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La Buona Maturità

 

In questi giorni, le studentesse e gli studenti italiani sono scesi in massa in molte piazze d’Italia. L’informazione ne ha dato conto come d’abitudine, ovvero senza sottolineare a sufficienza l’aspetto non routinario delle manifestazioni attuali, conseguente dall’autenticità esistenziale dei vissuti che ruotano attorno ai temi della protesta.

Tali temi, sostanzialmente, sono due: l’insoddisfazione per la ristrutturazione dell’esame di maturità appena scaturita dalle officine ministeriali; lo sgomento per la sorte di Lorenzo Parelli, deceduto per un “incidente” nel corso delle attività di alternanza scuola-lavoro, rese obbligatorie dalla famosa legge 107 del 2 luglio 2015 – meglio conosciuta come “La Buona Scuola” – e ora già ribattezzate ‘PCTO’ (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento).

Alla tragica vicenda di Lorenzo Parelli, tra l’altro, è stato dedicato anche un passaggio del secondo discorso d’insediamento di Sergio Mattarella“Mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro.”.

L’auspicio espresso dal Presidente non può che essere condiviso. Ma forse – per aspirare concretamente alla dignità – richiede un parallelo esame delle coscienze, già che il dramma di Parelli non nasce da un imprevedibile agguato del fato, ma da prevedibilissime – e da non pochi previste – concatenazioni di eventi.

Può essere utile, per esplorare più da vicino la questione, chiedersi quale sia il nesso che lega i due temi delle rivendicazioni studentesche di questi giorni: essi sono associati dalla mera coincidenza nell’attualità? O sotto tale coincidenza traspare un legame più essenziale?
Diciamo subito che propendiamo per questa seconda ipotesi.

Osserviamo, infatti, la concatenazione di eventi che ha portato alla tragedia di Parelli.

L’alternanza scuola-lavoro, istituita quando Mattarella era all’inizio del suo primo settennato, è nata come una delle periodiche operazioni di rifacimento delle facciate della scuola italiana che, da qualche decennio, hanno soppiantato le riforme strutturali nelle aspirazioni del legislatore.

In questa operazione, l’idea di fondo era quella di impreziosire il vetusto edificio della scuola superiore liceale con il fregio contemporaneo della connessione al mondo delle aziende e al mercato del lavoro [Qui] da non perdere!

All’esterno di questa narrazione, non sfuggivano però agli osservatori, né a una parte degli insegnanti, i rischi di un’operazione del genere avviata in un tessuto produttivo largamente incline allo sfruttamento dei lavoratori, senza limiti di sesso o di età [Qui] .

E, a proposito di sesso, non erano neanche ignoti i rischi della cosa in un Paese largamente incline alla molestia sessuale [Qui]. Dunque, in questo Paese non è il caso di promuovere attività di stage?

A seguito, evidentemente, delle manifestazioni studentesche in corso, sull’argomento ha sentito il dovere d’intervenire il Ministro Bianchi [Qui]. Eloquente il passaggio che estrapoliamo: “In tutti questi casi, comunque, voglio ribadirlo con forza, la presenza di uno studente in un ambiente lavorativo richiede non solo le stesse misure di garanzia e sicurezza che si applicano ai lavoratori, ma un sovrappiù di responsabilità da parte sia della scuola di appartenenza che di chi accoglie i nostri ragazzi.”

Ma la precondizione di ogni garanzia e sicurezza sta nel fatto che le attività proposte siano di tirocinio in senso autentico, il che – come ben sa chiunque ne abbia avuto esperienza – è possibile solo nel rispetto di almeno due requisiti:

  1. Ogni studente avviato allo stage deve predisporre, con l’aiuto di un tutor, un progetto di tirocinio, con una precisa scansione delle attività da realizzare e degli strumenti da utilizzare. Progetto che dovrà essere periodicamente analizzato e verificato, sempre grazie alla supervisione del tutor, fino alla conclusione e alla rendicontazione del progetto ;
  2. Ciò di cui al punto 1 richiede l’intervento di figure professionali competenti per lo svolgimento dei compiti tutoriali e in quantità sufficiente a determinare un rapporto numerico con i tirocinanti impegnati nei percorsi tale da garantire la supervisione adeguata delle attività di stage e, dunque, il loro puntuale controllo.

Naturalmente, nell’alternanza scuola-lavoro di norma non si verifica nulla di tutto questo.
Perché? Senz’altro perché si è trattato appunto di una riforma di facciata, nella quale il problema della realtà – ovvero della struttura necessaria a organizzare e gestire propriamente l’impresa vantata – non è stato nemmeno preso in considerazione.

Anzi, lungi dal porsi il problema di come potenziare e attrezzare la struttura in vista delle nuove esigenze, il provvedimento – come tutti quelli di questo genere – l’ha indebolita.

Infatti, l’onere di organizzare dal nulla un’impresa così complessa è stato semplicemente rigettato sulle scuole stesse, con il risultato di renderne ancora più instabile il già precario equilibrio.

Purtroppo, come detto, questa ipertrofia dell’ornamentale a spese dello strutturale è ormai una caratteristica di sistema, che purtroppo i collegi dei docenti hanno introiettato nella forma di una diligenza acritica, consentendogli di diventare prassi.

Ritroviamo tale caratteristica nella proliferazione di documenti ponderosissimi e magniloquenti, definiti con acronimi fantozziani, la cui compilazione assorbe energia del sistema senza nulla restituirgli.

L’abbiamo vista e la vediamo all’opera nella gestione della pandemia, nella quale la proliferazione di regole e di contrapposizioni assurde (distanze tra le “rime buccali”, rimodulazioni delle quarantene, etichettamento degli studenti non vaccinati, ecc.) appare un filone inesauribile,
Invece, di due semplici cose concrete che potevano e dovevano esser fatte da subito – come gli studenti in piazza hanno ricordato – non c’è nessunissima traccia: A ) riduzione del numero di studenti per classe B ) dotazione delle aule di sistemi tecnologici di aerazione e di altri strumenti utili. Certo, sarebbero costate un po’.

La troviamo ancora, ed eccoci al punto, nella nuova formula dell’esame di Stato. L’esigenza che evidentemente domina le scelte ministeriali, infatti, sembra essere quella del nutrire la narrazione del ‘ritorno alla normalità’, già da tempo prevalente su qualsiasi altra istanza, quando di normale nella quotidianità scolastica odierna non vi è nulla, come ben sa chi minimamente ne fa esperienza.

Che si tratti di questo, sembra dirlo con chiarezza il Ministro stesso nella lettera di cui sopra: “Ci sarà poi una seconda prova di indirizzo, formulata dalla commissione locale, composta da sei commissari interni e un presidente esterno, che, proprio perché preparata dai docenti di classe, potrà sicuramente tenere conto dei livelli educativi effettivamente raggiunti.”

Tradotto: Tranquilli, la seconda prova che tanto sembra preoccuparvi sarà à la carte.

È la Buona Maturità!

Ecco perché i temi che concorrono nel disagio studentesco di questo periodo hanno tra di loro un legame profondo, che discende dalla “logica” istituzionale sottesa a entrambi. Speriamo che le analogie si fermino qui e che non si prolunghino anche nel verificarsi di qualche conseguenza estrema, di qualche altra tragedia annunciata.

Speriamo che nessuna studentessa e nessuno studente scambino davvero per serietà la gravità istrionica di quest’esame. Certo, può succedere solo se lo si incontra nella nebbia, ma di nebbia questa generazione ne ha dovuta e ne deve attraversare tanta [Qui] .

Altrimenti, sarà l’occasione per un altro edificante “Mai più!”.

Cover: immagine proteste studentesche (fonte ufficio stampa studenti,it)

lettere alfabeto consonanti

DIARIO IN PUBBLICO
La perdita delle consonanti

Se, nella settimana che ha portato all’elezione del presidente della Repubblica volessimo, come tento di fare, notare la pronuncia delle espressioni che la commentano, potremmo osservare che, come già aveva predetto Pier Paolo Pasolini, la lingua si adegua alla provenienza regionale.

Solo pochi anni fa la grande differenza era tra la parlata del Sud e quella Centro-Nordica, ma nel caso attuale il Sud adotta una dizione ‘neutra’ o meno riferibile alla dizione locale.

Ovviamente si parte da Roma.

Se ad una romana verace (prendiamo la première dame di Trastevere, vale a dire G.M.) le si chiedesse di esternare i dovuti auguri alla rielezione del capo dello Stato, si noterebbe subito un capovolgimento delle consonanti che perdono la in favore della b- e la t in luogo della d.

A questo punto l’evidente scempiatura delle doppie, propria ai ministri ferraresi Franceschini e Bianchi eredi della contigua parlata veneta, confermano la localizzazione regionale. In tal modo vanno menzionate le parlate di tanti altri grandi elettori provenienti dalle diverse regioni italiane.

Se al modo di esprimersi si associa la postura e il comportamento fisico si veda come trottavano indaffaratissimi i politici grandi elettori e non solo nelle loro apparizioni, senza nemmeno avere la cortesia per la salute pubblica di usare le ffp2 raccomandate (vedi quelle orride di stoffa esibite dal maggior rappresentante della Lega, M.S)!

