagogia anarchica, ma la proposta di un’educazione che anziché forgiare l’individuo a immagine e somiglianza di una società e della sua cultura, che possono essere anche errate e negative, che sono inoltre destinate a essere mutevoli, vuole suggerire l’idea di un’educazione che fornisce gli strumenti affinché ognuno possa crescere, essere cioè il creatore di se stesso. In questo senso l’Émile è un saggio di educazione libertaria, perché liberatrice, non a caso ancora oggi in nessuna delle nostre società democraticamente evolute ha trovato cittadinanza.
A Rousseau va il merito di aver riconosciuto per primo l’importanza del rapporto tra natura e cultura e come dalla qualità di questa cultura dipenda il nostro destino di uomini nella società.
E allora quando Susanna Tamaro invoca un generoso e appassionato ripristino della cultura, dimostra di non aver compreso che non è di ritorni al passato che l’educazione d’oggi ha bisogno, ma di cultura nuova, che ancora non abbiamo e alla quale neppure i così detti intellettuali del nostro paese dimostrano di essere in grado di contribuire. E, dunque, poi perché stupirsi?
Si nasce che non possiamo sceglierci né i genitori né le condizioni economiche, neppure il paese dove vivere, ora almeno ci lasciassero la libertà di crescere, aiutandoci a trarre il meglio da ciò che possediamo, da ciò che siamo, che è il nostro patrimonio di natura. La cultura serve a questo, a darci il meglio, non a piegarci, non a modellarci secondo immagini umane disegnate a prescindere da noi. Se vogliamo sconfiggere la prepotenza di ragazzi e di adulti è necessario che la prima a non essere prepotente sia proprio l’educazione.

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