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LA SINISTRA PERDUTA E UN MATCH SENZA STORIA
Il passato di Renzi contro il futuro di Berlinguer

Sentire parlare Renzi di Berlinguer è come sentire Gelain parlare di Edson Arantes Do Nascimiento. Non è semplicemente offensivo, è fuori tema. Non c’entra nulla, sono piani contrapposti, è come scivolare sulle pendici del Montagnone seduti su un cartone e fare la discesa libera sulla Streif a Kitzbühel.
L’ex leader di un partito, che alcuni, ancora, purtroppo, imperterriti ritengono di sinistra, che con orgoglio dichiara di mai essere stato comunista, rivendicando, anche se non palesemente, le sue origini democristiane, è la vera nemesi della evaporazione dei valori di sinistra nella società italiana.
Sia chiaro, nessuna critica a chi è diverso da me, io sono il solito, anacronistico dinosauro e quindi non faccio testo. Ma è interessante analizzare, in maniera sociologica il percorso effettuato dal Partito Democratico, figlio della tradizione catto-comunista italiana, da prima della sua fondazione ai giorni nostri.
Il povero Renzi, figlio dei fantasmi dei Natali precedenti, non perde occasione per dimostrare il suo fastidio nei confronti dei rossi, ‘la lettera scarlatta! che lui e pure gli altri, rifiutano senza se e senza ma. Addirittura nel criticare Berlinguer ed il Pci addita il fatto di essere stato tra la gente, come un difetto, mettendo al primo posto la vittoria elettorale e non la rappresentanza di un popolo. Ricordo al ragazzaccio di Firenze che un Italiano su tre era comunista e che 12.600.000 nostri connazionali a metà degli anni Settanta votarono il primo partito in alto a sinistra nelle schede elettorali.
Il coinvolgimento, il sentirsi una piccola parte di una grande utopia, non ha eguali nel misero panorama politico dell’Italia di oggi.
Sarebbe bello un mondo dove i tasselli del puzzle riprendessero ad avere la loro consona collocazione.
Il Renzismo è un sepolcro imbiancato del neoliberismo attuale, il Partito Democratico è (a parere mio) un raggruppamento moderato di una destra liberale.
E la sinistra?
E’ un’altra cosa.
Non potrà mai esistere, e storicamente mai esistette, una ipotetica unità a sinistra, se non verrà fatta chiarezza su che cos’è o cosa vuole essere la sinistra italiana.
Mille anime, mille rivoli, mille raggruppamenti, che mai vinceranno le elezioni. Ma per ricreare un popolo e ritornare a parlare con quel medesimo popolo è fondamentale, partire da una vittoria elettorale? Ecco, io credo sia quello il problema. E’ come se una squadra di calcio dei dilettanti si ponga il problema di vincere la Champions.
Occorre camminare, prima di iniziare a correre.
La modernità di Berlinguer sta nelle sue idee, sta nell’aver capito che il mondo non è o bianco o nero, sta nella ottusa convinzione che gli ultimi sono la base di un qualsiasi raggruppamento di sinistra, che non si vergogna della bandiera rossa e che addirittura ne rivendica la forza trainante per il cambiamento della società.
Io ritengo legittime le posizione centriste e centripete di molti esponenti della sedicente sinistra italiana. Ma non sono le mie.
Non credo che si esca dalla crisi stando né a destra e né a sinistra, così facendo si diventa barricata, parafrasando Lenin. Semplicemente credo che l’evoluzione del capitalismo rapace, quello della mercificazione e privatizzazione del tutto, abbia fallito, così in Italia e così nel mondo.

La cosa pubblica, il welfare, il solidarismo, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” (cit.), non sono concetti superati e nemmeno ottuse paturnie di pochi trinariciuti vetero comunisti. Sono il punto di partenza o meglio di ripartenza, di una sinistra di popolo, una sinistra dell’anima, che non ha la velleità di ricostruire uno sbriciolato centro sinistra, ma ha l’obbiettivo di ricostruire se stessa.
Matteo, non volermene, ma non metterti più contro Enrico, non ne hai il fisico, sarebbe come se Patricio Sumbu Kalambay avesse voluto sfidare Muhammad Ali.
Sarebbe stato un match senza storia.

Nota: questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 15.02.2019

ANTONIO RUBBI
“Ai nipoti americani. Memorie del nonno comunista italiano”

Antonio Rubbi è stato un importante dirigente nazionale del Pci. E’ uscito il primo volume della sua autobiografia. Nel titolo è contenuta la chiave di lettura di questa prima parte: Ai nipoti americani. Memorie del nonno comunista italiano. Raccontare agli amatissimi nipoti lontani la propria vita è stata la motivazione decisiva per vincere la resistenza a parlare di sé.
Affermare nel titolo d’essere stato un comunista italiano’ significa sottolineare che la storia del Pci non è riducibile ai rapporti con l’Urss e con gli altri partiti comunisti.
Il libro è la ricostruzione dettagliata di una vita. Va dalla nascita (1932) in una famiglia di braccianti di San Biagio d’Argenta, fino al 1958 quando andrà a Mosca dove trascorrerà alcuni anni importanti per la sua formazione. Preoccupazione costante dell’autore è come raccontare ai nipoti che vivono in America una vita del secolo scorso. Ciò ha imposto due scelte al ‘nonno-autore‘. Una scrittura semplice e una ricostruzione minuziosa che riesca a trasmettere il colore di un’epoca.

Anche  chi ha conosciuto da vicino Antonio, resterà sorpreso dalla finezza nel descrivere ambienti che configurano un vasto compendio di caratteri tipici di una piccola comunità della prima metà del novecento. Uno storico potrà attingere con profitto da questo materiale sociale e di storie individuali. Antonio ricorre con sapienza a diversi registri di scrittura, a seconda dell’oggetto che affronta. Usa toni asciutti, senza retorica quando descrive la miseria sociale, il dramma del fascismo, la tragedia della guerra. Per esempio, pensiamo cosa fu l’8 settembre 1943 quando il re, i suoi ministri, i suoi generali si dettero alla fuga, lasciando senza ordini un milione di soldati e abbandonando la popolazione alle prese con problemi di sopravvivenza.
E’ importante capire la ricaduta di questi eventi nazionali in una piccola comunità di poco più di 2.000 abitanti e descriverne le conseguenze: fame, angoscia, sacrifici, miseria, rischio per la vita. E tutto ciò narrando vite concrete, ciascuna scolpita con qualche particolarità che la rende unica. Antonio concepisce la sua adesione alla Fgci e al Pci come una scelta di riscatto morale, prima ancora che politico. Sono pagine di gratitudine (uso volutamente un termine non politico, ma affettivo) verso il partito e verso i tanti con i quali intrecciò relazioni di comune appartenenza e spesso di amicizia profonda, condividendo speranze, dolori, contrasti. Infine la lingua della felicità quando Antonio evoca l’altra passione della sua vita: il calcio.
Di questo, avrebbe parlato con più competenza  il comune e amatissimo amico Paolo Mandini. Io mi limito a citare un simpatico aneddoto presente nel libro. Antonio si stava sottoponendo ad una prova come portiere davanti ad alcuni esperti rappresentanti della Spal nel tardo autunno del 1950.
Alla fine un signore con l’impermeabile che aveva assistito a bordo campo, si avvicinò all’allenatore Janni e dettò la sentenza: “L’è bravin, ma l’è trop picul”. Era il mitico Paolo Mazza di cui sia Antonio che Paolo diventarono amici.

Ritorno sulla cifra particolare della generazione degli anni trenta e quaranta cui appartenne Antonio. Erano decenni cruciali per il secolo grande e terribile.
Non c’era tempo per giocare e divertirsi come avrebbe richiesto la loro giovanissima età. Dovettero crescere in fretta. Nessuno meglio di Giaime Pintor (1919-1943) delineò con efficacia la cornice in cui quei ragazzi fecero scelte difficili: La nostra generazione posta di fronte a problemi vitali, educata tra avversità precise e sensibili, non ha tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito”.
A proposito di dramma… Si sente fin dalla dedica ai nipoti qual’è il dramma che oggi vivono persone come Antonio Rubbi: la crisi della politica. Antonio ricorda ai nipoti che la sua vita è stata dedicata alla politica mentre oggi “il solo pronunciarne la parola procura  smorfie di disprezzo”. Reagisce: “La politica quando è intesa nel suo vero significato e praticata con onestà e disinteresse è tra le più nobili attività umane. Così io l’ho intesa e così penso di averla praticata”.
I nipoti Giacomo e Giulia devono essere orgogliosi di nonno Tony, perché è stato un politico onesto, rigoroso, stimato e appassionato. Se pensiamo al suo percorso non si può non provare ammirazione e stupore, indipendentemente da come la si pensi. Nasce in una famiglia povera. A 15 anni, terminate le scuole medie, inizia a lavorare come bracciante. Nel 1949 (a 17 anni) si iscrive alla Fgci e al Pci. Dal 1968 al 1975 diventa segretario del Pci provinciale di Ferrara, in quegli anni una grande forza popolare e di governo nei comuni ferraresi. Poi un importante riconoscimento, quando si trasferisce  a Roma perché viene nominato responsabile della sezione Esteri, diventando uno stretto collaboratore di Enrico Berlinguer.
Fu deputato nel Parlamento italiano per quattro legislature. So che ci tiene ad essere definito un costruttore. Infatti Antonio fu, insieme a tanti altri, tra i costruttori della democrazia italiana. Ferrara è molto presente in questo libro. Per apprezzare i cambiamenti sociali e culturali realizzati nei decenni la testimonianza rigorosa e appassionata di Antonio è preziosa, perché documenta com’era ridotta la provincia dopo una dittatura e una guerra devastante.  Anche per questo motivo dobbiamo essergli grati.

Antonio Rubbi, Memorie del nonno comunista italiano : Ai nipoti americani, Ferrara, Este Edition, 2020

enrico-berlinguer

Trent’anni fa la Bolognina: e tutto fu diverso

La Bolognina, mi colse di sorpresa, stavo regalando il mio anno allo Stato, notizie frammentarie, non c’erano telefonini e le informazioni non esplodevano così velocemente come nel nuovo millennio. Ero un ragazzo, avevo votato per il mio partito solo una volta, ero già tesserato al Pci, come prima lo fui della Fgci. Non ricordo bene quale fu il primo pensiero di mio padre, che fu la mia guida politica dai tempi delle elementari. Mi ricordo cosa disse, nei pochi mesi successivi, anche durante la malattia, forse la sua ultima analisi e il suo ultimo pensiero fu: “Non è importante il simbolo, oppure il nome, importante è che rimangano i nostri valori”.
Purtroppo, non ebbe il tempo per capire, per spiegarmi, la sua vita si interruppe il 23 gennaio 1991, quella del suo partito, come in un rapporto simbiotico si interruppe il 3 febbraio 1991 durante il XX° congresso, quando la maggior parte dei delegati approvò la svolta avvenuta alla Bolognina due anni prima.
Per lunghi anni, per troppo tempo le parole di mio padre mi risuonarono nella testa, forse lui aveva capito prima di me la necessità di questo disfacimento, forse ci sarebbe servito per essere più moderni, per accettare la novità della dissoluzione delle ideologie, forse politica significa mediazione, moderazione, importante è sapere chi siamo e chi rappresentiamo.
Si, forse.
Sinceramente, io credo che il 3 febbraio 1991, sia stato l’inizio della fine. Scissioni, contro scissioni, frammentazione, pulviscolo di idee, disperse nei rivoli di mille però. Nessun partito potrà mai prendere il posto del mio partito, la deriva mai finita ha portato l’ex più grande partito della sinistra Europea ad essere un ex partito di sinistra.
Poche idee, nessun ideale, perdita continua del contatto con la propria gente, fino ad arrivare a regalare la classe lavoratrice ai moderati, alle destre, ai sovranisti.
Quante volte papà, avrei voluto confrontarmi con te, in questi trent’anni passati troppo in fretta, sono sicuro che la tua delusione nei confronti di quello che fu il tuo partito ed il tuo mondo sarebbe stata ancora più cocente e indelebile, di quanto lo sia stata per me. In neanche una generazione, è sparita la voglia di lottare, i traguardi raggiunti col sangue degli operai sono stati erosi a poco a poco, la solidarietà non è più un valore, l’antifascismo non è più scontato, in fabbrica si odiano gli immigrati e non il capitale, in campagna sono riemersi i caporali che aveva sconfitto Di Vittorio.
Ma quale modernità?
Ma quale progresso?
Papà avresti visto un mondo ‘all’arrovescio’, dove i poveri combattono contro i più poveri e i ricchi diventano sempre più ricchi, dove evadere le tasse è un valore, dove il furbo fa carriera, diventa manager, diventa capo, governa.
Esistono politici che non hanno lavorato un ora in vita loro, che fanno diventare un manifesto politico l’odio nei confronti di chi si siede sulle panchine.
Un mondo senza né capo e né coda, papà.
Quando eri in ospedale, un’infermiera ti chiese che mestiere facevi, tu le rispondesti: “un mestierazz…”. Eri sindacalista per vocazione e ne sentivi il peso e la responsabilità, ora in questo mondo senza sinistra, in tanti denigrano e rinnegano il tuo lavoro, tanti operai pensano di difendersi da soli, tanti padroni ci sguazzano in questa melma e votano come i loro dipendenti.
Assurdo.
Senza speranza, un mondo senza lotta di classe, dove gli sfruttati calpestano i diritti degli ultimi arrivati, dove dalle fogne riemerge il guano che pareva sconfitto nell’aprile del ’45.
Lo so che le mie sono solo parole, parole al vento, io per primo non ho la tua forza, papà, tu eri un trascinatore, io scrivo e mi difendo, cerco ancora, tra la polvere del tempo, la tua bandiera. Vorrei pulirla e riconoscendone il colore rosso, la alzerei, gridando al mondo che non siamo morti, non siamo estinti, non siamo superati, siamo ancora lì, ed ora, più che allora ne siamo convinti, trent’anni fa non diventammo moderni, diventammo moderati. Da quella porta cominciò ad entrare il vento freddo della dissoluzione.
E’ da troppo tempo che aspettiamo, torniamo ad essere ciò che siamo.

Politica e biologia: la logica del clan

Con questo ‘provocatorio’ intervento il nostro Jonatas Di Sabato si cimenta nell’analisi politica scardinando le ortodosse logiche interpretative. Confidiamo che lo stimolo induca altri a prendere parola e intervenire nel merito del dibattito relativo alle strategie comunicative che caratterizzano il panorama politico attuale

 

Nelle ultime settimane la scena mediatica è stata dominata dalle analisi post elettorali. La sconfitta della sinistra, a tutti i livelli, ha acceso una forte discussione che, nella maggior parte dei casi, porta però sempre verso risposte in qualche misura genericamente rassicuranti, del tipo “bisogna cambiare”. Ma cambiare come? La politica è molto simile a un sistema ecologico, con le sue nicchie occupate dalle varie ‘specie’ che possiamo chiamare partiti. Proprio come un organismo, un partito politico subisce evoluzioni, anche se, in questo campo, sembra che più che Darwin sia Lamarck ad avere la meglio: un partito viene modellato rispondendo agli stimoli che provengono dall’esterno, dal proprio elettorato. Anche la sinistra ha provato a farlo. Basti pensare a come, durante gli anni Settanta, parlare di droga o divorzio fosse considerato un tema ‘borghese’, e infatti le battaglie su quei temi furono portate avanti non dal Pci, ma dal Partito Radicale. Oggi, lo vediamo, la sinistra si è assunta quasi la paternità o comunque la tutela di queste conquiste. Il problema di questi cambiamenti, però, sta nel fatto che, dopo la rivoluzione di internet, la risposta deve essere sempre più immediata. E questo favorisce, per sua natura, chi ha nel proprio ‘dna’ politico delle risposte strutturate ed efficaci. In questo la destra non ha rivali, per un motivo fondamentale: è naturale. Spiegare cosa voglia dire è molto semplice: la destra, e non mi riferisco a quella liberale, risponde a una logica ‘naturale’, quasi biologica, quella del branco: difende ciò che è vicino, simile, familiare. E la sinistra? Oramai è chiaro che l’arrancare dei partiti progressisti non può trovare una giustificazione solamente nel candidato sbagliato o nella gestione dei migranti fatta male. La risposta, questa volta, non può darla neppure l’economia o la politologia. No. Credo a ragion veduta che l’unica spiegazione si possa trovare nella ‘biologia politica‘.

  • Le estinzioni di massa

Quello delle estinzioni è un capitolo ciclico che vede il ripetersi con un ritmo più o meno regolare di scomparse traumatiche di specie viventi. Questo fatto così catastrofico, in realtà, porta con sé un fattore positivo: nuove nicchie ecologiche, accelerazione dei processi evolutivi. Ma cosa c’entra tutto questo con la politica? Ciclicamente anche in politica ci sono delle trasformazioni, delle estinzioni traumatiche. Un esempio potrebbe essere la scomparsa dei partiti d’elité agli inizi del Novecento per dare campo ai partiti di massa. E ora proprio i partiti che hanno fatto la storia del Novecento si trovano in un “collo di bottiglia evolutivo”. In pratica, qualsiasi cosa si tenti di fare, il loro destino è evoluzionisticamente segnato: devono estinguersi perché non hanno saputo adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente e Darwin è stato molto chiaro: in natura, come in politica, non vince il più forte, ma chi si adatta meglio. E la sinistra non può adattarsi in un periodo di crisi perché, nel suo Dna, non ha i geni per farlo.

  • Forze centrifughe, forze centripete ed entropia

Per spiegare questa differenza, prenderò per buona l’esistenza in natura della forza centrifuga, anche se, in realtà, non lo è. Ogni forma di aggregazione umana ha al suo interno delle forze che tendono alla disgregazione. Qualunque sia la vostra opinione politica, non si può sfuggire alle leggi della chimica e della fisica. Prendendo come esempio una nazione, all’interno di questo insieme ci sono delle forze che mirano a separare, ad atomizzare, frammentare le componenti interne. Ci vuole molta più forza e quindi energia a far restare uniti invece che distruggere e creare un ambiente caotico. Banale termodinamica. Le forze che disgregano, all’interno degli agglomerati umani, sono essenzialmente due: l’individualità o, meglio nella sua accezione degradante, l’egoismo e la violenza intrinseca. Su quest’ultimo punto tornerò più avanti. Sta di fatto che, quindi, per mantenere un ordine delle cose, un’unione all’interno del sistema nazione, le energie da spendere sono direttamente proporzionate alla sua grandezza. Con energia, naturalmente, in questo contesto, intendo risorse economiche. Quindi, se prendiamo ad esempio un sistema chiuso, l’Italia, ci sono delle forze centrifughe che tendono alla disgregazione: campanilismi, individualismi, scissionisti, indipendentisti, localismi ecc. Per far sì che queste forze non trionfino ci vuole un’immissione di forze contrarie, forze che tendano verso l’unità della nazione e, sia chiaro, non parlo di nazionalismi, ma bensì di costrutti che vadano contro le elencate forze. La sola forza finanziaria non basta, perché eliminerebbe solo il primo fattore e cioè l’egoismo, per creare una vera unità deve essere proiettata verso l’esterno la forza più distruttiva del sistema umano e ovvero la violenza intra-clan. Ma come farlo?

  • Nemici immaginari e nemici reali

Una delle più grandi sfide è proprio quella del saper gestire ogni forma di forza distruttrice interna al gruppo e proiettarla verso l’esterno. Qualsiasi tipo di società, da quelle di stampo egualitario ‘primitivo’ fino alle società complesse, deve affrontare questa problematica. Chi governa, quindi, ha dalla sua due possibilità: avere un nemico o creare un nemico. Nei secoli si sono avuti entrambi gli esempi, ma per restare agli ultimi decenni trascorsi si potrebbe pensare alla seconda guerra mondiale. Un nemico reale, il nazi-fascismo, fa unire gruppi altrimenti lontani da ogni logica alleanza: ed ecco i cattolici con i comunisti, liberali con anarchici. Nonostante alcune problematiche, il riuscire ad incanalare la violenza verso un nemico esterno fa in modo che quella interna al gruppo sia limitata e gestibile. In fin dei conti anche la scelta biologica della sessualità secondaria da parte del genere sapiens ha avuto come fine anche quello di limitare questo genere di problematica. Rapportato in politica chi è avvantaggiato, in questo momento storico, è sicuramente chi propone un nemico, anche artefatto, ma assolutamente percepibile. In questo caso le forze sovraniste hanno fatto un lavoro eccellente. Un esempio è la Lega di Salvini. Quest’ultimo, incanalando verso forze esterne le problematiche italiane, ha riversato tutta la rabbia verso di loro. Così da nord saremmo, nella sua logica, attaccati dai burocrati di Bruxelles, e da sud dall’invasione dei migranti africani. Ma ha fatto un passo in più. Issandosi come cavalleresco paladino della difesa dei valori tradizionali cattolici, combatte anche il nemico interno di una islamizzazione a suo dire sempre più evidente e di una degenerazione dei costumi. Tralasciando se le sue affermazioni siano vere o false, il nocciolo della questione e l’aver saputo creare più nemici e incanalare verso di loro la violenza. È stato talmente abile da aver trasformato un partito di stampo territoriale e federalista, in un partito nazionalista unionista.

  • La crisi perfetta

Durante una crisi le visioni della società si polarizzano e si estremizzano. Vince chi fornisce la risposta migliore, immediata e in grado di creare consenso. Ecco perché, a parer mio, la sinistra fatica a riformarsi e rischia di estinguersi: il motivo risiede proprio nel non riuscire a dare risposte ‘naturali’. Uno dei capisaldi della sinistra fu enunciato da Pietro Nenni: “L’essere socialista vuol dire portare avanti chi è nato indietro”. In pratica aiutare i deboli, creare uguaglianza sociale. La sinistra italiana, poi, mostra l’incapacità di generare un tema forte e unificante attorno al quale aggregare le proprie schiere. Ha provato segnalando il rischio della reviviscenza del fascismo, ma ha fallito, perché, dopo anni di abbandono di una certa nicchia sociale, si è trovata respinta dalle periferie e da parte della classe lavoratrice, che paga il più alto costo della crisi del 2008, ed ha estremizzato il proprio voto verso chi ha dato risposte semplici e perciò ‘rassicuranti’: io sono come te, tu sei come me, sono gli ‘altri’ che ci stanno facendo del male. Sia chiaro che qui non si parla di giusto o sbagliato, ma di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo. Altro problema della sinistra, come detto, è l’incapacità di dare risposte in tempi stretti. Questo deriva dal fatto che gli obiettivi della sinistra impongono un lavoro di lunga lena per dissodare l’inaridito terreno sociale. La destra, invece, non deve investire, ma attaccare. Non a caso per stare al potere ha bisogno di generare un clima da campagna elettorale perenne e uno stato di crisi perpetua. Se non ci fosse una crisi, la popolazione andrebbe naturalmente verso posizioni politiche moderate, vincenti in periodi di crescita, come fu per la Dc fino agli anni Ottanta. Ma il problema più grande ancora non si è manifestato: la crisi economica ‘perfetta’ ancora non è arrivata. Quella del 2008 è stata la peggiore crisi che si ricordi dal 1929 eppure, affermano molti esperti, questa potrebbe essere nulla in confronto a quella che potrebbe investirci nel 2020. I motivi sono vari. In primis la crescita esponenziale degli Usa, prima o poi finirà. Quando questo accadrà, andrà ad unirsi alle guerre commerciali messe in atto da Trump, via via sempre più aspre, con Cina, Canada e Messico. Ciliegina sulla torta sarà un conflitto armato. Scongiurata l’ipotesi nordcoreana, i riflettori si sono spostati subito su un altro Paese, il più probabile a questo punto: l’Iran. Solo nelle ultime settimane l’escalation è arrivata a livelli altissimi e un conflitto armato non è più solo un’ipotesi. Quando l’economia statunitense andrà giù, a seguire ci sarà anche quella europea. Quando ciò accadrà, però, al contrario del 2008, non ci saranno governi solidi e strumenti politici adeguati a prevenire una caduta libera. Chi dovrà affrontare la prossima recessione avrà le mani legate, con livelli di debito di molto superiori a quelli attuali. Quando ciò si verificherà, la risposta elettorale sarà ancora più estrema. In questo scenario l’attuale sinistra rischia di essere letteralmente spazzata via, se non riuscirà rapidamente a interpretare i tempi che cambiano e adeguare ad essi la propria azione.

A questo punto bisogna chiedersi: cosa fare? La risposta è dura ma semplice: prima di tutto accettare che la sinistra con stampo novecentesco è entrata in un collo di bottiglia evolutivo. In poche parole è destinata all’estinzione. Meglio correre ai ripari e ripensare un nuovo modello di forma-relazione improntato, appunto, su un’innovativa modalità di risposta alle istanze del nuovo millennio, con parole nuove e, soprattutto, strutturando anche una nuova capacità di movimentazione ideologica. Se ciò non dovesse accadere, quello che ne seguirà è abbastanza evidente: la fragilità dell’economia mondiale sta estremizzando le risposte dei cittadini, da Salvini, a Le Pen, passando per Bolsonaro o Trump. La prossima crisi, forse già alle porte, troverà un panorama politico e sociale già estremizzato. Quello che ne deriverà potrà portare solo alla caduta delle istituzioni più fragili in questo momento, prima tra tutte proprio l’Unione Europea. Tutto ciò che accadrà dopo resta imprevedibile, ma di certo non si profila uno scenario capace di alimentare positivi pensieri.

OSSERVATORIO POLITICO
Apririsi, tornare nelle strade, fra la gente

L’analisi delle cause della sconfitta del Pd non decolla. Comprendo la difesa della campagna elettorale da parte di chi si è speso con passione e convinzione. Comprendo il ringraziamento a Modonesi per l’impegno profuso. Tutto umanamente giustificabile. Ma cosa c’entra con l’avvio di una riflessione che ci porti alla radice delle cause di una sconfitta storica? Provo a mettere in fila alcuni punti.
1 – E’ una sconfitta che viene da lontano e che coinvolge le diverse anime che hanno governato la città nei decenni scorsi. L’anima principale rappresentata dal Pci porta la responsabilità dell’inizio dell’appannamento dell’identità della sinistra che data dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Il patto di potere tra una parte del gruppo dirigente del Pci con la Dc di Cristofori fu l’inizio di una prassi trasformista e foriera di degrado etico-politico. Quel passaggio è sempre stato rimosso e mai elaborato criticamente.
2 – E’ da troppo tempo che a Sinistra non si discute di progetti per il futuro della città. Lo fanno piccoli e appassionati gruppi, oppure singole personalità eccellenti, ma tutti inascoltati e ignorati. Si tratta di un motivo non secondario della interrotta empatia tra i governi del centro-sinistra e la popolazione.
3 – Nel corso degli anni il maggior partito della sinistra ferrarese ha selezionato una classe dirigente che, mentre collezionava sconfitte pesanti perdendo il governo di comuni importanti, si è sempre più distaccata dai sentimenti e dai pensieri delle persone. Non c’è dubbio che questa prassi abbia alimentato una sgradevole immagine di autosufficienza e determinato un crescente distacco dai processi reali.

Che fare?
1 – Innanzitutto, capire i cambiamenti, investire tempo e volontari per ricostruire legami sociali, organizzare una permanente attività formativa. Ho letto un’intervista di una esponente del Pd in cui si incolpa il gruppo dirigente ferrarese di non aver puntato su un civico. Domando: davvero il Pd, oltre Modonesi, non aveva altre persone di qualità da proporre? L’attenzione verso le liste civiche la condivido. Altra cosa è dire alla città che si guarda fuori perché dentro il partito non c’è niente. Davvero un modo singolare per prepararsi ad una campagna elettorale da parte del maggior partito della coalizione. Ma vengo al punto. Non è vero che la candidatura di Modonesi fosse l’unica possibile all’interno del Pd. Ne esisteva un’altra che fu bocciata, senza un momento di verifica trasparente. Ne parlò anche Gaetano Sateriale proprio in un articolo su questo giornale. Nessuno poteva garantire il successo, ma non provarci con una figura più credibile fu come rassegnarsi in partenza alla sconfitta.
2 – Non c’è altra strada che ricostruire una politica non come affare di pochi ‘signori’, ma come passione e quindi superamento dell’autoreferenzialità, rapporto con gli altri, dialogo tra persone. Insomma, in estrema sintesi, la politica come educazione permanente alla cittadinanza attiva. Diceva Gramsci: “Il vero politico è un creatore, un suscitatore di energie…”. Nella campagna elettorale sono emerse forze singole e collettive (liste civiche) che non vanno archiviate insieme al risultato negativo del voto. Costruire una rete che dia stabilità organizzativa e politica ad un campo plurale richiede un nuovo Pd che funzioni da coagulo. Avere il coraggio di promuovere una discussione allargata sulle cause della sconfitta sarebbe una buona premessa per costruire un futuro nuovo e solido.
3 – La nuova giunta è formata. Adesso comincia la prova del budino. Il Sindaco ha esordito compiendo alcuni atti distensivi significativi. Non sarà una navigazione tranquilla. Il blocco di forze che lo ha eletto è variegato. Dentro la sua Lega è presente una potente ala estremista e intollerante che avrà nel vice sindaco il suo rappresentante. L’opposizione democratica dovrà essere intransigente sui principi e attenta a non far passare niente che offenda la dignità di ogni persona. In passato c’è stata una colpevole sottovalutazione verso parole indecenti e atti di ‘goliardia squadrista’. Poi dovrà curare due fronti. La messa a punto di un’idea della città da cui far discendere una opposizione forte e alternativa. Un’attenzione verso le decisioni del governo nazionale per le ricadute sulle scelte locali. Faccio un esempio. Se lo slogan ‘prima i ferraresi’ (su questo non ci sarà dissenso tra Naomo e Fabbri) nasconderà i tagli che si decideranno a Roma sui servizi sociali (sanità, assistenza anziani ecc.) bisognerà denunciare la truffa di chi con una mano toglie risorse e con l’altra istiga alla lotta tra penultimi e ultimi della scala sociale.

Renzi vs Berlinguer e gli equivoci di una Sinistra confusa

Da: Cristiano Mazzoni

Sentire parlare Renzi di Berlinguer è come sentire Gelain parlare di Edson Arantes Do Nascimiento. Non è semplicemente offensivo, è fuori tema. Non c’entra nulla, sono piani contrapposti, è come scivolare sulle pendici del Montagnone seduti su un cartone e fare la discesa libera sulla Streif a Kitzbühel.
L’ex leader di un partito, che alcuni, ancora, purtroppo, imperterriti ritengono di sinistra, che con orgoglio dichiara di mai essere stato comunista, rivendicando, anche se non palesemente, le sue origini democristiane, è la vera nemesi della evaporazione dei valori di sinistra nella società italiana.
Sia chiaro, nessuna critica a chi è diverso da me, io sono il solito, anacronistico dinosauro e quindi non faccio testo. Ma è interessante analizzare, in maniera sociologica il percorso effettuato dal Partito Democratico, figlio della tradizione catto-comunista italiana, da prima della sua fondazione ai giorni nostri.
Il povero Renzi, figlio dei fantasmi dei Natali precedenti, non perde occasione per dimostrare il suo fastidio nei confronti dei rossi, la lettera scarlatta che lui e pure gli altri, rifiutano senza se e senza ma.
Addirittura nel criticare Berlinguer ed il Pci addita il fatto di essere stato tra la gente, come un difetto, mettendo al primo posto la vittoria elettorale e non la rappresentanza di un popolo. Ricordo al ragazzaccio di Firenze che un Italiano su tre era comunista e che 12.600.000 nostri connazionali a metà degli anni settanta votarono il primo partito in alto a sinistra nelle schede elettorali.
Il coinvolgimento, il sentirsi una piccola parte di una grande utopia, non ha eguali nel misero panorama politico della nostra penisola.
Sarebbe bello un mondo dove i tasselli del puzzle riprendessero ad avere la loro consona collocazione.
Il Renzismo è un sepolcro imbiancato del neoliberismo attuale, il Partito Democratico è (a parere mio) un raggruppamento moderato di una destra liberale.
Mi assumo le responsabilità delle mie opinioni, criticabili, opinabili, ma mie.
Vedrei bene uno schieramento elettorale in stile Nazzareno, probabilmente competitivo alle elezioni.
E la sinistra ?
E’ un’altra cosa.
Non potrà mai esistere, e storicamente mai esistette, una ipotetica unità a sinistra, se non verrà fatta chiarezza su che cos’è o cosa vuole essere la sinistra italiana.
Mille anime, mille rivoli, mille raggruppamenti, che mai vinceranno le elezioni. Ma per ricreare un popolo e ritornare a parlare con quel medesimo popolo è fondamentale, partire da una vittoria elettorale ?
Ecco, io credo sia quello il problema. E’ come se una squadra di calcio dei dilettanti si ponga il problema di vincere la Champions.
Occorre camminare, prima di iniziare a correre.
La modernità di Berlinguer sta nelle sue idee, sta nell’aver capito che il mondo non è o bianco o nero, sta nella ottusa convinzione che gli ultimi sono la base di un qualsiasi raggruppamento di sinistra, che non si vergogna della bandiera rossa e che addirittura ne rivendica la forza trainante di cambiamento della società.
Io ritengo legittime le posizione centriste e centripete di molti esponenti della sedicente sinistra italiana.
Ma non sono le mie.
Non credo che si esca dalla crisi stando né a destra e né a sinistra, così facendo si diventa barricata, parafrasando Lenin.
Semplicemente credo che l’evoluzione del capitalismo rapace, quello della mercificazione e privatizzazione del tutto, abbia fallito, così in Italia e così nel mondo.
La cosa pubblica, il welfare, il solidarismo, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” (cit.), non sono concetti superati e nemmeno ottuse paturnie di pochi trinariciuti vetero comunisti. Sono il punto di partenza o meglio di ripartenza, di una sinistra di popolo, una sinistra dell’anima, che non ha la velleità di ricostruire uno sbriciolato centro sinistra, ma ha l’obbiettivo di ricostruire se stessa.
Matteo, non volermene, ma non metterti più contro Enrico, non ne hai il fisico, sarebbe come se Patricio Sumbu Kalambay avesse voluto sfidare Muhammad Ali.
Sarebbe stato un match senza storia.
Cordialmente rosso,
e senza vergogna.

Ascoltando un testimone diretto del ‘68. Riflessioni a margine dell’incontro con Aldo Brandirali

di Pier Luigi Guerrini e Roberto Paltrinieri

In un panorama cittadino in verità povero di incontri sull’argomento, l’associazione ‘Umana Avventura’ ha organizzato nei giorni scorsi un’iniziativa su un evento storico schematicamente definito come il ‘Sessantotto‘, articolata in due momenti: una mostra ed un incontro, nell’aula magna del Liceo Scientifico ‘A.Roiti’, con un testimone di quel periodo, Aldo Brandirali, che è stato e si è presentato come politico ed educatore.

Desideriamo in questa sede condividere alcune riflessioni che ci ha suscitato l’ascolto di tale testimonianza, iniziando proprio pensando a quella parola: educatore.
Pensiamo, infatti, sia di fondamentale importanza fare grande attenzione ogni volta che si parla in un contesto pubblico, in modo particolare a persone di giovane età, in qualità di testimone significativo.
Nella sala c’erano diverse decine di ragazzi che erano lì perché, molto probabilmente, condotti dai loro educatori o stimolati da qualche loro docente. In un’epoca dominata dalle immagini, la fame e il bisogno di senso e di testimonianze credibili sono altissime per giovani e adolescenti, frequentatori spesso compulsivi dell’universo digitale con tablet, smartphone, computer sempre più potenti e facili da usare.
Viviamo in un periodo storico liquido, spesso connotato da una spaventosa superficialità e da continui richiami alla necessità del consumo sempre e comunque.
Ed è a tale pubblico che Aldo Brandirali dice di parlare oggi come credente, di essersi convertito alla fede cristiana – “sono un seguace di Gesù Cristo” – negli anni successivi al Sessantotto, dopo aver conosciuto l’esperienza ecclesiale di Comunione e Liberazione sotto la guida spirituale di don Giussani.

