Tag: pirandello

TEATRO
Lezione di felicità francescana con “Uno, nessuno e centomila”

Pirandello non è mai stato uno dei miei autori preferiti. Mi disturbavano quel pessimismo distruttivo, quei pensieri arrovellanti e quelle situazioni che fanno esplodere la vita dei suoi personaggi, fino a mandare a gambe all’aria condizioni agiate e vite ben assestate.

Messa in scena teatrale del romanzo di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila” al Comunale di Ferrara

Il teatro, la bravura degli attori e forse anche l’esperienza di vita, hanno saputo convertire questo disagio e dargli tutta la forza illuminante e anche poetica ed esistenziale che fino a ieri non avevo saputo cogliere.

“Uno, nessuno e centomila” in scena da sabato 10 a lunedì 21 febbraio 2022 al Teatro Comunale di Ferrara regala questo. Il nichilismo – che nel primo atto toglie significato, gioia e armonia all’esistenza del protagonista Vitangelo-Gengè – si riscatta nel secondo e ultimo atto, grazie all’affermazione del senso della vita in termini anti-materialistici e quasi ascetici. Così si passa da quel “uno” che Vitangelo credeva di essere e che scopre diverso dalle “centomila” proiezioni di sé con cui gli altri lo vedevano nel primo atto, per arrivare a un “nessuno” più felice e contento, proprio in virtù della rinuncia a ogni bene e a ogni ruolo precostituito.

Pippo Pattavina in “Uno, nessuno e centomila”

La prima cosa che mi ha riconciliato con Luigi Pirandello è stata la bellezza delle parole, incastonate nella bellezza della scena. Mi intristiva il ricordo dell’episodio scatenante della crisi, quello del naso che Vitangelo non si era mai accorto che pendesse da una parte, come invece sua moglie gli fa notare e che manda pian piano in crisi tutta la sua identità. È bello, invece, che nella pièce questo dettaglio prosaico venga subito inquadrato nei termini pirandelliani più poetici dello “straripamento di un fiume che inonda la terraferma e la stravolge”. La metafora dà subito un senso più alto e poetico ai dettagli corporali.

Il passaggio dal romanzo alla rappresentazione teatrale viene reso possibile da un espediente narrativo: l’apertura del racconto affidata alla presenza di un giudice che interroga il protagonista di questa incredibile vicenda, che ha capovolto, insieme al suo destino, anche quello delle persone che lo circondano: moglie, dipendenti della banca, compaesani.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli nel primo atto di “Uno, nessuno e centomila”

Il protagonista del romanzo pirandelliano Vitangelo Moscarda, magistralmente interpretato da Pippo Pattavina, risponde al giudice per fare chiarezza sulla vicenda che lo ha portato a cedere il suo impero bancario a favore della fondazione di un ospizio di mendicità. E per spiegare il senso degli accadimenti Pippo-Vitangelo parla di “argini che si rompono”, di confini che “nei momenti di piena vengono sconvolti, con la fiumana che straripa e sommerge tutto”.

Pippo Pattavina con Marianella Bargilli in “Uno, nessuno e centomila”

Da qui si entra nella storia, presentata come narrazione in flashback. Perché questa versione teatrale del romanzo inizia a ritroso, con il protagonista ricoverato egli stesso in quell’ospizio, dove vive con serenità inaspettata e in parità con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”.

La bellezza delle parole e del loro messaggio si riaccende ancora nel finale, dove va a sottolineare il senso vero della vita che lui sente di avere raggiunto con queste decisioni, apparentemente folli, di rinuncia al benessere e a un’esistenza agiata, oziosa, ma scontata. La folle rinuncia e la liberazione da un ruolo coincide con la presa di distanza dai nomi e soprannomi che gli erano stati imposti da altri (Gengé, Svirgola, Usuraio) e da un’immagine di sé che sentiva non corrispondere con il suo vero io, imprigionata in una routine già scritta e conclusa. “Io sono vivo e non concludo – dice Vitangelo – La vita non conclude. E non sa nomi, la vita. Respiro quest’albero tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro e vento: il libro che leggo, il vento che bevo, tutto fuori, vagabondo”.

“Uno, nessuno e centomila” al Teatro Comunale di Ferrara

Da un mondo dominato da beni materiali e da rapporti che sanno di finzione e artificio, si entra così in un mondo di poesia, dove tutto “è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni”.

Scena in banca con Pippo Pattavina tra Giampaolo Romania e Rosario Minardi

Capaci di dar vita a personaggi diversi, trasformandosi con camaleontica bravura Marinella Bargilli (moglie, amante e diseredata), i non solo bancari Giampaolo Romania e Rosario Minardi e il non solo giudice Mario Opinato.

La rappresentazione è incastonata in una scenografia magistrale. Opera di Salvo Manciagli con una quinta scorrevole color cemento, che grazie a proiezioni luminose mirate si tinge del disegno pittorico di una città per le scene di vita urbana, della calligrafia inchiostrata delle carte per la scena dal notaio e delle riproduzioni a pennello di carta moneta per incorniciare le scene bancarie.

Una cornice avvolgente e bella, entro la quale prende forma quella nuova visione dell’esistenza, sfaccettata e stravolgente. Pirandello dà una versione artistica e creativa a turbamenti e concetti che stava formulando in quegli anni il fondatore della psicanalisi Sigmund Freud. Lo scrittore, che non a caso qualche anno dopo avrebbe ottenuto il Premio Nobel per la letteratura, riesce a dare corpo e anima alle più moderne nozioni psicologiche e neurologiche, fondate sulla scoperta della complessità dell’essenza di ogni persona. “Uno, nessuno e centomila” è l’ultimo suo romanzo, ed è quello lui stesso definì in una lettera “il più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Un condensato così riuscito che, a cent’anni di distanza, compie la magia di continuare a farci riflettere. E fa riecheggiare in termini complessi la scelta di vita randagia, portata una settimana fa su queste stesse scene ferraresi da Sergio Castellitto nei panni di “Zorro”. Il messaggio è simile, fuori dalla gabbia degli schemi, rinunciando anche alla dolcezza della polpa pur di potersi tenere in pugno il nocciolo di un’esistenza forse scarna, ma densa ed essenziale. Per poter sempre “Rinascere, attimo per attimo” con francescano stupore.

DI MERCOLEDI’
I cappotti, il venditore Cagnèra e il professor Lamis

E’ un mercoledì gelido. L’aria è tersa ma di ghiaccio e le bancarelle del mercato hanno intorno persone a piccoli grappoli che si contraggono per il freddo e intanto commentano coi fiati opachi la temperatura così bassa.
Mentre passo e mi contraggo a mia volta tra un banco e l’altro, ecco che mi torna in mente la filastrocca che mia madre mi ha recitato ogni inverno nelle giornate più fredde. C’è un signore che dice a chi passa nella piazza: “Che frio che frio! Non dico per io, ma dico per tanti che son senza guanti…”. E a lui risponde un altro, che lo squadra da capo a piedi e sbotta: “Badate piuttosto a voi, che siete senza paltò!”
…Ecco che si crea il cortocircuito tra la letteratura e la vita: la parola ‘cappotti’ ora mi avvolge la testa, è leggibile ovunque io mi giri. I venditori hanno esposto i capi più pesanti, si vedono giacconi tremolare ai piani alti delle bancarelle gestite da cinesi, altri cappotti imbottiti e bordati di finta pelliccia sono ammucchiati su tutti i banchi di ‘roba da vestire’. Percepisco la normalità di una situazione come questa e mi sento rassicurata: c’è un bisogno che il freddo dell’inverno ci impone e noi comprando cappotti diamo la nostra sensata risposta.
Però non mi basta pensare così. C’è uno scarto, anzi ce ne sono due che mi vengono in mente a proposito di cappotti. Il primo si riferisce a qualcuno che i cappotti li ha venduti per mestiere, come questi ambulanti che ho all’intorno, ma con un tocco di originalità. Vado con la mente ad un episodio accaduto negli anni Sessanta del secolo scorso e mi par di sentire le grida festose del nostro venditore provetto, soprannominato Cagnèra (traducibile con “colui che stordisce con fiumi di parole gli avventori e poi vende alla folla appena catechizzata per alzata di mano”), che da un paese vicino al mio è andato a vendere un intero camioncino di cappotti a Vidiciatico, sull’Appennino bolognese. Andato e tornato nella stessa giornata, più soddisfatto che mai. Dov’è lo straniamento? Nel fatto che è il giorno di Ferragosto, e i cappotti a Ferragosto uno li guarda come se fosse la prima volta che li vede. Garantito.
Il secondo punta verso l’alto, fino alle vette della scrittura letteraria. L’autore è Pirandello, la novella ha per titolo “L’eresia catara” ed è per me una delle più toccanti perché vi campeggia un giovane studente che in nome della pietà umana protegge il suo professore dal dileggio di altri studenti arrivati in massa alla lezione. Mi fa pensare al valore e alla sensibilità di tanti giovani, e molti ne ho conosciuti e ne conosco, insegnando. Mi fa sentire, d’altra parte, il rischio del ridicolo che corriamo non appena ci esponiamo con le nostre passioni alla insensibilità altrui e ai paradossi della vita.
Il professor Bernardino Lamis vive solo per le sue lezioni di storia delle religioni alla Università di Roma. Non ha famiglia, non ha più una casa perché ha ceduto la sua alla petulante famiglia di un fratello morto. Non ha un letto in cui distendersi, non fa pasti regolari, accontentandosi di un po’ di dolciumi comprati lungo il tragitto dall’Università alle due stanzette che ha preso in affitto.
Ciò che gli preme, esclusivamente, è che siano apprezzati dalla critica italiana i suoi due volumi sulla eresia catara. Sull’argomento ritiene di essere il maggior conoscitore a livello europeo. Perciò è “rimasto ferito proprio nel cuore” dal recente saggio di un critico tedesco in cui non è tenuta in alcun conto la sua opera. L’opera della sua vita.
La lezione che ha preparato con cura per gli unici due studenti del suo corso dura da circa tre quarti d’ora, è davvero un capolavoro di retorica e di abilità argomentativa. Bernardino Lamis vi ha sintetizzato tutte le proprie ragioni, l’intero suo sapere sull’eresia catara. Se ne rende conto l’unico dei due studenti che oggi è venuto a lezione nonostante l’uragano che si è scatenato sull’Urbe. Varca la soglia dell’aula e nella penombra si guarda in giro a fatica. Intravvede numerosi studenti intenti ad ascoltare il professor Lamis, che solo oggi è salito in cattedra, forse per dare imponenza a quel suo fisico gracile dalle spalle ricurve per il troppo studio.
Ecco lo straniamento: paiono studenti seduti sui banchi ad ascoltare in assoluto silenzio, in realtà sono i cappotti (per essere precisi i “soprabiti impermeabili”) lasciati “qua e là a sgocciolare nella buja aula deserta” dagli studenti di legge dell’aula vicina. La novella finisce con questi giovani che, tornati a prendere i loro cappotti, dapprima ridono della scena che si presenta ai loro occhi, poi vengono trattenuti sulla soglia dal Ciotta, l’affezionato studente del professor Lamis. Allora in silenzio si affacciano per godersi “lo spettacolo di quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri nell’ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis”.
Molte considerazioni mi si affollano nella mente, soprattutto tecnicismi letterari. Assaporo l’esempio lampante di umorismo che Pirandello ha voluto darci con questa novella, dove il pianto tiene dietro al riso suscitato dalla lezione ai cappotti del professore. Assegno ai paltò gocciolanti il ruolo di una straordinaria metonimia, dove i contenitori suppliscono chi di solito li indossa facendosi il loro contenuto. Rivedo i lineamenti vagamente grotteschi del professore, vero campione dell’espressionismo del suo autore.
Finisco però per ripetere tra me e me la filastrocca. “Che frio che frio! Non dico per io, ma dico per tanti che son senza guanti”. E intanto penso che il passante indicato di sopra a me non potrebbe muoverla la sua obiezione, con tutti i cappotti che ho!

‘Good news’ e ‘fake news’: il rischio di farsi irretire dalla retorica della verità

Le cose sono vere sino a prova contraria. Se assumessimo laicamente questa forma mentis si sgretolerebbero i dogmi e finirebbero le crociate (crociate che impropriamente definiamo ideologiche quando confondiamo l’ideologia con il fanatismo). Invece la verità affascina e irretisce. Rassicura. E conquista. Perché quando si è certi di una cosa si può procedere senza freni. E senza inibizioni. Ma la vita dovrebbe indurci alla prudenza. Quante volte una presunta verità, presto o tardi, ha mostrato il suo rovescio e s’è rivelata un abbaglio… La verità per Cesare Zavattini aveva tre ‘a’ nel finale, era un eco beffardo che ci lasciava senza parole né sicurezze. Per Luigi Pirandello era una dama velata che asseriva “io sono colei che mi si crede”. Elias Canetti esortava a “non credere a nessuno che dice sempre la verità” e spiegava: “La verità è un mare di fili d’erba che si piegano al vento, vuol essere sentita come movimento, assorbita come respiro. E’ una roccia solo per chi non la sente e non la respira; quegli vi sbatterà sanguinosamente la testa”.

Per stabilire la (sempre provvisoria) verità dei fatti e delle asserzioni bisognerebbe basarsi sulla puntuale verifica, secondo un principio di corrispondenza: un’affermazione è vera se è comprovata ed è tale sino a prova contraria. Poi – sistematicamente – si dovrebbe cercare non di suffragare quella verità adducendo elementi a sostegno, ma al contrario di scalpellarla per vedere se resiste agli attacchi.
Su congetture e confutazioni Karl Popper fonda il metodo della ricerca scientifica: ipotesi dalle quali si genera un modello che sarà sottoposto a continue insidiose verifiche. Il modello resta valido (vero) sino a che non è scalfito. Potrà subire dei progressivi riaggiustamenti e sarà spazzato via quando emergerà una prova dirompente che ne frantuma il nucleo fondante: la terra che da piatta diviene tonda…

Lo stesso sistema andrebbe eticamente adottato per disciplinare le relazioni fra gli individui, prestando rispetto a tutti ma cieca fede a nessuno e pretendendo sempre da ognuno di dare prova di ciò che sostiene.

 

Al tema della “verità” è dedicata l’annuale edizione del festival della filosofia in programma a Modena, Carpi e Sassuolo da domani (venerdì 14) a domenica

INSOLITE NOTE
Le3corde: “Na!?”, un nuovo album tra musica e teatro

“Il berretto a sonagli”, di Luigi Pirandello, è una commedia in due atti il cui titolo si riferisce al berretto portato dal buffone, il copricapo della vergogna ostentato davanti a tutti. Il primo atto si chiude con la visita di Ciampa a casa di Beatrice, per convincerla a non denunciare il marito per adulterio, invitando la donna a usare la ragione e a dare una “giratina allo strumento”. Beatrice, sorpresa da tale affermazione, chiede di quale strumento stia parlando. Ciampa le risponde: “La corda civile, signora, deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa: la seria, la pazza e la civile. Per vivere in società, ci serve la civile, altrimenti ci mangeremmo tutti l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati”. Ciampa, muovendo la mano destra come se tenesse tra l’indice e il pollice una chiavetta, conclude dicendo: “ E che faccio allora io? Do una giratina alla corda civile…”.

1
Figura 1: La copertina del nuovo album

Questa breve sinossi spiega il nome che Giù di Meo (voce, chitarra), Maurizio Casciabianca (batteria) e Alessandro Martina (basso) hanno scelto per il loro trio, nato dalla volontà di unire musica suonata a poesia, musica cantata a teatralità, con tonalità che navigano tra il pop e il folk.
Il brano “Le tre corde (II)” è il manifesto di quest’opera prima, dove i ritmi ballabili accompagnano i richiami letterari, addolciti dal suono acustico, dalla calda e profonda voce femminile di Giù. Il brano inizia con le parole di Ciampa, lette da una bambina, la cui vocina costruisce un’atmosfera teatrale, subito raccolta dall’incalzare della musica.
Le storie de Le3corde si legano alla musicale popolare, l’uso della fisarmonica e dei cori fungono da collante con la nostra tradizione, così come con la splendida cover di “Ma che freddo fa”, simbolo di tanti anni di gavetta.
Il disco si apre con il basso di Alessandro che introduce “Non è vero”, seguito dalla voce di Giù, immedesimata nelle “balle da conforto” descritte nel testo della canzone, la cui ironia rivela situazioni quotidiane, dove l’assurdità dell’evidenza passa come normalità: “Non è vero che ci sia una cosa che appaghi più di un caffè, e se poi il tè non ti garba ma te lo offrono lo stesso con leggera superiorità, dirai loro non mi piace, dirai loro non lo voglio, e ti diranno di stare zitto, ma zitto non sto e canto…”.

2
Figura 2: Le3corde

Il tango “fischiato” di A.N.N.A profuma di Sud e di follia, i colori di una terra nera, magica e rara come la Sicilia, nel ricordo di un uomo che aveva il cuore di alghe e di corallo in fondo al mare. Il brano è dedicato a Peppino Impastato, morto di mafia, un eroe che non può risorgere ma la cui vita ha un po’ cambiato i pensieri della gente. La canzone è struggente e l’organetto di Vito Gasparro dona spessore a un “Amore che non avremo”.
“Di sana e robusta costituzione” è uno dei pezzi più orecchiabili e ballabili dell’album, la vocalità di Giù riporta al tempo delle feste popolari quando la politica era nelle piazze insieme alla gente e quando la spontaneità era “sincera”. La costituzione sana e robusta di cui si parla è quella della Repubblica Italiana: “130 articoli son tanti da imparare, ma mio caro onorevole li devi rispettare”.
“Il mondo è colorato, un foglio bianco di vite altrui”, inizia con queste parole la dolcissima “Il mondo”, una favola con cui volare sopra ai tanti propri perché, per capire e cambiare.
“Signor Buonasperanza” è un piccolo racconto, dall’atmosfera tipicamente edoardiana, dove si chiede una cura contro l’ignoranza per un bambino appena nato. La filastrocca raccoglie convenzioni, azioni e ipocrisie, sradicate dalla fede che viene dal basso, dalle regole imposte da religiosi e benpensanti: “Mi chiedo cosa freghi a donna Rosa se il mio bambino non è moro e abbiamo deciso di non battezzarlo”. Musica coinvolgente!
“In autunno” è una ballata allegra e apparentemente leggera, con armonie sincopate e cori utilizzati come strumenti d’accompagnamento. Ottima la similitudine tra la forza e la vita dell’albero con l’amore umano.

L’album, molto curato a partire dalla grafica realizzata da Edoardo Boccanfuso, è un piccolo gioiello da ascoltare con attenzione e da cui farsi trasportare in un modo di parole, gesti e tanta musica. La maturità del trio va ben oltre l’opera prima, il livello artistico raggiunto con “Na!?” si ottiene con esperienza, passione e tanti live. Gli 8 brani, rappresentano altrettante piccole perle da raccogliere e custodire con cura.
Nei crediti, riportati nel libretto del CD, è riportata la seguente spiegazione del titolo dell’album: “Nel nostro Na!? c’è la bellezza dello stupore, la rabbia per un’ingiustizia, la felicità dei bei momenti. Stupitevi con un Na!?”.

Video – Signor Buonasperanza

Maschere

questa-sera-recita-soggetto-pirandello
Luigi Pirandello

Imparerai a tue spese che lungo il tuo cammino incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti. (Luigi Pirandello)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

maya

GERMOGLI
Verità.
L’aforisma di oggi

E’ rischioso parlare di verità, perché tutto ciò che possiamo conoscere sono solo frammenti di realtà

questa-sera-recita-soggetto-pirandello
Luigi Pirandello (1867 – 1936) drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934

“La Verità? Io son colei che mi si crede” (Luigi Pirandello)

 

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

punto-di-vista

LA RIFLESSIONE
Un ‘Doppio taglio’ che si rimargina cambiando il punto di vista

locandina-doppio-taglio
La locandina dello spettacolo

Cambiare il punto di vista. E’ questo il monito più forte sortito dal potente spettacolo “Doppio taglio” messo in scena venerdì sera al teatro Off (leggi la nostra recensione). Degli stravolgenti effetti sulla comprensione determinati dalla mutazione dell’angolo visuale in letteratura è maestro Pirandello, in sociologia Goffman. Il professor Keating (quello dell’Attimo fuggente, magistralmente interpretato dal compianto Robin Williams) lo insegnava ai suoi ragazzi: guardando il mondo da un’altra prospettiva cambia la percezione, cambia il senso delle cose, cambia la realtà, cioè quell’idea che ci facciamo del mondo e che impropriamente chiamiamo verità.

marina
Marina Senesi, un’interpretazione intensa

Così è anche per la violenza che tragicamente si consuma ogni giorno sulle donne, vista, analizzata, fotografata, scandagliata dalla stampa sempre nella considerazione della donna-vittima guardata dal punto di osservazione del carnefice. E’ questo che testimonia la ricchissima documentazione antologica di testi giornalistici serviti da base per lo spettacolo teatrale allestito e interpretato da una convincente Marina Senesi e nato sulla scorta del certosino lavoro svolto dalla ricercatrice Cristina Gamberi. Un progetto realizzato con il patrocinio di ‘Pari opportunità Rai’, a cui hanno dato il proprio contributo anche Filippo Solibello e Marco Ardemagni per le voci fuori campo, Lucia Vasini per la regia e la musicista inglese Tanita Tikaram che ha regalato allo spettacolo l’inedito “My Enemy”.

il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)

‘Cambiare la prospettiva’ in questo caso vale in prima istanza come esortazione agli operatori dell’informazione, ma anche come linea di condotta da seguire per le prossime attività formative rivolte ai giornalisti stessi. Erano loro i destinatari privilegiati dello spettacolo di venerdì, non solo perché è il loro lavoro che ha originato la stesura del testo, ma perché la rappresentazione rientrava nel novero delle attività di aggiornamento professionale da un paio d’anni rese obbligatorie per la categoria. Il ricorso a una modalità di comunicazione non tradizionale ha costituito una riuscita innovazione rispetto ai canoni usuali. Raramente, nei precedenti incontri, si era registrata tanta partecipe attenzione: il messaggio teatrale ha una forza di coinvolgimento superiore a una comunicazione ordinaria. Così il pubblico dei giornalisti ha riguardato il proprio lavoro allo specchio, scoprendo ciò che nel trantran quotidiano normalmente non si coglie come peccato di superficialità: l’essere schiavo di stereotipi.

Marina Senesi
Marina Senesi

È stato utile a tutti questo spettacolo. E potrà contribuire a migliore la qualità dei nostri giornali se aumenterà la sensibilità di chi li scrive. L’auspicio è che possa entrare anche nelle scuole, per fungere da antidoto con cui vaccinare le nuove generazioni. E al contempo la speranza è che questo riuscito esperimento induca l’Ordine dei giornalisti a contemplare fra le sue attività formative – in via continuativa e non estemporanea – anche iniziative con modalità di comunicazione originali ed eterodosse come questa.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi