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Guerra in Ucraina: niente di nuovo sul fronte occidentale?

Dopo 4 mesi di guerra, alcuni fatti oggettivi emergono:

La Russia sta conquistando, seppure con fatica, tutto il Donbass.

Le armi all’Ucraina non riescono a fermare l’avanzata dei russi.

Le sanzioni colpiscono i cittadini russi, la reazione russa anche tutti noi, ma non Putin (il rublo è sempre più forte).

Più la guerra procede, più aumentano distruzioni e morti (200-300 soldati ucraini al giorno, 26mila civili fino ad oggi e 38mila soldati russi, secondo fonti inglesi).

Cresce l’ inflazione (che durerà) e la de-dollarizzazione, cioè un Nuovo Sistema Monetario Internazionale che indebolirà il dollaro in un mondo che da global diventa bi-polare (prevalentemente).  Si profila una lotta in cui le conseguenze sono, sia per russi che per occidentali, un crescente impoverimento e una “gara” a chi cederà prima per arrivare a una pace.

La guerra porta a una recessione globale molto pericolosa per i fallimenti a cui potrebbe portare. Il debito (privato+pubblico) è salito dal 200% del 1999 al 350% del Pil mondiale e alcuni analisti (tra cui Nouriel Roubini, che spesso ci prende) prevedono un crollo di tutte le ricchezze reali e finanziarie e un’esplosione delle bolle (immobiliari, criptovalute, azioni e obbligazioni) anche del 50%.

Alle ultime elezioni amministrative italiane ha votato solo il 28% dei cittadini a basso reddito (63% di quelli a medio, 79% ad alto reddito): dal voto ideologico passiamo a quello economico.

Più la guerra avanza più si riducono le risorse della UE per il periodo fino al 2027, che servivano per rilanciare il welfare, l’occupazione e la “transizione ecologica”.

Il Governo italiano, per contenere le bollette stratosferiche, ha già speso 30 miliardi (metà del budget di Scuola e Università), inclusi i 200 euro che arrivano con le pensioni e stipendi dal 2 luglio, ma se l’inflazione sarà -come si stima- del 10% gli italiani perderanno nel 2022, in termini di potere d’acquisto, circa 88 miliardi (2.900 euro medi per famiglia).

Chissà quando arriverà la “pace”. Alcuni dicono mesi, altri anni, ma prima o poi un dopoguerra dovrà esserci. Dalla durata della guerra dipenderà il livello di impoverimento mondiale a cui andremo incontro. In estate il caldo e le vacanze faranno percepire la guerra più lontana, ma in autunno gli effetti andranno crescendo anche da noi. Al di là della benzina e di tutto il resto, a ottobre arriveranno le nuove bollette del gas. Dal 1° luglio Arera ha comunicato che non ci saranno aumenti per il trimestre luglio-settembre, in quanto saranno sterilizzati con 3 miliardi di altro debito pubblico, ma la stangata rischia di arrivare in ottobre-dicembre quando i consumi decollano. L’incremento dipenderà dal prezzo del gas alla borsa di Amsterdam perché a quello sono agganciate le bollette dei clienti del mercato cosiddetto “tutelato” (12 milioni nell’elettricità  – erano 24 milioni nel 2011;  7,675 milioni nel gas  – erano 17 milioni nel 2011). Gli aumenti ci saranno anche per chi ha contratti nel “libero” mercato. In questi giorni il prezzo del gas è 1,46 euro per metro cubo (era 0,80 in febbraio). In ottobre sapremo se sarà possibile mettere un “tetto” (pare di 0,90) al prezzo del gas russo, ma è molto improbabile che la Russia accetti e poiché il prezzo alla borsa di Amsterdam è legato al mercato (che per definizione è speculativo) in presenza di riduzione del gas russo, il prezzo internazionale potrebbe anche salire. A quel punto non rimane che fare ulteriore debito pubblico per evitare ulteriori aumenti.

Il Governo dopo aver tassato del 25% gli extraprofitti, ha chiesto un aiutino del 10% alle Utility e importatori (Snam,…) che ci stanno guadagnando tra il prezzo che hanno pagato all’import e quello che applicano ai clienti e pagheranno il 10% su questa differenza. Il 90% è invece un extraprofitto che si tengono loro (circa 40 miliardi). A parte qualche utility che ci sta perdendo (come le poche che hanno fatto contratti a prezzi fissi lo scorso autunno per un anno), per tutte le altre è un periodo d’oro.

Chi ha un contratto a “libero mercato” ha avuto un incremento dei prezzi di gas e luce molto forte negli ultimi 9 mesi (come molti sanno). Il prossimo trimestre gli aumenti, come detto, sono sterilizzati dal Governo ma le bollette rimangono alte (anche se non crescono); servono solo 3 miliardi perché i consumi in estate sono bassi. Cosa succederà invece in ottobre-dicembre? Si spera in un tetto al gas europeo o in una nuova sterilizzazione (ma siamo già a 30 miliardi di debito), ma anche con questa le bollette rimarranno altissime rispetto agli inverni passati. Per avere un’idea basta considerare come varieranno i prezzi di quei pochi fortunati (circa il 10% di famiglie) che avevano fatto un contratto annuale a prezzo fisso e non hanno avuto fino ad oggi alcun aumento. Le utility hanno mandato le lettere dei nuovi contratti unilaterali del gas (non puoi farci nulla, salvo disdettare e trovare un’altra utility che più o meno fa un prezzo simile). Così chi consuma 480 metri cubi all’anno passerà dal 1° ottobre da 230 euro a 750 euro, chi ne consuma 700 mc. da 300 a 1.050, e la “famiglia tipo” che consuma 1400 mc. da 500 a 2.000 euro, infine chi consuma 2mila mc. da 680 a 2.700. Un artigiano che consuma 5mila mc. pagherà 6.700 euro anziché 1.500. Per ora gli aiuti di Stato si limitano fino a consumi di 5mila m.cubi/anno. Più o meno idem per la luce.

Come si può capire, si tratta di un impoverimento significativo se si considera che anche il resto dei consumi sarà in forte aumento. Se la guerra procede le stime dell’inflazione variano dal 10% al 13% nei prossimi 2 anni. Significa una riduzione del potere d’acquisto in 2 anni del 25%, che si avvicina a quanto hanno subito i Greci nella crisi del 2008 (perdendo dal 25% al 35% del potere d’acquisto e per le pensioni dal 30% al 50%). Se poi ci sarà il razionamento del gas, saranno le famiglie a subirlo per prime (si stima mancherà il 20% del gas), in quanto quando vengono colpite le imprese si determina anche un calo dell’occupazione.

A confronto con gli ucraini queste sono piccolezze, se si pensa che già oggi metà degli abitanti delle zone in guerra hanno perso casa e lavoro e la devastazione del territorio e l’inquinamento in corso sono enormi; inoltre alcune decine di milioni di africani, insieme all’inflazione altissima, forse non avranno proprio il cibo. Le sanzioni colpiscono anche i cittadini russi che però sono abituati da decenni alle ristrettezze, mentre la Banca centrale russa e lo Stato hanno, paradossalmente, proprio da quando sono in atto le sanzioni, più risorse di prima. Le aziende russe che riducono la produzione hanno l’ordine di non licenziare e offrire alternative di lavoro in altre imprese o in agricoltura. Ciò rassicura la popolazione delle grandi città, che sono le uniche che Putin teme. E poiché le sanzioni occidentali sono percepite dall’83% dei russi come ingiuste, esse rafforzano l’adesione a Putin che si è liberato con la forza di ogni opposizione. L’idea che Putin sia defenestrato da un golpe interno o da una opposizione (messa a tacere) è quindi molto azzardata.

L’Europa con una mano dà le armi all’Ucraina e con l’altra paga Putin. E’ il paradosso di una Europa che ha acquistato 30 miliardi di gas e altri 30 di petrolio dalla Russia nei primi 100 giorni di guerra, molto più del periodo precedente per via degli alti prezzi innescati dall’invasione. Inoltre la Russia vende sempre più petrolio a Cina e India in quanto il greggio russo Ural costa (con lo sconto ai due paesi amici) 40 dollari al barile in meno di quello degli arabi (anziché i 10 di norma) e già oggi (l’embargo sul petrolio russo scatterà il 1° marzo 2023) Cina e India hanno completamente sostituito gli acquisti europei. Ora si pensa di vietare l’import dell’oro dalla Russia (che ha il più grande giacimento al mondo) e si vieta alla Svizzera di commerciarlo, ma per Cina e Russia avere più oro significa anche avere un “collaterale” che rafforza le proprie monete e se non c’è la Svizzera, ci sarà sempre un Dubai che le commercializza nel mondo.

Inutile, in un mondo diventato bi-polare le sanzioni contano pochissimo. L’Europa compra il costoso gas liquefatto dagli Usa anche perché la Cina ora lo compra dalla Russia e la costruzione in corso dei gasdotti Power Siberia sposterà il gas russo dall’Europa alla Cina. L’effetto di lungo periodo per noi europei sarà un gas ad un prezzo maggiore, una minore dipendenza dalla Russia ma maggiore dagli Usa e da altri Stati dispotici. La Russia invece dipenderà dalla Cina.

Ciò spiega la rivalutazione del rublo (+30% sul dollaro rispetto al pre-guerra), dopo che si era svalutato moltissimo nelle prime settimane dell’invasione. Gli analisti finanziari pensavano nelle prime settimane dell’invasione che la Russia avrebbe pagato un conto salatissimo ma, ora pensano che ciò non solo non sia più vero, ma che il conto salato lo potrebbero pagare gli Europei. Così si va indebolendo l’euro sul dollaro svalutatosi del 10% negli ultimi mesi (e anche sul rublo):le sanzioni funzionano”, come ha detto Draghi sembra, pertanto, più un desiderio che la realtà.

Procede il progetto di fare dello yuan una moneta internazionale alternativa al dollaro sostenuta, oltreché dalla Cina, da Russia e dai Brics (Brasile, India e SudAfrica). Il progetto si basa sugli scambi crescenti tra questi paesi e di Cina e Russia verso Nigeria, Senegal, Sudan, Costa d’Avorio, Togo, alcuni paesi Arabi e soprattutto India e Turchia, le quali (come avevamo già indicato in un precedente post) raffinano il greggio russo e lo esportano poi verso i paesi europei aggirando le sanzioni (la Turchia fa parte della Nato…).

Ciò spiega perché gli Stati Uniti siano preoccupati del dinamismo cinese, che si traduce nel prestare soldi ai vari paesi a medio reddito in giro per il mondo (africani, ora il Pakistan,…), sapendo che esso è uno strumento eccezionale di strategia geopolitica per portare questi paesi nella sfera d’influenza cinese. Usa ed Europa rispondono così alla Cina con una propria strategia da 600 miliardi verso i paesi poveri (speriamo che la “concorrenza” faccia bene).

C’è chi pensa che da metà luglio con le nuove armi occidentali l’Ucraina possa riconquistare il Donbass. Il timore è che il prolungarsi del conflitto mandi in tilt più l’Occidente che la Russia. L’Occidente ha cittadini meno avvezzi a sopportare pesanti disagi, e questi cittadini votano. Negli Stati Uniti l’inflazione ha superato il 9% e un grave incidente alla produzione del gas liquefatto ha ridotto del 17% l’estrazione. Cresce così la preoccupazione che l’inflazione potrebbe alzarsi in piedi ben oltre il 10%, nonostante il rialzo dei tassi di interesse della Fed Usa che potrebbe avviare una recessione prima delle elezioni di novembre di mid term. La cosa terrorizza Biden che ha un consenso ai minimi termini e fatica a defiscalizzare la benzina perché fa perdere preziose entrate per le infrastrutture già avviate. Queste “grane” hanno messo in allarme Biden e potrebbero portare ad una “svolta”, in cui, insieme al formale sostegno di sempre all’Ucraina, si adotti un approccio più morbido e si giunga così ad un negoziato in autunno. Certo che se ci fosse un’ Europa tutto sarebbe più semplice, ma purtroppo non c’è nessuna Europa.

Bielorussia, la fine dell’umanità alle porte di casa nostra

 

La foto in copertina (Foto di Dire.it – https://www.dire.it/) mostra tutto l’essenziale. Povere persone, famiglie, in fuga da paesi distrutti da guerre, coperte con mezzi di fortuna, inermi, affamate e semiassiderate (qualche giorno fa un bambino di un anno è morto di freddo). Il confine è quello tra Bielorussia e Polonia. A fronteggiarli, la guardia di frontiera polacca in assetto di guerra, come dovesse contrastare l’invasione di un esercito nemico.

La Bielorussia accoglie i migranti in fuga dal Medioriente (siriani e iracheni di etnia curda, soprattutto), offrendo loro visti turistici per farli atterrare nel paese – ma con la “promessa” di farli arrivare in Germania –  attraverso pacchetti della compagnia aerea di bandiera. Poi li addossa al confine con la Polonia, che non li vuole e progetta la costruzione di un muro. Nel frattempo le persone – attualmente alcune migliaia – che non riescono ad attraversare di nascosto il confine restano al freddo, soffrono e muoiono. Il dittatore bielorusso Lukashenko accusa l’UE di non avere un cuore perchè rifiuta di accogliere i migranti, che secondo lui vogliono approdare in Germania. La Germania tratta con lui, mentre l’Unione Europea accusa la Bielorussia di usare i migranti come strumenti di ricatto contro l’Europa che ha proclamato “sanzioni” contro il regime di Lukashenko. La Polonia vieta a Frontex (l’agenzia europea che si dovrebbe occupare del controllo della gestione delle frontiere) l’accesso alle zone dove sostano i migranti. Il vero braccio di ferro è sulle forniture di gas. Lukashenko minaccia di chiudere il gasdotto che passa dal suo paese per portare il 20 per cento del gas russo all’Europa. Putin, che appoggia Lukashenko, al contempo nega che un’ipotesi di blocco delle forniture possa mai verificarsi. L’Europa per correre ai ripari dovrebbe rivolgersi a fornitori alternativi (Norvegia, Libia). Nel frattempo il prezzo del gas sale.

Tra il primo ed il secondo paragrafo di questo articolo passa tutta la differenza tra l’essenza in-umana dei fatti e la gerarchia degli interessi in ballo. Tuttavia i due concetti non sono scollegati, bensì interdipendenti. La foto comunica una enorme disumanità della politica, che non riesce a (o non vuole fino in fondo) salvaguardare la salute e la vita degli esseri umani più deboli, compresi i bambini. Ma si potrebbe dire che questi esseri umani vengono sacrificati per il nostro benessere? Si potrebbe affermare che queste persone vengono lasciate al freddo in una foresta ostile per evitare a noi di rimanere al freddo nelle nostre case? Forse no. Però, se pensiamo a quanto le regolari forniture di gas e petrolio influenzano la produzione delle nostre fabbriche ed il lavoro di migliaia di persone; se pensiamo a quanto può incidere, sul bilancio familiare, un’impennata nei prezzi di queste materie prime, dovremmo trarre una conclusione meno drastica, ma non priva di cinismo. E’ un ragionamento cinico quello che induce il dittatore Lukashenko a utilizzare queste persone come arma di ricatto verso l’Unione Europea. Ma questo cinismo avrebbe la medesima forza ricattatoria, se dall’altra parte i ricattati accettassero il rischio di far subire ai loro cittadini le conseguenze di una (temporanea) crisi energetica?

«Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko. L’autonomia in campo energetico nel medio termine sarà fondamentale e nel breve termine certamente dobbiamo lavorare per utilizzare al meglio le relazioni esistenti sia con il Nord Africa, che con la Norvegia e con la Russia». Parole di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia. A voi sembrano parole rassicuranti? Personalmente le trovo scivolose. L’autonomia energetica “sarà fondamentale”. Potrebbe voler dire che, attualmente, l’autonomia energetica è un obiettivo, ma non una certezza. Qualcuno è così puro di cuore da pensare che l’Unione Europea non sarebbe in grado, se davvero lo volesse, di mettere in ginocchio il gambler bielorusso? Ma dietro Lukashenko c’è Putin. La Russia finge di fare da mediatore tra Europa e Bielorussia, in realtà utilizza la Bielorussia come avamposto per estendere la propria influenza (anche territoriale: ricordate l’invasione della Crimea?) ai confini di Stati, come la Polonia, che attualmente sono alleati (scomodi) dell’Unione Europea. Il muro di Berlino è stato abbattuto nel 1989, la cortina di ferro e il Patto di Varsavia non esistono più, ma la Russia sembra in grado di esercitare una forza crescente al cospetto di un’Europa debole, divisa, capace solo di un’ unione monetaria cui non ha fatto seguito nè un’ unione politica, nè economica, tantomeno sociale (ne parla anche Daniele Lugli, qui).

Il diritto occidentale garantisce la libera circolazione delle merci e dei capitali, ma ostacola la libera circolazione delle persone, soprattutto di quelle rese profughe da conflitti spesso alimentati dalle stesse democrazie occidentali. Nel frattempo gli ultimi, gli incolpevoli, gli indifesi, soffrono e muoiono, paradossalmente (e purtroppo non è la prima volta) individuati come nemici dai neofascisti, che non trovano di meglio che prendersela con gli ultimi, anzichè con i primi. E’ un mondo che ricostruisce muri per le persone, e contemporaneamente consente ai soldi di andare dove pare a loro. Davvero si fatica ad immaginare qualcosa di più disumano di questa costruzione umana.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

La scommessa del Venezuela, una bomba per l’economia mondiale

Venezuela: abbiamo considerato tutto?

“Il Petro – si legge sul sito web dedicato https://www.petro.gob.ve/index.html – è uno strumento che consoliderà la stabilità economica e l’indipendenza finanziaria del Venezuela, unitamente a un progetto ambizioso e globale per la creazione di un sistema finanziario internazionale più libero, equo ed equilibrato”.
Il petro è una cripto valuta, è venezuelana ed è la prima controllata da un governo statale. Dal 21 agosto 2018 la Banca centrale di Caracas pubblica il valore del petro rispetto alle principali valute estere fissato ad un prezzo fisso di 60 $ e legato direttamente alle riserve di oro, ferro, alluminio, diamanti e petrolio. Ad oggi, in ogni caso, un altro fallimento del contrastato governo venezuelano in quanto impossibile anche solo capire quanto sia stato raccolto dalla sua sottoscrizione.
Un tentativo di Maduro, promosso in realtà già da Chavez nel 2009, di difendere le materie prime di cui il Venezuela è ricco e di svincolarsi dal dollaro. Ovviamente negli Usa fu subito impedita ogni transazione in petro e Trump rispose con nuove sanzioni, questa volta indirizzate all’oro (di cui il Venezuela è il secondo produttore al mondo). “Sono stati impediti tutti i rapporti commerciali con aziende connesse al settore aureo venezuelano e, di conseguenza, ora Caracas si trova in difficoltà nel ricevere certificazioni estere sulla qualità della materia prima” ha spiegato Vasapollo, docente di Politiche Economiche Locali e Settoriali presso La Sapienza, al seminario internazionale ‘Relazioni politico-economiche ed autodeterminazione dei popoli: la Nuestra America di Martì e la Patria Grande di Bolivar per una futura umanità’, tenutosi all’Università di Roma La Sapienza il 27 novembre 2018.
Le misure imposte da Trump hanno impedito l’acquisto di debito venezuelano, l’acquisto di titoli della società pubblica che controlla il petrolio, di ogni altra società venezuelana e di società partecipate dal governo di Caracas, nonché bloccato ogni finanziamento in dollari al Paese. In sostanza, il Venezuela è stato escluso dal mercato più grande del mondo (il dollaro rappresenta tra il 40 e il 60% delle transazioni finanziarie globali). “Ne hanno risentito, di conseguenza, le importazioni di cibo, medicinali, pezzi di ricambio e così via. Si tratta delle sanzioni più gravose che abbiano mai colpito un Paese latinoamericano nell’intera storia del Sud America, peggiori di quelle contro Cuba” ha aggiunto l’ambasciatore del Venezuela in Italia, Juliàn Isaìas Rodrìguez Dìaz, durante lo stesso seminario.
Seguire il vil denaro, anche nelle sue accezioni moderne ed elettroniche, aiuta a capire qualcosa in più dei tragici avvenimenti che si stanno susseguendo in questi giorni in Sud America e quel che vorrei fare con queste righe è stimolare la ricerca e l’approfondimento, senza dare giudizi.
Ripartiamo dall’inizio.

Le insidie al potere del dollaro

Stampare denaro non costa nulla da quando Nixon decretò la fine degli accordi di Bretton Woods, ovvero dal 1971. Fino ad allora per farlo bisognava avere dell’oro come sottostante ma già la Fed si era accorta che la guerra del Vietnam e la corsa agli armamenti avevano fatto sì che ci fosse in circolo un volume di dollari di 6/7 volte superiore al corrispettivo valore delle riserve auree.
Gli Stati Uniti ne stampano tanti e praticamente a costo zero, comprano beni e servizi in tutto il mondo, ma la Cina, la Russia e tutti gli altri pagano dollari veri per avere le stesse cose. Attualmente, il debito pubblico statunitense ha raggiunto il livello record di 21 trilioni di dollari, superando il 100% del Pil.
Questo vuol dire, nel caso unico degli Usa, che il mondo finanzia la sua spesa. Il mondo compra il debito USA perché questi possa comprare i beni che importa e che il mondo stesso gli vende. Non è difficile da capire, così come comprendere che lo possano fare solo gli Usa grazie al controllo militare del mondo. Ma come il sistema di Bretton Woods crollò quando alcuni paesi cominciarono a chiedere indietro oro al posto dei dollari, così il sistema attuale potrebbe crollare se alcuni paesi cominciassero a chiedere qualcosa di più reale del dollaro o, magari, semplicemente qualcosa di diverso, in pagamento delle proprie esportazioni.
Ergo, bisogna stare sulla difensiva e per tali motivi è interesse degli Stati Uniti, che ha, oltre ad un debito pubblico finanziato dall’estero, anche un deficit di bilancia commerciale che superava gli 800 miliardi di dollari nel 2018, mantenere politiche debitorie e far sì che la domanda di dollari sia costantemente sostenuta dall’estero perché con quei pezzi di carta ci paga i beni che importa.

Le insidie al potere del dollaro e gli assetti geopolitici

Questi sono un po’ dei motivi che rendono Maduro più detestabile di quanto magari sia davvero e si trovano anche un po’ di fondamenta per le sanzioni contro il Venezuela. Ma il pericolo viene anche da altri luoghi. Ad esempio, l’India ha siglato con la Russia il più importante contratto di difesa denominato in rubli dal 1991, come affermato ad Ottobre del 2018 dal vice premier russo Yury Borisov. Pechino sta scambiando energia con la Russia in yuan e spinge i suoi principali fornitori di petrolio in Arabia Saudita, Angola e Iran a fare lo stesso. La Banca di Russia in un anno ha incrementato la quota di attività cinesi nelle sue riserve auree di 48 volte. La Turchia sta cominciando a comprare grandi quantità di grano in rubli e le società petrolifere russe stanno cambiando la valuta dei contratti da dollaro a euro. Dal momento che la Cina è il primo importatore mondiale di petrolio, è logico che voglia acquistarlo nella propria valuta e quindi evitare le commissioni di cambio sulle transazioni. E la Cina insieme alla Russia parla di queste cose con Caracas, dato che il Venezuela dispone dei più vasti giacimenti di petrolio del pianeta (shale oil a parte), e comunque sembra che Pechino abbia già lanciato un contratto future sul greggio denominato in yuan.
Se un Paese vive di materie prime, come fa il Venezuela, non ha un gran futuro ma di sicuro una priorità strategica per la propria economia è limitare la propria esposizione al rischio valutario statunitense.

Le insidie al potere del dollaro, gli assetti geopolitici ma anche colonialismo, imperialismo e neoliberismo

Facendo di nuovo un passettino indietro, senza esagerare, arriviamo alla dottrina Monroe (5° Presidente degli USA) che sanciva, il 2 dicembre 1823, la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano e sottolineava che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna intromissione negli affari americani da parte delle potenze europee.
Dottrina contro il colonialismo da una parte, ma anche dottrina considerata come la primissima formulazione teorica dell’imperialismo statunitense. E in effetti la teoria fu rivista da Theodore Roosevelt (26° Presidente degli Usa) che la utilizzò come base per affermare una forma di egemonia sul continente americano, una specie di no fly zone, un protettorato sull’area centroamericana e caraibica, che durante la guerra fredda servì anche a giustificare interventi politici e militari statunitensi in America centrale e meridionale.
Da sempre la politica estera degli Stati Uniti consiste nel dividere il mondo in Stati amici e Stati canaglia, e di questi fanno parte tutti coloro che la pensano diversamente. Chiunque rischia di diventare un dittatore quando c’è bisogno di giustificare un intervento armato per avere l’approvazione e l’aiuto del mondo civilizzato e legato al potere del dollaro. Gran Bretagna e Canada in primis e poi Europa a seguire.
La sola vicenda dell’Iraq di Saddam Hussein, con annesse scuse postume di Blair, dovrebbe bastare per calmare gli animi sul Venezuela e stimolare quanto meno la prudenza. Personalmente ho dato un’occhiata ad alcuni cambiamenti che si sono avuti fin dall’insediamento del “dittatore” Chavez e mi hanno lasciato perplesso.
Utilizzando come fonte gli ultimi aggiornamenti del Ci World Factbook si osserva che la mortalità infantile in Venezuela passa dal 26,17% del 2000 al 12,2% del 2016; la linea della povertà è passata dal 67% del 1997 al 19,7% del 2015; il tasso di alfabetizzazione dal 91% del 1995 al 97% del 2016; il Pil pro capite in dollari americani è passato dagli 8.000 del 1999 ai 12.400 dollari del 2017.
Insomma ci sono altri aspetti da considerare per la comprensione del fenomeno venezuelano e della rivoluzione chavista che Maduro ha provato a portare avanti, che non dovrebbero escludere il potere, in pericolo, del dollaro. E poi gli assetti geo-politici, una considerazione globale di quanto successo in tutto il Sud America e le altre rivoluzioni contro le imposte dottrine neo liberiste o i rimedi già imposti altre volte dagli USA e benedetti dalla comunità internazionale chiamata ad essere coesa e solidale con la “democrazia occidentale”.

Per chiudere: “La guerra è una mafia”

Smedley Darlington Butler (1841 – 1940) è stato un generale statunitense insignito due volte della Medal of Honor, la più alta decorazione militare assegnata dal Governo degli Stati Uniti. Durante la sua carriera di marine durata 34 anni partecipò ad azioni militari nelle Filippine, in Cina, in America Centrale e nei Caraibi durante le guerre della banana. Guerre così soprannominate ad indicare una serie di occupazioni, azioni di polizia e interventi militari attuati dagli Stati Uniti nel Centroamerica e nei Caraibi tra il XIX secolo e la prima metà del XX. Il Generale ci lasciò questa frase, tra le tante: “Ho trascorso trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo come membro della forza militare più agile di questo paese, il Corpo dei Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi commissionati dal secondo tenente al maggiore generale. E durante quel periodo, ho passato la maggior parte del mio tempo a fare l’uomo muscolare di alta classe per il Big Business, per Wall Street e per i banchieri. In breve, ero un racketeer, un gangster per il capitalismo, uno di quelli che ritirano il pizzo.
Ho aiutato la United Fruits (oggi Chiquita) in Honduras nel 1903; ho contribuito a ripulire il Nicaragua per la Banca d’affari Brown Brothers (oggi Bbh) dal 1902 al 1912. Nel 1914 ho reso il Messico un posto sicuro per i petrolieri americani. Ho portato la luce nella Repubblica Dominicana per gli interessi delle imprese della canna da zucchero nel 1916. Ho fatto in modo che Cuba e Haiti diventassero un posto accogliente per i ragazzi della National City Bank (oggi Citigroup Inc.), in modo che potessero rendere profitti. Ho contribuito a stuprare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a beneficio di Wall Street.”
E conclude “… potrei dare dei consigli ad Al Capone. Il meglio che lui sia riuscito a fare è stato operare in tre quartieri. Io l’ho fatto in tre continenti”.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

FACCI CASO
La Borsa o la vita

SkyTg24 di una domenica d’agosto di qualche tempo fa apre l’edizione delle 22 collegandosi con il corrispondente da New York che informa i telespettatori sulle quotazioni dei titoli nella principale Borsa statunitense. Eppure non è successo nulla di particolarmente significativo quel giorno. Ma è una consuetudine di Sky: evidentemente quelle informazioni sono considerate di primario interesse. Qualche settimana prima, il cronista finanziario, commentando il ribasso delle quotazioni del barile di petrolio, affermava che era “il peggiore risultato degli ultimi mesi”. Perché peggiore? Se cala il prezzo del petrolio cala anche quello della benzina e io risparmio. Invece no. Ci abituano a guardare il mondo dalla parte dei padroni del vapore. Per loro se il prezzo del barile cala è un guaio perché calano i loro profitti. E a noi dovrebbe dispiacere! C’è qualcosa che non va, evidentemente. Anche nella facile e prevedibile obiezione: il problema non sono i guadagni dei petrolieri ma l’andamento dell’economia. Certo. Bisogna intendersi però su quali siano gli indici significativi: se valutiamo il Pil mi sa che hanno ragione “loro”, se invece consideriamo il benessere delle persone forse ho ragione io a pensare che siamo al delirio…

La plastica e gli imballaggi

L’attività di gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio è ispirata all’osservanza dei principi comunitari richiamati nella Parte Quarta, titolo II, del Decreto Legislativo 152/06 e s.m.i., con particolare riferimento a:

  • incentivazione del riciclaggio e del recupero di materia prima, sviluppo della raccolta differenziata di rifiuti di imballaggio e promozione di opportunità di mercato per incoraggiare l’utilizzazione dei materiali ottenuti da imballaggi riciclati e recuperati;
  • riduzione del flusso dei rifiuti di imballaggio destinati allo smaltimento finale attraverso le altre forme di recupero;
  • informazione ai cittadini-consumatori sulla corretta gestione dei rifiuti.

Si tratta di un grande mercato di cui si vuole comprendere nel modo migliore possibile l’intera filiera.
Com’è noto entrano in gioco sia il sistema Corepla sia gli inceneritori. Bisogna essere in grado di saper comprendere nel merito quali sono i principi di miglior riciclo.
Questo principio diventa fondamentale a livello nazionale per individuare le migliori linee industriali per favorire una forte strategia verso la sostenibilità.
Nel 2014 (ultimo dato disponibile) la produzione di materie plastiche globale è stata di 311 Mt (con la Cina primo produttore), con un incremento del 4% rispetto al 2013. In Europa (28+2) la produzione è stata di 59 Mt, con un leggero incremento dell’1,7% rispetto all’anno precedente. La domanda in Europa registra un incremento del 3% riflettendo, quindi, una ulteriore ripresa. Gli imballaggi risultano essere il principale campo di applicazione delle materie plastiche rappresentando, in Europa, quasi il 40% della plastica trasformata.
Noi la chiamiamo semplicemente plastica, ma si tratta di svariati polimeri: polietilene, polipropilene, polivinildicloruro, polistirolo, poliuretano, polimetilmetacrilato, poliacetali, polisolfoni, policarbonato, resine ureiche e epossidiche, etc. Il polietilene tereftalato è tra i più conosciuti perché in genere compone le bottiglie di plastica per l’acqua minerale di cui in Italia si fa ancora largo uso.
Dalla loro raccolta si può fare la selezione e il riciclaggio oppure il recupero energetico. Il riferimento consortile è il Corepla (vedi Conai) che tiene rapporti con i vari impianti di selezione (ce ne sono anche vicini a noi). I Css devono effettuare infatti per conto di Corepla, in impianti idonei, la selezione per polimero/colore della raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggi in plastica provenienti dalla raccolta differenziata urbana, ottenendo a valle della lavorazione le seguenti tipologie (tutte o parte) di rifiuti selezionati, conformi rispetto alle singole specifiche tecniche.
Sul totale raccolto dal Conai pari a oltre otto milioni di tonnellate di materiali, solo poco più del 7% è plastica, di cui il 66% è a recupero energetico. Semplice deduzione: la plastica è voluminosa e leggera (e dunque costosa da raccogliere, ma ha un alto potere calorifico). Questo spiega perché anche in Emilia Romagna il tasso di riciclaggio della plastica è inferiore al 30%.

I dati dell’ultimo semestre di Clara dicono che sono state avviate a riciclo 2.163 tonnellate di imballaggi di plastica, un risultato possibile soprattutto grazie alla raccolta porta a porta e all’impegno dei cittadini e dell’aziende che la fanno correttamente. Clara garantisce così un materiale pulito, di fascia superiore, le condizioni ideali per ottenere plastica riciclata dai moderni sistemi industriali di trattamento.
Sono imballaggi in plastica e quindi vanno nella raccolta differenziata le bottiglie di acqua minerale e di bibite, i flaconi dei detersivi, le vaschette di alimenti, i piatti e i bicchieri di plastica, i barattoli di yogurt, le vaschette di gelato in polistirolo, i sacchetti delle patatine e delle merendine (non sono di carta), le shopper. Ma attenzione a non inserire altri oggetti di plastica come le posate, le siringhe, le bacinelle, i tubi da irrigazione, i giocattoli, i palloni, i cd ecc. Piuttosto che sbagliare è preferibile fare una telefonata o consultare il sito web del gestore. Non c’è niente di peggio che ‘inquinare’ il materiale pulito con sostanze non riciclabili.
Suggerimenti: è importante assicurarsi che gli imballaggi non contengano residui evidenti del contenuto (ma se regolarmente svuotati, non è di norma necessario lavarli). Inoltre, per ridurre il volume e ottimizzare così conferimento e raccolta, occorre, quando è possibile, schiacciare bottiglie e contenitori.

Padre Daniele Moschetti: Io, confratello di Alex Zanotelli, vi racconto la mia Africa

“Ci sono forse più momenti di speranza e felicità in Africa che qui, nonostante tutto”.
Padre Daniele Moschetti, comboniano dall’età di 27 anni, è un uomo che vive la fede non come una sicura certezza, ma come ricerca costante, profonda, inquieta, nel proprio io profondo o negli occhi dei più poveri nelle periferie del mondo, di tutto il mondo. Ricerca di pace, giustizia, dignità, comunità, solidarietà, umanità.
Questa ricerca lo ha portato da ultimo in Sud Sudan, l’ultimo paese del continente africano a raggiungere l’indipendenza, un paese dalle enormi potenzialità, ma nel quale la situazione è drammatica e si rischia un nuovo Ruanda. A novembre volerà negli Stati Uniti, dove insieme altri missionari di altre congregazioni religiose porterà avanti un lavoro di advocacy presso le Nazioni Unite e il Parlamento americano a favore della ‘sua’ Africa, ma non solo.
A chi abita nel Nord del mondo dice che “i muri non servono” e che l’Africa sta dando “una grande lezione di solidarietà di paesi poveri verso altri paesi poveri”: “noi ci lamentiamo, parliamo di emergenza per 160 mila migranti l’anno, quando solo dal Sud Sudan sono usciti due milioni di profughi, che si sono insediati nei paesi confinanti”. A chi afferma che gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano il nostro tenore di vita risponde che, dopo il colonialismo, a sfruttare le enormi risorse del continente sono arrivate le multinazionali e quindi “siamo noi che dobbiamo metterci in un’ottica di restituzione all’Africa”.

Alle spalle anni di lavoro in una ditta nel varesotto, con possibilità di carriera, contemporaneamente la scuola serale e una relazione stabile con una ragazza. Dai 19 anni entra in crisi e il “campo di lavoro con Mani Tese in provincia di Bari” è la “presa di coscienza” dei valori che devono guidare la sua vita: una casa, una famiglia, una posizione lavorativa non sembrano bastare. Poi l’incontro con testimoni autentici dei valori evangelici e il viaggio di un mese in Centrafrica, al seguito dei comboniani di Padova e Venegono, sono stati risolutivi per la sua crescita spirituale: è stato “un po’ un battesimo”.
Da lì l’Africa “è sempre stata un punto di riferimento, per quello che ti dà, nella sua povertà” o meglio in quello che noi consideriamo povertà, ma che per padre Moschetti è “una ricchezza”: la vita semplice, l’amicizia, l’accoglienza, il calore sono “doni impagabili, non puoi comprarli”.
In Africa, a Nairobi, ha compiuto i propri studi teologici e ha iniziato la sua pastorale: per 11 anni è tra i missionari comboniani che vivono tra le baraccopoli di Nairobi di Kiberia e Korogocho, dove prende il posto di un altro pastore delle periferie, il confratello Alex Zanotelli. “Alex per me è un amico, lo conosco già da prima di entrare nei comboniani. A Nairobi ci siamo ritrovati”. “Kiberia è la più grande baraccopoli della città: 800 mila persone in pochissimi chilometri quadrati. Qui ho scoperto la realtà delle baraccopoli, che sono ormai in tutto il mondo: la povertà, la miseria stanno diventando sempre più forti in tante parti del mondo, anche nelle nostre città, Milano, Roma, Torino. A Korogocho, con Alex lavoravamo con i più poveri e gli emarginati: alcolisti, prostitute, criminali, bambini di strada e ‘scavengers’, i raccoglitori di rifiuti della discarica di Dandora, di fronte alla baraccopoli. L’obiettivo del lavoro di Alex e degli altri confratelli, insieme ai laici, era mettere al centro della comunità cristiana i poveri: dai poveri gli altri trovano nuove motivazioni per la propria fede, battersi insieme per migliorare le condizioni di tutti”. A Nairobi ci sono 200 baraccopoli, “Korogocho è la più pericolosa, quella più povera, ci si vergogna di venire da lì e non lo si dice perché diventa difficile trovare un lavoro. È la quarta come numeri, 100-120 mila persone, ma tutti in un solo chilometro quadrato: ‘sardinizzati’ in baracche fatiscenti che qualcuno costruisce su terreno del governo per poi darle in affitto. Per questo con Alex ci siamo battuti perché la proprietà collettiva della terra: una lotta pericolosa perché va a toccare il denaro. L’altro grande problema è la discarica, che è vicinissima e che spara la sua diossina sugli abitanti ogni giorno: c’è una grandissima incidenza di problemi alla vista, alle vie respiratorie e ci si ammala di cancro. È successo anche a un nostro volontario che ha lavorato con noi per 15-16 anni: è morto qui in Italia in un paio di mesi di cancro ai polmoni”.

Incontro padre Moschetti mentre è a Ferrara per presentare il suo ultimo libro – presso il Centro Culturale il Quadrifoglio di Pontelagoscuro, in collaborazione con l’Istituto Gramsci di Ferrara – ‘Sud Sudan. Il lungo e sofferto cammino verso Pace, Giustizia e Dignità’, nel quale ricompone gli ultimi sette anni della sua vita. Negli incontri che sta facendo in tutta Italia, prima di partire per gli Usa, cerca di “parlare il più possibile di questo paese e di tutto il contesto del centro Africa, cerco di rompere il silenzio che c’è sull’Africa in generale. La realtà del Sud Sudan è solo un esempio di questo silenzio”.
E non si tira certo indietro su un tema particolarmente scottante: “le grandi migrazioni non sono quelle che riguardano l’Italia o l’Europa, sono quelle che si riversano sugli stessi paesi africani: la prima opzione è sempre quella africana”. Moschetti cerca di far uscire chi lo ascolta dai luoghi comuni, compreso quello di un continente ovunque uguale a se stesso, con gli stessi tragici problemi di povertà e sottosviluppo: “in alcuni paesi l’economia sta tirando molto forte, creando occasioni di lavoro. Etiopia, Kenya, Sud Africa, Angola, Mozambico, ci sono zone dove il lavoro c’è e le persone si spostano in gran parte in quei paesi. Il deserto e le coste del Mediterraneo per arrivare infine in Italia e in Europa sono l’ultima opzione”, senza nulla togliere alla “tragicità” di questa scelta.

In Sud Sudan “ci sono tutte le premesse per arrivare a una situazione del tutto simile a quella del Ruanda”: dinka e nuer sono le due etnie principali, ma intorno ai Nuer ribelli, ruotano almeno altre sette-otto etnie insofferenti della pretesa supremazia dinka, in totale i gruppi etnici presenti nel paese sono però almeno una sessantina. E, inutile dirlo, dietro a queste lotte tribali in realtà si cela “una lotta per il potere e le risorse”, immense. “Fosse solo il petrolio!”, afferma ironico padre Moschetti: “ci sono anche i giacimenti di minerali e poi terre fertili e l’acqua del Nilo Bianco e del Sudd, la seconda palude più grande al mondo, nel periodo delle piogge si arriva a 320 mila chilometri quadrati di acqua dolce”. “Stiamo parlando di un paese dove il 70% della popolazione è sotto i 30 anni e la vita media non arriva ai 50 anni”.
Il Sud Sudan ha raggiunto l’indipendenza dal Nord solo nel 2005, con un referendum arrivato dopo quarant’anni di guerra, e nel 2013 era già alle prese con un nuovo conflitto, questa volta interno: i dinka del presidente Salva Kiir contro i nuer dell’ex vice Riek Machar. “La speranza e l’entusiasmo dopo il referendum, soprattutto da parte dei giovani, quel poco che si era cominciato a fare nell’ambito della sanità e dell’educazione: tutto è andato perduto”. Negli ultimi quattro anni “l’inflazione è arrivata all’850%, con una moneta così svalutata non si può più acquistare nulla da fuori e nel paese c’è solo un’agricoltura di sussistenza. Il risultato è che, oltre alle violenze, ci sono 4 milioni a rischio di morte per fame, circa 2 milioni di profughi nei paesi limitrofi e 2 milioni di sfollati interni. La corruzione è altissima e le violenze all’ordine del giorno”.
Di tutto questo però non c’è traccia nel main stream dei mezzi di informazione, mentre sarebbe “fondamentale mantenere alto il livello di attenzione”. Moschetti non è tenero con i mass media e ne ha tutte le ragioni: “Ci conviene non dire tutto ciò che avviene in Africa, ne sentiamo parlare solo quando ci sono dei morti. Abbiamo cercato di convincere i giornalisti di grandi giornali a parlare dell’Africa in modo diverso, dei segni di speranza che ci sono, oppure a scrivere del Sud Sudan, ma ci hanno risposto: se non ci sono meno di cento-duecento morti non ne parliamo. Bisognerebbe trattare dei diritti delle persone non dei morti, fare giornalismo di prevenzione: questa è la sfida”.
In una situazione così intricata, da dove partire per cercare di iniziare un processo di pace?
“Il nostro motto di comboniani è: salvare l’Africa con l’Africa“. Niente a che vedere però con quello slogan “Aiutiamoli a casa loro” oramai così diffuso: “parole ipocrite di persone che non conoscono la situazione reale e non vogliono farla conoscere”, taglia corto Moschetti. Per quanto riguarda il Sud Sudan: “Pace, giustizia, dignità sono le parole fondamentali. Non si può prescindere da un ricambio generazionale della classe dirigente perché nessuno dei leader, da nessuna delle due parti, è più credibile. Inoltre ci deve essere da entrambe le parti una grande disponibilità e fiducia per elaborare la verità di ciò che è accaduto e guarire le ferite della memoria, per reimparare a conoscersi l’un l’altro”.

Prima di lasciare padre Moschetti gli chiedo di Papa Francesco, che ha scritto l’introduzione al suo libro: un missionario che lavora nelle periferie, come vede un pontefice venuto da una di queste periferie, dalla terra della Teologia della Liberazione?
“Papa Francesco è una benedizione, non ce ne rendiamo conto ora, ma lo faremo in futuro. Per noi missionari è un continuo stimolo, ci dà un nuovo entusiasmo per lavorare in tutte le periferie, comprese quelle esistenziali così diffuse nel Nord del mondo, tutti i giorni offre spunti enormi di riflessione e di azione. Avendo fatto esperienza di pastorale riesce ad avere e a realizzare una sintesi fra una visone della Chiesa e la realtà: la Chiesa deve essere calata nella realtà”.

Cambiamenti climatici, l’appello di Greenpeace: Cari ferraresi, rimbocchiamoci le maniche

Spesso facciamo fatica a renderci conto delle conseguenze reali e pratiche delle grandi crisi ambientali che il mondo sta attraversando per la prima volta da quando esiste l’uomo. Ci sembrano epiloghi da film di fantascienza, magari prima o poi si risolveranno e il mando andrà avanti come sempre. Non è così.
Nel dossier pubblicato ieri, 15 settembre, a firma del nostro direttore Sergio Gessi, abbiamo parlato di quanto una notizia sconvolgente e di primaria importanza per la sopravvivenza della vita sulla terra (niente di meno!) possa passare inosservata o essere omessa dai principali organi di stampa. Per capire sia l’entità del problema che le motivazioni di tanto prolungato o ostinato silenzio, oggi ne abbiamo discusso con Luca Iacoboni, giovane e preparato responsabile – italiano – della campagna Clima ed Energia di Greenpeace.

Il Polo Nord ha i giorni contati?
Diciamo che l’Artico ha i giorni contati se non facciamo niente. Gli esperti concordano nel ritenere imminente il punto di non ritorno.

Alcuni hanno calendarizzato lo scioglimento totale dei ghiacci della calotta polare per settembre dell’anno prossimo. E’ credibile?
Ci sono diversi pareri: che sia a settembre, ottobre o a Natale, ai fini della sopravvivenza del genere umano poco importa. Quello che importa è sapere che siamo agli sgoccioli e che se continueremo così arriveremo ad un momento in cui sarà impossibile cambiare rotta.