Partito giovanissimo da una esperienza politica nel Pci e nel sindacato della sua fabbrica, dopo la rottura col grande partito della sinistra, divenne leader dell’Unione dei Comunisti Italiani, un piccolo partito di ispirazione maoista.
Nel suo racconto, gli importanti riferimenti alla politica come dono, come gratuità, come servizio si sono mescolati a frasi ad effetto per evidenziare il fallimento di tutto quello che ha fatto parte della sua esperienza sessantottina.
E di tale fallimento e delusione ha riportato diversi esempi. Nel sindacato, la sua lotta nella fabbrica contro la divisione tayloristica del lavoro, la catena di montaggio, come l’organizzazione di tanti scioperi, si è “chiusa” dopo essere rimasto disgustato da “sindacalisti che rubavano i soldi delle tessere”.
Che messaggio educativo diverso sarebbe stato, invece, ricordare alla platea di giovani sopra citata l’impegno e la serietà di centinaia di sindacalisti che, spesso, hanno pagato duramente le loro lotte con il licenziamento o l’inserimento in reparti lavorativi di punizione.
Il desiderio di tanti giovani di vivere rapporti umani più veri e non autoritari, anche con forme “ingenue” di organizzazione e vita sociale alternative come le “comuni”, è stato liquidato da Brandirali, in riferimento alla degenerazione di quella da lui creata, come un fallimento del movimento hippie.
L’esperienza e la militanza nel Pci è stata poi ridotta dal relatore ad alcune frasi di circostanza come “la positività nel socialismo del saggio di profitto” (sic!) o nel ricordare episodi non particolarmente edificanti, quale quello riguardante la sua esperienza del servizio militare quasi obbligato dal partito stesso, mentre ad altri compagni veniva concessa, per vie non proprio trasparenti, l’esenzione. Un partito rappresentato come luogo di politica chiusa, sempre allineato all’Urss e mai critico sui vari sommovimenti sociali come, per esempio, “la primavera di Praga”, mentre sappiamo del travaglio profondo subito da molti militanti in quegli anni.

Da ultimo, ma non certamente per importanza, il riferimento alle Br come “braccio armato del ‘68”.
Un’affermazione catapultata nel vuoto di una riflessione sul terrorismo e sulla violenza che certamente ha fatto parte di alcuni movimenti e partiti nati nel Sessantotto. Fortunatamente però quella stagione politica e sociale, nel suo complesso, ha prodotto anche ben altra ricchezza ed eredità di contenuti; quell’espressione non rende giustizia a chi in quegli anni non ha mai ceduto alle sirene della violenza come soluzione dei conflitti ma ha cercato, nella difesa pacifica dei diritti dei più deboli, la strada principale da percorrere.
Pensiamo, per esempio, all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, alla legge sul divorzio, alla riforma sanitaria e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, e poi ai Decreti Delegati nella scuola, al Nuovo Diritto di Famiglia, alla nascita e allo sviluppo della democrazia diffusa e del decentramento politico e amministrativo. E poi l’autodeterminazione degli stili e delle condotte di vita individuali, la liberazione dai tabù sessuali, la legislazione in favore delle persone con disabilità, la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare e, in seguito, l’abolizione del servizio militare obbligatorio.

Negli anni Novanta e nel nuovo millennio, Brandirali ha infine percorso politicamente l’ultimo scampolo di vita della Dc. ha  poi ha attraversato parte della galassia post democrazia cristiana fino ad incontrare Berlusconi, fino a entrare in Forza Italia e ad essere eletto più volte in Consiglio Comunale a Milano, e infine nominato Assessore della Giunta Albertini, aderendo al Popolo delle Libertà.
Un’esperienza che, forse, oggi lo imbarazza un po’ visto che nell’esposizione davanti alla platea del suo percorso politico, non ne ha fatto cenno alcuno.

In conclusione, rispettando profondalmente la sua evoluzione religiosa, esperienza biografica su cui non è concesso a nessuno fare apprezzamenti o dare giudizi di valore, riteniamo però che il Sessantotto presentatoci da Brandirali sia stato un percorso ‘seccato’, sostanzialmente ideologico, volto a far tornare i conti più con la propria coscienza che con la realtà complessa dei fatti. Forzando ed estremizzando alcuni aspetti, presentandone altri in forma caricaturale, e non facendo emergere la ricchezza e le contaminazioni sociali, istituzionali, culturali che hanno cambiato in profondità la nostra società, la testimonianza di Aldo Brandirali è risultata essere, a nostro avviso, non all’altezza della complessità di quel movimento di contestazione di ogni autoritarismo e dell’affacciarsi sulla porta della Storia di soggetti deboli, che pur all’interno di contraddizioni e incoerenze, hanno consegnato a tutti noi una grande stagione di desideri, sogni e speranze.

Spirito libero, spunti per un giornalismo onesto ma non neutrale

Spirito libero. Un giornalismo senza padrini né padroni” è il titolo del libro di cui è autore il direttore e fondatore di Ferraraitalia, Sergio Gessi. Martedì prossimo, alle 17, il volume sarà presentato in biblioteca Ariostea dalla giornalista Dalia Bighinati, direttore del tg di Telestense, e dalla professoressa Lucia Marchetti, docente a riposo di sociologia e scienze umane. Il testo, pubblicato da FaustEdizioni, sarà in libreria dalla prossima settimana e disponibile anche sui principali circuiti di vendita online.
Proponiamo qui di seguito la prefazione a Spirito libero scritta da Paolo Pagliaro, editorialista e autore (con Lilli Gruber) di Otto e mezzo, in onda tutti i giorni su La7. “Punto” è il titolo del suo più recente e apprezzato volume, secondo classificato al Premio Estense 2017.

di Paolo Pagliaro

Nel libro che state per leggere, a un certo punto Sergio Gessi – che fu mio capace collega tanti anni fa al quotidiano La Cronaca di Verona e che ho ritrovato ora come insegnante all’Università di Ferrara – sostiene che “il punto di ripartenza, per un umano consorzio che intende recuperare i caratteri di civile e solidale convivenza, può essere la città”. Perché la città “è il luogo in cui i rapporti personali in parte si alimentano ancora della fiducia che scaturisce dalla conoscenza e il legame sociale, per questo, non si è del tutto dissolto”. C’è molto di questa convinzione nel lavoro di Gessi e nel suo modo di intendere il giornalismo.
Nel libro sono raccolti articoli, commenti, interviste che affrontano diverse questioni di interesse generale: dal tramonto delle ideologie alla rivoluzione digitale, dall’Islam alle migrazioni. Ma sullo sfondo o al centro c’è quasi sempre Ferrara. Un luogo dell’anima, si direbbe, ma anche l’archetipo della città mutevole, che si lascia amare ma non possedere. Che sorprende, scuote, tradisce.
La rivoluzione di cui Gessi è testimone – e in fondo anche vittima, come molti della sua generazione e della sua educazione – non è solo quella politica, raccontata qui nelle pagine dedicate all’uragano elettorale del 4 marzo 2018 e alla cavalcata trionfale delle “valchirie leghiste”. C’è molto di più a monte di quel sommovimento. C’è che mentre una dozzina di anni fa, sui giornali nazionali e in tv, di Ferrara si parlava essenzialmente a proposito di vivibilità urbana, mostre, arte, piste ciclabili, sostenibilità ambientale, “oggi – osserva Gessi – il suo nome è invece assurto alla ribalta principalmente associato a crimini e delitti”.
Non è solo questione di criminalità e di degrado. “E’ il tessuto socio-economico della città che mostra lacerazioni evidenti. Il comparto produttivo è in crisi, di fatturati e di idee. Il lavoro scarseggia, la disoccupazione aumenta di pari passo con la sfiducia. Anche le rappresentanze dei lavoratori sono in crisi, di identità, attrattiva e consenso. Per non parlar dei partiti. La popolazione invecchia (Ferrara ha un primato in quest’ambito), la natalità cala. I rapporti con una parte dei cittadini extracomunitari, qui come in molte altre città, da qualche anno sono divenuti tesi e complessi e le loro dinamiche condizionano anche gli orientamenti dei cittadini nei confronti della politica. E in questo fosco panorama si staglia il dramma dei risparmiatori rimasti travolti dalle macerie del fallimento della Cassa di risparmio di Ferrara, che da sempre appariva come una corazzata inaffondabile”.
E’ un paesaggio di macerie, e Gessi lo attraversa con lo sguardo del corrispondente di guerra, freddo e insieme partecipe.
Il mio amico non pensa che il giornalismo sia neutrale, come non lo era quello di Kapuscinski, uno dei suoi modelli. Ma pensa che debba essere attendibile, perché basato sul principio di veridicità, ossia di corrispondenza fra le cose riferite, le conclusioni tratte e gli elementi fattuali di cui si ha conoscenza. E’ il metodo che Gessi insegna ai suoi studenti e di cui si trova traccia in molti dei brani che qui leggerete. Godibili, oltre che attendibili, sono le pagine dedicate all’ascesa e caduta degli dei locali, da Roberto Soffritti a Dario Franceschini. Le inchieste sono documentate e le interviste non compiacenti, pure su questioni controverse come il tesoro del Pci o il vitalizio dei parlamentari (dove peraltro si racconta una verità diversa da quelle convenzionali). Incisive le pagine dedicate alla Chiesa estense e in particolare le dieci domande, rimaste senza risposta, al vescovo Luigi Negri.
Le radici di Gessi sono a Ferrara ma lo sguardo va oltre, scruta il deserto della politica alla ricerca di visionari e progetti che non trova e allora cerca conforto in Leopardi e Socrate (“C’è un solo grande bene, la conoscenza. E un solo grande male, l’ignoranza”). Come dire che quando la realtà è confusa e tutto sembra perduto, c’è pur sempre qualche bussola che indica la direzione giusta.

DIARIO IN PUBBLICO
Il fallimento della cultura e le colpe degli intellettuali

S’allontana il delirio ferragostano funestato dalle terribili notizie del ponte crollato a Genova sul torrente Polcevera. Le immagini ripetute ossessivamente dalle tv e da internet ci mostrano uno dei più assurdi attraversamenti di una città. Un ponte che sovrasta case e scavalca un fiume, una situazione ambientale e paesaggistica indegna anche delle più spaventose realtà orientali. Una noncuranza etica e umana che è stata imposta ad una tra le città più importanti storicamente dell’Occidente. Rileggo in questa luce i contributi apparsi sull’‘Espresso’ del 12 agosto che propone una rivisitazione del “Caro diario” di Nanni Moretti nel 2018 a pochi giorni dalla tragedia di Genova. Moretti nel film ripercorreva in vespa Roma deserta tra il 1992 e il Ferragosto 1993; abbandona il suo alter ego Michele Apicella protagonista dei film precedenti, si riappropria della sua identità e per primo è capace di testimoniare la frattura tra la cosiddetta intellighentia e la scelta politica degli italiani, prodromo del governo giallo-verde. Ne dà conto l’articolo di Giovanni Orsina, Intellighenzia addio, che in exergo scrive “Gli italiani sono uno dei popoli più condizionati e volgari del mondo”.
Ed è verissimo.

Quando un popolo sospetta della sua identità culturale e la schernisce per rivolgersi al ‘fatto’ nudo e crudo la frattura sembra irreversibile (e questo ‘sembra’ invece di ‘è’ lascia ancora un esile filo di speranza). Orsina ribadisce un concetto assai chiaro: “Gli intellettuali sono in una spirale: più la realtà li ignora, più loro la detestano. Un fallimento politico macroscopico”.

Sulla ‘Repubblica’ del 15 agosto così scrive Nadia Urbinati. “Il degrado delle infrastrutture che la tragedia di Genova (a quanto pare annunciata e quindi evitabile) ha mostrato è il segno di un degrado etico e ambientale profondo. Sta insieme alla caduta di responsabilità del pubblico rispetto alla cura e alla valorizzazione dei suoi beni, che sono i beni della Repubblica, non di una parte della popolazione, non di uno specifico territorio. Il viadotto di Genova era parte della rete nazionale di autostrade, di un sistema di comunicazione che è come la spina dorsale del paese, ramificazione che connette le aree e la gente che le abita. E’ una componente essenziale del “paesaggio” che insieme al “patrimonio storico e artistico” l’articolo 9 della Costituzione assegna alla Repubblica il “dovere” di “tutelare”. Degrado etico e ambientale e caduta della responsabilità pubblica e politica verso i beni pubblici sono andati di pari passo”.
Una considerazione che considero fondamentale per capire il fallimento dell’intellighenzia.

Che la sconfitta della cultura fomentata da una politica tesa a sfruttare il consenso immediato senza più agganciarsi a un programma o un’adesione al progetto è la colpa più grave da imputarsi alla sinistra che dopo Berlinguer e fino a Renzi non ha saputo impegnarsi a risolvere una crisi che dai valori si è trasferita all’etica. Il riflesso più evidente di questo abbandono lo si nota anche nel costume e nel comportamento, le spie più evidenti di questa scelta al ribasso.

Dal mio osservatorio sotto l’ombrellone i commenti che ascolto sono l’esatta proiezione del non-pensiero che coinvolge ormai l’80% degli ‘itagliani’. Queste considerazioni potranno consolidare il mio pensiero da radical-chic o shit a seconda dei punti di vista ma è ormai fatto comune e ampiamente pervasivo. Ultra sessantenni di tagli forte esibiscono bikini che nella separazione tra le due culatte si riducono a un filo. Panciuti ‘umarel’ ciabattano verso la riva avvolti nella seconda pelle dei tatuaggi che li rivestono come i protagonisti di qualche film sulla mafia cinese. Sono gli eredi di quella classe sociale operaia o piccolo-borghese che erano i frequentatori delle feste dell’Unità o dei circoli Pci.

E noi intellettuali? Come ci sentivamo nel giusto a vendere il giornale la domenica illusorio esempio di una parità sociale improbabile! E all’Università? Il voto politico e l’assoluzione dell’anarchismo. Era una fede con quel che di sbagliato ma anche di costruttivo che si può richiedere a questo concetto.

Solo Pasolini predicava la sua complessa adesione alle ragioni dei figli del Sud impiegati nelle forze dell’ordine contro l’anarchismo dei giovani intellettuali. Ma lui poteva scrivere anche sulle pagine del ‘Corriere’ perché era un uomo di mondo, un artista e quindi sempre contro-corrente.

Errori dunque ma nei migliori dettati da una consapevolezza di far parte di una società che s’identificava in programmi politici.
Nel fallimento attuale ciò che manca, ciò che ci rattrista è la mancanza di una riflessione, di un atto di umiltà. Regna solo il silenzio.
E in attesa di questo necessario ripensamento che significa ritornare a un visione etica della politica assistiamo al trionfo corporale del ministro Salvini.

Nell’ansito che monta, nell’attesa di toccare il ministro del miracolo, di poterlo assimilare a ognuno di noi, di imitarne mosse, atteggiamenti, scelte da quelle vestimentarie a quelle politiche lasciandosi andare al fremito del minuto che lo si fa riconoscere simile se non uguale a chi implora un selfie con lui, la storia capitola e si sbriciola come attesta il proprietario Tonino Tringali della casa di Brancaleone Calabro in cui visse Cesare Pavese mandato al confino “La sua presenza qui ha un significato, non si può negare” (Brunella Giovara, ‘La Repubblica 18 agosto, 2018, p.21).

E allo studioso di Pavese scendono lacrime amare.

PERSONAGGI
Umberto Terracini

“Questo giornale lo compro perché ci scrivi tu, con la tua ironia”.
Fui sorpreso da questa, non so quanto meritata, confessione, ma accettai di buon grado, la vanità è sempre dietro l’angolo. “Questo giornale” era ‘Il Giorno’, lo sentivo come una mia creatura, era un fratello che amavo con tutto il cuore, o un mio figlio a cui prestare sempre attenzione, e la volta che mi fece uno sgarbo grosso gli voltai le spalle e me ne andai.
D’altra parte il direttore di allora, Gaetanino Afeltra, aveva già rimescolato le carte e il grande quotidiano moderno, antifascista, culturalmente all’avanguardia, era morto; al funerale aveva pensato l’editore, sempre pronto a eliminare i rompicoglioni, a licenziarli, a farne carne da macello come i grandi generali con i soldati. I padroni stavano già preparando i nuovi tempi e le nuove coscienze, quelle dei giovani che fanno il saluto romano a Marzabotto.

Eravamo seduti a una tavola molto ospitale, la tavola della signora Adele, che faceva delle tagliatelle da far ingelosire mia zia Olga, bolognese d’antico ceppo, tirate a mano sul tagliere pieno di ferite. Avevamo preso l’abitudine di andare, finita l’udienza, dalla signora Adele, la cui vecchia trattoria guardava il porto di un’Ancona allora sconciata dal terremoto, le case sostenute da pali ma, soprattutto, da tubi di ferro che s’incrociavano pericolosamente sulla tua testa. Umberto guardava e scuoteva il capo. Umberto era Umberto Terracini, in quel momento avvocato di parte civile al processo per l’assassinio, da parte dei fascisti, di un giovane di Lotta Continua, Mariano Lupo: stava passeggiando quando arrivò la squadraccia nera, che con grande fermezza e coraggio lo affrontò e l’ammazzò.
Con Terracini avevo condiviso altri grandi processi, da quello per il massacro di piazza Fontana, a quello per la strage di Peteano e al lungo, orribile dibattimento triestino sullo sterminio di partigiani e di ebrei nella Risiera di San Sabba. Ero diventato amico del vecchio antifascista: un uomo sereno, perfino allegro. Un giorno gli chiesi come avesse fatto a sopportare, uscendone vivo, diciotto anni di galera e di confino e lui rispose, con quel suo modo cortese: “Facendo un riposino dopo mangiato, nevvero!”
Era una persona gentile il Terracini, troppo gentile. L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato in un teatro romano in occasione di un convegno organizzato dal Pci: ero salito sul palcoscenico a salutare il presidente quando ho visto Terracini giù in platea, sono sceso immediatamente e ho raggiunto l’amico, che se ne stava da solo in mezzo alla folla di compagni. Uno di loro mi disse sogghignando: “è rimasto solo finalmente”. “Come stai Umberto?”, chiesi. Il firmatario della Carta Costituzionale – sottolineo: della più moderna e più umana delle carte costituzionali moderne – si guardò attorno indicandomi le poltroncine vuote e, con un sorriso triste, mi rispose: “sto così, nevvero”. Pochi mesi dopo moriva.

BORDO PAGINA
Gramsci e il Futurismo Sociale: una storia indicibile?

Gramsci captò lo spirito almeno rivoluzionario del futurismo storico originario e di Marinetti in particolare: ma la storia da rifare oggi appare quantomeno indicibile, molto complessa, oltre al discorso topico futurismo, s’infrange tutt’oggi nel negazionismo da “Sinistra” post 1944 (la morte di Marinetti e la fine del futurismo storico propriamente detto, ma non del futurismo…) per l’equazione sciagurata e mistificatoria Futurismo Fascismo; i files incompiuti di Gramsci captavano anche clamorosamente il modernismo fascista (nel male e nel bene) solo recentemente disvelato dai vari De Felice, Emilio Gentile.
Non a caso il tutto sullo sfondo di un Gramsci mediatico ante litteram, già oltre la dicotomia ideologica apocalittici e integrati poi ben nota – pur eccellente – di Umberto Eco, forse il miglior Gramsci in assoluto, capace di articolazioni e attraversamenti dialettici poi perduti spesso nella storia culturale della “sinistra” stessa in Italia e … tutt’oggi, persino fino alle news attuali di Matteo Renzi e lo stesso Beppe Grillo, per non parlare degli stessi Marco Pannella, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.
Emergono dinamiche non negoziabili con i pur – in certo senso – interlocutori, un Socialismo semi-utopico assolutamente inedito, perturbante, subito, se anche solo articolato in termini puramente speculativi degno secondo la solita vulgata di qualche Siberia virtuale, certamente dei ben noti copioni, noti in Italia dopo la mezza farsa di Tangentopoli eccetera.
Sia ben chiaro, a scanso di equivoci: qua non si discutono alcune verità storiche: tuttavia tempo di revisionismi critici (Dna degli storici!) sul Mussolini socialista anche se, almeno dalle leggi razziali, mero reazionario e totalitario; sul Craxi già postmoderno, sebbene espressione della crisi politica italiana (ma generale, eventualmente anche per estensioni illegali) esplosa con Tangentopoli stessa; sul Berlusconi liberale cibernetico, nonostante e certamente – nei fatti – uomo di stato molto deludente (ma non per questioni private o per altro ventennio di probabile persecuzione giudiziaria ideologica…).
Va da sé certa storia indicibile del Socialismo italiano mai nato, attraversa dinamiche del genere. Alla luce del comunismo internazionale, piaccia o meno, esattamente totalitario antidemocratico e criminale come il nazionalsocialismo, la stessa eccezione italiana positiva del PCI fino a Berlinguer, almeno parzialmente fondamentale in Italia, sia concettualmente con il Gramsci possibile, sia per la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo, sia per certo modernismo sociale vincente a favore del popolo italiano, non solo degli operai, nel secondo dopoguerra, va ormai riletta nello stesso solco virtuale del Socialismo progressista mai nato in Italia, figure scomode o meno, di ieri e di oggi.: Il Pci, stesso… quel che la Storia nei fatti verosimili legittima di downloadare oggi.
E la sequenza appare sconcertante ma verosimile: Mussolini fu il primo grande leader socialista, ruppe come noto nella prima guerra mondiale, il primissimo fascismo (vedi programma di San Sepolcro, ma in certa misura fu tale fino alle leggi razziali) files da più punti di vista sottovalutati, non ultimo la nascente rivoluzione mediatica – McLuhan stesso in certo senso docert, decenni dopo… (ma in America lo capirono persino negli anni 30!): Mussolini era anche Socialista e rivoluzionario.
Se ne accorse, come già accennato, persino Lenin che riteneva nel compagno futuro duce, l’unica figura rivoluzionaria politica in Italia ancora nel 1919! E s’incazzò praticamente con i socialcomunisti stessi.
Ebbene storicamente (ovviamente anche legittimo ma anche solo ideologico e già stile soviet…) l’ambivalenza letteralmente psicanalitica esplosa già con la rottura di Mussolini con il Partito Socialista da parte della “Sinistra” attraversa come un copione tutta la storia della Sinistra stessa italiana. Certo mito ancora forte in Italia, fascismo-antifascismo risale a quella faglia… e le scosse puntualmente non solo con il Comunismo sovietico diventarono Dialettica malata alla luce del Sole.
Persino con l’era Berlinguer… ogni nuova emersione di dinamiche politiche critiche da sinistra (almeno nominalmente ma non solo) al Partito… : Pannella era fascista, Craxi era fascista, persino Berlusconi era (ed è..) fascista (pur nel solco di Craxi … il premier del preteso da taluni secondo ventennio).
Con le novità di Matteo Renzi e Beppe Grillo, il ritornello sempre lo stesso, Renzi anche come Premier come la cronaca live ha registrato esplicitamente. Tutti fascisti quelli che rompono il Novecento ideologico a una dimensione in Italia, anche Renzi … Tutti demagogici tutti populisti tutti attentatori della Costituzione! Togliatti con la famosa amnistia ai fascisti nell’immediato secondo dopoguerra era più avanti di tanta intellighenzia “rossa” recente e attuale!
E guarda caso, fin dal primo Mussolini fascista di sinistra… altra costante insopportabile per certa Intellighenzia organica ieri, liquida ma nostalgica (nelle sinapsi se non nelle parole ovviamente rimodulate) oggi. La denuncia del collettivismo comunista, dell’essenza totalitaria del Comunismo! La priorità di una via Italiana sul serio, non Ogm soviet o postsoviet, del Socialismo o del Modernismo o del Progressismo, persino oggi dell’Ecoprogressismo potenziale post Web.
Ribadendo che tali files alla dinamite di cui sopra hanno oggi mero valore segnico e simbolico, ma fondamentale, per ben altri registri di sistema, sistemi operativi, tutti da esplorare e inventare, Matteo Renzi stesso e certa anti/Post politica post Internet, i primi come dire uploading in tal senso, riassumiamo, aggiungendo che Gramsci stesso, nella sua analisi allo stato nascente del futurismo, del primo fascismo, della prima ondata dei Media, captava ante litteram tale wireless marconiano….
E che scriverebbe oggi, cronaca live, Gramsci, in particolare su Matteo Renzi, Beppe Grillo, la Internet revolution, appena ieri la Pop Art e la rock pop revolution o la generazione delle discoteche e perrsino dei rave? Quel che oggi certa parasinistra intellettuale ancora liquida con epiteti antifascisti o radical chic, demagogia, populismo, certamente Gramsci , constatando milioni magari di italiani e lavoratori disoccupati difesi da certe caste d’oro o argento paladine del popolo, esplorerebbe certe dinamiche con analisi sorprendenti, complesse e critiche, ma non esorcistiche o peggio ostili inquisitorie.
Se i lavoratori e il popolo vivono e esprimono certi scenari, è il Partito, anche se liquido e postmodernissimo, che deve captare, capire, decifrare al passo con in nuovi bisogni (e sogni) che si manifestano! Gramsci amerebbe Andy Warhol e i Beatles e i Rolling Stones e i Pink Flooyd e David Bowie, (non l’acido lisergico del 68/77 degenerati, né i lifting cerebrali degl Intellettuali di Capalbio e di molti Istituti Gramsci!) E amerebbe la Internet Generation e la rivoluzione del Web…
Nuova Cultura popolare planetaria, una versione finalmente democratica almeno potenzialmente del fallimento de..l’Internazionale! Certamente, Natta… D’Alema, Veltroni, Prodi ecc, li getterebbe volentieri nel Mare di Sardegna! Matteo Renzi rottamatore gli piacerebbe e anche Grillo gli sarebbe come minimo simpatico… Non ultimo, raffinato intellettuale, pur amando anche la News epocale ambientalista ed ecologica… sorriderebbe violentemente verso certi teorici della Decrescita Felice, certi gesuiti “rossi” che sputano sempre sull’orrido consumismo (magari con gli Smartphone ultmo modello già prenotato!). La parola consumismo ricorda comunismo, una utopia fallita.
…Sempre meglio la pancia piena e gli scaffali dei supermercati e il sogno dell’abbondanza che presuppone oggi – concluderebbe Gramsci – anche il principio di precauzione ma nuovamente il Motore a energia solare del Progresso e del Futuro, in un tecnomondo con miliardi di esseri umani. E’ fallito il comunismo, ma non il progressismo, il socialismo mai venuto alla luce (non quello dei suoi tempi che sfociò nella svolta di Livorno). Il Netsocialismo?
Da Gramsci 2017…dell’autore (Armando editore, Roma, eBook 2014)

Info:
Ebook: http://www.armando.it/gramsci-2017
Recensione aprile 2017: http://www.cityandcity.it/tutti-gli-ismi-gramsci/
Convegno Ales Oristano Futurismo Neofuturismo 2013 Biblioteca Gramsciana: http://www.luukmagazine.com/gramsci-e-marinetti-un-inedito-dialogo/

Tramonto della sinistra e rilancio dell’egemonia cattolica anche a Ferrara

“Non moriremo democristiani”, scrisse il Manifesto in uno storico titolo del 1983, all’indomani del successo del Pci alle elezioni Europee, quando quel risultato parve un segnale di recupero dell’indiscussa egemonia culturale di cui la sinistra godette nel corso del decennio precedente.
Moriremmo democristiani, invece pensai io – sconsolato – nella logica del male minore, dopo la presa del potere da parte delle truppe berlusconiane nel 1994.
Ora quella profezia (disattesa) e quel mio successivo amaro auspicio tornano beffardamente attuali. Pensiamo a cosa è accaduto dopo Tangentopoli: la Dc si è dissolta e disgregata in sette rivoli, diffondendosi e propagandosi come polline (o come gramigna, secondo i punti di vista…) e presidiando sostanzialmente tutto l’arco politico.
Dalle ceneri della Balena Bianca nacquero i Popolari di Marini, la Rete di Leoluca Orlando, il Ccd di Fernando Casini, il Cdu di Rocco Buttiglione, l’Udc di Clemente Mastella, i Cristiano-sociali di Ermanno Gorrieri e Pierre Carniti (tra le cui fila emerse Dario Franceschini), i Referendari di Mariotto Segni… Una parte non trascurabile di dirigenti intermedi rimpolpò le fila di Forza Italia (fra i nomi noti quelli di Gianni Letta e Roberto Formigoni), altri entrarono in Alleanza nazionale che raccolse il testimone del Msi (tra loro Gustavo Selva e Publio Fiori). Insomma, erano ovunque ma allora parevano residuali, ombre di un passato che se ne va da sé…
Invece, ciascuno dalla propria nicchia, ha ricominciato a tessere strategie e cucire alleanze, a recuperare spazio riciclandosi; riproponendosi quindi come emblema del cambiamento (in virtù dell’appartenenza alle nuove formazioni politiche) e al contempo mantenendo rapporti trasversali con i vecchi amici di partito, forse incidentalmente, forse assecondando – magari pure inconsapevolmente – un oscuro disegno. Un disegno che, se anche non fosse stato deliberatamente ordito come tale, trattandosi di terreno intriso dallo spirito cattolico, potremmo rubricare come provvidenziale…

La diaspora democristiana, seguita a Tangentopoli e riletta 25 anni dopo, acquisisce così un valore politico strategico. Il partito all’epoca deflagrò in molti spezzoni. “Crescete e moltiplicatevi” è scritto nei vangeli. Ed è sensato (oggi, col senno del poi) immaginare che la millenaria saggezza che ha consentito alla Chiesa di governare il mondo per duemila anni abbia ispirato quella che allora apparve come mera catastrofica conseguenza di una sconfitta e fu invece forse sapienziale strategia di rinascita.

I frammenti che si generarono dalle sequenziali spaccature occorse all’interno della Democrazia cristiana e dei suoi eredi hanno effettivamente dato frutto.
E, nel 2007, si è completato il capolavoro: l’esito della fusione fra Margherita (nata dall’alleanza fra Partito popolare, I Democratici di Romano Prodi e Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, ultima filiazione della lunga serie di innesti e potature operate sul ceppo della vecchia Democrazia cristiana) e Democratici di sinistra (figli del Pds ed eredi del Pci) si è risolta infatti in pochi anni in una vera cannibalizzazione da parte della componente dell’ex Margherita nei confronti del suo più robusto alleato: all’epoca del matrimonio il rapporto a livello nazionale era decisamente sbilanciato: 430mila iscritti e circa il 10% la forza elettorale della Margherita; 615mila iscritti e il 17% di consenso i numeri dei Ds. Ben più marcato il divario a Ferrara, con la Margherita sempre al 10% ma i Ds al 30%.
Eppure l’esito è stato analogo ovunque, anche nei centri, come Ferrara, che in passato furono roccaforti del Pci: i principali esponenti e rappresentanti istituzionali provengono ormai in gran parte dalle fila o dalla tradizione politico-culturale di quella che fu la Democrazia cristiana in tutte le sue innumerevoli trasmutazioni seguite all’ammainabandiera. Guarda caso alla Dc era iscritto pure quel che oggi è il più autorevole e influente politico locale, quel Dario Franceschini, deputato ferrarese (come il padre), prima nominato segretario del Pd e ora ministro della Repubblica. Figlio di un esponente democristiano (consigliere comunale) ma nella rossa toscana anche l’ex premier Matteo Renzi, iscritto al Partito Popolare e poi alla Margherita (come pure dalla medesima tradizione politica proviene tutto il suo più stretto entourage, proiettato ai vertici delle istituzioni). Della Margherita è stato dirigente l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Democristiano era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella…

E’ talmente tutto così coerente che parrebbe davvero studiato a tavolino. Prendiamo il caso di Ferrara, dopo sessant’anni di governo locale sempre gestito da esponenti del Pci e dei partiti che ne sono stati diretta filiazione, nel 2009, appena un anno e mezzo dopo la nascita del Pd (che significativamente ha preso sede nell’ex casa della Dc, in via Frizzi), per la carica di sindaco il partito designa Tiziano Tagliani, il quale nelle liste della Democrazia cristiana era stato eletto consigliere comunale nel 1990. E a cascata segue una nutrita serie di nomine di ex democristiani o di esponenti dell’area cattolica e moderata all’interno della Giunta e ai vertici delle principali istituzioni, società pubbliche, associazioni e organizzazioni cittadine. Gli esponenti di area cattolica assumono uno spazio e un ruolo mai avuto nel passato.
Nel frattempo, a livello nazionale, si è dissolto gradualmente l’apparato pubblico che provvede alla sfera dei servizi sociali e si è consolidata la funzione sussidiaria degli enti e delle organizzazioni private, che hanno via via assunto un ruolo sempre più importante nel garantire l’erogazione di prestazioni essenziali per i cittadini. E l’associazionismo di ispirazione cattolica, che da sempre ha avuto ruolo preminente in questo settore, acquisisce conseguentemente un’importanza crescente.

E poi, guardando anche al micro e a casa nostra, la fine dell’esperienza amministrativa delle circoscrizioni crea un vuoto nel presidio dei quartieri. E chi subentra? Le contrade, da sempre legate al campanile, quindi alla parrocchia, alla Chiesa. Così, dall’alto come dal basso, l’influenza della consorteria cattolica cinge a tenaglia la comunità.
D’altronde, ricondurre all’ovile delle parrocchie le pecorelle smarrite nei pericolosi anfratti delle Case del popolo, era un’antica ambizione dell’establishment cattolico. Con questo simbolico obiettivo stampato in testa, negli anni passati si è provveduto, in città, al rilancio del Palio. Scopo riconquistare quell’egemonia culturale che fu appannaggio della sinistra negli anni 70, surrogandola ora con un’egemonia folklorica, quale è, a tutti gli effetti, il Palio: tradizione, storia e dunque, in fondo, conservazione…

Non dimentichiamo che per oltre un ventennio, fra gli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, la sinistra aveva catalizzato, attorno alle proprie istanze di lotta, l’impegno e la passione dei giovani. E la Chiesa, che in fatto di gestione del potere non è seconda a nessuno, solida nella sua bimillenaria esperienza, ha compreso che la forza catalizzante dell’oratorio si era andata estinguendo. E ha pian piano focalizzato la strategia e realizzato il piano di rinascita, sfruttando suggestioni ed esche fuori dai condizionamenti ideologici, riconducendo a sé la regia dell’operazione di formazione e acculturamento, a partire dalle giovani generazioni.

Da questo punto di vista, mirabile si può certamente considerare la capacità di affrancamento dalle ombre della retorica fascista che gravavano sul Palio; e poi la successiva riproposizione, in un contesto cittadino ben disposto, di una manifestazione il cui spirito si sublima nelle giornate di esibizione ma si coltiva pazientemente ogni giorno dell’anno – tutti i giorni di tutti i mesi di tutti gli anni – attorno ai luoghi che sono propri del potere cattolico, le rivificate parrocchie, i vecchi oratori che, grazie a questa e ad altre geniali intuizioni, hanno riacquisito quella centralità e attrattiva che stavano perdendo del tutto. Persino qualche festa dell’Unità è stata fagocitata in questa logica e si è allestita in spazi parrocchiali o di associazioni contigue. Un fatto simbolicamente molto significativo.

A Ferrara anche questo è stato (è) un tassello importante nel progetto di recupero dell’egemonia culturale e dunque del controllo sociale da parte della Chiesa e dei movimenti civili e politici che ne sono espressione. Altrove sono state usate strategie differenti, altre attrattive. E si badi, se può apparir banale o riduttivo ciò che scrivo, si consideri che pure i grandi palazzi si reggono su piccole pietre, apparentemente poco significative ma essenziali e, letteralmente, fondamentali.

In questo scenario, plausibile futuro approdo nazionale appare un’intesa post elettorale Renzi-Berlusconi in funzione illusoriamente anti-populista: in realtà, il trionfo di un populismo moderato a detrimento di una deriva estrema.

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Lunedì 27 marzo alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea, attorno al tavolo delle idee imbandito dal quotidiano online Ferraraitalia, per il tradizionale ciclo “Chiavi di lettura – opinioni a confronto sull’attualità”, sul tema “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca” si confronteranno Enzo Barboni, presidente Unpli Pro loco Ferrara ed ex segretario provinciale della Democrazia cristiana, Marco Contini, giornalista di Repubblica, Luigi Marattin consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alessandro Somma, collaboratore di Micromega e docente di diritto comparato all’Università di Ferrara. Il dibattito sarà moderato (ma non troppo!) dal direttore di FerraraItalia, Sergio Gessi.

Avanti a sinistra con Pisapia e Boldrini, sboccia Campo Progressista. Zedda: “Un progetto politico per il futuro del Paese”

Si profila una primavera calda per la politica italiana. In particolare, c’è fermento a sinistra. Dopo la scissione nel partito Democratico e la nascita del ‘Movimento dei democratici e progressisti’, attorno al quale ruotano Roberto Speranza, Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani ed Enrico Rossi, a cercare di riannodare i fili delle idealità e dell’impegno dei delusi ci stanno provando anche l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, la presidente della Camera Laura Boldrini, il sindaco di Genova Marco Doria, che, con  ‘Campo progressista’ (su cui potrebbe confluire anche ‘Possibile’ di Pippo Civati), vorrebbero ridare linfa vitale a un’area delusa ma non rassegnata. Con loro c’è pure il giovane e stimato sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, con il quale abbiamo analizzato l’attuale scenario politico e ragionato del futuro della sinistra.

Iniziamo parlando di primati: lei è stato il sindaco più giovane di un capoluogo di Regione, il primo sindaco dal dopoguerra ad aver vinto sostenuto esclusivamente da una coalizione di centrosinistra, l’unico sindaco tra le città capoluogo ad aver vinto al primo turno nelle scorse elezione: mi può raccontare di come e quando è nata la sua passione per la politica e della sua gavetta prima di essere eletto primo cittadino?
Ho sempre respirato politica, sin da bambino. In quel periodo mio padre era dirigente nazionale del Pci, anche se lui non ha mai influito sulle mie scelte. La passione vera e propria nasce durante gli studi al liceo e all’Università. Nel 1996 sono diventato segretario cittadino della Sinistra Giovanile. In mezzo tanti lavori da precario, con praticamente ogni tipologia di contratto. In seguito, con i Democratici di Sinistra, sono stato il responsabile della comunicazione, quella che un tempo si sarebbe chiamata stampa e propaganda del partito. Nel 2006, a 29 anni, sono stato eletto consigliere comunale a Cagliari e nel 2009 consigliere regionale. Nel maggio del 2011 sono diventato sindaco della mia città, credo sia una delle cose più belle che possa capitare a chi si occupa di politica.

Come detto è stato subito riconfermato al primo turno: le opere pubbliche portate avanti in questi anni hanno parlato per lei?
Le opere pubbliche sono chiaramente la parte più tangibile di quanto fatto durante la prima consiliatura, quella più visibile. Ma sono anche e soprattutto il risultato di un lavoro giornaliero per spendere tutte le risorse europee, recuperarne altre, tagliare gli sprechi e le spese superflue, presentare progetti al Governo e all’Europa e realizzare gli interventi, proporre Cagliari come destinazione turistica (abbiamo vinto il premio come prima destinazione sostenibile in Europa, al secondo posto dietro di noi Barcellona), come città dove poter fare e poter respirare cultura ogni giorno (siamo stati Capitale italiana della Cultura nel 2015, dopo essere arrivati in finale per la scelta della Capitale europea 2019), dove poter fare sport (siamo Città europea dello Sport per il 2017) o dove semplicemente sentirsi a casa mentre si passeggia nelle vie riqualificate o negli spazi urbani restituiti ai cittadini. In due parole, valorizzare la qualità della vita della nostra splendida città: tutte operazioni che hanno impegnato ogni minuto dei diversi assessorati. Avevamo l’idea di riportare Cagliari a misura dei suoi abitanti e dei turisti che la visitano, restituire o far conoscere loro luoghi prima poco considerati: è un impegno che intendiamo portare avanti. Però, ed è solo un esempio, vedere il Lungomare del Poetto riqualificato, non più occupato dalle auto ma frequentato da famiglie, bambini, sportivi, anziani che passeggiano liberamente in tutti i periodi dell’anno è una bella soddisfazione.

Siamo reduci da una campagna referendaria e da un referendum costituzionale che ha diviso l’opinione pubblica: ora che è tutto finito, può sbilanciarsi e dirmi cosa pensa dell’esito referendario e quale scenario ipotizza per il dopo Renzi?
L’esito del referendum di dicembre è sotto gli occhi di tutti. Quello che mi preoccupa è la disaffezione dalla politica di una fascia sempre più larga di cittadini italiani: abbiamo il compito di riportare al centro del dibattito la discussione sul lavoro, sull’ambiente, sulle imprese, sull’istruzione e sulla ricerca e le soluzioni ai problemi delle fasce più deboli e ai bisogni concreti della popolazione devono essere al primo posto tra i nostri obiettivi. Campo progressista nasce in questa direzione: con Giuliano Pisapia, allora sindaco di Milano, altri sindaci, parlamentari ed esponenti politici ci eravamo già espressi in questo senso ben prima del referendum.

Lo scorso ottobre, Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale Sel, ha annunciato lo scioglimento del partito: cosa pensa e che conseguenze avrà per lei?
A Nichi Vendola, a Nicola Fratoianni e a tutti i compagni con cui abbiamo fatto un pezzo importante di strada auguro un buon lavoro. Per quanto mi riguarda, resto fermo nella mia convinzione che la politica sia un’azione collettiva in cui si può dialogare senza tradire le proprie posizioni, ma per un obiettivo comune. E credo che in Italia il centrosinistra tradizionale, quello che ha vinto le elezioni in numerose città nel 2011, abbia questo compito. L’esperienza a Cagliari, a Milano, a Genova e in diverse altre realtà locali lo dimostra.

A questo proposito, si parla con sempre maggiore insistenza della creazione di un nuovo soggetto politico, con lei protagonista assieme a Pisapia e Laura Boldrini, possibile alleato di Renzi alle prossime elezioni: può dirmi a che punto siamo con la nascita di quella che da molti è salutata come una “nuova sinistra”?
Campo progressista è prima di tutto un’esigenza. C’è uno spazio che è sempre esistito, quello del centrosinistra tradizionale, che va rilanciato perché è necessario se vogliamo arginare populismi e qualunquismo e non lasciare via libera alla destra che in questi anni – a causa della crisi e della strumentalizzazione del dramma dei flussi migratori – sta riprendendo piede in tutta Europa. Per farlo serve dialogare con tutte le forze che si riconoscono nel campo democratico e progressista, in uno spazio che sia aperto e inclusivo. Parliamo di questo negli appuntamenti sempre molto partecipati che stiamo facendo in diverse città. L’appuntamento di sabato 11 marzo a Roma sarà l’occasione per fare il punto a livello nazionale.

Da sempre, essendo lei stesso molto giovane, punta la sua attenzione sul mondo giovanile e il suo coinvolgimento nel mondo della politica. A Bologna, nell’incontro tenutosi per la ricostruzione del centrosinistra, ha proposto di coinvolgere maggiormente in politica i ragazzi rappresentanti di istituto e dell’università: come pensa si possa attuare in pratica questa sua idea?
I modi sono diversi: a Cagliari abbiamo istituzionalizzato gli incontri con i rappresentanti degli studenti universitari e con quelli delle scuole. Molti sono fuorisede, ma chiaramente sono parte integrante della vita cittadina. Portano le loro proposte, discutono, diventano parte attiva e si impegnano non solo per le rivendicazioni da studenti ma come cittadini. A Lecce ho proposto, per i prossimi incontri, ovunque si faranno, di lasciare il mio posto a un rappresentante degli studenti universitari e a un rappresentante di istituto che credano nel centrosinistra: devono essere loro i protagonisti di questo rilancio. La verità è che mi auguro non di fondare un nuovo movimento politico, ma di potermi iscrivere a un partito immaginato e costruito da giovani che costituiscano un progetto politico con al centro il loro futuro e il futuro del Paese.

deserto-politica

L’INCHIESTA
Partiti & partecipazione,
il deserto della politica

(pubblicato il 17 settembre 2014)

Il dato campeggia in bella evidenza sulla home page del sito ufficiale. Eppure molti dei vecchi dirigenti di partito ai quali ci siamo rivolti stentano a credere che gli iscritti al Pd nella provincia di Ferrara siano solo 1.349. Il responsabile organizzativo, Luigi Vitellio, da noi interpellato, precisa però che l’indicazione, riferita al 6 giugno, non è più attuale. “Ad oggi i tesserati sono 2.007 in tutta la provincia – riferisce – dei quali 1.022 in città”.
Il vecchio senatore Rubbi, segretario e confidente di Enrico Berlinguer ai tempi del Pci, a capo della federazione di Ferrara prima dell’approdo romano, sbotta incredulo: “Sembra impossibile, sono davvero pochi, negli anni Sessanta siamo arrivati a 46mila…”. Altri tempi, onorevole, la realtà, ora è questa. Però, il fatto che il principale partito cittadino, quello che da sempre (pur attraverso varie mutazioni genetiche) ha governato il capoluogo e buona parte dei Comuni del territorio, conti un numero così esiguo di tesserati, non solo fa impressione, ma riporta la riflessione al tema della rappresentanza e della partecipazione. Questioni dietro le quali stanno tutti gli irrisolti nodi concettuali, ma anche concreti, connessi all’esercizio della democrazia e al dispiegamento di un sistema di governo che ne realizzi i principi. “Il Partito comunista – ricorda Antonio Rubbi – si è mantenuto su numeri importanti, superiori ai trentamila iscritti (37mila nel 1975, ndr), e li ha conservati fino agli anni Ottanta. E’ dagli anni Novanta che si ha un calo davvero significativo”. Ma quello che a Rubbi appare un crollo lascia comunque in dote al partito oltre 20mila militanti iscritti.
“A metà degli anni Ottanta – racconta Giorgio Bottoni, che fu responsabile organizzativo e poi amministratore – avevamo un bilancio di quattro miliardi di lire, senza un centesimo di finanziamento pubblico. Anzi, eravamo noi che portavamo soldi a Roma: 400 milioni, il dieci per cento di quanto raccoglievamo da sottoscrizioni, tesseramento e feste dell’Unità”.

Tornando invece ai ‘sorprendenti’ numeri di oggi, in termini percentuali i tesserati del Pd rappresentano circa lo 0,6% della popolazione a livello provinciale e lo 0,8% se puntiamo lo sguardo sulla città. Nulla. Significa che appena un cittadino su 130 milita nel partito di governo, che equivale a dire otto ogni mille abitanti. Il trend – conferma Vitellio – è grossomodo questo dal 2008, anno di nascita del Pd. Eppure il Partito Democratico alle ultime elezioni ha ottenuto oltre 34mila voti. Un consenso dietro al quale, però, evidentemente non matura lo slancio per un’attività militanza, per un impegno personale e diretto.
“Lo scorso anno in realtà gli iscritti sono stati 5.849”, precisa Vitellio. Una differenza così significativa, quasi il triplo di quelli attuali, non si giustifica però con il fatto che il tesseramento 2014 non è concluso e resterà aperto sino al 31 dicembre: “Lo scorso anno abbiamo avuto il congresso e le primarie – spiega il responsabile dell’organizzazione – sono i momenti in cui la gente si attiva. Anche ora andiamo verso le primarie, quindi speriamo che il dato migliori”. Anche questo fa riflettere circa presupposti e motivazioni individuali.

Il secondo partito ferrarese per livello di consenso elettorale è Forza Italia. Il “club” ferrarese non ha un sito ufficiale, ma solo una pagina Facebook che conta 94 (!) “mi piace”. Il numero degli iscritti dell’anno in corso qui non è pubblicizzato. Il coordinatore provinciale è Luca Cimarelli, già esponente di Alleanza nazionale. E’ stato nominato reggente dal coordinatore regionale, il senatore Massimo Palmizio, al momento della rinascita di Forza Italia dalle ceneri del Pdl. Resterà in carica almeno sino ai primi mesi del 2015: a gennaio è previsto il congresso comunale che nominerà i delegati al congresso provinciale e quindi i nuovi vertici. Cimarelli confessa di non sapere neppure lui quanti siano gli iscritti. “Per la privacy da Roma non ci dicono nemmeno i nomi – ammette -. Nel 2011 il Pdl ne aveva circa duemila, ora gestiscono tutto dalla capitale e noi non abbiamo gli elenchi”.
Ci rivolgiamo allora a Palmizio. Il quale, per prima cosa, segnala che il tesseramento chiude il 31 di ottobre (salvo probabile proroga) e fino ad allora le cifre non verranno divulgate. “L’obiettivo per Ferrara è confermare il dato del Pdl, duemila tesserati”. In risposta alla nostra insistenza dice: “Al rilevamento di giugno eravamo circa alla metà”. Cioè un migliaio: il che sarebbe clamoroso. Significherebbe che, nella corsa al ribasso, fra Pd e Forza Italia, il numero di aderenti alla medesima data variava appena di tre-quattrocento unità. Palmizio però mette la mani avanti. “Ora l’iscrizione costa 30 euro, non più i 10 di prima. Di questi tempi pesa… Ma – aggiunge – chi si iscrive ora, a gennaio contribuirà alla nomina del nuovo gruppo dirigente, lo stimolo quindi c’è”. Ecco il refrain già sentito. Dice anche che nei prossimi giorni ci sarà un incontro sul tesseramento “con il presidente Berlusconi”. E che mai vi dirà?, chiediamo. “Di fare più tessere!”, scherza il senatore. Però poi, seriamente, soggiunge che c’è in discussione anche una sua proposta di tessera famiglia, una sorta di prendi ‘tre paghi due’, per quel che capiamo, secondo un approccio mercantile non lontano dalla mentalità del leader supremo.
Insomma, anche in politica ormai si afferma una logica di marketing da supermercato.

1. CONTINUA

centralismo-democratico

Fedeli alla linea

(pubblicato il 17 giugno 2014)

Come narrano antiche leggende di un mondo che fu, c’era una volta un orribile mostro che senza pietà soffocava il libero confronto delle idee nel più grande partito della sinistra italiana. Si chiamava “centralismo democratico” ed era così spaventoso e temuto che il solo evocarlo quasi sempre convinceva al silenzio chiunque, dalle assemblee delle più sperdute sezioni alle riunioni del comitato centrale, azzardasse di voler reiterare una critica, perché semmai di qualcosa non era proprio del tutto convinto, o di proporre un approccio ad un problema che non fosse fra quelli prescelti. Se poi si trattava di esprimere una posizione in pubblico, dall’intervista al giornale di provincia all’intervento in Parlamento, il timore era tale che nessuno si azzardava a dire nulla di più di quanto recitasse “la linea”, di cui l’orribile belva era poi lo spietato custode. Fra il popolo, la mitica “base”, la creatura aveva nomi diversi e più suggestivi, soprattutto fra i suoi adoratori. C’era chi lo invocava come “Disciplina di Partito” ed anche, i più mistici, come “Fedeltà alla Linea”. Ogni tanto, raramente in verità, il mostro mordeva e qualcuno spariva di colpo, per subito riapparire, all’inizio un po’ frastornato, su una qualche isoletta di quel grande e mutevole arcipelago che si chiama sinistra.
Da allora tanto tempo è passato, il mostro è sparito ed i suoi adoratori dispersi; come sempre succede in questi casi, c’è chi lo rimpiange e chi nega di averlo mai servito. Chi allora non c’era e lo conosce per i racconti dei vecchi tipicamente lo aborre, come retaggio di un mondo passato e diverso, fatto di miti potenti e di certezze assolute.
La povera bestia non era in realtà del tutto cattiva; come si dice, seguiva il suo istinto. Che altro non era che di tenere e di far apparire unito il partito. Il problema semmai era “la linea”, una specie di blob gigantesco che conteneva le risposte a tutti i problemi del mondo e di cui solo pochissimi esperti esegeti conoscevano l’articolazione arcana e le mille astuzie dialettiche che la tenevano assieme. Se ci si pensa un attimo, il vero mostro era questo. Sia per il voler raccontare una visione del mondo per forza unitaria, sia per la sua genesi in realtà misteriosa, sia anche per l’arrivare in periferia non già tutta intera, ma come precotta e divisa in comodi bocconi già pronti.
Poi se n’è andata, anche lei rifugiata su qualcuna delle isole, senza che però nessuno l’abbia mai troppo rimpianta. Meglio così.
Supponiamo invece di avere adesso, nel senso di oggi, un partito ed una grande questione, non l’universo, ma un cosa realmente importante come, per esempio, riformare il lavoro, la scuola o la costituzione. Se si discutono a fondo le diverse posizioni che liberamente si confrontano, coinvolgendo e ascoltando quanta più gente possibile ed alla fine non ci si trova tutti d’accordo su nessuna di queste, che cosa bisogna fare? Non ci sono molte alternative. O si decide di aspettare e di continuare a discutere finché, in un qualche modo si trovi una posizione che accontenti tutti, oppure si vota sulle diverse opzioni per verificare quale sia quella che riscuote il maggior gradimento. Spesso, negli ultimi anni, si è preferito continuare a discutere, tant’è che per molte questioni stiamo ancora aspettando che la magia si compia. Se avessimo davanti tutto il tempo del mondo e non ci fossero invece questioni che richiedono interventi urgenti sarebbe forse poco male; in fondo in Italia talmente tanti anni che si discute su come cambiare le tante cose che non vanno, che aspettare ancora non pare a molti una cosa poi grave. Ma, come spero sia evidente a tutti, non siamo in queste condizioni.
Non rimane quindi che l’altra opzione, ovvero decidere a maggioranza quale sia la scelta che il partito decide di fare propria. E qui, inevitabilmente, torna in ballo l’antico mostro, perché se un partito decide a maggioranza di assumere una determinata posizione su un problema specifico, dopo, come si dice, ampio ed articolato dibattito, dando a tutti la possibilità di parlare e decidendo sulla base di regole democratiche da tutti condivise, quella scelta deve essere vincolante anche per chi la pensava diversamente. Non per dire che deve cambiare idea ed abiurare alle proprie convinzioni, ma che dovrebbe essere impegnato, se non a sostenere a spada tratta la posizione decisa a maggioranza, almeno a non ostacolarla, se è nelle condizioni di poterlo fare, nel suo percorso istituzionale. Vogliamo chiamare anche questa semplice regola di democrazia “centralismo democratico”? Personalmente non direi, se non altro perché il contesto rispetto ai tempi che furono è troppo diverso; se qualcuno però vuole farlo o per nostalgia o per spregio faccia pure: come ho già detto quel “mostro” non era in realtà così cattivo. Però spieghi oltre al suo sdegno come secondo lui dovrebbe funzionare un partito che non sia un monolite in cui tutti e sempre la pensano allo stesso modo. Possibilmente considerando con ugual onestà intellettuale sia il caso in cui siano le sue idee ad essere maggioranza sia quello in cui invece siano quelle altrui. Sembra infatti, a sentire qualcuno, che realmente “democratiche” siano alla fine solo le decisioni che accolgono i suoi punti di vista.

