Tag: politici

muppets

Strade tortuose e incroci pericolosi

C’è chi esulta, chi si strappa i capelli, chi si espone e chi si nasconde abilmente. Chi millanta, chi azzarda pericolosamente, chi crede ancora e chi ha rinnegato già da un pezzo. C’è anche chi cambia postazione, chi si impone con tracotanza, chi emerge perché conviene, chi abbandona la scena, chi manda avanti i suoi pretoriani, chi combatte contro i mulini a vento, chi trama nell’ombra, chi minaccia apertamente. C’è anche chi tace, chi parla troppo, chi si aggrappa alla sedia e chi rifiuta qualsiasi segno di distensione.

Siamo persi in un momento storico – e non è nemmeno la prima esperienza – in cui vale tutto e il contrario di tutto, un panorama confusionale in cui si invocano le urne anticipate, si scongiura a tutti i costi la caduta di un governo, si costruiscono compromessi ballerini legati più alla fantapolitica che alla realtà, si ipotizzano percorsi alternativi, alleanze imbastite all’ultimo momento, sodalizi che valgono il tempo che trovano, per poi smentire successivamente con altri racconti.
E’ una politica frantumata, fallimentare; l’immagine di un grande convoglio senza riferimenti saldi, guide sicure, dove ognuno tira dalla propria parte ignorando o colpendo gli altri senza esclusione di colpi, offrendo garanzie di credibilità ciascuno per la propria compagine, screditando gli altri. Nemmeno la parvenza di una sana, giusta, affrontabile e necessaria opposizione di fronti diversi, dove dialettica e dialogo possono e devono trovare un baricentro per non affossare l’intero Paese.

E la coreografia di tutto ciò è la pandemia, che sullo sfondo dei suoi disperati momenti di affanno sociale, chiederebbe ben altro dalla politica, dalle decisioni di chi delegato ad assumersele, da un insieme di persone oneste e capaci di intessere rapporti risolutivi per uscirne tutti il prima e il meglio possibile. In un contesto difficile si vanno a rafforzare pesantemente le criticità additando l’avversario, ridicolizzando chi suggerisce e tenta soluzioni, sminuendo gli sforzi e i tentativi di coloro che nonostante e malgrado la grande incognita che abbiamo davanti agli occhi, si impegnano aldilà degli slogan, delle millanterie, delle rivendicazioni, dei simboli di appartenenza sbandierati come medaglie al valore. Chi più, chi meno, nessuno esente. Un mea culpa duro da recitare, quando si parla di potere e dove la diffidenza, il sospetto, i retropensieri intenzionali diventano patologici.

Non abbiamo bisogno dei McBeth di William Shakespeare, dei Mastro don Gesualdo di Giovanni  Verga, dei Julien Sorel di Stendhal, dei Jean Luc Daguerne di Irène Némirovsky e popolazioni intere di personaggi in cui ambizione, potere e denaro diventano l’unico obiettivo che li snatura, strappandoli da ciò che hanno attorno.
Abbiamo piuttosto il diritto di poter contare su chi ci governa, sicuri che i principi fondanti di una società sana come onestà, umanità, giustizia, trasparenza, responsabilità vera, vengano rispettati.

Speciale DIARIO IN PUBBLICO
Venezia, Venice, Venise, Venecia

La tragedia di Venezia è paragonabile a quel gusto tutto contemporaneo della ‘diminutio’. Basta osservare l’uso che di questa figura retorica fanno i cantanti che, assieme ai calciatori, sono gli autentici idoli degli italiani.
Un tempo, ai miei tempi (forse anche più terribili degli attuali) esisteva ancora il concetto del ‘bon ton’ come si può vedere nelle puntate televisive di Downton Abbey o nel bel film che ne è stato tratto, gusto del vestire corretto che durerà almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso. Bon ton che la mia generazione ha tentato di scardinare con le minigonne, i pantaloni a zampa d’elefante, il foulard al collo dei maschi. Eppure noi giovani , come del resto tutti, in occasioni formali ci si vestiva correttamente secondo le regole del tempo. Al festival di San Remo o nei concerti-fiume che riempivano stadi, piazze, teatri il cantante e i musicisti vestivano quasi sempre lo smoking, segno di distinzione e di eleganza. Ora la giacca dello smoking rimane, ma sotto c’è la maglietta o al massimo una strana camicia senza collo. L’orrore puro l’ho appena visto in tv. Nello spettacolo in onore di Fabrizio de André un cantante sembra di grido appare vestito come mai mi sarei immaginato. Questo vecchietto con gli occhi pittati, il ciuffo bianco cadente veste la giacca da smoking e sotto una camicia da notte; indossa poi una specie di calzone-calzamaglia, gli stivaletti di vernice e canticchia una bella canzone di De André esibendo quella mise che, nelle più spericolate esibizioni, non si sarebbe permesso nemmeno Renato Zero. Ed è ‘IL’ segno di eleganza: l’eleganza imposta da chi detta la moda e, purtroppo forse una parte non indifferente del cosiddetto pensiero il cui impulso viene dai cantanti e da i calciatori
Che c’entra Venezia? Venezia esibisce lo smoking nei luoghi turistici poi indossa la parodia dello smoking in quelli toccati dalla lebbra turistica.
Osservavo una bella rappresentante di Forza Italia che parlava in politichese ad un recente raduno del suo partito e le sue ciglia finte sconfinavano nell’assurdo. E quelle ciglia finte, quella ‘diminutio’ della giacca da sera sono ciò che il turistame vuole dalla mia Venezia. Ho frequentato i palazzi più esclusivi della città lagunare, il circolo delle contesse, la Venezia segreta che non si oppone ma incita a far soldi con il turismo, che non mette però piede al Danieli o da Cipriani, troppo alla moda, ma che al massimo si spinge per non essere contaminata nelle sale segrete del Gritti o dell’Europa. Anche loro hanno distrutto Venezia per una specie di cinismo e di indifferenza.

Riprendo la polemica che oppone ora in città l’Amministrazione leghista alle dichiarazione del professor Giangi Franz che anche sulla mia pagina fb aveva ripetuto e scritto affermazioni che si riassumono nel concetto per cui i veneti e i veneziani s’arrangino a salvare loro e solo loro Venezia. A leggerle, le ho ben inquadrate in un atto non di cinismo ma di impotente amore che è sì ad un passo dall’odio ma che constata la disperazione di un intellettuale di essere alla fine di un processo di autodistruzione. Da qui la riprovazione ma anche la comprensione. Sembra allora esagerato oppure ‘politicamente corretto’ l’azione della Amministrazione ferrarese? Ricorrere poi alla censura degli organi universitari a cui Franz appartiene è simile ad una barzelletta. E chi scrive ne sa qualcosa delle ‘censure’ universitarie! Mi accorgo di usare una caterva di termini virgolettati quasi a sottolineare quella ‘diminutio’ di parole in smoking ma che nascondono la camicia da notte.

A Venezia si è consumata la tragedia delle grandi navi in cui gente vestita come il cantante dal ciuffo bianco crede di possedere la città più bella del mondo perché la può calpestare, insudiciare con la bava del credersi ‘su’! E riaffiorano immediatamente i ricordi di una città coltissima, di una Università tra le prime in Europa, di biblioteche mozzafiato di musei che producono la sindrome di Stendhal, di chiese deserte e silenziose, dell’intatta Giudecca dove anche ai senza soldi, come me da giovane, venivano serviti piatti eccezionali per pochi spiccioli.
Mi venne offerto di lavorare all’Università veneziana ma a malincuore rinunciai perché vivere a Venezia, come morirvi, è difficilissimo. Thomas Mann aveva capito tutto un secolo fa.

Come si sono comportati allora i politici? Hanno commesso una caterva di decisioni sbagliate dettate anche – e va sottolineato – dalla necessità di adeguamento a una città così difficile, dalla spinta che proveniva dal basso di produrre reddito, ma soprattutto dalla volontà di far soldi con la città più bella del mondo. Piegarsi alle necessità del turismo più pacchiano è stato il loro peccato originale. Ricordo le riunioni a casa di De Michelis, editore e politico di rilevanza, riunioni in cui la minaccia di quello che un tempo si chiamò consumismo di massa restava nello sfondo. Agiva forse ancora una certa ansia sessantottina per cui anche ai meno abbienti era finalmente concesso di frequentare quella città fatta per i ricchi. Poi lo spopolamento e il lento naufragio di istituzioni, attrazioni, bon ton, e modelli di una vita inimitabile che scese fra le strade portando lo smoking e la maglietta.
Venezia risorgerà, a fatica, sempre più usata, forse, e sta a noi che l’amiamo toglierle quella giacca e riscoprirne la bellezza, ristoro unico ai mali del mondo.

DIARIO IN PUBBLICO
Il bon ton

Sfoglio impazientemente le pagine dei quotidiani per assumere la giusta dose di veleno mattutino e la frettolosità aumenta in quanto una pagina sì e una no il giornale esibisce le ultime collezioni di moda. Resto folgorato quando a tutta pagina scopro un’arzilla diversamente giovane signora con tanto di rughe in primo piano inerpicata su uno sgabello con posa da giovinetta che reclamizza il suo vestito. Mi faccio più attento.
Il look delle modelle è cambiato: sparite quelle anoressiche e quelle botulizzate rimangono volti e corpi ‘normali’. Le labbra si tingono di rossi accesi e indifferentemente si passa dalle spallone a quelle minime. Solo il re dei couturiers osa il rimando nelle foto a precisi momenti della storia dell’arte, in particolare gli anni Trenta del Novecento. Tutte esibiscono una moda non esagerata ed esagitata.

Ma il trionfo delle diversamente giovani è ormai palpabile. Alla tv un’affascinante signora la cui età si intravvede dalle caviglie e dalle mani ‘affaticate’ propone un volto senza tempo. La sessantacinquenne Isabella Rossellini, riassunta come testimonial da una celeberrima casa di prodotti di bellezza, conferma il trend delle non più giovani. Male invece per le belle e giovani politiche, mentre trionfa l’eleganza unica di Emma Bonino: un oscar alla sua/o modista per i meravigliosi turbanti. Perfino la presidente della Commissione antimafia fugacemente appare in elegante giacca rosa. A dire della mancanza di gusto dei colleghi maschi si sfonda una porta aperta mentre spicca l’eleganza senza tempo del presidente della Repubblica. Per fortuna sta tramontando la iniqua presenza degli sciarponi ormai appannaggio unico di Brunetta, di Casini e dei mister delle squadre di calcio. Gli orridi piumotti del Salvini si fanno sempre più stretti e insopportabili come la sua polemica contro i migranti. E il doppio petto di Berlusconi accostato alla maglietta giro collo potrebbe essere il costume di Alberto Sordi che fa il ‘cummenda’. Auspichiamo un tracollo senza scampo degli zaini e dei trolley simbolo dell’impegno politico.

A rendere ancor più riposante il sabato del villaggio scopro su ‘La Repubblica’ un corrosivo articolo di Francesco Merlo sul mediterraneo (almeno d’aspetto) Di Maio attore involontario (?) della strepitosa imitazione di De Luca nello spettacolo di Crozza. Osserva Merlo commentando gli infortuni accorsi al Movimento 5 stelle e al leader, ‘C’è o ci fa?’: “Ovviamente anche Di Maio, che non vede e non sente tutti i finti onesti che ha personalmente reclutato, finisce per lavorare per i propri avversari, a cominciare da Berlusconi e Renzi, perché così sempre accade ai suonatori suonati d’Italia, a tutti quelli che appunto non vedono e non sentono. E però nell’evidente rimpicciolimento per goffaggine della leadership di Di Maio c’è la prova che, se è difficile dar torto alla retorica dei 5 stelle, è ancora più difficile dar loro ragione visto che il presidente della squadra del Potenza, che ora è indagato per riciclaggio, qualche sospetto lo avrebbe dovuto far nascere persino a uno stolto cacasenno”. Non male come risultato – anche se non è il massimo del bon ton. Come del resto commentare l’insipienza del Nostro seduto sul water a mutande calate come testimonia una celebre star politica e televisiva che gli urla, secondo i suoi moduli, “studia, studia, studia”?

Insomma il bon ton si applica a fasi alterne cercando di venire in aiuto alla, per usare una metafora, deludente campagna elettorale il cui unico risultato si attesta nell’improvviso revival dei seniores che affossano da vecchie volpi l’inesperienza, la presunzione, l’incapacità dei giovani. Diventano così preponderanti i redivivi come nei più appassionanti film degli alieni di ‘a volte ritornano’
Coraggio! E’ necessario andare a votare. Comunque! Per non dimenticarci, specie i ‘pischelli’ direbbe Elsa Morante, che non si può esigere di vivere in democrazia senza esercitarne i diritti-doveri poiché, secondo la riflessione di Andrea Camilleri, di fronte a noi non abbiamo nemici ma avversari.

DIARIO IN PUBBLICO
Umani e animali: a voi l’ardua sentenza

Al di là del colpo di testa che il noto signore ha inferto al giornalista Rai, l’attenzione del popolo si sposta al solito su quella che il Sommo Poeta chiama “l’inguinaia”, cioè la zona che “dalla cintola in giù” interessa al popolo (?) italiano. Ormai anche una piccolissima frase di commento non va recepita se non è siglata da c….o oppure dalle sue appendici dette comunemente c….i. I ‘vaffa’ si sprecano e il buco posteriore è oggetto di complicatissimi traffici. Insomma i manganelli metaforici diventano l’arma del comando e non a caso nelle orride foto che documentano il pestaggio ostiense è proprio il manganello l’arma più terribile che insegue, frantuma, colpisce chi ormai ha già il naso rotto.

Ma cominciamo dall’alto. Come è a tutti noto Ferrara vanta una produzione di frutta straordinaria tra cui eccelle la pera. Ecco allora che la frase “At ciocch ‘na pera” non consiste nel gesto gentile di offrire un frutto, ma di mollare un cazzotto o ancor meglio una capocciata. Potenza della lingua che prevede e invera.
Al di là delle metafore e dei paralleli, in questo terribile momento che sta vivendo l’Occidente – ma non solo – il termine violenza si coniuga nelle più diverse accezioni. Si va da quella reale a quella verbale, a cui ci hanno abituato da tempo personaggi noti, politici o no. Le cosiddette ‘risse’ televisive o mediatiche fanno audience e determinano il comportamento sociale e individuale. Così come ormai alzare il dito medio è diventato scambio di saluto (una volta si faceva ‘ciao’ ‘ciao’ con la manina); perfino il gesto dell’ombrello immortalato dal grandissimo Alberto Sordi che lo indirizzava ai lavoratori è rifiutato perfino dai bimbi settenni, che lo trovano poco efficace. Così, nonostante la difficilissima scalata alla parità che le donne conducono ormai da un secolo e nella quale sembra – molto sembra – abbiano l’aiuto dei maschi avveduti e senzienti, il termine di paragone viene esplicitato dal ‘popolo’ come contrasto irrisolto tra pene e vagina. Di fronte agli abusi e ai femminicidi di giovani o non giovani donne sempre più il sussurro si fa grido e si conclude con un soddisfatto: “se l’è voluta”. Così come, assistendo alla trasmissione televisiva di Piazza Pulita, nel ‘dibbattito’ m’impressionavano non tanto le dichiarazioni terrificanti del leader di casa Pound di Ostia sulla vicenda del giornalista picchiato, quanto gli entusiastici battimani del pubblico che sottolineavano le sue più tremende dichiarazioni: veramente “da paura!”

Così ci avviamo alle elezioni nazionali e tra un anno e mezzo anche a quelle comunali. E il coraggio di testimoniare l’appartenenza e la scelta vien sempre meno quando si sente e si vede come crollano miti e persone. Nell’assistere alla puntata di ‘Fratelli di Crozza’ di venerdì 10 ci si rende conto a quale livello si è giunti. Dall’imponente rappresentazione dell’Aida con Radames-Berlu, all’impagabile De Luca, alla new entry Minniti, fino al classico Razzi, la compagine politica si è sciolta sotto i colpi inferti dalla satira come neve al sole. E sempre più ci si domanda: chi votare? Non c’entra nulla la disposizione ereditaria (sono di sinistra e non lo rinnego) ma qual è oggi la sinistra? Si può ancora mettere da parte i fatti e rivolgersi alle idee o in modo misurato anche alle ideologie?
Per fortuna nel panorama politico non tutto è da rifiutare. Penso a una figura come Emma Bonino, al suo radicalismo positivo, al modo e alla dignità con cui ha affrontato il cancro, al suo spendersi per i rifiutati.

