Tag: pianura padana

Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)

Chiostri, torri, biblioteche, giardini, orti… A essere svanito nel nulla non è solo l’antico prestigio del “Monasterium in Italia princeps” – come amava definirla Guido il musico – , ma anche la maggior parte dell’intero complesso che un tempo mostrava un’Abbazia di Pomposa molto diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Persino ciò che è rimasto appare in una configurazione differente rispetto a quella originale, a partire dalla chiesa. Quella attuale, dedicata a Maria, era già nel IX secolo di forma tipicamente basilicale: pianta rettangolare e tre navate con abside. Lo stile ravennate-bizantino, evidente nella struttura, era dato anche dall’utilizzo di materiale architettonico proveniente da Ravenna, caduta un secolo prima sotto i Longobardi. La facciata, tuttavia, non è più visibile totalmente, poiché fu inglobata da un atrio costruito in seguito, poi a sua volta demolito per mettere in piedi l’ampliamento che vediamo oggi. Spettò infatti all’abate Guido, un ravennate, la trasformazione dell’abbazia per renderla sempre più imponente e sontuosa, a cominciare proprio dall’aggiunta del nuovo atrio, opera del geniale architetto Mazulo. Egli, ornando l’esterno del nuovo corpo con bacini ceramici, stucchi, marmi, pietre e laterizi intagliati e incisi, consegnò all’abbazia quasi una nuova facciata dal lontano gusto orientale. Accanto all’edificio sacro, non è andato perduto il grandioso campanile, la cui costruzione fu avviata grazie a delle donazioni nel 1063, dopo l’atrio quindi, come ci mostra una lapide dedicatoria posta alla sua base. Simile ai suoi colleghi romanico-lombardi, risulta molto vicino alla chiesa e sembra riproporre il complesso sistema decorativo in laterizio dell’atrio, ma con importanti innovazioni figlie dei nuovi tempi. Prima di entrare, tuttavia, per stupirci delle maestose decorazioni ad affresco e dei pavimenti a tarsia e mosaico, è bene fermarsi ancora un attimo ad ammirare l’atrio addossato alla facciata, perché per la sua fattura è riconosciuto come uno degli artefatti più interessanti dell’arte medievale padana: anche se all’epoca non era il solo nell’area ravennate, è oggi rimasto come l’unico esempio di un insieme di forme a notevole prevalenza orientale. Eppure, anch’esso allora doveva mostrarsi ben diverso. Si è scoperto che la sua superficie era probabilmente intonacata, non si sa come, e allo stesso modo vari altri suoi elementi scultorei.

L’abbazia, che senza remore si fa notare dalla campagna circostante grazie al solenne campanile, è però scrigno e custode di un patrimonio artistico che ha fatto la storia del nostro territorio, e non solo. E se già il contenitore riveste questa importanza, figuriamoci il contenuto! Basta introdursi nell’edificio per notare che quasi non esistono vuoti: l’interno è completamente affrescato, ma non tutto risale allo stesso momento, e qualcosa sarebbe stato anche ricoperto da interventi successivi. Gli affreschi furono l’ultima testimonianza della grande arte pomposiana, e i loro committenti si succedettero nel corso di secoli. Dai tradizionali intenti moraleggianti e didascalici, le raffigurazioni mostrano, a chi è in grado di interpretarle, scene tratte dall’Antico, dal Nuovo Testamento e dalla Storia della Chiesa. Le botteghe che vi lavorarono furono diverse, e il tutto sembra innegabilmente confluire verso l’abside, fulcro del ciclo pittorico, che presenta il Cristo benedicente nella mandorla mistica. Ma un tempo c’era dell’altro. Ogni monastero medievale era sede di studio e cultura, a maggior ragione Pomposa: tra le altre cose, la sua biblioteca di centinaia di volumi è oramai perduta, né si sa dove si trovasse.

La poesia di Pomposa è però solo all’inizio. E’ dal vivo che l’impossibile dialogo tra esseri umani e opere d’arte di un tempo passato diventa realtà. E forse solo i versi di Giuseppe Ravegnani, poeta dimenticato, potrebbero descrivere, a chi non lo conosce, uno dei monumenti italiani più visitati: “In mezzo alla campagna sola stai, / o casa del Signore! / Arde sui tetti il sole; / e le campane / cantan lassù come gran guglie d’oro, / le cui voci, pregando, / un po’ di cielo / donano al cuore di chi va sognando… […]” (La Chiesa dell’Amore, I, 1923).

Il popolo che nascose un tesoro

Già per gli antichi era un interrogativo senza risposta. Si ritenevano etnicamente estranei rispetto a ogni altra popolazione italica preromana, ma la loro origine stimolò da sempre la fantasia di scrittori e intellettuali.
Erodoto, considerato il padre della storiografia, li ritraeva come eredi di un popolo anatolico, giunto in Italia al seguito di un mitico capostipite, Tirreno. Il retore Dionigi di Alicarnasso era invece pronto a giurare sulla loro autoctonia, mentre il romano Tito Livio era convinto di una provenienza dall’Europa centrale. Dai miti di Tagete e Tarchon si può intravvedere come gli stessi Etruschi immaginassero la questione. Il dio Tagete, indigeno perché nato dalle zolle, fu colui che trasmise loro le norme aruspicali, arte che sempre identificò gli Etruschi con la capacità di interpretare i segnali del divino. Tarchon, invece, sarebbe stato il fondatore di Tarquinia e altre città coeve. Forse in origine doveva trattarsi di una figura unica, ma quando sarebbe avvenuto tutto ciò? Gli eruditi etruschi calcolavano di essere comparsi nel X secolo a. C., eppure le loro considerazioni e convinzioni su se stessi non lasciavano indifferenti gli altri popoli. Furono i Greci a inventare nuove ipotesi sul loro conto. La teoria più antica li voleva come i discendenti più numerosi dei Pelasgi, abitanti dell’Ellade che si sarebbero diffusi in varie aree del Mediterraneo. In seguito, da omofonie casuali e accostate fra loro, nacque una ulteriore ipotesi, appoggiata da Livio, che prevedeva la provenienza etrusca dalla Lidia, ma in realtà spesso le due teorie finirono per sovrapporsi nei secoli seguenti. Nessuna di queste, tuttavia, viene oggi appoggiata in maniera esclusiva da chi si occupa di etruscologia, la scienza che li studia scientificamente. Prendendo in considerazione la loro lingua, è possibile mettere in conto, piuttosto che una provenienza antica dagli italici Villanoviani o dalle genti locali dell’Età del Bronzo, una tarda migrazione da Settentrione o per mare. Inoltre, la prima arte etrusca, di epoca recente, avrebbe una chiara ispirazione orientale, forse per rapporti commerciali in fase avanzata. Che siano, dunque, venuti da Nord o per mare, risulta fuor di dubbio che dal IX secolo, in questa zona della penisola, fiorì la civiltà del Ferro, che grazie a un processo di mescolanza e acculturazione diede vita a una koinḕ etrusco-italica. Dai territori primigeni della Toscana e del Lazio settentrionale, l’Etruria tirrenica, fin dai tempi più antichi vi fu un allargamento in più direzioni: la Campania e la Pianura Padana, dove sarebbero state fondate delle mitiche dodecapoli, ovverosia insiemi di dodici città, simili a quella presente sin dalle origini in Etruria. La terra bagnata dal Po sarebbe servita, lo si intuisce, per il rifornimento di nuove aree da adibire a campi agricoli, almeno agli inizi. Da metà VI secolo a. C., poi, la presenza urbana nella nuova Etruria padana si accrebbe sempre più, e questa terra fu teatro di una riorganizzazione generale, proprio mentre il predominio sul Tirreno iniziava a sfiorire. Le vie di scambio con i mercati d’Oltralpe subirono dei potenziamenti e nuove città legate da stretti contatti sorsero indisturbate. Spina, porto cosmopolita che vorrebbe non a caso significare “nave”, fu una di queste, e i suoi resti sono oggi custoditi nel Museo Archeologico di Ferrara, presso il Palazzo Costabili. Ma non tutto è stato ancora scoperto, e chi vive nei territori dell’antica Spina lo sa bene. Mancherebbe tuttora all’appello il magico talismano che avrebbe consentito alla città spinetica di divenire così famosa e prosperosa, un amuleto che persino il mare avrebbe invidiato, portandolo a tentare di invaderla, inutilmente. Non vi fu resa, tuttavia, e finalmente il mare, tentando e ritentando, prima o poi ce la fece: il ragno d’oro, posto sulla porta d’ingresso, non riuscì stavolta a difendere la sua ragnatela, che proteggeva Spina. E l’acqua la invase. Per ripicca, però, il ragno fece sprofondare la città nella palude, sotterrando persone e ricchezze.
E chissà, perché no, sotterrando anche se stesso, in attesa che il sogno, un giorno, diventi realtà. Come l’antica città di Spina.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
Facebook | Instagram | Twitter | Youtube