LA MEMORIA
Fantasia e tenacia: in ricordo di Paolo Mandini che oggi festeggerebbe 73 anni di vita intensa

di Antonio Rubbi

Ci eravamo trovati, giusto un mese fa, amici e compagni, la città nelle sue espressioni che la rappresentavano, sindaco Tagliani in testa, a salutare Paolo Mandini che ci avrebbe lasciati per sempre. Troppo presto e troppo dolorosamente, per Paola e Stefania e per noi tutti. Parlare di lui al passato mi riusciva a stento allora, fatico ad abituarmici ora quando ancora mi pare debba arrivare, attesa e gradita, la sua telefonata per raccontarmi di un fatto della città, del risultato della partita della nostra amata Spal, ma più frequentemente per un fatto politico del giorno , fosse esso inerente a problemi cittadini o nazionali o riguardassero le preoccupanti vicende dell’inquieto e confuso mondo di questi tempi.
Perché con Paolo di politica prevalentemente si parlava. Per lui, come del resto per tutti noi che venivamo della stessa militanza partitica e da una esperienza di vita che se pur distante negli anni era simile nei valori cui si ispirava e nei percorsi da compiere la politica era, ed è rimasta, come una specie di seconda pelle.

paolo-mandiniPaolo per di più le vicende della politica le viveva ancora con la immedesimazione e l’ardore di quando si trovava in prima linea e sentiva di dover dar conto quotidianamente del suo pensiero e del suo operato, benché la condizione del pensionato e i problemi di salute che lo affliggevano gli dovessero suggerire un minor grado di tensione e di coinvolgimento.
Mi ricordava il tempo in cui avevamo operato assieme, un decennio buono in Federazione e poi quasi altrettanto sui banchi del Consiglio Comunale. La stessa voglia di ascoltare e di apprendere, ma anche di confrontarsi senza timore referenziale, sino alla contrapposizione e allo scontro, che non erano stati infrequenti soprattutto negli anni incandescenti dei movimenti giovanili e studenteschi del ’68-’69. C’erano stati momenti in cui davvero avevamo faticato a capirci: il partito dei grandi ancora arcigno e guardingo, culturalmente non pronto ad accogliere le novità dirompenti che tali movimenti proponevano e dall’altro schiere di giovani e ragazze suggestionati da correnti di pensiero e propositi di cambiamenti radicali dello stato delle cose esistenti, rappresentati in una miriade di gruppi e gruppuscoli, partiti e partitini sin li sconosciuti e quasi sempre espressi in nomenclature estreme. Va dato merito a quel gruppo di giovani che si trovavano in quegli anni con Paolo alla testa della Federazione giovanile se, dopo aver tanto battagliato nei cortei, nelle assemblee studentesche, nelle sezioni e nei circoli, con larghissima parte di quei giovani e ragazze sapemmo ritrovarci e riprendere ad operare insieme.
Mi ricordava il Paolo dei dibattiti in Consiglio Comunale ai tempi dell’istituzione dei Consigli di Quartiere per allargare la partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica; dell’apertura di nuovi istituti e sedi in città per incrementare interesse e partecipazione a dibattiti culturali in grado di favorire la conoscenza reciproca ed una collaborazione maggiore tra le forze politiche e sociali della città. E infine, l’inizio del suo lungo e insuperabile impegno, come assessore allo sport. Ha ben scritto Fiorenzo Baratelli, suo amico da una vita, che Paolo Mandini è stato il migliore assessore allo sport che Ferrara abbia avuto e gli sportivi ferraresi di ieri e di oggi hanno già dimostrato di riconoscerlo come tale e sono convinto che non mancheranno più significativi attestati in futuro.

Come dirigente politico Paolo Mandini non aveva solo il gusto del dibattito; sapeva bene che occorreva unire a questo anche il momento dell’azione, del fare. Ed in questo era pieno di risorse. Era dotato di una fantasia e di una mente talmente fervida da sfornare a getto continuo idee e proposte. Per tanti versi mi ricordava l’incontenibile Roffi dalle mille trovate. Ero piuttosto io a mantenere un atteggiamento di cautela quando mi sottoponeva certi parti della sua insuperabile fantasia. Perché Paolo lo conoscevo bene e sapevo che se era bravissimo e assolutamente affidabile per tante cose, non era quel che si dice un organizzatore provetto ed era piuttosto disordinato nelle sue iniziative, cosicché, poteva capitare che alcune brillanti idee si arenassero ancora allo stadio della messa in cantiere ed altre languissero in rifacimenti continui e tempi infiniti.
Ma poi era venuto un momento che mi aveva costretto a ricredermi e mi aveva sorpreso sino allo sbalordimento. Era stato quando era andato a prestare la sua opera nel movimento cooperativo ed in talune circostanze aveva avuto l’incarico di portare avanti iniziative di solidarietà internazionale, che interessato e sensibile come era sempre stato per le vicende internazionali, accendevano il suo entusiasmo. In alcune occasioni si era rivolto a me, in quel periodo alla direzione del partito a Roma a dirigere la sezione esteri, ed ero stato ben felice di potergli dare una mano. Era stato relativamente facile far giungere gli aiuti che il movimento cooperativo aveva raccolto per il Fronte di Liberazione di Angola e Mozambico, per l’Anc che in Sud Africa si batteva contro l’apartheid; bastava collegarsi con i reggiani che avevano un canale aperto e che avrebbero facilitato il recapito. Assai più complicato era stato, qualche anno dopo dar seguito all’appello proveniente da Cuba volto ad ottenere materiale di cancelleria scolastica di cui c’era estrema carenza. Come concretamente Paolo avesse fatto non so, ma non troppi mesi dopo nell’ambasciata cubana a Roma era pervenuta una lettera di ringraziamento del governo cubano diretta alla cooperazione italiana.
E infine la faccenda dell’orologio per Mostar. Una storia quasi incredibile. Tra le tante conseguenze tragiche della guerra serbo-bosniaca c’era stata la distruzione a Mostar del famoso e bellissimo Ponte Vecchio sulla Neretva, costruito dai Turchi nel 1556, e successivamente ornato con un enorme orologio murale d’epoca, anch’esso andato perduto. I bosniaci chiedevano aiuto per la ricostruzione dell’uno e il rifacimento dell’altro. Ed era appunto a nome di una cooperativa specializzata di Modena che dichiarava di prendersi in carico il ripristino dell’orologio murario che Paolo stavolta agiva. Come sia andata a finire di preciso non so, quel che so di certo è che continuò ad occuparsene a lungo con tenace impegno.

Era nella sua indole offrirsi ad ogni causa nobile ed aiutare chiunque si trovasse in una condizione di difficoltà e bisogno, fosse una singola persona, una comunità, un popolo intero. Bisogna anche dire che aveva grande facilità e naturalezza di approccio con persone di altri paesi, di altre storie e culture, di altre razze. E questo approccio lo manteneva allo stesso modo per tutti, dai più umili ai più “grandi”, quelli che entrano nella storia. L’avevamo visto a Ferrara portare a passeggio lo sfortunato protagonista della “primavera di Praga” Alexander Dubček, io l’avevo visto nella sede della Coop di Modena farsi amico in un breve pomeriggio un personaggio come Mikhail Gorbaciov che il mondo intero nel periodo della “perestroika” aveva osannato. Si era immediatamente accattivato la sua simpatia e quando si erano salutati si erano pure scambiati una divertita reciproca pacca sulle spalle. Io Gorbaciov lo conoscevo da anni, avevo trascorso con lui giornate e giornate, ma una confidenza del genere non me la sarei permessa.

Nella vita di Paolo non erano mancati i momenti di amarezza. I peggiori furono certamente quelli in cui lui ed un gruppo di compagni ed amici che condividevano lo stesso pensiero e lo stesso atteggiamento avevano ritenuto loro dovere di cittadini e di militanti di una forza politica che della correttezza amministrativa aveva fatto una sua bandiera, denunciare quel sistema di potere che si era costituito attorno alla amministrazione comunale e ad alcune sue scelte, discutibili al massimo ed opache quando bastava per mettere in allarme e che coinvolgeva settori della politica ferrarese del movimento cooperativo, segnatamente la potente Coop Costruttori. Apriti cielo! Contro questi maldicenti “grilli parlanti” e “moralisti a tempo perso” fu condotta una virulenta campagna per isolarli e metterli all’indice. Una condotta tracotante e miope. Un ceto dirigente un po’ meno coinvolto e un po’ più accorto avrebbe all’opposto cercato di indagare più a fondo i motivi di quelle critiche e l’oggetto specifico della denuncia che veniva fatta. Sarebbe stata anche la strada migliore per cercare di suturare la ferita profonda che era venuta a crearsi all’interno dello stesso schieramento. Lo fecero più tardi, quando arrivarono loro alla direzione del partito: Roberto Montanari prima, con nettezza e a modo suo, Mauro Cavallini dopo. Ma poi furono i fatti a parlare: il crac rovinoso della Coop Costruttori, con tragiche conseguenze per migliaia di famiglie e di lavoratori e pesanti ricadute sull’economia argentana e ferrarese, le cause in giudizio nelle aule dei tribunali; il Palazzo degli Specchi ridotto ormai alle sembianze di uno spettro a testimonianza simbolica dello scempio compiuto. Nell’acceso scambio polemico di quegli anni ci saranno state certamente forzature da una parte e dall’altra. A Paolo capitava di trovarsi sopra le righe, non aveva difficoltà ad ammetterlo. Ma riconoscere ora, alla luce di quanto accaduto, chi era nel vero non dovrebbe essere difficile. E’ sperabile allora che qualcuno tra i responsabili senta di dovere quanto meno delle scuse a quanti condussero quelle battaglie di verità?

Il pensiero di Paolo negli ultimi tempi era rivolto, come credo la maggior parte di noi, a cercare risposte dal caotico e mal governato mondo che ci ritroviamo. Come la fermiamo quella orribile marmaglia nera dei fanatici e feroci seguaci del sedicente Califfo prima che si attesti in forze anche davanti all’uscio di casa nostra, in Libia, e pronta a sguinzagliare nei paesi europei i suoi sicari di morte? E come fronteggiamo la massa dei migranti che scappa dai paesi in guerra, fatto salvo il dovere, prima di tutto, di assisterli affinché non anneghino? Seminando paure, alzando sempre più filo spinato, lasciando fare le ronde di razzisti e xenofobi sollecitati ad arte da movimenti populisti e forze di destra che sull’odissea dei migranti intendono procacciarsi popolarità e voti, o piuttosto con una più energica ed unitaria iniziativa europea di intervento nei paesi d’origine, e per regolare e distribuire più equamente, tra i 28 paesi dell’Unione, il loro carico e organizzando i rimpatri di quanti non hanno motivi per restare? Si sfogava con me, ma capivo che su problemi come questi avrebbe voluto confrontarsi in sedi ben più ampie e rappresentative. Cosa pensava la gente bisognava farlo con il contatto diretto, non solo online. E questo si sarebbe dovuto fare anche a proposito di misure del governo che non lo convincevano tanto e delle quali avrebbe voluto dire molto di più di quel che si poteva affidare ad uno smilzo trafiletto di giornale. Ci voleva ben altro spazio per spiegare perché lui ritenesse “liberista” della più bell’acqua la riforma del Jobs Act che si sarebbe voluto far passare come “di sinistra”, e lo lasciavano scettico le riforme costituzionali perché con la motivazione che si superava il bicameralismo si era giunti a proporre una sorta di mini Senato che non si capiva bene che vesti indossasse e che funzioni avrebbe dovuto assolvere nella sua nuova vita. L’unico dato certo che questa riforma vista insieme al progetto di nuova legge elettorale in cantiere ci avrebbe dato tanto una Camera quanto un nuovo piccolo senato di persone nominate dalle segreterie (o meglio da alcuni segretari) di partito producendo uno strappo serio al principio di rappresentatività della sovranità popolare indicato dalla costituzione e quindi al carattere democratico delle istituzioni parlamentari del paese.
Come sorprendersi poi se cittadini ed elettori si staccavano sempre di più dalle istituzioni, dai partiti, dalla politica? Avevamo vissuto entrambi in modo traumatico (penso sia stato cosi per una grande quantità di elettori della nostra regione, soprattutto tra quelli orientati a sinistra) il fatto che alle elezioni regionali dello scorso anno solo il 37 (!) per cento dell’elettorato si fosse recato alle urne. Questo nell’Emilia Romagna, una delle regioni più evolute e democraticamente avanzate dell’intero paese! Ma ciò che aveva ancor più sbalordito è che questo dato non avesse sollevato un’ondata di richieste di spiegazioni, un sussulto degli iscritti e simpatizzanti di partiti di sinistra che la regione l’avevano da sempre guidata, un moto anche di indignazione. Tutto velato, silenziato, archiviato in fretta. A questo era giunta una politica che era andata via via allontanandosi dagli interessi e dai sentimenti di larghe masse popolari e fatta da partiti trasformatisi in semplici comitati elettorali a sostegno del prescelto di turno perché possa ricevere la delega necessaria alla sua personale carriera. Si era ormai parecchio lontani da quella concezione della politica come portato di valori ideali per cui battersi con dedizione a assoluto disinteresse, come opera e servizio nell’interesse della comunità e della sua parte più emarginata in specie, come funzione da esercitare nel pubblico e nel privato con rettitudine ed onestà. Una concezione della politica che non può essere solo dei tempi andati ma che deve essere di ogni tempo. Soffriva per questa piega delle cose ma non disperava che fosse ancora possibile recuperare un modo di fare politica che fosse ancora capace non di carpire qualche voto in più ma di accendere il pensiero e scaldare i cuori.

Oggi Paolo avrebbe compiuto 73 anni. Da come gioiva quando dai periodici controlli medici di Padova tornava con buoni esiti, o si deprimeva quando stabilivano il contrario, si può capire come fosse tenacemente attaccato alla vita e pensasse, sperasse, di festeggiare e questo compleanno e tanti ancora a venire. Lo voleva perché sentiva forte l’affetto dei suoi cari, la simpatia e la solidarietà degli amici, la stima di tanti. Lo voleva perché sentiva di avere ancora tanto da studiare e imparare, tanto da vedere e curiosità da soddisfare, tanto da fare.
Per noi lo doveva perché sentivamo quanto ancora potesse dare a noi tutti e alle cause per cui ha speso una vita. Credo sarebbe lieto di sapere che per quel tanto che ci sarà concesso proveremo a fare anche la sua parte.

Roma, 12 febbraio 2016

 

Antonio Rubbi è stato un esponente di primo piano del Pci sia a livello locale che a livello nazionale. E’ stato segretario della Federazione provinciale del Pci nel decennio delle ‘riforme’ e della grande avanzata del Pci: gli anni settanta. Dopo molti anni di presenza nel Comitato Centrale del Pci, entrò nella Direzione nazionale e fu nominato responsabile della Sezione Esteri, divenendo uno dei più stretti collaboratori di Enrico Belinguer. Ha, inoltre, scritto libri importanti sulle esperienze e occasioni che l’importante e delicata responsabilità gli consentirono. Pubblicò libri su Nelson Mandela, Arafat, sulla Russia di Eltsin, su Enrico Berlinguer. Sono testi preziosi per ricostruire il contesto, i fatti e le scelte di politica internazionale che videro il Pci di Berlinguer attivo e protagonista insieme ai grandi dirigenti del sud del mondo e delle grandi socialdemocrazie europee.

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IL TRIBUTO
La politica come autentica passione: l’addio a Paolo Mandini, uomo arguto, onesto e generoso

Ha vissuto un’esistenza piena, ricca. E’ stato protagonista di un fertile stagione politica e si è prodigato con impegno, acume, intelligenza per l’emancipazione delle classi più deboli. Da circa un mese e mezzo Paolo Mandini era ricoverato in ospedale e, a seguito di una serie di complicazioni che hanno minato un fisico già provato, oggi il suo cuore ha smesso di battere.
Parlarne con distacco è impossibile. Chiunque lo abbia conosciuto serba di lui un ricordo nitido, gli amici ne custodiranno la memoria. Fin da ragazzo è stato un militante comunista. Ha assunto incarichi prima nelle fila della federazione giovanile poi nel Pci. Ha avuto ruoli anche a livello nazionale, ha frequentato dirigenti di primo piano nel panorama italiano e internazionale. A Ferrara è stato per oltre 15 anni assessore in Comune, prima al Personale poi allo Sport. Era un grande appassionato di calcio e un vero tifoso della Spal. E’ uscito dal Pci nel 1994 a seguito della vicenda connessa al ‘palazzo degli specchi’, combattendo, assieme a un ristretto drappello di oppositori, una rigorosa e intransigente battaglia in nome della questione morale.
Negli anni seguenti ha lavorato con ruoli di vertice in Coop Estense. Era anche giornalista e in questa veste ha diretto il mensile Consumatori e il tg dell’emittente televisiva modenese Trc. Molti lo ricorderanno pure come appassionato organizzatore del Rally della stampa. Proprio la passione era un tratto peculiare, un elemento distintivo del suo temperamento. Era un uomo davvero buono, leale, generoso.

Da un anno e mezzo aveva avviato una collaborazione con Ferraraitalia, ritrovando il gusto di intervenire attraverso i suoi scritti nel dibattito politico. Ricordo con piacere e commozione le lunghe chiacchierate che accompagnavano ogni pubblicazione. Nutro personalmente nei confronti di Paolo un senso profondo di gratitudine per un’amicizia durata più di trent’anni. E ho il rammarico di non avere potuto realizzare ciò che negli ultimi mesi insieme avevamo immaginato: una memoria audiovisiva della sua straordinaria esperienza politica, condita dai mille aneddoti con i quali deliziava gli interlocutori.

Assieme agli amici che attorno a lui si sono stretti anche in queste ultime terribili settimane troveremo la giusta maniera per onorarne e perpetuarne la memoria.

Scrive Fiorenzo Baratelli sulla sua pagina Facebook: “Oggi è morto un amico carissimo e fraterno, Paolo Mandini. E’ stato uno dei dirigenti più amati del Pci. Ora sono troppo commosso per parlare di lui… Sono vicino alla figlia Stefania, alla moglie Paola e al genero Luca che lo hanno assistito con amore e affetto in queste settimane in cui abbiamo in tanti sperato che si riprendesse… La morte ce lo ha strappato fisicamente, ma vivrà sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e il privilegio di essergli amico per tanti anni… E’ morto un uomo di valore, buono e giusto”.

(s.g.)

 

Ripubblichiamo qui [leggi] tutti gli articoli di Paolo Mandini pubblicati su Ferraraitalia dal giugno 2014

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NOTA A MARGINE
Quando la sinistra cominciò a cambiare verso

Quando si affacciò alla politica nei fatidici anni Sessanta, la mia generazione ebbe la fortuna di incontrare tanti (non tutti) buoni maestri che seppero contemperare passioni ed impeti giovanili con la quotidianità della politica, che prevedeva dialogo e mediazione, concretezza ed efficienza. Ci insegnarono anche che c’erano dei paletti oltre i quali non si poteva andare. Si creò una generazione critica e assetata del “nuovo” (vedi il Sessantotto), ma anche consapevole e salda nei valori, una generazione che doveva ascoltare e imparare da tutti, ma anche convinta di essere dalla parte giusta.
Questo dialogo intergenerazionale è venuto a mancare attorno alla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta. Sono stati gli anni in cui, sotto le macerie del muro di Berlino che ha sancito il fallimento storico del “socialismo reale”, il PCI divenuto PDS ha cominciato a “cambiar verso”. Qualcuno ha colto l’occasione, a nome e per conto della modernità e del realismo politico, per avviare un lento ma incessante processo di revisione che di fatto risponde a un fallimento, proponendo un’omologazione, adottando sistemi e metodi politici sino ad allora tenacemente avversati. Ci si è liberati dell’ingombrante figura di Berlinguer e si sono scelti con disinvoltura nuovi interlocutori a dritta (destra DC) e a manca (PSI craxiano). Sono arrivati gli anni di Tangentopoli e a Ferrara è scoppiata la vicenda CoopCostruttori. Segnali inequivocabili che qualcosa di serio stava avvenendo: il partito che aveva fatto della legalità e della questione morale un architrave su cui poggiare qualsiasi ipotesi di rinnovamento era in piena mutazione genetica.
Si avviava una stagione politica del tutto oscura e dagli approdi imprevedibili. Qualcosa di profondo stava cambiando in una sinistra che alternava segretari D’Alema, Fassino, Veltroni, Bersani, e sigle Pds, Ds, Pd, a getto continuo, sperando di coprire una crisi e un vuoto politico evidenti. Accusare, come fa Renzi, i suoi predecessori di eccesso di antiberlusconismo come causa prima dell’immobilismo è ridicolo. Assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. Le colpe vere e gravi sono assai più complesse. Innanzi tutto, a differenza del premier, penso stiano nel non aver contrastato a sufficienza il fenomeno Berlusconi, portatore di modelli culturali, politici ed economici aberranti, che hanno intaccato la fibra morale del paese, facendo strame dell’etica pubblica (e privata). La mancata soluzione del conflitto d’interessi è un macigno che peserà in eterno su quel PDS, DS e ora PD. La sinistra di governo e di opposizione si ritagliò un ruolo subalterno e di ambigua acquiescenza. Secondo: in quegli anni forze retrive o conservatrici hanno imposto una globalizzazione economica che ha nelle leggi di mercato un totem intoccabile, un assioma sul quale ormai si sono allineate anche la sinistra italiana ed europea, che pure erano nate per cambiare mercati e rapporti di forza. Latitano progetti ed idee alternative. Risultato?
Siamo alla globalizzazione dei soprusi, non dei diritti per i ceti più deboli. Siamo alla mercificazione brutale del lavoro, alla violazione dei diritti elementari degli uomini, alla ideologizzazione della produttività come unico metro di misura. Si ritorna all’Ottocento con nuove, ma non meno brutali, forme di schiavitù (vedi caporalato o delocalizzazioni). Il primato della finanza sulla politica è strabordante e quest’ultima risponde cercando di strutturarsi anch’essa per oligarchie. Meno democrazia, meno partecipazione, meno controlli, uomini malleabili senza passato e storia, che imporrebbero coerenza, da catturare con il luccichio del potere. Un capo, un popolo.
Questa lunga premessa per dire che Renzi non è il nuovo. Chi pensasse questo prende un clamoroso abbaglio. Il fiorentino è chiamato a completare l’opera di cancellazione della sinistra italiana, confinandola unitamente ai sindacati in una posizione residuale. Vuole creare il partito “degli 80 euro”, che non si ponga grandi problemi di democrazia, partecipazione, di legalità, di rinnovamento. Mance contro acquiescenza. Si esagera? Di fatto la destra gongola e si prepara a completare la transumanza, già a buon punto, inalberando i vessilli renziani. Tutti gli italiani che considerano il potere un fine e non un mezzo sono attratti dalle sirene del premier, che da parte sua fa il possibile per rimuovere ostacoli. Le tesi è che berlusconismo e antiberluconimo si equivalgono nelle responsabilità per il mancato decollo del paese. Il messaggio “il primo Berlusconi (cioè quello della P2, di Mangano stalliere, di Dell’Utri mediatore con la mafia) non mi dispiaceva” non è incidentale, stende un tappeto rosso ai nuovi adepti provenienti da destra perché non impone una storia e dei valori da condividere, li assolve per il passato berlusconiano: Verdini, Previti, Dell’Utri, Cosentino, pari sono ai Rodotà, Zagrebelski, Borelli, Flores D’arcais.
La rottura con il renzismo di parte consistente del popolo di sinistra non è “sentimentale”, come sostiene D’Alema, ma è più grave: è valoriale, identitaria, e tocca la storia e la coscienza di molti di noi. È prevedibile che la disaffezione alla politica e al voto, che con Renzi è aumentata, vada crescendo. Che altri gufi si aggiungano ai due milioni già volati via nelle amministrative recenti, votando altrove o disertando i seggi.
Senza il Centro non si vince è l’altro mantra che si ripete ossessivamente. Ma quale centro? Quello che si conquista solleticandone egoismi, istinti irrazionali, corporativismi, oppure quello che pure il PCI si seppe conquistare in Italia arrivando al 34,4%? Un ceto medio “riflessivo” conquistato in nome del bene comune e di interessi generali. L’Emilia e non solo costruì un blocco sociale dagli orizzonti ampi: città vivibili, servizi efficienti, welfare di sostegno ai più bisognosi, piani regolatori rigorosi, zone industriali all’insegna di uno sviluppo economico ordinato e non selvaggio, città e centri impegnati a sviluppare saperi e cultura. Comunità si coniugava con solidarietà.

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Enrico Berlinguer

La politica ha l’enorme responsabilità di sollecitare negli uomini il meglio e il peggio di sé stessi. Non è l’arte del possibile, ma la quotidiana fatica di rendere possibile ciò che si ritiene giusto. Difficile sostenere che nella sua lunga storia la sinistra abbia lavorato per il tanto peggio tanto meglio. Guardare indietro si può e si deve, altrimenti i libri e la storia andrebbero al macero. Chi non ha passato non ha neanche futuro. Il Berlinguer della questione morale, del governo mondiale dell’economia, dell’austerità e della sobrietà per popoli il cui benessere derivava dallo sfruttamento del terzo mondo e dal saccheggio delle risorse del pianeta è quanto mai attuale (e scomodo). Di sedicenti innovatori le cronache politiche sono zeppe. Anche Craxi si considerò tale. Poi è finita come sappiamo

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L’OPINIONE
Perché la Grecia fa paura

Ma esistono ancora i “socialisti europei”? Man mano che i nodi vengono al pettine l’insipienza e la marginalità di quella che ancora si chiama pomposamente Internazionale Socialista ha del clamoroso. Emigrazione, terrorismo, economia, vedono i vari Renzi, Hollande, Schulze divisi (vedi questione immigrati) o subalterni alla tetragona Merkel e alla finanza internazionale. Si invoca pateticamente “un’altra Europa” dello sviluppo e della crescita ma il panzer tedesco e la famigerata troika hanno a cuore riforme che ancora una volta comprimano salari, pensioni, diritti dei ceti più deboli.
L’Europa che comanda non conosce parole come solidarietà, eguaglianza sociale, protezione dei ceti più deboli. Si programma “una disoccupazione fisiologica”, una crescita – questa sì – di nuove povertà, un indebolimento della democrazia. E’ quello che sta succedendo anche in Italia con il governo Renzi da cui ormai il silente e sofferente popolo della sinistra – ma non solo – ha preso le distanze.
Sono lontani i tempi dei veri socialisti riformatori. I Brandt, gli Olaf Palme, i Bruno Kreiski, i Mitterand avevano dato un senso alto e nobile alla parola socialdemocratico. Fu un periodo felice che vide Berlinguer e il Pci stabilire ampi e proficui rapporti con le idee e programmi che affondavano in un comune terreno di valori ed idealità. Purtroppo quella stagione si chiuse presto e ai creatori della nuova Internazionale socialista succedettero i vari Craxi, Blair, Schroeder (questi ultimi due felicemente accasatisi presso quel capitalismo rampante che dovevano contrastare).
La crisi viene da lontano e i leader (!) degli attuali schieramenti di “sinistra” la stanno accentuando sbiadendo prima e contraddicendo poi ruoli e funzioni che la storia e la politica vorrebbero alternativi ai conservatori lanciati alla rincorsa di un liberismo ottocentesco. Il caso greco è emblematico. Un nuovo gruppo dirigente che non porta nessuna responsabilità dei disastri combinati quasi sempre da governi conservatori politicamente e ideologicamente vicini a ‘frau’ Merkel viene lasciato vergognosamente solo nella speranza che l’accentuazione della crisi di quel paese lo travolga. Un obiettivo politico che va bene a tutta la consorteria politica europea che vede come il fumo negli occhi il nascere – e crescere – di movimenti come Syriza, Podemos, 5 Stelle, e perché no? qualcosa di nuovo anche in Italia che sgombri il campo dall’equivoco Renzi, ridando valore e senso alle parole riforme -che non sono solo quelle volute dalla Confindustria e Marchionne – democrazia, diritti, partecipazione oggi sviliti da leggi su cui la destra italiana ha battuto la testa ma che ora sono fatte proprie da un sedicente uomo della sinistra.
Il popolo greco con la nuova ‘governance’ ha segnato una svolta storica: gli uomini e le donne con i loro bisogni, necessità, propositi vengono prima delle banche, della troika, dello spread eccetera. La politica viene prima della economia. Il voto greco ci trasmette un po’ più di fiducia che rinnovamento – vero – e cambiamento possano trovare anche in chi era sfiduciato perché deluso dalla politica italiana ed europea, nuove ragioni di impegno e di lotta sapendo che gli avversari sono agguerriti e disposti sino in fondo a difendere il loro mondo ed i loro interessi.

Le case del popolo, antiche palestre di politica e civismo

di Edoardo Nannetti

La rivisitazione di persone e luoghi del passato che ispirano buone pratiche anche per il presente, costituisce una operazione non certo nostalgica ma assai utile ad una riflessione collettiva sull’oggi. In questo viaggio un posto non secondario spetta certo alle ‘case del popolo’ per il ruolo svolto, soprattutto nelle cosiddette regioni rosse, nel costruire e sedimentare partecipazione e crescita culturale, politica e civile delle persone. Ho conosciuto e frequentato più le sezioni del Pci, che le case del popolo e ritengo che entrambi quei luoghi, spesso collocati nello stesso stabile magari insieme all’ambulatorio del medico del paese, facciano parte di una tradizione di ‘pedagogia di massa’ svolta per decenni dalla sinistra e dalla sua area di riferimento sociale.
Devo mettere in guardia dalla tentazione di considerare il termine ‘pedagogia’ con quella sufficienza oggi di moda, fondata su un’immagine paternalistica del ruolo pedagogico: la pedagogia può essere cosa ben diversa dal plagio delle menti, può essere il fornire alle persone strumenti per costruire la propria maturità, partecipazione creativa alla vita ed alla società; incontrare un vero maestro è un dono.
Questo ruolo importante svolto dalle case del popolo si articola su diversi piani. Certamente c’è l’attività politica-culturale e sociale. C’è anche un non meno importante ruolo ricreativo, relazionale, assai vicino, a mio parere, a quell’’otium’ dei latini, luogo di espressione alta della persona; quello stare insieme e scambiarsi pensieri, esperienze, contatto umano, indispensabili a quelle costruzioni di senso individuali e collettive, che fondano relazioni solidali come la dignità di ciò che si è come individui e in una narrazione collettiva. In questo ‘humus’ è cresciuta la capacità di persone spesso appartenenti alle classi più umili, di sentirsi più di sé stesse, di sentirsi liberi e protagonisti della storia del nostro Paese, di sentirsi appunto un popolo (cosa non scontata in una realtà come la nostra divenuta nazione assai tardi e con gravi limiti).

Questo intrecciarsi di cultura, politica e relazioni umane ha consentito anche di mantenere per molte persone la capacità della memoria del passato e dell’immaginazione del futuro, in un legame tra generazioni che si trasmettevano la continuità delle radici ma al tempo stesso non sfuggivano alla sana tensione che spinge i giovani a inventarsi il nuovo.
Salvatore Settis, in un recente intervento, rivendica per l’oggi questa necessità di essere una sorta di Giano bifronte, che riesce ad immaginare un futuro proprio perché sa guardare al passato. Ricordo come fosse normale, per noi giovani, acquisire dai ‘vecchi’ le conoscenze sul passato ed al contempo esercitarsi a immaginare come poteva essere la società futura. Ancora: questi luoghi consentivano di mantenere ed ampliare la capacità di pensiero, cioè di qualcosa di non frammentato, la capacità di cogliere i nessi fra le cose. Questo forse è l’aspetto che può apparire meno congruo all’argomento ma, se ci guardiamo intorno, non possiamo non vedere la caduta della capacità di pensare sia individuale che collettiva; vedremo tra poco quanto conti nel discorso.

Un confronto con alcune problematiche odierne ci può forse aiutare a vedere un percorso per uscire dalla situazione ‘infernale’ (come l’ha chiamata Pasolini) in cui ci siamo cacciati.
Innanzi tutto abbiamo assistito da un lato alla devastazione antropologica prodotta dalla società dei consumi e dai suoi epigoni. Per altro verso la sinistra e le sue diramazioni sociali ha rinunciato da tempo alla funzione pedagogica di massa, si è resa subalterna ai disvalori dominanti ed ha fatto perdere al popolo quella pedagogia liberante che dicevo poco fa. Siamo così passati dalla spinta del popolo a contare in modo partecipato alle decisioni su tutte le questioni sociali, ad un popolo fondamentalmente individualista ed apartecipativo. I valori solidaristici sono ampiamente sostituiti dalla guerra di tutti contro tutti, divenuta a sua volta per molti un valore condiviso. Il senso di essere popolo si è molto logorato.

Per quanto riguarda la memoria dico solo, a titolo di esempio, che mentre i figli del popolo (consentitemi questo linguaggio desueto ma caldo) al tempo delle case del popolo, anche se a scuola non si studiava la storia degli ultimi decenni ed anche se non avevano conosciuto direttamente il fascismo, sapevano di Mussolini, della resistenza e del suo ruolo di riscatto nazionale, delle lotte postbelliche, di Togliatti o De Gasperi, del 18 aprile eccetera. Queste cose le imparavamo nelle case del popolo, nelle sezioni di partito e soprattutto nelle nostre famiglie per una sentita ansia di tramandare. Nel recente film di Veltroni “Quando c’era Berlinguer”, la maggioranza degli intervistati non sa chi lui sia stato (e non solo i giovani). Questa ‘damnatio memoriae’ con cui la sinistra ha voluto cancellare Berlinguer è solo un esempio della più ampia ‘dimenticanza’ di lotte e valori. Mentre nei decenni passati si manteneva una continuità col passato che dava senso al futuro, ora si è verificata una cesura, una perdita della memoria collettiva. Questa cesura, che a livello individuale sarebbe considerata fonte di malattia psichica, è analogicamente applicabile alla vicenda collettiva: infatti la nostra società è psichicamente più malata.

Questa cesura col passato rimanda alla perdita di capacità di pensiero collettivo e individuale: dove c’è frammentazione non può esserci pensiero, che invece deve costruire nessi.
Il tema si collega alla vita che facciamo, sempre ‘connessi’ a un social, a twitter, al computer, a cellulari–pc sempre più sofisticati. Condannati a passare molto tempo a rispondere ad input, a seguire automatismi, ad affollare di pseudo informazioni la nostra mente. La tecnologia usata in questo modo non è informazione e tanto meno memoria, al massimo è ‘archivio di dati’ ma privati del senso, del significato, in un eterno presente che chiude la possibilità di futuro. I neurobiologi ci spiegano, addirittura, che questo superallenamento della parte sinistra del cervello a rispondere automaticamente ad input tecnologici crea frammentazione, lascia quasi atrofizzare gradualmente la parte destra che dovrebbe costruire linguaggio e perciò nessi e pensiero; l’affollamento delle reazioni frammentate ci toglie lo spazio creativo, cambia le stesse strutture neurali del cervello, in sostanza ci rende più stupidi, incapaci di essere soggetti desideranti… e cresce l’infelicità.

Cosa c’entra tutto questo con le Case del Popolo?
C’entra eccome, perché in quell’esperienza si ritrovavano molte delle cose che ora ci mancano e che rendono più arida la nostra vita, inquinata la nostra anima, si ritrovavano gli antidoti a certi veleni. Tutti ci lamentiamo della nuova schiavitù ma non riusciamo a tematizzarla; invece nelle case del popolo la sofferenza sociale trovava anche occasione per pensare un mondo diverso.
Allora dobbiamo rifare le Case del Popolo? Certo non si tratta di riproporre alla lettera un’esperienza del passato ma ci può fornire l’ispirazione per ricostruire un’alterità che resiste e pensa una trasformazione vera, partendo dalla nostra ‘scontentezza’ rispetto ad una ‘situazione’ che divora la parte più profonda della persona.

Sembrerà strano, ma in uno scritto che parte dalle Case del Popolo voglio concludere citando Bergoglio: “il tempo fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi,…i cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro…Il tempo è superiore allo spazio…Uno dei peccati nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi del potere al posto dei tempi dei processi…A volte mi domando chi sono quelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dare vita ai processi che costruiscano un popolo, più che ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana.”

