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DI MERCOLEDI’
La noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole

 

Molte cose accadono di mercoledì. Da molti anni registro che accadono perché al mio paese è giorno di mercato: aumentano le auto in circolazione, molte persone escono dalle case o affluiscono dai paesi vicini e dalla campagna per aggregarsi nella piazza. Abbiamo una piazza grande a Poggio Renatico ed i banchi del mercato sono numerosi e vendono un po’ di tutto. Chi deve fare la spesa settimanale, oppure ha bisogno di andare per uffici aspetta il mercoledì; di mercoledì si possono depennare dalla lista delle commissioni da fare quasi tutte le voci, e se si arriva presto in piazza e non c’è troppa gente si riesce a fare tutto.
Viva l’efficienza, che quando siamo indaffarati (e cioè, quasi sempre) diventa un valore.
Per me che ne scrivo il mercato del mercoledì assume da sempre un bel po’ di significati aggiunti. Mi entra in circolo una umanità così piena di umori che mi fa scattare dentro una sorta di corto circuito, e allora vanno a braccetto quotidianità e letteratura.
Anch’io faccio i miei giri entrando e uscendo dalla piazza, e mi fermo a parlare con tutte le persone che mi conoscono; molte di loro riesco a incontrarle solo in questo giorno della settimana. Pure, un doppio fondo nella mia valigia di parole mi accompagna e mi fa sentire la mia voce mentre parlo, mentre ascolto o mentre rispondo a domande. Mi fa stare dentro e fuori al tempo stesso.
Eccomi per esempio in una estate di molti anni fa, durante la mia adolescenza. Sono in piazza con mia madre che è la regina tra le bancarelle, conosce tutti i venditori sia che si tratti di compaesani, sia che vengano dai dintorni. Il più distante è di San Pietro in Casale (inutile dire che la globalizzazione non c’è ancora) e parla un dialetto bolognese molto marcato. Ha un banco di scarpe molto belle, che espone in base ai prezzi raggruppando sotto la stessa cifra, in lire, i modelli più diversi e dai colori variopinti. Sono tutte scarpe da donna e sono campioni.
Oggi il venditore è più sornione del solito. A chi gli chiede se può provare un certo paio di scarpe risponde sì con la testa; chi invece gli chiede se ha l’assortimento dei numeri di un certo modello non ottiene risposta. Mia madre, che di scarpe e di pellami se ne intende, sferra un attacco dopo l’altro. Gira e rigira tra le mani un bel paio di mocassini color verde tenero, dalla linea affusolata e aggraziata, che mi invita a calzare. E intanto chiede di quale ditta sono, osserva che il pellame è di buona qualità, fa le prove per verificarne la morbidezza, mi sottrae e poi tiene con le due mani la scarpa destra e la piega ad arco trovando che si flette che è un piacere.
Io intanto. Mi trovo in mezzo tra l’entusiasmo di lei, così ciarliera in questo suo giretto del mercoledì (è l’unico svago che si prende durante la settimana, per molte ore ogni giorno la vedo seduta alla macchina per cucire, per cucire la pelle) ed il silenzio incantato che avvolge lui. E ancora una volta lievito al di fuori dalla situazione; vedo mia madre e il venditore bolognese incastonati come diamanti in una bambagia dorata. Il caldo di luglio è appiccicoso come il miele. Le parole che lei ha pronunciato passano scavando piccoli cunicoli sospesi; sono tutte dirette verso di lui che è raggiunto dai tanti spruzzi di miele sonoro. Ma non parla.
Come? E la comunicazione dov’è? Mi sento indispettita per la noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole. Ho nella testa ben demarcate le liste di quello che si fa e di ciò che non si deve fare, come su di una lavagna quando alla scuola elementare tiravamo una riga centrale per scrivere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.
Devono passare molti anni prima che io ritrovi la serena accettazione di mia madre nelle parole di un poeta. Leggo i testi che il grande Eugenio Montale ha scritto per la moglie Drusilla, quando rivela di lei la capacità di capire gli uomini “anche al buio” col suo “radar da pipistrello”. La Drusilla che dando il braccio al poeta ha sceso con lui le scale della vita ed ha mediato sapientemente il rapporto del marito con la quotidianità.
Come la Drusilla, mia madre ha capito che il bolognese è stanco, oggi. Oppure è avvilito per qualcosa. Va comunque lasciato “nel suo”. Le persone sono così: non c’è alcun bisogno di esprimere giudizi per una volta che sono “spastati”.
E così dai miei libri, dai tanti che ho letto come se una seconda madre mi stesse parlando, ho imparato. E ancora leggo, e imparo ogni volta. Anche se non è mercoledì.
Sono davvero tanti. Da esprimere uno alla volta finché potrà avere vita questa rubrica.
Incomincio.

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

La luna in piazza

C’era la luna piena nel cielo di Ferrara. C’era Internazionale con tanti giornalisti a spiegare le cose del mondo. C’era tanta gente variopinta e brulicante per le strade, nei locali, tra le bancarelle del mercato, nei cortili dei bei palazzi antichi. C’era tutto questo nelle sere d’ottobre appena trascorse.
Ferrara era particolarmente bella. Bella come la luna piena che s’offriva agli sguardi della gente.
Una luna insolitamente grande e luminosa, così vicina da lambire il campanile affacciato al listone.
Guardo la luna e ricordo i palloncini dei luna park comprati con lo zucchero filato. Mangiavo lo zucchero filato con le mani appiccicose e ogni volta il palloncino mi volava via perdendosi tra le nuvole.
La luna, i desideri appesi, i sogni possibili… C’è forse una sottile speranza che il mondo si riscatti?
Guardiamo la luna, non il dito, mi raccomando!

Il nuovo piano enigmistico ferrarese

Ieri sera decido di andare a mangiare una bella cotoletta da Settimo con mia moglie. La più buona cotoletta di Ferrara la fanno proprio lì, te la portano nel piatto con una valanga di patatine fritte e uno spicchio di limone. Una sottile spianata di carne di vitello avvolta da una panatura dorata e croccante che un piatto da pizza a malapena riesce a contenere.
Abbiamo prenotato e, tranquilli e beati, attraversiamo il centro a piedi diretti sul posto e già m’immagino il momento del primo boccone.
Dal listone c’inoltriamo in via Cortevecchia e lì vediamo poco distante il dehor con tutti i tavoli già occupati dai clienti. Sfuma l’idea di trovare un posticino all’esterno. Pazienza, l’importante è sedersi e mangiare senza aspettare troppo.
Fatte poche decine di metri, sbuchiamo nella piazzetta e… il boccone immaginario di cotoletta mi va di traverso!
Cristina mi guarda e serenamente mi chiede: “Tu che sai tutto, che cos’è?”
“È… dunque… credo che sia… dovrebbe essere…”
Il boccone di traverso, l’inaspettata geometria bidimensionale sotto i nostri piedi, lo sguardo perplesso di mia moglie su di me. La mia fantasia è presa alla sprovvista ma non posso deludere la sua fiducia.
“Dev’essere senz’altro il nuovo piano di decoro urbano, minimalista e geometrico, con un chiaro riferimento al neoplasticismo di oltre cent’anni fa…”, parlo a braccio, improvviso, non ho la minima idea di cosa sia ‘sta roba.
Ma tanto basta. Cristina fortunatamente m’interrompe: “Aspetta… muoviamoci che s’è liberato un tavolo!”
“Ok, andiamo prima che si sieda qualcuno!” mi affretto a dire.
Il rebus della piazza sistemata come fosse un cruciverbone rimane irrisolto, ci sarà modo di capirci qualcosa, magari quando avremo la pancia piena…
Intanto, cara cotoletta, a noi due!

I giovani e la politica, quando scendono in campo gli studenti

Si sono riappropriati delle piazze, dei microfoni, della creatività efficace di striscioni e cartelli, della libertà giustificata di abbandonare le scuole per qualche ora, nel nome di una causa fondamentale, di una denuncia chiara e circostanziata: l’emergenza clima come effetto del surriscaldamento terrestre. Ma, soprattutto, si sono ridestati con un entusiasmo che mancava da molto tempo e che viene ricordato nella storia dei movimenti studenteschi del passato per gli effetti e le ricadute politiche, culturali e sociali che hanno cambiato la storia di molti Paesi. “Non c’è un Pianeta B”, “Climate silence is criminal”, “Non c’è più tempo per l’indifferenza”, “Se il clima fosse una grande banca, i governi ricchi l’avrebbero già salvato”, “Respect existence or expect resistance”, “Il cambiamento climatico non è solo una questione scientifica; è anche etica e morale”; “We want global politics to stopo climate change, to fight finance”: ecco alcuni dei numerosissimi slogan gridati a gran voce, sostenuti con convinzione e cognizione di causa, accompagnati dalla volontà di far sentire la propria voce e rivendicare il diritto di vivere su un pianeta affrontabile, una Terra amica.

Cortei di studenti e partecipanti di estrazione varia, manifestazioni, scioperi hanno animato piazze e strade italiane e di moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei, dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda a Taiwan, in una giornata memorabile come il FridaysForFuture, uniti nella forte intenzione di scuotere governi, veicolare sensibilità, chiedere fermamente soluzioni e provvedimenti. “Noi siamo venuti qui per pregare i leader di occuparsene. Ci avevano ignorato in passato e continueranno a farlo. Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccio o no”. Sono le parole della giovane sedicenne Greta Thunberg, attivista svedese e ispiratrice del grande movimento che si sta formando a difesa del pianeta, proposta per il Premio Nobel per la Pace. Nella manifestazione mondiale, si chiedono politiche più sensibili e incisive contro il riscaldamento globale e le emissioni di CO2, tra i più terribili artefici dell’effetto serra; ci si rivolge ai governi affinchè adottino misure di protezione, consapevoli della grave responsabilità che il momento, la situazione e gli effetti devastanti della politica indifferente richiedono.

I movimenti studenteschi sono un fenomeno sociale nato nella metà del XX secolo, in quegli anni ’60 in cui tutto era da ridefinire, scoprire, inventare, osare, perché non esisteva background a cui ispirarsi o modelli preesistenti a cui affidarsi, ma la necessità di proporre, imporre, conquistare attraverso azioni anti-sistema. Le tematiche a cui si riferivano erano focalizzate sul mondo dell’educazione scolastica (allora era ‘educazione’, oggi è ‘formazione’), sugli stereotipi culturali e di costume da sradicare, sfide aperte alle tradizionali modalità di autorità. Erano le grandi manifestazioni della Primavera di Praga in Cecoslovacchia, del movimento (che ora si definisce LGBT) per la difesa dei diritti degli omosessuali, le rivendicazioni dei diritti delle donne, il controllo delle nascite, la liberalizzazione sessuale e il cambiamento dei codici tradizionali di comportamento e relazioni interpersonali. Era anche la protesta esacerbata, rivoluzionaria, contro la Guerra del Vietnam e tutto ciò che rappresentava. Negli anni ’60 cominciano farsi sentire anche i primi movimenti ambientalisti e di protesta per il nucleare.

Nei decenni successivi studenti e operai si organizzano per contestare riforme scolastiche (strutture, programmi, risorse, garanzie) e chiedere il rispetto dei diritti del lavoratore, ma perdono mordente politico perché lasciano posto ad altri movimenti. Gli studenti non erano più i protagonisti della scena politica ma l’attività di mobilitazione non si arresta, sebbene fosse contaminata dal terrorismo reale e il terrorismo di stato e affiancata da movimenti di altra estrazione. I centri sociali soppiantano per certi versi i movimenti di piazza, mentre nascono movimenti radicali di destra come Forza Nuova. Il movimento più significativo, denominato ‘La Pantera’, fu quello degli studenti universitari, impegnati nella protesta contro la riforma Ruberti delle università italiane, nato alla fine degli anni’80 nell’ateneo di Palermo e condiviso in tutto il Paese. Si definiva politico apartitico, democratico, non-violento e antifascista, ma si connotava nettamente come pacifista. Agli inizi del 2000 gli obiettivi dei movimenti studenteschi si spostano sulla crisi economica e la conseguente paura del futuro. Alcuni appoggiano ed abbracciano movimenti già presenti nel resto d’Europa e del mondo, altri conservano caratteristiche tipicamente nazionali e presentano i sintomi di un disagio legato alle vicende nel nostro Paese.