LE NOSTRE RADICI Spina, la sfinge dell’Adriatico

Tre secoli di storia, prima dell’era cristiana, hanno visto fiorire nella nostra Italia un ricco emporio commerciale in grado di connettere sistematicamente i vicini Etruschi e i famosi Greci, senza soluzione di continuità. Una storia talmente importante da relegarne le origini alla mitologia.

Potrebbero essere stati i Pelasgi, i fantastici popoli preellenici e antenati degli Etruschi, a colonizzare la Pianura Padana e dare le fondamenta alla città di Spina. Sarebbero venuti in Italia dalla Tessaglia sotto il re Nanas e, giunti presso la bocca del Po chiamata Spinete, alcuni avrebbero continuato il viaggio verso il centro della penisola per fondare le prime città etrusche, gli altri li avrebbero invece attesi rimanendo a guardia delle navi, dando vita a un nucleo abitativo denominato Spina. Ma secondo altri scrittori, l’onore sarebbe toccato all’eroe Diomede, combattente di Argo, che avrebbe diffuso la civiltà greca nel mare Adriatico dopo la guerra di Troia, sostando di porto in porto e fornendo insegnamenti agli abitanti locali, senza disdegnare la fondazione di città ex novo. E anche se i miti legati a Spina non si fermano qua, le vicende storiche ricostruite con la certezza dei fatti non sono certo meno affascinanti. Grazie all’archeologia, riusciamo a collocare la sua data di nascita nel VI secolo a. C., proprio mentre gli Etruschi stavano colonizzando la pianura per il controllo dei commerci via mare. Una città etrusca, dunque, ma che nel corso della sua esistenza avrebbe visto la compresenza anche di altre popolazioni. L’Etruria si era così ingrandita, fino a congiungere i due mari più vasti d’Italia, il Tirreno e l’Adriatico. E nel secolo successivo, il grande boom: fu questo il momento di maggior sviluppo soprattutto economico e commerciale. Oggi si ritiene che il tutto si basasse sul baratto, poiché mai sono emerse tracce di coniazione monetale. Dalle pregiate ceramiche figurate provenienti dall’Attica – una raccolta, quella del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, che tutto il mondo ci invidia – all’olio e al vino, dagli unguenti e profumi al marmo, fino ai tessuti, cibi e oggetti lussuosi; ogni tipo di prodotti passava da qui, in cambio di quanto più prezioso la nostra terra aveva da offrire: i suoi frutti. Proprio Atene, la città greca di cui abbiamo più notizie in assoluto, era molto legata a Spina, alla ricerca di tutti quei beni la cui mancanza le impediva di essere autosufficiente. Nel mondo ellenico giungevano carni salate – il sale era l’oro bianco dell’antichità – , legname, ambra, materiali, animali ed esseri umani. O quasi, perché gli schiavi non godevano ancora di tale considerazione. E a dimostrare l’estrema centralità del ruolo dell’antica città etrusca, una testimonianza a Delfi, nel santuario panellenico di Apollo, dove soltanto alle realtà più illustri, quasi sempre greche, era concessa la dedica di un Tesoro, ovvero un tempietto votivo che contribuiva alla magnificenza del culto apollineo. Spina era sorprendentemente tra queste, anche se ancora l’identificazione con i resti attuali non è sicura. Un rischio comune, tuttavia, è quello di bloccarsi all’apparenza di resti archeologici immobili e non riuscire a immaginare come vive le culture che li hanno prodotti. Ma la vivacità di Spina è evidente anche oggi: una città multietnica e un centro commerciale che torna a vivere nei vari manufatti di diversa provenienza e con differente destinazione. Una caratteristica, questa, ben visibile pure nel senso del sacro che le donne e gli uomini del luogo mostravano di avere, giunto sino a noi insieme ai corpi incinerati o inumati. Emblematica la pratica dell’obolo per Caronte, frammento di bronzo fuso posto nella mano destra, destinato al mitico traghettatore dei defunti verso il mondo dell’oltretomba.

Il IV secolo fu un periodo difficile per la Grecia e l’Italia, ma Spina resistette con forza e determinazione qualche decennio, dopodiché alla sua esistenza pose fine lo spostamento dei traffici commerciali, dovuto anche allo slittamento della linea di costa, in un momento di convivenza con un’altra popolazione, i Celti. Si chiuse in tal modo un capitolo enigmatico della Storia, che stiamo solo ora riaprendo. Ma la Sfinge, si sa, è custode gelosa.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
Facebook | Instagram | Twitter | Youtube

fumo-petrolchimico

I fumi sulla città

E alla fine si è dovuto attivare il prefetto. Magari sollecitato, probabilmente indotto a convocare un tavolo di confronto che vedrà riunite istituzioni, aziende e organi di controllo per capire cosa sta succedendo al petrolchimico e quali sono i rischi per la popolazione. L’accensione delle torce e le alte colonne di cupi fumi sono ormai uno spettacolo quotidiano tutt’altro che edificante. Fra il 19 e il 30 novembre e poi ancora fra il 7 e il 9 dicembre, quindi il 14 dello stesso mese e infine l’8 e il 10 di gennaio le lingue di fuoco fuoriuscivano dalle ciminiere degli stabilimenti. Si tratta di un’emergenza, poiché l’accensione delle torce è consentita solo in casi straordinari. Il problema ora è comprenderne le ragioni e stabilire i pericoli. Yara e Versalis sono le imprese più attentamente monitorate. Loro per prime dovranno fornire spiegazioni.
Le istituzioni per ora si sono limitate a generiche rassicurazione. Non c’è stata una presa di posizione netta. La scelta è stata forse quella di trasferire al rappresentante del governo l’impegno di mediare e sollecitare i chiarimenti. Una strategia accorta, improntata alla prudenza, per qualcuno finanche eccessiva. E’ il caso del Movimento 5 stelle, per esempio, che sollecita una presa di posizione politica e snocciola fondate ragioni di inquietudine.
Peraltro le inquietudini destate dal petrolchimico a Ferrara si assommano all’emergenza che in questi ultimi due mesi ha interessato tutto il Paese e in particolare la pianura padana a seguito del drammatico aumento del livello di polveri sottili presenti nell’aria.
“E’ piovuto un po’ e questo ha indotto qualcuno a considerare sbrigativamente risolto il problema, ma non è così e lo sappiamo bene – commenta il deputato 5 stelle, Vittorio Ferraresi – Gli ultimi dati sono molto preoccupanti. Per affrontare la situazione servono interventi strutturali e misure mirate. Non si tratta di allarmismo ma di rischi reali. A Gela di recente il tribunale ha emesso una sentenza che presuppone il nesso causale fra morti e miasmi petrolchimici. Teniamone conto. Ferrara in questa fase è simultaneamente oppressa da problemi sindacali e rischi per la salute. Il prefetto si è mosso giustamente e lo ha fatto per primo”.