E nel mio campo? Tra gli splendidi libri che ci regala la cultura ebraica, con i modesti risultati degli europei, con la mancanza di novità sostanziali di quelli italiani, mi sono imbattuto in un libro corrosivo che ho presentato alla Feltrinelli di Ferrara: ‘Pets. Come gli animali domestici hanno invaso le nostre case e i nostri cuori’, di Guido Guerzoni (Feltrinelli, 2017).
L’autore, come si esplicita nel risvolto di copertina, è un manager culturale che ora dirige il progetto del Museo M9 a Mestre, insegna alla Bocconi e già da tempo lo conoscevo in quanto spesso era di casa all’Istituto di Studi Rinascimentali. Il libro, rigorosissimo, basti vedere l’apparato delle note, vuol dimostrare con ironia e leggerezza la trasformazione del pet da animale di casa ad appendice della nostra vita sostituendo l’infanzia umana con quella animale. La straordinaria invenzione di Guerzoni consiste nel fatto che, mentre gli animali conquistano il loro ruolo umano, quest’ultimo si perde nella virtualità della tecnologia, assumendo il ruolo di avatar di sé stesso. Grandioso. Guerzoni sostiene che tutti gli strepitosi esempi e i racconti sono rigorosamente veri. E questo, come asserisce il cane dell’autore, Pioppo – presente in libreria, un bretone che come sostiene il suo ‘papà’ è un cane di origine ferrarese amatissimo dagli Estensi – produce la progressiva animalizzazione dell’uomo, che a questo punto per forza assumerà gli aspetti primordiali della sua specie (a proposito di capocciate), mentre agli umani pets sarà concesso un comportamento straniante. Si veda l’ultima legge fiorentina che impone agli accompagnatori degli animali di girare con bottiglia d’acqua in modo da poter immediatamente lavare le pipì dei propri ‘bimbi’ per strada. Ma loro come potranno ricambiare? Così: “Non tirare, camminare al fianco, tenere il passo, controllare l’aggressività, non molestare i passanti, non correre in mezzo alla strada inseguendo la palla, non finire sotto le macchine, non fuggire nei centri commerciali, stare buoni in passeggino, non inveire contro gli ospiti, comportarsi urbanamente con i propri simili, stare composti a tavola, non implorare il cibo, non sbavare, non sputare le medicine, non fare i propri bisogni sul pavimento, farsi lavare i denti, sopportare bagni e docce, non vomitare in pulmann, chiedere educatamente di uscire, rimanere soli senza lamentarsi, non mordere a casaccio, non fare i capricci, non essere gelosi, esprimere misuratamente i propri sentimenti, non tirare i fili, non danneggiare poltrone e sofà, non ingoiare solidi pericolosi, non ingerire sostanze tossiche, non lasciare la stanza in disordine, non abbandonare i giocattoli in mezzo al corridoio, non voler dormire a tutti i costi nel lettone con mamma e papà…” (p. 91).

Questo forse gli umani avrebbero voluto dai loro figli e di queste speranze e aspettative caricano i loro pets. Così le ministre debbono far rispettare la legge che impone che fino ai 13/14 anni i figli umani debbono essere accompagnati a scuola e il loro comportamento saggio passerà per forza ai loro fratelli pets.

DIARIO IN PUBBLICO
S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde

Trump, Putin, popular, populismo. Uno scoppiettio di labiali che sembrano trombe di guerra (o perrnacchie? A seconda dei casi).
Vorrei continuare a parlare di libri, ma è umano, necessario, doveroso osservare, sgomenti, non solo i venti di guerra ma le ragioni e le cause che li determinano.
Non essendo né politologo né tantomeno politico mi limito a registrare l’aspetto esteriore di chi agita il mondo e ne rispecchia la ‘faccia’. Con Trump sembrerebbe troppo facile: l’assurdità della pannocchia capillare, le labbra atteggiate a disprezzo, il sorrisetto da, direbbero i nonni, ‘me ne impipo’, il passo marzialetto. Tutto un mezzo e mezzo tra una figura che da tragica improvvisamente sembra divenire comica o viceversa. Ma la mossa del lancio dei missili gli è servita, eccome! Forse chi lo ha votato, freneticamente votato, troverà una giustificazione alle chiusure, ai mormorii anti Obama, alla paura per il diverso. Speriamo solo che col sorrisetto non ci mostri la solenne firma di una dichiarazione di guerra totale.
E lo zar Putin? Già se sbagli l’accento diventa Putìn, in ferrarese bambino come vorrebbe dimostrare la sua algida faccetta da bambino cattivo, e si potrebbe immaginare che a ogni parola si accompagni uno ‘sputacchino’ per il mondo e le sue sorti. Ma l’occhietto con lo sguardo a punta di spillo produce angoscia e livore. Lui ci pre-dice: ‘basta un clic e vedrete’.
Poi c’è l’orrore in persona. L’innominabile Assad dal collo di fenicottero e le labbruzze strette come se stesse meditando o facendo cose proibitissime. E le fa, le fa.
Questo è il trio che tiene in mano i destini di ciò che resta del mondo.

Poi i comprimari. Dal presidente cinese figurativamente ‘quasi’ normale d’aspetto, all’oscena, pericolosissima barzelletta del dittatore della Corea del Nord.
Se ci si ricovera in Europa, un’Europa oscillante, muta o gracchiante, che troviamo? Le giacchette sempre più rinnovantesi della Merkel in preda a furore di cambio (di colore), l’imponente lato b di Hollande che sale le scale con passo solenne, ma viene impietosamente ritratto di spalle. Il pericolosissimo Erdogan che gioca a palla con la testa forse pensando sia il mondo. Gli altri? Contorni.
E in Italia?
Beh, dovessi rifarmi alla rappresentazione più sarcastica premierei i ‘noiosos’ di Crozza: Padoan, Gentiloni, Mattarella. Tre persone di rilievo che interpretano una idea di politica seria, non eclatante, a cui non siamo più abituati.
Renzi sempre più panciuto e in preda alla gorgia della pronuncia rignanese; i baffi tremuli di d’Alema sempre più parlante con voce impostata da ‘so tutto mì’; la bavetta nera di Salvini; il collo di Berlusconi esibito dalla mancanza di camicia che sorregge un viso senza più occhi; i riccioli bianchi (e non d’oro) del Grillo parlante, l’accento di Bersani che pettina non certo i lama, ma nemmeno le pecorelle, e via via fino all’ultimo dei peones con trolley e zainetto.

Così sempre più trepidando torno alle sorti del libro: dei libri.
Se ho avuto il conforto di molte letture e commenti, certamente la situazione rimane immobile e senza possibilità di mutamento.
Da una parte mi si rimprovera un pessimismo che a fronte di alcuni risultati positivi della destinazione dei libri o di intere biblioteche specializzate non tiene poi conto della tragicità della situazione denunciata dagli articoli di Tomaso Montanari.
A conforto m’arriva questa mail di Salvatore Settis.
“Caro Gianni, leggo sempre quel che mi mandi, e di solito non ti disturbo rispondendoti. Stavolta sì, perché sono in Usa per un paio di mesi, e fra le cose che ho visto in questo Paese dilaniato dalla presidenza Trump c’è uno slogan che gira fra universitari etc., rimaneggiando quelli di Trump. Questo: Make America read again!
Se gli americani avessero letto (in media) di più, non avremmo un presidente come Trump… Un carissimo saluto, S.”
Una risposta che mi conforta, ma che mi preoccupa ancor di più.
Non è che non ci sia spazio per ricoverare le biblioteche: questo è un problema collaterale. Il vero, inaudito fatto è che non si legge.
In questi giorni mi sono recato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, accolto da Lina Bolzoni e accompagnato dal dottor Spinelli, direttore della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Rappresentiamo la giunta esecutiva, assieme a Ernesto Ferrero, del Comitato per la celebrazione dell’Orlando furioso 1516. Passeggiando per le nobili sale del Palazzo dei Cavalieri, sede della Normale, rivedendo luoghi che alla bellezza accompagnano la sapienza – le due formule che foscolianamente sono rimedio unico ai mali – progettavamo i nostri impegni futuri, quando sia Bolzoni sia Spinelli arriveranno a scadenza dei loro incarichi istituzionali. Sia Lina che io domandiamo a Spinelli se sarà protratta la sua permanenza all’Ariostea in quanto l’anno prossimo il direttore andrà in pensione. Siamo così informati che non solo non si parla ancora di bando di concorso, ma che un silenzio assoluto permea la scelta. Improvvisamente mi si spalanca un dubbio: che anche l’Ariostea diventi una tra le destinazioni museali e venga ‘ricoverata’ sotto un Museo? E con Bolzoni si pensava quale patrimonio rappresentino le favolose raccolte dell’Ariostea per la nostra storia e per il nostro presente. E soprattutto quanta dedizione, competenza qualità l’attuale direttore abbia profuso nel mantenerle e nel divulgarle.
Siano consapevoli i nostri amministratori che la grandezza di Ferrara non è solo il Castello o il Palazzo dei Diamanti o Schifanoia ma le carte, i libri, che la nostra meravigliosa Biblioteca ospita e da cui s’irraggia quella sapienza che, come riporta Settis, è perduta o dimenticata da chi non legge.