Indignados, Draghi ribelli, Occupy Wall Street sono i movimenti che appartengono al 2010-2011, interconnessi al mondo esattamente come il mondo in cui nascono e agiscono. Gli Indignados nascono da una grande mobilitazione pacifista dal basso, contro il governo spagnolo e chiedono più democrazia e partecipazione; i Draghi ribelli, precari, studenti, professionisti, artisti che vanno oltre le rispettive etichette, si uniscono per rivendicare le stesse istanze. Il loro nome si ispira ai draghi orientali che, secondo la leggenda, controllano gli elementi, guardiani e difensori degli equilibri della Terra. Il loro obiettivo: protestare contro la Banca d’Italia e il governo delle banche e della finanza. Occupy Wall Street protesta contro gli abusi del capitalismo finanziario; una contestazione pacifica che conta sulla presenza di anarchici, comunisti, conservatori e perfino esponenti della destra.

Negli ultimi anni, dal 2012 uno degli obiettivi più caldi delle manifestazioni di protesta rimane la scuola: si denuncia il fallimento della scuola pubblica che con l’università rimane fuori dal mercato. Si alternano raduni di piazza, cortei e flash mob per manifestare il rifiuto dei tagli all’istruzione e agli investimenti nella formazione delle giovani generazioni. Nel 2018 Ivan Krastev dell’Università di Sofia, autore dell’articolo ‘Il 2018 sarà rivoluzionario come il 1968?’ pubblicato dal New York Times, si interroga su ciò che sarà la protesta nel prossimo futuro. Il rischio, sostiene Krastev, è quello che siano conservatori e populisti gli attivisti del futuro, predisposti a scatenare le loro lotte sulle tematiche dell’immigrazione, la mescolanza culturale, l’affermazione della solidità e della garanzia di uno stile di vita tranquillizzante in difesa della famiglia e dei valori tradizionali, tutte tematiche care agli uni e agli altri. Nel frattempo, noi continueremo a riempire le piazze ricordando che il nostro pianeta è in sofferenza e non ne siamo tutti completamente consapevoli. Ce lo ricorda una ragazzina di 16 anni, che ha iniziato la sua battaglia da sola ed ora anima gli studenti di tutto il mondo.

Le bronzee nudità di Nettuno

Dopo una giornata passata a Bologna, decido di tornare verso Piazza del Nettuno. È ormai buio, ma le luci artificiali regalano fascino al centro città.
Scatto una foto alla bellissima fontana che fa da padrone alla piazza.
Proprio di fronte all’entrata del Palazzo di Re Enzo, il dio del mare si erge in tutta la sua potenza e grandezza. Noto tra i bolognesi come “il Gigante”, l’imponente statua è interamente di bronzo.
La statua, così come la celebre fontana del Nettuno, per via delle eccessive nudità in alcuni suoi dettagli, fu duramente criticata dalla Chiesa e fu fonte di turbamento, in modo particolare per le donne. Siamo nel 1566, anno in cui l’opera viene terminata, e tanto fu il clamore che la Chiesa decise di far indossare al Nettuno dei pantaloni, rigorosamente, neanche a dirlo, di bronzo!

Ferrara e i buskers

di Francesca Ambrosecchia

Sono le giornate più affollate e movimentate di tutto l’anno. Artisti di svariate nazionalità si esibiscono al “Ferrara Buskers Festival”, ormai giunto alla trentunesima edizione. La città si risveglia così nell’ultima settimana di agosto.
Piazza Trento Trieste e le zone limitrofe divengono un grande palcoscenico all’aperto che vede protagonisti musicisti, giocolieri, ballerini, pittori e cartomanti: qualcosa di assolutamente unico nel suo genere.
Gli spettatori sono travolti dall’energia e dall’aria di festa che si respira: si canta e si balla con gli artisti, si segue il ritmo delle loro performance battendo le mani e perché no, si lancia una monetina nel cappello o nella custodia dello strumento lasciata a terra, così come si vuole da tradizione.

violinista

Umili note

Per un istante si distoglie lo sguardo dalle bancarelle affollate e dalla gente che riempie la piazza la domenica mattina, già carica di pacchi e pacchetti regalo: colpisce la musica flebile e dolce di un violinista appartato, umile e degna parvenza di quei pastori che aspettavano speranzosi la venuta del Salvatore.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

PUNTO DI VISTA
L’Alieno. Pensieri notturni a proposito dell’Albero di Natale

“Non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello” (frate Antonino da Scasazza)

Non ci sono dubbi, per i ferraresi l’argomento del giorno è il nuovo albero di Natale in piazza del duomo. Piace a pochi e fa discutere parecchio, ma questa è un’usanza, una tradizione, si brontola come sistema, soprattutto quando ci sono delle novità, come in questo caso, in cui il tradizionale abete, con palle e lucine, è stato sostituito da una scultura di tubi di vetro soffiato realizzata presso la bottega del maestro Simone Cenedese a Murano.