Il Movimento 5 stelle punta l’indice sul ricatto occupazionale. “Si è perennemente in bilico fra produttività e sicurezza. Su questo terreno la politica non fornisce alcuna risposta. E’ ovvio che le aziende, nei limiti posti dalla legge, facciano tutto ciò che conviene loro per trarre il massimo”. Sono entità economiche e tutelano i loro interessi. E’ la politica – sostiene Ferraresi in conferenza stampa – che dovrebbe condizionarne l’operato “incentivando chi attua comportamenti virtuosi e sanzionando pesantemente chi inquina”. Tali non si possono certo considerare, per esempio, le ammende inflitte in passato a Yara e Basell per una serie di ripetute infrazioni: emissioni non autorizzate (fra il 2007 e il 2010) e improprio utilizzo torce (fra 2010 e 2011). In totale 41 mila euro: una sanzione ridicola, un regalo.

Manca un piano economico energetico-produttivo che abbia valenza strategica, fa notare anche il deputato ferrarese del Movimento 5 stelle. Denuncia come per estrarre petrolio, allettati da una manciata di euro, si vogliano violare il paradiso delle isole Tremiti. E addita Ferrara come capitale delle Pm10, le terribili polveri sottili. All’inquinamento altissimo certificato dai dati Istat corrisponde un alto tasso di mortalità. Si è registrato un aumento dei casi di tumore, ben 2980 in più. E le risposte sono insufficienti. Alle nostre latitudini – riferisce – l’aspettativa di vita è di tre anni inferiore al resto del Paese. Vergognoso e allarmante il silenzio. Il problema riguarda prima di tutto la salute dei cittadini. Ma ha anche ricadute economiche, sottolineano ancora i 5 stelle. In Emilia Romagna c’è un costo di tremila euro procapite che gravano sulle spalle di ognuno di noi, dovuto ai danni arrecati all’ambiente e agli interventi attuati per attenuarne gli effetti.

Servono interventi mirati a livello nazionale, con specifico riguardo per la pianura padana. Che fare? “Incentivare la raccolta differenziata. Stop ai propellenti fossili (invece si punta ancora sugli idrocarburi). Per contrastare l’inquinamento ambientale, stop ai veicoli diesel. Favorire la diffusione di vetture a gpl, metano e ibride. M5s ha proposto incentivi solo per questo tipo di auto. Invece hanno incentivato tutti”.
Poi c’è il dito puntato sulle infrastrutture e l’ostilità per la Cispadana. “Stiamo per costruire una strada assolutamente inutile fra Ferrara e Reggiolo, proprio quando l’Europa chiede un potenziamento del trasporto ferroviario. Serve la sensibilità del governo”.

Alle questioni prettamente locali torna il neoconsigliere comunale Sergio Simeone: “Chiediamo che il tavolo convocato per martedì dal prefetto sia allargato alla presenza di un organismo terzo indipendente e rappresentante società civile”. Il soggetto proposto è l’associazione Isde di cui è esponente il medico Luigi Gasparini, simpatizzante del Movimento 5 stelle, anch’egli presente in conferenza stampa. “Chiediamo all’Amministrazione comunale cosa fatto per migliore la qualità aria. Sul problema torce noi ci siamo mossi tempestivamente senza ottenere risposte. E’ stata ignorata da Arpa la nostra richiesta di chiarimento. Sono arrivate generica rassicurazioni ed eluse le reali problematiche. Ferrara subisce tutte le problematiche proprie della pianura padana. In aggiunta ci sono petrolchimico e inceneritore: la situazione è particolarmente pesante”.

Simeone solleva poi una questione non secondaria: Arpa ha fornito dati rilevati da Yara, sono stampati sulla loro carta intestata. Possiamo fidarci? Chi controlla il controllore. Di questi tempi ci vorrebbero verifiche scrupolose, al di sopra di ogni sospetto. La situazione del petrolchimico è preoccupante. Oltretutto Versalis è in fase di vendita e potrebbe esserci un allentamento controlli… Per questo, pur apprezzando l’iniziativa del prefetto che ha invitato aziende, organismi di controllo e istituzioni, sosteniamo che sia importante coinvolgere la società civile. Quella di Iside è una proposta, ma siamo aperti ad altre soluzioni. La nostra è una richiesta non polemica, un contributo costruttivo. Speriamo si possa dare questo segnale importante.
E in tema di contributi fattivi, Simeone aggiunge un’annotazione e la conseguente proposta: “l’inquinamento delle caldaie incide più di quello delle auto. Spesso negli uffici pubblici le temperature sono eccessive. sarebbe il caso di verificare e intervenire. Se si iniziasse dagli uffici pubblici a dare il buon esempio forse poi si sarebbe più autorevoli a chiedere l’impegno dei cittadini. Servirebbe anche un fondo pubblico per la mobilità sostenibile, immediatamente disponibile. E, al riguardo, a livello di comportamenti virtuosi bisognerebbe per esempio che tutti quanti spegnessimo il motore ai semafori. Tante piccole cose utili che sommate possono contribuire a migliorare la situazione…”.

Infine Luigi Gasparini, in attesa del nulla osta per partecipare al vertice in prefettura di martedì, snocciola i dati delle polveri sottili rilevati in città. E fa notare come i valori non siano rassicuranti. “La situazione epidemiologica di Ferrara conferma vecchie tendenze. L’eccesso di micropolveri causa malattie cardiocircolatori e tumori. “Ieri le pm10 in corso Isonzo erano a 74 microgrammi di media. I danni alla salute, secondo l’Organizzazione mondiale per la sanità, iniziano già dai 20 microgrammi per metro cubo. E poi, analizzando la serie storica del 2015 ci si accorge che i valori più alti e il maggior numero di sforamenti 2015 sono al Barco non in città”. Alla radice del problema, dunque, più che il traffico automobilistico ci sarebbe proprio il petrolchimico.

cammino

Mezzogiorno padano: dolorose storie di ordinaria emigrazione

“Mezzogiorno padano” di Sandro Abruzzese è un'”Antologia di Spoon River” che parla italiano, per narrare di “una Padania più simile all’America che al Mediterraneo”, un romanzo corale sul dolore del tempo presente, un coro di “io”, storie vere di viandanti cui non manca una parte letteraria. Elemento comune nel cammino di tutti: l’essere stati costretti ad abbandonare la propria terra, che per risollevarsi avrebbe bisogno delle loro capacità, ma allo stesso tempo non è capace di esserne degna, almeno non ancora.
A pochi giorni dall’uscita del volume per Manifestolibri e dalla sua presentazione alla Biblioteca Ariostea di Ferrara, terra d’adozione del suo autore, abbiamo intervistato Sandro Abruzzese, blogger e collaboratore di “Ferraraitalia” ed “Erodoto108”, che di mestiere fa l’insegnante di italiano e storia alle superiori.

mezzogiorno-padano
La copertina di Mezzogiorno Padano con l’immagine di Tania Schifano

“Mezzogiorno padano” è uscito il 3 dicembre per Manifestolibri e il 14 verrà presentato a Ferrara alla Biblioteca Ariostea, come e quando è nato questo volume?
“Mezzogiorno padano” nasce dalla scoperta dello sradicamento e dalla consapevolezza che il tempo e la distanza mutano i rapporti tra le persone, che le amicizie si spengono e la vita si infittisce di solitudine man mano che si va avanti. È il tentativo di dire che la vita non è un romanzo, bensì un insieme di “Io” collegati tra loro da fili esili, trame sottili, che possono spezzarsi con estrema facilità, per migliaia di motivi, e che è difficile tenerli legati. I miei personaggi spesso abitano questa immensa pianura con l’aria di chi ha infilato la propria vita al contrario. Alcuni di loro declinano la vita come un viaggio, altri sono ignari e inconsapevoli di cosa si lasciano alle spalle, vengono sospinti dalla ricerca di qualcosa che manca. Ancora non sanno cosa perderanno, a cosa stanno rinunciando.

Perché è “un atto d’amore per il Meridione e al contempo un’espiazione”?
Perché è il tentativo di dar voce a generazioni di persone che pur avendo fatto tutto ciò che il loro Paese chiedeva, pur avendo lavorato, studiato, raggiunto livelli di eccellenza, sono state costrette ad abbandonare la propria terra, anche se questa per risollevarsi aveva e ha estremo bisogno di loro. Hanno a che fare con uno Stato che, sia a livello locale sia centrale, non è sempre all’altezza della nostra eccellenza e dei nostri drammi individuali. Chiunque sia costretto a lasciare il luogo in cui è nato, a qualsiasi latitudine, magari sospinto dalla ricerca di condizioni di vita migliori, sa di non aver lottato per cambiare le cose. Quindi porta con sé un senso di colpa profondo. Il libro rappresenta l’atto d’amore di chi continua a pensare al luogo in cui è nato e il tentativo di espiare il senso di colpa per averlo abbandonato. Dirò di più: è anche il tentativo di usare la scrittura per ritornare, e ricreare un legame.

Tu parli di una sorta di “Spoon River” in narrativa, puoi spiegare meglio cosa intendi
“Spoon river” attraverso le voci dei suoi personaggi deceduti narra le vicende di un paese simbolo della provincia americana. Mezzogiorno padano attraverso le voci dei meridionali emigrati nella Pianura padana, o di quelli rimasti nel Mezzogiorno tra innumerevoli problematiche e compromessi, cerca di scavare nelle vite di chi insegue un futuro che non gli è stato concesso. In entrambi c’è l’uso di nomi e cognomi che indicano legami e parentele tra personaggi. E c’è anche un certo sentire comune, un’affinità.

I “protagonisti incontrati” nei racconti sono incontri reali o ispirati da incontri reali che poi hai rielaborato? Ce ne puoi raccontare qualcuno?
Sono storie vere a cui non manca una parte letteraria, una rielaborazione personale. Un esempio può essere la storia di “Marta Langella”, la bambina che per ricevere cure adeguate è costretta a trasferirsi da Torre del Greco a Parma insieme ai suoi genitori. È una storia simbolo di una grande vergogna contemporanea italiana: l’invenzione del turismo sanitario, che in questo caso costringe a una dolorosa scelta di vita. Suo contraltare è la storia del giovane medico napoletano “Antonio De Gennaro”, talento della chirurgia formatosi all’ospedale Cardarelli di Napoli, che da precario nella città partenopea diventa vice primario a Domodossola. Due storie vere che sono facce di una stessa medaglia: meridionali che emigrano al Nord per avere assistenza e cure adeguate e giovani eccellenze del Sud che per uscire dal precariato devono andare via.

Qual è la nota che fa cantare tutti questi racconti all’unisono, facendo di “Mezzogiorno padano” un libro corale, o meglio “un unico romanzo”, come lo definisce Teti nella Prefazione?
Vito Teti l’ha definito un unico romanzo sul dolore del tempo presente. Mi trovo d’accordo. Mentre lo scrivevo ho costantemente pensato alla sua organicità, a storie che costituissero i pezzi di un puzzle da ricostruire. Le storie minime, fatte di quotidianità, di accenni, si attorcigliano intorno al filo della partenza, della permanenza intesa come resistenza attiva. Il mio è un tentativo di mettere in scena la vita comune con le sue crepe, le incertezze, i piccoli successi, gli enormi sacrifici a cui si viene chiamati da un’Italia contraddittoria, incompiuta, menzognera, che ho definito un “Paese bambino”.

sandro abruzzese
Sandro Abruzzese

Parlaci del tuo blog Raccontiviandanti, c’è un legame con questo libro?
Il mio blog Raccontiviandanti è nato con il proposito di raccontare storie di migrazione, di viaggio, e poi è diventato un taccuino personale, se non un diario. Anni fa, proprio in qualità di blogger, iniziai a raccogliere testimonianze e dati biografici delle persone che incontravo nel nord del Paese. Ero stupito dal melting pot padano, dalla quantità di meridionali che lavoravano e lavorano in ruoli strategici, di grande responsabilità qui al Nord, dalla quantità di stranieri che contribuiscono in maniera silenziosa allo sviluppo del Paese. Ne è nata l’idea di narrare il Nord ibrido, la Padania più vicina all’America che al Mediterraneo. Dal blog ha poi preso corpo l’idea di raccontare alcune di queste storie. Dopo due anni è nato “Mezzogiorno padano”.

Hai già nuovi progetti nella tua sacca da viandante?
Per adesso mi occupo di questo libro, “Mezzogiorno padano” porta con sé la grande responsabilità di ripagare la fiducia accordatami da Rino Genovese, Vito Teti e dagli altri scrittori che hanno speso tempo e consigli per questo lavoro. Ho intenzione di incontrare le persone e parlare dei temi del libro, di affrontare i temi dello sradicamento nelle sue molteplici varianti, e tenterò di dare un nome ai volti di questa pianura che accoglie persone da tutto il mondo ed è in continuo, anche se lento, cambiamento.

“Mezzogiorno padano” sarà presentato il 14 dicembre alle ore 17 nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Sandro Abruzzese incontrerà il pubblico insieme a Roberta Bergamaschi e Matteo Bianchi.

fregni-finis

L’INTERVISTA
Finis, romanzo di confine: nel cuore della pianura Padana l’eterna lotta per il potere

“Finis” è un termine latino, sta per confine. Franco Fregni lo ha scelto come titolo per il suo romanzo d’esordio. La storia è ambientata nel Duecento, secolo di confine fra il fulgore del mondo medievale, con l’affermazione del sistema dei Comuni sullo sfondo dello scontro fra Impero e Papato, e la susseguente crisi del modello feudale. I protagonisti della narrazione si muovono in una terra – di confine anch’essa – collocata nel cuore della pianura Padana, “il Finale” (Finale Emilia) dove l’autore è nato e dove “l’Alberone” (topos ricorrente del racconto) tracciava il punto – di incontro e di stacco insieme – dei possedimenti di Ferrara, Modena, Bologna.

“La storia è sempre stata una mia grande passione – confessa Fregni che proprio in Storia si è laureato – ma per scrivere questo libro ho dovuto studiare molto e consultare un sacco di documenti: è stato interessante e anche molto divertente”.
Giornalista, l’autore di Finis ha girovagato – prima da cronista poi come direttore – un po’ in tutta Italia, da Trento a Roma, da Palermo a Bolzano, da Modena alla Romagna.
“L’ispirazione mi è venuta dopo il terremoto del 2012 e, come spesso ci accade, fortuite circostanze hanno accompagnato questa intenzione: dopo avere impegnato i precedenti 12 anni alla direzione della Voce di Romagna ho avuto infatti proprio in quel periodo qualche mese di libertà”.

finisE’ quasi un bisogno che sospinge Fregni a transitare dalla misura della cronaca a quella del racconto come a voler immortalare una storia che il presente stava sgretolando. “Tutto nasce dallo sgomento per il crollo della famosa ‘torre dei modenesi’, proprio nell’imminenza del ottocentesimo anniversario della sua costruzione – riferisce – così mi sono idealmente proiettato in quel tempo per ambientarvi la vicenda che avevo in mente”.
I protagonisti del racconto sono di fantasia, ma l’ambientazione e i riferimenti storici sono veri e rigorosamente verificati. Si incontra Federico II di Svevia, per esempio, e san Francesco… “Ci sarebbero mille storie da narrare su quell’epoca: i primi cinquant’anni del Duecento sono una fase densa di avvenimenti straordinari”.

Come è proceduto il lavoro?
Studiavo e scrivevo. L’idea iniziale è stata plasmata e orientata in base alle acquisizioni che via via facevo. La prima parte della trama era nella mia testa il resto è venuto a seguito degli studi.
Tra battaglie, amori, dispute politiche e teologiche e cacce con i rapaci – l’altra grande passione dell’epoca che accomuna molti personaggi del romanzo – si arriva a un epilogo a sorpresa in cui si finisce per scoprire anche che Marco Polo aveva sangue emiliano nelle vene.