DIARIO IN PUBBLICO
Dimmi come si veste e ti dirò cosa vota. Moda e politica

Le guardo pensoso mentre coloro che le detengono s’aggiustano riccioli e cernecchi. Tutti attenti al passo mentre infilano la porta delle rispettive sedi di partito o movimento: si voltano di scatto e mostrano con sapiente noncuranza facce sorprese e un po’ annoiate. Nella ‘postura’ grande importanza ha lo zainetto portato preferibilmente su una spalla, mentre per magistrati, avvocati e politici legati al diritto e alla legge i media inquadrano la borsa di pelle rigorosamente usurata e assai gonfia. In leggero calo lo sciarpone annodato in molteplici giri (immutabile al collo di Brunetta o di qualche Cinque Stelle di secondo grado). Le facce quasi sempre rigorosamente sporche di barba, che non dovrebbe superare i tre o quattro giorni, evidentissima metafora di uno sprezzo per il viso nudo ormai  appannaggio solo del Presidente della Repubblica. Inoltre si sposa con evidente simmetria al ricciolo scomposto o al cranio perfettamente lucido, antitesi della barba incolta. Ormai detentore del copyright il critico-politico che con un secco colpo della mano s’aggiusta la chioma imbiancata, ma pur sempre fluente.
E mentre corro a rileggermi nelle “Operette morali” il dialogo di Giacomo tra la Moda e la Morte entrambe “figlie della caducità” ripenso a questo straordinario pensiero che fa della moda, anche in politica, una necessità:

“Moda. Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali.[corsivo mio] Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno”.

Avrebbe del miracoloso questo elenco di ciò che la moda può, se non sapessimo che quasi sempre la poesia antivede la verità e la consegna al futuro.
Va da sé dunque che la faccia alla moda deve essere necessario complemento del fare del politico in quanto, specie ora nell’età del vedere, chi ti guarda deve ri-conoscersi. Una resilienza, se si vuole usare questo termine così abbondantemente frainteso, che induce il politico a dare di sé un’immagine positiva. Ecco allora che il vestirsi in un certo modo (e tutti noi sappiamo bene come l’immagine di Renzi sia stata dettata da sarti fiorentini che gli hanno ‘cucito addosso’ un’immagine positivamente corretta di un’eleganza borghese, lontana sia dal casual praticato dal suo avversario più temuto, Beppe Grillo, sia dall’uniforme ormai abusata del politico prima Repubblica) rappresenti un’idea del fare politica; perfino un’ideologia.
Certo la scoperta della camicia bianca con manica arrotolata, allegoria assai scontata del proverbio “rimbocchiamoci le maniche”, proviene da un ben più importante uomo politico: quel Barack Obama di cui si è sempre messo in luce il significato metaforico della gestualità, della postura, dell’abbigliamento.
Il gesto meccanico dei politici che quando escono dalla macchina immediatamente s’allacciano il bottone della giacca risulta negativo quando vengono ripresi sul lato B che di solito risulta stazzonato e a volte singolarmente respingente, come per Hollande dotato di una protuberanza quasi imbarazzante.
Il colpo di genio è stato però quello di Angela Merkel che si è inventata un’uniforme a cui adatta anche l’espressione del viso. La qualità dei colori delle giacchette ‘merkelliane’ è risultato vincente in qualsiasi occasione pubblica. Quasi concorrenziale all’elegantissima divisa di scena, su un’idea di Giorgio Armani, adottata dalla nostra Lilli Gruber.

Tuttavia il più condizionante adeguamento della politica alla Moda, leopardianamente concepita, si ha con l’adozione tra le più giovani signore in politica del tacco 12, che porta a ciò che il poeta di Recanati chiama “storpiare la gente colle calzature snelle”. Il durissimo adeguarsi a una moda che richiede sacrificio intenso porta sul volto delle politicanti, dopo i lunghissimi tempi di indossatura di simili strumenti, una piega di dolore, una vacuità degli occhi, un tic che rimpicciolisce le labbra e una smorfia finale che viene finalmente espressa e intesa come condanna e disprezzo accompagnati talvolta da un pensoso scuoter di capo.
E’ vero poi che nel secolo scorso l’intuizione leopardiana si sposta sul binomio moda-modernità. E al proposito si pensi al fondamentale saggio di Walter Benjamin “Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’epoca del capitalismo”, che ora è possibile leggere nell’e-book edito da Neri Pozza. In questo saggio la moda diventa il corrispettivo della modernità cioè, come è stato autorevolmente sostenuto, che attraverso la premonizione del “Dialogo della Moda e della Morte” si arriva a, cito, “una dimensione della cosa come vessazione”, un paradigma della modernità. E come tale corre e si consuma con la velocità stessa del presente.

Sarebbe dunque corretto che il discorso leopardiano si attui nella politica, nella ‘modernità’ della politica.
Tra barbe incolte, crani lucidi e boccoli scomposti s’incornicia il volto della politica al maschile. Tra fluenti capigliatura e tacco 12 quello delle signore della politica.
Comunque se ne pensi è evidente che la Moda è non solo condizionante, ma necessaria all’esercizio della politica.
Sta poi ai miei 25 lettori applicarne i paradigmi ai politici e agli amministratori che conosce.

Il 2016 finisce, mentre gli italiani finalmente si ridestano

Il 2016 si chiude all’insegna dell’ottimismo. In fondo abbiamo gli stessi problemi che avevamo a fine 2015, ma questa volta ci sono chiari segnali che il 2017 sarà diverso.
La sentenza 275 della Corte Costituzionale in merito a una controversia tra Regione Abruzzo e Provincia di Pescara, relativamente al servizio di trasporto scolastico dei disabili, ha riconosciuto che è un diritto inviolabile e da tutelare, e a prescindere dall’art. 81 che prevede l’equilibrio di bilancio. Un po’ come dire che la vita reale, in questo caso il diritto allo studio di ragazzi disabili, ottiene un piccolo successo sui fogli di bilancio.
Poi il governo mette 20 miliardi per la difesa delle banche e quindi dei risparmiatori. Anche qui una piccola vittoria di chi ha sempre sostenuto che solo un intervento statale e solo delle garanzie statali possano tenere a galla le nostre banche già virtualmente tutte fallite. E anche, come dire, che le regole volute dall’Europa sull’Unione Bancaria sono un elemento di instabilità per i sistemi bancari e qui abbiamo fatto né più né meno di quello che normalmente fa la Germania con il suo 58% di banche pubbliche.

Abbiamo parlato più volte della grande novità rappresentata da Brexit e dall’elezione di Trump negli Stati Uniti. Ovvero della presa di coscienza da parte degli elettori, dei cittadini, che l’unico modo per cambiare qualcosa nel declino costante degli ultimi decenni della classe media e medio – bassa era quello di cambiare, appunto. E cambiare a costo anche dell’ignoto e di mettersi nelle mani di un personaggio particolare come Trump che è stato però ritenuto più valido di una Clinton, che invece rappresentava la strada della continuità. Insomma un desiderio così grande di cambiamento che neppure la campagna elettorale pro Clinton di televisioni e giornali di regime era bastata a frenare.
In Italia ha vinto poi il no al referendum sulle riforme costituzionali. La gente ha detto no perché si è accorta che non era vero che il sì avrebbe portato ad un cambiamento, che i suoi interessi non coincidevano più con quelli del governo. E ha detto no proprio a quel governo di Matteo Renzi e della Elena Boschi, fiduciosi nel fatto che avrebbero mantenuto la promessa di lasciare la politica in caso di sconfitta. E’ stato un voto contro le riforme costituzionali ma soprattutto contro di loro e di tutto il Pd.
Invece l’arroganza di questi geni della politica è andata oltre ogni aspettativa e Renzi si è tenuto stretto il posto di Segretario del Pd e inizia la sua rimonta dopo aver concordato con Mattarella il nuovo governo Gentiloni, mentre la Boschi viene promossa a Sottosegretario alla presidenza del consiglio. Abbiamo poi la parlamentare del Pd Fedeli, che aveva dichiarato si sarebbe dimessa da parlamentare ed è invece diventata Ministro dell’istruzione, sembra senza nemmeno un diploma verificabile. Franceschini aveva invece dichiarato “questo governo nasce per fare le riforme se non si fanno è giusto vada a casa”, anche lui rimane ben saldo alla sedia di ministro.