E che dire dei commenti succhiati come caramelle dai soliti noti – sempre quelli – che implacabili novelle ‘Sibille Cumane’, con l’occhio acquoso e incollato al telefonino, sparano i prevedibili e inutili commenti!

Le ragazze commentatrici scuotono la bionda chioma esibendo tacchi 98, come la mia amata Lilli nei loro giubbotti di pelle, che fa sempre molto corrispondente di guerra.

Apprezzatissimo il noto V.S. che, come nelle più celebri sequenze dantesche, arrota i denti in una parlata che non riesce a nascondere i segni della provenienza ferrarese, tra il rosso acceso della sua bellissima casa.

E veniamo alla lingua principe, il toscano, gestito nella sua versione vernacolare da M.R. La scorpacciata di aspirate raggiunge livelli altissimi mentre esibisce un impeccabile soprabito degno dell’antico e magistrale artigianato toscano.

Frattanto sul tavolo s’accumulano libri e libri sulla Shoah e sul Giorno della Memoria. Da sempre contrario alle proposte avanzate dal direttore del Teatro Comunale di Ferrara, Moni Ovadia, sulla settimana delle Memorie.

Sempre più convinto dell’unicità della Shoah, leggo e metto in relazione le pagine di Primo Levi raccolte nel volume: Così fu Auschwitz. Testimonianze 1945-1989 con Leonardo De Benedetti, con la nuova edizione di una testimonianza fondamentale quale quella di Donatella Di Cesare [Qui]Se Auschwitz è nulla, Bollati Boringhieri,2022.

se auschwitz è nullaLa riflessione della Di Cesare illustre filosofa, da tempo sotto scorta per le ignobili minacce subite, prelude con un commento che spiega, se non tutto, molto sull’evoluzione del negazionismo: “Il negazionismo è una forma di propaganda politica che negli ultimi anni si è diffusa entro lo spazio pubblico coinvolgendo ambiti diversi e assumendo accenti sempre più subdoli e violenti” (ivi, p. 13).

In tal modo la Di Cesare commenta l’evoluzione nel ventunesimo secolo del negazionismo che si presenta in forma ‘politica’ : “… il negazionismo non è riducibile in nessun modo alla revisione ed è invece un fenomeno che può essere considerato solo alla luce della sua matrice complottistica” (ivi, p. 36), così che “Il  ‘complotto ebraico mondiale’ è il cardine del nuovo negazionismo nella sua versione più recente.” (ivi, p. 38)

Una considerazione che va tenuta ben presente nell’attuale situazione politico-economica mondiale.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

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Stefano Gargioni, Giorgio Perlasca e il silenzio del Comune di Ferrara

 

Il post antisemita e neofascista di Stefano Gargioni – dirigente scolastico dell’Istituto Giorgio Perlasca, Giusto fra le Nazioni – ha prodotto, a Ferrara e in Italia, molte reazioni di sdegno e condanna. Stiamo aspettando la decisione del Ministero retto dal ferrarese Patrizio Bianchi –  e sarebbe bene che la sospensione fosse perpetua, tanto da impedire a una persona del genere di metter più piede in una scuola della Repubblica.

Oggi, però, la notizia più inquietante è un’altra. A più di  48 ore dall’uscita delirante di Gargioni, non registriamo nessuna reazione (stupore? presa di distanza? condanna?) da parte del Sindaco e Vicesindaco di Ferrara. Sappiamo che entrambi amano parlare tramite social, ma le loro seguitissime pagine Facebook si gingillano ancora riportando la ‘buona stampa’ sul governo cittadino e non spendono una parola sul preside fascista. 
(Francesco Monini)

Non intendo scrivere sulla vicenda del dirigente scolastico fascista Stefano Gargioni che paragona il Green Pass all’Olocausto, non perché non abbia pensieri al proposito ma perché credo che la vicenda, nella sua macroscopica gravità, non dovrebbe aver bisogno di parole ma di vere e proprie manifestazione civili di indignazione (che durino molto di più del tempo che serve per scrivere un commento sui social) da parte dei genitori, del personale scolastico, dei altri Dirigenti Scolastici, degli amministratori, dei cittadini.
Bene hanno fatto i dirigenti scolastici di Ferrara e Provincia ad inviare ai giornali una lettera di presa di distanza dell’accaduto. Bene hanno fatto le organizzazioni sindacali e le RSU/RSL dell’istituto Perlasca a comunicare pubblicamente il loro pensiero critico verso l’operato del preside.
Come in tutti i casi in cui una goccia, seppur grande, fa traboccare il vaso mi chiedo come mai siano state sottovalutate tutte le altre gocce che quel vaso hanno riempito: le messe in orario scolastico, i giudizi pesanti sul Presidente della Repubblica, gli organi collegiali convocati in presenza nonostante le disposizioni ministeriali, i protocolli di sicurezza non rispettati, i rapporti sindacali resi difficoltosi, il mancato controllo del green pass, eccetera.
Mi chiedo anche perché il sindaco non sindachi, il vicesindaco non vicesindachi, l’assessore non assideri ma soprattutto perché i consiglieri di destra di Ferrara non consiglino?
A volte il loro silenzio è davvero assordante. Speriamo almeno che il Ministro dell’Istruzione: Bianchi, provocato da simili comportamenti indecenti, provi almeno un po’ a “sbiancare” il troppo “nero” che sta dilagando a scuola oltre i limiti del civile confronto democratico.
In copertina: Salvacondotto collettivo Famiglia Harsanyi. Documento rilasciato dal finto console spagnolo Giorgio Perlasca che attestava la cittadinanza spagnola e il diritto all’ospitalità in case protette affittate dall’Ambasciata spagnola che godevano dell’extraterritorialità.  – Tratto dal sito della Fondazione Perlasca: www.giorgioperlasca.it
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“Piano Estate 2021”
Una sfida anche per la nostra città

 

Credo che scuola e territorio non abbiano mai visto piovere tanti soldi quanti quelli messi a disposizione dal ministro Bianchi con il suo “Piano estate”, da giugno a settembre, per “po-tenziare l’offerta formativa extracurricolare, il recupero delle competenze di base, il conso-lidamento delle discipline, la promozione di attività per il recupero della socialità, della proattività, della vita di gruppo delle studentesse e degli studenti…”

Troppi mesi di scuola strana, di scuola anomala, di opportunità perdute. E, dunque, il sistema formativo del paese è a debito nei confronti dei suoi giovani. Sistema formativo che non è solo scuola, ma anche territorio, con tutte le sue risorse umane e materiali, la rete dei “patti di comunità” proposta dal comitato scientifico, quando era presieduto dal professor Bianchi.

Ora la sfida è alta, le risorse non mancano e si chiede agli istituti scolastici di svolgere il ruolo di registi, di aggregatori dei vari soggetti, di proporre progetti, di chiamare in campo gli attori.
La scuola che disegna il Piano estate è tutto ciò che non è mai stata la scuola italiana: la scuola come polmone sociale e culturale della comunità, la scuola che non chiude, la scuola che non è mai stanca di fare istruzione, di promuovere e organizzare apprendimenti. La scuola dove apprendimenti formali, non formali e informali si incontrano e si valorizzano, la scuola della autonomia intesa come risorsa, anziché come condanna. La scuola aperta, aperta sempre ai bisogni delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi, adolescenti, giovani, ai bisogni degli adulti che devono accompagnare e sostenere le nuove generazioni.

Non ci sono margini di interpretazioni, il mandato è chiaro: aprire la scuola significa aprire le classi ai gruppi di apprendimento, aprirsi all’incontro con “altri mondi”, del lavoro, delle professioni, del volontariato, come pure aprirsi all’ambiente, radicarsi nel territorio, realizzare esperienze innovative, attività laboratoriali dentro e fuori della scuola.
È ciò che noi negli anni settanta del secolo scorso, affascinati dal pensiero pedagogico di Bruno Ciari, chiamavamo sistema formativo integrato. Sperimentare un modo nuovo di essere della scuola sul territorio e del territorio di essere accanto alla scuola.

La circolare del ministro sollecita i Dirigenti scolastici, i Consigli di Istituto, i Collegi dei Docenti, in definitiva gli organi di governo delle nostre scuole, a farsi promotori e registi di progetti che coinvolgano gli enti locali, le istituzioni culturali, il mondo del lavoro, le associazioni, il terzo settore secondo un principio di sussidiarietà per offrire ai giovani del loro territorio un’estate diversa in una scuola diversa. La circolare ministeriale invita a “modalità scolari innovative”, “sguardi plurimi”, “apporti differenziati”, ad una scuola aperta, dischiusa al mondo esterno.