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IL RITRATTO
Il secolo di Ingrao, passioni e dubbi di un comunista eretico

Oggi Pietro Ingrao compie cento anni: auguri di cuore! E’ stato un politico anomalo, difficilmente catalogabile, soprattutto se ci guardiamo attorno in questo tempo di crisi della politica. Comunista italiano, eretico, pacifista, utopista, dirigente politico, poeta, critico cinematografico, uomo delle istituzioni, sempre vicino ai movimenti nuovi della società civile, difensore della Costituzione aperto alle proposte di una sua riforma. Tante definizioni, e tutte insufficienti. E’ stato uno dei massimi dirigenti del Pci, ma fu più amato che seguito. E molti ‘ingraiani’, come spesso succede ai discepoli, non hanno sempre reso un bel servizio al Maestro. Ciò che costituiva l’elemento fondamentale del suo fascino, l’elogio del dubbio, era anche ciò che gli creava attorno un alone di sospetto e di inaffidabilità per i numerosi nipotini di Machiavelli: i ‘totus politicus’ di marca togliattiana. Fu più gramsciano che togliattiano.

Per sintetizzare il suo approccio alla politica ricordo una riflessione di un filosofo comunista e amico di Ingrao, Cesare Luporini: “Le cose non hanno un fondamento, hanno un fondo. Il ‘Grund’ di Marx non è un fondamento, è un fondo. Bisogna andare al fondo delle cose.” E per Ingrao questo fu sempre l’assillo del suo fare politica. Ci sono due concetti chiave del suo pensiero: l’attenzione per il molteplice e il dubbio permanente. Sono due ingredienti che fanno esplodere un concetto lineare della politica ridotta a puro esercizio del comando, o a carriera personale.
Facciamo parlare don Luigi Ciotti a commento di questi due pilastri dell’ingraismo. “Sono la base dell’etica e della conoscenza. ‘Attenzione per il molteplice’ significa coscienza della varietà e diversità della vita, del suo divenire, capace sempre di sorprenderci al di là delle previsioni, dei programmi, e delle spiegazioni che tutti pretendono di dare. ‘Dubbio permanente’ è l’atteggiamento di chi s’inoltra in questo cammino di conoscenza che non è solo intellettuale, ma esistenziale. Dubita chi non resta in superficie, chi sa che c’è sempre un ‘oltre’ e un ‘altro’ in attesa, chi rifiuta la scorciatoia delle risposte facili e dei pensieri sbrigativi, chi, più della verità, ama la ricerca della verità. Riassumo tutto questo nella parola ‘eresia’, intesa come scelta. L’eretico sceglie, si assume una responsabilità, un rischio, non si conforma per opportunismo, per paura o per quieto vivere all’andazzo generale. Ascolta la sua coscienza e difende, anche a caro prezzo, la sua dignità di persona libera. Che è quello che Pietro Ingrao ha fatto per tutta la vita.”
Eppure non fu facile, né lineare la sua militanza in un partito serio e duro come fu il Pci durante il novecento, il secolo ‘grande e terribile’. Ricordiamo due episodi esemplari. L’invasione dell’Ungheria nel 1956, quando Ingrao come direttore dell’Unità scrisse un articolo intitolato “Da una parte della barricata”, nel quale prendeva posizione a favore dell’intervento repressivo dell’Urss, e che giudicò il più grande errore della sua vita. E il momento della nascita dell’ingraismo come stile etico di un modo di stare nel partito quando all’XI congresso del Pci (1966) rispose all’assedio di critiche alla sua richiesta di ammettere la presenza del dissenso nella vita quotidiana del partito: “non mi avete convinto…”.

Non è il luogo per citare e commentare i numerosi libri e saggi che Ingrao ha scritto e pubblicato. Mi limito a riportare alcune frasi di un breve articolo che dedicò ad uno dei suoi eroi: “Charlot: l’antagonismo dell’eroe buffo” (“La Città futura”, 11 gennaio 1978). “Charlot non è solo un comico. Non è solo una vittima; è uno che combatte sempre, e ‘resiste’. Ricordate il gesto charlottiano: il gesto della mano con cui egli, anche quando si ritira per non buscarle, fa il segno al prepotente di starsene lontano, di stare attento: ribadisce una dignità e una autonomia. Ricordate i finali dei film chapliniani: l’omino si allontana in campo lungo, scrollandosi le spalle, rifiutando l’integrazione; ma non si vede dove porta la strada su cui cammina, ed è un’apparizione solitaria nella strada, anche quando (come nel finale di “Tempi moderni”) sono in due: lui e la donna, quest’immagine tante volte sognata. A voler adoperare un termine gramsciano, si potrebbe dire che nell’omino, anche quando è sconfitto e ripiega, resta sempre viva la dignità dello ‘spirito di scissione’.” Ai baldanzosi vincenti della politica di oggi suggerisco la lettura della sua raccolta di poesie: “Il dubbio dei vincitori” (Mondadori). Auguri, caro Pietro, politico democratico, colto e gentile. Con affetto e riconoscenza…

Fiorenzo Baratelli
è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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SETTIMO GIORNO
Cercasi opposizione disperatamente

NAPOLITANO – Il Capo dello Stato va veramente in pensione, non è un nuovo espediente per prolungare ancora il mandato e, pertanto, è arrivata l’ora di tirare le somme del suo impegno novennale. Un voto? Non me la sento, posso dire soltanto che negli ultimi anni non sono stato politicamente d’accordo con lui. Con Napolitano abbiamo spesso confrontato le idee trovandoci sulla stessa lunghezza d’onda, eravamo nello stesso partito, il Pci, lui era uno dei grandi della segreteria, io ero un buon scrittorello, quello che sono rimasto. Ricordo una volta che, a Bologna, seguimmo insieme un importante convegno alla John Hopkins University, Napolitano era uno dei due ospiti d’onore, l’altro era l’allora ambasciatore Usa in Italia, John Volpe, detto anche John Golpe, il quale lanciò un’idea assolutamente liberticida: era necessario, disse, nominare quattro uomini ai quattro lati del mondo che sarebbero dovuti diventare gli “architetti della libertà”. I popoli? La gente comune, imprenditori, impiegati, operai, intellettuali avrebbero dovuto affidare le loro idee e la loro sicurezza ai quattro g mondiali. Ci avrebbero pensato loro. Uscendo per una pausa nel giardinetto dell’università americana, con Napolitano ci sedemmo su una panchina a ragionare e fummo pienamente d’accordo sul fatto che l’idea di Volpe (di Golpe) rappresentava la strada maestra per sopprimere libertà e democrazia. Poi Giorgio Napolitano divenne il leader dei miglioristi e addio al Pci. Negli ultimi anni il vecchio uomo politico ha affidato il governo (senza indire elezioni, forse un bene) a personaggi del tutto insignificanti, se non addirittura nefasti per la nostra società, ma assomigliavano tanto, ognuno a modo suo, a uno dei quattro “architetti della libertà” dell’ambasciatore Volpe, messi lì, così è sembrato, a far da pali, come avrebbe scritto Giuseppe Giusti, finché non è arrivato il signorino di Firenze (quello che assomiglia tanto al cugino saputello e antipatico di Tom Sawyer) questo non è mica di passaggio, fa tutto lui. Come Berlusca.

OPPOSIZIONE – Da tutto questo si deduce che, nonostante la vecchia conoscenza con Napolitano, sono stato e sono imparzialmente critico sul suo operato, ma un poco mi ha disgustato quella che in Italia passa per essere l’opposizione, la quale, incapace di svolgere adeguatamente il ruolo importante di critica che le spetta di diritto in un sistema democratico (?), non riesce a far altro che urlare, oh come urlano gli oppositori e, quando non hanno più parole, insultano. Succede così che l’opposizione politica in Italia è inesistente: non un argomento che sia uno oltre il grido e l’improperio. Nel linguaggio politichese in uso qui da noi non si dice “amico caro, hai sbagliato”, ma “sei un cretino”.

DIOGENE – Aveva ragione il filosofo greco Diogene, il quale abitava in una botte (per non pagare l’Imu?) e andava in giro con la lanterna “per cercare l’uomo”, diceva a chi gli chiedeva ragione del suo strano comportamento. Ho provato anch’io a cercare l’uomo con la lanterna, ma subito il telefono ha trillato (erano le 14 e stavo riposando): era la signorina di un call center che mi proponeva un contratto favorevole per l’uso della lampada. Ho risposto che in casa non c’è alcuno, “il signore è morto poco fa”, ho aggiunto. E’ seguito un silenzio interdetto, poi la voce: “mi sa dire quando resuscita?”

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LA RIFLESSIONE
Ultimi bagliori del Duca Rosso

A giudicare dal pubblico, il ritorno sulla scena ferrarese di Roberto Soffritti è questione che interessa solo i reduci della politica. Alla sala dell’Arengo, che nei giorni scorsi ha ospitato un suo confronto con la stampa in stile “tribuna politica” (organizzato dal Think tank “Pluralismo e dissenso” e moderato da Mario Zamorani), c’erano molti capelli bianchi e pochi o nessun under 50. Il chiaro segnale che l’epopea del Duca Rosso è davvero conclusa in tutti i sensi, non appassiona i giovani ma desta giusto curiosità fra chi ha vissuto quegli anni da protagonista: in platea, infatti, la prevalenza era di ex amministratori e “addetti ai lavori”…

Le luci fioche della sala e il tono da confessionale dell’oratore hanno contribuito a rendere un po’ surreale il clima l’incontro, animato dalle domande di Stefano Lolli (Resto del Carlino), Stefano Scansani (la Nuova Ferrara), Stefano Ravaioli (Telestense), Marco Zavagli (Estense.com) e, per Ferraraitalia, dall’estensore di questa nota. Anche i riflessi sui giornali, che abbiamo atteso per valutare l’accoglienza in città, sono stati misurati e non hanno finora sollecitato alcun commento da parte dei lettori.

Eppure, nel bene e nel male, Soffritti a Ferrara ha segnato un’epoca. I suoi sedici anni da sindaco, interpretati da primattore quale egli era, in tempi caratterizzati da frenesia e rapidità, equivalgono quasi a un regno. Di alcune attuali derive politiche è stato per molti versi uno spregiudicato anticipatore: delle larghe intese, per esempio, che gli oppositori di allora (a rischio di querela) definivano “consociativismo”; ma anche di una “politica del fare” che dribbla la questione morale e si misura solo con i vincoli di legge: un approccio in base al quale le cose sono “lecite o vietate”, mentre “l’inopportuno” – nel Soffritti-pensiero – risulta una categoria con cui si baloccano le inconcludenti anime belle. “Quando c’è qualcosa che non va, si muove la magistratura: il resto sono chiacchiere”, ha affermato tranchant.

Con un artifizio retorico, un’apparente deminutio auctoris impiegata per strappare il consenso, l’ex sindaco considera plausibile (per inesausta volontà di fare) d’aver commesso anche “diecimila errori”, ma a nessuno dà un nome. Mentre con sdegno respinge puntualmente tutte le principali accuse che da anni gravano sul suo capo: la scelta di Cona come ubicazione del nuovo ospedale (“di fatto dettata dalla Regione”); la controversa gestione della vicenda relativa al Palazzo degli Specchi (“frutto di intrecci romani”); le salde relazioni con la Coop Costruttori di Giovanni Donigaglia.
Al riguardo evoca spesso, ma non nomina mai, i suoi strenui oppositori interni di allora, che rispondono principalmente ai nomi di Fiorenzo Baratelli e Paolo Mandini. Nomi che sulle sue labbra non affiorano, se non implicitamente nelle smorfie di fastidio che si tracciano quando tratta quei temi e spiega che tutto è frutto di “malintesi, cose che non si sanno o si finge di ignorare, montate ad arte da chi non capiva o non voleva capire”.
“Io non sono stato il sindaco più bravo di questa città – replica a chi glielo chiede – ma quello che ha fatto più cose”, il che però nella sua testa è una tautologia, alla luce della quale inciampa la falsa modestia.

Rivendica persino, con discreta faccia tosta, le ragioni della sua conversione da moderato del Pci (“mi dicevano che ero un socialdemocratico”) ad alfiere del Pdci, in veste di tesoriere nazionale e deputato: una scelta compiuta non perché repentinamente fulminato dal verbo marxista-leninista sulla via di Roma, ma a causa del fatto (ammette quasi con candore) che tutti gli incarichi politici prefigurati dopo il ’99 sfumavano inevitabilmente (“benché per me si fossero spesi Montanari per la Regione e addirittura Veltroni per le Europee”), complice la malevolenza dei soliti noti che gli strionfavano contro. Così, nel 2006, alle profferte “dell’amico Diliberto”, non ha potuto resistere, non per conversione ideologica ma per evidente brama dello scranno di Montecitorio, una ghiotta opportunità per proseguire la sua pragmatica parabola. E a chi gli chiede conto di quella giravolta verso la sinistra radicale ricorda come “allora appoggiavamo Prodi, dando quindi un sostegno fondamentale al governo del Paese”. Mentre oggi che il piccolo PdCi è fuori dall’orbita governativa e da ogni cabina di regia, il saggio Soffritti è alla ricerca di un nuovo approdo, che non sarà “con quelli dell’Altra Emilia Romagna”.

Guardando indietro il Duca Rosso rivendica con orgoglio la sua innaturale alleanza con la Dc di Nino Cristofori (braccio destro di Giulio ‘Belzebù’ Andreotti), in un certo senso prodromo delle larghe intese attuali. “Accordi indispensabili in una città di agrari – sostiene, riferendosi al suo antico patto – per ottenere il consenso vasto e diffuso necessario per fare ciò che serviva a Ferrara”.
Insomma, il ‘fare per il fare’, senza badare troppo al ‘come’. D’altronde è proprio quello che da anni ci “insegnano” tutti coloro (da Berlusconi a Renzi) che avendo responsabilità di governo spiegano che non si può andare troppo per il sottile, che le cose “vanno fatte e basta”.

Così è per Soffritti e per tanti altri che sono stati o sono al vertice delle istituzioni e dei partiti. Tanti governanti di piccole e grandi città, di Regioni bianche o rosse, di governi nazionali. Loro “fanno” per cambiare il Paese. Invece resta tutto uguale, le stesse inerzie, la stessa mentalità, gli stessi scandali. E non a dispetto dei loro sforzi, ma a causa dei loro metodi: perché proprio l’esasperata “politica del fare” è terreno di pastura per quelli che, non a caso, si chiamano affaristi o faccendieri, abili a infiltrasi nei suoi anfratti e a corromperne la natura. Sono loro, ancora loro, i tragici protagonisti delle cronache politiche e di quelle giudiziarie di Nostra Italia del Miracolo anno domini 2014.

Guarda il video dell’incontro [vedi]

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SETTIMO GIORNO
Politica alla frutta, case sfitte e senzatetto: c’è qualcosa che non va

D’accordo, sono collerico, intransigente, estremista, pessimista, o, come dicevano alcuni compagni (quando esistevano ancora) “catastrofista e avventurista”. Ero, insomma, un rivoluzionario inaccettabile all’interno dei partiti moderati e borghesi del nostro Paese, nessuno escluso. Ricordo un congresso del Pci a Roma quando era cominciata la lunga marcia dei miglioristi impegnati a togliere di mezzo i massimalisti-settari-giacobini e rivedo, là nella platea del teatro che ospitava l’assemblea, rivedo Umberto Terracini, vecchio amico con il quale avevamo fatto alcuni importati processi, l’ultimo quello della risiera di San Sabba a Trieste, era là il povero Umberto, nessuno era al suo fianco, né dietro né davanti in una sala gremita a dimostrare la solitudine di chi è capace di pensare: gli andai vicino e lo abbracciai. Come va, Umberto, gli chiesi e lui girò la testa di fianco a sinistra e poi a destra e rispose, ecco, vedi come sto, mi hanno lasciato solo i compagni: Umberto era l’uomo che aveva scritto la nostra Costituzione, la più liberale, aperta e moderna al mondo.
Fatto questo doveroso autodafè, oggi posso aggiungere che purtroppo avevo ragione e, sinceramente, essere cassandre è un mestiere non molto gratificante. Ma tant’è, proviamo a fare questo compitino settimanale senza piangersi troppo addosso.
LA FRUTTA – Siamo alla frutta, forse al caffè, l’Italia è in ginocchio, ma non ci sono le forze per rimetterlo in piedi, il nostro è un paese affondato nelle deiezioni di schiere di disonesti, tutti d’accordo nel derubare e derubarsi a vicenda e non si creda che sia possibile circoscrivere la cacca a Roma, purtroppo il guano è dovunque, anche nelle nostre virtuose province. Il famoso modello emiliano-romagnolo? Pfui! Finito, anche qui la poltrona è il simbolo e la meta di ragazzotti a cui la politica serve per fare una misera ieri dal giornalaio una signora mia amica, basta – ha detto – bisogna dare in mano il paese a un solo uomo, abbiamo già avuto Mussolini, ho risposto,, è lo stesso, ha ribadito. Ecco il fascismo che è avanzato prepotente, ho pensato, ma non si può più fare una sola marcia su Roma, troppe marce in tutte le direzioni. Ci vorrebbe una vera rivoluzione, ma chi la fa? La Lega? Ma va. La faranno gli ex sindaci, bocciati come amministratori ma promossi, chissà in base a che cosa, a sagaci managers.
LE ABITAZIONI – Nelle nostre città ci sono centinaia di migliaia di abitazioni vuote, molte mai occupate e centinaia di migliaia invendute, eppure strilliamo che bisogna riprendere a costruire per dare fiato al mercato immobiliare. I senzatetto? Ci penseranno la cariche della polizia ad allontanarli. Mi pare che ci sia qualcosa che non funziona.
LA EKPHRASI – Estrapolo la parola da un veloce depliant trovato al bar come invito turistico per la grande mostra sul Bastianino che si apre ai Diamanti. Ora tutti sanno che cosa significa “ekpfrasi”, parola coniata negli anni Trenta dal grande studioso d’arte Roberto Longhi, è un vocabolo entrato prepotentemente anche nel nostro lessico, familiare e popolare, la signora Giuseppina l’ha sempre sulle labbra, anche quando si rivolge al nipotino “ciò, Radames vam a tor un’ekphrasi.” E quanta ne debbo prendere, nonna?, “mezz chilo, va là”. Ma è il simpatico depliantino a spiegarci l’arcano: “i lampi sono quelli che agitano una scena creativa post rinascimentale e controriforiformata che si è infoscata”. Finalmente chiaro. Speriamo che il turista non s’incavoli.

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