L’albero di Natale davanti al duomo di Ferrara

Ascoltando i vari pareri, le obiezioni a questa installazione sono soprattutto di tipo estetico e sentimentale. Non piace perché alla consueta, rassicurante forma dell’abete, evocativa di infanzie e Natali trascorsi nel calore degli affetti famigliari, c’è un oggetto diverso, un alieno colorato che assomiglia per alcuni a uno scolabottiglie, per altri alla spazzola di uno scopino da gabinetto. Può essere, l’arte di tutti i tempi ci ha abituato alle provocazioni e alle letture spregiudicate della realtà. A volte sono necessarie per scuotere le menti, a volte ci divertono perché ci mostrano con una risata le nostre debolezze, molto spesso sono furbe operazioni di marketing, in questo caso, non mi sembra che si tratti di un’opera epocale, ma di una interessante realizzazione artigianale, che una volta illuminata a dovere, farà la sua figura. 
Dovrebbe funzionare, gli ingredienti ci sono tutti per un allestimento di successo: c’è lo sfondo impagabile del Duomo e della piazza e c’è un Albero nuovo, originale, diverso dal solito. Un oggetto soprattutto imponente, almeno così si legge nella pagina del sito della Vetreria e nella promozione online dell’evento ferrarese, che dovrebbe avere un’altezza superiore agli otto metri e una larghezza di almeno tre, un’altezza da record che improvvisamente scompare nello spazio della piazza.

Ecco cosa non funziona, quest’albero semplicemente è piccolo rispetto allo spazio in cui è collocato e si perde nel vuoto. Eppure, chi progetta queste installazioni dovrebbe preoccuparsi di questo “dettaglio”, cercando di capire quale sarà la posizione migliore per esaltare la scultura e lo spazio che la circonda. Invece non funziona così ci stiamo sempre più abituando ad un modo di procedere che si concentra sull’oggetto, senza considerare il contesto. In questo caso abbiamo una scultura che sembra acquistata da un catalogo senza averla mai vista veramente, scelta a sentimento in base alle foto e alle sue descrizioni. Per esempio, ho letto che questo “albero” è stato esposto “ nella piazzetta dei Leoncini davanti a piazza San Marco a Venezia”, e chi conosce Venezia sa che non è davanti, ma su un lato della Basilica, cioè in uno spazio raccolto, una specie di nicchia nel volume complessivo della piazza, dove si sarebbe perso, come succede oggi, nella nostra. 
Dettagli, sciocchezze, pedanterie da paesaggista o materia di progetto? Lo spazio vuoto è materia, soprattutto quando deve contenere un oggetto tridimensionale come una scultura, lo spazio ha delle misure, si calcola, si fiuta, si tocca, non basta copia-incollare l’immagine dell’oggetto, posizionarla in un punto prestabilito nel luogo scelto, per ottenere un bell’effetto come quello del rendering digitale (immagine fatta con il computer per mostrare la resa finale di un progetto da realizzare). Infatti, se confrontiamo l’immagine digitale verosimile che si trova in rete e la confrontiamo con la realtà, quello che vediamo è decisamente diverso dall’illusione grafica, quello che vediamo è tutto più striminzito. Non c’è meraviglia: c’è un onesto oggetto colorato, un soprammobile natalizio che sarebbe stato magnifico in un centro commerciale, dove il basamento con i cartelloni degli sponsor avrebbe avuto la sua giusta ragione di esistere, ma forse, nessuno ne avrebbe parlato.

ACCORDI
La breccia. Il brano di oggi…

Studenti in piazza, in corteo: sempre meno, sempre meno consapevoli. O questo almeno è ciò che credono gli adulti…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Pink Floyd, Another brick in the wall

Leggi l’articolo intonato:
L’INCHIESTA – Dietro i banchi: “Moratti impara la lezione, non sai cos’è la pubblica istruzione”

LA RIFLESSIONE
Ma quella catena è emblema di chiusura

di Francesco Fiore

L’ennesimo capitolo della lotta per il sagrato del duomo ha attirato negli ultimi giorni l’occhio dei media locali, quando è stata comunicata la cifra (30.000 euro a carico del Comune) per il progetto di recinzione dell’area antistante alla cattedrale. Se anche non sapevate dell’iniziativa dell’Amministrazione comunale, sicuramente avrete discusso, sentito o anche solamente letto dell’aspro scontro tra il vescovo di Ferrara Luigi Negri e i ragazzi della cosiddetta ‘movida’, che ha ora portato al citato intervento.
La discussione, che va avanti dal 2013 con occasionali picchi di tensione, ha alla sua base l’idea di decoro, urbano e morale, e si è sviluppata come un ‘1vs1’ tra due poli opposti: moralità e divertimento. In base al proprio convincimento si assegna un valore positivo a uno dei due poli e un valore negativo all’altro, precludendosi di fatto la possibilità di trovare qualsiasi punto di incontro. Il limite, da cui deriva la sterilità del dibattito sulla questione, è proprio il concetto di degrado, infatti “degrado è un termine che ha un significato diverso a seconda di chi lo utilizza, ed è proprio questo che lo rende tanto utile per il linguaggio del potere. Può intendersi come degrado fisico […], oppure può essere inteso come degrado morale e sociale, e in quel caso le azioni che risulteranno saranno dirette fin dall’inizio della pianificazione a provocare modifiche sulle persone oltre che sugli ambienti, sulla composizione sociale del quartiere degradato prima che sui muri. E se è vero che il degrado fisico degli edifici può essere valutato con parametri tecnici e quindi grosso modo condivisibili dai diversi attori, il degrado morale o sociale è questione delle più arbitrarie, perché informato dal sistema di valori di chi lo denuncia”. (Gian Maria Valent, “La riqualificazione urbana come mezzo di controllo sociale”, clic qua per leggere).

In questo modo la soluzione a un problema reale, che interessa tutta la collettività, diventa un intervento urbano che reitera anche a livello fisico la distanza tra le due parti, separate da una distanza di valori e una spiccata incapacità comunicativa. Le catene della recinzione diventano così un simbolo di chiusura, il quale instaura un ulteriore barriera tra due elementi della stessa comunità che condividono lo stesso spazio fisico, senza che si agisca minimamente sul problema al centro del dibattito, come confermano gli stessi promotori del progetto affermando che “nessuna soluzione potrà far fronte alla poca educazione e al disdoro procurato dai ‘fruitori della notte’, ma sarà un limite ben evidenziato che consentirà interventi di ordine pubblico più mirati”. (Estense.com)

Questa battaglia tra difensori della moralità e perturbatori del buon costume ha portato solo ad avere una piazza spesso sporca e, se l’intervento dell’Amministrazione andrà andrà a buon fine, anche preclusa (almeno parzialmente) ai suoi principali frequentanti. Per questo dobbiamo spostare il piano della discussione su un terreno più fertile, dal quale possano nascere soluzioni adeguate e mature consapevolezze, condizioni imprescindibili per un reale e condiviso miglioramento sociale.