Il piano estate del ministro Bianchi più che un ponte tra la fine dell’anno scolastico e l’inizio del nuovo, disegna una possibile transizione verso una scuola nuova, una scuola come da tempo vorremmo che fosse e ancora non è. Un anticipo di quei cambiamenti che dovranno essere avviati e realizzati con i miliardi della Next Generation EU destinati alla scuola.
Per questo preoccupano le parole del presidente dell’ Associazione Nazionale Presidi, per il quale la scuola esce provata dagli effetti nefasti della pandemia, che qualsiasi esercito ha bisogno di riposarsi tra una battaglia e l’altra e questo principio è valido anche per la scuola. In definitiva la scuola è stanca.

Non credo che la scuola in questi frangenti possa permettersi di risparmiarsi, come nessun altro servizio del paese. Le ferite da curare non sono solo quelle dei corpi, ci sono anche quelle lasciate nella formazione dei nostri giovani dalle esperienze mancate, da una scuola a intermittenza, a buchi e intervalli, da una qualità degli apprendimenti non sempre all’altezza di quella dovuta a ragazze e ragazzi che investono tanta parte del loro tempo di vita nello studio, per progettare il proprio futuro. Per non parlare delle povertà educative, divenute sempre più povere, di chi avrebbe avuto bisogno di più e ha avuto di meno, di svantaggi e dispersione scolastica. È come dire che allora anche gli ospedali e tutto il sistema sanitario hanno bisogno di riposarsi.

Questa idea della scuola come mondo a sé rispetto alle urgenze del paese e ai bisogni dei nostri giovani è per lo meno inquietante. La sfida è per la scuola e per i territori a partire dal nostro, dalla nostra città. Noi abbiamo una tradizione di estati ricche di offerte per bambini e ragazzi, dai centri estivi, a Estate bambini, alle iniziative di associazioni, volontariato, cooperative e parrocchie. Ora le opportunità si arricchiscono ulteriormente, ogni istituzione scolastica potrà contare su almeno diciottomila euro. Allora perché non mettere insieme le idee, i progetti, unire le forze e le risorse, fare rete per un grande “Piano Estate” da offrire alle bambine e ai bambini, alle ragazze ai ragazzi della nostra città?

Istituti scolastici, amministrazione comunale, mondo del lavoro, parrocchie, volontariato, cooperative, istituzioni culturali possono lavorare insieme, unite da un patto educativo di comunità per offrire ai nostri giovani e alle loro famiglie una pluralità di offerte formative, ricreative, sociali tra cui scegliere, un’estate molto più ricca di quelle che finora abbiamo conosciuto, mirata a colmare i vuoti che si sono creati nella formazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, impegnata a compensare ciascuno di ciò che ha perduto.

Credo che dovrebbero essere soprattutto le istituzioni scolastiche della città a sollecitare l’amministrazione comunale perché si faccia promotrice di un tavolo intorno al quale riunire tutti i soggetti che possono contribuire a progettare quest’estate “unica” per i nostri figli e nipoti. Dovrebbe essere interesse di tutta la città dotarsi di un grande “Piano estate” per i suoi giovani, dai più piccoli ai più grandi. L’opportunità ce la offre un ministro ferrarese, ma occorre darsi da fare, perché qui si vedrà di quale qualità è la stoffa che costituisce il nostro tessuto cittadino.

In copertina: Ferrara, un momento della manifestazione Estate Bambini, settembre 2016

FERRARA: INVECE DI RIAPRIRE…
Chiude il Museo del Risorgimento e della Resistenza

Dal Portale Turistico, Terra e Acqua, della Provincia di Ferrara si apprende che il Museo del Risorgimento e della Resistenza rimarrà chiuso fino a data da destinarsi. I locali al piano terreno del palazzo dei Diamanti devono essere sgombrati per far posto alla biglietteria e al bookshop.
La nuova sede alla Casa della Patria non è ancora pronta e ci si dovrà adattare per il momento negli spazi di Porta Paola, dove sarà possibile consultare i documenti, mentre il materiale espositivo sarà conservato nei magazzini comunali. Pare che la collocazione provvisoria durerà anni, visto che la ristrutturazione della Casa della Patria neppure è iniziata e quando prenderà avvio sarà lunga.

In realtà la notizia l’apprendo da un whatsapp di amici, che mi invitano a condividere un lungo appello contro la chiusura del museo, evidenziandone l’intensa attività sul territorio, soprattutto a favore delle scuole. Un prezioso interlocutore della didattica scolastica capace di arricchire i curricoli e di promuovere le uscite sul territorio. Non dunque un ‘mausoleo’, ma una struttura dinamica, creativa, impegnata ad ampliare la propria offerta come dovrebbero fare tutte le istituzioni culturali. Chiudere un museo, che etimologicamente è il luogo sacro alle Muse, è come compiere un sacrilegio. In questo caso un sacrilegio contro l’intensa rete di rapporti con associazioni, istituti culturali e istituti scolastici, che la direzione del museo in tanti anni di lavoro è riuscita a costruire, come un prezioso patrimonio che è andato ben oltre il tessuto cittadino.

La legge regionale dispone che i “musei e i beni culturali costituiscono sistemi integrati sul territorio, che interagiscono e cooperano con gli altri istituti culturali per garantire la più diffusa conoscenza del patrimonio culturale e per promuovere la sua funzione educativa…”. Se per allargare gli spazi espositivi del palazzo dei Diamanti si sacrifica un museo come fosse una ‘Cenerentola’, è evidente che il sistema integrato disposto dalla legge viene meno nella sua compiutezza e nelle sue finalità, in particolare quelle peculiarmente educative del Museo del Risorgimento e della Resistenza.
Si smaglia un nodo di quella rete indispensabile per una città che apprende, per una città della conoscenza, condizione necessaria per essere una città della cultura non solo a parole. Ma questo è un orizzonte che neppure è preso in considerazione dai nostri amministratori, sempre più impegnati a commercializzare l’arte e la cultura anziché promuoverne la produzione.
Bel risultato per un assessorato che si intitola, con enfasi antropologica, alla “Civiltà ferrarese”!

C’è un deficit di cultura in chi pensa di saperla amministrare e di avere le chiavi della sua diffusione, che sarà pure diffusione, ma non certo mobilitazione di saperi e di conoscenze, ancora la cultura statica delle esposizioni, come se i grandi Expo agli esordi del ‘900 non fossero mai finiti e fosse necessario continuare a riprodurli in piccolo.
Così non si riesce a misurare il danno che si produce, innanzitutto nei confronti della propria comunità, col chiudere un museo che ne conserva la storia e l’identità. Chiusura che difficilmente si sarebbe compiuta, se avesse comportato una grande perdita dal punto di vista dei biglietti strappati.

Per fortuna l’avvio del Sistema Museale Regionale sembra andare nella direzione di promuovere i musei come luoghi della conoscenza, della costruzione del pensiero critico e creativo. Almeno le parole recentemente pronunciate dalla presidente dell’ICOM, il comitato italiano dell’International Council of Museums confortano in questa direzione, promettono l’attivazione di processi educativi innovativi, di processi di solidarietà territoriale.
Di questa solidarietà, del patto educativo tra scuola e territorio è stato promotore fino ad oggi il Museo del Risorgimento e della Resistenza, assai prima che la Commissione presieduta dal nostro concittadino, professor Patrizio Bianchi, indicasse i patti educativi tra scuola e territorio come strumento per affrontare la ripresa scolastica in regime di Coronavirus.

Da anni il Museo del Risorgimento e della Resistenza, l’Istituto di Storia Contemporanea, le associazioni dei partigiani a partire dall’Anpi, il Comitato Scuola Costituzione collaborano entrando nelle nostre scuole a dialogare con le nostre ragazze e i nostri ragazzi, grandi e piccoli, compiendo un lavoro di formazione di enorme importanza soprattutto oggi. Conoscenza della Costituzione, formazione alla cittadinanza consapevole e responsabile che nasce dal sentirsi partecipi di una storia ed eredi dei valori conquistati, da chi per quei valori ha combattuto sacrificando la propria vita.

Ma questo non può eludere la domanda su come la nostra amministrazione locale intenda rispondere alla richiesta di patto educativo formulata dalla commissione del professor Bianchi, che non può certo esaurirsi nella fornitura di banchi o nell’abbattimento di tramezze per fare più spazio.
Aver chiuso il Museo del Risorgimento e della Resistenza è l’espressione della assenza di sensibilità nei confronti della formazione dei nostri giovani, delle attività costruite nel corso degli anni con grande intelligenza da un’istituzione culturale della città. È grave che nessuno abbia pensato che una delle conseguenze sarebbe stata quella di impoverire le occasioni di apprendimento dei nostri studenti, di privarli di uno spazio che avrebbe potuto dilatare le loro aule senza la necessità di abbattere muri. Ma tutto questo è lontano mille miglia dalla cultura dei nostri amministratori.

La cosa appare ancora più miope e stupida se si pensa che dal prossimo settembre prenderà l’avvio l’insegnamento dell’educazione civica nelle nostre scuole e che verrà a mancare ai nostri studenti un prezioso alleato per la loro crescita.
Se chiudere un museo è sempre un sacrilegio perché si impoverisce un territorio, lo è ancora di più quando ad essere più poveri saranno le scuole e i loro studenti, ma evidentemente qualcuno considera più importante la biglietteria del palazzo dei Diamanti.

SCUOLA FIRST: impressioni di settembre…
Anche Ferrara scende in piazza il 25 giugno

“Settembre poi verrà ma senza sole” sono le parole di una strofa di Settembre, una canzone di Peppino Gagliardi, famosa negli anni Settanta. Le stesse parole potrebbero essere adatte per definire la situazione che sta vivendo la nostra scuola pubblica; infatti, pur avendo la certezza che a settembre la scuola non ripartirà ‘normalmente’, gli amministratori nazionali e locali stanno lavorando con grande lentezza. assolutamente ‘al buio’ per preparare le condizioni per il rientro.
È evidente che a settembre la comunità scolastica ha un assoluto bisogno di ripartire in presenza: bambine, bambini, ragazze, ragazzi, insegnanti, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno resistito per tre mesi, materialmente e psicologicamente, per far fronte all’emergenza.

Dopo questo enorme sforzo collettivo, e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già state riavviate, la scuola ha bisogno di ricominciare in presenza perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita umana e nemmeno economica.
Per quanto il problema della ripartenza sia complesso, io penso che non ci potrà mai essere una soluzione ‘lluminosa’ se non ci si avrà il tempo di lavorare seriamente, insieme, con tempi distesi, guidati dalla luce di un faro rappresentato dalla scuola in presenza.

È sotto gli occhi di tutti come il nostro non sia un Paese che investe sulla sua scuola per investire sul proprio futuro-. Io però speravo, ingenuamente, che in un momento così delicato si sarebbero unite le forze per reperire le idee e le risorse necessarie per mettere la scuola, intesa come ‘organo costituzionale’, in grado di poter esercitare la propria funzione. Invece, le priorità di questa classe politica sono altre: basta guardare alle risorse promesse ad Alitalia e FCA e confrontarle con quelle destinate alla scuola per accorgersi subito della sproporzione a sfavore del nostro sistema educativo.

Inoltre, dopo mesi di ‘scuola dell’assenza’, ancora oggi – nonostante la Commissione Tecnico Scientifica presieduta dal Professor Patrizio Bianchi abbia concluso i suoi lavori un mese fa – il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha ancora emanato le linee guida indispensabili per far ripartire le scuole in presenza e in sicurezza.
Le anticipazioni relative a questo documento destano molta preoccupazione. Non sono infatti previste risorse straordinarie, né investimenti strutturali, né personale aggiuntivo. Non c’è nessun impegno per garantire una riapertura in sicurezza. Si parla di “riduzione del tempo scuola”, di didattica a distanza, di formazione sulle nuove tecnologie… e non è un caso che siano in uscita proprio le linee guida per la didattica digitale integrata e per la sua valutazione. Si rischia lo stravolgimento della scuola della Costituzione.

Non è quello che i genitori si aspettano.
Non è quello che gli insegnanti chiedono..
Non è quello che serve al mondo della scuola.
Non è quello di cui il Paese ha bisogno.

In un momento in cui occorreva unire gli sforzi per mettere la scuola al centro dell’agenda politica, in cabina di regia stanno lavorando al risparmio e in maniera raffazzonata per indirizzare la scuola verso un settembre di didattica a distanza, di spezzatini organizzativi senza logica e criterio, di tempi ridotti e di spazi democratici ristretti.

Wake me up when september ends (“Svegliami quando settembre finirà”) dei Green Day, una canzone di tutt’altro genere musicale rispetto a quella citata nell’incipit, interpreta bene il modo di vivere dei molti che si aspettano che una soluzione, prima o poi, cadrà dal cielo. Mi spiace ma credo che la scuola di tutti debba essere progettata insieme. E credo che nessuno meglio di chi vive la scuola quotidianamente, possa occuparsene con cognizione di causa portando avanti i sogni e i bisogni collettivi.

Un’altra scuola è possibile rispetto a quella che sembra uscire dalle linee guida del Ministro ma, ora come mai, è necessario che i genitori, gli insegnanti, gli educatori, il personale amministrativo, i dirigenti, i cittadini uniscano le proprie forze per chiedere che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado, per reclamare risorse straordinarie, per avere personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola, per assumere i docenti precari, per ottenere degli investimenti strutturali per l’edilizia scolastica, per avere una corretta prevenzione sanitaria, per pretendere di essere informati, per poter partecipare al progetto di ripartenza e per scrivere insieme le pagine di questo nuovo patto di corresponsabilità educativa.

Per questo, anche a Ferrara si è costituito il Coordinamento  “Priorità alla scuola”: un movimento formato da cittadini, genitori, insegnanti, educatori, operatori della scuola, professionisti che, come in altre 70 città italiane, porterà in piazza queste rivendicazioni. Per Ferrara la manifestazione, quindi l’appuntamento per tutti coloro che vogliono la scuola al primo posto (#scuolafirst), è il 25 giugno, in piazza Savonarola, alle ore 18,00.
Dopo avergliele “cantate”scendendo in piazza, avremo più forza e forse dovranno ascoltarci. Anche a Ferrara chiederemo impegni precisi ad amministratori pubblici e dirigenti scolastici. C’è in ballo la nostra scuola pubblica, un Bene Comune, un bene prezioso che oggi è in pericolo. Siamo in tanti, e siamo disposti a rimboccarci le maniche: settembre è vicinissimo e non c’è un minuto da perdere.

Comunque la pensiate, buona partecipazione alla manifestazione e alle iniziative successive.
Qui la pagina facebook di Ferrara: https://www.facebook.com/PasFerrara/ 
Qui la pagina nazionale: https://www.facebook.com/prioritaallascuola/
Qui la mail per segnalare il proprio interesse alle iniziative future: prioritaallascuolaferrara@gmail.com

SE QUARANTA MINUTI VI SEMBRANO UN’ORA…
La (poco brillante) idea ministeriale di una scuola “concentrata”

Non so se il Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico, con quelle ‘misure contenitive’ che lasciano un retrogusto più di casa circondariale che di scuola, scaricabile dal portale del ministero, sia il frutto del lavoro della task force presieduta dal professor Bianchi, o del comitato tecnico scientifico o di entrambi. Il documento sono ventidue pagine, di cui nove tabelle di dati Istat più due pagine di allegato relativo alla Attività di sanificazione in ambiente scolastico.

Il passaggio più vibrante contenuto in questi fogli, dal sentore ministeriale, è l’invito a cogliere questa occasione per il rilancio del sistema scolastico attraverso “un lavoro complessivo di investimenti per azioni coordinate che mettano al centro dell’agenda politica scuola e salute come elementi strategici per il benessere complessivo della persona”. Petizione di principio che in Italia si ripete da decenni come una litania, diciamo che non occorrevano proprio né una task force né un comitato scientifico per una simile conclusione, ma come dicevano i latini repetita iuvant.

Per il resto tutto è già noto: bisogna tenere il distanziamento fisico, la mascherina, lavarsi le mani, far uso di dispenser ed igienizzanti, ridurre il numero di alunni per classe, trovare spazi sul territorio. Poi c’è l’invito alla riduzione del monte ore delle discipline scolastiche, alla rimodulazione e riduzione oraria che non sono modi diversi per dire la stessa cosa. Un conto è ridurre il monte ore disciplinare su base annua, altro conto è modificare l’organizzazione oraria della scuola. Così, per non pagare dazio, la ministra estrae dal cilindro il vecchio arnese delle ore di quaranta minuti, una volta erano di cinquanta o cinquantacinque, per lo più utilizzate per consentire di conciliare le entrate e le uscite con gli orari del trasporto pubblico, o, nell’ambito dell’autonomia scolastica, per recuperare spazi orari alla organizzazione di attività integrative.

La prima osservazione che viene da fare a una mente appena appena non appannata è che se si tratta di quaranta minuti non può essere un’ora, neppure se lo dice la ministra, che dimostra di essere poco pratica non solo di imbuti ma anche di orologi. Sarebbe opportuno da parte di chi ha la responsabilità del sistema scolastico del paese dire semplicemente che le unità didattiche per ogni disciplina anziché svolgersi in sessanta minuti dovranno essere contenute nello spazio di quaranta minuti. Le ore, dunque, restano per tutti di sessanta minuti, sono le attività della scuola che da settembre prossimo si articoleranno per sequenze disciplinari della durata di quaranta minuti.

Intanto c’è un problema, il tempo è una risorsa importante. Apprendere in quaranta minuti non è la stessa cosa che apprendere in sessanta: i tempi anziché dilatarsi, come sarebbe necessario in ogni sana didattica, vengono compressi. Già qui appare che non si tratta di una buona idea e che, se si vuole migliorare la nostra scuola che ha bisogno di più offerta formativa, di più attenzione ai bisogni e ai tempi di apprendimento di ogni singolo alunno, questa decisamente non può essere la strada. Scuola concentrata: concentrato di saperi. Dopo mesi di insegnamento a distanza il ritorno a scuola che si prospetta non è dei migliori. È come dire che quando avresti più bisogno di cura te ne fornisco di meno. Se queste sono le idee brillanti che comitati e task force vari avrebbero dovuto suggerire alla ministra, se ne faceva volentieri a meno.

Occorrerà mettere mano ai vari decreti legge che stabiliscono il monte ore annuo per ordine di scuola. Limitiamoci all’esempio, per tutti, della secondaria di primo grado, la cosiddetta scuola media, il cui monte ore annuo obbligatorio è di novecentonovanta, vale a dire trenta ore di sessanta minuti a settimana per trentatré settimane di scuola. Tralasciamo per comodità i moduli con il sabato a casa, e consideriamo la giornata scolastica tipo di cinque ore di sessanta minuti per sei giorni alla settimana. Se le unità didattiche sono di quaranta minuti il tempo scuola giornaliero sarà di duecento minuti, anziché trecento, e il monte settimanale di milleduecento minuti anziché milleottocento, con una differenza settimanale di seicento minuti, vale a dire di sei ore alla settimana. Se poi le sei ore le moltiplichiamo per il numero di settimane di scuola otteniamo una cifra corrispondente a trentanove giorni di scuola, oltre un mese che in totale silenzio viene sottratto alle opportunità formative degli studenti, bambini o ragazzi che siano. Inoltre, nel caso del tempo pieno e del tempo prolungato le cifre raddoppiano. Meno scuola, quando di scuola ne serverebbe di più ed è facile nutrire il dubbio che la concentrazione dell’insegnamento non ne accresca la qualità.

Resta da capire come a viale Trastevere pensano di rispettare il calendario scolastico che per legge prevede almeno duecentocinque giorni di scuola, se intendono, ad esempio, prolungare di un mese l’anno scolastico. L’invito del comitato scientifico di cogliere questa occasione per il rilancio del sistema scolastico lascia il re nudo. Ministra e governo non hanno un progetto di scuola ed è senz’altro così visto il rosicato miliardo e mezzo stanziato e neppure il comitato tecnico scientifico e la task forceResta la scuola di prima, corretta per detrazione con le sue misure ‘contenitive’, che si aggiungono a quelle di sempre (e come potrebbe essere diversamente?).
A meno che, dopo l’esperienza della didattica a distanza, qualche mente brillante, ora che sono tornate d’uso, sia giunta alla conclusione che, sottraendo tempo alla formazione dei nostri ragazzi, la scuola e il paese migliorino.

LA CITTA’ MUTA
E per la Giunta di Ferrara la scuola può aspettare

Come dite? No, nessuno ha risposto alla mia proposta per aprire le scuole a settembre nella nostra città [Qui]Non il Sindaco, neppure gli altri soggetti chiamati in causa: dirigenti scolastici, presidenti dei Consigli di Istituto. Per non parlare delle forze politiche che siedono in Consiglio Comunale, le quali tacciono come se fossero ammutolite dalle mascherine anti Covid.  O non sono lettori delle cronache locali o il problema non li tocca.

Eppure gli strumenti per organizzare un anno scolastico speciale, dandosi da fare fin da ora, ci sarebbero, attendono solo di essere utilizzati. Non voglio scivolare nella citazione di articoli e commi, ma la legge sull’autonomia scolastica e le norme sulle competenze dei consigli di istituto offrono notevoli spazi d’azione, basterebbe avere le idee e la volontà di darsi da fare.

In questa rubrica da anni offriamo idee e esperienze che si muovono nel mondo a proposito di scuola, di istruzione permanente e di educazione diffusa sul territorio, ma certo non posso pretendere di avere più lettori delle dita di una mano.

L’eccezionalità della situazione sarebbe da cogliere per passare dalle parole ai fatti e fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza. Forse si preferisce attendere le disposizioni della ministra Azzolina e della task force presieduta dal ferrarese professore Patrizio Bianchi. Ma questo non ci esonererebbe dal fare anche noi la nostra parte, dando con la nostra iniziativa una mano alla ministra e all’illustre concittadino.

Invece del metro per misurare le distanze tra i banchi dentro alle aule, potremmo incominciare col fare l’inventario delle risorse, a partire dagli spazi e dalle occasioni educative, che la città potrebbe mettere a disposizione delle scuole, da quelle primarie alle secondarie di ogni grado. Arricchire il piano dell’offerta formativa che ogni scuola deve compilare con il piano dell’offerta formativa della città a cui attingere per fare della città una scuola diffusa oltre le aule dei suoi edifici scolastici, in questo momento in cui spazi e distanze fisiche sono importanti, abbattendo le distanze sociali, a partire da quelle tra la scuola e il suo territorio.

Tempo fa è uscito un libretto interessante, la cui lettura allora consigliai ai nostri amministratori: La città educante, Manifesto dell’educazione diffusa, scritto dal pedagogista Paolo Mottana  con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
L’idea della città educante nacque vent’anni fa a Barcellona sotto il patrocinio dell’Unesco, se ne avessimo coltivati gli obiettivi oggi sapremmo meglio come affrontare l’emergenza scolastica. Città educante significa formazione continua nel tempo (lifelong learning) e nello spazio, scuola, ambienti esterni, tempo libero, superare l’istituzione scolastica come luogo esclusivo dell’apprendimento dei nostri giovani.

Rimettere in gioco, piccoli e grandi, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare, si alleino per assumere insieme il ruolo educativo in maniera pervasiva. Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.

Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, dove gli edifici scolastici divengono i punti di partenza e di ritorno, i luoghi della riflessione, dell’approfondimento, dove le esperienze compiute trovano la loro organizzazione nei percorsi curricolari.

Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare. È possibile che qualche chierico zelante tema che dietro a tutto ciò ci stia il progetto di una progressiva descolarizzazione alla Ivan Ilich, un venir meno dell’autorità del docente. Ma l’unica strada che inevitabilmente è destinata a portare  alla descolarizzazione è quella di chi crede ciecamente nell’autosufficienza della scuola e nel ruolo immutabile dei suoi insegnanti, nonostante il divenire dei tempi.

Sarebbe veramente da ciechi non cogliere l’opportunità che oggi si presenta per  avviare una riflessione, per tentare qualche passo in avanti verso la città educante. Già qualcosa si potrebbe fare se Amministrazione Comunale, dirigenti scolastici, insegnanti e presidenti dei consigli di istituto si trovassero insieme a ragionare. Un tavolo? Una conferenza? L’importante è darsi da fare, possibilmente da subito.

22 Gennaio: Fabrizio Ricci presenta il libro “Conversando con Enrico Giovannini e Pierluigi Stefanini. Per un futuro sostenibile”

Da: Eventi Ferrara

Mercoledì 22 gennaio | Ore 18:00
Fabrizio Ricci presenta
Conversando con Enrico Giovannini e Pierluigi Stefanini. Per un futuro sostenibile – Ediesse (2019)
Oltre agli autori saranno presenti Patrizio Bianchi, Sandro Bratti e Sabrina Lucatelli
Modera l’incontro Gaetano Sateriale

L’attuale modello di sviluppo è insostenibile, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Conflitti, cambiamenti climatici, disuguaglianze crescenti che determinano povertà e migrazioni di massa sono sfide che mettono in discussione la tenuta stessa del pianeta, non in un futuro ipotetico, ma da qui a poche decine di anni. Ecco allora che il concetto di «sostenibilità» diventa la chiave di volta per ripensare le direttrici dello sviluppo, tanto che l’Onu ha individuato in un documento («Agenda 2030») i 17 obiettivi da raggiungere entro i prossimi 12 anni per evitare il collasso. L’Italia, pur avendo fatto alcuni passi avanti nell’ultimo periodo, è ancora ben lontana dal raggiungimento degli standard previsti. Per questo quella attuale deve necessariamente essere «la legislatura dello sviluppo sostenibile». Questa è almeno la convinzione di Pierluigi Stefanini ed Enrico Giovannini, rispettivamente presidente e portavoce di ASviS, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, nata proprio per far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 e degli obiettivi in essa contenuti. Ma come stanno andando le cose? Il governo è sensibile a questo tipo di tematiche? Quella della «sostenibilità» può essere una battaglia intorno alla quale coalizzare una nuova esperienza politica anche a sinistra? Su questi grandi interrogativi, ma anche su molte altre tematiche (dal ruolo della cooperazione a quello dei corpi sociali, dal cambiamento del lavoro alla rivoluzione tecnologica), si confrontano Enrico Giovannini e Pierluigi Stefanini, dando vita a una conversazione schietta e vivace, capace di offrire spunti interessanti per la costruzione di una visione politica nuova.