Ora è un fatto che per cinque anni, dal 2011 e precisamente dal governo Monti, si sono prese decisioni pesanti per i cittadini. Decisioni che hanno visto come conseguenza aziende chiudere, lavoro e tutele diminuire, interessi stranieri prendere il sopravvento, abbiamo persino ceduto alla Francia porzioni di mare dopo che è risultato chiaro il danno che ci ha apportato in Libia con l’inizio dei bombardamenti (a cui misteriosamente abbiamo poi anche partecipato!).
E tutto questo sempre per il nostro bene, ma alla fine dopo aver fatto tutti i sacrifici che ci sono stati richiesti, siamo tutti più poveri, si alza il numero di quelli che lo è già, sappiamo che avremo pensioni ridicole e dopo i 70 anni, che siamo costretti a tenerci i figli a casa sempre di più o a mandarli in Germania per 400 euro al mese.
Ma tutto questo, insieme alla sentenza delle Corte Costituzionale e dei 20 miliardi per le banche con cui abbiamo iniziato l’articolo, è molto positivo. Perché le persone che avevano cominciato a capire quanto i nostri politici fossero lontano dai nostri interessi adesso non possono più avere dubbi. Le menzogne sono troppe e i fatti sono quello che sono, basta volerli vedere e oramai, con le ultime scelte di riproporre un governo fotocopia che facesse le stesse cose di quello precedente, con gli stessi ministri più qualcuno promosso non può più essere non visto.

Ministri senza una laurea e adesso senza nemmeno un diploma, mentitori seriali che fino a ora abbiamo accettato convinti di non avere scelta ci pongono di fronte all’effetto Trump e alle prossime elezioni senza la paura del diverso, del cambiamento. Perché adesso conosciamo il vero volto di chi ci sta governando e di quanto siano disposti a mentire per rimanere ai loro posti di comando. Se solo avessimo una stampa decente questi aspetti verrebbero rimarcati continuamente, invece tra poco Renzi e company saranno chiamati nei Talk Show che tenderanno a far dimenticare il tutto.
In un mondo perfetto vorremmo vedere l’Annunziata o la Gruber richiamare la Boschi e Renzi e chieder loro per la durata della trasmissione perché hanno mentito agli italiani e come intendono riparare, ma allora non saremmo al 77° posto per libertà di stampa, quindi dobbiamo fare da noi.
Ma se servivano Renzi e la Boschi e il nuovo Ministro Fedeli e le dichiarazioni di Franceschini per rendere evidente le falsità di chi ci ha nutrito di solgan per anni anche per chi fino ad adesso non aveva ancora messo a fuoco, allora grazie Renzi, Boschi, Fedeli e Franceschini.

…Lei non sa chi sono io!

di Lorenzo Bissi

Gaber è sempre Gaber…

“E’ nata così la famosa democrazia rappresentativa, che dopo alcune geniali modifiche, fa si che tu deleghi un partito, che sceglie una coalizione, che sceglie un candidato, che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni. E che se lo incontri, ti dice giustamente: “Lei non sa chi sono io”.”
Giorgio Gaber

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I nuovi mostri

Halloween, la notte delle streghe, parliamo di mostri e di paurosi pensieri. Domanda: qualcuno si ricorda quali erano i mostri classici del passato?
Io, che sono ormai stagionato, ricordo con un certo rimpianto gente come Dracula, Frankenstein, l’uomo lupo, la mummia, la creatura della palude… Bei tempi!
Tempi in cui il mostro faceva il mostro; tempi in cui chi era cattivo lo era per davvero e nessuno l’avrebbe dubitato, del resto lo prevedeva pure il contratto: “Io uomo lupo dichiaro di essere un mostro in piena regola, zanne e artigli compresi. Dichiaro che, se ne avrò l’opportunità, inseguirò, sevizierò e divorerò le mie vittime senza pietà e rimorso, ululando, ringhiando e facendomi subito riconoscere per quello che sono: un mostro! Dichiaro inoltre che non ingannerò nessuno facendomi credere buono, che non racconterò frottole su ciò che faccio. Che non mi farò eleggere da chicchessia per poi cambiare partito come si fa con le mutande. Ma soprattutto che non cercherò mai di cambiare la Costituzione a mio esclusivo vantaggio. Lo giuro.
Adesso, lo devo dire, non si sa più a che mostro votarsi!
Sì perché i mostri di oggi sono tutti uguali, si fanno eleggere, dicono e promettono tutti le stesse cose per fare il contrario dopo, fanno i buoni poi ti fregano… e il bello è che non fanno nemmeno paura!
Che diamine! Un mostro deve far paura sennò che mostro è?
Questi fanno solo rabbia…

luciano-gallino

Schiavi del profitto. Gallino: “Andiamo verso una democrazia autoritaria”

In questi anni di crisi Luciano Gallino, uno dei sociologi italiani più autorevoli, ha pubblicato almeno tre libri importanti per comprendere la genesi del problema, la sua evoluzione i possibili sviluppi e le strategie per uscirne senza perdere pezzi significativi di democrazia: “Con i soldi degli altri” (2009), “Finanzcapitalismo” (2011), “Il colpo di Stato di banche e governi” (2013). Nel primo ha messo in risalto gli attori che gestiscono i risparmi di milioni di persone e i meccanismi che consentono loro di investirli sistematicamente in base all’unico criterio guida della massimizzazione a breve termine del rendimento finanziario. Nel secondo ha descritto la mega-macchina finanziaria, di estensione planetaria e capillarmente diffusa in ogni sistema sociale, finalizzata a massimizzare il valore estraibile dagli esseri umani e dagli ecosistemi, attraverso la quale il denaro viene impiegato, investito e fatto circolare sui mercati, allo scopo di produrre una quantità ancora maggiore di danaro, in un crescendo patologico sempre più fuori controllo. Nel terzo ha descritto il processo attraverso il quale siamo arrivati al tracollo finanziario di questi anni, dimostrando come esso non sia derivato da un incidente del sistema né sia stato prodotto dal debito pubblico che gli Stati avrebbero accumulato per sostenere una spesa sociale eccessiva, ma sia stato causato dall’ostinato perseguimento dell’accumulazione finanziaria ad ogni costo, per altro sostenuta da una lunga serie di decisioni politiche.
In tutti i testi Gallino non mancava di proporre strategie, suggerire “riforme impossibili ma necessarie”, ricercare e proporre “politiche anti-crisi”.

Professore, nel 2013 lei pubblicava “Il colpo di Stato di banche e governi”. Il quadro è ancora lo stesso o si scorgono dopo due anni segni di cambiamento?
La situazione rimane quella descritta nel testo. Non c’è stata nessuna iniziativa concreta da parte dei governi per porre fine alle attività delle banche che hanno causato la crisi; anzi, ci sono le premesse perché la crisi finanziaria possa ritornare. Oggi, e malgrado il monito di quel che è successo, l’ammontare dei derivati è dell’ordine dei quadrilioni di dollari, cifre talmente grandi da essere inconcepibili. Comunque enormemente superiori alla somma dei Pil di tutti i Paesi. Nulla è stato fatto per rivedere le teorie economiche neoliberali. Nulla per riportare la finanza al servizio dell’economia
Poco o nulla per creare occupazione mentre il lavoro sta scomparendo.

Lei sostiene che è l’occupazione che genera sviluppo e non il contrario. Che prospettive vede per il lavoro in Italia? 
Le previsioni non sono rosee e in Italia anche peggiori che in altri Paesi. La base produttiva italiana è crollata da oltre 30 anni, le imprese chiuse, privatizzate, vendute o spesso svendute, scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo. Non esiste da tempo nessuna seria politica industriale e i governi non sembrano averne cognizione. Dopo le frettolose privatizzazioni avviate negli anni ’90, ad esempio quella dell’Iri, la privatizzazione delle banche, nulla è stato fatto per riparare o orientare un sistema cambiato; è notizia di questi giorni la vendita di Pirelli, oggi quella di Breda Ferroviaria, la compagnia di bandiera appartiene ad altri, mentre Fiat è praticamente emigrata.
In queste condizioni è molto difficile pensare di risalire la china.

