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ERNESTO BALDUCCI: UNA TESTIMONIANZA
“Guardare con speranza ai segni del tempo”

 A 100 anni dalla nascita e 30 dalla morte
Ernesto Balducci (Santa Fiora, 6 agosto 1922 – Cesena, 25 aprile 1992)

Quando, in occasione del centenario dalla nascita,  gli amici mi hanno proposto una testimonianza su Ernesto Balducci [Qui] ho accettato, d’impulso, quasi a gustarmi il piacere del privilegio. Poi, solo poi, dopo una riflessione più consapevole, che riandava ai ricordi e al grande patrimonio sapienziale a cui ho avuto il vero privilegio di attingere, come allievo fra i molti nella propaggine aretina del Cenacolo di Testimonianze, mi sono reso conto che mi ero imbarcato in una vera e propria impresa.

Da un lato, il breve spazio di un articolo. Dall’altro, e soprattutto, la dimensione immensa della personalità di Balducci: spirituale, culturale, morale, intellettuale, profetica, perfino politica.

Capace di coniugare la realtà viva del presente, che indagava con rara capacità di lettura e di comprensione critica, con la tradizione del passato a cui sempre attingeva, cercando di cogliere quei valori o disvalori radicali della continuità culturale e storica, della quale ognuno di noi è un esito.

Un presente però, da cui partiva per proiettarsi nella dimensione che più lo affascinava: il futuro. Un esercizio, questo, che era sempre un suggestivo bagno di profezia, di razionale lettura dei processi evolutivi di tipo politico, antropologico e culturale.

Ma anche di speranza, nel percorso bonhefferiano che lega, dinamicamente, i tempi ultimi e quelli penultimi, in una continuità senza soluzione. Una continuità nella quale si gioca, per ciascuno di noi, e per tutti noi, il senso dell’esistenza, dell’impegno di ogni giorno e delle speranze individuali e collettive, nella costruzione del futuro atteso.

La fede e l’uomo

La riflessione balducciana intorno a questo percorso, aveva sempre due fondamentali punti di riferimento, che costituivano l’alfa e l’omega di ogni suo esercizio e percorso intellettuale e spirituale: la fede e l’uomo. Una fede profonda, incarnata in un mondo reale, nel quale l’uomo e la sua dimensione totale, erano l’essenza, il principio e la fine.

La fede, quindi, come realtà viva, non rituale, ma essenziale che, dal vangelo e dalla vicenda di Cristo, trova l’ispirazione creativa per la vita reale. E l’uomo, nella sua complessità materiale, spirituale, psicologica.

Quell’uomo storico, che vive una fase di transizione che lo sta proiettando in una dimensione nuova, planetaria, tale da farne un homo novus, in tutti i sensi, con una complessità di problemi e di sfide che investono i singoli e l’intera società.

A cominciare dalla Chiesa: mater et magistra, certo. Molto amata anche se, aggiungo io, non sempre del tutto amabile.

Ecco perché, allora, nella vicenda del nostro personaggio, l’esperienza del Concilio Vaticano II è stata un riferimento centrale, da lui seguito, studiato e divulgato scrivendo pagine fra le più belle, con quello che è stato, il suo straordinario impegno di esercizio della parola e di insegnamento, che ne ha fatto un maestro fra i più autorevoli, i più seguiti, i più amati.

È impossibile ripercorrere in breve con un po’ di senso, l’opera enorme e straordinaria delle varie forme espressive del suo pensiero che, per profondità, vastità, ricchezza e proiezione profetica, è difficilmente riassumibile in poche considerazioni.

Cristianesimo e mondo moderno: la dimensione planetaria della Chiesa

Spigolando fra i suoi testi, le sue dispense, gli appunti di conferenze, esercizi, omelie che conservo con preziosa cura, proverò a tirare fuori qualche pillola che consenta, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, di percepirne la grandezza, dopo aver scelto di evitare un ricordo di tipo agiografico, che lui stesso, credo di poter dire, non amerebbe.

Ma in questo non facile tentativo, ho scelto di assumere un segmento, peraltro per alcuni versi largamente comprensivo della sua visione di fede e umanistica: quello del rapporto fra cristianesimo-chiesa e mondo moderno.

Due realtà che lui amava profondamente, che vedeva intrecciate in modo indissolubile, ma che guardava con occhio puro e quindi critico, testimone severo e radicale, rispetto alla verità storica dell’uno e dell’altra, ai loro valori, ma anche alle derive che, nel corso della storia, li avevano segnati.

E ciò sempre con l’intento, appassionato e positivo, di contribuire a rimuovere le scorie, che ne inquinavano la loro essenza e il rapporto più intimo tra di loro.

Grande e perspicace lettore dell’evoluzione antropologica del mondo moderno, e geniale profeta del futuro, a cui guardava con suggestive rappresentazioni.

Seguendo, in ciò, un percorso sempre razionale e che, sempre, partiva dal presente, ma che il futuro lo anticipava, indicando le vie maestre dell’impegno virtuoso, utile ad inverare negli sviluppi della storia il senso di marcia dell’umanità.

Le vie delle aspirazioni utopiche: la piena liberazione dell’uomo, per esempio. E quelle dei nodi problematici, a cominciare dalla pace, che lui sentiva quasi visceralmente.

In questa profonda speculazione intellettuale e spirituale, collocava le grandi attese sul nuovo ruolo della Chiesa conciliare, e quelle invece proprie dell’uomo, di ogni uomo, nella nuova dimensione che si andava prepotentemente affermando: la dimensione globale, o planetaria come lui preferiva chiamarla, quasi ad elevare la dimensione terrena verso quella celeste.

Quel suo “uomo planetario” che si plasma all’altezza dei tempi nuovi. Quelli della contemporaneità, ma, soprattutto, quelli che, con spirito profetico, si intravedono come esito dei processi storico/antropologici in atto, fortemente proiettati alla costruzione di un mondo nuovo.

Chiesa e mondo quindi. Termini non più antinomici (“il cristianesimo, prima di essere una lotta, è una presenza, il cui splendore persuasivo, sarà il solo capace di conquistare le coscienze”).

Siamo troppo abituati, diceva, a collocare questo rapporto entro le categorie belliche che tornavano, stupendamente, ai tempi delle crociate, e tutt’altro che morte. Ma questo, alzava bastioni che finivano per restringere la chiesa in una tetra dimensione museale, ad uso esclusivo di chi è dentro le mura.

E dire, invece, che tutta la forza del cristianesimo non stà nelle sue capacità apologetiche, e nemmeno nei suoi sistemi filosofici, anch’essi relativi, ma “nella sua capacità di essere presenti nel mondo, e di attirare, solo in virtù della sua presenza, le nostalgie e le speranze del mondo”.  Di tutto il mondo e compromettendosi con esso.

Certo, un mondo con un forte tasso di ambiguità. Sopratutto nella sua dualità “buono e cattivo”. L’insieme delle realtà create: “Dio vide che erano buone”. Una compiacenza che circola ancora nelle vene della creazione, conferendogli una ricchezza sacra, “che io devo rintracciare perfino nell’incredulo che accarezza il suo bambino e gioisce”.

Quella gioia è sacra, già religiosa. Così come l’opera dell’artista, dove si riversa la forza della sua fantasia. Non mi interessa definire se è sacra o profana, diceva. C’è in essa una santità immanente, quell’eco indefinito presente in tutti gli spiriti umani, che seguono l’impulso positivo del proprio essere.

Ma non appena “mi abbandono al ritmo della sua esistenza, il mondo mi si rivela anche come afferrato dalle concupiscenze e da quella, fondamentale, che è l’ansia di essere sufficienti a sè stessi.”

Una presunzione dove riecheggia il peccato originale, o il ‘non serviam’, il voglio essere come Dio. Con tutte le conseguenze, evidentemente, che hanno segnato fino ad oggi, e proprio per questo, la storia dell’uomo. Non certo la migliore.

Abbiamo così, un cristianesimo ottimista, da una parte, che, in modo infantile, si dimentica del “mysterium iniquitatis”, in una sorta di umanesimo naturalistico, che non vuol sentire nè di peccato nè di morte, considerandolo discorso medioevale (“dimenticanze ostinate che però lo perseguiteranno”).

Dall’altra, un cristianesimo pessimista che, più che vedere la pienezza nelle cose, vede il loro lutto e il nulla, “che quando vede la vita, ha il gusto di pensare alla morte”.

Ma proprio in questa duplice rappresentazione e in un rapporto tutt’altro che pacifico, troviamo il senso intimo della problematica fra chiesa e mondo, che merita di essere capita più profondamente.

Il Regno di Dio e l’avventura storica della Chiesa

L’avventura storica della chiesa, ci dice Balducci, ha del miracoloso: ha assunto una civiltà terrena, l’ha animata, fino a raggiungere quasi un impossibile miracolo di armonia, fra le creazioni di questa civiltà e le promesse escatologiche. Cadendo però in una permanente tentazione.

“Essa, pur essendo sostanziata da creature umane, ha come fine il Regno che non è di questo mondo, per realizzare il quale ha le sue leggi, non assimilabili alle leggi delle istituzioni di questo mondo”.

“Ma avendo, la Chiesa, intrecciato al proprio essere soprannaturale, le istituzioni naturali, ha trasferito con estrema facilità le leggi soprannaturali nell’ordine naturale, e le leggi naturali nell’ordine soprannaturale. Si è comportata, in questo mondo, adottando come sue, le leggi delle civiltà terrene.

Ma mentre la legge della Chiesa è la missione, la predicazione inerme, l’annuncio di Cristo alle coscienze libere, la legge della civiltà è la conquista, l’espansione di sé, la difesa di sé con la forza. Una commistione terribile” che, si può dire, non ha fatto bene né alla Chiesa né al mondo.

La storia è piena di esempi. Dalle crociate in poi, ma già prima con Carlo Magno, Clodoveo, Costantino o Teodosio e la sua persecuzione dei pagani con le armi. O i ministri massoni francesi, della nazione più illuminata cioè, che finanziavano, insieme, i colonizzatori e i missionari!

Il Concilio in particolare, ma le encicliche prima e dopo, hanno dato una svolta storica a questo processo. Che poi la tentazione evocata, rimanga come un dato non solo immanente, ma anche ben presente di nuovo nel concreto della nostra realtà, soprattutto in Italia.

I tanti episodi anche di questi anni, ci dicono che è sempre possibile, nello svolgersi del tempo e della storia, o delle storie, tornare indietro, in un processo regressivo che, in qualche misura, se non nella forma certo nel significato, ci riporta all’antico. Come, con sofferenza, siamo costretti a vedere anche ai nostri giorni.

Basta la canea scatenata su alcune questioni nella delicata materia della bioetica, i “principi non negoziabili”,  il rapporto con la scienza ecc. dove, il ritorno all’ideologia come fattore dominante sui valori umanitari, non esiterei a definirlo quasi scandaloso.

Mi viene da pensare cosa avrebbe gridato Balducci, sul titolo di Avvenire contro Beppino Englaro il giorno della morte di Eluana [Qui] (“assassino”), quando ci ricordava, spesso e con forza, sia il rispetto del valore supremo della coscienza individuale, come il fatto che, per la Chiesa, il giudizio ultimo è sempre di Dio.

Ma il nostro mondo, con tutte le sue contraddizioni – oggi ancora di più di quando Balducci studiava e predicava -, è comunque un mondo nuovo che sta aprendo un’epoca nuova. Un’epoca nella quale non si abbassa il livello delle sfide, anche per la stessa Chiesa, ma che ne cambia, invece, profondamente, i caratteri. Quali secondo Balducci?

“Il profano si è liberato dal sacro”

Anche se l’excursus può risultare un po’ schematico, penso che meriti soffermarsi, brevemente, su quei tratti che lui individua come i più rilevanti elementi di novità della modernità.

Intanto l’emancipazione “definitiva e irreversibile” la giudica dice lui, del profano dal sacro. “Il profano si è liberato dal sacro”. Ed è una grande cosa. Si comincia a distinguere e separare, cioè, le istanze religiose da quelle sacre, una volta così confuse, tanto da non poter più discernere ciò che apparteneva a Dio, e ciò che apparteneva all’uomo.

Che non tutto il mondo sia ancora così, lo dimostra la persistenza di blocchi, come quel radicalismo islamico o ebraico, o di quelle sette religiose anche vagamente cristiane o dello stesso oriente, nei quali ancora il processo distintivo non è compiuto.

Ma il mondo cristiano evoluto, è già fortemente avanzato verso questo irreversibile progresso, e contribuirà certamente alla definitiva liberazione dell’uomo laico, dai lacci di una religiosità fanatica e clericale.

La nascita dello stato di diritto, in origine fortemente osteggiato dalle chiese, a cominciare da quella cristiana, è l’affermazione dello stato laico. Lo sviluppo delle organizzazioni internazionali è, anch’essa, una ulteriore conquista della laicità.

“Non c’è bisogno che il Papa vada a benedire l’Onu, perché l’Onu ha una propria autonomia di ordine profano che, come dice la Pacem in terris, ha in sé un ordine naturale che è la sua santità intrinseca”.

Quindi un nuovo equilibrio, un nuovo ordine nel rapporto Chiesa/mondo va affermandosi, irreversibilmente e tale da segnare l’avvio di un’epoca nuova. Una, grande conquista liberatoria insomma.

La fine del primato occidentale

C’è poi la fine del primato occidentale a farci riflettere. Lo vedeva Balducci già all’inizio degli anni sessanta. Pensiamo quanto è ancora più vero, oggi.

Un dato, questo, che per il mondo come per la Chiesa, ha un valore enorme, perché ci costringe a registrare nella coscienza di ciascuno di noi, quegli avvenimenti che tutti i giorni avvengono da ogni luogo della terra, non con gli schemi dominanti della sopraffazione culturale e politica dell’occidente, ma secondo la loro originalità.

Un pluralismo di civiltà diverse, che tutte muovono l’umanità verso un unico fine, superando la pretesa di superiorità della nostra civiltà, applicata come misura assoluta di valore comparativo.

Un processo liberatorio che, non solo spazza via gli idoli che ci siamo portati dal passato, ma ci porta alla formazione di una coscienza planetaria, appunto, che ci emancipa. Il giovane di oggi, ci dice Balducci, “che è esposto a tutti i venti degli avvenimenti globali, non ha più una insularità spirituale, è veramente universale: è planetario!”

Ma la fine del primato occidentale, marca un altro aspetto importante da rilevare: chiude (o dovrebbe!) con quel peccato originale rappresentato dalla scoperta dell’America, accompagnata dalla conquista, considerato, come si sa, l’atto di nascita, ma anche il crimine fondante, dell’età moderna. Un’infamia che vede la Chiesa e la cristianità fortemente compromessi.

Memorabile la forte polemica di Balducci in occasione delle celebrazioni del centenario del 1992, che si prestava alla doppia lettura: quella enfatica dei colonizzatori e quella dimessa dei colonizzati.

Ma poiché Dio non è neutrale, Balducci avrebbe voluto un atto di vero pentimento della Chiesa, unito ad una scelta radicale delle ragioni del sud del mondo, che ancora oggi rappresenta una grande ferita storica nella carne viva dell’umanità, con ben individuabili vittime e carnefici e un fondamentale problema aperto del nostro tempo.

Non solo, ma l’emergere di popoli nuovi, indigeni, dal sud del mondo, con una soggettività nuova, segna una svolta epocale, proprio perché mette in crisi la pretesa della civiltà occidentale, di essere universale ed esclusiva.

E con essa mette in crisi positiva lo stesso cristianesimo, che ne è strettamente associato, perchè non può più pretendere, ormai, di essere l’unica vera religione a carattere, anch’essa, universale ed esclusiva (“Il Dio nel quale oggi crediamo, è più grande del cristianesimo” ci dice il teologo Giulio Girardi [Qui]).

E così la civiltà moderna e il cristianesimo stesso, con la sua Chiesa, e le sue chiese, è chiamato a fronteggiare, ancora una volta, una sfida epocale che gli impone di tornare ad essere “indigena” ovunque e misurarsi con la ricomposizione delle particolarità di popoli, religioni e culture, che conquistano una sorta di pari dignità.

Ciò che va configurando, sempre di più con l’evoluzione globale in atto, un mondo a struttura planetaria e policentrica. Un mondo nuovo, nel quale tutti si è chiamati a costruire la pace, la difesa dell’ambiente e della vita umana, quella vera (si fossero difesi gli immigrati di Lampedusa, con la foga con cui, negli stessi giorni, si difendevano gli embrioni!), contribuendo alla ricomposizione di una convivenza, universale questa si, armonica e pacifica (*1 e *2).

Lo spirito e il portafoglio: cristianesimo e filosofie

“Importantissimo” per il nostro Maestro, poi, è un tema a cui fa cenno anche la Pacem in Terris, e rappresentato dal fatto che “si stanno dissolvendo le visioni del mondo che, nel passato, si ponevano in rapporto di alternativa al cristianesimo: esse non sono più ‘weltanshaungen’ visioni della vita (dall’hegelismo, al marxismo, al positivismo ecc.).

Visioni che, per più generazioni, erano diventate le religioni nuove dell’uomo intelligente, sono “divenute filosofie modeste, che camminano con mani e piedi, rasoterra, senza più la velleità di spiegare il mondo e la filosofia della storia”.

E il cristianesimo spinto, allora, ad una forte opposizione, ha finito per assumere, come con il Sillabo per esempio, atteggiamenti difensivi e fuorvianti. E così, oggi, la filosofia ha assunto un valore strumentale, certamente prezioso, ma non più “concorrente” della religione.

“I movimenti storici derivanti da quelle ideologie, hanno perso il legame organico della loro origine e, perso il loro dogmatismo e rispondendo di più ai bisogni dell’uomo, si umanizzano e muovono in obbedienza a istanze immanenti del divenire stesso”.

È con questo mondo così diverso, conclude, che noi abbiamo a che fare, smettendo di cercare nemici che non ci sono, per incontrare invece gli uomini, che ci sono; a cominciare dai seminari dove si studia a lungo l’eresia di Ario, che non esiste più da secoli, e si trascura di studiare il marxismo o l’esistenzialismo. O oggi la nuova poderosa “religione” plasmata dalla potenza pervasiva della tecnologia, per un verso, e dell’economia, per un altro.

E qui, Balducci, dalla finestra dei primi anni sessanta, anticipava ancora una volta, una riflessione profetica sull’evoluzione della modernità: l’incidenza che, nel divenire individuale e collettivo, ha sempre più la “causa materiale”, a cominciare, appunto, dalla tecnica e dall’economia. Lo spirito e il portafoglio, li chiamava.

L’istanza marxista, soprattutto, con la sua pretesa di ideologia materialista e totalitaria, ha costretto il cristianesimo a un’opposizione radicalmente polemica. E fuorviante dicevamo, perchè ha portato ad una sorta di esaltazione sbagliata dei valori spirituali, in contrapposizione a quelli materiali.

Una dissociazione suggestiva, ma falsa, con i valori dello spirito, a cui si conferisce un significato finalistico e in contrapposizione il contesto materiale in cui si incarnano.

“Con la conseguenza di affidare la difesa dei valori spirituali, a coloro che non vogliono accettare il mondo moderno e la sua realtà complessa. Cosicchè, strana cosa è vedere che un reazionario è sempre spiritualista, come se i valori spirituali dovessero reggersi sulle bandiere dei conservatori”.