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Patrizio Bianchi su ‘Democrazia senza’: “Un libro ricco di spunti che non banalizza i problemi”

di Patrizio Bianchi*

“Democrazia senza” è un libro di notevole spessore che dà conto di una ampia letteratura e che ci offre un’idea della quantità di dibattito e di ricerca che sul tema della democrazia si è andata accumulando nelle più diverse prospettive. Il libro offre molteplici piani di lettura e non solo diversi argomenti, ma indica anche un taglio e una prospettiva originale.
L’analisi non assume un concetto astratto di democrazia, ma parte dall’idea di democrazia che compare alla fine del Settecento e coincide con la nascita dello stato moderno e del capitalismo industriali.
Abbiamo della democrazia una versione storicizzata, che emerge in un certo contesto storico, culturale, contesto che per certi versi ne rappresenta le condizioni di base senza le quali la democrazia, nel significato pieno che ad essa attribuiamo, non si realizza. Non a caso, abbiamo visto quanto siano stati fallimentari i tentativi di esportare la democrazia, anzi abbiamo visto quali disastri abbia compiuto l’esportazione della democrazia in contesti diversi e con una cultura diversa.
Alla base della nostra lettura della democrazia sta un’idea di individualismo etico, l’idea di un individuo che ha un valore a prescindere dalla struttura sociale a cui appartiene.
Il titolo del libro (“Democrazia senza”) propone una sorta di ossimoro; siamo infatti abituati a pensare alla democrazia come un insieme di attributi: lavoro, uguaglianza, sovranità, fiducia, politica, appunto, tutti gli attributi che gli autori considerano oggi “in questione”, sfidati da una serie di cambiamenti.
Il primo aspetto riguarda la coincidenza tra democrazia e Stato nazionale, la sussistenza di una sovranità per cui il governo nazionale è in grado di controllare tutti gli elementi di decisione al suo interno. Si tratta di un’assunzione molto forte. Il passaggio alla globalizzazione, al contrario, propone un modello organizzativo e condizioni diverse e ci induce a considerare che i fenomeni economici sono più forti di ogni altra condizione nazionale. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: se aumenta il prezzo del petrolio, i riflessi non li possiamo governare in un solo paese, analogamente l’inquinamento non si può affrontare a livello locale. Su molti piani è difficile, se non impossibile, assumere l’idea che ci possa essere un livello ultimo che esprima il potere legittimo e che ci consenta di governare in modo autonomo una certa situazione. Questa constatazione produce talvolta l’illusione che si possa talvolta tornare indietro, a condizioni di piena sovranità nazionale.
Insieme all’idea di sovranità, un’idea altrettanto fondata assumeva che le scelte dovessero essere regolate da una volontà legittimata dal popolo che si esprimeva attraverso forme intermedie di rappresentanza. La questione della rappresentanza era alla base della fiducia che non era data ad una singola persona (a questo o quel leader), ma al sistema istituzionale. Risulta oggi evidente che i sistemi di rappresentanza possono essere variegati, ma laddove vi è un riferimento unico si va in una forma di autorità che si legittima in via plebiscitaria e autoritaria.
Un ulteriore blocco di ragionamenti riguarda lo snodo lavoro-eguaglianza, che ha un’origine storica anch’esso: nel passaggio tra l’Inghilterra e la Francia tra il 1776 e il 1779, vale a dire tra “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith e la rivoluzione francese. Adam Smith aveva chiarissima l’idea che la forza di un paese era espressa dalla capacità produttiva del lavoro, intendendo per lavoro la forma organizzata nelle imprese. Da qui il concetto di bene comune fondato proprio sul lavoro.
Siamo passati oggi alla globalizzazione e ad una democrazia che ha assunto una forma mediatica; e a una ricchezza delle nazioni che si è andata poggiando sulla dimensione speculativa dell’attività finanziaria. Il legame tra lavoro ed eguaglianza diventa implicito in tutta la nostra tradizione fino al punto in cui la finanziarizzazione lo spezza.
Se si spezza il legame tra lavoro e ricchezza si mette in questione anche quello tra crescita e sviluppo: lo sviluppo non è solo una questione di Pil, è l’idea che più il mondo è partecipato migliore può essere la qualità dello sviluppo.
Una lettura finalmente complessa è la chiave fondamentale del libro. La conclusione può essere sintetizzata nei seguenti termini “pensatela come volete ma non banalizzate i problemi, perché è con la banalizzazione che la democrazia viene ridotta”. Un libro – quindi – finalmente complesso, scritto con grande attenzione alle parole, che ha il notevole pregio di presentarsi non come l’ultimo al mondo.

*Assessore alla Regione dell’Emilia Romagna

 

Augusto Schianchi, Maura Franchi; Democrazia senza, Diabasis, 2016

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L’OPINIONE
Ricette per la ripresa: ricerca e investimenti
o lo scalpo dei sindacati

di Diego Carrara

Ma è proprio vero che nel nostro Paese non si può fare sviluppo e far ripartire l’occupazione senza mettere mano allo statuto dei lavoratori e soprattutto all’articolo18?
Assistendo ad un dibattito, nell’ambito del festival di Internazionale, (cui doveva partecipare anche Maurizio Landini) abbiamo capito, o per essere più chiari, abbiamo avuto conferma che non è così, che si può fare politica industriale e relazioni sindacali in maniera positiva, senza mettere in discussione l’articolo 18 e i diritti acquisiti.
L’esatto contrario di quello che ha propugnato, da piazza Municipale a Ferrara, il presidente del Consiglio Matteo Renzi pochi giorni fa, contro l’attuale Statuto dei lavoratori.
Al dibattito organizzato da Cgil, Fiom e Chimici Cgil ha partecipato, oltre a vari esponenti sindacali anche Patrizio Bianchi, assessore regionale a Scuola e Università e noto economista industriale.
Quello che è uscito, tra l’altro, da questo confronto è che già oggi in Emilia Romagna e anche a Ferrara, terra di multinazionali oltre che di Pmi, si firmano contratti di lavoro (con la Fiom e non solo) e accordi con la Regione che innovano l’organizzazione produttiva per aumentare la produttività e soprattutto il valore aggiunto delle produzioni, senza toccare l’articolo 18.
L’economista ferrarese ha ricordato che quello che chiedono le multinazionali, ma anche le imprese locali più dinamiche, per continuare a produrre in Emilia Romagna, è più ricerca più formazione e maggiore integrazione tra il percorso scolastico e lavoro, nonché una rete efficiente di subfornitori.
Quindi più investimenti pubblici sul fronte della ricerca e dell’Università, per rimanere sulla difficile frontiera dell’innovazione, per presidiare ed alimentare quelle produzioni ad alto valore aggiunto, necessarie per rimanere competitivi sui mercati internazionali. Nell’ultimo accordo fatto nella nostra Regione, infatti, quello della Ducati (gruppo Volkswagen), si integrano maggiormente scuole professionali e lavoro, ed inoltre, l’orario di lavoro si riduce a 30 ore settimanali senza sacrificare l’occupazione.
Del resto appena due anni fa l’economista Marianna Mazzucato, sempre al festival internazionale aveva presentato un lavoro che oggi è stato pubblicato con il titolo di: “Lo Stato Innovatore” dove dimostra che i prodotti commerciali come Iphone sono frutto di progetti finanziati con miliardi di dollari dallo stato federale Statunitense.
Essa stessa ricorda come “Obama ha permesso a Marchionne di acquistare Crysler con soldi americani, ma l’ha obbligato a investire nei motori ibridi. Renzi si è limitato a guardare Fiat spostare la sede fiscale allo scopo di pagare meno tasse”. E quando è stato ricordato, alla stessa Mazzucato che Renzi ha inserito nella sua biblioteca personale anche il libro in questione, ha risposto in questo modo: “Non è servito. E’ sconsolante che discuta di articolo 18 e di riforma del mercato del lavoro come se fossero una priorità… E non basta la promessa di qualche sgravio fiscale o di sfoltire la burocrazia: servono gli investimenti, che in Italia sono ai minimi storici. Come si fa in questo contesto a parlare di Statuto dei lavoratori?”
Già, come si fa? Eppure basterebbe guardarsi intorno e magari utilizzare quelle esperienze industriali sviluppatesi nelle nostre regioni di punta come l’Emilia Romagna, invece di cercare la luna nel pozzo. Ma siamo proprio sicuri che il premier voglia far ripartire il Paese attraverso la politica industriale e non invece utilizzando lo scalpo del sindacato da esibire ai mercati, convinto che solo in questo modo si possano far ripartire gli investimenti?
Se così fosse venga pure in Emilia Romagna, ma non a pontificare genericamente sul lavoro, come ha fatto spesso, fino ad ora, ma per apprendere quelle esperienze che possono far crescere davvero l’Italia senza riportare indietro l’orologio della storia economica e sindacale del nostro Paese.

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L’OPINIONE
Candidature che vengono e vanno…

Aldo Modonesi ritira la sua candidatura. E’ l’ultima puntata di una nervosa, confusa e ipocrita telenovela stucchevole. Ad aprire le danze ci aveva pensato il livello regionale. Patrizio Bianchi, prima si presenta polemico contro i giochini di vertice, poi si ritira dopo… un incontro di vertice. Richetti si ritira per un avviso di garanzia. Bonaccini rimane anche se interessato da un medesimo avviso. L’unico che ha mantenuto una posizione chiara e serena è stato Balzani.
Spostiamoci ora a Ferrara. Non discuto le varie auto candidature, tutte legittime. Non capisco, invece, la performance di Modonesi. E’ evidente che la sua candidatura avrebbe reso le primarie una gara vera. Questo dava forse fastidio a qualcuno che vuole vincere facile? Resta il fatto che dopo la strigliata del sindaco, Modonesi si ritira. Il richiamo di Tagliani è stato duro. Provo a tradurlo in poche parole: “Ragazzi, datevi una calmata! Ho appena formato una squadra e c’è già chi vuole giocare in un’altra…”. Piccola postilla a questo comprensibile sfogo. Forse, caro sindaco, il modello di questo modo di fare politica viene dall’alto. Ricordi il cinico: “Enrico stai sereno!”? Resta il fatto che la ‘famiglia (dirigente) renziana’ è litigiosa. Basta leggere lo scambio avvelenato di battute tra Marattin e la Zappaterra avvenuto nella riunione della Direzione.
Ma torniamo al ritiro di Modonesi. E’ riferito a lui il termine ipocrisia. Dice Modonesi: “Ringrazio il sindaco per il riconoscimento che la questione che ho sollevato era di natura politica e non personale”. Ma, caro Modonesi, potevi sollevare la legittima questione del caos che si era creato a livello regionale con i candidati inquisiti senza il bisogno di candidarti a tua volta. O no? E allora, perché il ritiro? Sei così ingenuo, o ci ritieni così sempliciotti da non immaginare che sarebbe arrivato un contentino (per ora) dialettico pur di farti ritirare dalla corsa? Infine un’annotazione che non c’entra con le primarie, ma molto con l’identità e la natura del Pd renziano. Si legge e si dice che Girolamo Calò, anch’egli appena eletto presidente del consiglio comunale, scalpiti perché vorrebbe fare l’assessore. Forse per competenze ingiustamente non riconosciute? Può darsi. Un commentatore autorevole ha però scritto, senza essere smentito, che Calò ha gettato sul tavolo le sue 806 preferenze per far pesare la sua richiesta. Insomma, la politica ridotta ad una sala da gioco da Casinò, e i voti usati come fiches personali…Evviva la nuova politica!

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L’INTERVISTA
Mezzetti: “Bianchi stratega,
Bonaccini affidabile”

Come a ogni tornata elettorale, anche per queste Regionali di novembre in Emilia Romagna, si parla molto di rinnovamento, salvo poi scoprire che le facce e le idee che si prospettano non sono poi tutte così nuove… Massimo Mezzetti, una coraggiosa battaglia per il cambiamento l’ha combattuta davvero, quando era segretario provinciale a Modena del Pds. Uno scontro perso, all’inizio del decennio scorso. Che non lo indusse però a sbattere la porta come molti fanno. Nel partito è rimasto infatti fino al 2007, quando non aderirsce al Pd e passa a Sinistra democratica, per poi confluire nel 2010 nella neonata Sinistra ecologia e libertà, della quale diviene assessore alla Cultura al Turismo. Originario di Roma, modenese di adozione, valdese di formazione, ha una spiccata propensione per il dialogo e il confronto.
Sel sarà spettatrice delle primarie, ma è orientata a far parte anche della prossima maggioranza. Lui dal 2000 siede in Consiglio regionale e da quattro anni è assessore. E’ quindi un protagonista e insieme un osservatore direttamente interessato a ciò che accade. E da esterno può sbilanciarsi.

Partiamo delle dimissioni di Errani, le ha condivise?
Umanamente le ho comprese e avrei fatto lo stesso. Ma la sentenza che in appello ha ribaltato l’assoluzione di primo grado è apparsa faziosa, condita come è stata da espressioni infelici – tipo il “bisogna dare un segnale” pronunciata dal Pm in aula – che con il diritto non c’entrano nulla.

Ora ci sono cinque pretendenti al soglio che si contendono la candidatura nelle primarie del Pd… Interviene Mazzetti: “Due in realtà (allude a Palma Costi e Patrizio Bianchi, ndr) sembrano orientati a sfilarsi”. Gratis?, domandiamo maliziosamente.
Non penso che Palma Costi porrà condizioni. E per quanto riguarda Bianchi, che ha basato la sua campagna su contenuti e strategie, credo che il prezzo sia semplicemente la garanzia che quei temi che lui considera nodali siano recepiti nel programma di chi si candida.
Bianchi è l’unico che ha davvero visione e respiro strategico europeo. Molte mie simpatie andavano proprio alla sua candidatura, ma quando si schierano figure ingombranti gli altri rischiano di restare stritolati.

Quindi fa bene a desistere?
Sì, però mi auguro che riesca a imporre i suoi temi nell’agenda del prossimo presidente.

Quali sono per lei le priorità?
Il modello Errani non è da buttare. Fra i pregi segnalo una ‘governance’ forte e la capacità di perseguire il modello partecipativo, coinvolgendo nelle decisioni un ampio ventaglio di soggetti, favorendo la coesione sociale e riducendo la conflittualità. Inoltre, la salvaguardia del welfare, che da noi resta un’eccellenza, in termini di spesa sanitaria e servizi sociali, quando molti vanno in direzione contraria.
E’ mancata invece la necessaria spinta sul fronte dell’innovazione strategica e l’attenzione alle nuove frontiere di sviluppo, sui versanti dell’economia, dell’ambiente, dello stesso welfare, della cultura creativa. Sono ambiti dai quali possono scaturire nuova occupazione, crescita e sviluppo. E’ illusorio pensare di poter invertire la rotta se non si investe in questi settori emergenti.

I due principali indiziati a succedere a Errani, Bonaccini e Richetti – che lei ben conosce anche in qualità di modenese acquisito – sono all’altezza di questa sfida?
Bonaccini è più predisposto a questo tipo di approccio e di attenzioni e mi pare abbia saputo negli anni ampliare la propria visione prospettica. In Richetti colgo invece un dirigismo che giudico pericoloso, inoltre la sua matrice lo rende timido sulle questioni relative ai diritti civili, che io giudico imprescindibili. Anche Manca sarebbe stato un buon candidato, ha una solida conoscenza della macchina, ma non ha avuto il coraggio di lanciare la sua candidatura ‘a prescindere’ e si è lasciato irretire da un vecchio modo di procedere della politica.

E l’outsider Balzani?
Profilo interessante per una persona di cultura, attento alle tematiche dell’innovazione. Ma per caratterizzare la sua figura sta forzando eccessivamente nella critica. Cerca la spaccatura. Dell’esperienza Errani vede solo i difetti, usa un linguaggio colorito e tranchant che non apprezzo.

Per contrasto, Bonaccini non le pare invece troppo continuista?
La differenza per me la fanno i contenuti. Tutti parlano di discontinuità, ma spesso in senso astratto, per me significa investire di più in welfare, cultura e nuova impresa, nel senso indicato prima. Il rischio è scivolare nella retorica del nuovismo. L’innovazione va qualificata e riferita a contenuti concreti. Senza dimenticare che se ora si può rinnovare è perché si è percorso un cammino che ci ha condotti sino a qua.

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A due anni dal terremoto, il bilancio di Patrizio Bianchi: “La scuola è rinata”

di Riccardo Rimondi

“Il 29 maggio avevo detto che avremmo regolarmente cominciato l’anno scolastico il 17 settembre, e quando l’ho detto stavo piangendo. A due anni di distanza, devo dire che è andata bene”. Patrizio Bianchi, ferrarese, assessore regionale a Scuola, formazione, università, non ha dubbi: la ricostruzione del tessuto scolastico, messo in ginocchio dalle scosse che il 20 e il 29 maggio 2012 hanno colpito la Bassa emiliana, merita una promozione a pieni voti. “Il nostro punto di forza è stato l’averlo fatto insieme. Il commissario non era inviato dall’esterno ma era un rappresentante della comunità (Errani, ndr), i sindaci sono stati fantastici e lo è stata la struttura tecnica inviata dalle altre Regioni. E anche le imprese ci hanno aiutati, sia materialmente sia mostrando di volere restare”. Dopo ventiquattro mesi e oltre quattrocento scuole rimesse in piedi, l’assessore regionale alla scuola è convinto che questo terremoto sia stato, per l’edilizia scolastica, una lezione da ricordare per il futuro: “Basta edifici storici, dobbiamo ripensare il nostro patrimonio scolastico. Il sisma ci ha insegnato come devono essere costruiti gli edifici: su un piano, con materiali leggeri e antisismici, predisposti al fotovoltaico e in grado di consumare meno energia di quella che producono”.

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Il ferrarese Patrizio Bianchi, ex rettore di Unife, è assessore regionale a Scuola, formazione, università e ricerca, lavoro

Assessore, due anni fa il terremoto danneggiava 450 edifici scolastici, colpendo 70 mila studenti. A due anni di distanza, qual è il bilancio?
Quando abbiamo fatto la prima verifica, il 28 maggio, gli edifici danneggiati erano 100. Il giorno dopo, con la seconda, siamo arrivati a 450. L’area coinvolgeva circa 70 mila studenti, e 18 mila avevano le scuole del tutto inagibili. Fin da subito abbiamo fatto una verifica in tutti gli edifici: entro luglio avevamo verificato gli oltre 600 nel cratere, entro settembre abbiamo controllato tutti quelli della Regione. I ragazzi hanno iniziato tutti la scuola il 17 settembre. A fine anno erano tutti al caldo, dentro edifici temporanei di lunga durata o dentro i moduli. Abbiamo deciso di fare una trentina di moduli temporanei dove le scuole erano state danneggiate ma potevano essere recuperate. Dove abbiamo fatto quelli di lunga durata, abbiamo quasi dappertutto ampliato le strutture con biblioteche, palestre, territori. Abbiamo tenuto i moduli temporanei del Calvi-Morandi di Finale e del Galilei di Mirandola, perché nel frattempo la Provincia stava ristrutturando le scuole originarie, che sono in cemento armato e richiedevano più tempo delle altre per essere messe a posto. In ogni caso, il ripristino dovrebbe avvenire entro il 30 settembre. A Finale abbiamo costruito anche dei laboratori, dove stiamo sviluppando dei progetti di creazione d’impresa. Tutte le scuole sono state cablate, quindi abbiamo messo lavagne multimediali in tutte le aule.

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Un asilo riattrezzato dopo il sisma

Quante scuole sono quelle in cui bisogna intervenire?
Tolti i casi di Finale e Mirandola, che sono di competenza della Provincia, noi abbiamo finito le scuole l’anno scorso. Nell’ultimo anno, abbiamo fatto solo lavori di ampliamento. Dato che all’inizio dell’anno scolastico avevamo fatto solo le aule, abbiamo aggiunto le biblioteche, le palestre, i laboratori e le mense. Avendo costruito le scuole per moduli, abbiamo solo dovuto aggiungere i “pezzi” di cui c’era bisogno.

Il 29 maggio alle due avrebbe mai detto che tre mesi e mezzo dopo sareste riusciti a far ripartire l’anno scolastico ovunque?
Io l’avevo già detto. Il 20 maggio avevamo detto che saremmo ripartiti il 17 settembre, e c’è voluta una bella incoscienza per fare una dichiarazione del genere. Il 29 maggio l’ho ripetuto, e stavolta piangevo. L’ho detto più per volontà che per altro. L’ho detto perché ci contavo. Devo dire che ci è andata bene. Sono stati fantastici i sindaci, è stata fantastica la struttura tecnica che le altre Regioni ci hanno dato. Perché sono stati in tanti ad aiutarci.

Qual è stato il vostro punto di forza?
L’averlo fatto insieme. Non c’era il commissario esterno. Io ho confrontato la nostra situazione con quella che c’era, purtroppo, in Abruzzo. Quando ci sono i terremoti, generalmente viene nominato un commissario esterno e viene sospesa la struttura di rappresentanza civile. Noi abbiamo fatto il contrario: pensavamo che il commissario dovesse essere il presidente della Regione e che il vice, in ogni territorio, dovesse essere il sindaco. Questo ha rafforzato ancor più la comunità. Quando viene un terremoto non si spaccano solo le pietre, si spacca soprattutto la comunità. Quando è venuto il terremoto all’Aquila hanno spostato la gente in posti anonimi, e dopo cinque anni le persone sono rimaste lì. Noi abbiamo deciso di tenere la gente nel suo territorio, in modo che ciascuno avesse come referente il suo sindaco piuttosto che il suo parroco. E poi siamo stati equi: per noi tutte le scuole erano uguali, le abbiamo trattate tutte allo stesso modo. A Mirabello c’erano una scuola parrocchiale e una statale, le abbiamo rifatte insieme e questo ha ricompattato la gente.

Qual è stata la scommessa più grossa che avete vinto?
La cosa più difficile è stata proprio questa, dare a tutte le persone l’idea che stavamo ricominciando, che eravamo sul pezzo, che avevamo appuntamenti fissi e che non potevamo mancarli. Non abbiamo detto “adesso l’emergenza e poi la ricostruzione”, abbiamo fatto vedere che partivamo subito con la ricostruzione.

Cosa non ha funzionato, invece?
Sulla struttura delle scuole, io credo il rapporto continuo con tutta la filiera, dalle autorità statali a quelle locali e alle imprese, abbia funzionato. Temevamo che ci potesse essere una forte pressione della malavita, ma lavorando sulla comunità siamo riusciti a tenerla fuori. Certo, so che ci sono ancora dei problemi con le case e con le imprese, ma noi ci siamo concentrati sulle scuole. Avendo avuto un mandato così preciso su qualcosa che tutti sentivano comune, ci siamo concentrati su quello. Forse l’unico neo è stato il falso allarme di inizio giugno, che però ci ha permesso di mettere in azione tutte le strutture di allarme e di tenere la macchina “in tiro”.

Ultimamente si è parlato molto di collaborazione fra sistema scolastico e impresa. Quanto vi hanno aiutato, se vi hanno aiutato, le imprese nella ricostruzione delle scuole?
Al di là dell’aiuto materiale che molte ci hanno dato donando denaro, strumenti e laboratori, le imprese ci hanno aiutato perché hanno rafforzato la comunità. Hanno fatto vedere che non se ne andavano via. Se dopo il terremoto le multinazionali di Mirandola fossero andate via, sarebbe stato preoccupante. Invece sono rimaste tutte e l’hanno fatto vedere. Tutte dicevano di ripartire dalla scuola, che era il riferimento. E così l’intera comunità ha sentito che nessuno scappava.

Cosa resta da fare?
Stiamo continuando nell’opera di rafforzamento e consolidamento di tutto il patrimonio scolastico della Regione. Stiamo inducendo Comuni e Province a ripensare il loro patrimonio scolastico sulla base di quello che abbiamo imparato in quei giorni. Stiamo trasferendo al governo nazionale tutto quello che abbiamo imparato su come ci si muove in questa fase, come si può costruire.

In pratica, questo terremoto vi è servito per capire come si devono costruire le scuole nuove?
Sì. Noi siamo arrivati con un patrimonio che spesso era fatto di edifici storici. Ora sappiamo che le scuole devono essere fatte con materiali leggeri, assorbenti del rumore, antisismici, in grado – spesso – di consumare meno energia di quella che producono. Sappiamo che gli edifici devono essere predisposti al fotovoltaico, che devono essere cablati, che devono essere su un unico piano con un’uscita sul corridoio e una esterna. Stiamo inducendo i Comuni a tenere gli edifici storici che erano usati come scuole per altri utilizzi, come biblioteche o sedi civiche, e ricostruire il polo scolastico con metodi nuovi. Stiamo aiutando i Comuni a costruire gli altri edifici pubblici danneggiati in quel modo, e stiamo inducendo tutta la Regione a ripensare il proprio patrimonio. Dato che ora c’è un fondo nazionale rivolto ai Comuni, stiamo parlando col sottosegretario Reggi e con le amministrazioni locali per dir loro di fare delle progettazioni tenendo conto di ciò che abbiamo imparato.

[© www.lastefani.it]

Vedi la mappa delle 58 nuove scuole costruite dopo il terremoto

Vedi il video Il battito della comunità, realizzato dalla Regione Emilia Romagna sulla ricostruzione post-sisma 

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Lavoro, l’assessore Bianchi incontra una delegazione di esodati

da: ufficio stampa giunta regionale Emilia Romagna

Bologna – L’assessore regionale alla Scuola, Formazione professionale, Università e ricerca, Lavoro Patrizio Bianchi ha incontrato una delegazione di rappresentanti dei comitati territoriali dei cosiddetti esodati. Nel corso dell’incontro è emersa la necessità di avviare un percorso finalizzato al raggiungimento di alcuni obiettivi condivisi. In primo luogo si è deciso di procedere ad un censimento della platea di persone che a livello regionale vivono questa condizione, pur con situazioni differenti tra loro. Si è inoltre condivisa la necessità di verificare, insieme alle autonomie locali, possibili strade per favorire l’attivazione di forme di sostegno economico per coloro che hanno esaurito i periodi di tutela connessa agli ammortizzatori sociali, e di valutare la mobilità in deroga quale strumento per raggiungere i requisiti pensionistici o le politiche attive per favorire il reinserimento nel mercato del lavoro.
“Il Governo – ha detto l’assessore Bianchi – deve affrontare e risolvere il problema per restituire a queste persone non solo la dignità di chi ha lavorato per tutta una vita, ma anche la tranquillità per affrontare il futuro. Per questo siamo pronti a renderci interlocutori rispetto all’esecutivo nazionale perché assuma questo problema in via definitiva, come priorità non più eludibile”.
L’assessore ha ritenuto opportuno, con la riunione di oggi, istituire un tavolo di lavoro per condividere le fasi del percorso, dalla definizione dei criteri per avviare il censimento che permetta una conoscenza approfondita del fenomeno a livello regionale, all’individuazione di tutte le misure che la Regione, nel rispetto delle proprie competenze e disponibilità, può attivare per supportare le persone che vivono questa condizione di difficoltà e individuare soluzioni idonee per superarla. /BM

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