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NOTA A MARGINE
Accanto al duomo insegne senza Ragione

“La cosa giusta per me sarebbe coprire interamente la facciata del palazzo, una delle opere peggiori realizzate dall’architetto Marcello Piacentini”. Non ha mezze misure Andrea Malacarne, presidente ferrarese di Italia Nostra, nel bollare l’edificio ricostruito (letteralmente) sulle ceneri del palazzo della Ragione in stile tardo-razionalista a opera di uno gli artefici dell’urbanistica di regime.
L’antico palazzo che ospitava il tribunale, edificato nel 1326 e più volte rimaneggiato nel corso dei secoli, fu completamente devastato da un controverso incendio – nella notte fra il 22 e il 23 aprile 1945 – che alcune fonti storiche attribuiscono alla volontà di uomini implicati nella dittatura delle camice nere, preoccupati per le compromissioni certificate dai documenti custoditi in quel luogo. Fatto sta che la ricostruzione fu affidata, per paradosso, proprio a uno degli architetti che in epoca mussoliniana aveva contribuito a definire lo stile del fascismo. Piacentini ibridò i tratti neogotici del preesistente edificio con linee e prospetti che nulla avevano a che fare.

Vissuto sempre con fastidio dalla maggioranza dei ferraresi, il palazzo (definito “dell’Upim”, in riferimento ai grandi magazzini che ospitò per molti anni ma anche per rimarcarne l’estraneità al contesto storico-monumentale nel quale è inserito), calamitò sistematicamente grandi critiche; e l’idea, ora ribadita dell’architetto Malacarne, di oscurarne la facciata ebbe anche nei decenni passati numerosi sostenitori.

Le polemiche si rinfocolarono all’inizio degli anni Novanta quando parte dei locali dell’ex Upim furono acquisiti da Mc Donald’s. Lo sbarco della multinazionale americana dei fast food fu da molti vissuto come uno sfregio alla storicità della piazza: nella vis polemica, in parte ideologica in parte estetica, il marchio ‘stellestriscie’ artefice di una deprecata rivoluzione alimentare era additato come sgradito intruso, mentre l’invasivo odore di patatine fritte e hamburger e le ‘chiassose’ insegne al neon vennero segnalati come insulti all’antica magia del luogo. Nulla però poté impedire l’insediamento della nuova attività commerciale, alla quale in quasi 25 anni abbiamo fatto l’abitudine. Non al punto però da cancellare l’effetto sgradevole e dei grandi e inappropriati loghi che campeggiano sotto quattro arcate del palazzo della Ragione.

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Le contestate insegne del Mc Donald’s proprio di fronte al duomo

Su quelle enormi e invasive “M”, già all’attenzione di Ferraraitalia, simbolo del fast food più famoso del mondo si è in questi giorni appuntato l’interesse dei consiglieri comunali Leonardo Fiorentini e Ilaria Baraldi, che ne contestano la legittimità sulla base del regolamento comunale che “vieta insegne e impianti pubblicitari nelle arcate frontali e di testa dei portici, prospicienti la pubblica via” e ne chiedono la rimozione.
Anche il pur contestato ‘nuovo’ palazzo della Ragione ha titolo per essere rispettato. E soprattutto il rispetto si deve alla piazza e ai monumenti antistanti. “Quelle ‘M’ non dovrebbero stare lì – ha detto con apprezzabile franchezza alla Nuova Ferrara l’assessore all’Urbanistica, Roberta Fusari – Non so come all’epoca sia stato possibile installarle, di certo bisognerebbe curarsi di più del senso del bello e del rispetto degli edifici e degli ambiti storici. Anche perché altri possono chiedere di fare lo stesso”. Dopo un quarto di secolo e a polemiche sopite, si prospetta ora il crollo di un pezzetto di Mc Donald’s.

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PUNTO DI VISTA
“Il centro non va museificato, lasciamolo vivere anche con i mercati”

da Giovanni Scardovi*

Gentile Direttore,
Continua il processo di desertificazione dei centri storici, favorito dalle politiche delle amministrazioni comunali. Questa volta è il turno della fascinosa e magica Ferrara che tanto amo a dare segni di sofferenza. Con il decentramento di mercati e mercatini si avanza verso lo svuotamento delle piazze del centro, ma questo non è il vuoto metafisico delle piazze di De Chirico, cantore della solitudine, del silenzio e delle ombre, di portici e manichini sospesi nell’atemporalità delle sue muse inquietanti.
Il senso della decisione politica ci deposita nel grande obitorio della contemporaneità, dove gli amministratori operano per favorire l’abbandono di piccole imprese, mercatini e botteghe, laboratori perché tutto venga collocato, se va bene, appena fuori dalla vista dei sofisticati amministratori e dei loro ‘parvenu’ o nei “non luoghi” dei centri commerciali, lontano dal centro storico, del tutto simili a cattedrali nel deserto del mercatismo globale e totalitario. Così il centro della città, un tempo luogo d’incontro vitale, assume oggi la cimiterialità dell’abbandono snaturandone la vita e dando l’opportunità al visitatore di una celebrazione funeraria delle architetture vissute come reperti. Esattamente il contrario di quanto avveniva all’epoca del costruire rinascimentale di cui si beiamo (?) quotidianamente. Allora la città sapeva far convivere le attività del quotidiano, la miseria e la ricchezza, l’amore e l’odio con la bellezza; oggi la si museifica lasciando come unici abitanti del fu cuore cittadino il rumore dei nostri passi.

* Scultore, pittore, poeta – Docente all’Accademia di Belle Arti di Venezia prima e a quella di Bologna poi. Vive a Cotignola di Ravenna. Frequenta da decenni Ferrara e gli artisti che in essa vivono o hanno vissuto.

Gentile professor Scardovi,
in realtà il Comune non intende trasferire dal centro i mercatini (quelli resteranno giustamente al loro posto), ma ha annunciato di voler trasferire da febbraio 2016 solo una parte degli ambulanti del mercato dell’abbigliamento che si tiene il venerdì, quelli che utilizzano i furgoni (antiestetici, inquinanti, ingombranti). Gli altri potranno restare. Condivido il suo allarme circa il rischio di museificazione del centro, ma personalmente ritengo non sia mantenendo il mercato che si realizza l’obiettivo. Vanno promosse iniziative, come in parte già avviene, avendo certo considerazione – come lei giustamente sottolinea – ugualmente per la cultura alta e per quella popolare. Ma del mercato accanto a castello e duomo penso si possa fare a meno

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L’OPINIONE
Il caso Pienza: come alterare la perfezione di un’opera d’arte

di Maria Paola Forlani

Fra il 21 e il 22 febbraio 1459 Pio II visita il nativo borgo di Corsignano, durante il suo viaggio a Mantova, e decide di ricostruirlo come sua dimora ideale. Nel maggio dello stesso anno il Consiglio generale del Comune di Siena dà licenza all’architetto inviato dal papa di cavar pietre, tagliare alberi e impiantare fornaci a titolo gratuito. L’architetto scelto da Pio II è Bernardo Rossellino (1409-1464), assistito dal nipote Puccio di Paolo; nel viaggio a Mantova Pio II è accompagnato da Alberti e senza dubbio si serve del suo consiglio, sia per la scelta del progettista sia per la definizione del programma edilizio. Rossellino in questo momento è considerato uno dei più famosi artisti fiorentini.

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Vista aerea di Pienza

Il programma di Pio II è descritto nella bolla del 13 agosto 1462: “Costruire dalle fondamenta una chiesa di magnifica struttura, ornare quel luogo con un insigne palazzo, sul posto della casa paterna, e con alcuni altri edifici”. Infatti il papa e l’architetto rispettano la struttura del borgo medioevale, allineato lungo una strada sul crinale del colle, ma dove il crinale e la strada formano un’ansa avvicinandosi alla valle dell’Orcia liberano una vasta area, per costruire un gruppo di edifici monumentali: la cattedrale, il Palazzo Piccolomini, il palazzo Borgia (poi vescovile) e il palazzo pubblico che circondano una vasta piazza quadrangolare; dietro al palazzo pubblico è ricavata una seconda piazza per il mercato locale.
Visto dalla valle, il volume della cattedrale forma un saliente che emerge dall’allineamento delle altre fabbriche, e spicca come elemento dominante senza superare in altezza gli edifici vicini. Arrivando nella piazza, la facciata si presenta in forte controluce, ed è inquadrata tra i muri divergenti dei due palazzi che accorciano visualmente il sagrato e aumentano la scala monumentale dell’edificio sacro; ai fianchi della facciata restano due ampie aperture, che fanno intravedere il vuoto circostante e mettono in comunicazione lo spazio chiuso della piazza col grande spazio aperto della vallata.

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Facciata della cattedrale

Ma è interessante soprattutto la convinzione che la chiesa, costruita e adornata, debba restare immune da ogni successiva alterazione. Nel settimo libro del suo trattato Alberti scrive: “L’ornamento certo è una cosa infinita, e sempre ne’ tempij ancor piccoli rimane qual cosa che e’ ti pare che’ vi si possa, e vi si debba aggiungere”; tuttavia “a me piacciono assai quei Tempij, che secondo la grandezza de la Città, tu non gli desidereresti maggiori”; nel tempio “tutte le cose che ti si apprestano dinanzi agli occhi” siano sistemate “a dover essere eterne”. Pio II risolve radicalmente questo problema con la bolla del 16 settembre 1462 in cui detta le regole della dignità dell’edificio minacciando di scomunica chi ne avesse violato le forme e l’arredo.
Qui si riconosce il segno della personalità di Pio II e la città può dirsi veramente, senza approssimazione retorica, l’immagine concreta del suo ideale culturale: amore della forma e partecipazione umana si conciliano per un attimo in un clima di serenità letteraria, come nella prosa dei Commentari, e producono un equilibrio in qualche modo staccato dal tempo, stranamente indenne dai contrasti del secolo. Nella storia dell’architettura questo resta infatti un episodio isolato, che appare remoto e inattuale già a breve distanza di tempo.

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Le sculture in mostra

In questo luogo magico è stata permessa una mostra devastante, di un’artista austriaca che ha plasmato atroci testoni di grandezza abnorme di fattezze mostruose e poco rassicuranti nelle forme. Queste opere monumentali sono state affiancate alla cattedrale distruggendo tutti i fattori prospettici voluti da Pio II e dal suo architetto. Il Rossellino rinunciò alla tradizionale pianta quadrata amplificandola, dandole forma trapezoidale con i palazzi Papale e vescovile disposti su linee divergenti verso la facciata del duomo. Per chi giunge in piazza seguendo l’itinerario usuale del corso, si accorge che l’impianto prospettico è capovolto. Questa geniale prospettiva ormai è preclusa al turista che deve scontrarsi con monumentali testoni di gusto pseudo-fascista, perdendo così il senso di questo luogo magico che, forse, pensava d’incontrare. Non so come la Soprintendenza Belle arti e paesaggio di Siena, la Fondazione Musei di Siena e l’Unesco abbiano dato il permesso ad un tale sfregio.

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Una delle sculture che occlude la vista

Per chi scrive e che per anni ha frequentato quei luoghi, resta il ricordo d’importanti convegni internazionali sull’urbanistica rinascimentale, con la presenza di studiosi provenienti da tutto il mondo, compensata dalla vivacità espressiva del poeta Mario Luzi, che l’abitava, e che molto scrisse sulla Val d’Orcia. Come non ricordare, l’indimenticabile correttezza ed intelligente attenzione del sindaco, proveniente dalla vicina Monticchiello, Marco Dal Ciondolo, che tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 portò in quei luoghi grandi mostre e indimenticabili concerti, nel rispetto di quella culla del rinascimento.
In America l’arte del passato è un rarissimo frutto conservato nel congelatore di lusso che è il museo, il territorio e la sua storia rispettato in tutte le sue componenti senza mai violentarlo. In Italia, invece, è un frutto vero, attaccato al ramo del suo albero. E in Italia l’albero, e ancora più l’insieme di alberi, è più importante dei singoli frutti o della loro somma. In altre parole, l’arte non è mai solo la singola opera, il pretesto Capolavoro assoluto: l’arte è la relazione tra le opere straordinarie che compongono, ad esempio, l’impianto unico al mondo dell’urbanistica di Pienza voluta dal Rossellino. Lo ha scritto meglio di tutti Roberto Longhi, nel 1950: “L’opera d’arte, dal vaso dell’artigiano greco alla Volta Sistina, è sempre un capolavoro squisitamente ‘relativo’. L’opera non sta mai sola, è sempre un rapporto. Per cominciare: almeno un rapporto con un’altra opera d’arte. Un’opera sola al mondo non sarebbe neppure intesa come produzione umana, ma guardata con riverenza o con orrore, come magia, come tabù, come opera di Dio o delle stregonerie, non dell’uomo. E s’è già troppo sofferto del mito degli artisti divini e divinissimi, invece che semplicemente umani.

Il centro di Pienza, progettato dal Rossellino per Pio II Piccolomini, è un esempio di città concepita come un unica opera d’arte secondo precisi criteri di simmetria, proporzioni e la bellezza delle forme architettoniche, frutto di una società che crede nelle virtù dei fenomeni reali e presenti e nella capacità umana di produrre fatti e valori. E questi valori non debbono essere violentati ma protetti per continuare a farli conoscere.

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LA NOTA
Di notte a Ferrara

Nel linguaggio politico si parla di un ‘failed State’ (Stato fallito) quando non c’e più la possibilità di stabilire un regime democratico nel quadro di uno Stato o di una regione con confini chiari. Non ci sono più leggi e regolamenti per gestire i comportamenti della gente che vivono in quel territorio. Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr o in via delle Volte, ci si sente davvero in un ‘failed district‘, un territorio senza regole, un vero ‘wild east’ di una volta.
Via Carlo Mayr, di giorno una strada pubblica, aperta a tutti, di notte diventa una strada di fatto privata, totalmente bloccata dai clienti delle cosiddette ‘street bar’. Nemmeno io provo grande nostalgia per la città silenziosa e noiosa di qualche tempo fa, la ‘Ferrara funerale’, e mi piace l’idea della ‘movida’, ma talvolta il rumore diventa insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Grazie a Dio, personalmente sento quel casino notturno solo da lontano perché la nostra camera da letto è collocata verso le Mura. E non capisco neppure perché il viluppo di stradine in questo storico quartiere di Ferrara sia diventato con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi ‘bisogno umano‘. Sento un grande rispetto per i residenti che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro spesso sgradevole per riportare un po’ di civiltà in un quartiere che, di notte, non sembra affatto appartenere all’Europa del XXI secolo ma ad un ‘failed State’, fuori dal tempo e dallo spazio.
Auguro una buona estate a tutti quelli che devono vivere e dormire nel piacevole e storico ambiente ferrarese, compresi gli ospiti stranieri. Sperando che l’ufficio del turismo e le autorità preposte leggano questa nota.

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LA CURIOSITA’
Spettacolo Togo, canti e danze afro in piazza per il neo dr. Kombate

Un flash mob improvvisato in piazza Trento Trieste, per festeggiare la laurea di Kombate, un ragazzo del Togo che vive e studia a Ferrara. Lui e i suoi amici hanno cominciato a danzare e cantare formando un corteo che si è mosso per le vie del centro al ritmo di musica afro e si è snodato dall’Università, attraverso via Mazzini fino al duomo. La musica si è profusa per tutto il centro storico, incuriosendo e rallegrando i passanti. Molti si sono fermati a guardare lo ‘spettacolo’ en plein air che ha ravvivato la già pur bellissima giornata. Un modo elegante, allegro e genuino di festeggiare all’aperto il neo-laureato, senza per forza imbrattare muri e lanciare uova e scadere in comportamenti talvolta volgari o in sciocche tiritere, come spesso accade.

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IL FATTO
Accanto al bel Listone
sul corso c’è l’effetto
di una colata di fango

Il nuovo Listone piace a tutti. La piazza Trento e Trieste, accanto al duomo, si presenta ora affascinante e suggestiva anche la sera, allorché il rinnovato impianto di illuminazione la inonda di magica luce. All’ineccepibile opera di riqualificazione della piazza, fa però da contrappunto il discutibile intervento effettuato sul contiguo, centralissimo, corso Martiri della Libertà.
Per necessità di parziale ripristino del manto in porfido, avvallato a causa del passaggio di bus e mezzi pesanti – così è stato spiegato – si è provveduto a posare un inserto di pavimentazione nuova in luogo di quella affossata. L’effetto ottenuto però – aldilà di curiosi inserti metallici a forma d’onda posti a intervalli regolari chissà perché – è quello tipico dei residui di fango lasciati da un temporale. I nuovi cubetti utilizzati, infatti, presentano toni cromatici nettamente più chiari rispetto a quelli a loro preesistenti, e con tonalità che virano al beige anziché al grigio.

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L’evidente differenza cromatica fra i vecchi e i nuovi sampietrini posati in corso Martiri a Ferrara

L’assessore ai Lavori pubblici, Aldo Modonesi, interpellato in proposito, assicura che si tratti di materiali prodotti dalla medesima cava dalla quale ci si era riforniti in passato. E spiega che che la differenza cromatica è dovuta semplicemente all’usura della pavimentazione. “Quella precedente, in cinque anni, ha subito l’effetto dello sfregamento delle gomme, causato dal transito dei mezzi veicolari e dei passanti, e del sedimentarsi dello sporco”. Si tratterebbe quindi di una semplice conseguenza dell’usura. Pertanto, per rivedere una pavimentazione gradevolmente uniforme, priva dell’attuale effetto patchwork, si tratta solo di aver pazienza: qualche anno e il tempo farà la sua parte…
Ma se questo è il problema, non era proprio possibile recuperare i vecchi sampietrini rimossi e riutilizzare quelli, anziché posarne di nuovi? Erano sprofondati, mica distrutti! Si sarebbe così evitato ogni inestetismo.

piazza

La piazza di Sant’Agostino riprende forma, continuano i laboratori partecipati

“Scusate il ritardo – interviene Rosetta Caselli – mi dite se avete già parlato del monumento e della sua degna appendice, quell’ecomostro in fondo alla piazza?”. Le risponde Maria Grazia Adorni: “Sì, abbiamo pensato di togliere il monumento e ricollocarlo in una rotonda che accolga chi viene da Cento”. Tutti ridono, ma la proposta è seria, e finisce agli atti del primo incontro operativo del processo partecipato in corso a Sant’Agostino per ridefinire la piazza colpita dal terremoto.

MONUMENTO ECOMOSTROSono appassionati e prodighi di proposte i cittadini, una dozzina, che vi hanno preso parte, ieri, nella biblioteca comunale. Dopo i precedenti momenti in cui erano emersi i punti di forza e di debolezza del cuore del paese, ora si è passati alla fase più entusiasmante, quella in cui la fantasia può viaggiare e le idee possono prendere forma.

 

Il primo ad esporre il suo progetto è Patrizio Piccinini che mostra il disegno virtuale di una copertura della piazza nella zona dell’ex palazzo comunale e di parte di Piazza Pertini, che crei uno spazio permanente per molteplici funzioni.

PICCININI

MEDIATRICE 2 MEDIATRICE 1 LAVAGNA GRUPPO DISCUSSIONE

“Non dimentichiamo però che il nostro è un territorio di boschi, anche se ora rimane ben poco – aggiunge Gianluigi Tumiati – e mi piacerebbe che di questo vi fosse traccia anche nella piazza. Non vorrei che la copertura escludesse la presenza di alberi, che potrebbero anche coprire l’ecomostro in fondo, sarebbe un bene anche per chi ci vive dentro”.
Le suggestioni piacciono e subito si crea un tavolo di lavoro per approfondirle, così emergono anche altre proposte, come per esempio quella di spostare la viabilità e il parcheggio dalla piazza alla restrostante via Caduti di Nassyria, in modo da liberarla dalle auto e restituirla alla “mobilità dolce”, tema al quale è stato dedicato un altro tavolo del gruppo di lavoro.

Per Stefania Agarossi “la piazza dovrebbe diventare pedonale e ciclabile e connettersi alle altre piazze di San Carlo e Dosso, attraverso un percorso integrato di slow tourism”.
E dopo aver liberato e attrezzato la piazza, almeno con l’immaginazione, c’è lo spazio per pensare a cosa farci: “Vorrei che fosse vissuta 365 giorni l’anno” afferma Francesco Bonetti, gli risponde il figlio Gianpiero: “Ci si possono fare il mercato contadino e quello hobbystico, attività di promozione territoriale e turistica, attività culturali, ma anche commerciali, spettacoli, raduni, feste, una volta che la piazza è coperta la puoi usare molto di più”. E ancora, “Se si fanno delle attività, allora bisogna anche prevedere un piano interrato che funga da magazzino, sennò poi ci rubano le sedie!” auspica pratico Giordano Bonfiglioli.

 

Comune a tutti è un punto fermo, la piazza deve guardare al futuro, ma deve anche essere un luogo della memoria. Sia quella recente del terremoto, che quella più antica della storia del territorio.

Il tema è caro a Maria Grazia: “Mi piacerebbe lasciare una segnalazione grafica o con delle mattonelle del perimetro della vecchia sede comunale. E vorrei anche mantenere una piccola porzione di fondazioni, ad esempio gli archi, ricoprendola con una pavimentazione in vetro, in modo che ci si possa camminare sopra continuando a vederla”. “E bisogna anche mantenere la memoria del passato, magari con dei ceppi, ed evidenziare le rilevanze territoriali e culturali, magari con della segnaletica o dei totem”, aggiunge Vittorio Ferrioli.

E mentre ognuno sta espondendo quanto emerso nei tavoli di lavoro, la porta della sala si socchiude e si affaccia un bimbo di otto anni, è Alex della quarta elementare. Non ha potuto partecipare ai lavori della mattina perché era a scuola, ma anche lui ha la sua proposta e l’ha disegnata: è il nuovo municipio come lui l’ha immaginato, con due rinforzi nella torre dovesse mai tornare il terremoto, ed anche “una porticina per spalare giù la neve dal tetto”. Il disegno di Alex è stato allegato alle altre proposte e per tutti i prossimi appuntamenti sono per il 5 e il 12 aprile, con due laboratori aperti ai cittadini nei quali dagli schizzi si passerà alla realizzazione di veri e propri plastici, perché la nuova piazza inizi a prendere forma.

PROSSIMI APPUNTAMENTI
SABATO 5 APRILE e SABATO 12 APRILE 2014
dalle ore 9.00 alle ore 14.30

Lavoriamo Sul Futuro…
per trasformare il vuoto creato dalla demolizione del Municipio nel centro non solo di Sant’Agostino, ma anche di Dosso e San Carlo

Sala Bonzagni – Biblioteca di Sant’Agostino (FE) – Via Statale 191
Saranno presenti nei due giorni:
– alcuni esperti di urbanistica e architettura dello studio Diverserighe di Bologna
– un rappresentante del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo.

INFO E ISCRIZIONI
Ogni laboratorio è aperto a 25 partecipanti, le iscrizioni sono aperte a tutti i cittadini:
per e-mail a lessismore.santagostino@gmail.com oppure per telefono al numero 340 6483093 (Paola)
Al momento dell’iscrizione specificare se si vuole partecipare al laboratorio del 5 aprile o del 12 aprile o a entrambi.

(Fotoservizio di Stefania Andreotti)

DISCUSSIONE

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