Cioè un momento in cui non potremmo più parlare di come evitare drammi e devastazioni, piuttosto potremmo solo chiederci quanto ci metteranno ad arrivare.
Esatto

Ma cosa significa cambiare rotta?
Significa fermare o rallentare il cambiamento climatico in atto

Come?
Producendo energia diversamente. Il punto è proprio questo: si deve fermare lo sfruttamento del pianeta, bisogna smetterla di usare fonti come carbone, petrolio e gas.

Scusi l’interruzione, ma ho l’impressione che a fare discorsi di questa entità e rilevanza mondiale si possa perdere di vista il quotidiano. Perché chi legge, che magari è già vessato da mille pensieri sul lavoro e la famiglia, da oggi deve iniziare a pensare che il suo problema numero uno sia lo scioglimento progressivo dei ghiacci in Artico?
E’ molto semplice: questo individuo può rendersi conto guardandosi un attimo attorno di come il problema di cui parliamo influisca in tutti gli aspetti della sua vita di ogni giorno e di quella dei suoi figli. Anche voi ferraresi vi state rendendo conto come tutti della realtà di certe questioni, facciamo qualcosa da oggi.

Per esempio?
Dieci anni fa, il grande fenomeno delle bombe d’acqua non esisteva. Gli eventi atmosferici catastrofici sono sempre più numerosi, le temperature si alzano, possibile che non si veda tutto questo? Chi va a fare la settimana bianca si renderà conto che la neve scarseggia, che il turismo invernale è in crisi? O ancora potremmo parlare delle frequenti siccità e dei cambiamenti delle fasce climatiche con i danni alle colture che comportano. Questi fenomeni sono molto presenti a Ferrara e in tutto il territorio nazionale, oltre che mondiale.

Direi che è chiaro: bisogna passare al rinnovabile. Ma le faccio alcune obiezioni, le più citate: passare all’energia pulita potrebbe creare un danno alla nostra economia.
Sbagliato. Le energie rinnovabili attualmente creano più indotto per l’economia di tutte le altre fonti e sono capaci di attrarre molti più investimenti.

Servirebbe forse un governo capace di guardare più in là delle prossime elezioni o del prossimo referendum?
Da un parte sì, ci vorrebbe un governo veramente al servizio del cittadino e non delle lobby. Ma in realtà certe decisioni servono anche per le prossime elezioni perché tutto il comparto rinnovabile traina lavoro.

Ah no, non mi parli di lavoro. Lei sta a Roma (che ha evidentemente i suoi problemi), ma deve sapere che a Ferrara si sente spesso ripetere che dobbiamo sentirci grati di avere il polo chimico perché porta posti di lavoro.
Il vecchio ricatto lavoro o salute?, si è fatto così anche con l’Ilva di Taranto. Mi lasci dire che prima di tutto dobbiamo slegare l’occupazione da questo tipo di discorsi: o lavori e ti ammali, o ti ammali e non lavori. Il lavoro è un diritto fondamentale come la salute. Basta con i ricatti. Diciamolo chiaramente: il comparto dell’energia pulita attrae più lavoro dell’energia legata a gas e petrolio.

E’ vero che a volte i giornali possono cadere nella disinformazione, ma è anche vero che per attrarre lettori talvolta bisogna seguire i loro interessi. Quindi alla gente interessa poco lo scioglimento dei ghiacci?
Il problema esiste ed è interessante. Bisognerebbe andare a vedere da chi sono finanziati quei giornali che evitano certe notizie. A volte si potrebbe scoprire che all’interno ci sono le cosiddette lobby.

Le problematiche di cui parliamo possono essere però anche affrontate dal basso, dopotutto Greenpeace si regge grazie alle donazioni dei singoli privati.
Certo, io credo che il cambiamento debba venire prima di tutto dentro di noi.

Cosa può fare da domani nel suo piccolo il lettore che legge l’intervista?
Oltre alle raccomandazioni che si fanno sempre sul ridurre al massimo lo spreco di energia, per esempio si possono privilegiare prodotti che vengono da imprese virtuose. E anche prodursi da soli un po’ dell’energia che si consuma.

Vale a dire mettere i pannelli solari?
Sì, ma non solo. Per esempio comprare l’energia da quelle poche cooperative che la producono 100% rinnovabile e non più nei colossi dell’energia, che anche quando usano la parola rinnovabile hanno poco di veramente ecosostenibile.

Oppure aiutare Greenpeace.
Anche certo, l’aiuto però non è soltanto la donazione, ma anche il supporto alle iniziative, il volontariato, il cyberattivismo.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Un mondo a rischio – Il Polo Nord si squaglia ma noi pensiamo allo spread

Il quotidiano La Stampa, nella sua edizione digitale, ogni mattina accanto alla testata, quindi nella posizione di maggior risalto, pubblica con tutta evidenza il dato relativo allo ‘spread’, a significarne evidentemente la presunta importanza. Ma c’entra davvero qualcosa, quel numero, con la nostra quotidianità e le nostre vite?
Il cronista finanziario di Sky, nel suo collegamento a chiusura della contrattazioni in borsa, informa che il prezzo del petrolio al barile è sceso a tot dollari e commenta che “si tratta del peggior risultato degli ultimi mesi”. Ma peggiore per chi? Non certo per me, che domani al distributore pagherò verosimilmente meno la benzina…

Al mondo, però, capita anche altro: “La regione polare del Mar Glaciale Artico potrebbe risultare pressoché libera dai ghiacci già nel settembre di quest’anno o – al più tardi – nello stesso mese del prossimo anno. Sebbene la maggioranza delle stime siano più prudenti, posticipando la completa scomparsa del ghiaccio marino attorno al 2030, nella comunità scientifica c’è consenso sul destino del Polo Nord”, scrive lo scorso 10 giugno l’autorevole National Geographic.

La notizia lanciata anche dall’Ansa, è solo sfiorata dai quotidiani. La Stampa, tre giorni prima, l’aveva anticipata – con l’eloquente titolo “Il Polo Nord? Potrebbe svanire già quest’anno” – relegandola però nelle pagine della cultura… Eppure ciò che riporta è terrificante: “Sembra l’inizio di un film catastrofico”, scrive il quotidiano torinese facendo riferimento alle ricerche di “un acclamato docente dell’Università di Cambridge, il professor Peter Wadhams”, che studia da anni i mutamenti climatici nell’Artico. E riporta: “In pochissimo tempo è scomparsa un’estensione di ghiaccio pari a cinque volte l’Italia e questo significa una sola cosa: la catastrofe può essere molto vicina (…) Per avere un’idea delle conseguenze del riscaldamento in atto nel Mare Artico, dice Wadhams, basta guardare qualunque tg. Gli eventi meteorologici estremi sono quotidiani: cicloni ‘bomba’ e tornado fuori stagione, inondazioni negli Usa e in Europa, tempo sempre più violento e imprevedibile. Ma il peggio deve ancora arrivare (…) Il livello dei mari s’innalzerà e l’acqua dolce immessa negli oceani modificherà il ciclo delle correnti, con conseguenze devastanti”. “L’ultima volta che è accaduto è stato 100 mila anni fa, quando l’uomo di Neanderthal viveva sulle montagne dell’Altai, in Siberia”.
I suoi colleghi sono più cauti, ma solo nella datazione: “Secondo Gleick, lo scenario ipotizzato dal collega di Cambridge è realistico, ma non si realizzerà prima del 2030-2050. Ma nemmeno lui si fa illusioni sulla possibilità che il processo possa essere fermato: ‘Siamo come su un treno impazzito – ha detto – sul quale gli scienziati azionano continuamente il fischio, mentre i politici gettano carbone nella caldaia del motore’. Ma nessuno ha commentato. E di questo, in seguito, non si è letto più nulla…

E allora – domandiamoci – cosa conta veramente? Lo spread? A quali valori facciamo riferimento, quali fatti sono significativi e quali invece ci fanno credere siano importanti? E qual è il nostro punto di vista, da che parte vogliamo stare?

Il nostro pianeta è in pericolo proprio perché i principi guida che orientano le scelte dei governanti e le conseguenti azioni da loro intraprese di norma non tengono primariamente conto dei reali bisogni delle donne, degli uomini e di tutti gli esseri viventi che popolano questo nostro mondo, ma si definiscono e si conformano in prima istanza sulla base delle logiche economicistiche che garantiscono gli interessi e il profitto di chi attende la remunerazione del proprio capitale.
Non dunque la salvaguardia del benessere e la propugnazione dell’istanza di progresso, ma la tutela degli appetiti e della brama di ricchezza sta in cima ai pensieri di chi muove le leve che regolano i rapporti fra individui e comunità. E’ una logica, però, che non solo penalizza la maggioranza delle persone e non tutela i soggetti deboli d’ogni specie, ma pone addirittura a serio repentaglio la vita stessa del pianeta e delle creature che lo popolano.

A questo tema, attraverso la segnalazioni di una serie di significative ed emblematiche emergenze (che ampliano lo sguardo dalle insidie all’ambiente al livello comunitario, con il deterioramento del senso del legame sociale, la prevalenza dell’egocentrismo e dell’egoismo proprietario o per converso di un diffuso sentimento di anomia), Ferraraitalia dedica il proprio dossier settimanale. Buona (ri)lettura.

Un mondo a rischio – vai al sommario

petrolio

L’oro nero non è più d’oro, o forse no: quale futuro ci aspetta

Probabilmente nessuno nel non lontano 2008, quando il prezzo del petrolio schizzava a 146 dollari al barile, si sarebbe mai immaginato di vedere meno di un decennio dopo il suo valore ridotto di 120 dollari. Ma ciò che più ci avrebbe stupiti all’epoca, stremati dalle notizie che promettevano devastanti aumenti dei prezzi di tutte le merci destinate a entrare nelle nostre case, sarebbe stato non solo l’oscillare dei prezzi fra i 26 ed i 40 dollari al barile, ma addirittura l’essere in qualche modo allarmati da queste cifre.

Il petrolio è la fonte di energia più utilizzata del pianeta e i suoi derivati diventano carburante per la stragrande maggioranza di veicoli in circolazione a livello mondiale. È dunque chiaro perché le sue variazioni di prezzo si ripercuotano sugli andamenti delle economie di tutto il mondo. Ma come mai, ora che il prezzo è basso, gli economisti sembrano essere allarmati come un tempo? E soprattutto, perché il prezzo si è ridotto a meno di un quinto di quello a cui sembravamo doverci abituare in passato?
Partendo dalla storia, bisogna dire che se da un lato il fabbisogno energetico è aumentato notevolmente nell’ultimo decennio a livello mondiale, la domanda di petrolio è rimasta tutto sommato stabile. Questo a causa soprattutto della maggiore presenza sul mercato di energia ricavata da fonti alternative, non necessariamente rinnovabili, quali il gas naturale, il nucleare e le diverse energie verdi che, anche se non ancora mature, si affacciano con sempre maggior vigore sul mercato. Una domanda stagnante però, di per sé, non basta a giustificare un simile tracollo dei prezzi: la principale causa di tutta questa instabilità è data da quella che potrebbe essere la fine della leadership sul mercato di uno dei più grandi cartelli della storia: l’Opec.
Recentemente, infatti, in America sono andate affermandosi nuove tecniche di estrazione del greggio tramite il fracking, in grado di utilizzare lo scisto bitumoso per estrarre da giacimenti le cui caratteristiche ne rendevano impossibile lo sfruttamento con i metodi tradizionali. Come se non bastasse, si sta scoprendo che di petrolio (che si diceva dover finire entro cinquant’anni), soprattutto nelle Americhe, ce n’è molto di più di quanto non si pensasse. Il fracking ha un unico problema: anche quello ‘di nuova generazione’, rispetto ai metodi tradizionali, è più costoso. Di quanto? Fino a poco tempo fa di molto e l’Opec ha cercato di strozzare la concorrenza sul nascere, abbassando i prezzi al punto da rendere del tutto sconveniente la produzione. O almeno ci ha provato: se fino a giugno 2014 il prezzo del petrolio era di 106 dollari al barile, un anno dopo era già più che dimezzato, anche se, stando a quanto era stato preventivato dagli esperti del settore, sarebbe bastato un prezzo attorno ai 60 dollari al barile per accompagnare fuori dal mercato la concorrenza. Quello che i produttori arabi probabilmente non si aspettavano è che i frackers fossero così duri a mollare l’osso: anziché desistere, i produttori americani hanno fatto grandi investimenti nel miglioramento dell’efficienza delle tecniche di estrazione e, almeno per il momento, sopravvivono anche grazie alla spinta degli aiuti di Stato per l’estrazione di petrolio, negli Usa di gran lunga maggiori di quelli offerti per la ricerca e sviluppo di energie rinnovabili. D’altra parte la posta in palio è colossale, come colossali sono le ripercussioni che avranno gli esiti di questa guerra economica negli equilibri geopolitici mondiali. Per adesso l’accanimento a ribasso dell’Opec e la perseveranza dei frackers, a cui si sommano il recente rallentamento (con conseguente diminuzione di domanda energetica) dell’economia cinese e gli investimenti in fonti alternative, hanno portato a un eccesso di offerta di greggio sui mercati internazionali e questo non fa che abbassarne ulteriormente il prezzo. Se un paese come l’Arabia Saudita è in grado di guadagnare dalle esportazioni di petrolio fino ad un prezzo minimo di vendita di 10 dollari al barile, è anche vero che questa strategia a ribasso l’ha portata a bruciare, per non incasso, una media di 2 miliardi di dollari a settimana da quasi un anno a questa parte.

È lecito chiedersi cosa ci riservi il futuro. Tutto è possibile nel breve periodo con oscillazioni che potrebbero portare il prezzo da 10 a 60 dollari al barile (verosimilmente più contenute, da 20 a 50 direi). Se poi i produttori americani dovessero desistere sotto i colpi di questi ribassi concorrenziali, il petrolio schizzerebbe in alto, tornando circa a 100 dollari al barile; leggermente più contenuti sarebbero se fossero i produttori arabi a dover accettare definitivamente sul mercato la presenza dei frackers: a questo punto i prezzi salirebbero sì, ma sarebbero tenuti a bada dalla concorrenza. Sempre ammesso che frackers e Opec non formino una sorta di giga-cartello internazionale volto a mantenere i prezzi a livello di monopolio, in questo caso sarebbe davvero difficile intervenire legalmente non esistendo una figura di antitrust intercontinentale. A tutto ciò si sommano altre infinite variabili quali la domanda futura generale e l’andamento delle singole economie. Sono in forte aumento gli investimenti in ricerca e sviluppo per metodi di sfruttamento delle fonti di energia rinnovabili le quali, ancora assolutamente insufficienti a livello di efficienza a sostituire il combustibile fossile, rappresentano inevitabilmente il futuro del mercato energetico. Nel frattempo si sta affacciando con grandissima decisione sul mercato del greggio l’Iran, il quale, oltre che sul nucleare, per il suo sviluppo punta a portare entro il 2021 da 2,7 a 4,1 milioni di barili la sua produzione annua di petrolio e questo andrà ad aggiungere merce in un mercato già di per sè saturo. Si tratta di fattori che inevitabilmente andranno ad incidere sul prezzo del petrolio ed in generale sugli equilibri economici mondiali del futuro.

Un quadro complesso e bizzarro si presenta quindi ai mercati internazionali, inermi di fronte a questa guerra di prezzi. Ciò che più preoccupa è l’imprevedibilità degli andamenti futuri del petrolio nel breve periodo, i cui sbalzi improvvisi possono rivelarsi deleteri per un’enorme vastità di attività, ma non è tutto: un prezzo troppo basso, oltre a mandare in crisi le aziende produttrici (comprese quelle nostrane) e a creare un forte disincentivo all’investimento sulla ricerca di fonti energetiche rinnovabili, va ad alimentare la stagnazione deflativa che affligge i mercati occidentali. I prezzi continuerebbero a calare insomma. Senza un’inflazione leggermente maggiore si rischia di eliminare gli stimoli a ogni tipo di investimento in quanto il denaro aumenta “automaticamente” il proprio valore nel tempo. Sembra un’assurdità, ma in una società totalmente dipendente dalle fonti di energia fossile come quella odierna, se queste improvvisamente si trovano a essere abbondanti e a prezzi convenienti, si porrebbe avere l’effetto di frenare la crescita più che di sospingerne la corsa.

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Referendum NoTriv 17 aprile: cosa sapere prima di andare a votare

Oggi è appena lunedì, la routine riprende e, se non avessimo il caffè, a stento sapremmo infilarci le scarpe per affrontare questo nuovo giorno. È ancora presto per organizzare il weekend, per decidere se sarebbe meglio una gita fuori porta o un pranzo con tutta la famiglia, eppure possiamo già mettere in agenda un appuntamento da non perdere, che occuperà solo cinque minuti della nostra domenica ma che potrebbe essere fondamentale per il raggiungimento del quorum. Domenica 17, infatti, sarà il giorno fatidico del referendum abrogativo tanto discusso e atteso, in cui verrà chiesto ai cittadini italiani di dichiararsi a favore o contro della norma che  potrebbe consentire alle società petrolifere di estrarre idrocarburi, sempre entro le 12 miglia dalle coste, senza limiti di tempo.

Il referendum, ormai riconosciuto con l’appellativo “No-triv” si terrà esclusivamente nella giornata di domenica 17, dalle sette del mattino fino alle undici di sera. Per votare servirà la tessera elettorale e un documento d’identità e potranno farlo tutti gli aventi diritto nel proprio seggio, invece per i fuori sede che non potranno rientrare nel loro comune di residenza, sarà possibile votare iscrivendosi come rappresentanti di seggio ( a Ferrara è possibile farlo online, cercando su Facebook il gruppo “voto fuori sede ferrara 17 aprilenotriv!”).

trivelle-800x450Importante strumento di democrazia diretta e partecipativa, il referendum permette ad ogni cittadino, che ha il dovere di informarsi e di informare, di dichiarare il proprio volere. La prima cosa da sapere, quindi, è per cosa si scende in campo. Eliminando tutta la burocrazia e i termini settoriali di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, il quesito a cui si dovrà rispondere sarà questo: “Volete che, allo scadere delle concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”

Se si vuole dare un limite alle società petrolifere si dovrà rispondere di Si, altrimenti, se si crede che sia meglio far continuare a trivellare il sottosuolo fino al consumo totale del giacimento, si dovrà segnare il No.

Sembrerebbe una domanda semplice, eppure in questi giorni che precedono la votazione, molte sono le informazioni date dalle fonti più disparate attraverso i media, e spesso queste sono contraddittorie, se non, nei casi più gravi, sbagliate.

Il problema che sembra toccare tutti  in questo periodo di crisi dal quale sembra impossibile uscire è: che fine faranno i lavoratori? Molti volti noti della coalizione che spera il mancato raggiungimento del quorum (50% +1 dei voti) evidenziano con pathos la possibile tragedia di un licenziamento di massa. Qui il primo errore, perché la vittoria del si al referendum non causerebbe l’immediato blocco delle piattaforme. Le società petrolifere potranno continuare ad usufruire dei pozzi fino al termine del periodo fissato dalla concessione, in genere di trent’anni. Nel caso in cui si volesse continuare ad estrarre da quella piattaforma, dopo esami sull’ambiente, sul territorio e sullo stato della struttura, la concessione potrebbe essere prolungata di altri vent’anni.

Va bene, abbiamo sistemato il problema della disoccupazione, ma come andremo avanti senza risorse che in Italia, sono ancora primarie? I numeri sono volati, si è parlato di una perdita del 80% delle forniture di gas e petrolio, di un consumo che andrebbe notevolmente ridotto e di una possibile crisi energetica tale da dover custodire gelosamente anche gli accendini. Ma i conti non tornano. Secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, le piattaforme soggette al referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e circa il 3% di quello del gas.  In pratica, se decidessimo di utilizzare esclusivamente gli idrocarburi estratti da queste piattaforme, questi durerebbero all’incirca sette settimane per il petrolio e sei mesi per il gas, sottolineando che l’85% del petrolio italiano viene dai pozzi a terra e solo un terzo da quelli in mare oltre le 12 miglia.

trivelle-friselleUltimo, non per importanza, dei problemi considerati “inesistenti”, sempre secondo coloro che vorrebbero il fallimento del referendum, è il possibile danno ambientale. L’estrazione dei pozzi riguarda prevalentemente il gas, le fughe di petrolio hanno una probabilità minima e le piattaforme in uso sono costantemente controllate perché rispettino i parametri. Che sia rara o meno la possibilità che il petrolio fuoriesca durante l’estrazione causando un danno simile a quello di soli sei anni fa nel Golfo del Messico (i dati riportavano circa 800 milioni di litri riversati in mare, in un’area di 3200 chilometri quadrati) non ci è dato saperlo, ci toccherà sperare solo che non accada, anche perché questo è un tema che dovrebbe riguardare anche le piattaforme più lontane dalla costa ed ugualmente pericolose. L’inquinamento però non è dato esclusivamente da una catastrofe del genere. Anche la sola ricerca dei giacimenti di petrolio o di gas ha causato danni all’ecosistema marino, colpa del metodo airgun, il più utilizzato dalle società petrolifere perché in grado di fornire un rilievo preciso della stratigrafia dei fondali marini. Come ci lascia intuire il suo nome, il metodo prevede un rilascio di aria compressa che genera onde a bassa frequenza. Gli studi fatti mostrano danni sulla fauna marina, in particolare sui cetacei, sia comportamentali che fisiologici. Inoltre, gli effetti negativi sono stati notati anche sulle attività di pesca, diminuite anche del 50% nelle zone limitrofe alla sorgente sonora.

Un altro danno collaterale, evidenziato dal direttore di Legambiente Emilia-Romagna Guido Kerschbaumen è la subsidenza, ovvero l’abbassamento del suolo. Lungo le coste di questo territorio, esistono 15 concessioni, entro le 12 miglia, di estrazione di gas, per un totale di 47 piattaforme collegate a 319 pozzi di estrazione. La perdita di volume dei sedimenti del sottosuolo ne causa l’abbassamento, tanto che nella fascia costiera dell’Emilia-Romagna negli ultimi 55 anni si è riscontrato un abbassamento della fascia costiera che vai dai 70cm fino ai 100cm. Che il turismo debba essere il petrolio dell’Italia è un ritornello che ha quasi stancato, perché sembra voler restare un motivetto e non divenire realtà, ma di certo distruggere le nostre coste non potrà che peggiorare la situazione.

Non dovrebbe essere la Croazia a spaventarci, unico altro Paese con le piattaforme installate nel Mar Adriatico, poiché il governo croato ha già affrontato il problema è firmato una moratoria contro le trivellazioni. Forse a preoccuparci dovrebbe essere il nostro governo, che afferma di ricevere ingenti somme di denaro dalle tassazioni fatte alle società petrolifere. Eppure sono proprio queste società, secondo Greenpeace, che affermano quanto sia conveniente per loro estrarre in territorio italiano. Attraverso le concessioni, infatti, gli idrocarburi vengono ceduti alle società petrolifere, che devono pagare royalties irrisorie allo Stato, il 7% del petrolio estratto in mare e il 10% per quello estratto dalla terraferma. Come se non bastasse, sono esenti da aliquote i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare e sono gratuite le produzioni in regime di permesso di ricerca (quelle per cui si utilizza il metodo airgun). Le tassazioni che il governo vorrebbe mantenere sono ridicole nei confronti di quelle imposte dagli altri Paesi dell’Unione Europea, come ad esempio l’82% richiesto dall’Inghilterra o il 78% della Norvegia, che richiede anche canoni di concessione.

Il referendum è stato voluto da nove regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto) ma ogni cittadino italiano dovrebbe essere a conoscenza del problema, anche se la sua finestra non affaccia sui mari blu del nostro Paese e l”odore della salsedine è un ricordo d’infanzia.

 

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I fumi sulla città

E alla fine si è dovuto attivare il prefetto. Magari sollecitato, probabilmente indotto a convocare un tavolo di confronto che vedrà riunite istituzioni, aziende e organi di controllo per capire cosa sta succedendo al petrolchimico e quali sono i rischi per la popolazione. L’accensione delle torce e le alte colonne di cupi fumi sono ormai uno spettacolo quotidiano tutt’altro che edificante. Fra il 19 e il 30 novembre e poi ancora fra il 7 e il 9 dicembre, quindi il 14 dello stesso mese e infine l’8 e il 10 di gennaio le lingue di fuoco fuoriuscivano dalle ciminiere degli stabilimenti. Si tratta di un’emergenza, poiché l’accensione delle torce è consentita solo in casi straordinari. Il problema ora è comprenderne le ragioni e stabilire i pericoli. Yara e Versalis sono le imprese più attentamente monitorate. Loro per prime dovranno fornire spiegazioni.
Le istituzioni per ora si sono limitate a generiche rassicurazione. Non c’è stata una presa di posizione netta. La scelta è stata forse quella di trasferire al rappresentante del governo l’impegno di mediare e sollecitare i chiarimenti. Una strategia accorta, improntata alla prudenza, per qualcuno finanche eccessiva. E’ il caso del Movimento 5 stelle, per esempio, che sollecita una presa di posizione politica e snocciola fondate ragioni di inquietudine.
Peraltro le inquietudini destate dal petrolchimico a Ferrara si assommano all’emergenza che in questi ultimi due mesi ha interessato tutto il Paese e in particolare la pianura padana a seguito del drammatico aumento del livello di polveri sottili presenti nell’aria.
“E’ piovuto un po’ e questo ha indotto qualcuno a considerare sbrigativamente risolto il problema, ma non è così e lo sappiamo bene – commenta il deputato 5 stelle, Vittorio Ferraresi – Gli ultimi dati sono molto preoccupanti. Per affrontare la situazione servono interventi strutturali e misure mirate. Non si tratta di allarmismo ma di rischi reali. A Gela di recente il tribunale ha emesso una sentenza che presuppone il nesso causale fra morti e miasmi petrolchimici. Teniamone conto. Ferrara in questa fase è simultaneamente oppressa da problemi sindacali e rischi per la salute. Il prefetto si è mosso giustamente e lo ha fatto per primo”.

Il Movimento 5 stelle punta l’indice sul ricatto occupazionale. “Si è perennemente in bilico fra produttività e sicurezza. Su questo terreno la politica non fornisce alcuna risposta. E’ ovvio che le aziende, nei limiti posti dalla legge, facciano tutto ciò che conviene loro per trarre il massimo”. Sono entità economiche e tutelano i loro interessi. E’ la politica – sostiene Ferraresi in conferenza stampa – che dovrebbe condizionarne l’operato “incentivando chi attua comportamenti virtuosi e sanzionando pesantemente chi inquina”. Tali non si possono certo considerare, per esempio, le ammende inflitte in passato a Yara e Basell per una serie di ripetute infrazioni: emissioni non autorizzate (fra il 2007 e il 2010) e improprio utilizzo torce (fra 2010 e 2011). In totale 41 mila euro: una sanzione ridicola, un regalo.

Manca un piano economico energetico-produttivo che abbia valenza strategica, fa notare anche il deputato ferrarese del Movimento 5 stelle. Denuncia come per estrarre petrolio, allettati da una manciata di euro, si vogliano violare il paradiso delle isole Tremiti. E addita Ferrara come capitale delle Pm10, le terribili polveri sottili. All’inquinamento altissimo certificato dai dati Istat corrisponde un alto tasso di mortalità. Si è registrato un aumento dei casi di tumore, ben 2980 in più. E le risposte sono insufficienti. Alle nostre latitudini – riferisce – l’aspettativa di vita è di tre anni inferiore al resto del Paese. Vergognoso e allarmante il silenzio. Il problema riguarda prima di tutto la salute dei cittadini. Ma ha anche ricadute economiche, sottolineano ancora i 5 stelle. In Emilia Romagna c’è un costo di tremila euro procapite che gravano sulle spalle di ognuno di noi, dovuto ai danni arrecati all’ambiente e agli interventi attuati per attenuarne gli effetti.

Servono interventi mirati a livello nazionale, con specifico riguardo per la pianura padana. Che fare? “Incentivare la raccolta differenziata. Stop ai propellenti fossili (invece si punta ancora sugli idrocarburi). Per contrastare l’inquinamento ambientale, stop ai veicoli diesel. Favorire la diffusione di vetture a gpl, metano e ibride. M5s ha proposto incentivi solo per questo tipo di auto. Invece hanno incentivato tutti”.
Poi c’è il dito puntato sulle infrastrutture e l’ostilità per la Cispadana. “Stiamo per costruire una strada assolutamente inutile fra Ferrara e Reggiolo, proprio quando l’Europa chiede un potenziamento del trasporto ferroviario. Serve la sensibilità del governo”.

Alle questioni prettamente locali torna il neoconsigliere comunale Sergio Simeone: “Chiediamo che il tavolo convocato per martedì dal prefetto sia allargato alla presenza di un organismo terzo indipendente e rappresentante società civile”. Il soggetto proposto è l’associazione Isde di cui è esponente il medico Luigi Gasparini, simpatizzante del Movimento 5 stelle, anch’egli presente in conferenza stampa. “Chiediamo all’Amministrazione comunale cosa fatto per migliore la qualità aria. Sul problema torce noi ci siamo mossi tempestivamente senza ottenere risposte. E’ stata ignorata da Arpa la nostra richiesta di chiarimento. Sono arrivate generica rassicurazioni ed eluse le reali problematiche. Ferrara subisce tutte le problematiche proprie della pianura padana. In aggiunta ci sono petrolchimico e inceneritore: la situazione è particolarmente pesante”.

Simeone solleva poi una questione non secondaria: Arpa ha fornito dati rilevati da Yara, sono stampati sulla loro carta intestata. Possiamo fidarci? Chi controlla il controllore. Di questi tempi ci vorrebbero verifiche scrupolose, al di sopra di ogni sospetto. La situazione del petrolchimico è preoccupante. Oltretutto Versalis è in fase di vendita e potrebbe esserci un allentamento controlli… Per questo, pur apprezzando l’iniziativa del prefetto che ha invitato aziende, organismi di controllo e istituzioni, sosteniamo che sia importante coinvolgere la società civile. Quella di Iside è una proposta, ma siamo aperti ad altre soluzioni. La nostra è una richiesta non polemica, un contributo costruttivo. Speriamo si possa dare questo segnale importante.
E in tema di contributi fattivi, Simeone aggiunge un’annotazione e la conseguente proposta: “l’inquinamento delle caldaie incide più di quello delle auto. Spesso negli uffici pubblici le temperature sono eccessive. sarebbe il caso di verificare e intervenire. Se si iniziasse dagli uffici pubblici a dare il buon esempio forse poi si sarebbe più autorevoli a chiedere l’impegno dei cittadini. Servirebbe anche un fondo pubblico per la mobilità sostenibile, immediatamente disponibile. E, al riguardo, a livello di comportamenti virtuosi bisognerebbe per esempio che tutti quanti spegnessimo il motore ai semafori. Tante piccole cose utili che sommate possono contribuire a migliorare la situazione…”.

Infine Luigi Gasparini, in attesa del nulla osta per partecipare al vertice in prefettura di martedì, snocciola i dati delle polveri sottili rilevati in città. E fa notare come i valori non siano rassicuranti. “La situazione epidemiologica di Ferrara conferma vecchie tendenze. L’eccesso di micropolveri causa malattie cardiocircolatori e tumori. “Ieri le pm10 in corso Isonzo erano a 74 microgrammi di media. I danni alla salute, secondo l’Organizzazione mondiale per la sanità, iniziano già dai 20 microgrammi per metro cubo. E poi, analizzando la serie storica del 2015 ci si accorge che i valori più alti e il maggior numero di sforamenti 2015 sono al Barco non in città”. Alla radice del problema, dunque, più che il traffico automobilistico ci sarebbe proprio il petrolchimico.

L’economia del Terrore: così si finanzia il Califfato

La guerra è arrivata. Dentro casa, nel cuore di quell’Europa che da settant’anni ormai non conosceva più l’orrore bellico. D’improvviso quel che pareva solo un fenomeno mediatico racchiuso nel teleschermo ha invaso le nostre vite: comprendiamo che la guerra è in mezzo a noi e i morti di Parigi incombono sul nostre quotidiane esistenze. E la guerra terrorizza, mortifica e cancella le libertà duramente conquistate nel tempo, costa. Non solo, ovviamente, in termini di vite umane e di sacrifici per le popolazioni coinvolte, ma anche nel mero senso economico del termine. Se può sembrare scontato, e auspicabile, che uno Stato di diritto con un’economia avanzata possa riuscire a gestire economicamente la propria difesa, meno scontato è come possa uno Stato autoproclamato che si trova in una delle aree più aride del pianeta ottenere i fondi per finanziare uomini, mezzi, armamenti e vettovaglie.

Retorica a parte, tutti ormai concordano sul fatto che l’Isis sia l’organizzazione terroristica più ricca e militarmente attrezzata a livello globale. Nata da una costola di Al-Qaeda e divenutane indipendente, il Daesh, come è stato recentemente ribattezzato, si differenzia da quest’ultima sotto diversi aspetti. Primo fra tutti la capacità di possedere un territorio, ossia quella zona di terra che va da Damasco fino al cuore dell’Iraq: mentre Al-Qaeda ha sempre avuto un’impostazione settaria, divisa in piccole cellule semi-indipendenti, oggi non più minacciose come qualche anno fa, l’autoproclamato Califfo Al Bagdadi ha dato all’Isis un assetto unitario e politico rendendola in grado di controllare le popolazioni che si trovano sul suo territorio; non è un caso che si parli di “Stato” Islamico.

Com’è possibile per un’organizzazione del genere trovare il modo di finanziare la propria sussistenza e le attività belliche? Una prima fonte di finanziamento della Jihad portata avanti dall’Isis è data dalla tassazione dei propri cittadini. Organizzata in maniera più simile a un pizzo mafioso che a un sistema tributario e basata sulle minacce verso le genti sottomesse, garantisce risultati non sottovalutabili: il Califfato è arrivato ad un’estensione quasi pari a quella dell’Italia e ad una popolazione di circa 11 milioni di abitanti; nonostante questi siano tendenzialmente poveri, a livello aggregato vengono garantiti buoni apporti di capitale, anche considerata l’unicità del loro impiego. Un’altra fonte di approvvigionamento importante per il Daesh è data dalle donazioni che esso riceve da persone che ne condividono gli obiettivi jihadisti in tutto il mondo. Mentre in passato queste si sono rivelate fondamentali per la crescita del Califfato, ora sono in diminuzione anche grazie ai maggiori controlli sugli spostamenti di capitali indirizzati a quell’area geografica da parte dei paesi occidentali.
Attualmente le principali fonti di guadagno dello Stato Islamico derivano direttamente dal territorio che esso controlla: già si è detto di come l’area in questione sia particolarmente sterile, tuttavia non si deve dimenticare che si tratta di una delle zone con la maggior concentrazione di pozzi petroliferi al mondo presso i quali, fra l’altro, si trovavano già in loco le attrezzature di estrazione irachene e siriane. L’estrazione e la vendita di petrolio rappresenta il business di maggiore importanza per lo Stato Islamico, in grado di estrarre dai 42 ai 50 mila barili in media al giorno, venduti ad un prezzo massimo di 45$ l’uno. Un giro d’affari che porterebbe nelle tasche del Califfo oltre due milioni di dollari al giorno. Ma chi mai commercerebbe petrolio con l’Isis? Loschi affaristi ci sono sempre e ovunque, ma pare che la grande maggioranza delle estrazioni vengano contrabbandate in Turchia il cui presidente Erdogan ha sempre tenuto un atteggiamento quanto mai ambiguo nei confronti del Califfato.
Altra fonte di finanziamento è costituita dai riscatti pagati direttamente dai Paesi occidentali per la liberazione degli ostaggi nelle mani dei miliziani: tagliare la testa o bruciare vivi coloro che vengono catturati nel nome del Califfo non è unicamente un’indicibile barbarie fine a sé stessa, ma è anche la più orrenda forma di ‘pubblicità’ mai creata da una mente umana. Tale pubblicità non è indirizzata solo ad altri fanatici allo scopo di invogliarli ad unirsi alla jihad: il target principale a cui è rivolto questo macabro spettacolo sono i governi dei Paesi di appartenenza degli ostaggi ancora in vita. L’obiettivo è quello di piegare l’opinione pubblica e la fermezza dei governi, costringendoli a pagare riscatti da capogiro. Si è scritto ad esempio, notizia confermata poi smentita e sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza, che per il rilascio delle volontarie italiane Greta e Vanessa siano stati sborsati dal Governo Italiano 11 milioni di euro, se si moltiplicano cifre di questo genere per tutti gli ostaggi liberati su riscatto si comprende come mai l’Isis possa riuscire a sostenersi.
Vi è infine il redditizio contrabbando di opere d’arte: l’iconoclastia è certamente una delle più vergognose dimostrazioni di ignoranza che il Califfato potesse offrire al popolo occidentale, ma mentre all’occidente veniva data la triste immagine di Palmira distrutta, pare che buona parte del patrimonio artistico di enorme valore di cui l’Isis sia venuta in possesso lungo il suo cammino sia finita sul mercato nero delle opere d’arte, alimentando da un lato le collezioni di qualche avido milionario e dall’altro le tasche del Califfo. Un bene per l’arte? In un’ottica miope si può definire sicuramente un male minore rispetto alla distruzione, se non fosse che l’intero guadagno derivante da tali cimeli viene devoluto, assieme alle altre ricchezze accumulate nei modi sopraesposti, nel commercio illegale di armi sul cui mercato lo Stato Islamico è attualmente il primo acquirente mondiale.

Parallelamente a tutto ciò, la forza del Califfo nella sua area è data non solo dalla sua capacità di finanziarsi, ma anche dalla sua efficienza nell’impoverire le regioni circostanti. Anche in questo caso la chiave di lettura dell’azione è economica. Il fatto di avere ancora negli occhi la strage di Parigi ci fa quasi dimenticare che l’Isis aveva già attaccato e stia ancora attaccando vaste zone dell’Africa e dell’Asia. Gli attentati non sono legati a luoghi particolarmente simbolici, tuttavia non sono scelti a caso: il Daesh mira piegare le aree circostanti partendo dal loro settore più vulnerabile e al contempo fra i più redditizi, il turismo. Poco prima degli attacchi di Parigi, i terroristi avevano colpito un aereo russo in Egitto, un museo a Tunisi, mentre, procedendo a ritroso, si trovano l’attacco alla storica moschea della capitale del Kuwait, il più ‘occidentale’ degli Emirati Sovrani, e le conquiste territoriali ottenute in Siria ed Iraq. Questi attacchi hanno lo scopo di fiaccare le possibilità di reazione dei Paesi colpiti nei confronti dell’espansione del califfato facendo venir meno le fonti di finanziamento alla loro difesa.

In uno scenario di guerra ormai in corso, il metodo più efficace per contrastare l’Isis potrebbe essere quello di emularne la strategia colpendo le basi della sua economia. Se da un lato sarebbe sicuramente difficile impedire ai volontari di andare ad operare in Siria e resistere alle intimidazioni rifiutando di pagare i riscatti per coloro che vengono fatti prigionieri, riuscire a sottrarre allo Stato Islamico i giacimenti petroliferi di cui al momento dispone sarebbe sicuramente un grandissimo passo avanti per il suo indebolimento. È inoltre indispensabile sottrarre alla furia dell’Isis i vari patrimoni artistici entrati nel suo mirino se non già nel suo territorio: evitarne la perdita non solo farebbe venir meno una delle fonti di approvvigionamento dello Stato Islamico, ma salvaguarderebbe patrimoni di inestimabile valore dall’intolleranza di chi delle altre culture intenderebbe eliminare anche le radici, non volendo accettare il fatto che quelle radici, in fondo, siano anche le sue.

L’OPINIONE
Le mani sul petrolio e la profezia di Gheddafi

E ora? Confusione, paura, morte, terrore… Qualcuno di noi, europei coalizzati con gli Stati Uniti, si è mai chiesto che potrebbe essere stato un errore “pianificare” l’uccisione di Saddam e Gheddafi? Sono state dimenticate e sottovalutate le parole di Gheddafi: “Senza di me vi invaderanno, milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l’Italia e l’Europa, svegliatevi! Questi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e a uccidere, uccidere, uccidere”.
A quattro anni di distanza, dalla sua morte, queste parole suonano come una sibillina profezia.

Stesso errore con Saddam Hussein, dittatore dell’Iraq, giustiziato nel 2006 e che ora, i suoi ex ufficiali, una cinquantina, sarebbero a capo del califfato. Con l’insana idea di eliminare questi due “capi” ci siamo puniti con le nostre stesse mani… La strage di Nassirya non ci aveva insegnato proprio nulla? Il messaggio che hanno voluto inviarci non è stato ben recepito?

Sappiamo benissimo che gli interessi in ballo, più che religiosi, sono di natura economica. Si tratta di controllo territoriale e strategico delle risorse petrolifere.

A questo punto sarebbe logico distruggere il sofisticato business sotterraneo dell’Isis, fermare ogni attività terroristica, ogni rifornimento di denaro e di armi a questi criminali. Andare a bombardare la capitale della Siria, come hanno appena fatto i francesi, si rischiano solamente uccisioni di civili innocenti e poco più di niente.

Si dice che siano una quarantina gli Stati che li finanziano: l’Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Turchia e tantissimi altri: una pazzia! Si devono bombardare i pozzi petroliferi, non le città! Ma questo non lo si vuole… Abbiamo “combattuto” a prezzi umani altissimi per il petrolio e non vogliamo e non possiamo mollarlo…

In questo delicato periodo la Ue invece di perdere tempo nel “boicottare” i prodotti israeliani, con la bugia dei territori occupati, casomai “contesi”, l’avesse impiegato a combattere il terrorismo, avrebbe fatto cosa buona e giusta. Però a qualcosa è servito l’atroce attentato a Parigi, a far comprendere come vive Israele ogni giorno nel difendersi dai continui attentati e accoltellamenti. Ha detto giusto Vittorio Sgarbi:”C’è un Paese che oggi siamo noi. Si chiama Israele che deve difendersi con la forza dell’intolleranza che Israele sia lì. Allora quello che è capitato a Israele oggi tocca a noi. Tutta l’Europa è Israele, dobbiamo abituarci a vivere come loro. Sono stato a Tel Aviv, se vai al cinema ti controlla no quattro ore”.

Netanyahu, il primo ministro israeliano aveva avvisato la Francia, mesi fa, tramite i servizi segreti israeliani, che qualcosa di brutto si stava muovendo e non gli hanno creduto…

Ci sembra di aver compreso che l’Europa occidentale intende vivere nelle medesime condizioni in cui vive Israele, bene, però bisogna tener presente che in Israele quando i terroristi palestinesi compiono attentati contro la popolazione israeliana dopo poche ore o al massimo dopo qualche giorno li trovano, non se li fanno scappare…

pasolini

NOTA A MARGINE
Pasolini, 40 anni di ombre su un delitto utile

La notte fra il 1 e il 2 novembre 1975 moriva a Ostia, vicino Roma, Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista, studioso della società italiana, intellettuale. Pasolini fu ucciso deliberatamente, prima ridotto ad un “grumo di sangue” (come definì lo stato del cadavere un medico legale) e poi finito con un passaggio della sua stessa auto sul corpo agonizzante. Il 26 aprile 1976 ad essere condannato per l’omicidio di Pasolini fu Pino Pelosi, detto Pino la Rana, 17 anni e qualche precedente per furto. Reo confesso. Il giovane, processato al Tribunale dei minori perché non ancora diciottenne, sconterà nove anni, sette mesi e dieci giorni “Per per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario nella persona di Pasolini Pier Paolo – lesse il giudice Carlo Moro, fratello del presidente della Democrazia cristiana Aldo -. Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’idroscalo il Pelosi non era solo”. Ma nessun altro fu identificabile, quindi il processo di primo grado si chiuse e la difesa ricorse in appello e in Cassazione. Qui ‘la Rana’ venne sollevato dalla condanna di atti osceni e furto aggravato, mentre gli fu confermata la condanna per omicidio. Venne inoltre decretato che quella notte all’Idroscalo di Ostia ci fosse solo lui in compagnia di Pasolini. La vicenda passò sotto le forche caudine dell’opinione pubblica come un delitto maturato nell’ambiente della prostituzione omosessuale.

A 40 anni da quell’omicidio molte restano le zone d’ombra. Più di qualcosa è stato omesso, manomesso, manipolato, il sospetto nacque immediatamente negli amici di Pasolini, in chi lo conosceva bene e nei giornalisti, che riscontrarono incongruenze nelle indagini, nelle modalità stesse di investigazione.
I perché, i dubbi si rincorsero per anni, le ipotesi avanzate furono diverse, le richieste di riaprire il caso molteplici e circostanziate ma non portarono luce sulla vicenda. Fino al maggio del 2005, quando Pelosi ormai adulto e libero, si lasciò intervistare dalla giornalista di Rai3, Franca Leusini. Nel programma Ombre sul Giallo l’uomo rivelò di non essere lui l’assassino di Pasolini, ma che ad ucciderlo erano stati tre uomini, che avevano aggredito anche lui, lasciandolo poi andare via minacciandolo di morte e ripercussioni sulla famiglia se avesse aperto bocca. A prescindere dalle contraddizioni nelle parole dello stesso Pelosi, la sua dichiarazione cambiò la prospettiva di quell’efferato omicidio, le ipotesi diverse su quello che era stato ripresero forma e si avvicinarono sempre di più ad una fanghiglia di politica, potere, interessi dalle quali però non saranno mai portate alla luce, per diventare fatti. Nel maggio 2014, dopo l’ennesima richiesta di riaprire il caso per indagare sulla provenienza delle macchie di sangue trovate sul maglione rinvenuto nell’auto di Pasolini, il gip di Roma, Maria Agrimi, ha archiviato l’ultima inchiesta sulla morte dello scrittore e regista, accogliendo la richiesta sollecitata dalla Procura.

Ma se non è stato Pino Pelosi a uccidere Pasolini, chi è stato? Perché? Per chi e cosa tutte le ipotesi alternative sono state via via fatte sfumare?
Se volessimo credere all’ipotesi del delitto politico verso il “frocio Pasolini” cosa potrebbe rivelarci l’assassino misterioso? Erano gli anni Settanta e la politica era quella delle stragi, del terrorismo, della violenza che insanguinava le strade. L’odio verso Pasolini, l’intellettuale di sinistra, si realizzò con una strategia minima: lo seguirono, lo tirarono fuori dall’auto e lo massacrarono di botte. Peluso era uno della borgata, fece da gancio e si assunse la colpa.
Ma esiste anche una pista politica che inquadra l’omicidio Pasolini in un quadro più ampio e complesso, che apre la porta a ipotesi diverse. Un secondo ipotetico assassino/mandante potrebbe rivelare che nello scenario delle stragi, del terrorismo, della violenza diffusa che insanguinava le strade degli anni Settanta,  Pasolini era una mina vagante, un’intellettuale acuto: nel corso delle ricerche per i suoi romanzi andava a scavare in questioni nelle quali non si sarebbe dovuto immischiare. Sapeva dove guardare e a chi chiedere. Nello scrivere il romanzo ‘Petrolio’, uscito postumo nel 1992, molti anni dopo la sua morte, Pasolini raccontava delle relazioni fra la politica democristiana, aziende e capi d’azienda che non si sarebbero dovuti toccare e invece lui aveva messo le mani su appunti, relazioni, testi che aprivano le porte ad interpretazioni scottanti al ruolo del successore di Mattei, il rapimento del giornalista Mauro De Mauro fino al progetto di costruzione del metanodotto fra l’Africa e la Sicilia. Come avesse fatto a rimettere in fila tutte le informazioni intuendo la portata delle tessere mancanti del puzzle lo capisce solo chi va a visitare il Gabinetto scientifico e letterario Viesseux di Firenze, dove sono conservati i documenti e gli appunti che gli sarebbero serviti alla stesura di Petrolio e i materiali che Pasolini andava consultando, incluso – ora – il manoscritto originale del romanzo. Pasolini era scomodo, nel giro di poche ore gli fu tolta la parola, nel giro di pochi giorni – con il caso chiuso come omicidio a sfondo sessuale e lui denigrato e ridotto a caricatura – smise anche di essere scomodo.

Ma non è tutto, le ipotesi si possono accavallare, a volte combaciano in alcuni angoli. Come anticipato, dopo pochi giorni dalla sua morte gli amici di Pasolini cominciarono a raccogliere testimonianze e informazioni per capire cosa fosse successo. Sergio Citti, fra i più legati al regista e suo aiuto in alcuni film, andò all’idroscalo dove raccolse testimonianze e girò filmati sul luogo del delitto. Nel 1975 però il materiale da lui prodotto non fu messo agli atti dalla magistratura, né Citti fu mai sentito. Avrebbe potuto raccontare che pochi giorni prima dell’omicidio erano state rubate le pizze del film ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’ dagli stabilimenti della Technicolor, assieme ad altro materiale video. Pasolini rimediò, utilizzando in montaggio altre sequenze e la cosa sembrò finire lì. Invece Citti viene contattato da Sergio Placidi, suo conoscente, che gli spiegò che a rubare le bobine era stato un gruppo di ragazzi che frequentavano un bar nella zona di via Lanciani, che si rivelerà essere il bar frequentato da Pino Pelosi, e che questi chiedevano un riscatto cospicuo per la restituzione del filmato. Il produttore del film, Alberto Grimaldi non volle versare la cifra milionaria richiesta e quindi la trattativa si chiuse senza scambio, salvo che pochi giorni prima del 2 novembre Pasolini fu contattato perché i ladruncoli, a loro dire, avevano capito che fra le pellicole rubate c’erano le sue e volevano restituirgliele. Ecco che ricomparve ‘la Rana’, che incontrò Pasolini per restituirgli il materiale. A questo punto, possiamo ipotizzare un terzo scenario: quando giunse all’appuntamento Pasolini era diffidente, non voleva far salire i ragazzi in auto, qualcuno gli si voleva anche proporre come attore nel suo prossimo film. Fece salire Pino Pelosi, che però disse di non avere lui le pizze rubate e quindi dovette chiamare al telefono per avvisare qualcuno che sarebbero andati a recuperarle, ed ebbe istruzioni di recarsi dopo mezzanotte ad Acilia (o anche a Dragona o Vitinia, località vicine). Siccome era presto, Pasolini portò il ragazzo che non aveva ancora cenato al ‘Biondo Tevere’, dove il regista non mangiò niente perché aveva già cenato con l’amico attore Ninetto Davoli. Finita la cena, lui e Pino presero la via Ostiense (e non la via del Mare come si sarebbe dovuto fare per andare a Ostia). Quando arrivarono al luogo dell’appuntamento furono raggiunti dai complici, Pasolini venne sequestrato e lo portato fino all’idroscalo. La fine è nota. Perché? Ordini dall’alto, hanno pensato in tanti, eseguiti da un gruppo di sbandati per compiacere qualcuno.

Ipotesi, sospetti, dubbi, misteri: l’omicidio Pasolini resta una pagina oscura della storia contemporanea del Paese. Ci troviamo invischiati in una melma di reticenza anche a 40 anni dal suo omicidio.
Resta alta la testimonianza di Pier Paolo Pasolini: la sua arte non conosce i limiti della cronaca, è quanto mai attuale. Grida della condizione umana di chi vive ai margini del potere, di chi ne è sopraffatto, anche di chi lo vorrebbe sovvertire e invece magari inconsapevolmente ne asseconda il gioco. Con la sua intensa, cruda poetica delle immagini e dei suoi testi, Pasolini racconta i vizi della società italiana, le sue pochezze, la corruttibilità di tutta l’umana carne; e resta sempre baluardo nel presente di una società che si definisce moderna e progressista ma non sa fare i conti con la propria storia.

Kazakistan-Astana

ALTRE METE
Kazakistan, sogni e ricordi nel delicato equilibrio tra passato e futuro

Mentre Expo 2015 a Milano si avvia a salutare gli ospiti che ne hanno visitato i padiglioni da tutto il mondo, si configurano già i luoghi più amati.
Ai primi posti quello dedicato al Kazakistan, la cui capitale Astana ospiterà la prossima esposizione universale programmata per il 2017, dedicata all’energia del futuro. Ore di attesa per vedere mele, tulipani e storioni, prodotti-bandiera del Paese che ha ottenuto l’indipendenza dalla ex Unione Sovietica nel 1991, ospite di uno dei più grandi giacimenti petroliferi al mondo.
Diversi Paesi hanno già garantito la propria presenza all’evento, che focalizzerà l’attenzione sul futuro sostenibile ricordando l’inevitabile transizione energetica verso un futuro sostenibile, mentre il commissario generale Anuarbek Mussin attende la risposta dell’Italia, fiducioso che ci sarà, in virtù dei rapporti che la legano al Kazakistan.
Ma anche per motivi meno economici e più sottili.

Motivi che bene evidenzia l’etnologo e regista Andrea Segre nel suo ultimo documentario, “I sogni del mare salato”, presentato nell’ambito Documentari dell’ultima edizione del Festival di Internazionale a Ferrara. Il film, appartenente al progetto Fuorirotta (www.fuorirotta.org), che accoglie diari, reportage, documentari e fotografie, raccontando i migranti e suggerendo nuove mete di viaggio e di scambio con gli altri.
Il film “non ha pretese di inchiesta”, racconta il regista Andrea Segre; bensì ha la foggia di “un viaggio in una umanità che sta vivendo ciò che in Italia si è vissuto cinquanta anni fa.
Quello che si può scoprire facendo domande ai propri genitori, o ai propri nonni, sempre tutelando le persone che vivono la realtà che visito – e che non potranno più farsi una volta scomparse le memorie storiche.”

Tessendo in maniera tecnica una analogia di fondo che rende difficile essere positivi. Perché ora, in Italia, la festa è finita; sembra i soldi siano fuggiti, così come le promesse e le speranze che accompagnavano la generazione nata nel secondo Dopoguerra. E non è un caso se al racconto di viaggio di oggi di Segre in Kazakistan si alternano fotografie d’epoca tratte dall’archivio personale del regista e da quello storico dell’Eni, dove è ritratto il boom degli anni Sessanta, il miracolo economico, finalmente la ripresa dopo stenti e difficoltà finita la guerra.
Ragazze in dolcevita e cappotto a quadri che scherzano e ridono, ragazzi in comitiva si abbracciano pensando al futuro dietro l’angolo, con la certezza di essersi lasciati alle spalle un passato ingombrante e disseminato di pezzi da ricomporre. Passato che in Kazakistan è ancora così forte e accentuato dala “jurta” in una campo desolato, dove per sette giorni si saluta mangiando, bevendo e cantando un figlio delle steppe che se ne è andato. Pescatori kazaki di Jambai nel fotogramma successivo a quello in cui compaiono pescatori di Chioggia, quei laghi salati che custodiscono i sogni di una intera popolazione.

Paese in ascesa, dove la crescita economica procede spedita, il Kazakistan di oggi somiglia infatti molto all’Italia degli anni Sessanta. Una gallina le cui uova d’oro si chiamano petrolio e gas (il cui primo importatore è attualmente proprio l’Italia), in cui non c’è più posto per essere poveri, mentre si spera di diventare sempre più ricchi. Il successo di chi se ne va verso le città per lavorare in multinazionali, di chi guadagna quattro volte la pensione dei propri genitori cozza contro la realtà vista da chi per scelta o necessità – pastori, contadini, bambini – è rimasto nelle immense steppe che ruotano immobili intorno al Mar Caspio, l’occhio di acqua salata che ricorre nel titolo.
Lo scetticismo degli anziani è latente, opposta alla realizzazione in itinere dei più giovani; non bastano gli stipendi alti dell’oro nero per spazzare via un senso di malinconia che pervade chi è rimasto ad abitare città fantasma, oramai dominate da trivelle instancabili, custodi giganteschi di un Paese i cui abitanti ritornano solo per costruire nuove sentinelle di ferro e acciaio; dove se uno torna è solo per costruire altri fatiscenti palazzi del petrolio che svettano sulla steppa desolata, e non per restare: questo significherebbe ammettere che il sogno ha delle falle aperte, che l’acqua comincia a sgorgare da tubi lasciati aperti per errore. E non si tratterebbe dell’acqua salata del sogno.
Ciò che domina è il miracolo economico, la paura di essere esclusi e il desiderio di farne parte.

I primi operai che lavorano per l’energia dei Paesi satellite dell’Est; l’entusiasmo di chi apre una nuova attività, caschi da lavoro e tute in bianco e nero di fianco a impiegati usciti da master londinesi che vanno all’ufficio in taxi con autista, tutto scorre parallelo al Kazakistan di oggi.
Dove per ogni ristorante inaugurato c’è una apprendista (non più giovane) che lavora in un caffè.
E c’è il desiderio, un giorno non lontano, di aprire un ristorante, magari alla moda occidentale – magari lasciandoci accanto il “kuyrdak”, piatto tradizionale del posto. Ma ancora c’è da correre, mentre la giornata termina facendo i conti a matita su un pezzo di carta.
Corre veloce il progresso, somiglia a quello che un passo dopo l’altro ci porta a rimpiazzare, l’iPhone 6 al posto del 5, sembra raccontare tra le righe il documentario di Segre.
L’importante sembra essere non avere tempo per ricordare o provare nostalgia, di rallentare e chiedersi dove si sta andando, e in che modo. E pensare che Godot lo hanno aspettato invano non aiuta. Spesso però aiuta ricordare che il viaggio è tanto importante quanto l’arrivo, nonostante spesso tutto quello che si trova sia solo una porta a vetri appannati con la scritta “Chiuso”.

medio-oriente

L’ANALISI
Americani e russi, sciiti e sunniti: lo scacchiere delle alleanze e degli interessi in Medio Oriente

I governi occidentali stanno dimostrando una certa preoccupazione per l’intensificarsi delle attenzioni russe nello scenario siriano. Putin infatti, che non ha mai nascosto il suo appoggio a Siria e Iran, sembra stia rifornendo di armi e soldati la Siria in funzione anti Isis che vuol dire necessariamente aiutare Assad, che al contrario ‘i nostri’ vogliono fuori dai giochi.

La fumosa coalizione a guida statunitense (ovviamente), a cui si aggiungono le azioni da ‘solista’ della Francia in funzione pro-popolarità del suo presidente, ha obiettivi che a volte possono apparire confusi. Il problema è che è difficile far coincidere tutti gli interessi in gioco. Assad dà fastidio perché appoggia l’Iran (sciiti) e gli Hezbollah e si rifiuta di riconoscere la supremazia sunnita nel Golfo. Gli americani appoggiano l’Arabia Saudita (sunniti) e le permettono di bombardare a loro piacimento lo Yemen. I sauditi, intanto e da sempre, grazie ai proventi del petrolio, foraggiano tutte le scuole islamiche e fondamentaliste, buone o cattive, nel mondo per portare la tensione fuori dal loro Paese e lontano da una monarchia anacronistica e di sicuro contraria ai principi della religione mussulmana. Sempre gli americani, complici gli europei che non vedono, sostengono le politiche israeliane nella zona permettendogli di avere e sviluppare energia atomica e campi profughi perenni, fonte di malessere e terrorismo internazionale.
La Turchia poi lascia passare di tutto dai suoi confini in direzione califfato e approfitta del caos per bombardare i curdi – impegnati a combattere l’Isis oltre che a rivendicare un suolo dove vivere – e il Pkk sia in Siria che in Iraq.

Nel garbuglio c’è appunto l’Isis, che nasce forse perché la solita coalizione internazionale (con la solita guida) ha bombardato altri dittatori che proprio “non potevamo più sopportare”: Saddam Hussein del resto aveva armi chimiche ed arsenali atomici… che però non abbiamo mai trovato e Gheddafi stava facendo soffrire troppo il senso di libertà e giustizia dei francesi… Così un gruppo di ultrafondamentalisti che taglia gole e picchia donne in strada trova terreno fertile e si crea un Califfato nei territori di conquista lasciati senza controllo dopo le bombe alleate e che probabilmente – se Assad non fosse stato graziato dalle attenzioni russe – avrebbe adesso molto più territorio ed abitanti.

La gente da quei posti scappa. Sono mussulmani, ma non vanno in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi dove praticano la stessa religione, dove sono ricchi e hanno una scarsa popolazione, ma vanno in un’Europa sempre più povera, inconsapevolmente bisognosa di manodopera a basso costo, pregna di quella libertà e democrazia che, incredibilmente, finito lo stress del viaggio e dell’integrazione, ai mussulmani magari non piacerà più così tanto.

In Libia combattono da quando la guerra anti Gheddafi è finita e combattono anche grazie alle armi vendute dagli italiani. Dove ci sono guerre ci sono armi vendute da europei e americani, perché la libertà è anche poter vendere quello che ci pare a chi ci pare.

Assad incarna un interesse geopolitico, un crocevia dei giorni nostri come lo era una volta il muro di Berlino, come lo sono dal secondo dopoguerra i campi palestinesi. Hanno in comune le guerre che ne derivano, dichiarate o combattute in silenzio, gente che cerca di scappare, difficoltà per il pubblico nel capire chi siano i buoni e i cattivi, media che cavalcano l’onda ma non fanno informazione.
E noi, gente comune, poco imbarazzata di fronte alle nostre colpe, offesa da foto di bambini morti in maniera indegna, travagliata tra la scelta se sia giusto accogliere diecimila o quindicimila o centomila profughi. Tutto tranne che usare il buon senso di capire che tutte le guerre che stiamo vivendo sono state generate da altre guerre dove sono state vendute a caro prezzo cooperazione, sostegno e aiuti internazionali allo stesso prezzo di pistole e fucili.

La geopolitica è una scienza affascinante, anche se non tutti ne ammettono l’esistenza come scienza, che rappresenta gli interessi di nazioni che però, quasi mai, sono i veri interessi delle popolazioni.

petrolio

L’ANALISI
Oro nero, il grande gioco del petrolio ridisegna la politica energetica internazionale

In un mondo complesso, connesso e inter-relazionato, dove il ruolo del petrolio assume importanza sempre maggiore (anche se, in realtà, questa importanza strategica è sempre esistita), vi sono alcune letture interessanti che analizzano scenari sempre più articolati e in continua evoluzione. E’ ormai chiaro a tutti come la presenza di nuovi paesi produttori alla ribalta stia già alterando irrimediabilmente gli equilibri geopolitici del mondo. Per questo è importante fare un’attenta analisi delle mappe energetiche del pianeta, e conoscerla bene. Equilibri e attori sono cambiati: il vecchio cartello dell’OPEC trova rivali nelle repubbliche indipendenti dell’ex U.R.S.S., che hanno avviato importanti progetti di estrazione delle risorse naturali energetiche, o nella stessa Russia che, dopo l’era eltsiniana di grandi privatizzazioni, ha progressivamente riportato sotto il controllo dello Stato la maggior parte dei colossi energetici russi.

Il petrolio rappresenta, e rappresenterà sempre di più, la variabile strategica con cui pilotare le scelte di politica interna ed estera, di chi consuma, di chi produce e di chi vede (e lascia) transitare gasdotti e oleodotti nei propri territori. Lo si comprende oggi con la situazione-crisi russa, per non parlare del Nord Africa o dell’Iran. Questa risorsa strategica e i suoi nuovi scenari sono, e saranno, una variabile destinata a stravolgere il ruolo del Mediterraneo, anello di congiunzione tra i gasdotti russi e gli oleodotti di un’Africa già controllata dai cinesi e in forte sconvolgimento politico-culturale. E non solo. La chiamano anche la politica del petrolio.

copertina del volume petrolio
Il volume Petrolio. la nuova geopolitica del potere (Excelsior 1881, 2011)

Una di queste interessanti e dettagliate letture, utili per capire le regole di questo “grande gioco” (anche se è del 2011, la sua attualità è evidente) è sicuramente il saggio “Petrolio, la nuova geopolitica del potere”, composto di 8 capitoli e scritto da un eminente docente universitario massimo esperto di relazioni internazionali, il professor Giancarlo Elia Valori.

Il volume ripercorre e delinea il ruolo di petrolio e gas negli scenari economici e produttivi mondiali, attraverso un’analisi precisa e attenta della geopolitica mondiale di produttori e consumatori. Quest’ultima, definita, con precisione, come “l’insieme delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa si esercita”, è oggi lo strumento essenziale per comprendere i fatti che ci circondano quotidianamente. Il suo ruolo viene estremamente enfatizzato e rilanciato, ove si consideri che le oscillazioni del prezzo del petrolio al barile determinano trasferimento di risorse ma anche, e soprattutto, di potere e pressione geopolitica dai compratori ai venditori.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

L’analisi contenuta nel testo si concentra su numerose questioni: sul terrorismo internazionale, sulle rotte dei rifornimenti (attuale il problema posto da vie quali lo Stretto di Hormuz), sui dati relativi alle riserve reali o presunte di fonte energetiche, oltre che sulle politiche finanziarie, sui prezzi e sui vari orientamenti strategici dei Paesi produttori. Un’attenzione particolare è posta ai movimenti che hanno portato alle primavere arabe, da cui emerge che qui l’elemento religioso non ha avuto alcun ruolo reale ma dove, piuttosto, un’ondata forte di cambiamento e un’accresciuta coscienza della popolazione hanno portato una nuova aria che, d’altro canto, potrà comportare tensioni anche più forti sulle risorse energetiche. Di fronte a un disordine generalizzato del mercato, i costi delle principali fonti di energia sono comunque in aumento, anche se a ondate più o meno cicliche. Le difficoltà e criticità che emergono, ed emergeranno, nel panorama generale, sono principalmente dovute a richieste crescenti in termini di energia, da parte dei Paesi emergenti quali Cina, India e Brasile e i costi in aumento della prospezione di nuove fonti. Particolare attenzione è data alla “geopolitica delle pipeline”, con capitolo dedicato al ruolo di Israele, oltre che ai sistemi petroliferi iraniani e russi e al nodo asiatico.
Uno sforzo di collaborazione congiunta e una strategia comune per aree regionali dovrebbero essere rinforzati nel futuro, con un ruolo, pertanto, fondamentale riconosciuto alle politiche pubbliche e alla cooperazione multilaterale e sovranazionale in tema di energia.

Giancarlo Elia Valori, Petrolio, la nuova geopolitica del potere, Excelsior 1881, 2011, pp. 245.

omicidio-mattei

PAGINE DI GIORNALISMO
Il cielo cadde sulla terra. L’omicidio di Mattei

6. SEGUE – A Milano si respirava un’aria diversa, davvero. Era in costruzione la prima linea della metropolitana, c’erano buchi dovunque, i commercianti si arrabbiavano perché perdevano clienti, strade chiuse, escavatori in funzione, operai, geometri e ingegneri che si inseguivano, gli uni con i disegni dei lavori, gli altri con i martelli pneumatici, un frastuono incredibile che infastidiva ma, nel contempo, dava l’idea consolante di una città viva. Soltanto la sera il chiasso si calmava, aprivano i ristoranti e le trattorie toscane, alzavano le saracinesche i bar, non ancora pub, dove si riuniva la Milano che pensa, primo tra tutti il famoso “Giamaica” a Brera, raduno di artisti, scrittori, giornalisti, semplici amanti di un buon aperitivo, potevi incontrare il vincitore di un Pulitzer o di un grande premio di pittura, oppure studenti dell’Accademia che si pavoneggiavano spiegandoti come avrebbero cambiato l’arte e come avrebbero riempito le pareti delle grandi gallerie, l’Annunciata, il Grattacielo, il Naviglio, c’erano giovani e vecchi anarchici, e tutti parlavano con il bicchiere in mano lì davanti alla porta del locale: un brusìo forte e allegro. La vita, insomma, la vita di una città operaia e industriale, in cui pareva che le varie anime sociali potessero sempre convivere. Errore, il marcio covava sotto i piedi dei meneghini indaffarati a far soldi, mentre proseguiva il tentativo di costruire un centro-sinistra laboratorio per tutta la politica italiana. La conferma veniva, appunto, dalla nascita del quotidiano del pomeriggio Stasera, in collaborazione, dicevo, tra il comunista Cossutta, segretario provinciale del Pci, e il mega-imprenditore democristiano Enrico Mattei, uomo di Stato, presidente dell’Eni, ex partigiano, l’uomo che tentava, attraverso nuovi giornali (tra cui Jeune Afrique), di rompere il monopolio delle Sette sorelle e imporre l’Italia come nuovo partner nel mercato del petrolio. Il fatto è che Mattei mirava a costruire nuove politiche in tutto il bacino mediterraneo, operazione che non piaceva molto agli Usa e agli olandesi e, per osmosi, alla politica italiana di destra legata agli americani attraverso la ferrea cerniera dei servizi segreti.
Fu all’improvviso che il cielo cadde sulla testa di un’Italia che voleva uscire da uno stato spesso avvilente di subalternità, stabilita alla fine della guerra dalla politica di un De Gasperi, il quale, in pratica, aveva messo fuorilegge il Pci, che pura faceva parte del governo, un colpo di stato suggellato dall’attentato a Togliatti nel 1948. Era il 27 ottobre 1962, un ottobre freddo, piovoso, tempo da lupi di pianura. Ero di riposo, per me giorno di festa, la sera sarei andato per la prima volta alla Scala e mi ero vestito per la circostanza, abito scuro, quello del matrimonio, scarpe inglesi, coi bucherelli, comprate per una cifra astronomica alla Zenith di Ferrara, mi piacevano quelle scarpe, quando camminavo le suole mi mandavano alle orecchie un simpatico sgnich. Pareva tutto tranquillo, ma verso le 18, mi pare, arrivò una telefonata dal mio capo dell’Agi: “vieni subito – disse Giorgio Triggiani – l’aereo di Mattei è disperso, è scomparso dal radar”. Vestito da teatro, scarpe sgniccanti, volai in redazione, tutti i redattori presenti, Triggiani era al telefono con Pier Bellini delle Stelle, capo dell’ufficio stampa dell’Eni, il partigiano che, con Valerio, mise fine alla vita di Mussolini: la nostra agenzia doveva dare notizie di ciò che era accaduto, o stava accadendo, a tutti i giornali del mondo. Le telefonate si susseguirono fino alle 20, quando l’Eni ci informò che l’aereo del nostro presidente era caduto in una marcita, a Bascapè, tra Milano e Lodi, non lontano dall’aeroporto di Linate. Vai tu, mi disse il caporedattore. Mi infilai il paltoncino scuro, elegante, e, sulla mia 500, presi corso Lodi e mi diressi verso Linate, viaggio non lungo. La pioggia batteva inesorabilmente. Arrivai alla marcita di Bascapè divenuta un lago, lasciai l’auto vicino a un’osteria di campagna, dov’erano parcheggiate le macchine di altri colleghi e mi diressi verso le luci che vedevo brillare sull’acqua, il cammino mi era indicato dai fari a intermittenza dei vigili del fuoco, della polizia, dei carabinieri, delle autoambulanze. Fatti pochi passi mi ritrovai in mezzo al lago, l’acqua mi arrivava alla cintola, quando ero su un terrapieno, altrimenti andavo giù fino al petto, ma non faceva freddo, anzi l’acquitrino mi riparava dalla pioggia ghiacciata, tutto sommato stavo meglio dentro che fuori. La scena che mi si presentò cento metri più avanti sembrava strappata da un film francese anni Quaranta, una decina di macchine galleggiava attorno a uno spiazzo in mezzo ai campi, proprio non m’informai che cosa veniva coltivato, erano le macchine dei colleghi giornalisti, ne ricordo uno, un amico grande e grosso, che stava in piedi sul predellino dell’auto del Corriere per non bagnarsi i piedi, telefono in mano, il quale gridava “voglio la mia firma in prima, hai capito Giulianino?”. Proseguii risalendo dal fossato in cui ero precipitato, acqua fino al collo, e giunsi sul terrapieno dove cominciavano i resti del jet di Mattei, l’aereo aveva lasciato una lunga striscia sul terreno, dovunque pezzi di carlinga bruciacchiati. Sotto i fari i pompieri stavano tentando di recuperare i poveri resti dei tre corpi delle vittime, Mattei, il pilota, un giornalista americano. A un certo punto pestacciai una piccola massa rossastra, guardai, era un cervello. Nessuno osava parlare di cause, c’era stato uno scoppio, ma prima o dopo la caduta? Si seppe soltanto che il pilota aveva tenuto i contatti fino all’ultimo con la torre di controllo di Linate, poi l’aereo era scomparso dal radar. Dopo alcune ore tornai all’osteria, dove trovai il mio capo, mi fece portare un te caldo, riferii quello che avevo visto e poi riuscii a telefonare in redazione e raccontai i particolari del disastro con la maggior precisione possibile. Tornai all’Agenzia verso le quattro, parlai con Pier Bellini delle Stelle, il quale m’informò che Mattei era tornato in tutta fretta da Palermo perché aveva un appuntamento in albergo con il famoso banchiere e petroliere Rockfeller, “ma è un’informazione da tenere per noi, mi raccomando” e la notizia non è mai uscita, nessuno ha mai indagato. L’Italia si era liberata di un uomo scomodo, non sarebbe stato l’ultimo, anzi era la prima di una serie di eliminazioni di personaggi imbarazzanti per la pratica dei politicanti. Io dovetti eliminare paltoncino e scarpe sgniccanti sacrificati sull’altare di una guerra che stava cominciando e che sarebbe continuata tra stragi, omicidi e tentativi di golpe. Il cielo era caduto sul Paese.

6. CONTINUA [leggi la settima puntata]

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IL FATTO
Gli scienziati al governo: non trivellare l’Adriatico, ma sviluppare le energie rinnovabili

Un gruppo di 22 docenti e ricercatori dell’Università e dei Centri di Ricerca di Bologna, guidato dal chimico Vincenzo Balzani, ha scritto una lettera aperta al Governo di severa critica riguardo la Strategia energetica nazionale, recentemente ribadita nel decreto Sblocca Italia. La lettera è pubblicata sul sito energiaperlitalia [vedi] insieme ad un appello per lo sviluppo di una strategia energetica integrata basata su sobrietà, efficienza energetica e sviluppo delle energie rinnovabili.
Secondo gli scienziati firmatari della lettera, il problema energetico deve essere affrontato congiuntamente da almeno cinque prospettive diverse (scientifica, economica, sociale, ambientale e culturale) e la sua soluzione non può prescindere dal fatto che la fine dell’era dei combustibili fossili è inevitabile e che ridurne l’uso è urgente per limitare l’inquinamento dell’ambiente e contenere i cambiamenti climatici. La lettera e l’appello sottolineano anche che la transizione dall’uso dei combustibili fossili a quello delle energie rinnovabili sta già avvenendo in tutti i Paesi e che, sviluppando le energie rinnovabili e le tecnologie ad esse collegate, l’Italia ha un’occasione straordinaria per trarre vantaggi in termini economici (innovazione nelle aziende, nuovi posti di lavoro, riduzione dell’inquinamento) dalla transizione energetica in atto.
Anziché dare impulso allo sviluppo delle energie rinnovabili e promuovere una cultura basata su sobrietà ed efficienza, la strategia energetica del governo facilita ed incoraggia le attività di estrazione di quantità, peraltro marginali, di petrolio e gas in tutto il territorio nazionale, comprese aree densamente popolate, tutta la costa del mare Adriatico e zone di inestimabile importanza storica, culturale ed artistica come quelle di Venezia e Ravenna. Tutto ciò in contrasto con le affermazioni di voler ridurre le emissioni di gas serra e, cosa ancor più grave, senza considerare che le attività di trivellazione ed estrazione ostacolano e, in caso di incidenti, potrebbero addirittura compromettere la nostra più importante fonte di ricchezza nazionale: il turismo.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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