Quando, in verità, l’incarnazione realizzatasi di quei valori, è una incarnazione sottoposta al divenire dei processi di trasformazione delle strutture. Difendendo l’incarnazione dei valori spirituali legati alle strutture precedenti, spesso il conservatore crede di difendere l’anima, ma difende il suo corpo; crede di difendere il destino spirituale dell’umanità, ma difende solo l’ordine materiale costituito e dominante. Ma così, si rischia di restare legati alla lenta senescenza del passato.

È illuminante l’esempio di Kennedy, ci ricorda, il quale non si limita a fare la politica della grandeur, l’esaltazione dei valori storici che non ci sono più, “ma parlava di valori spirituali e, subito, li connetteva alle necessarie programmazioni di ordine economico”, cogliendo così un aspetto della modernità oggettiva e spazzando via l’ingenuità di quello spiritualismo che crede di arrestare il processo storico, semplicemente sollevando le icone degli idoli passati.

Ma è significativa, su questo punto, anche la riflessione di Theilard de Chardin [Qui], quando afferma che “il cristianesimo è l’unica religione che dà senso positivo alla materia” e spiegando che la tecnica ucciderà tutte le religioni, proprio perché esse sono basate tutte sul dualismo materia-spirito e sulla tendenziale identificazione del male con la materia.

“Solo il cristianesimo sopravviverà, dice, perché è legato al dogma della creazione originaria, della incarnazione del Verbo e della resurrezione finale delle cose materiali”, quelle appunto che Dio ‘vide che erano buone’.

Guerra e pace

Un altro dato nuovo che connota, con discontinuità il mondo moderno, e che segna profondamente sia la realtà oggettiva che le coscienze degli uomini, è il rapporto guerra e pace.

Ha dedicato molte riflessione Padre Balducci a questo tema, che sentiva profondamente. Qui mi limito solo a richiamare la sua idea di fondo: la bomba atomica e la proliferazione nucleare, hanno cambiato radicalmente le idee-guida delle nazioni che hanno segnato la storia umana (la nazione come potenza), mutando i termini obiettivi del problema, sulla sproporzione fra fini e mezzi.

Ciò che rende la guerra intrinsecamente immorale, che cancella la teoria, pur discutibile, della guerra giusta, e che si riflette sia nelle strutture che nelle coscienze. E saranno sopratutto queste ultime, a dover generare il mondo nuovo, anche rispetto a quelle predicazioni che, nella stessa chiesa, hanno continuato a lungo a considerare la guerra un mezzo necessario.

Resta clamorosa la reazione dell’autorevole filosofo e teologo francese Antonin Sertillanges [Qui], al monito di Benedetto XV sull’ “inutile strage” riferito alla prima guerra mondiale: “Zitto, o Papa, perché noi non ti ascoltiamo!”.

Come dimenticare i “beati i pacifici” del discorso della montagna e, contrapposto, il fatto, come ricordava un padre conciliare egiziano, che la polvere da sparo l’hanno inventata i cristiani, i cannoni siano stati introdotti dai cristianissimi re di Francia, e la stessa bomba atomica sia nata nel mondo cristiano.

‘Pace’, quindi, che è la parola di Cristo, non può costituire una invocazione silenziosa nei conventi, ma un imperativo categorico per gli uomini di oggi a cominciare dai cristiani, da vivere, senza retorica, nella concreta realtà storica del nostro mondo.

Il rapporto con la ‘pace’ è, quindi, una discriminante fondamentale della mentalità del nostro tempo: o si è davvero moderni proiettati al futuro, o si resta ancorati a quel ‘mondo antico’ che, soprattutto su questo tema, non ha davvero nulla di poetico da farci rimpiangere.

Una rivoluzione silenziosa: la Chiesa indigena in ogni luogo

C’è infine in questa analisi di Balducci, un tema più spostato sul fronte politico/sociologico, che caratterizza fortemente la storia e il mondo del nostro tempo: il passaggio delle masse umane da puro oggetto di storia, a soggetto di storia.

Nel passato, quasi fino a noi (un passato che forse continua, in riferimento all’economia e alla finanza), la vita delle nazioni e dell’umanità si svolgeva con questo fondamentale dualismo: da una parte una ridotta classe dirigente che comandava e che, spesso con la benedizione di santa madre Chiesa in quella confusione fra sacro profano che ricordavo poc’anzi, concentrava su di sé potere e ricchezza;

dall’altra, masse inerti di popolazioni che accettava o subiva, quasi fosse, quella, una sorta di volontà di Dio. E, diffidando della coscienza soggettiva, pericolosamente eversiva, accadeva che non solo si raccomandava rassegnazione, ma “anche quando dubiti che l’autorità abbia ragione, devi propendere a dargli ragione”.

Questa, dice Balducci, è l’educazione che abbiamo dato. Non senza colpa aggiungo io. E, quando Papa Giovanni parla di questa nuova soggettività storica, che va emergendo come un segno dei tempi, è, dice sempre lui “una rivoluzione silenziosa” che connota la nostra epoca.

Ebbene, ma la Chiesa con questo mondo moderno, con questi connotati, come e quanto c’entra? Eppure, afferma con forte convinzione Ernesto Balducci, la Chiesa, in un mondo così fatto, trova il momento migliore della sua storia.

Abbandonata, dice lui, la confusione della difesa indistinta dei valori assoluti, da difendere sempre, con quelli effimeri da trascurare (oggi tutt’altro che abbandonata, ma “riesumata”); finita totalmente la civiltà sacrale, la confusione fra sacro e profano, fra temporale e spirituale, la Chiesa riacquista la sua vera dimensione, che è la dimensione profetica.

Ma cos’è la dimensione profetica? “Mentre lo stato deve promettere beni perseguibili e raggiungibili nel tempo, senza andare oltre, se no scivola nelle mitologie, la Chiesa non parla di beni di questo mondo, non promette successi di questo mondo.

Il suo fine è oltre: la sua struttura, la sua intima esistenza è profetica perché tende verso ciò che non è temporale, non è storico…Lei deve promettere ciò che le è stato affidato, cioè il Regno di Dio….

Così la Chiesa finita l’epoca sacrale, accetta il mondo profano e nel mondo profano instaura la sua presenza profetica, che è un “grido verso il futuro”, senza concorrenza con le potenze e le culture, che seguono leggi proprie e non sostituibili”.

In questa presenza, con la fine dell’egemonia occidentale, l’affermarsi della dimensione planetaria e la nascita di teologie orientali e africane, la Chiesa deve accettare di “essere indigena in ogni luogo”, diventando così lievito di tutte le possibili forme culturali.

Questo è il cammino che abbiamo davanti. “Altro che custodi del museo del cristianesimo che fu, ma anticipatori di quello che deve essere e che verrà”.

Questo, è il grande messaggio dell’insegnamento di Padre Ernesto: non farsi catturare dalle criticità del tempo storico che stiamo vivendo, anche dentro la Chiesa, ma guardare davvero ai segni del tempo con la fede e la speranza, che ci proiettano oltre la contingenza storica.

Una contingenza che, pur vissuta intensamente da uomini del nostro tempo nel segno delle beatitudini, va comunque superata in una visione che la trascende verso un mondo nuovo.

Quel mondo che sarà un’anticipazione del Regno, e alla costruzione del quale siamo chiamati a contribuire, consapevoli che anche Dio ha bisogno di noi ( T. Merton “Dio ha bisogno degli uomini”).

 

Note:
*1) – “Ho letto da qualche parte che nelle comunità cristiane delle origini, c’era l’uso di consegnare al fratello che stava per intraprendere un lungo viaggio, il frammento di un vaso di terracotta frantumato. Al ritorno egli sarebbe stato riconosciuto dal frammento ricomposto in unità con tutti gli altri. Nella generale eclissi delle identità, il primo nostro dovere è restare fedeli a quella che abbiamo costruito, con una variante però, che essa va ritenuta non come il tutto, ma come un frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso dunque, né mi converto ad altro: ripudio solo le forme e le pulsioni che mi vorrebbero condurre a fare del mio frammento la misura del tutto. Come il vero Dio, così anche il vero uomo è absconditus, e perciò io devo parlare di lui al futuro, anche se ne parlo a partire dal presente e con la massima fedeltà alle indicazioni del presente”
(Ernesto Balducci, L’uomo planetario, Ed. Cultura della Pace – S.Domenico Fiesole, p.173)

*2) “Alcuni ritengono che il modo più ragionevole per ottenere l’armonia e risolvere i problemi relativi all’intolleranza religiosa, sia di creare una religione universale per tutti. Io invece sono sempre stato convinto, che dobbiamo avere diverse tradizioni, perché gli esseri umani hanno numerose differenti inclinazioni mentali; una sola religione semplicemente non può soddisfare le esigenze di una così grande varietà di persone. Se cercheremo di unificare le fedi del mondo in una sola religione, perderemo anche molte peculiarità e molte ricchezze di ogni specifica fede. Perciò ritengo sia meglio, nonostante i molti contrasti che spesso si verificano in nome della religione, preservare le diverse tradizioni religiose. Purtroppo, anche se differenti tradizioni soddisfano le necessità delle varie tradizioni mentali dell’umanità, da tali diversità deriva ovviamente il rischio di conflitti e disaccordi. Perciò i seguaci di tutte le religioni, devono fare uno sforzo ulteriore, cercando di trascendere l’intolleranza e l’incomprensione e di trovare l’armonia
(Dalai Lama, Incontro con Gesù: una lettura buddhista del vangelo, Mondadori 1997, p.11) 

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La confraternita del rosario

Pare che non ci sia nessuna remora ad esibire rosari al collo e medagliette di Maria ausiliatrice da parte dei giornalisti della Tv nazionale. È del tutto normale, sta nella libertà che ognuno ha d’acconciarsi, specie se fervente cattolico. Ciò significa che per il futuro vedremo giornalisti esibire in diretta televisiva cordigli e scapolari dei terz’ordini francescani e carmelitani, le icone delle loro appartenenze sociali, politiche e religiose, come forme di identità e coerenza, attraverso la testimonianza coraggiosa della propria fede e delle proprie convinzioni. Il sovranismo politico si accompagna al sovranismo delle proprie appartenenze. Attendiamo i Pastafariani con il colino in testa. Evidentemente non siamo un paese laico, siamo molto di più, un paese pluralista e multiculturale, dove ognuno è libero di esibire le insegne della propria tribù.
La fede come garanzia dell’autenticità delle proprie radici. I crocifissi con i Cristi sempre più agonizzanti e sanguinolenti da esporre come sulle barricate in tutti i luoghi pubblici dalle scuole agli ospedali, dalle dogane agli aeroporti. Non è l’avvento dell’oscurantismo, al contrario è l’apertura alla pluralità delle tradizioni, delle culture e delle sensibilità.
Presto in tv vedremo giornaliste in chador leggere le notizie, oltre ai quotidiani ragguagli sul verbo e sui viaggi del pontefice, avremo informazioni anche sul grande rabbinato di Israele e sull’Imam capo della comunità islamica, sulle chiese Avventiste, Metodiste e Ortodosse.
Sono i segni e le loro significazioni che storicamente fanno la cultura dell’uomo e i segni, come la parola, sono i mediatori della comunicazione, che se passa per la televisione pubblica non è più privata, non riguarda più soltanto le identità personali, il proprio vissuto, riguarda la storia di tutti.
La corona del rosario si accompagna alla preghiera a carattere litanico, alle Confraternite del Santo Rosario istituite dall’ordine dei frati predicatori per via che la Madonna apparve al loro fondatore, raccontano, san Domenico, facendogli dono del rosario. La vicenda è narrata dal ciclo di tutte le Madonne del rosario che si trovano raffigurate un po’ in tutte le chiese.
Siamo alla gratuita esibizione di un atto di culto, di una pratica devozionale, all’ostentazione della preghiera e del proprio bigottismo, che non c’entrano nulla con il lavoro e la deontologia professionale di un giornalista del servizio pubblico.
Se il crocifisso viene rivendicato come simbolo delle pretese radici cristiane, la corona del rosario proprio con le radici non c’entra nulla, per di più consacrata come pratica devota da Pio V all’indomani del Concilio di Trento, con un afrore di controriforma.
Viene il sospetto che tra il capo della Lega, che da un lato impugna vangeli, bacia rosari e invoca madonne e dall’altro la televisione pubblica che espone rosari al collo di giornaliste folgorate sulla via di Damasco, si sia volutamente scelto di sponsorizzare l’integralismo cattolico, le sagrestie devotamente votate a recuperare il terreno perduto, una sorta di risarcimento alla tradizione apostolica e romana.
A noi non piace la prepotenza dei vangeli che invece di porgere l’altra guancia impongono robustamente la loro buona novella. La questione degli dei, anche se ostentata da crocifissi e corone del rosario, resta primitiva, mitologica, offensiva per ogni mente razionale e soprattutto umiliante per le intelligenze che non accettano di essere abbindolate dai pifferai magici delle teologie.
Una caduta di stile, uno scivolone nel becero che anche i chierici più proni alla Conferenza episcopale italiana dovrebbero avere il buon gusto di evitare.
Il rispetto della dignità delle persone passa innanzitutto nel tenere per sé superstizioni e scaramanzie, evitare di ostentare croci come gobbi e cornetti rossi, in un carnevale di paccottiglie religiose come una sorta di sfida, di urto in faccia a chi osa non credere o non condivide la tua stessa fede.
Di fronte allo zelo religioso uno spirito laico prova disagio per la mortificazione della libertà personale che rappresenta, per l’angustia di pensiero che l’accompagna, tuttavia è volterrianamente disposto a dare la propria vita purché a ciascuno sia garantito il diritto di esprimersi.
La televisione pubblica è un’altra cosa. La condizione di utenti che pagano una tassa per avere un servizio pubblico non ammette né deroghe né scivoloni, perché in questo caso il carattere di “pubblico” del servizio pagato con i soldi dei cittadini viene meno e quei soldi si traducono nei proventi di un furto perpetrato a danno di chi è costretto a pagare una tassa per consentire propagande di parte, oltre il disegno di subliminali messaggi di superstizione e di ignoranza.
Evidentemente la commissione di vigilanza della Rai per la laicità del servizio pubblico ha una sensibilità come la pelle degli elefanti, e nessuno dei suoi componenti, a partire dai pentastellati novelli vessilliferi del cambiamento, è in grado di accorgersi di quanto strida e sappia di villania quella corona, ridotta a monile, al collo di una dipendente dell’azienda, tanto anche questi sono imbevuti di superstizioni e di cattolicesimo d’accatto, a partire dal loro capo politico devoto di san Gennaro e del culto del suo sangue.

Sgarbi e insulti: appello per un confronto politico senza volgarità, 145 le firme

Ancora una volta il critico d’arte e deputato Vittorio Sgarbi ha passato il segno. L’accusatorio intervento contro il Sindaco assomma un accumulo di offese che colpiscono la massima figura istituzionale della città. Non è in discussione la normale e legittima dialettica tra posizioni diverse sulla vita di una comunità, ma il rispetto per le persone che ricoprono cariche pubbliche. Per troppo tempo si è accettato e permesso che Vittorio Sgarbi usasse un linguaggio violento, offensivo, aggressivo, intollerante, intimidatorio, volgare. E’ accettabile che un uomo di cultura che scrive libri e fa discorsi sulla ‘bellezza’, sia nello stesso tempo uno dei principali responsabili del degrado etico-linguistico della nostra vita pubblica? La democrazia, il pluralismo, il confronto, la libertà richiedono una particolare responsabilità nell’uso della parola. Quale messaggio di consapevolezza della cultura e di corretta pratica della buona politica potrà arrivare ai giovani da testimonianze come quelle rappresentate dall’on. Sgarbi? E’ vero, come ha confermato l’ultimo rapporto del Censis, che la società si è incattivita. E’ vero che un diffuso sentimento di inimicizia sta compromettendo e logorando il ‘legame sociale’. Ma è anche vero che una parte di opinione pubblica è stanca di risse. Mentre esprimiamo la nostra piena solidarietà al Sindaco Tiziano Tagliani, intendiamo manifestare all’intera città e a tutte le forze politiche il nostro disagio e indisponibilità a subire come un destino ineluttabile il declino di una civiltà democratica fondata sul dialogo, sul rispetto per le persone, sulla pluralità delle idee, sulla bellezza dell’arte e della cultura, sull’autonomia e libertà di ciascuna persona. La cultura è ricerca della bellezza come decisivo segno di realtà e induce alla riflessione sul significato della verità. Il linguaggio smodato e offensivo con cui il critico formula le sue accuse conduce all’esito opposto, ovvero alla falsità del discorso e all’irrilevanza di un confronto fecondo.

1) Abruzzese Sandro insegnante e scrittore
2) Alessandrini Nicola insegnante
3) Alvisi Angela
4) Balestra Enrico
5) Baraldi Ilaria segretaria del Comitato Comunale di Ferrara del Pd
6) Baratelli Fiorenzo direttore Istituto Gramsci Ferrara
7) Barbujani Guido docente universitario e scrittore
8) Belcastro Salvatore primario chirurgo a riposo e scrittore
9) Benasciutti Nadia dirigente pubblica amministrazione a riposo
10) Bertaso Maria Grazia insegnante a riposo
11) Bertoni Laura
12) Bertozzi Marco direttore dell’Istituto di Studi Rinascimentali Ferrara
13) Bigoni Ilaria
14) Bolzoni Lina docente universitaria a riposo della Scuola Normale di Pisa
15) Bonazzi Fiorenza direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
16) Bondi Loredana dirigente delle scuole dell’Infanzia del Comune a riposo
17) Bonini Lidia
18) Bonora Lola
19) Bordini Maria
20) Bottoni Giorgio
21) Bottoni Silvia dipendente comunale
22) Bregola Irene insegnante
23) Buratti Marcella
24) Calabrese Maria direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
25) Cambi Ivana
26) Cambioli Sara
27) Cappellari Marco
28) Cappagli Daniela direttivo Istituto Gramsci
29) Carantoni Cinzia
30) Carli Ballola Sandra insegnante
31) Carrara Diego
32) Casazza Agnese direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
33) Cassoli Roberto direttivo Istituto Gramsci
34) Castagnotto Paola presidente Centro Donna Giustizia
35) Castelluzzo Mario
36) Cavalieri Gabriella
37) Cesari Tino dirigente Lega coop
38) Chendi Maria
39) Chiappini Alessandra dirigente Biblioteca Ariostea a riposo
40) Cirelli Andrea dirigente d’azienda a riposo
41) Civolani Daniele
42) Coghi Marco
43) Colaiacovo Francesco
44) Cristofori Tommaso capo gruppo Pd in Consiglio Comunale Ferrara
45) Cuoghi Tito
46) De Bernardi Ultimo
47) Dell’uomo Biagio Antonio
48) Dolfi Anna docente universitaria e critica letteraria
49) Dolfi Laura docente universitaria a riposo
50) Domanico Rosa dirigente pubblica amministrazione a riposo
51) Ericani Giuliana vicepresidente Edizione Nazionale delle opere di Antonio Canova
52) Falciano Annabella
53) Ferrari Annalisa
54) Fioravanti Giovanni dirigente scolastico a riposo
55) Fiorentini Leonardo consigliere comunale
56) Folletti Marcello
57) Folletti Nicola
58) Fornaro Giuseppe giornalista
59) Franchi Maura docente universitaria
60) Franesi Pietro
61) Gallo Rossana
62) Gardenghi Marco giornalista
63) Gareffi Andrea docente universitario
64) Genta Maria Luisa docente universitaria
65) Gessi Sergio giornalista
66) Ghetti Roberto
67) Giorgi Dario
68) Giubelli Paolo Niccolò radicali Ferrara
69) Grandi Enrico docente universitario a riposo
70) Grossi Alessandro ingegnere professionista
71) Guagliata Cristiano direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
72) Guelfi Nadia direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
73) Guerra Guerrino
74) Guerrini Pier Luigi
75) Gullini Sergio professore di Gastroenterologia Università Ferrara
76) Iacono Maria Rosaria dirigente nazionale Italia Nostra e membro Premio Bassani
77) Lavezzi Francesco giornalista
78) Lugli Daniele Movimento nonviolento
79) Mambriani Anna Paola direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
80) Mangolini Fabio operatore culturale
81) Mantovani Ida segretaria generale SLC-CGIL
82) Manzoli Silvia
83) Marchetti Lucia
84) Marcolini Paolo
85) Martino Antonio
86) Marzola Roberto
87) Mazza Luana giornalista
88) Mazzoni Paolo dirigente della Lega coop a riposo
89) Mezzetti Corinna archivista
90) Mosca Gil
91) Mosca Raffaele
92) Moschi Antonio insegnante
93) Mottola Molfino Alessandra direttivo nazionale Italia Nostra
94) Nanni Davide insegnante
95) Nerieri Piero dirigente pubblico a riposo
96) Pagliaro Roberta
97) Pagnoni Carla direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
98) Palara Francesca
99) Paparella Daniele
100) Pasquesi Gloria direttivo del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
101) Pasti Ilaria
102) Pavanelli Lina direttivo Istituto Gramsci
103) Pavani Elisabetta Centro Giustizia Donne
104) Pavoni Mario
105) Pavoni Sandra
106) Peverin Paola
107) Piazzi Rita
108) Potena Alfredo pneumologo, Università Ferrara
109) Raimondi Paolo
110) Ravenna Marcella docente universitario
111) Rigon Fernando Centro studi Palladiani di Vicenza
112) Rodia Giuseppe sindacalista
113) Romagnoli Cinzia
114) Roncagli Laura
115) Roncagli Maria Grazia
116) Roncagli Maria Lodovica
117) Rossi Daniele ex direttore della Biblioteca Bassani di Codigoro
118) Rossi Francesco
119) Saccomandi Antonella
120) Sani Paolo
121) Sansonetti Giuliano docente universitario a riposo
122) Scandiani Riccardo
123) Siconolfi Paolo presidente del “Comitato Ferrara per la Costituzione”
124) Simeone Rosanna
125) Stabellini Gianna
126) Stefani Franco giornalista
127) Stefani Piero direttivo Istituto Gramsci e saggista
128) Talassi Renata ex parlamentare
129) Testa Enrico giornalista
130) Trondoli Adriana dirigente del circolo culturale Il Doro
131) Tuffanelli Alessandra Articolo 1-MDP Ferrara
132) Turchi Marco
133) Vasilotta Gabriella
134) Venturi Gianni curatore del Centro Studi bassaniani
135) Venturi Ivana insegnante a riposo e dirigente del circolo culturale Il Doro
136) Veronesi Claudio
137) Vinci Antonio
138) Vinci Francesco coordinatore provinciale Articolo 1-MDP di Ferrara
139) Vitellio Luigi segretario provinciale Pd
140) Zagagnoni Gianfranco ex assessore nel Comune di Ferrara
141) Zamorani Mario gruppo “+ Europa”
142) Zanotti Carlo
143) Zucchi Luca dirigente amministrativo
144) Farnetti Monica
145) Vullo Giulia

Fake news, verità e post verità: avvertenze per l’uso

Si parla molto di fake news e post verità, ma bisognerebbe forse ripartire proprio dal concetto stesso di verità e dalle ambiguità in esso contenute. Mettendosi in allerta laddove la verità sia intesa in senso dogmatico: è questo un abbaglio, perché la verità non è un monolite, ma un prisma dai mille riflessi; è un mosaico cui manca sempre un una tessera per essere completato; e quel tassello mancante ha la capacità di sovvertire la comprensione d’insieme della scena e dunque il suo reale significato.
Beati coloro che credono, perché si appagano e si nutrono delle loro certezze. La verità trascendente è un postulato che si accetta o si respinge. La verità di fede è rassicurante. Ma la verità dei fatti non è afferrabile e definibile una volta e per sempre: è un continuo percorso di ricerca con approdi incerti e potenzialmente sempre suscettibili di revisione. E’ la “verità sostanziale” a cui fanno riferimento i codici deontologici dell’informazione e alla quale dovrebbero attenersi non solo i giornalisti ma ciascuno di noi, con spirito libero da pregiudizi.

La verità è il frutto potenzialmente sempre mutevole di una indagine continua, inesausta. Alla verità ci si avvicina coltivando il dubbio e ponendo continuamente in discussione ciò che appare vero, per verificare se quella convinzione ha un senso oppure è infondata, fragile e cedevole. Vale in questo senso ciò che ha teorizzato Karl Popper: la ricerca della verità procede per congetture e confutazioni, si formulano ipotesi e le si pone in discussione continuamente, al vaglio della ragione e alla prova dei fatti: finché l’ipotesi regge la si può considerare atendibile, quando viene sconfessata diventa necessaria una revisione del modello o una rivoluzione integrale del paradigma.
In questo stesso senso, ha perfettamente ragione Gustavo Zagrebelsky quando afferma che si serve la verità coltivando il dubbio.
Questo non significa però accreditare qualsiasi fantasia come potenzialmente vera, perché ciò che si asserisce e che si definisce provvisoriamente vero deve aderire al reale, essere documentato, comprovato e verificabile. Le cosiddette post verità, laddove affermano il diritto di ciascuno di argomentare il proprio punto di vista sanciscono un sacrosanto principio, in ragione del fatto che dalla natura complessa e prismatica della verità si possono originare interpretazione difformi, ciascuna delle quali può essere specchio di un frammento di quella complessa realtà che non esaurisce il carattere di verità ma ne mostra una parte, secondo la logica del “d’altronde“… Ma ciò che si afferma deve essere comprovabile, viceversa è una pura fantasia senza fondamenta.

Se poi riferiamo il ragionamento alle fake news, oggi così di moda e al centro dei dibattiti, ritroviamo una vecchia conoscenza: un tempo le chiamavano più semplicemente “balle”! E sono sempre esistite, talvolta alimentate da ignoranza e superficialità, in altri – più gravi – frangenti, dalla volontà di strumentalizzare i fatti in funzione di precisi interessi precostituiti.
Ma il problema attuale è che ora, rispetto al passato, è molto più complesso il meccanismo della smentita. Il tradizionale sistema della rettifica, che sui giornali e nei sistemi tradizionali di informazione pur con qualche stortura almeno teoricamente poteva funzionava in maniera accettabile, nel mondo del web risulta del tutto inadeguato allo scopo, poiché non è in grado di ripercorrere a ritroso i nodi delle condivisioni che qualsiasi messaggio veicolato attraverso la rete è potenzialmente in grado di compiere in milioni di direzioni. E questo è un punto significativo che riguarda le fake news come pure le post verità e qualsiasi contenuto viaggi in rete.

E allora bisogna fare molta attenzione e maneggiare con cura l’informazione senza cadere in tranelli ed equivoci: il pluralismo delle opinioni è sacro e va tutelato da ogni tentativo di censura. Badando bene però al rischio che le post verità non si riducano banalmente e pericolosamente alle verità dei post, cioè di tutto ciò che – complice in primo luogo Facebook – circola sul web e che si considera vero per il sol fatto che qualcuno lo afferma.

LA CITTÀ’ DELLA CONOSCENZA
Non rinchiudiamoci nella gabbia delle tradizioni

Si può ritenere la propria cultura superiore per un’ampia gamma di ragioni, che possono muovere dal semplice fatto che si tratta della ‘propria’ cultura, fino a ragioni di censo e di religione. La tentazione o l’occasione di prevaricare culturalmente può verificarsi più facilmente quando si sbandiera la propria cultura come tradizione. La tradizione è sempre un trasloco che si fa dal passato al presente. Un arredo che viene dal passato, e questo non si deve mai dimenticare, perché non sempre tutti i presente rivelano un’identica disponibilità all’accoglienza. È difficile tenerne conto? Non credo per chi si considera laico, per chi considera la laicità come separazione delle sfere, quella pubblica e quella privata. La laicità è una scoperta della ragione, la propria e quella degli altri. Il sonno della ragione è anche il sonno della laicità, per questo genera mostri.
Non è dunque inalberando le insegne della propria cultura che si possono risolvere i conflitti della convivenza sociale. Ancora più errato se questo accade nelle scuole, che dovrebbero essere il luogo in cui le giovani generazioni apprendono a conoscere la natura delle culture e a saperne trattare le consistenze. Ogni interferenza esterna dovrebbe essere bandita da uno Stato garante che questo mai accada. Inoltre, nel nostro Stato democratico abbiamo delegato l’istruzione ai professionisti che lavorano nelle scuole, riconoscendogli, ai sensi dell’articolo 117 della nostra Costituzione, assoluta autonomia, oltre alla libertà di insegnamento dell’articolo 33.
Ecco perché le polemiche intorno al Natale, ormai a scadenza annuale, a Rozzano come in altre scuole, sia per i pro come per i contro rivelano un’angustia di riflessioni e di pensiero, che non può che destare preoccupazione per le sorti dei nostri piccoli e del loro futuro.
In tanto perché di fronte alla scuola dei piccoli prende il sopravvento il pensiero dei grandi, gli adulti con le loro volontà, i loro desiderata, i loro archetipi, le loro tradizioni, quelle che vogliono conservare a dispetto della realtà del presente e dei loro figli.
Già questo è segno che gli adulti oggi non sono più depositari di un’idea di educazione e che per questo l’educazione è profondamente in crisi. Un’educazione che si rifà al passato per rispondere al presente. Quando al nuovo, che si fa avanti con la sua sfida di invenzione e di intelligenza, si risponde con la chiusura degli occhi e della mente, riproponendo il passato tale e quale è sempre stato, è evidente a tutti che non si risponde, ma ci si difende, perché la risposta evidentemente non la possediamo ancora. Ed è qui che l’educazione fallisce, perché non ha la risposta per il nuovo, perché non è in grado di rigenerarsi, di rinnovarsi, di fornire attrezzi nuovi al cammino dell’istruzione e della cultura.
Un’educazione che ignora chi ha innanzi, a chi è rivolta, a chi deve servire, non è educazione, è forse imbonimento, è forse catechismo, non certo istruzione e neppure formazione. Le nostre classi oggi sono assemblee plurali e pluralistiche, culture ancora in fieri, non definite, per la giovane età dei loro portatori, per la non chiara identità degli ambienti di provenienza, culture di famiglie giovani, che non sono più la famiglia tradizionale di soli pochi decenni fa, culture di prima, di seconda immigrazione, e via dicendo. Culture in movimento, in formazione, dunque, difficili a volte da definire nei contorni e nei contenuti. Un presente dinamico, cosmopolita, multilingue, plurale nella sua varietà, al quale la scuola e l’educazione non possono rispondere con gli attrezzi di ieri, quelli di sempre, quelli che dovrebbero avere il marchio di qualità della tradizione, che la loro qualità ed efficacia l’hanno già esaurita tutta al passato, pertanto è del tutto inefficiente per il presente. E così vale, mi dispiace per i cultori destri e sinistri del fascino della tradizione che non fa male, per i presepi, gli alberi di Natale, le feste di Santa Lucia ecc, che ormai nulla hanno da difendere se non la loro paganizzazione consumistica.
Ciò che non si deve spegnere, ciò a cui non dobbiamo rinunciare è il cervello. E il cervello ci dice che tutti gli sforzi che oggi compiono le scuole per trovare risposte a un presente che non è quello di ieri, invece di essere contrastati riproponendo il passato, vanno sostenuti, aiutati, migliorati in un impegno comune, a partire dagli adulti, a interrogare la nostra educazione e renderla sempre migliore, per garantire per noi e per i nostri figli le risposte più adeguate alle sfide del presente.
La ricchezza di essere tanti e diversi è quella che ha consentito alla nostra cultura, alla cultura dell’occidente, il passaggio da società chiusa a società aperta.
È cambiata la percezione che abbiamo di noi, del nostro universo e del posto che occupiamo nel mondo. È con questa percezione aperta che vogliamo crescere i nostri figli, le nuove generazioni, con l’affermazione del valore non delle tradizioni, ma della persona e della sua intelligenza, che non può essere sacrificata a nessuna setta o religione, a nessun credo né teologico né scientifico, perché tutto è soggetto a falsificazione, perché siamo viandanti di un viaggio verso l’interrogativo permanente, che non ha stazioni sicure presso cui sostare: è il viaggio di una umanità che ha messo le sue radici nella pianta della razionalità, che ha reso libere le facoltà critiche di ogni persona.
Di tutto questo e solo di questo le nostre scuole devono essere le custodi gelose, non certo di tradizioni che il tempo non potrà che rendere morte.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
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Redazione

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