Già, lei avanza quest’ipotesi suggestiva e un po’ bizzarra. Sulla base di quali elementi?
Azzardo questa possibilità suggerita dal titolo della sua opera più celebre ‘Il Milione’ di cui non si è mai compresa la radice e ho immaginato che Emilion potesse essere l’appellativo attribuito a Marco Polo per indicarne l’origine: Emilion, Emiliano… L’ho fatto sulla base di alcuni riscontri storici ma ammetto che è una tesi ardita, benché plausibile.
Focalizzare quell’epoca nel romanzo è servito a ricordare anche a me stesso come le nostre città fossero al centro della zona più ricca e fiorente d’Europa, dunque del mondo: tutta la pianura padana da Milano a Venezia era il fulcro della civiltà di allora, l’altro polo era la Francia.

torre-modenesi
La torre civica di Finale Emilia distrutta dal terremoto del 2012

Ha ricordato che l’ispirazione e l’urgenza di scrivere è affiorata dopo il terremoto: forse il bisogno di ricreare le radici recise dal terribile sisma?
Dopo il sisma abbiamo ascoltato affermazioni che in parte fotografavano la realtà di quei giorni e in parte esprimevano una concezione epica circa lo spirito indomito della nostra gente. C’è del vero e c’è della retorica in questo. La realtà odierna dimostra che il terremoto è stato un colpo durissimo per tante aziende e molte famiglie. Ma è anche vero che queste nostre zone sono sempre state intraprendenti, coese, una comunità fondata su valori profondi. Mi riferisco ovviamente non sono a Finale, dove la vicenda ha luogo, ma a tutto il comprensorio fra Ferrara, Modena, Bologna e Reggio. Terre all’epoca capaci di sfidare imperatori, re e papi…
Il mio intento è stato anche mostrare come l’attuale livello di benessere che attribuiamo allo stato sociale proprio della nostra regione non è merito solamente di un partito come talvolta si tende a dire, ma è il risultato di una storia antica e di un sentimento di indipendenza e di autonomia che fa parte dello spirito vivo della comunità.
La stessa rete associazionista tipica del nostro paesaggio sociale è frutto di una storia di relazioni civili che hanno da sempre caratterizzato la vita economica e sociale di questi nostri luoghi. C’è un orgoglio profondo e un radicato senso civico di appartenenza che traccia un robusto filo di continuità in queste popolazioni. Ma basta pensare a Ferrara: c’è più storia lì che nella metà delle città d’Europa.

Il terremoto è servito anche a ridestare questi sentimenti?
In momenti così ti rendi conto che l’appartenenza a un luogo non è una banalità, nemmeno per me che ho vissuto altrove per tanti anni. L’appartenenza ti rende quel che sei. Negli usi sperimentati c’è lo spirito profondo della comunità. La realtà di oggi ci mostra però come tanti nostri paesi siano diventati dormitori per immigrati. Questa massiccia presenza ha dei pro e dei contro: di certo sta determinando un mutamento dell’identità, specie nei paesi più piccoli dove il fenomeno si avverte maggiormente. Sono tutte situazioni sulle quali occorre riflettere avendo coscienza che ormai nelle nostre scuole in tante classi c’è una prevalenza di ragazzi extracomunitari e che i cittadini del futuro saranno loro.

Nel romanzo accanto alla grande storia entrano anche temi esistenziali come la vicenda dei due fratelli…
Esprimono l’ambivalenza dell’animo umano. Uno opera come predicatore, l’altro è un guerriero, ma poi mostrano punti di contatto e si innamorano della stessa donna. Sono carne della stessa carne. E’ un modo per dire che, al di là delle apparenze, uno non è mai tutto in una maniera o tutto in un’altra. La nostra natura è ambigua e complessa.

Che accoglienza ha avuto Finis?
Chi legge fa gran complimenti e questa senz’altro è per me una soddisfazione. Le recensioni di stampa sono buone e numerose, ma è una meraviglia relativa perché faccio parte della categoria… Il problema del romanzo è la distribuzione. D’altronde ho scelto di affidarmi a un editore serio ma piccolo, le Edizioni del Girasole. A differenza di quanto succede normalmente non ho dovuto pagare per essere pubblicato, ma ciò comporta un prezzo in termini di presenza del libro sugli scaffali. Perché la conoscenza di questo romanzo si diffonda ci vorrà tempo, ma le cose richiedono sempre tempo.

franco-fregni
Franco Fregni

Il romanzo è anche metafora una del potere, come segnala Paolo Pagliaro nella sua prefazione?
Da giornalista l’idea che mi sono fatto frequentando ambienti di potere è che sfidarlo non sia semplice. Per arrivarci devi indubbiamente possedere delle qualità, quelle che ti rendono autorevole per essere indicato come guida. Ma da lì in poi però occorre dimostrare una reale capacità di comando che non tutti possiedono. In questo senso Federico II rappresenta un eccellente esempio di come l’interpretazione che gli uomini danno del potere possa risultare contraddittoria e controversa: per alcuni è stato tiranno e despota, per altri magnanimo e illuminato.

Sfidare il potere non è semplice diceva, ma poi le teste cadono…
Essere stato vicino ai potenti per ragioni di lavoro mi ha fatto capire che ci sono tante componenti e meccanismi che decretano il successo e poi la caduta di chi sta al vertice.
In questa nostra epoca gli elettori mostrano propensione per personaggi come Berlusconi e Renzi credendoli capaci di tutto perché prestano fede alle loro funamboliche promesse. Non vedono e spesso non immaginano invece i condizionamenti che subiscono e le manovre delle quali loro stessi sono ostaggio. Personaggi così non arrivano per caso al potere ma sono lì perché considerati affidabili rappresentanti di gruppo di interesse che agiscono, si badi, non nella ristrettezza dei nostri confini ma in uno scenario europeo e mondiale.

Quindi c’è da dar credito a interpretazioni complottiste che qualcuno, spesso sbeffeggiato, propone?
Se Berlusconi cade per il bunga bunga (che pure è un fatto reale) le domande da porsi sono chi ha consentito che la notizia trapelasse, perché proprio in quel momento e chi lo ha scaricato. Insomma bisogna cercare di capire sempre quali interessi sono in gioco e chi li alimenta.
Le scelte passano sopra le nostre teste. I veri centri di potere sono sempre più remoti. L’Italia è oggi periferia dell’impero. Non abbiamo più sovranità sulla politica estera, sulle strategie militari e, quel che forse è peggio, sulle scelte economiche. D’altronde se uno Stato non batte moneta non ha più alcuna sovranità e capacità di incidere sui meccanismi della propria crescita e del proprio sviluppo. Crediamo forse di poter risollevare il problema del lavoro e della disoccupazione per decreto?

chiesa-cavezzo

Lunga e diritta corre la strada fra la via Emilia e il fiume

SEGUE – Una strada lunga e dritta spacca il centro della pianura da San Possidonio, Cavezzo, fino all’incrocio col fiume Panaro, all’altezza di Camposanto. Secondo la regione Emilia Romagna, dalle terre piane dell’alto modenese dovrebbe passare la cispadana, un’autostrada che così unirebbe la A13, all’altezza di Ferrara sud, alla A22 del casello di Reggiolo-Rolo. Ma a giudicare da quello che vedo i propositi per il 2015 andranno rivisti almeno di qualche decennio, e scommetto che nessuno se ne stupirà più di tanto.

Camposanto sembra meno danneggiato degli altri. Anche se in campagna quasi ogni giardino è munito di un container o una casetta di legno. Mi dicono come dopo gli eventi sismici la vendita di roulotte e camper abbia subito un’impennata vertiginosa. Passando per la statale una targa ricorda il gemellaggio con un paese del potentino colpito dal sisma del 1980. Come se non bastasse, a gennaio il comune, insieme a Bomporto, ha subito un’alluvione di cui a livello nazionale si è parlato davvero poco. Incrocio un gruppo di persone, credo siano addetti alla cartiera Smurfit Kappa, che ha sede qui… loro hanno fretta, io riparto.

Pochi chilometri e un cartello avvisa ancora una volta di un cambio di provincia, a Palata Pepoli sembro arrivato in Arizona e invece sono solo in una frazione di Crevalcore, in provincia di Bologna. Casette e campi squadrati, due semafori che regolano gratuitamente un traffico inesistente, il bar “sole luna” e un altro caffè, bar H, più avanti. Tutta Italia dovrebbe venire almeno qualche giorno a Palata Pepoli, recupererebbe la semplicità di quattro strade che si incrociano senza troppe pretese, senza fingere di essere ciò che non si è.

Siamo nei comuni delle terre d’acqua. Un nome intenso che ricorda agli uomini quanto abbiano dovuto faticare per strapparle alla malaria. Anche qui le scuole sono ospitate nei prefabbricati, come a San Felice sul Panaro, a Finale Emilia, a Mirandola. Paesi che, nel sud dove sono nato, ho sempre sentito riecheggiare come in una sorta di memoria collettiva. La massiccia emigrazione interna nella seconda parte del novecento ha trovato qui una seconda casa per molti miei conterranei. E oggi mi ritrovo a dare forma e colori a terre che pareva conoscessi da tempo.

Campagna emiliana a Palata Pepoli

Campagna emiliana a Palata Pepoli

Da Palata a Cento è un soffio di strada. Le due scosse hanno creato un immenso cratere che cerco di percorrere con i miei tempi. Tento di circoscriverlo ma il perimetro è enorme, segnalato dal crollo parziale di buona parte dei vecchi casolari dell’Emilia, ne ho contati a decine: stazionano alla stregua di cattedrali circondate da un deserto di grano, ed estese oasi di frutta. Tetti sgarrupati e ruderi hanno definitivamente mutato il paesaggio, mettendo come un accento di dolore sulla già passata civiltà contadina che mi ricorda la poetica amara di Azzurra D’Agostino:

La casa viene al mondo e si spacca sotto/il peso di un tramonto mortale: rotto il cotto/il tetto, l’architrave. Quante Ave Maria avrà detto/
la vecchia che non ha più nome. Il gendarme sarà/venuto? Avrà preso mai un disertore? Le ore quando/è ancora buio e già là nei campi si muove l’aratro/chiedere perdono per il peccato lo steccato aprirlo/tirar fuori le bestie restie nell’alba da venire a farsi aprire/cucinare per gli uomini dentro i camini la cenere sparsa/arsa come la bocca dopo l’amore il fiore sul greto del fiume/il sudiciume portato a lavare al pozzo il gozzo tagliato/del maiale il sangue a sgocciolare giù dal collo del coniglio/tutta una vita tutto un germoglio un gran scompiglio.

 

Ruderi nella campagna ferrarese

Ruderi nella campagna ferrarese

Oggi non c’è tempo per arrivare a Sant’Agostino, a San Carlo, a Bondeno. La mia giornata finisce a Cento, la città del Guercino coi suoi trentamila e passa abitanti e un tasso di immigrazione tra i più alti d’Italia, col suo dialetto dal suono bolognese, le industrie, la città che in centocinquanta anni ha raddoppiato la popolazione, rimanendo assiepata al cospetto dell’ennesimo fiume minaccioso di queste terre: il Reno.
La bella piazza centrale è in parte inagibile, alcuni palazzi storici mostrano i segni ormai noti della messa in sicurezza. La pinacoteca civica ancora chiusa e in cerca di fondi per il restauro. Ma nel giorno del mercato la città torna a vivere. A Cento nel ’47 nacque la Vancini e Martelli, meglio nota come VM. La madre del motore diesel italiano ha un migliaio di dipendenti e dopo una girandola di passaggi di mano è finita nell’orbita della General Motors. In Emilia nel raggio di pochi chilometri troviamo le storie di nomi come Lamborghini, Ferrari, Maserati, Ducati. Passo davanti allo stabilimento, faccio rifornimento in una strada come tante, e mi perdo, attratto da uno di quei mercati dell’usato per cui vado matto, dimentico i motori e il resto e ne esco con un seggiolino per bici, le lettere di Machiavelli, e l’idea di una vecchia radio in ciliegio che costa troppo.

Piazza del Guercino a Cento

Piazza del Guercino a Cento

Non ho avuto il tempo di vedere la mostra fotografica nella rocca.

Della seconda tappa dell’itinerario che mi sono prefisso rimane l’idea di una terra d’acqua e dai motori tuonanti degna della Born to run di Bruce Springsteen. Emilia di provincia e motori, ma anche “america” della vecchia e nuova emigrazione, fatta di un’ironia e di una vivacità che mi pare difficile riscontrare al di là del grande fiume Po.

Non mi illudo in questo breve passaggio di giugno, lo so che è un mese che aggiusta tutto, e che da qualche parte ci sarà anche la fioca “luce dicembrina”: l’Emilia paranoica cantata dall’inconfondibile Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP. Quella del malessere covato nel profondo, quella ossessiva e ripetitiva provincia assorta e impotente, dove nel chiuso delle case stazionano, sopra i comodini,  soluzioni in pillole da casa farmaceutica. Il luogo a cui si soccombe per inerzia, per debolezza, che consuma e distrugge con la speranza delusa “di un’emozione sempre più indefinibile”.

Forse sarà a Sant’Agostino e San Carlo, o a Finale Emilia, a Mirandola, dove tenterò di chiudere il perimetro del cratere. Per ora mi accontento di trovarla nel mio stereo, in una vecchia canzone…

Emilia di notti agitate per salvare la vita

Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire

Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità

Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio

che non muore e non sei tu e non sei tu

EMILIA PARANOICA

2 / CONTINUA

Leggi la prima parte del viaggio

Il blog racconti viandanti di Sandro Abruzzese

concordia

Viaggio in pianura fra le terre risorte

Solco una strada in mezzo alla pianura, mi capita spesso negli ultimi anni. Lascio la trappola della A22 del Brennero al casello di Reggiolo, sono nella provincia di Reggio Emilia e mi dirigo ad est. Al mattino scorgo una pianura emiliana suggestiva che mi fa pensare a Luigi Ghirri e al suo tema “dell’accesso al mondo esterno, del guardare attraverso”. Il paesaggio, attraverso le sue soglie, i cancelli, le porte che aprono alle distese di terra, dà ordine allo sguardo, suggerisce una visione del mondo, e finisce per rubare tutta la mia attenzione. Mi ridesto con dentro ancora la voglia di abbandonare l’auto e infilare un campo aperto senza meta, fino a diventare un punto lontano tra le cose.

Poco oltre, sulla soglia di quasi ogni casa di campagna noto dei bambini indiani con le loro mamme, aspettano che la corriera li porti a scuola. Avevo letto del reclutamento massiccio di indiani da parte dei produttori del formaggio per la cura delle mucche da latte, ma oggi vedo i volti e gli abiti di un altro mondo. Se fosse un racconto, piuttosto che la vita, direi che l’autore ha scelto lo straniamento, invece sono miracoli della terra del parmigiano reggiano.

Proseguo e lambisco il comune di Moglia, mi accorgo di essere finito nell’oltrepò mantovano, quindi nell’estremo lembo meridionale della Lombardia che sposa l’Emilia davanti ai miei occhi, senza tesitmoni. La strada diventa tortuosa e segue gli argini del fiume Secchia, che prima d’ora avevo sentito solo per quella bizzarra opera del Tassoni intitolata La Secchia rapita. A Moglia scopro che esiste un museo a cielo aperto costituito da almeno quattordici chilometri di percorsi ciclo-pedonali sugli argini dei numerosi canali di bonifica e della Secchia. Mi ripropongo di tornarci e sostare alla trattoria che prende il nome dal fiume, a cui, separata dall’argine, quasi si appoggia.

concordia-argini
Uno dei chilometrici argini delle terre piane, a Concordia (foto di Sandro Abruzzese)

Una pausa. Pochi chilometri e sono di nuovo in Emilia, stavolta a Concordia sulla Secchia, uno degli ultimi paesi del modenese. Attraverso il fiume e nonostante i 35 gradi all’ombra scendo dall’auto e inizio a vagare attirato dagli ingenti danni causati dai terremoti del 2012. Mi chiedo dove sia nato il chitarrista Maurizio Solieri, cresciuto in queste strade, ma il caldo ottunde qualsiasi curiosità.

A parte due gelaterie, la città è vuota, ormai sono le sei del pomeriggio, e il centro storico ha l’aria di un reduce aggrappato alla sua stampella. Ogni palazzo puntellato porta le iniziali dei vigili del fuoco che l’hanno messo in sicurezza, ci sono le sigle di molta Italia addossate alle ferite.
Entro in un cantiere spostando le transenne e per gli operai dell’est europeo che lavorano alla ricostruzione non esisto, la mia sicurezza non è un loro problema, osservano senza vedere, uno di loro emette un peto che sa di liberazione, io scivolo verso l’argine uscendo dalla zona proibita.
Passeggiando in mezzo alla città è chiaro cosa significhi il sisma per le imprese edilizie del Paese, annoto la provenienza delle ditte: Mantova, Carpi, Padova, Modena, Bologna, ecc., intanto ricordo la risata dell’imprenditore Piscicelli alla notizia che L’Aquila era crollata addosso ai suoi ottantamila cittadini.

concordia
In centro storico a Concordia (foto di Sandro Abruzzese)

Chiedo a una signora dove siano finiti i negozi, dove sia la gente, e lei mi indirizza in una zona nuova costruita più lontano dal fiume. Ritrovo i ragazzi che giocano a calcio e quelli che seguono l’oratorio, il comune e la chiesa nuovi di zecca, e un quartiere di containers di un grigiore degno del terremoto dell’Irpinia. A pochi metri spuntano anche le attività commerciali, raggruppate in uno spiazzo asfaltato, fatto di casette in legno stile mercatini di natale.

chiesa-concordia
La chiesa donata dalla provincia autonoma di Trento (foto di Sandro Abruzzese)

Questo itinerario mi sta insegnando ad amare la pianura. Corre sul limite attraverso due regioni, oltrepassa cinque province e ben quattro fiumi. E alterna rettilinei e curve a ridosso degli argini che seguono l’acqua, facendomi sentire una specie di funambolo che usa il confine come una corda, sempre sull’orlo, pronto a cambiare direzione alla prima oscillazione.
Mentre lascio alle spalle Concordia sulla Secchia, immagino che in passato la paura della natura in queste lande fosse caduta sempre dal cielo. Dal nero gravido arrivava l’acqua che ingrossava le vene della terra, e i fiumi esondavano dando forma ai peggiori incubi della gente. Le alluvioni.
Invece il 20 e 29 maggio la paura è sorta all’improvviso dalla terra, in due giornate assolate che avevano il coraggio di anticipare l’estate, si è capovolto un mondo.

Non resta che proseguire verso il centese, dalle terre piane a quelle d’acqua…

1 / CONTINUA

Racconti viandanti è il blog di Sandro Abbruzzese

La luce tenue della pianura Padana affascina ancora

Niente è più come prima. O meglio, non è più come ce la siamo sempre immaginata, la tipica Emilia Romagna. Bisogna chiedere agli anziani com’era negli anni cinquanta e sessanta, quando non si riusciva a vedere a un palmo dal naso per la nebbia, che in autunno dalla mattina alla sera tuffava le città e i paesini alle sponde del Po in spesse matasse di cotone, come dalla poesia di Attilio Bertolucci Nebbia e nebbia per giorni. Cosa sarebbero stati i primi film di Michelangelo Antonioni, i romanzi di Riccardo Bacchelli o di Giorgio Bassani, le fotografie di Luigi Ghirri senza l’eterna nebbia? Ci sono ancora quelle giornate piene di foschia e di nebbia, ma bisogna soltanto guardare le ciminiere dell’industria chimica all’orizzonte di Ferrara per capire da dove provengono queste serate d’autunno, appiccicaticce e impenetrabili. Da nessun’altra parte d’Italia si vedono così tante biciclette nelle stradine di campagna o in città, come in Emilia. Appena si lasciano, però, queste stradine fuori mano, un tir dopo l’altro passa rombante su quelle strade ricche di storia come la via Emilia o la via Romea. Ci sono ancora anche le bandiere rosse ad ornare molti giardini, ma non ci abitano più i comunisti di una volta, fieri di mostrare le proprie convinzioni politiche. L’Emilia è rimasta “terra rossa”, anche se non si vedono più la falce e il martello, ma l’emblema della Ferrari con la sede principale a Maranello, nei pressi di Modena. La maggior parte dei comuni emiliani sono tuttora gestiti da partiti che sicuramente non sono di destra. Ma anche questa egemonia della sinistra politica va svanendo ad ogni votazione. A parte i vecchi compagni d’una volta, qui nessuno vuol esser chiamato “comunista”. Peppone, il funzionario del partito comunista dall’atteggiamento stalinista e di fede cattolica, creato da Giovanni Guareschi, è da tempo divenuto una “figura da cartolina”, come anche la sua astuta controparte cattolica, Don Camillo. Se poi è sempre vero che c’è ancora un prete in ogni paesino, allora al giorno d’oggi spesso è di origine polacca o africana. Ci sono addirittura chiese sconsacrate che ospitano pezzi di antiquariato o che sono diventate cinema a luci rosse. In alcune cittadine vivono ormai tanti musulmani quanti cristiani. Mentre le commemorazioni della Resistenza antifascista sbiadiscono sempre di più, diventando semplici riti di dovere delle autorità politiche locali, i negozianti di souvenir attorno alla tomba del Duce a Predappio non hanno di che lamentarsi perché gli affari non vanno male. Nessuno ha descritto così attentamente, in modo laconico ma allo stesso tempo poetico, lo smantellamento della cultura ebraica in Italia e le deportazioni degli ebrei italiani nei campi di sterminio tedeschi, come il ferrarese Giorgio Bassani. Deportazioni di ebrei, di cui però non pochi erano stati fedeli seguaci di Mussolini fino alle leggi razziali del 1938!
Attorno a città come Bologna, Parma, Modena, Piacenza, Reggio Emilia, Ferrara, Ravenna o Rimini, con le loro splendide piazze e i loro palazzi rinascimentali, si sono formate spesse croste di supermercati, outlet, autolavaggi e discoteche che si possono trovare dappertutto in Europa. Forse però, le periferie italiane sono ancora più noiose, ancora più commercializzate e brutte che nel resto d’Europa. Forse qui la distruzione dei paesaggi da parte dell’edilizia selvaggia è così deprimente e dolorosa, perché le immagini nelle nostre menti sono ingenue e idilliache. Ma nonostante l’evidente uniformazione di tante città e di tanti paesini sul Po, qui è ancora possibile scoprire favolosi misteri. Per la fantasia degli scrittori e degli artisti, questa è ancora una terra molto fertile. E l’orgoglio della popolazione locale per la “bella pasta”, il prosciutto di Parma o la piadina romagnola è tuttora imbattuto. In ogni piccolo paesino c’è una trattoria con un menù che al di là delle Alpi si può soltanto sognare. E anche se le feste dell’Unità, tradizionalmente feste comuniste, hanno perso il loro nome e ogni significato politico, a queste feste, che possono durare anche settimane intere, si cucina ancora come ai tempi delle vecchie cooperative comuniste.
E si è anche orgogliosi della letteratura dell’Emilia Romagna, che ha donato alla cultura italiana opere immortali e scrittori indimenticabili. I libri di scuola sonno pieni di autori nati, cresciuti e morti proprio qui, o che qui hanno ambientato i loro romanzi o i loro racconti. Ariosto, Pascoli, Bassani, Baccelli, Guareschi, Malerba provengono da questi luoghi. Pier Paolo Pasolini è nato nel Friuli, a Casarsa delle Delizie, e lì è stato anche sepolto assieme a sua madre, ma ha vissuto per anni a Bologna. Neanche Umberto Eco è emiliano (è nato in Piemonte, ad Alessandria), vive però da decenni a Bologna e a San Marino, quel minuscolo Stato autonomo in mezzo alla Romagna. Anche Mario Soldati era piemontese, ma amava i paesaggi della pianura Padana e così le dedicò alcuni dei suoi più bei racconti di viaggio. Gianni Celati è di Sondrio, in Lombardia, ma come nessun altro scrittore italiano ha dedicato racconti meravigliosamente affettuosi ai “matti padani”, una razza di civette che si trova nei pressi del Po. Le figure letterarie di Ermanno Cavazzoni, nativo di Reggio Emilia, forse sono ancora più bizzarre, più stravaganti e ancor più fantasiose. Chi non ha ancora letto i suoi racconti non riuscirà mai a comprendere le particolarità dei Padani, le loro stranezze, il loro modo di fare spesso un po’ i ribelli. Importanti giornalisti italiani come Enzo Biagi, Gianni Brera e Sergio Zavoli sono nati qui. Lo sfortunatamente già deceduto Lucio Dalla e Francesco Guccini, due dei grandi cantautori degli anni settanta e ottanta, sono di Bologna e di Modena. E a Zocca, un paese vicino a Bologna, è nato Vasco Rossi, una delle rock star più grandi degli ultimi decenni. Per non dimenticare naturalmente due veri giganti del cinema italiano: Federico Fellini di Rimini e Michelangelo Antonioni di Ferrara. Cesare Zavattini, forse conosciuto all’estero soltanto dai cineasti come geniale sceneggiatore (“Umberto D”) e “impresario di cultura”, è di Luzzara, vicino a Parma. Tonino Guerra, sceneggiatore del film forse più popolare di Fellini Amarcord e collaboratore di registi come Angelopoulus, è di Sant’Arcangelo nelle vicinanze di Rimini.
Nei testi di autori più giovani, come Ugo Cornia, Daniele Benati, Giulia Niccolai o Simona Vinci invece, si sente fortemente che la velocissima industrializzazione ha lasciato un segno su questa regione e ne ha distrutto il paesaggio. Ma così come la tenue luce della pianura Padana riesce ancora a donarle un aspetto magico, nei testi letterari, più o meno vecchi, si riesce ancora a trovare un’Italia che forse non esiste più. O almeno non esiste in questa forma, nella realtà, ma che qui in Emilia Romagna riesce ancora ad emanare un fascino particolare, grazie all’atmosfera malinconica e nebbiosa della pianura e grazie alla comicità surreale che guizza in tanti discorsi. E se non la si trova più nella realtà, sicuramente si trova nella letteratura che questa regione ha dato.

[Traduzione dal Tedesco all’Italiano a cura di Thomas Lietfien]

20140502-120316.jpg

sguardo-alberto-savinio-cenerentole-città

L’odore di Ferrara e lo sguardo di Alberto Savinio sulle “cenerentole della città”

Da MONACO DI BAVIERA – Qual è l’odore che caratterizza Ferrara? Molto è stato scritto sulla luce della Pianura padana, e tutti conoscono le città grandi e piccole lungo il Po, immerse nella fitta nebbia. Ma l’odore di Ferrara? Lo scrittore Alberto Savinio sapeva perfettamente di che cosa odora, ovvero di che cosa odorava Ferrara nella prima metà del secolo scorso: riteneva di potervi individuare, esattamente come a Monaco, l’odore dei “ceppi bruciati”. Alberto Savinio, fratello del pittore Giorgio de Chirico, era uno dei pochi scrittori italiani che conoscevano sia Ferrara sia Monaco: tra il 1906 ed il 1909, entrambi soggiornarono per un certo periodo di tempo nella capitale bavarese. Giorgio frequentò per due anni l’Accademia delle Belle Arti, mentre suo fratello Andrea – che più tardi assunse lo pseudonimo di Alberto Savinio – prese lezioni di musica presso il famoso compositore tedesco Max Reger. Oltre alle lezioni di pianoforte con Reger, poco sappiamo del soggiorno monacense di Andrea de Chirico (Alberto Savinio). Un piccolo appunto tratto da Ascolto il tuo cuore, città, lo stupendo libro di ricordi della Milano di fine Ottocento, ci consente tuttavia di affermare che durante la sua permanenza a Monaco avesse notato qualcosa di caratteristico: “Ferrara è la sorella in odore di Monaco. Entrambe sanno di ceppi bruciati. Due città cordialissime entrambe, ed invernali. Entrambe invitano al chiuso domestico, al gemütlich della propria casa.”
Ferrara e Monaco sono senz’altro due città cordiali, con tante case accoglienti. E durante l’inverno, a volte, sono sicuramente anche delle incantevoli “città invernali”. Ma sorelle in odore lo sono state probabilmente solo nella fantasia dello scrittore. Savinio, che Luigi Malerba e Umberto Eco reputano il loro maestro, è considerato uno dei predecessori della letteratura italiana moderna. Il suo ritratto della città, di Milano innanzitutto, è caratterizzato da un particolare interesse per i dettagli dimenticati e per le persone che vivono ai margini delle grandi piazze. Il suo interesse era rivolto alle cose che vivono all’ombra delle sorelle ammirate: “le cenerentole della città”. Si trattava, per lui, di cominciare dalle cose che non vengono colte ad una prima e superficiale occhiata. Prima di avvicinarsi ad un oggetto, ad una persona, ad un’opera d’arte o ad un’intera città, dirigeva il suo sguardo su qualcosa di apparentemente marginale. Pertanto capitava che iniziasse l’’auscultazione’ del cuore di Milano con una passeggiata attraverso Venezia, una sosta al Caffè Pedrocchi – rimasto fino ad oggi uno die cuori pulsanti di Padova – o appunto aspirando l’odore di Venezia o Ferrara. Camminava attraverso la Serenissima toccando, ascoltando, gustando e fiutando, come se volesse allenare i suoi sensi in luoghi sconosciuti, prima di affrontare la passeggiata attraverso l’amata Milano. Nessuna città è mai stata vissuta a amata così al femminile come la città di Venezia. Forse proprio per il suo odore. E a Ferrara pensava appunto di avvertire l’aspro odore dei “ceppi bruciati”. Ovunque indirizzi i suoi sensi – colonne di marmo, mobili, vetrine, campanelle della stazione -, inizia subito la vita, si accende la fantasia, si effettuano viaggi nel mondo surreale della marginalità e dell’inezia. Difatti, tutta la sua attenzione è rivolta alle cose che vivono lontane dai grandi eventi pubblici e di massa. Da Savinio possiamo apprendere l’arte del girovagare come uno scopritore curioso nei ripostigli del quotidiano e della normalità. Savinio ci insegna a puntare lo sguardo sulle “cenerentole della città”. Basta cercarle negli angoli nascosti, minimi, della realtà. E di questi, a Ferrara, ce ne sono tanti.

[Si ringrazia Giovanna Runggaldier per la traduzione dell’articolo dal tedesco all’italiano]

Carl Wilhelm Macke, giornalista pubblicista indipendente, è segretario generale dell’associazione “Journalisten helfen Journalisten” con sede a Monaco di Baviera. Amante da sempre dell’Italia, è un cultore della letteratura emiliano romagnola contemporanea. Vive tra Monaco di Baviera e Ferrara.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi