Tag: patrimonio culturale

Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

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Chi più ne ha, più ne metta

Corrono tutti a soddisfare quell’esigenza che nel detto popolare si può riassumere “chi più ne ha, più ne metta”. E in progetti culturali sembra che Ferrara, almeno in questo, abbondi. Così tra fontane danzanti, concerti e donazioni sembrava che in Castello si riassumesse quella ‘Ferraria Felix’ che fu un marchio, ma non solo quello, nel suo Rinascimento.
Venerdì 30 novembre e sabato 1 dicembre un impeccabile convegno a Palazzo Bonacossi, ‘Commentare le petrarchiste‘, esibiva il meglio dell’italianistica italiana.

Ma non basta.
Sempre sabato 1 dicembre nella Sala dei Comuni del Castello si è volta la cerimonia di donazione del fondo Ansaloni-Ravenna-Lanaro delle carte e di memorabilia appartenuti a Giorgio Bassani, fondatore e presidente di Italia Nostra, alla città di Ferrara. E nelle stesse ore a Palazzo Crema si presentava un ottimo libro sul Ghetto, ‘Per le vie del ghetto. Storia e luoghi della comunità ebraica di Ferrara‘ di Rita Castaldi, all’interno dell’Assemblea degli Amici dei Musei.
Il giorno prima il Convegno su Florestano Vancini metteva in luce le qualità del cinema del grande regista ferrarese.

Ma ancora non basta.
Martedì 4 dicembre al Ridotto del Teatro Comunale Claudio Abbado alle 11.30 verrà presentato il programma che chiuderà la sera del 10 dicembre – sempre in Teatro – il triennio delle celebrazioni ariostesche.
Ma non basta.
Le giornate sui pericoli dell’hiv alias aids, spiegati da illustri medici e scienziati di fama internazionale, che interessavano scuole e giovani si sono svolte in luoghi pubblici.
Ma non basta.
Il raduno generale dei rappresentanti dell’Ihra – International Holocaust remembrance alliance, 250 rappresentanti da tutto il mondo che sono stati invitati a una cena formidabile assolutamente kasher grazie all’aiuto dai 500 giovani dell’istituto alberghiero di Ferrara.
E poi?
Concerti, danze, conferenze, presentazione di libri.

Ma non basta.
Che dire delle sorti della Spal? Nella sofferta partita con l’Empoli si consumava il destino delle sue vacillanti sorti e nello stesso tempo il professor Zecchi in Castello regalava al Comune una raccolta di video che testimoniavano l’attività calcistica del padre e di una Spal d’antan.
Allora? La cultura aiuta a creare il senso di una città o di un territorio?
Sembrerebbe di sì. Eppure chi direttamente o indirettamente approva il ruolo della cultura è lo stesso che vota poi per la negazione di quella stessa cultura, tanto da definire sprezzantemente ‘radical chic’ o ancor peggio ‘lettore di giornali’ colui che sa che il progresso non può passare solo attraverso i social o l’adesione a programmi nati dall’‘ignoranza’, termine non spregiativo, ma usato nel suo senso primo di ‘non conoscenza’.

Il formidabile libro di Corrado AugiasRacconti parigini‘ testimonia attraverso testi di grandi scrittori il perché da Parigi parta sempre – almeno negli ultimi tre secoli – quell’appello a superare il presente ponendolo al vaglio della Ragione. E non è un caso che la rivolta dei ‘gilets jaunes’ riproponga ancora lì, a Parigi, il terribile tempo presente e la volontà di cambiarlo anche attraverso errori. E quali tremendi errori! Ma non va dimenticato che la nostra democrazia passa anche attraverso il Terrore e la tirannia napoleonica.
Così cautamente arriviamo alle prime presentazioni dei candidati alle prossime elezioni, fra un anno, del futuro sindaco di Ferrara.
E ancora una volta la complicanza della politica, gli abbracci, i rifiuti, le timide proposte e le violente negazioni ci espongono a un destino che forse desideriamo compiersi in modo diverso.
Un solo auspicio a questo punto ci preme mettere in evidenza. Chiunque reggerà le sorti della città estense non dimentichi per politica o per distrazione l’enorme patrimonio culturale che la città custodisce: montalianamente parafrasando “solo questo vogliamo”, che non è un pluralis maiestatis ma l’auspicio di, forse, pochi che vorremmo divenissero tanti.

DIARIO IN PUBBLICO
Ma i comunisti han sempre fame di bambini

Non inganni la seriosità con cui ho svolto il ‘tema’ della Storia nell’ultima puntata di ‘Diario in pubblico’. Il tempo che viviamo e non certo il ‘disio d’onore’ mi hanno indotto a qualche nota accademica necessaria di fronte alla minaccia dell’abolizione all’esame di maturità della traccia di Storia. Pericolo rientrato? Non so. In questi tempi agitati dai Dioscuri gialloverdi escono continui proclami e immediate ritrattazioni, mentre caterve di bene informati tendono a spiegarci ciò che forse loro stessi non hanno ben chiaro o non hanno capito; come del resto gli stessi Dioscuri.

Cominciamo tuttavia con una immagine consolatoria apparsa su un quotidiano cittadino. Una coppia scende dallo Scalone di Palazzo Comunale, dopo essersi sposata, accompagnata non solo da parenti e amici, ma dai loro fidi pelosi. Lo trovo confortante e amicale.
L’amicizia tra umani e pelosi è un segno di civiltà.
Altrettanto se non più confortante la splendida iniziativa di Monumenti Aperti, la presentazione di diciotto monumenti, novecenteschi in gran parte, spiegati da ragazzi e bambini che, ottimamente preparati dai loro insegnanti, hanno fatto da guide a un flusso ininterrotto di visitatori che hanno affollato quei luoghi. Ho assistito alle presentazioni fatte a Casa Minerbi. Solo qui, in due giorni, 1150 visitatori, e 100 rimandati per eccessivo affollamento, sono stati intrattenuti da piccoli Giorgio Bassani e Giuseppe Dessì che si sono alternati mostrando ottima preparazione e capacità di spiegazione, ma soprattutto assimilazione di ciò che gli insegnanti hanno loro comunicato.
Poteva mancare la polemica? No certo! In questo caso innescata dal portavoce di Fdl Mauro Malaguti che così scrive su un quotidiano cittadino:
“Sabato e domenica scorsi, c’è stata l’iniziativa ‘Monumenti aperti’ in cui si potevano visitare palazzi del ‘900 solitamente chiusi al pubblico. Una iniziativa che mirava a riscoprire un patrimonio architettonico poco conosciuto, con l’opera divulgativa assicurata dagli studenti delle scuole elementari e secondarie di primo grado, che dovevano guidare il pubblico in un percorso di valorizzazione dal punto di vista turistico del nostro patrimonio architettonico e culturale del Novecento, in un programma che prevedeva di approfondire l’evoluzione e la nascita delle correnti artistiche […] Eppure, in tale ‘programma’ i ragazzini di 8-10 anni si sono prodigati, evidentemente ben istruiti, nel recitare anche le aberrazioni della dittatura fascista che, credo, poco abbiano a che vedere con arte e tecniche architettoniche. Per altro, proprio il 16 ottobre ricorre il giorno del rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma, ed è sacrosanto ricordarlo, magari nelle opportune sedi e non per bocca di bambini di 8 anni. […] Ennesimo episodio, evidentemente, in cui la sinistra non perde l’occasione per infarcire una iniziativa di stampo culturale con i richiami storici che più gli sono congeniali, evitando accuratamente ogni riferimento contestuale gli sia sgradito […]”.

Non mi sarei permesso di riportare questa sgradevole protesta se l’evidente faziosità con cui è stata scritta non m’inducesse a controbattere come del resto ha fatto un lettore sulla ‘Nuova Ferrara’. Ma davvero si può pensare che i giovani protagonisti di questa ottima iniziativa siano stati indottrinati dai cattivi comunisti che mangiano i bambini? O che gli insegnanti diretti dal Minculpop ferrarese avessero così ben indottrinato i poverini, inducendoli a pericolose dichiarazioni politiche e ad altrettante dimenticanze ‘dell’altra parte’. Ormai la disconnessione tra parole e pensiero induce a sostenere affermazioni che se non avessero un risvolto etico potrebbero apparire ridicole. Proprio sicuro il signor Malaguti che ai bambini di 8 anni (in realtà le guide quasi tutte erano di 12-13 anni) non si possa spiegare la Storia? E che non abbiano diritto di sapere che nelle carceri di Ferrara, ora sede del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah venisse rinchiuso Giorgio Bassani perché ebreo? E che a Ferrara, se ci fossero stati reperti sulle foibe e sulle atrocità commesse dai titini, gli insegnanti non avessero compiuto con eguale competenza e serietà il compito che si erano ripromessi di fare? Fossi in loro, a qualsiasi credo politico appartenessi, mi risentirei della nota del solerte politico.

Altrettanto significativo della piega politica a cui ormai rivolgiamo ogni pensiero, compreso quello delicatissimo e assai complesso della nozione di cultura in una città che si fregia del titolo di ‘città della cultura’, il fondo apparso in un quotidiano cittadino. Leggo infatti l’editoriale del ‘Resto del Carlino’, Cronaca di Ferrara del 14 ottobre 2018. Una piccata protesta per l’accoglienza riservata alla mostra in Castello della collezione Cavallini-Sgarbi; protesta che, secondo l’estensore, “smaschera, al di là delle positive intenzioni di Tagliani, la reale ostilità del mondo culturale ferrarese ufficiale non solo per gli Sgarbi – visti come un corpo estraneo – ma anche per quella straordinaria mostra, a mala pena tollerata. Insomma, una figura un po’ da provinciali nei confronti di due personaggi, magari ingombranti e sopra le righe rispetto allo standard ferrarese, ma protagonisti assoluti della scena culturale, artistica, politica e mediatica italiana”. Non esprimo giudizi sulla mostra – non è qui né il caso né l’intenzione, ma resto assai stupito che l’estensore della nota poco ricordi (o conosca) dello “standard ferrarese” culturale. Forse sarebbe ingeneroso ricordargli le strepitose mostre organizzate da Farina ai Diamanti che portavano a Ferrara le più audaci proposte del mondo contemporaneo o le compagnie più all’avanguardia nel rinnovato teatro comunale poi dedicato ad una delle figure più importante del Novecento culturale: il maestro Abbado. Quindi non sarei così sicuro che lo standard ferrarese sia così provinciale come si vorrebbe far intendere. Un pochino di conoscenza da parte dell’editorialista della storia culturale ferrarese avrebbe evitato un imbarazzante – per lui – giudizio.

Attendo la macchina che mi porterà a Mantova per presentare il bellissimo volume scritto da Andrea Emiliani su Canova ambasciatore del Papa che si reca nel 1815 a Parigi a recuperare le opere d’arte trafugate da Napoleone. Accanto a casa arrivano gli studenti per prendere il bus. Ogni parola è condita col termine forse più diffuso oggi in Italia: c…o, disinvoltamente usata da ragazzi maschi, ma soprattutto femmine che, intendo le ragazze, lo intercalano con la frase “non rompermi i c…i”, quasi un’invidia freudiana per l’organo sessuale maschile. Del loro organo non c’è traccia tra un battere il cinque e abbracciarsi come fanno i giocatori. Mi spiace che vivendo al Nord non venga usato il termine più gentile ‘minchia’ forse sconosciuto a questa eroica gioventù.
Giungiamo a Mantova dopo un’avventurosissima traversata perdendo a ogni svolta la strada e andando dalla parte opposta indicata dal severo tom tom.
Poi il premio. La squisita direttrice dell’archivio in nostro onore estrae dalle segrete stanze dell’edificio la bozza della lettera che Baldassar Castiglione scrisse a Leone X. Un tesoro acquisito dallo Stato l’anno scorso e che qui è stato depositato.
Ci troviamo di fronte al documento che sancisce l’istituzione della cura delle opere d’arte.
Consolati, dopo averla accarezzata, ovviamente con i guanti bianchi, cominciamo il nostro lavoro. Culturale, mi si permetta.

DIARIO IN PUBBLICO
Ferrara città d’arte e cultura

Tra fiori, piante e rulli di tamburi, Ferrara verde ha dimostrato di sapersi inventare formule culturali vincenti e non banali.
Giustamente esultanti, le cronache riferiscono sull’affluenza di pubblico; e non a caso in questo lunedì di passione (vera), che forse vedrà la nascita del nuovo governo, l’attenzione è tutta tesa ai destini non tanto dell’Italia, che sempre rimane terra di santi, poeti e navigatori, ma della Spal di cui si ammira la resistenza e la passione (si sa, i ‘ ragazzi soffrono’). Nascono così dalla passione titoli di una nuova lingua che è il ‘calcese’ molto simile ai linguaggi esoterici: “Il Toro ha matato la Spal. L’aquila la tiene in vita”. D’obbligo il rimando ai toreador di ‘A las cinco de la tarde’ e al lamento di Garcia Lorca con l’ingegnosa trovata Toro-toreador. Più difficile la metafora di un’aquila che la tiene in vita, ben presto spiegata dalla sconfitta della “pattuglia rosso-blu calabra” che riapre i giochi. Bisogna allora, parola di cronista, tener conto della sconfitta perché “Floccari è amareggiato “Ora resettiamo tutto”” e immagino lo sconcerto degli amici del bar della mia generazione di fronte al termine ‘resettare’. Se dunque l’Italia è terra di poeti, niente di straordinario di un revival linguistico così acuto. Addirittura anche il cinema viene evocato e così “Festa Juventus, ecco il settimo sigillo”, con il dottissimo rimando al favoloso film di Ingmar Bergman dallo stesso titolo. E anche se ai tifosi sfuggirà la portata di simile campionatura umilmente cerco di spiegarla con le mie poche forze e farmi perdonare la mia inesorabile assenza dalle partite.
In questa ricerca della parola nobilmente rara ho letto il desueto ‘ponte elevatoio’ contrapposto al più comune ‘ponte levatoio’. Ma non è un errore solo una rarità!

La giornata soleggiata, l’afflusso dei turisti, la curiosità, che è una delle molle principali della ferraresità, hanno decretato il successo di Interno verde la rassegna che spalanca per due giorni i portali chiusi dei giardini privati di Ferrara e non solo dei giardini, come è accaduto per l’orto curato dai detenuti nelle carceri della città che ha riscosso un meritatissimo successo. Mi affretto a recarmi al Centro Studi Bassaniani a Casa Minerbi dove la coda è cospicua. Faccio un breve racconto della nascita del Centro poi mi reco al Mercato Coperto di Santo Stefano dove ritrovo vecchi amici: la bancarella dove per decenni ho comprato frutta e verdura ancora in attività e il negozio di salumi e formaggi. Il generoso tentativo di ridar vita a un luogo così importante per la memoria collettiva non sembra ancora aver dato risultati positivi ma la speranza è l’ultima a morire. Esulto nel frattempo a sapere che le azalee contro il cancro sono state vendute tutte già alle 10 della mattina e di 950 piante rimane solo il ricordo. Poi lento pede e con la bicicletta a mano torno a casa mentre la gioventù del loco mira ed è mirata.
Il sabato partecipo a un importante convegno organizzato dalla Fidapa, la Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari sul tema delle vie d’acqua: ‘Conservazione del paesaggio urbano ed extraurbano attraverso il recupero e la valorizzazione del paesaggio’, con la prestigiosa organizzazione di Chicca Coccitto. Incontro amiche straordinarie con le quali ho lavorato per decenni al Ministero per il restauro dei giardini storici e per la creazione dei parchi e giardini letterari e ai Garden Club e con le quali possiamo ben dire d’avere riportato in Italia la cultura del giardino e del paesaggio. Margherita Azzi Visentini, Mapi Cunico e ancora Carla di Francesco, fresca di Ministero, e la straordinaria assessora Roberta Fusari che ci ha dato una limpidissima visuale dei progetti incorso sulla rigenerazione urbana.
Insomma, una festa dell’intelligenza e della qualità del lavoro dello studio al femminile.
Il venerdì la Ferrara che culturalmente conta e che ricorda si è riunita alla sala dell’Arengo per celebrare nel centenario della nascita uno dei suoi figli più conosciuti: Gaetano Tumiati.
Ho già scritto su di lui scrittore e giornalista egregio, che mi fu compagno nell’avventura straordinaria della pubblicazione dei 36 numeri della rivista della Fondazione Carife, ‘Ferrara. Voci di una città’. Un momento importante della cultura ferrarese; una dimostrazione tangibile delle risorse culturali sulle quali poteva contare la città estense. Purtroppo anche quella, come altre iniziative altrettanto valide, sono finite o sono bloccate in una via senza ritorno. E’ stato detto che se a Ferrara ci fossero state meno forze culturali e più economiche le cose politiche ed economiche avrebbero avuto un altro corso.
Mi permetto di dissentire perché se a Ferrara non ci fossero stati i Tumiati, i Ravenna, i Chiappini, i Franceschini, i Varese, i Caretti tanto per citarne quelli a me più vicini Ferrara non avrebbe avuto quella straordinaria capacità culturale che ha permesso l’arte di Bassani, Antonioni, De Pisis, Bacchelli.
E che se lo ricordino i futuri nostri amministratori: Ferrara E’ città d’arte e di cultura.

In copertina fotografia di Valerio Pazzi, scattata nel giardino di Palazzo Giglioli a Ferrara durante la manifestazione “Interno Verde”

DIARIO IN PUBBLICO
Sogno o son desto?

Saranno stati i crostacei, saranno state le chiacchere inaugurali, sarà stato il clima dell’un contro l’altro armati… ho fatto un sogno, anzi un incubo. Correvo sulle mura e improvvisamente queste hanno cominciato a restringersi, tanto che persone, cose, monumenti sono stati strizzati fuori come palloncini a cui erano legati e portati in alto i politici di ogni ordine e grado. Una immensa foto di Ezio Raimondi corrucciato sovrastava il tutto, mentre un pensoso Cacciari scuoteva la testa accennando un sorrisetto tipo quelli che sfoggia a ‘Otto e mezzo’ accarezzandosi l’incolta barba.
Come nel film ‘Baària’ di Tornatore son piccolo e corro, corro, inseguendo i miei privati vizi e forse alcune mie virtù.

Ferara’ frattanto è investita da uno tsunami senza tempo e motivazione, causato dall’uso sempre più frusto di un piatto indigesto che si chiama cultura. Ondate apocalittiche secondo il metro di giudizio della città s’abbattono sui cittadini sballottati da un’impresa all’altra come narra il buon Lodovico. Si baratta una mostra ai Diamanti con i burraco di beneficenza, si visita una Fondazione, ma non si può esimersi anche dal Centro; val bene una messa andare alla libreria degli ‘eventi’, ma puoi rifiutarti di vedere la dotta esposizione dei libri di una delle più belle biblioteche d’Italia (una volta tanto non d’Itaglia)? Le Associazioni culturali da par loro organizzano incontri: fino a cinque per pomeriggio.
I 400-500 in cui consiste la folla – sempre uguale – dei migranti della cultura assistono alla eterna rappresentazione. Assessori e sindaci compunti annunciano di voler avvolgere in veli bianchi tutta la città colpita dal terremoto. Si svuota e si riempie; si trasferisce e si solidifica. Si cerca di porre barriere e freni a una catastrofe annunciata,
E al punto di non ritorno mi sveglio.

La vita riprende il suo corso tranquillo tra sagre sempre più numerose, locali da ‘apericena’ i cui nomi si collegano a glorie letterarie d’ieri e di oggi tra cui svettano per numero quelli di Ariosto e Bassani, mentre splendide ninfe esibiscono tacchi 20 e lucori di bianche carni e i loro compagni barbe, mustacchi, sciarponi in stile Spal.
Ma il gossip corre e produce ansie e risatine. Ciò che si ha e si esibisce diventa una gara tra figurine Panini: “Io ho i piatti di mio zio Augustino”, “Ma io ho il disegno a punto croce della nonna Adalgisa”. “Riesci a collocare il patrimonio librario dell’illustre italianista?” No? “Va bene allora non ti do i locali per i cataloghi d’arte”.
Quello che però sconcerta e che forse è stata la causa di un tracollo politico gravissimo specie per quella parte della città che credeva – e ancora spera – nei valori della cultura (ah! Poveri radical-chic imbevuti di ideologia…) è la convinzione da parte della politica politicante di non ammettere l’errore o le sviste o l’opportunismo che ne sono, si badi bene, patrimonio ereditario. Così dall’alto degli Anta si assiste, per non voler essere trasformati in icone che un giorno vengono esibite e il giorno dopo doverosamente calpestate, alla incongruenza di scelte e di motivazioni.
E questo va detto con l’ansia di chi con ‘angst’ freudiana teme un domani che rifletta lo stesso terremoto nazionale e si trovi sepolto in una ancor più grave imperizia del trionfalismo affidato alla parola ‘popolo’: sacra parola che non va usata come giustificazione.
Se si fossero ammessi errori sostanziali commessi nel campo della cultura forse ci si sarebbe risparmiati l’onta di vedersi poi sbertucciati.
Dire di sì non sempre ripaga.
Queste considerazioni sono il prodotto di una mente sconsolata. Ma come mi hanno insegnato i miei Maestri non cedo e per quel che resta del giorno m’impegno a lottare nella città e per la città ingrata.

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Aprire le finestre: in ricordo di Paolo Ravenna

Per ricordare Paolo Ravenna, in occasione dell’intitolazione dello Slargo Paolo Ravenna in Via Ercole I d’Este (19 gennaio 2018)

“Aprire le finestre” era un leitmotiv per Paolo Ravenna, il cosiddetto ‘Avvocato della Mura’, noto a ferraresi e non per tutto il suo grande impegno civile. Per qualcuno, che ha avuto la propria formazione culturale e politica negli oggi leggendari e molto discussi anni Sessanta, non è cosi difficile trovare un modello di cultura in grado di dare un orientamento alla nostra vita e di sostenere la nostra visione di una città colta, vivace, civile. Nel mondo culturale sia d’Italia sia della Germania ci sono, per dare solo qualche esempio, uomini come Benedetto Croce, Thomas Mann, i fratelli Scholl, Piero Gobetti, Bert Brecht, Rita Levi Montalcini o Norberto Bobbio.

Ricordando Paolo Ravenna si può citare come ‘maestro‘ anche Fritz Bauer, in Italia quasi sconosciuto, un giurista ebreo molto importante per la cultura democratica in Germania del Dopoguerra. Odiava, come l’Avvocato Ravenna, l’antifascismo retorico e preferiva un lavoro concreto e sobrio contro i responsabili della Shoah. Ma non sono certo che questi orientamenti, questi fari intellettuali, abbiano ancora qualche peso culturale per i giovani d’oggi. Speriamo di sì, ma per essere realistici bisogna ammettere che il mondo dei grandi vecchi non trova più un’eco clamoroso fra i viventi attuali.

Non ho voglia di intonare una grande lamentazione per il degrado culturale del tempo presente: non serve a nessuno, solo a me, forse, per calmare i miei nervi. Come architetto, artista, avvocato o giornalista (per parlare della mia categoria), si deve continuare con il lavoro di ogni giorno, ma in un modo ‘kantiano‘ come ci hanno insegnato sia Fritz Bauer sia Paolo Ravenna.
Ci si deve dunque aspettare dagli altri (professori, artisti, giornalisti ecc. ) un lavoro serio, competente, pieno di coscienza e anche di fantasia e curiosità. Tutti insieme, noi e gli altri, siamo responsabili per il nostro lavoro, per la nostra vita come cittadini d’Europa: quest’ultima era per l’Avvocato un titolo d’onore e non di vergogna, come urlano oggi sempre di più i numerosi bulli di un populismo stupido.
“Resistere, resistere, resistere”, come slogan contro il degrado della vita pubblica e della responsabilità per la “res pubblica”: uno slogan che per l’Avvocato era anche e sempre una spinta per fare una battaglia civile, una tensione che si manifestò soprattutto per salvare le famose Mura di Ferrara.

Thomas Mann ha definito il senso della parola ‘tradizione’ come orientamento a un modello di riferimento culturale e spirituale: Mann era un grande ’tradizionalista’ che, senza un aggiornamento, rischia però di diventare museale, un monumento storico, immobile. Paolo Ravenna aveva, invece, un grande senso per la storia, certamente anche per il passato, ma voleva sempre aprire la finestra verso qualcosa di nuovo, il mondo fuori.

Mai come oggi noi abbiamo bisogno di una ‘vita attiva’, quella della filosofa Hannah Arendt, di una creatività umana, di un senso profondo per l’urgenza di una nuovo ‘impulso civile’. Oggi non si può parlare o scrivere solo sulla cultura dentro la mura di Ferrara e nemmeno d’Europa. Dobbiamo aprire le finestre delle nostre case, dove grava talvolta un’atmosfera soffocante e piena di polvere culturale; ma dobbiamo riconoscere che quella stessa atmosfera è anche piene di una storia civile e umana, gravida di grandi valori per i quale si deve “resistere, resistere, resistere”.
Ma non dobbiamo solo difendere il nostro gran tesoro di cultura, d’arte, di valori democratici; dobbiamo anche aprire le nostre finestre per nuovi orizzonti culturali. In questi giorni di “cash & carry“ e dell‘elogio della irresponsabilità come virtù, ci mancano uomini che siano in grado di rappresentare altri valori di vita. Come ha scritto una volta lo scrittore triestino Claudio Magris, ci servono valori freddi, i quali, stabilendo condizioni di partenza uguali per tutti, permettono ad ognuno di coltivare i propri valori caldi, di inseguire la propria passione.

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Il palazzo della discordia

A ognuno il suo: Roma ha la Galleria Borghese, Milano il Palazzo reale e Ferrara il Palazzo dei Diamanti. Sono tutti e tre sedi di numerosissime mostre, che si susseguono quasi ininterrottamente, come in un luna park con sempre nuove e interscambiabili attrazioni. C’è chi si esalta gridando al successone, chi invece versa lacrime per la prostituzione dei monumenti.
Il Palazzo dei Diamanti, unico per la sua eccellenza architettonica, rientra tra gli edifici rinascimentali più conosciuti al mondo. Storica residenza ducale, nel 1842 il Comune lo acquista, sistemando al suo interno la Pinacoteca Comunale – che da allora non si sposterà più, divenendo poi Pinacoteca Nazionale – e la sede dell’Università cittadina.
Le continue mostre, che lo vedono protagonista da decenni, lo hanno decretato ormai come il luogo ferrarese per eccellenza dedicato a queste ultime. Mentre il primo piano, infatti, ospita la mostra permanente della pinacoteca, il piano terra è dedicato alle mostre temporanee, cioè esposizioni che per un determinato periodo di tempo stazionano in un preciso posto, dopodiché, se ciò è previsto, si spostano verso altri luoghi.

Le finalità principali di una mostra sono due: rimettere al centro dell’attenzione di studiose e studiosi, di tutto il mondo accademico, qualcuno o qualcosa di importante che è stato dimenticato o sottovalutato; e permettere, al maggior numero di persone possibile, di poter vedere dal vivo opere che normalmente si trovano dall’altra parte del mondo, ponendole a confronto con artiste e artisti coevi del luogo, oppure instaurando altri tipi di logiche. Se quest’ultimo scopo, forse, può essere oggi raggiunto anche grazie all’utilizzo di tecnologie avanzatissime, in grado di riprodurre molto fedelmente qualsiasi cosa, o anche grazie a persone esperte, che sfruttando le tecniche originarie, riescono a ricreare le opere con risultati del tutto interessanti, per il primo è sicuramente la mostra uno degli strumenti più efficaci. Attenzione, però, non è detto che debbano essere necessariamente le opere originali a essere esposte: anche in questo caso si può trattare di fedeli riproduzioni, necessarie a chi studia per poter capire il senso e il motivo di fondo dell’esposizione.
Dunque, il problema dove sta? Come sempre, sta nell’esagerazione. D’altronde, riuscire a mantenere l’equilibrio è uno sforzo continuo per noi esseri umani, anche a livello fisiologico: basta provare a rimanere in piedi qualche minuto, e si noterà come il nostro corpo in continuazione abbia bisogno di ricalibrare il peso per evitare di farci cadere.

Di fatto, organizzare una mostra serve (anche) a far carriera e a fare cassa. E si cerca di farlo a tutti i costi. Crediamo davvero che le migliaia di mostre che ci ritroviamo ogni anno in Italia siano tutte utili? Perché è questo il punto: una mostra deve essere utile. Utile al progredire della conoscenza, in senso generale e per ognuno di noi. Già Federico Zeri, in un articolo del 1996, si lamentava delle “pleiadi di mostre e mostriciattole, spesso insignificanti”, un male che da allora non avrebbe fatto altro che crescere a dismisura. In nome di una mera logica quantitativa, che fa delle visite e del turismo i propri dèi, si fa grande uso di ricostruzioni supertecnologiche e di luci strabilianti, capaci di illuminare in modi particolari e mai visti prima le opere d’arte, senza portare rispetto, in realtà, a ciò che il nostro passato ci ha lasciato.
Noi italiane e italiani non possiamo ridurci a tutto questo. Siamo noi che abbiamo cambiato il mondo in millenni di Storia. Le invenzioni italiane ci circondano ogni giorno, e senza di esse la vita moderna sarebbe impensabile. Viviamo nel Paese con la più alta concentrazione di ricchezza faunistica e floreale del globo, in un minuscolo fazzoletto di terra; viviamo nel Paese della dieta mediterranea, quella che fa più bene al nostro organismo; viviamo nel Paese dell’opera e della commedia dell’arte, esportate in tutto il pianeta. Possiamo inoltre vantarci di avere palazzi ed edifici straordinari, dove ospitiamo musei secolari e mostre temporanee. Non chiediamoci se, ma quali di queste sono davvero degne di prendere vita nel nostro Paese.

Un castello da record

E’ l’unico nel suo continente a essere ancora circondato da un fossato con acqua e ponte levatoio originale; è uno dei monumenti del Paese più visitati in assoluto; e di anno in anno si conferma, nella sua città, come il museo con il maggior numero di biglietti acquistati: sembra essere l’identikit perfetto di un posto da favola, una meraviglia frutto dell’immaginazione, eppure esiste realmente e si trova proprio qui, nella nostra Ferrara. E’ il Castello Estense, simbolo per eccellenza della città.

Appena qualche giorno fa i giornali hanno pubblicato i dati relativi allo scorso anno, che evidenziano ancora una volta il trend positivo del castello: quasi 180.000 sono state le visite nel 2017, cioè il 7% in più rispetto al 2016. Un risultato derivato dall’attenzione allo studio, alla conservazione e alla valorizzazione che i nostri beni italiani, invidiati in tutto il mondo, meritano.
Era il 1927 quando per la prima volta venne apertamente espresso il concetto di recuperare la bellezza del castello, in occasione della pubblicazione dell’articolo ‘Per il decoro e per l’arte: sgomberiamo il Castello Estense’. Fortunatamente il suo stato di conservazione era sempre stato molto buono, essendo rimasto un edificio vivo lungo tutto il corso della sua esistenza. All’inizio però non tutti erano d’accordo sulla sua edificazione. Anzi, fu addirittura costruito contro la volontà degli stessi abitanti.
Nel 1385, infatti, alla notizia dell’ennesimo aumento delle tasse, la popolazione insorse contro il responsabile della riscossione delle gabelle, Tommaso da Tortona, uccidendolo. Niccolò II, terrorizzato da tanta ferocia, decise pertanto di far costruire un castello a nord della città, a ridosso delle vecchie mura, per proteggere sé stesso e l’intera famiglia estense. Era una rocca difensiva talmente avanzata per il tempo, che fu studiata da molti architetti, persino da Michelangelo.

In seguito, nel 1476, Ercole I trasformò il castello da fortezza medievale a principesca residenza rinascimentale, restaurandolo e impreziosendolo al suo interno. Non solo: attraverso la sua famosa addizione, rese il Castello estense da costruzione periferica a centro esatto della città. Un edificio imponente, dunque, con sale affrescate, lunghi corridoi, cortili all’aria aperta, alte torri e prigioni sotterranee. E proprio in una di queste particolari prigioni, riservate ai personaggi di alto rango, furono rinchiusi Giulio e Ferrante d’Este, figli di Ercole I, che dopo la sua morte ordirono un complotto per uccidere i loro fratelli più grandi, il legittimo erede Alfonso e il cardinale Ippolito, e impossessarsi dei loro poteri. Una volta scoperti, furono imprigionati. Ferrante, dopo 34 anni, morì in cella, mentre Giulio riuscì ad arrivare a 81 anni e venne graziato, con più di 50 anni di prigionia alle spalle.

Nessuno ha raccontato di aver mai visto, in quelle oscure stanze, il fantasma del povero Ferrante… Ma in compenso varie sono le leggende che parlano di antichi spiriti che vagherebbero nei bui sotterranei del castello. La vicenda più famosa è una triste storia d’amore, la storia di Ugo e Parisina. Nel 1418 fu celebrato il matrimonio tra Parisina Malatesta, di 15 anni, e Niccolò III d’Este, che aveva già avuto un figlio in precedenza, Ugo, di un solo anno più piccolo della sua matrigna. Ugo all’inizio provava un duro sentimento di antipatia per Parisina, ma presto l’odio si trasformò in amore appassionato, un amore pericoloso da tenere segreto. Niccolò, contento del cambiamento e allo stesso tempo ingenuamente ignaro della nuova situazione, iniziò a lasciarli spesso da soli, per esempio in occasione dello scoppio della peste, quando decise di proteggerli facendoli soggiornare in una villa di campagna, dove i due diedero pieno sfogo alla propria passione. Non sfuggirono, tuttavia, agli occhi della servitù e le voci del tradimento giunsero ben presto a Niccolò, che precipitandosi sul luogo, li sorprese in flagrante. Furioso, li fece imprigionare nel castello e condannare a morte, insieme a tutte le adultere ferraresi. Le anime dei due giovani e delle adultere si aggirerebbero ancora piangenti per il castello, un castello di un fascino terribile.

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I RACCONTI DEL LIDO
Il settembre dei L(a)idi

Le ultime azzannate d Lucifero si avvertono nei L(a)idi quasi deserti invasi da strati di aghi di pino che rendono i luoghi ancor più caldamente tristi mentre il Silenzioso (sindaco di Comacchio) sembra un ectoplasma che s’aggira furtivo nelle roventi stradine ancora popolate di imponenti signori/e quasi tutti tatuati e dalla canotta al vento. Ormai il libero commercio del mercato abusivo si svolge pacificamente sulla battigia senza inutili e, in fondo, seccanti (per loro) blitz sporadici. Insomma come per l’immortale ‘Gattopardo’ di Tomasi di Lampedusa tutto cambia (sembra) perché tutto resti uguale. Il nome dell’autore del principe di Salina evoca migranti e condizioni terribili a cui l’Italia sembra dare un contributo di qualità e di responsabilità in questa disastrata Europa.
E finalmente si parla di cultura.
Ormai archiviati i Buskers ci aspettano delizie ‘volanti’ come i Baloons o interessanti iniziative come il festival di Internazionale o quello del libro ebraico mentre ci apprestiamo a presentare in Castello il 14 settembre uno dei libri più belli scritti negli ultimi anni sull’autore ferrarese Giorgio Bassani. E’ di Anna Dolfi e il titolo la dice lunga sul nuovo percorso degli studi su questo sempre di più coinvolgente scrittore: ‘Dopo la morte dell’io. Percorsi bassaniani “di là dal cuore”‘.

Due avvenimenti rendono affascinante la via Romea. Da una parte il concerto di Muti a Ravenna: l’Aida presentata appunto in forma di concerto. Dall’altra a Venezia la mostra del cinema. A entrambi dovrò rinunciare preso dai doveri del mio mestiere, ma sarò presente in spirito (almeno), mentre sembra che si cominci parlare non solo di migranti, incendi, di politica in affanno, ma anche di cultura. Se avessi potuto il 2 settembre sarei andato al Festival di Venezia a vedere il docufilm ‘Lievito Madre’ di Concita de Gregorio e Esmeralda Calabria che riunisce tra le centinaia interviste fatte alle ‘ragazze’ del secolo scorso, le più importanti. Tra tutte quella all’amatissima Natalia Aspesi che, riportato da Repubblica di domenica 27 agosto, rivela un pensiero che mi vede totalmente consenziente: “Oggi a questa età, la mattina mi sveglio e son tranquilla, serena. So di non avere un futuro ma ho un presente”. Solo chi ha raggiunto la saggezza può esprimersi in questo modo. E non è solo motivo di maturità, ma di ‘leggerezza’. Quella che le ha permesso di traguardare le soglie temibili degli anni con un sorriso che solo le donne che sanno possono sfoderare e far sì che nello scambio tra Felicità e Maturità possa avverarsi l’utopia di Montale:

Felicità (Maturità) raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

E questo mi conforta anche pensando che lui, Pavese, a cui ho dedicato decine d’anni di attività critica, non l’avrebbe mai accettato togliendosi la vita proprio una domenica 27 agosto di 67 anni fa.
Avere un presente è dunque la possibilità della maturità, il senso comune della vita.

Frattanto dall’altra parte della via Romea il caro amico Riccardo Muti propone una edizione di Aida in forma di concerto, invitando i giovani musicisti a entrare assieme nel regno mirabile dell’esecuzione.
Con lui si porta a compimento quel fondamentale principio pedagogico che rende l’allievo in consonanza col maestro e permette di percorrere la via maestra della scoperta della verità e della realtà, i doni supremi affidati all’arte.
Ma la cultura non sempre procede con passo sicuro e deciso.
Le rivolte giuste dei professori universitari, ormai i peggio pagati d’Europa; quella degli studenti milanesi che non vogliono il numero chiuso nelle facoltà umanistiche; i preoccupanti scricchiolii della riforma del Mibact sulla nomina dei direttori dei musei più importanti d’Italia, con la decisione annunciata a metà mandato del direttore tedesco degli Uffizi che a scadenza non rinnoverà il contratto, ma si trasferirà a dirigere il Kunsthistorisches Museum di Vienna, ci mettono davanti a un impressionante serie di passi falsi, che stanno sfiorando il ridicolo se non peggio. Come per la catastrofe provocata dal fallimento del musical su Nerone allestito contro ogni decente senso della misura e del decoro museale sul Palatino a Roma.
Ci dobbiamo interrogare su cosa sta avvenendo non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente sul concetto di cultura umanistica a cui sempre più si richiede un ‘prezzo’ di riscontro. Brutalmente: sei un Museo? Produci.
Stupisce che Eike Schmidt abbia permesso al ministro austriaco della cultura di divulgare il suo intento. Il direttore s’era impegnato in una serie difficilissima e nuova della conduzione degli Uffizi con alcuni fondamentali provvedimenti. Allora ha ragione Tomaso Montanari quando su ‘La Repubblica’ commenta che dopo l’annuncio del ministro austriaco: “è legittimo chiedersi con quale autorevolezza, convinzione, credibilità tutto questo potrà essere attuato da chi ha già scelto di non legare il proprio futuro professionale al frutto del proprio lavoro”.

I dannati della terra stancamente prendono altre vie, il L(a)ido ritorna luogo amabile e il ritorno in città sembra lasciare un’eco di nostalgia per gli aghi di pino e anche per i casermoni ormai silenziosi lasciati in balia della loro bruttezza.

I RACCONTI DEL LIDO
Un diverso destino per i L(a)idi

E così, dopo la buriana ferragostana, una pseudo calma torna sui L(a)idi e immancabili, rombanti e minacciose, le forze dell’ordine spazzano la battigia, provocando la fuga dei dannati della terra che fino al giorno prima sciamavano indisturbati con estasi ‘comprereccie’ per le non esili dame in cerca di ‘qualcosa da mettersi su’. Ma come mai solo a festa finita? Domanda necessariamente rivolta al silenziosissimo sindaco di Comacchio che (forse) non sembra aver a cuore le sorti dei suoi Lidi sempre più Laidi.

Comunque, ‘Passata è la tempesta’ ‘E odo augelli far festa’.
Il che vorrebbe dire le urla strazianti dei gabbiani che si avventano sui bidoni della spazzatura.
Poco alla volta il silenzio s’impadronisce delle vie che, se non vedono razzolare le leopardiane galline, assistono però al trionfo dei pelosi che a frotte scendono per la solita pisciatina o per il ‘grosso’, mentre i loro colpevoli padroni/e fanno finta di non vedere le orme evidenti del loro passaggio. E qui sarei tentato, ponendomi nei panni del Silenzioso (sindaco) di comminare multe salate agli sventati (ed è un eufemismo) non certo compagni umani dei pets.

Nella calma raggiunta si decide di andare a cena in un paese al confine tra Emilia e Romagna, Sant’Alberto.
Appena usciti dal caos l(a)idesco s’imbocca la Romea nell’ora ‘che volge al disio’. Tra gli alberi s’intravvedono le valli rosate. Voli di fenicotteri e di gabbiani striano il cielo.
Da lontano si scorgono i profili dei monti che la luce calante ammorbidisce nei contorni.
All’altezza di Casal Borsetti si volta a destra e si costeggia un canale le cui rive son popolate di casette ‘di una volta’.
Improvvisamente ricordo che quella strada la conosco poiché avevo portato Lilla dal guru degli animali dove tra i vocii di tanti animali avevo ascoltato il responso e la cura.

Infine, sotto l’argine si scorge una grande scritta: ‘La rucola’.
Una casa contadina, un grande parco e attente ragazze che, immuni dalla leggera falsità imposta dai locali alla moda, t’invitano a sederti, e ti propongono prima di tutto, ma solo il lunedì, il favoloso ‘gnocco’ fritto. E non si faccia ironia a declinare al femminile il termine!
Giungono poi piatti della cucina romagnola di un tempo, che accompagnano i soffici e incredibili gnocchi, fritti secondo la tradizione modenese. Chiedo spiegazioni e arriva lui, il capocuoco, perfetta immagine del bagnino romagnolo tombeur de femmes della mia giovinezza. Ha il codino di capelli grigi, orecchino pendente con crocifisso e la tshirt d’ordinanza. Ci racconta la storia della composizione del gnocco tramandatagli da una nonnina modenese di più di ottanta anni. E ci raccomanda come accompagnamento del gnocco: salumi di casa, formaggi, ricotte, scalogni, costolette d’agnello, faraone, passatelli in brodo, cappelletti romagnoli. Un vero ‘nozzo strangozzo’.
Improvvisamente il tempo si ferma di fronte a un’enorme fetta di zuppa inglese e di ‘brazadele’ (ciambelle) di vari tipi. Allora penso a come avrebbe potuto essere il destino dei L(a)idi se fossero stati concepiti come luogo di passaggio di due tradizioni paesaggistiche e culturali tra Emilia e Romagna.
Spazi infiniti di pini e di dune sabbiose.
Luoghi in cui il tempo avrebbe potuto divenire Storia.

SEGNALI
A Pozzallo giovani ciceroni fanno riaprire la Torre Cabrera

Ci sono storie che incontri per caso, magari mentre sei in vacanza al mare, in Sicilia.
Storie che ti catturano, con dentro persone che non puoi dimenticare, perché lasciano dentro di te un segno indelebile. Proprio come quella dei ragazzi della scuola ‘Giuseppe Rogasi’ di Pozzallo, in provincia di Ragusa. Il perché è presto scritto: questi ragazzi sono le ‘guide speciali’ di un monumento nazionale che, senza il loro coraggio e impegno, sarebbe impossibile visitare e scoprire. E’ la Torre Cabrera che domina alta e bianca il lungomare di Pozzallo, uno dei centri balneari più importanti e frequentati dell’intera provincia ragusana.
I ‘ragazzi del Rogasi’ ne svelano storia, segreti, misteri dalle 18 alle 22 di ogni sera da lunedì a domenica nei mesi di agosto e settembre. Lo fanno con una preparazione degna dei migliori critici d’arte, grazie a un progetto realizzato nella loro scuola, condito da una passione unica per la loro terra e le loro radici.

La storia di Pozzallo ha origini antichissime, sul suo territorio sono stati infatti ritrovate tracce bizantine e monete romane. Durante il periodo di dominazione saracena gli arabi che ne fecero uno dei porti più importanti della zona.
Nel XIV secolo, Pozzallo era molto conosciuta per le sorgenti di acqua dolce, Pozzofeto e Senia, tanto da essere segnata nei portolani e sulle carte nautiche per i rifornimenti delle scorte d’acqua dai navigli.
La storia più recente di Pozzallo inizia proprio da qui con la famiglia Chiaramonte, Conti di Modica, che qui costruì un ‘Caricatore’: un complesso di magazzini con pontili e scivoli sulla costa, che fece divenire Pozzallo, il secondo snodo commerciale marittimo per importanza della Sicilia dell’epoca.

Proprio per la sua importanza marittima e commerciale, successivamente fu necessario potenziare le strutture difensive della costa. Su richiesta del conte Giovanni Bernardo Cabrera, nel XV secolo il re Alfonso V d’Aragona autorizzò la costruzione di una torre di difesa: la Torre di Cabrera.

La struttura risultò molto imponente e di grande importanza militare per l’avvistamento preventivo dei velieri pirata che in quel tempo miravano spesso ai magazzini del Caricatore, sempre colmi di grano della Contea di Modica, che imbarcato a Pozzallo raggiungeva i più lontani porti del Mediterraneo. Nella torre prestavano servizio soldati e artiglieri e sulle sue terrazze vi erano piazzati cannoni di diverso calibro, mentre cavalieri sorvegliavano la costa. Venivano anche catturati e puniti i criminali o i prigionieri saraceni, imprigionati e giustiziati in una camera particolare, ancor oggi visibile, situata proprio sugli scogli, dove i detenuti venivano incatenati e poi uccisi per annegamento a causa delle acque che si alzavano con l’alta marea. Nelle volte a crociera di qualcuna delle sale, adibite a residenza del castellano, o del conte stesso di passaggio, spiccano gli stemmi scolpiti raffiguranti il blasone della nobile famiglia catalana dei Cabrera.

Mentre scrivo ho sotto mano il cellulare e il messaggio che gli amici di Pozzallo mi hanno appena inviato per dirmi che anche quest’anno sono impegnati a fare le guide. Riguardo le fotografie e sorrido, pensando a quando l’anno scorso mi hanno trascinata nelle stanze della Torre accendendo la fantasia e spingendola tra velieri, storie di pirati, conquistatori e nobili pronti a difendere il loro territorio. E provo gratitudine per la grandezza di questi giovani che, in un Paese meraviglioso e contradditorio come il nostro, ci credono e vanno contro corrente, tenendo viva una memoria altrimenti dimenticata e invisibile.

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Italia patrimonio dell’umanità… no paese dell’incuria

Camminiamo sull’oro senza accorgercene e respiriamo una bellezza che ci avvolge silenziosa: l’Italia conferma il suo primato di Paese con più siti Unesco patrimonio dell’umanità. Sono testimonianze storiche, artistiche, paesaggistiche, tutto ciò che la rende unica e straordinaria rispetto al resto del nostro pianeta. Un minuscolo fazzoletto di terra, seguito nella classifica Unesco da quel gigante sterminato che è la Cina, non abbastanza grande evidentemente in termini culturali. E non è certo un caso se noi italiane e italiani sembriamo essere l’unico popolo al mondo immune alla cosiddetta ‘Sindrome di Stendhal’, il disturbo che può colpire chi si trova davanti ai capolavori dell’arte. Come conciliare tutto questo con i sempre più risicati fondi destinati alla ricerca, con i tagli all’istruzione o con il degrado e l’abbandono dei nostri importanti monumenti e vestigia del passato?

C’è da dire che all’estero l’intelligenza non manca: l’intelligenza di vendere qualcosa che non hanno. Il caso di Stonehenge è il più eclatante: vede ogni anno l’afflusso di milioni di turisti e turiste da tutto il globo per fare fotografie, scattarsi selfie, fare il girotondo attorno a pietre disposte quasi tutte secondo il gusto estetico del primo Novecento, ma a loro questo non lo si può dire, Stonehenge è un sito neolitico! E naturalmente passare nel negozietto di souvenir, molto ben fornito. In Italia purtroppo non siamo così efficienti, ma dovremmo diventarlo, per rispetto della nostra materia prima.

La ricetta giusta non può che essere una e soltanto una: studiare! Studiare per conoscere meglio, studiare per essere in grado di non rovinare le testimonianze di antiche donne e antichi uomini, studiare per poter comunicare le nostre ricchezze, valorizzandole correttamente. E chi è per definizione preposto a dover studiare durante la maggior parte del proprio tempo? Proprio così, sono loro, le nostre ragazze e i nostri ragazzi. Guai a commettere il terribile errore di far pensare alle nuove generazioni che la cultura sia una sofferenza da patire, che la scuola sia una tortura da scontare, se vogliamo che davvero qualcosa possa cambiare nel nostro Paese. Attenzione però, non stiamo parlando solamente di oggetti conservati nei musei, perchè le stesse nostre città nascondono storie e segreti dietro le loro vie, i loro palazzi, le loro tradizioni.

Se vi dicessi di prendere in mano una cartina di Ferrara, patrimonio dell’Unesco come città del Rinascimento e per il suo Delta del Po, probabilmente non notereste nulla di particolare. Se la cartina da voi scelta risalisse invece al periodo rinascimentale, una caratteristica la notereste subito: la città è pentagonale. Fu Ercole I d’Este con la sua famosa addizione a spostare il centro della città nel punto in cui lo ritroviamo ancora oggi: il castello estense. L’operazione erculea voleva sì rendere Ferrara più prestigiosa e imponente, ma aveva anche una valenza simbolica, al tempo vi erano grandi attenzioni per la natura, il firmamento e il significato dei numeri. Dello stesso periodo è il prestigioso Palazzo dei Diamanti, oggi rinomato soprattutto per le numerose mostre che ospita tutto l’anno. Si tratta di una costruzione posta non a caso proprio in quel luogo, come del resto tutto ciò che veniva eretto anticamente: secondo chi l’ha edificato, la sua posizione doveva essere in grado di concentrare al suo interno le energie telluriche per proteggere la città, e difatti il palazzo ospitava sedute di astronomia/astrologia (che furono separate solo nella modernità) e alchimia, con gli esperti più rinomati del tempo. Ma come faceva ad assolvere alla sua importante funzione di difesa? Ercole I vi fece nascondere qualcosa: uno delle migliaia di diamanti di pietra della facciata conserverebbe un vero diamante prezioso, appartenente alla sua corona, come a indicare una stella sulla Terra. Il diamante del palazzo avrebbe così agito come protezione della città.

Il racconto delle nostra città può insomma essere reso molto affascinante, le nuove generazioni possono vivere la cultura e imparare divertendosi. Non lasciamoci sfuggire questa opportunità.

IL DOSSIER SETTIMANALE
La breve e (non) esaustiva guida di Ferraraitalia per le vostre vacanze d’arte

Non sono tempi facili per il settore culturale italiano, fra le polemiche sul turismo di massa che invade le città d’arte, ignorando il patrimonio diffuso che potrebbe fare dell’Italia una repubblica fondata sulla bellezza – come è stato proposto in Parlamento non troppo tempo fa – e il recente ‘pasticciaccio’ della sospensione, ad opera del Tar del Lazio, di cinque direttori dei nuovi musei con autonomia speciale nominati dal ministro del Mibact nostro concittadino, Dario Franceschini.
Ma del resto ci sono mai stati tempi facili per i beni culturali italiani, che – anche se tendiamo a dimenticarcene – comprendono non solo i musei e le esposizioni, ma anche il nostro bellissimo paesaggio e l’immenso patrimonio di competenze delle nostre arti dal vivo?

Eppure i dati di Federalberghi sul ponte del 2 giugno sono incoraggianti, con un incremento di partenze di quasi il 9% rispetto allo scorso anno. Inoltre il 93% di italiani ha preferito l’Italia per questa breve vacanza: che si stia riconquistando una rinnovata passione per le bellezze del proprio paese?
Le urne dell’ultima tornata elettorale si sono chiuse, l’estate è ormai iniziata e non è più tempo di disquisire sull’eterno dilemma: tutela o valorizzazione. Semmai abbia senso porle in contrasto invece che in stretta reciprocità.
Per tacere delle riflessioni sul rischio che corrono le nostre coste e le nostre montagne, o ancora i nostri borghi, custodi di un’eredità artistica imprescindibile per la lettura del nostro passato e per trovare soluzioni per il nostro futuro. E che dire di chi tenta di farsi strada e costruire il proprio futuro ‘sulle spalle dei giganti’, valorizzando i beni culturali e il paesaggio o lottando per diffondere il nostro teatro, la nostra musica nel mondo?

Ecco perché abbiamo deciso di usare un’altra virtù molto italica: l’arte dell’autoironia.
Ve le ricordate le vacanze estive di Remo e Augusta Proietti, veraci fruttivendoli romani, organizzate dai loro figli? Pongono fine alle vacanze rilassanti dei genitori per rimpiazzarle con visite a città, musei e luoghi d’interesse artistico.
Per il secondo dossier estivo di Ferraraitalia, vi offriamo un’alternativa alle folle delle spiagge e alle dormite sull’amaca e sotto l’ombrellone. Una breve (e non esaustiva) guida ad alcune esposizioni a Ferrara, a Bologna, e anche nelle frequentatissime Venezia e Firenze, perché possiate evitare le orde di giapponesi con la macchina fotografica e scegliere di osservare le nostre città con un altro sguardo e, nello stesso tempo, per evitare che possiate decidere di sedervi su un’installazione e venire così quotati da un famoso mercante d’arte di livello internazionale.
Per alcune esposizioni dovrete affrettarvi, perché finiscono fra pochi giorni, per altre avete a disposizione tutta l’estate.

Buona lettura dunque… e buona visita!

MA DOVE VAI SE UNA GUIDA NON CE L’HAI? CONSIGLI (NON ESAUSTIVI) PER VACANZE INTELLIGENTI. IL DOSSIER SETTIMANALE N. 2/2017 – Vai al sommario

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DIARIO IN PUBBLICO
Capodanno via dalla pazza folla

Le folle fiorentine amalgamano tutto. Sotto le più sfarzose luminarie delle vie e viuzze del centro si muovono come formiche impazzite migliaia di turisti che arrivano dalle più imprevedibili località della terra. I negozi del super lusso esibiscono nello sfarzo dell’interno rigorosamente vuoto statuari guardiani neri. Nel breve giro di tre vie si accalcano i marchi dei negozi più famosi del mondo. Affannosamente al mercato anche noi cerchiamo almeno 20 o 30 grammi di tartufo bianco: impossibile. Sembra che il prezioso tubero non esista e furbe facce asiatiche ti propongono scorzoni neri o palline di qualcosa che non ha né la fierezza né la rarità di ciò che invano cerchiamo. Sul sagrato del Duomo un altezzoso presepe d’autore esibisce la nascita del Bambino tra l’indifferenza dei selfisti tutti presi del e nel loro solitario vizio assurdo. Dobbiamo rinunciare alla ulteriore visita al Museo dell’Opera del Duomo, a mio parere il museo più bello del mondo, perché tutto sold out. Scopriamo che il biglietto che comprende la visita al Museo, alla Cattedrale e alla Cupola del Brunelleschi in realtà fa restare deserto il sublime museo, mentre code inenarrabili attendono ore per salire sulla cupola per scattarsi i selfie. Ah! Gli ‘italiani’!

Decidiamo all’ultimo momento una gita in campagna e via dalla pazza folla. Il Chianti ci accoglie con una giornata perfetta, resa più preziosa dal traffico quasi inesistente. La bellezza totale del paesaggio ci afferra e ci scambiamo poche parole per approfittare di un momento sempre di più raro: la contemplazione della natura lavorata dall’uomo. Il nostro allegro garagista ci dà preziosi indirizzi tra Panzano e Radda e approdiamo a una trattoria d’antan. Perfetta per illustrare l’immagine del Chiantishire. La rivedrò? Forse. Quel che importa è che ci è toccato in sorte una giornata di bellezza speciale e per un momento ci si scorda della banalità della politica, della tragedia di Carife, della volgarità dell’incendio del Castello, della prepotente ‘pancia’ degli ‘itagliani’.
Incontro vecchi studenti, gli artigiani di sempre e parlo di Ariosto con un taxista coltissimo che ci porta a rivedere “Florence”, il film che mi ha conquistato. Qui al cinema altri ex studenti sorridenti e gentili poi, la mattina seguente le ultime visite ai mercati. A Sant’Ambrogio troviamo il vero tartufo; la mia verduraia a San Lorenzo mi offre fragoline di bosco, lamponi, ciliegie e uva. I sorrisi sono sinceri e nonostante siano possibili i botti (“Nardella, ovvia! ma i’che tu fai????”) la città se ne dimentica e alla Lilla non rimane che evitare le decine di carezze che piovono da mani provenienti da turisti di tutto il mondo appena usciti dalla visita al David di Michelangelo. Ormai è conosciuta come la canina dalla scarpetta e sembra ne vada abbastanza fiera.

Nel mio condominio ragazzetti un poco deficienti fanno scoppiare i botti per le scale. M’affaccio e con piglio sicuro li avverto che sto chiamando la polizia. Si ritirano sconfitti e la serata passa tranquillissima tra l’ennesima visione di “Cantando sotto la pioggia” e di “Il marchese del Grillo”. La notte dei botti passa dunque nel silenzio totale. Agli auguri segue un pacifico riposo, mentre Lilla voluttuosamente sdraiata sul piumone digerisce l’ultimo bocconcino di fine anno.
Tutt’altra storia la mattina seguente quando scendo per le funzioni lillesche. Mentre schiere di spazzini ripropongono una Firenze degna del suo nome, nelle viuzze laterali si vedono con disgusto gli esiti immondi della notte. Meglio non indugiare oltre e cominciare il viaggio di ritorno seguendo le orme degli antichi viaggiatori che percorrevano il passo della Futa. A Monghidoro una tappa obbligata, non tanto per ricordare i natali del celebre cantante Morandi, ma perché il nome antico di quel paese, Scarica l’asino, a confine tra lo stato toscano e quello pontificio, mi fa ritornare alla mente le decine di lettere che Canova e anche Foscolo scrivevano da quel luogo. Sui crinali delle colline splende un sole accecante; le tracce degli antichi mestieri legati all’agricoltura e alla pastorizia s’avvertono nella perfetta disposizione di case e di campi. Ti dimentichi per un momento che stiamo vivendo una guerra. Anzi, più guerre che non sono solo quelle combattute con le armi dei soldati o del terrorismo, dei ricchi e dei poveri, ma le più pericolose di tutte legate al denaro e alla presunzione.
Ecco allora che la paura ti afferra, come quella di passare da una via centrale, quale quella della libreria fiorentina a un passo dalla mia facoltà ed essere centrato da una immonda vendetta che sembrerebbe fondarsi su un’ideologia, ma è invece quella della presunzione di essere nel giusto. Di fargliela pagare. Ma a chi? Ai disgraziati frequentatori di una discoteca a Istanbul o a un poveraccio eroe per caso che perde un occhio e una mano per disinnescare la bomba fiorentina? Così l’arrivo a Ferrara diventa mesto e alla casa fredda che t’accoglie s’aggiunge il ghiaccio che hai nel cuore.
Tutti soddisfatti, invece, dello spettacolo clou di Ferrara: l’incendio del Castello con i suoi botti e le sue luci capaci di fare quello che neanche in tempo di guerra si faceva se non in caso di estremo pericolo, ovvero lo sgombero della galleria dei quadri ospitati nelle sale del nostro monumento più importante.
Scordavo. Tutti gli organi di informazione raccontano soddisfatti che per i botti e fuochi d’artificio quest’anno non c’è stato nessun incidente mortale. Solo più un centinaio abbondante di feriti di cui almeno una dozzina assai gravi tra cui i ragazzini. Vuoi mettere????
Coraggio! Si ritorni alle pagine sublimi del Tristram Shandy.

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DIARIO IN PUBBLICO
Note in calce alle politiche culturali ferraresi

“Ohhh! Ohhh!” I suspiria, le interiezioni di ammirazione giustamente si sprecano nel commentare la mostra ariostesca del Palazzo dei Diamanti, che nel momento di maggior gloria sembra debba fare i conti con la situazione di risistemazione dell’adiacente Pinacoteca Nazionale, collocata storicamente al piano superiore del Palazzo stesso.
Pochi giorni fa sono stato invitato dal sindaco di Ferrara assieme ai presidenti e ai rappresentanti di alcune associazioni culturali ferraresi – e non delle minori – a discutere il progetto di trasferimento della Pinacoteca Nazionale nelle sale recuperate dallo svuotamento degli uffici in Castello come suggeriva e indicava il Ministro Franceschini. Purtroppo non ho potuto presenziare perché ero a Varsavia al grande convegno – ça va sans dire – dedicato al primo Orlando Furioso. Gli amici cortesemente mi hanno riferito della posizione approvata da tutte le associazioni chiamate in causa: percorrere ogni strada senza preclusioni, ma soprattutto pensare questo problema all’interno di quello ben più prioritario di una strategia globale che interessi non solo il destino della Pinacoteca, ma tutta la risistemazione dei poli museali.

Qualche giorno fa il Ministro del Mibact Franceschini, che si diceva fosse il primo sostenitore convinto del trasferimento, accompagnando il rapper Jovanotti alla visita della mostra orlandesca a Palazzo dei Diamanti e direttamente interpellato sulla questione, rispondeva che era una tra le possibili probabilità di intervento. Dall’intervista rilasciata dalla nuova direttrice della Pinacoteca Nazionale, Martina Bagnoli, che spiegava all’inviato della Nuova Ferrara la sistemazione delle opere cinquecentesche nelle sale appena restaurate dell’ala destinata ad accogliere in una nuova prospettiva museografica le opere cinquecentesche della Pinacoteca – a cominciare dall’immensa Pala Costabili di Garofalo e Dosso – possiamo già cogliere una perplessità, se non una precauzione, significativa: tenersi fuori dallo scottante problema.
Così riferiscono i cronisti: “Sul trasferimento futuro della Pinacoteca al Castello Estense, secondo alcuni progetti in cantiere, la direttrice Bagnoli non vuole addentrarsi a considerazioni e decisioni che sono appannaggio della politica e di chi amministra la città e il ministero e si limita a dire che si tratta di un’opportunità da esplorare nel tempo”.
Dunque si tratterebbe di una probabilità, anche se molte voci davano per sicura l’adesione della direttrice al progetto di trasferimento. Inoltre, mentre si limita a spiegare la nuova sistemazione delle sale cinquecentesche con un comprensibile entusiasmo – “Verrà dato ampio spazio all’attività didattiche e alle iniziative culturali collaterali, come concerti e conferenze che già fanno parte in questi mesi del programma della Pinacoteca nazionale” – Martina Bagnoli specifica che “Il rapporto poi con le Gallerie d’Arte Moderna del Comune è ottimale, soprattutto come in questi casi dove l’esposizione al piano terra dei Diamanti riguarda molto da vicino anche le opere che sono esposte nelle nostre sale al piano superiore. Sia per l’Orlando Furioso che per la prossima rassegna dedicata a Bononi ci sono ottimi agganci per lavorare in sinergia. Mi trovo bene a Ferrara – conclude la direttrice – città dove rispetto ad altre realtà, c’è una buona e radicata politica culturale”.

Riassumendo:
1) si è auspicato un trasferimento della Pinacoteca in Castello o almeno della parte più importante di essa;
2) si penserebbe a un futuro smembramento delle collezioni;
3) occorre dare spazio e pensare al futuro delle mostre di Ferrara Arte che, non rinunciando al Palazzo dei Diamanti, devono risolvere anche il problema della frattura provocata dall’attraversamento del giardino obbligatoria per raggiungere le ultime sale;
4) si deve pensare a dove collocare frattanto le collezioni di arte moderna quasi invisibili per lo stato della Palazzina dei Cavalieri e del Palazzo Massari fortemente danneggiati dal sisma e che ora ruotano nelle sale del Castello o sono in tournée.

Naturalmente queste incongruenze non sono passate sotto silenzio, non solo per gli immediati commenti che esse hanno provocato. Per esempio c’è la reazione del critico e storico d’arte Ranieri Varese, che sottolinea come potrebbe apparire azzardata la decisione di affidare la direzione di un museo quasi esclusivamente composto di opere rinascimentali a una studiosa, seppur ottima, di arte medievale. Ma ciò che maggiormente ha colpito le associazioni culturali invitate a esprimere un parere è che il progetto dell’eventuale smembramento delle collezioni della pinacoteca venga preso in considerazione senza tener conto contestualmente della sistemazione di tutto il patrimonio museale della città. Esigenza ritenuta prioritaria e sulla quale già da tempo si erano appuntate le sollecitazioni per aprire un tavolo di discussione a cui l’amministrazione non ha mai dato risposta.
Di conseguenza ci si deve aspettare una proposta da parte delle associazioni.Queste l’hanno già avanzata nel 2011, quando l’Associazione Amici dei Musei e Monumenti ferraresi pubblicò gli atti del convegno di studio “Musei a Ferrara. Problemi e prospettive”, tenutosi al Museo Nazionale Archeologico nelle giornate del 18 e 19 novembre, curati da Francesca Zanardi Bargellesi. Già a quel tempo ci si promise di rivederci assieme all’amministrazione, ma il progetto non fu mai messo in essere. Ecco che ora sembra sia giunto il momento, mentre sempre più clamorosi appaiono i risultati della nuova risistemazione della riforma voluta dal Mibact,che da ottimi a deludenti, in quanto, al di là dello stesso quadro di riferimento, ciò che si ottiene o si cerca di ottenere non dipende solo dalla capacità dirigenziale di coloro che sono proposti alla gestione mussale, ma dallo stato del museo stesso.
Come si può pensare di proporre cambiamenti di qualità se questi ultimi non tengono conto della scarsità del personale, quasi mai sostituito allorché si giunge al pensionamento della forza-lavoro? O non si garantiscono servizi essenziali? Un esempio a caso che coinvolge proprio il Palazzo dei Diamanti: i servizi igienici situati all’uscita del percorso delle mostre sono assolutamente inadatti alle esigenze dei diversamente abili. Anzi, sono pericolosi!
Si pensi poi alla caccia di consenso e di ritorno economico proprio sotto le feste natalizie che assommano la maggior parte degli ‘eventi’ attorno al peggiore e ormai obsoleto avvenimento principale: l’incendio del Castello. C’è chi dice che lo spettacolo sempre più ripetitivo e pericoloso sia fortemente voluto dalle associazioni degli albergatori. Ovviamente la verità non si conosce; certo è che appare perlomeno improduttivo il forzato allontanamento delle opere d’arte custodite in Castello nei due giorni precedenti e il frettoloso ritorno al loro posto ovviamente per non incorrere nella giusta indignazione dei turisti molti dei quali pretendono di visitare il Castello al di là della sua ‘esplosione’ colorata. Con la valorosa protesta di Flavia Franceschini, che suggerisce di sostituire l’incendio con uno spettacolare volo dei personaggi dell’Orlando Furioso, siamo ormai in pochi a continuare una battaglia dettata unicamente dal riscontro economico. Così l’incendio accompagnato dai ‘concerti’ dove ci si può sbracciare e ululare alzando le braccine, le necessarissime tavolate di mangiarini dentro e fuori il nobile edificio, la pacifica invasione delle strade del centro sperando che le urgenze fisiologiche non vengano soddisfatte negli angoli nascosti, diventano il simbolo delle ‘feste’ ferraresi.
Per carità non sono tanto barbogio o millenario da non capire le esigenze della folla. Benissimo! Ma risparmiate il Castello. E pensate che già città più avvertite, da Torino a Londra, proibiscono di usare edifici storici per questo spettacolo. Ci sono tecniche innovative che propongono fuochi d’artificio senza il botto. In più sarei curioso di sapere quanto ci sia di riscontro economico dopo i trasferimenti e le messe in sicurezza.

Siamo nell’età del fantasy e probabilmente accostarsi alle grandi opere della nostra tradizione culturale va fatto con gli stessi strumenti con i quali ci misuriamo ogni giorno: internet, telefonini, smart, tablet, le protesi delle nostre mani impongono e dettano i parametri con cui si misura la nostra Storia. Nascono così opere amatissime che la stravolgono fino al falso patente. Penso alla rilettura di un momento centrale della nostra cultura e tradizione operata dalla serie televisiva “I Medici” così potentemente falsa da provocare la reazione di uno storico, Franco Cardini, che già all’inizio era stato coinvolto nella stesura della sceneggiatura. Si potrebbe obiettare: eppure i fumetti di Zac o lo spettacolo di Ronconi usano le ottave ariostesche per presentare il poema. Certo! Ma non avrebbero mai osato stravolgere la storia.
Un altro esempio che è una furbata di un regista che amo molto, Paolo Sorrentino. Il suo “Young Pope” è un delirio di improbabilissime situazioni e per lo più noioso e brutto. Se tuttavia andate a vedere il risultato finale sono queste due le serie televisive che ottengono maggiori consensi. Forse come l’incendio del ferrarese Castello.
Sarebbe il caso di concludere. Ma perché non ti ritiri tra i tuoi libri? E la smetti, direbbe l’amatissimo Camilleri, di rompere i cabasisi?
La risposta è semplice. Esiste ancora in chi scrive – che ha avuto la fortuna di poter nella vita svolgere un mestiere, forse l’unico, per il quale era predisposto – una indicazione etica a cui non potrà mai rinunciare: quella che si concretizza nel contestualizzare i fatti nella Storia con la esse maiuscola. Quella Storia così potentemente tradita e disprezzata che produce oltre all’incendio del Castello (in fondo piccola, ma significativa cosa) anche l’atteggiamento di una popolazione o meglio di molti abitanti del paese di Gorino che non vogliono accettare la Storia e assieme a quella anche la pietà.

IL LIBRO
All’Ibs, il critico Sgarbi e il costituzionalista Ainis: “L’identità nazionale italiana è la bellezza”

La bellezza è costitutiva dell’identità della nostra nazione, perciò non può che permeare di sé la nostra Costituzione. In queste poche parole sta il senso dell’operazione culturale del libro “La Costituzione e la Bellezza” (La nave di Teseo), scritto a quattro mani dal costituzionalista Michele Ainis e dal critico Vittorio Sgarbi, entrambi presenti alla presentazione di ieri pomeriggio all’Ibs-Il Libraccio di Ferrara.

La copertina di La Costituzione e la Bellezza
La copertina di La Costituzione e la Bellezza

Probabilmente, ciò che a molti rimarrà più impresso dell’evento è la lunga attesa in piedi fra la calca all’ultimo piano di Palazzo San Crispino (non c’era più un posto libero fin dalle 18, mezz’ora prima dell’inizio previsto) e il fatto che Sgarbi sia arrivato in forte ritardo, come in fondo vuole il personaggio dell’impertinente critico d’arte, al contrario del puntuale e pacato giurista Ainis. Tuttavia ha avuto ragione il professor Pugiotto nella sua presentazione quando ha definito entrambi: “liberi, liberali, libertari, si può essere in disaccordo con loro, ma le loro argomentazioni sono sempre e comunque cibo per la mente”.
Entrambi con ottime capacità di oratori e divulgatori, Ainis e Sgarbi hanno dato un piccolo assaggio di quello che si può trovare nel volume: un inedito commento letterario e illustrato alla nostra Costituzione in sedici capitoli – uno per ciascuno dei dodici princìpi fondamentali e dei quattro titoli in cui si articola la prima parte della Carta – in un continuo gioco di rimandi dalla bellezza della Costituzione a quella del patrimonio culturale italiano, a volte addirittura scambiandosi di ruolo, con Sgarbi che chiosa gli articoli e Ainis che suggerisce artisti e autori, per far capire che proprio no, l’una senza l’altra non è possibile.
E allora è apparso chiaro come non sia un caso che nel titolo bellezza e Costituzione abbiano entrambe la lettera maiuscola: “in questo libro – spiega Ainis in attesa del co-autore Sgarbi – la bellezza non è un concetto retorico e non ha nemmeno a che fare solo con l’estetica. Ciò che abbiamo cercato di dire e far emergere è che l’estetica contiene, è intrinseca all’etica”.
A un certo punto è stata citata la proposta della senatrice Sel Pellegrino, che vorrebbe aggiungere all’ articolo 1 proprio un comma sulla bellezza: “La Repubblica Italiana riconosce la bellezza quale elemento costitutivo dell’identità nazionale, la conserva, la tutela e la promuove in tutte le sue forme materiali e immateriali: storiche, artistiche, culturali, paesaggistiche e naturali”. “La voterei subito – ha affermato Sgarbi – anzi, se fosse per me, la farei ancora più breve: l’Italia ha la propria identità nella bellezza”.

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“Il quarto stato”, Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il critico ferrarese però confessa anche di essere molto restio a ritoccare il primo articolo della Costituzione, di cui dà una lettura originale: “non si può modificare perché esprime l’emancipazione della donna. Lavoro significa non dipendere, poter decidere autonomamente”. Ed ecco perché per illustrare l’articolo 1 ha scelto “Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo: “è il primo quadro del Novecento e apre la strada a quello che, quarantacinque anni dopo, sarà il primo articolo della Costituzione”, “è l’umanità che ci viene incontro, è come una Scuola di Atene di Raffaello, in cui però l’umanità non vuole dimostrare il proprio sapere, ma conquistare diritti sociali”, uomini e donne insieme.

Madonna della Misericordia, Piero della Francesca
Madonna della Misericordia, Piero della Francesca

Piuttosto insolita anche la lettura dell’articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini: questo comma “è di un’ipocrisia pazzesca”. Secondo Sgarbi è “molto più sincera, a questo proposito, la Costituzione della Repubblica Romana del 1849, che recita: “la Repubblica promuove lo sviluppo morale e materiale dei cittadini”, dando per assodata una disuguaglianza di partenza”. Per questo articolo l’opera prescelta è la “Madonna della Misericordia” di Piero della Francesca, che accoglie a braccia aperte i credenti sotto il proprio mantello: “è la rappresentazione più chiara che ciò che non è uguale fra gli uomini lo è davanti a Dio, dato che non abbiamo giustizia in terra, non ci resta che sperare che ce la dia Dio”.

Uno degli elementi che fanno la bellezza della nostra Carta è senza dubbio la sua semplicità di linguaggio perché i Padri costituenti la volevano il più inclusiva e partecipativa possibile, come dimostra anche l’ultima disposizione transitoria: “Il testo della Costituzione è depositato nella sala comunale di ciascun Comune della Repubblica per rimanervi esposto, durante tutto l’anno 1948, affinché ogni cittadino possa prenderne cognizione”.
“Questa semplicità – ha spiegato Ainis – è stata ottenuta lavorando per sottrazione. È stato calcolato che un quarto del tempo nelle discussioni alla Costituente è stato speso per decidere non solo quali temi inserire, ma anche quali termini usare, come dimostra per esempio, la discussione sull’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”. Quel “ripudia” è stato scelto dopo molte disquisizioni”. Purtroppo poi, secondo il costituzionalista, non si è più lavorato così: “se non hai idee, diventi prolisso, verboso e complicato; allaghi con un fiume di parole il nulla che hai nella testa. La Costituzione dovrebbe essere una lingua che tutti possono parlare”. È vero che Ainis non si è ancora schierato per il sì o per il no al referendum costituzionale di dicembre, ma unendo queste parole a quelle che usa per la riforma, “ciò che non mi piace è che è scritta male”, forse qualcosa si può intuire. Chiarissima, invece, la posizione di Sgarbi: la Costituzione è come un monumento e, come tutti i monumenti, la minaccia è rappresentata da una parte dall’incuria e dall’altra dai restauri non oculati, proprio come quello del Governo Renzi, almeno questo è il parere del critico.

IL DOSSIER SETTIMANALE
La grande bellezza dell’Italia fra sfide e opportunità

Le cifre contenute nel rapporto “Future of jobs”, pubblicato lo scorso gennaio dal World Economic Forum, raccontano quanti posti di lavoro si perderanno nei prossimi anni a causa della rivoluzione industriale in corso e come cambieranno le competenze richieste. Purtroppo per l’Italia queste cifre non dicono nulla di buono: meno 48% posti di lavoro tra il 2015 e il 2020. Effetto di una skill distruption – distruzione di competenze – i cui effetti saranno devastanti a livello globale in settori come il credito e la finanza, la mobilità, i servizi professionali, l’energia, i consumi.

skills2020
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Eppure a voler guardare bene nelle cifre del rapporto del Wef c’è anche la speranza di una soluzione. Scorrendo la classifica delle competenze più utili nei lavori di domani, al terzo posto troviamo la creatività. Una dote che l’Italia possiede e che è già all’opera nel nostro paese, come emerge da un altro rapporto, che analizza il nostro settore culturale e creativo: “Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi” elaborato per il sesto anno consecutivo da Fondazione Symbola e Unioncamere e presentato nel giugno 2016.

Da questo documento emerge quanto il sistema Italia debba a cultura e creatività: il 6,1% della ricchezza prodotta nel 2015 nel nostro paese, pari a 89,7 miliardi di euro. Inoltre il sistema produttivo culturale e creativo italiano ha un effetto moltiplicatore di 1,8: ciò significa che per ogni euro prodotto, ci sono quasi due euro di ricchezza in più, arrivando a muovere nell’insieme 249,8 miliardi, equivalenti al 17% del valore aggiunto nazionale. Un dato comprensivo del valore prodotto anche da quella parte dell’economia che beneficia di cultura e creatività e che da queste viene stimolata, a cominciare dal turismo: più di un terzo della spesa turistica nazionale, esattamente il 37,5%, è attivata proprio da cultura e creatività.

Una ricchezza che si riflette in positivo anche sull’occupazione: il solo sistema produttivo culturale e creativo dà lavoro a 1,5 milioni di persone, il 6,1% del totale degli occupati in Italia.

Questa settimana il dossier estivo è dedicato al nostro enorme patrimonio culturale e paesaggistico, la chiave del nostro successo, e a chi tutti i giorni cerca di valorizzarlo, pur tra mille difficoltà, usando tutta la propria creatività. Perché non c’è Uber che potrà toglierci la Reggia di Caserta e non c’è Amazon che potrà uccidere la nostra manifattura di qualità.

La grande bellezza – Leggi il sommario

 

Fondi europei: le opportunità e le sfide per il mondo culturale italiano

Solitamente quando si pensa ai fondi europei per il settore culturale, la prima linea di finanziamento che viene in mente è Europa Creativa, in particolare il sottoprogramma Cultura. Meno immediato è, probabilmente, il collegamento con Horizon 2020, il programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione.
Se Europa Creativa ha lo scopo di rafforzare la competitività del settore culturale e creativo per promuovere una crescita economica intelligente, sostenibile e inclusiva, l’obiettivo di Horizon 2020 è assicurare che l’Europa produca scienza e tecnologia di livello mondiale in grado di stimolare la crescita economica e affrontare le sfide sociali che si stanno presentando e si presenteranno. Proprio qui si aprono grandi potenzialità per il nostro patrimonio culturale, con il sottoprogramma delle “societal challenge”, le sfide prioritarie per la società (finanziato con 1,309 miliardi di euro in sette anni, dal 2014 al 2020). La sfida in particolare è quella dell’Europa “in un mondo che cambia – società inclusive, innovative e riflessive”, intendendo con quest’ultimo termine società “che costruiscono il proprio futuro a partire da una riflessione sul proprio passato, sui valori espressi dal proprio patrimonio culturale”, come ci ha spiegato Fabio Donato, docente di economia delle aziende culturali all’Università di Ferrara e rappresentante italiano a Bruxelles nel Comitato di Programma di Horizon 2020, che abbiamo incontrato in occasione del Salone del Restauro di Ferrara.

Fabio Donato

Secondo Donato l’Italia sta ottenendo grandi risultati su questo versante. Nel 2013 l’Italia si è battuta ed è riuscita a ottenere una grande vittoria mantenendo gli aspetti dell’inclusività e dell’identità culturale all’interno delle linee di finanziamento. E la linea italiana è passata nuovamente con “Understanding Europe”, uno delle quattro macro-aree delle calls per i finanziamenti 2016-17, che supporta progetti volti alla costruzione di una società europea che sia basata sul dialogo e sulle persone. Non solo, secondo i dati forniti da Fabio Donato, il nostro paese sta avendo successo anche sul piano dei progetti: “nel 2014 l’Italia è stato il primo paese come coordinatore dei progetti vincitori” e “nel 2015 i dati, seppur ancora provvisori, ci dicono che il contributo finanziario ottenuto è pari all’11,40%”. La vera novità è però il riconoscimento dell’Italia “fra i tre paesi punti di riferimento, insieme a Uk e Germania”, sottolinea il professore.

C’è però anche il rovescio della medaglia: “il tasso di successo dei progetti è molto basso”. “Potrebbe sembrare un paradosso”, ma la causa va ricercata “nell’alto numero di progetti presentati”: più è ampio il numero di partenza delle candidature, più diminuisce il rapporto fra quelli finanziati e quelli che non hanno successo. Questa grande partecipazione può essere letta positivamente, come segno che “sui temi della cultura il paese c’è e investe grande energia”; purtroppo però “a volte arrivano progetti non adatti dal punto di vista non contenutistico, ma tecnico e finanziario” e questo “mette a rischio il capitale reputazionale del paese”.
Le parole chiave che il mondo della cultura italiano dovrebbe giocare in Europa dunque sono: inclusività e valori culturali condivisi. Il nostro patrimonio culturale e ambientale è una grandissima risorsa sia dal punto di vista economico sia, anzi soprattutto, come fattore identitario e veicolo di inclusione e coesione sociale. Ecco perché deve diventare sempre più accessibile, comprensibile, fruibile per essere conosciuto e condiviso in misura sempre maggiore. Dovremmo cominciare a considerare i beni culturali un ecosistema all’interno del quale convivono e devono collaborare diverse realtà sociali, istituzionali, economiche, e dovremmo pensare alla conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio non come alla conservazione e tutela di pietre, ma di valori culturali significativi per diversi gruppi di persone, comprese le generazioni future. Contrariamente a quanto spesso pensiamo, quando si tratta di ‘heritage’, l’Italia c’è ed è un punto di riferimento, ma si può e si deve fare ancora di più.

Guarda l’intervista a Fabio Donato

 

laguna venezia

La Laguna di Venezia è il sito più in pericolo d’Europa

Grazie alle giornate di Primavera del Fai, in questo fine settimana stiamo scoprendo o riscoprendo il patrimonio artistico, paesaggistico e culturale del nostro paese, un patrimonio spesso troppo trascurato. Come dimostra purtroppo il campanello d’allarme suonato, in questi stessi giorni, riguardo questo patrimonio: a Venezia sono stati puntati i riflettori sui sette siti più in pericolo in Europa.
L’allarme è stato lanciato grazie al programma “I sette più a rischio”, iniziato nel gennaio 2013, ideato da Europa Nostra con l’Istituto della Banca Europea per gli investimenti e finanziato con uno dei sottoprogrammi di Creative Europe (per maggiori info clicca [qui]).

europa nostra

Fondata nel 1963, Europa Nostra è la federazione paneuropea di organizzazioni a difesa del patrimonio, supportata da una vasta rete di enti pubblici, aziende private e singoli individui, copre 40 paesi in Europa ed è la voce della società civile impegnata nella salvaguardia e promozione del patrimonio culturale e naturale nel continente. Quale sentinella più autorevole dunque per ammonire le istituzioni e le comunità e non solo sulle sette meraviglie europee più in pericolo in questo 2016?
L’Italia non è affatto rimasta fuori dall’elenco; anzi uno dei suoi gioielli più preziosi è stato dichiarato “il sito più a rischio in Europa”: la Laguna di Venezia.
Candidata al programma “I sette più a rischio” da Italia Nostra Onlus, data l’importanza, la complessità e le dimensioni di questo bene culturale per l’Europa e per il mondo, per la sua salvaguardia sono necessarie una serie di misure a breve e lungo termine.
“Europa Nostra suona il campanello d’allarme per ricordare al mondo intero che Venezia non può sopravvivere senza la sua Laguna. Venezia nasce dalle acque. La laguna non solo rappresenta l’origine e il passato della città storica, ma è anche un organismo vivente in simbiosi con la città, ed è quindi indispensabile per assicurarle un futuro”, ha sottolineato il presidente di Europa Nostra, Plácido Domingo.
Per una volta però la ‘tirata d’orecchi’ non ha riguardato solo noi italiani, anche se ciò non può certo rappresentare una consolazione. A quanto pare la cattiva abitudine di trascurare i luoghi della propria storia e della propria memoria è trasversale all’intero continente europeo, senza distinzioni fra Nord e Sud.
Insieme alla Laguna veneziana, le “sette gemme”, scelte dall’associazione Europa Nostra perché in pericolo a causa della “mancanza di risorse o di adeguate competenze”, sono: il sito archeologico di Ererouyk e il villaggio di Anipemza in Armenia; la fortezza di Patarei Sea a Tallinn in Estonia; l’aeroporto Helsinki-Malmi in Finlandia; il ponte girevole Colbert a Dieppe in Francia, il quartiere Kampos a Chios in Grecia; il convento di Sant’Antonio da Padova in Estremadura in Spagna; infine l’antica città di Hasankeyf con i suoi dintorni in Turchia.
Plácido Domingo ha affermato: “questa lista porta attenzione a dei rari esempi del patrimonio culturale e naturale europeo che rischiano di essere perduti per sempre. Le comunità locali sono impegnate a tentare di salvare queste testimonianze della nostra storia comune, ma necessitano di molto sostegno. Da parte di Europa Nostra, raccomando agli stakeholders di interesse nazionali ed europei sia pubblici che privati, di unire le forze per garantire un futuro promettente a questi siti. Salvare il nostro patrimonio culturale porta incommensurabili benefici sociali ed economici non solo alle regioni e ai paesi coinvolti, ma all’Europa nella sua interezza”.

Per maggiori info: www.europanostra.org

L’appello di Placido Domingo per la Laguna di Venezia

Il video sui Sette più a rischio

L’APPUNTAMENTO
Con il Fai si riscopre la Ferrara sotto i nostri occhi

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Far notare la bellezza che è quotidianamente sotto i nostri occhi: questo è lo scopo dell’edizione 2016 delle Giornate Fai di Primavera ferraresi, che si terranno questo fine settimana.
Con oltre 900 visite straordinarie in 380 località in tutte le regioni d’Italia, l’appuntamento primaverile con il Fai-Fondo Ambiente Italiano, arrivato alla sua 24 edizione, è il più importante evento di piazza dedicato ai beni culturali, un grande spettacolo di arte e bellezza dedicato a tutti coloro che hanno a cuore il patrimonio artistico e naturalistico italiano. La delegazione ferrarese dell’associazione quest’anno ha scelto due beni che sono già aperti al pubblico, ma arricchendo la visita con ambienti nascosti, normalmente non accessibili al pubblico. Quelle di sabato 19 e domenica 20 marzo sono dunque aperture ‘straordinarie’ perché permetteranno a cittadini e turisti di ascoltare storie e notare particolari insoliti e originali, guardando così con occhi diversi al nostro patrimonio artistico e culturale.
Il primo luogo è il Palazzo Ducale Estense, sede del Comune di Ferrara. Il percorso si snoderà tra la Sala delle Lapidi, il Salone d’Onore e la Sala degli Arazzi, ma anche nelle stanze dove ora hanno sede la Segreteria e l’Ufficio del Sindaco. Oltre alla descrizione delle opere d’arte e degli arredi di pregio del palazzo, i partecipanti potranno ascoltare storie e curiosità sull’edificio: come quella dell’ala sistemata scenograficamente da Ludovico Ariosto in persona per allestirvi le sue opere. I visitatori, inoltre, potranno attraversare la via Coperta, uscendo nel cortile del Castello Estense. Il secondo bene sarà la Basilica di San Giorgio fuori le mura, la prima cattedrale di Ferrara: oltre alla chiesa sarà possibile visitare il monastero e il chiostro e la tomba di Cosmè Tura.
Con i volontari dell’associazione, a fare da Ciceroni, o meglio da Apprendisti Ciceroni, ci saranno gli studenti ferraresi delle classi quarte e quinte dell’Istituto Superiore “Giovan Battista Aleotti” presso San Giorgio e del Liceo Scientifico “Antonio Roiti”, per chi si recherà a Palazzo Ducale.
Alla conferenza stampa di presentazione dell’evento, che si è svolta lunedì mattina nella Sala degli Arazzi della residenza municipale, i docenti che hanno preparato i ragazzi hanno sottolineato il valore formativo di queste iniziative perché non si tratta più solo di uno studio teorico e mnemonico in cambio di un bel voto dopo un’interrogazione, ma di entrare in contatto con il patrimonio culturale del proprio territorio e con il pubblico che arriverà per le visite. In particolare Fabio Muzi, dirigente scolastico e docente dell’“Istituto Aleotti” ha sottolineato come le giornate Fai siano “l’occasione per una reale interiorizzazione del patrimonio artistico e culturale cittadino”. E a proposito della sfida posta dai diversi tipi di pubblico e registri linguistici: le visite guidate saranno disponibili anche in lingua straniera.
“Le visite – ha precisato il capo della delegazione di Ferrara Piero Sinz – saranno a offerta libera e il ricavato sarà come sempre finalizzato alla raccolta di fondi per il restauro dei beni Fai che poi vengono aperti al pubblico”.

Giornate Fai di Primavera a Ferrara
Basilica di Giorgio fuori le mura-Il Chiostro, la sacrestia, l’abside e molto altro
Venerdì: 10.00-12.30 (ultimo ingresso)
Sabato 10.00-17.30 (ultimo ingresso)
Domenica 13.30-17.30 (ultimo ingresso)
Castello Estense-Le Sale del Duca
Piazza del Municipio 2
Sabato e domenica:
10.00-12.30 (ultimo ingresso)
14.30-17.00(ultimo ingresso)

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Europeana sulla strada dell’apprendimento digitale

La natura dell’apprendimento sta cambiando. Sempre più spesso l’apprendimento avviene al di fuori della classe o delle istituzioni formali. L’apprendimento analogico perde terreno, mentre cresce quello digitale. Scuole, università, insegnanti, necessitano di risorse didattiche innovative, affidabili e di alta qualità, facili da utilizzare, da adattare e sviluppare. Gallerie, archivi, musei e biblioteche di fama mondiale forniscono oggi a docenti e studenti l’accesso on line alle loro collezioni. Tuttavia pare che il mondo dell’istruzione ancora non sia in grado di ricavarne i vantaggi che sarebbe logico attendersi.
Perché? Cosa si può fare per migliorare i risultati del (ri)uso del patrimonio digitale in ambito educativo?

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Quesiti ai quali intende rispondere Europeana, la biblioteca digitale europea che raccoglie, dalle diverse istituzioni dei paesi membri dell’Unione europea, contributi digitalizzati in 30 lingue: libri, film, dipinti, giornali, archivi sonori, mappe e manoscritti. La sua piattaforma fornisce l’accesso alle collezioni digitali di oltre 3.300 istituzioni culturali di tutta Europa.
Molti sono ancora i problemi da risolvere in materia di reperibilità, di qualità delle fonti, del materiale fornito, dell’accesso alle sorgenti digitali, della replicabilità del materiale, di copyright e di interoperabilità tra le diverse piattaforme.
Poi ci sono quelli culturali: mentre le nostre società si fanno sempre più multietniche, i nostri sistemi educativi restano ancorati al tradizionale monoculturalismo nazionale, concentrati sulla propria storia piuttosto che sul legame tra le storie e le culture, una sorta di ‘sciovinismo normativo’ resistente, come lo definirebbe Martha Nussbaum.
Sono necessari significativi investimenti, occorre superare gli interessi spesso contrastanti dei soggetti coinvolti: i produttori di hardware e software didattici, i fornitori di apprendimento su carta stampata trovano che investire nelle risorse didattiche digitali non sia un affare.
Dopo la stagione della diffusione delle nuove tecnologie per l’apprendimento, non è sufficiente occuparsi di solo coding, è necessario e urgente preoccuparsi di come contribuire a qualificare quanto la rete offre all’apprendimento.
Le proposte formulate dalla Fondazione Europeana per l’istruzione e l’apprendimento meritano di essere prese in seria considerazione.
Per incominciare è necessario che le parti interessate inizino a dialogare, ma mancano strumenti e luoghi di incontro, innanzitutto perché tra le istituzioni culturali non c’è la necessaria consapevolezza dell’importanza formativa che i loro patrimoni rivestono per l’istruzione, mentre da parte degli educatori è scarsa la conoscenza del patrimonio culturale digitale disponibile.
La questione è dunque politica e investe i responsabili della cultura e dell’istruzione dei vari governi europei, le istituzioni culturali, le scuole e le università. Se questi soggetti non lavorano in rete, difficilmente potranno emergere le risposte da fornire ai bisogni educativi e dall’altra parte sarà più difficile qualificare gli strumenti accessibili per l’apprendimento, le risorse e i servizi digitali. Verranno meno gli sforzi per procurare finanziamenti pubblici e privati da destinare alla digitalizzazione, per fornire a scuole e università, a singoli e organizzazioni un accesso libero e di alta qualità.
Nell’epoca della società della conoscenza, delle cittadinanze fondate sui saperi, le politiche culturali non possono limitarsi alla sola promozione e tutela dei beni culturali e dei musei, quella della digitalizzazione dei propri patrimoni per la condivisione in rete è oggi divenuta una priorità, innanzitutto per metterli a disposizione dell’istruzione e dell’apprendimento, assicurandosi che i contenuti siano accessibili e diversificati, che i metadati ne consentano la ricerca on line.

La tecnologia apporta valore economico al settore del patrimonio culturale, ma occorrono finanziamenti europei, occorre l’impegno dei governi. Vanno risolte le questioni relative alle licenze, ai diritti d’autore, nel frattempo le istituzioni culturali possono già garantire che ciò che è di dominio pubblico in forma analogica lo sia anche in forma digitale.
Anche qui c’è da fare una piccola rivoluzione culturale, anche qui dobbiamo recuperare ritardi nell’iniziativa e nelle idee. Anche qui si tratta di compiere un altro passo verso la città della conoscenza, che non ha bisogno di istituzioni culturali che usano il web solo per mettersi in vetrina; servono biblioteche e musei che attraverso la rete mettano a disposizione di tutti, e in particolare della didattica, i patrimoni che conservano. Oggi Europeana è una delle opportunità che l’Europa ci offre.

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IL FATTO
All’Italia i caschi blu della cultura, Torino è la capitale

Palmira, Siria
Palmira, Siria

Ci siamo arrivati, una bella vittoria della diplomazia italiana, culturale e non. Un successo. Quando investire sulla cultura può davvero (ri)pagare. Ieri, finalmente, è stata firmata l’intesa storica fra governo italiano e Unesco per la costituzione della task forse italiana (“Unite for heritage”) per la tutela del patrimonio culturale mondiale in pericolo a causa di conflitti o gravi calamità naturali. A rappresentare l’Italia, il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini e il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette. Per Unesco, invece, il Direttore generale Irina Bukova.

L’Italia metterà a disposizione 60 uomini tra storici dell’arte, studiosi, restauratori e carabinieri del comando tutela patrimonio culturale per interventi nelle aree mondiali di crisi, che sono tante. Considerando poi che gli Stati membri di Unesco sono ad oggi 195, il riconoscimento alla competenza italiana è davvero di rilievo. La task force sarà quindi tutta italiana.

Sotto l’egida Unesco nascerà anche una formazione internazionale che si terrà a Torino, nel campus del centro internazionale di formazione dell’Ilo (International labour organization). Sarà ospitato nei locali del Campus delle Nazioni Unite, sulle rive del Po e avrà come soci fondatori – oltre al Comune e ai ministeri competenti – l’Università degli Studi, il Politecnico, l’Ilo/Oit, il consorzio Venaria reale e il Centro studi Santagata che da tempo collabora con Unesco.

Ad oggi i siti dichiarati a rischio da Unesco sono ben 46, per lo più in Africa, Medio Oriente e Asia e da Torino potranno partire gli specialisti (battezzati i “Monument Men”) che possano recuperare e salvaguardare il patrimonio culturale oltre che contrastare il traffico illecito. In futuro, potranno partecipare anche atenei e docenti universitari che hanno manifestato già la loro disponibilità e interesse. Il gruppo interverrà, per restare sempre in un quadro giuridico legittimo, solo tramite Unesco e su richiesta specifica di uno Stato membro che stia affrontando una grave crisi, spesso anche per assistere restauratori, tecnici o operatori locali. Nel rispetto di identità e sensibilità locali e con l’esperienza maturata dall’Italia nel settore.

La tutela della storia e del passato sono valori fondamentali da proteggere, valori che molti estremisti, nel senso generale del termine, temono molto, proprio perché arma pacifica potente e grande ispirazione per un’integrazione che in passato ha sempre funzionato.

A breve la task force sarà operativa. Un solo pensiero, dunque: in bocca al lupo!

 

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IL FATTO
Caschi Blu della cultura a difesa dei beni artistici

“Una forza internazionale per difendere monumenti e siti archeologici nelle zone di conflitto”. E’ la proposta avanzata dal ministro Franceschini in risposta alla barbarie. Che la distruzione dei beni culturali sia un crimine contro l’umanità era stato sostenuto già a fine febbraio dal Wall Street Journal, a commento del video di 5 minuti postato dall’Isis sulla distruzione delle sculture dell’antica Mesopotamia al Museo di Mosul, in Iraq, “colpevoli” di promuovere l’idolatria. Le denunce pubbliche erano subito arrivate da personalità del calibro di Thomas Campbell, direttore del “Metropolitan Museum of Art” di New York e di Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco. Se alcuni esperti avevano indicato che si trattava di copie, era evidente che, comunque, alcuni originali erano coinvolti.

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2009, distruzione delle statue di Buddha (Afghanistan)

L’evento aveva scatenato riflessioni, discussioni, richieste di modifiche di normative ormai obsolete e non adatte a un mondo così diverso e cambiato nel rispetto dei suoi beni culturali (e non solo). Alcuni anni fa, migliaia di libri rari e di manoscritti avevano fatto la stessa fine in Mali (in particolare a Timbuktu), nel 2001, in Afghanistan, un amaro e triste destino era toccato a due imponenti statue di Buddha, tombe e chiese erano state saccheggiate o distrutte in altri luoghi affascinanti del mondo, molti oggetti di valore erano finiti sul mercato nero. Un vero disastro.

In quelle occasioni come in Iraq, tutti gli sforzi fatti nel tentativo di proteggere importanti opere d’arte erano falliti, la comunità internazionale aveva assistito, inerme, a un terribile spettacolo di distruzione. Così, il Wall Street Journal aveva invocato la necessità di alzare la voce, tutti insieme. L’applicazione della Convenzione delle nazioni unite dell’Aia (1954), che proibisce l’utilizzo dei monumenti e dei siti a fini militari, non è sufficiente. Una convenzione di tale tipo è sicuramente irrilevante (e impotente) di fronte ad atti come quelli avvenuti in Iraq ed ha un’applicazione ristretta. Bisogna, dunque, essere pronti a dichiarare che la distruzione del patrimonio culturale sia da considerarsi un crimine contro l’umanità, con punizioni adeguate a livello della Corte penale internazionale dell’Aia. Sono necessarie, però, alcune modifiche. Il problema è, infatti, che la distruzione intenzionale di edifici religiosi, di strutture aventi fini educativi o di sviluppo delle arti, o di monumenti storici e ospedali è prevista come crimine dallo Statuto della Corte penale internazionale (art.8.2 IX) solo se commessa, intenzionalmente, nell’ambito di una guerra vera e propria e sempre che non si tratti di obiettivi militari. Purtroppo, oggi, siamo di fronte a conflitti che non rientrano più nella nozione di guerra elaborata dal diritto internazionale. Quasi mai il conflitto investe Stati “ufficialmente” nemici con eserciti tradizionali; quasi sempre la guerra si rivolge contro le popolazioni civili, terrorizzandole, costringendole ad abbandonare le proprie case, le proprie tradizioni, la stessa cultura su cui si fonda la loro esistenza. Il patrimonio culturale non è costituito solo da begli oggetti, pronti per turisti e musei, ma è l’insieme del passato di un popolo, la sua memoria, il suo futuro, un modo per comprenderci l’un l’altro. Distruggerlo significa attaccare la storia, l’identità e la civilizzazione.

Manoscritti di Timbuktu (Mali)
Manoscritti di Timbuktu (Mali)

La distruzione del patrimonio culturale è da considerarsi un crimine di guerra e contro l’umanità. E in tale direzione si è mosso, il Parlamento europeo, lo scorso 12 marzo, con l’approvazione relazione annuale sui diritti umani che include un emendamento dell’eurodeputata del Pd Silvia Costa, per perseguire le forme di distruzione del patrimonio culturale e artistico iracheno e siriano come crimini di guerra e contro l’umanità. L’emendamento pone l’accento sul fatto che “anche sulla base delle Convenzioni Unesco, la diversità culturale e il patrimonio culturale costituiscono un patrimonio universale alla cui protezione e valorizzazione l’intera comunità internazionale ha il dovere di cooperare”, e “ritiene quindi che siano da perseguire fermamente come crimini di guerra e crimini contro l’umanità le forme di distruzione del patrimonio culturale e artistico perpetrate intenzionalmente, come sta avvenendo in Iraq e in Siria”. Non si deve togliere a nessuno il diritto di avere una memoria, che passa anche attraverso reperti e monumenti. L’onorevole Costa, in un’intervista, ha dichiarato di aver voluto richiedere “che nell’ambito dell’universalità dei diritti umani e anche sulla base delle due convenzioni dell’Unesco, la comunità internazionale debba cooperare e verificare quali azioni mettere in campo per proteggere il patrimonio artistico e culturale e chiedere attraverso un voto unanime che queste distruzioni siano perseguite come crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. “Nell’ambito dello Statuto della Corte penale internazionale dell’Aia”, continua l’eurodeputata, “sicuramente per crimine di guerra s’intende “dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte alla scienza a scopi umanitari, monumenti storici”. Noi già oggi possiamo dichiarare che questo è un crimine di guerra (ma con il limite cui si è accennato, aggiungerei). Secondo la nuova concezione aggiornata dei diritti umani, la cultura fa parte dei diritti umani fondamentali, sia l’accesso alla cultura, sia la libertà di espressione attraverso la cultura. Ci sono due convenzioni dell’Unesco: quella del 1972 sull’identificazione, la protezione e la conservazione del patrimonio mondiale culturale, rafforzata nel 2003 dalla convenzione Unesco sul patrimonio europeo, e quella del 2005, sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali e linguistiche.
Non a caso pochi giorni fa, la direttrice generale dell’Unesco ha ribadito che ormai si può considerare la distruzione del patrimonio culturale protetto dall’Unesco (patrimonio comune) come un crimine commesso ai danni dell’umanità intera. In questo senso si giustifica la dicitura di crimine contro l’umanità, perché il patrimonio fa parte di un popolo, della sua storia, del suo futuro. Concretamente, distruggendo reperti del VII secolo al museo di Mosul, si è tolto all’umanità il diritto di avere una memoria”. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, lo scorso febbraio, ha approvato una risoluzione per bloccare la distruzione dei beni archeologici in Siria e in Iraq, ma non ha inserito nel mandato dei caschi blu la protezione dei Beni culturali dalla guerra.

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Caschi blu, forze di protezione dell’Onu

E il 20 marzo, il Ministro Franceschini ha proposto, in un’intervista a “The Guardian”, l’istituzione di caschi blu per salvare il patrimonio culturale. Si tratterebbe di una sorta di “caschi blu della cultura”, una forza internazionale di risposta rapida per difendere monumenti e siti archeologici nelle zone di conflitto. Perché se in passato i grandi monumenti erano colpiti accidentalmente nelle guerre, durante i bombardamenti, oggi sono colpiti perché simboli di cultura e di una religione. Lodevole proposta ma che ha provocato anche molte reazioni contrarie o, per lo meno, alcune forti critiche.

In un contesto geopolitico di conflittualità come quello attuale, in cui la stessa comunità internazionale non si è dimostrata in grado di intervenire con risolutezza contro gli eccidi di esseri umani, proporre la creazione di missioni di peacekeeping dedicate alla tutela del patrimonio culturale ad alcuni può risuonare strano. Le missioni di peacekeeping, poi, hanno dei costi e la cultura non è certo in cima alle preoccupazioni della classe politica italiana e mondiale. Il direttore generale dell’Unesco ha, comunque, ringraziato Franceschini, per “l’importante e coraggiosa proposta di istituire una forza delle Nazioni unite dedicata alla tutela dei siti del patrimonio culturale dell’umanità per rispondere ai gravi attacchi del terrorismo”. Entrambi hanno concordato l’urgenza di avviare ulteriori passi in direzione della proposta, coinvolgendo l’Unione europea. E anche la Germania la sostiene “con convinzione”, l’ha riferito il Ministro della cultura tedesca, Monika Gruetters, durante l’incontro con Franceschini, a Berlino, il 24 marzo. L’Italia presenterà, in sede Unesco, una risoluzione per la salvaguardia del patrimonio culturale nelle aree di conflitto. Vedremo se si tratta solo di parole o se da esse si passerà ai fatti.

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