Lo Stato sociale, come lei afferma, è un’invenzione politica senza precedenti in base al quale la società intera si assume la responsabilità economica e sociale per ciascun singolo individuo, quale che sia la sua posizione e i mezzi che possiede. Da anni questa istituzione è sotto attacco da parte di forze che mirano a smantellarlo. Cosa succederà nel futuro prossimo?
Il rischio è quello di peggiorare ulteriormente, continuando a tagliare i servizi sanitari e sociali e quindi a far pagare la crisi ai soggetti che non l’hanno causata, come impiegati, operai, pensionati, famiglie, piccole imprese. Tutti soggetti che finora hanno da soli pagato il prezzo di una crisi di cui non sono responsabili. In più, in Italia, sono stati fatti tagli anche laddove le cifre non li sostenevano, usando i dati in modo scorretto; si è speculato usando erroneamente i numeri per sostenere molti tagli. Un caso lampante è quello delle pensioni i cui costi sono stati usati a torto per dimostrare l’insostenibilità della spesa pubblica.

Siamo forse alla fine della democrazia? Cosa possono fare i cittadini per affrontare questo stato di cose?
Sul versante positivo si nota un aumento del numero di persone che, a prescindere da appartenenze politiche, ideologie, posizioni sociali, non sono convinte, hanno capito che i governi non stanno facendo ciò che sarebbe bene fare. Si tratta di una pluralità di soggetti che dovrebbe trovare un punto di raccolta, una rappresentanza, un’unità d’intenti.
A fronte di questo attivismo i sondaggi danno però una percentuale di astensione altissima oltre il 40% e, in tale situazione, una piccola frazione di elettori esprimerebbe il governo dello Stato. Una situazione davvero inquietante per la democrazia rappresentativa anche se non è solo un problema italiano.
Infine i governi hanno premiato e premiano le banche, hanno immobilizzato per salvarle enormi capitali (4,5 trilioni di euro); si sono inventati uno stato di eccezione e hanno messo tutti a tirare la cinghia.
E’ la fine della democrazia come la conosciamo, quando potenti come la Merkel e la presidente del Fondo monetario internazionale ritengono che la democrazia vada bene solo se riesce ad andare d’accordo con il sistema d mercato. Si richiede in altre parole di mutilare la democrazia per renderla conforma al mercato piuttosto che adattare questo (che va bene ed è rispettabilissimo a certe condizioni) a quella. In queste condizioni andiamo verso una democrazia autoritaria.

In questo contesto, i politici italiani hanno agito come hanno agito per  calcolo politico, per strategia, per scarsa conoscenza o altro?
I politici, si sono caratterizzati, mediamente, per una forte commistione tra due fattori:  da un lato l’ignoranza di cosa è avvenuto, di cosa ha causato la crisi, del funzionamento del mondo finanziario, della globalizzazione e del suo significato. Dall’altro l’identificazione con l’ideologia liberista in base alla quale si pensa che i mercati risolvano tutto.

La situazione appare piuttosto inquietante: spostiamoci avanti di qualche anno, nel 2020: cosa possiamo immaginare?
Non mi piace guardare nella sfera di cristallo perché credo che il futuro si costruisce, si debba costruire. Potrebbe nascere qualcosa di buono se si sviluppa un nuovo soggetto collettivo, un nuovo partito, qualcosa insomma che accetti la sfida e raccolga le istanze di quanti sono stati deprivati dalla crisi non avendone causa.
Grecia e Spagna possono essere un esempio con Tsipras e Polemos, insieme al movimento nascente portoghese, tutti affiancati da eccellenti economisti e in grado, si spera, di contrattare seriamente con l’Europa.
O si cambia o si rischia moltissimo. Dobbiamo impegnarci per cambiare. Nel mio piccolo, come intellettuale m’impegno a scrivere per spiegare cosa è successo, da dove nasce la crisi; e per proporre qualche soluzione.

E Luciano Gallino è un intellettuale vero, uno di quelli che ricercano e mettono insieme i pezzi disorganizzati e frammentati della società; uno che coordina fatti lontani e ci restituisce un quadro coerente ristabilendo la logica dove sembravano regnare la follia e l’arbitrarietà più spietata. Una voce lucida quanto mai necessaria, in anni in cui la voce della coscienza critica si è offuscata fino a sparire per lasciar posto agli strilli e alle opinioni di personaggi di dubbio spessore e moralità.

masaccio

Italia corrotta, il cattivo esempio da politici e vip senza vergogna

(pubblicato il 26 febbraio 2014)

Il termine vergogna viene dal latino ‘vereri’: provare un sentimento di timore religioso o di rispetto. La vergogna è rappresentata nella pittura con il gesto del nascondimento. L’immagine classica è quella di Adamo che si copre con le mani il viso, mentre è cacciato dal Paradiso assieme a Eva: la troviamo nella Cappella Brancacci a Firenze dipinta dal Masaccio.
Insomma chi prova questo stato emotivo abbassa gli occhi, cerca di sfuggire il contatto, si nasconde. Un passaggio ulteriore del discorso sulla vergogna è registrarne il carattere di emozione fortemente sociale e relazionale. E la conseguenza più lacerante di questo stato d’animo è la perdita di autostima, perché entra in crisi la propria immagine davanti agli altri.
Se queste considerazioni sono fondate, la presenza o l’assenza di vergogna rappresenta un fattore cruciale per comprendere la qualità dell’ethos pubblico di una società. Senza moralismi e piagnistei proviamo a chiederci perché in Italia da alcuni decenni l’uomo pubblico (politico, imprenditore, manager, calciatore, attore…) non prova vergogna se colto in flagrante come responsabile di reati gravi quali la corruzione e l’evasione fiscale. Evidentemente, non scatta una adeguata reazione sociale di respingimento e condanna perché la società è disposta a transigere e a ‘comprendere-giustificare’.
Perché? Ecco la domanda che ci facciamo in tanti. Sarebbe necessario un lavoro di ricerca interdisciplinare (storia, antropologia, psicologia sociale) per andare in profondità nell’individuare le cause di una vera e propria anestetizzazione dell’opinione pubblica rispetto a questi mali.
Niente più ci scuote. Il rapporto della Commissione europea che ci attribuisce il 50% della corruzione nei paesi dell’Unione, invece di farci vergognare e costringere il governo e il Parlamento a mettere in cima all’agenda politica tale emergenza, è stato rapidamente archiviato dalla classe politica e accolto con indifferenza dall’opinione pubblica. Eppure i connubi a cui rinvia l’evocazione di questo cancro vanno al cuore del funzionamento delle Istituzioni, della società e del mercato: politica e affari, politica e criminalità, affari-politica-imprese-pubblica amministrazione. Altro che moralismo! E’ centrale questione politica che attiene alla credibilità del nostro Paese in Europa e nel mondo.
Perché nessun partito politico fa sua questa emergenza? Gli annunci di rivoluzione (anche dell’attuale governo Renzi) riguardano tutti i campi, dal mercato del lavoro alla burocrazia, ma nessuno propone leggi severe contro i corrotti e i corruttori! Nel tempo dei sondaggi e del ‘mercato politico’ è logico pensare che se portasse consenso lo farebbero.
Allora sorgono spontanee alcune domande inquietanti. E’ perché il proprio elettorato di riferimento non sarebbe d’accordo? E’ perché il tema è minoritario fra l’opinione pubblica? E’ perché la corruzione è ormai parte del normale funzionamento della vita produttiva, politica e amministrativa? E’ perché si è smarrita la differenza tra ciò che è dovuto come diritto e ciò che è frutto di atti contro il rispetto delle regole e della legalità? E’ perché la rete degli scambi irregolari si è fatta talmente molecolare e capillare da costituire la base su cui si regge l’equilibrio del sistema? E’ perché il lavoro in nero, l’illegalità, l’evasione fiscale sono ormai fenomeni di massa non sradicabili? Ovviamente queste domande scomode sono retoriche, perché la mia risposta è sì a ciascuna di esse. Ogni ‘grande’ male (e la corruzione lo è…) per poter diventare tale deve contare su una larga complicità e connivenza. Senza individuare questo ‘basso continuo’ si corre il rischio di guardare il problema da lontano, come se fosse estraneo a noi e alle nostre cattive pratiche. Questa pista di ricerca non è certo consolatoria, ma ci aiuta a capire perché da Tangentopoli ad oggi la corruzione è aumentata e non diminuita.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

Politici e statisti

georges-pompidou
Georges Pompidou

Un uomo di stato è un politico che dona se stesso al servizio della nazione. Un politico è un uomo di stato che pone la nazione al suo servizio. (Georges Pompidou)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

L’APPUNTAMENTO
Giudici e politici: oggi in Ariostea il potere sul banco degli imputati

Politici e magistrati. Ecco i soggetti protagonisti del dibattito in programma questo pomeriggio alle 17 alla sala Agnelli della biblioteca Ariostea. A parlarne sarà un battagliero giudice, sollecitato dagli interrogativi e dalle considerazioni di un esperto giornalista. Ospiti dell’odierno appuntamento organizzato da Ferraraitalia nell’ambito del ciclo “Chiavi di lettura, opinioni a confronto sull’attualità” sono Leonardo Grassi presidente di sezione della Corte d’Assise d’appello del tribunale di Bologna, che in passato si è occupato fra gli altri dei casi giudiziari relativi alle stragi dell’Italicus e della stazione di Bologna. Accanto a lui Gian Pietro Testa, inviato speciale del Giorno negli anni Settanta, poi all’Unità, ad Avvenimenti, direttore del quotidiano napoletano Senza prezzo, direttore dell’emittente televisiva Ntv, scrittore e poeta, con un ampio bagaglio di conoscenze relative agli anni di piombo e alle stragi di Stato. Si preannuncia un interessantissimo confronto, introdotto e moderato dal nostro Andrea Vincenzi.

Giovanni Bianchi: una politica che insegue gli applausi, una società governata dai mercati

bianchi
Giovanni Bianchi

Giovanni Bianchi è stato presidente del Partito Popolare Italiano dal 1994, deputato per tre legislature, è stato artefice dell’alleanza dell’Ulivo e relatore della legge per la cancellazione del debito pubblico dei paesi del terzo mondo. Presidente delle Acli dal 1987 al 1994, è tra i fondatori dei Circoli Dossetti. Vi proponiamo una conversazione con lui sulla politica e sulle politiche che servirebbero oggi nel difficile frangente che sta attraversando l’Italia.

Professor Bianchi, viviamo in un periodo di grandi e drammatici cambiamenti. Qual’è l’attuale ruolo della politica in Italia e quale dovrebbe essere a suo parere?
Un gruppo di giovani sociologhe americane ha coniato il verbo ‘surfare’ per dar conto delle politiche in atto. La metafora (ovviamente veloce) indica l’atto di chi su una tavoletta sa stare in equilibrio sulle immense onde dell’oceano. Dunque non sarà il caso per lo spericolato atleta politico, tutto preso dalla difficoltà e dalle vertigini dell’esercizio, di porsi troppi interrogativi sulla natura del moto ondoso, né sul grado di salinità dell’acqua.
E se vogliamo continuare a viaggiare per metafore, con l’intento di sistemarle all’interno di una mappa delle politiche odierne, volendo dare a ciascuno il suo, è opportuno ricordare che la metafora della ‘società liquida’ discende da Zygmunt Bauman, che alla società liquida corrisponde la politica senza fondamenti (Mario Tronti) e perfino la cosiddetta anti-politica, il cui confine è da sempre poroso, ossia percorribile nei due sensi: dalla politica all’antipolitica e dall’anti alla politica (Hannah Arendt).
Si può anche utilmente aggiungere che alla società liquida fanno riferimento i partiti ‘gassosi’ (Cacciari) ai quali corrisponde il dispiegarsi di politiche in confezione pubblicitaria, nel senso che evitano la critica del prodotto da piazzare e hanno progressivamente sostituito la propaganda politica di un tempo per veicolare il messaggio pubblicitario utile a suscitare non tanto senso di appartenenza, quanto piuttosto un’emozione imparentata con il tifo sportivo (Ilvo Diamanti).
Visibilmente la nostra bella penisola non è circondata dall’oceano, ma da mari (in parte) storicamente domestici; eppure i surfisti popolano – incontenibilità della globalizzazione mediatica – anche le nostre spiagge politiche.
Ma c’è di più: nel giro di otto anni la società liquida ha liquefatto ovunque l’ascensore sociale. E basta avere la pazienza di leggere le 928 pagine dell’edizione italiana de “Il capitale nel XXI secolo” di Piketty per rendersi conto di come la liquidità si sia raggrumata in una struttura castale (Dossetti), disponendosi intorno al comando dei gruppi di potere che detengono le nuove rendite patrimoniali e orientano il capitale finanziario.
Quel che dunque manca in queste politiche è soprattutto un punto di vista condiviso dal quale osservare la realtà, anzi ci imbattiamo in una condizione inedita nella quale i conti prima che con la realtà vengono fatti con la sua rappresentazione. La rappresentazione cioè ha riassunto in sé il mondo intero e le politiche chiamate a descriverlo (e sempre meno a cambiarlo). Stava infatti scritto nel Manifesto del 1848: “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”.
Ma sarebbe fuori strada chi pensasse che il problema sia solo ed essenzialmente teorico. È invece anzitutto, come sempre quando si parla di politica, un problema urgentemente pratico. Ha ragione papa Francesco quando afferma che i fatti valgono più delle idee. Ed è sempre papa Francesco ad avvertirci di evitare l’eccesso diagnostico, perché anche di sola diagnosi si muore. Riusciamo cioè a prescriverci ogni volta, dopo la diagnosi, almeno un’aspirina?
In effetti – oramai dovrebbero averlo capito tutti – siamo governati dai gruppi di potere finanziario e dalle multinazionali: quella che si potrebbe definire ‘governance dei mercati’. I mercati però non sono in grado di governare se stessi. Le banche sono globali finché godono di buona salute e ritornano nei confini statali quando rischiano di morire. Lo schema è antico e collaudatissimo: profitti globali e perdite (e ricostituenti) nazionali. La grande crisi americana del 2008, innescata da Lehman Brothers, è un paradigma che non cessa di funzionare.
Non esistono tuttavia grandi vecchi o burattinai globali. Nessuna visione complottista aiuta intendere i problemi. Ma questa constatazione complica ulteriormente le cose e dice quanto sia difficile governarle.
Vaso di coccio tra altri più robusti, la politica italiana si muove nella tensione tra i due poli di governabilità e democrazia. Con due evidenze: che una democrazia senza governabilità perisce e che il massimo della governabilità può coincidere con il minimo della democrazia. Per questo le nostre politiche hanno urgente bisogno di costituire visibilmente i rispettivi punti di vista e di organizzarli: dal momento che un pensiero politico è tale solo quando viene organizzato. Il ritardo è preoccupante, perché dalla caduta del muro di Berlino noi siamo l’unico Paese al mondo ad avere azzerato tutto il precedente sistema dei partiti di massa.
Non necessariamente quei partiti vanno ricostituiti, ma un progetto politico non organizzato è destinato alla precarietà delle liste elettorali che danzano una sola estate. Soltanto riproponendo un progetto politico organizzato e condiviso (e insieme una credibile etica di cittadinanza) la transizione infinita potrà terminare. Con l’avvertenza di collocare la democrazia tra i beni comuni, insieme all’energia e a un’ecologia integrale.

Lei ha maturato una lunga carriera politica. Che caratteristiche dovrebbe avere un buon politico italiano per essere protagonista positivo in questo periodo travagliato?
Penso che tra le virtù di un buon politico italiano dovrebbe esserci il coraggio di andare controcorrente. Lo spirito critico è un modo per prendere le distanze dallo spirito del tempo, che non ha l’abitudine di interrogarsi sulla propria bontà. Mi stupisce ogni volta assistere alle esibizioni di personaggi che dichiarano di procedere ‘senza se e senza ma’. Continuo a pensare che i se e i ma sollecitino la riflessione, che dovrebbe distendersi ogni volta prima della decisione. Il buon chirurgo non perde tempo con le risonanze magnetiche e le Tac: intende, invece, avere chiaro il quadro prima di un intervento.
In secondo luogo il buon politico dovrebbe tornare a frequentare il territorio, più degli studi televisivi. Pochi in Italia immaginano le fatiche che un candidato statunitense si sobbarca durante le primarie. Di Hillary Clinton si diceva che non ci fosse piastrella dello Stato di New York che non avesse calcato con i suoi tacchi.
I vizi dei politici sono pressappoco i medesimi in tutto il mondo globalizzato. I ritmi e in certi casi l’involuzione della politica italiana fanno sì che i nostri politici privilegino i rapporti di corrente e i legami con il proliferare dei ‘cerchi magici’, rispetto al dialogo con l’elettorato di collegi che di fatto hanno cessato di esistere. Il vizio principale dei politici italiani in questa fase è privilegiare la scia (e gli applausi) alle diverse leadership, piuttosto che l’ascolto e la cura degli elettori. Non si tratta di trasformarsi in populisti (già fatto): basterebbe praticare un ascolto intelligente.
Il buon democratico sa ascoltare e soprattutto si informa, non soltanto facendosi passare i dati dagli esperti, ma entrando nel vissuto dei problemi. Ci sono avvenimenti e questioni che non si intendono se non in presa diretta.

Negli ultimi decenni sono state rivolte notevoli critiche alla nostra Costituzione. Lei ritiene che sia ancora un fondamento valido per la democrazia italiana?
Tutte le Costituzioni sono fatte per complicare le cose piuttosto che per semplificarle. Perché il loro compito è garantire e bilanciare i diversi poteri, a partire da quello esecutivo. In secondo luogo per mettere mano a una riforma costituzionale è necessario ci sia nel Paese e nei corpi legislativi uno spirito costituente: non si tratta, infatti, di ingegnerie di breve periodo e corto respiro. Basterebbe informarsi sul lungo processo di gestazione della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che funziona da secoli e che prevede perfino la data delle elezioni presidenziali.
Personalmente condivido le critiche al bicameralismo perfetto, introdotto nel testo per le reciproche diffidenze che caratterizzarono nella Costituente e nel Paese i rapporti tra le due maggiori forze politiche: la Dc e il Pci.
Intesa complessivamente la nostra Costituzione è figlia della guerra e della Resistenza. Ma è anche figlia di un clima generale che si respirava all’Onu, a Bretton Woods, e che ritroviamo nei famosi cinque punti del discorso al Congresso americano del presidente Roosevelt.
Il verbo più bello del testo, “l’Italia ripudia la guerra”, sarebbe stato introvabile e impensabile al di fuori di questo clima. Il tenore del nostro testo è quello del personalismo costituzionale introdotto da Giuseppe Dossetti e fatto proprio nella seconda sottocommissione anche da Palmiro Togliatti, che pure affermò di avere un diverso modo di concepire la persona umana. Davvero non saprei trovare un riferimento per l’idem sentire superstite di questi italiani al di fuori della Costituzione del 1948.
Ha ragione Valerio Onida quando afferma che la Costituzione ringiovanisce vivendola. Ed è persino banale osservare che entra in rotta di collisione con il testo qualsiasi tentativo di piegarlo a interessi di bottega, di parte o personali.

Dovendo scegliere tra i vari problemi che affliggono l’Italia, quale ritiene sia oggi il più importante, quello da affrontare in via assolutamente prioritaria?
Non ho alcun dubbio che il problema cruciale del Paese sia il lavoro e la sua mancanza, perché – come scrisse anni fa Aris Accornero – “il lavoro che manca stanca di più del lavoro che stanca”. Il lavoro è, inoltre, il primo ordinatore sociale, per la sua capacità di integrare nel tessuto civile prima e più della legge.
Lo testimoniano le migrazioni dal Mezzogiorno nell’immediato dopoguerra e i destini dei migranti approdati nel nostro Paese. Se si avvia a soluzione il problema del lavoro, anche gli altri problemi otterranno ben presto un assetto soddisfacente. In questo senso dunque vanno orientate le energie. Qui le attenzioni e le strategie vanno concentrate.
Perché gli antichi padroni delle ferriere, i signori del fordismo, hanno deciso negli anni Ottanta di seppellirsi nel cimitero dorato dei finanzieri? Perché non mettiamo sotto la lente il sistema bancario – anche i banchieri sono classe dirigente – le sue modalità di intervento in ordine allo sviluppo e al temperamento delle disuguaglianze?
Non sono una lobby di filantropi i banchieri tedeschi, ma il loro rapporto con le imprese sul territorio richiama molto da vicino la prassi che fu delle Casse Rurali e Artigiane italiane. Insomma le banche tedesche non si sono lasciate risucchiare tutte nell’universo finanziario e nella sua avidità, pur ovviamente avendo di mira – si pensi a Deutsche Bank – i profitti, come tutte le banche del mondo.
C’è dunque un problema di direzione e di rappresentanza che non riguarda soltanto le istituzioni democratiche. Una democrazia, infatti, cresce nelle sue rappresentanze civili prima di confrontarsi con la geometria delle istituzioni. E’ questo il luogo dov’è possibile discernere se ci si trova in presenza di un ceto politico, interessato a perpetuarsi, oppure di una classe dirigente decisa a mettersi in gioco.
E una classe dirigente non può evitare di misurarsi con il problema del lavoro. Il precariato, infatti, rischia di trasformarsi da problema generazionale a piaga nazionale: una vera sfida antropologica.

Perché Sanremo è Sanremo

L’immane scontro che ha bloccato il cento per cento dell’Itaglia e il cinquanta per cento dell’Italia si è concluso con uno straordinario consenso da parte delle masse adoranti per i due colossi in gara. La partita Napoli-Juventus e il Festival di Sanremo hanno fatto il pieno dell’audience.
Chi scrive ha una specie di allergia permanente per la nobile arte del calcio e una moderata curiosità per le canzonette e quindi è un testimone se non affidabile perlomeno non coinvolto in faziosità da curva Sud.
Affannosamente alla ricerca di qualsiasi film che potesse essere un’alternativa alla serata milionaria di utenti televisivi, visto la miseranda offerta che tutte le tv offrivano, dopo un melenso film di Verdone in vena di Family day, approdo sul palco del mitico Ariston addobbato come mai mente umana avrebbe potuto pensare: luci psichedeliche, fumi, scale e scaloni, “brillò” – come avrebbe detto la nonna – e naturalmente, per scandire la novità, l’assoluta mancanza di fiori e di verde.
Come essere su un altro pianeta.
In attesa che i noiosissimi cantanti finissero le loro nenie (all’inizio del Novecento un termine raffinato li avrebbe definiti melologhi), minuziosamente osservo le mises. Il bronzeo Conti indossa smoking inventati per un’improbabilissima concezione di cos’è distinzione e classe, del resto rigorosamente banditi dal borghesissimo e conservatore pubblico. Il monumentale valletto, colosso vivente, il Garko tutto dente e niente in testa, sghignazza alle proprie battute che lui stesso tenta di spiegare al pubblico. Un’allampanatissima e carina dama di cuori arriva sculettando ed esibendo pezzi di corpo studiosamente esibiti. Manca solo l’ostensione della ‘natura’ – quella di Courbet naturalmente – ma purtroppo, come si sa, è proibita perfino da facebook! Si chiama Madalina Ghenea. Infine una trasformista formidabile, Virginia Raffaele, che gioca con le icone del nostro tempo: sarte, ballerine, attrici e naturalmente con se stessa. Non male. Specie se racconta la sua infanzia al Luna Park romano gestito da suo nonno dove ha passato l’infanzia. Se vero o verisimile un pezzo degno di Fellini, se falso un’ottima presa per i fondelli.
Secondo le più astute modellizzazioni del sentimento, ecco allora profilarsi il rigorosissimo impianto mediatico. Il dentone sventato, ma bell’esempio di maschio italiano, senza alcun compromesso d’identità sessuale pur con il grande sventolìo di nastrini colorati in difesa della legge Cirinnà. Anche se dubito che tutti siano trascinati e coinvolti dall’adesione ai principi della famiglia allargata. La rumena che vive in provincia e che sogna il palcoscenico, ma soprattutto il festival, che la farà principessa disneyana con tanto di vestiti atti all’uopo che nulla nascondono. Delle origini circensi della Raffaele già s’è detto e del bronzeo Conti se ne discuterà per mesi (o forse giorni).
Insomma l’Itaglia che s’appassiona e commenta può, secondo l’antico costume espresso dal motto ‘panem et circenses’, raccogliere benignamente i gravissimi insulti che felpetta nera Salvini rivolge alla magistratura, bollata sprezzantemente come “una schifezza”. Il viso si trasforma nell’insulto, la bocca si torce per esprimere tutto il disgusto verso chi osa, la magistratura appunto, sfiorare gli innocenti della Lega. L’ombra della salivazione rende ancor più velenoso l’insulto.
Siamo fatti così noi itagliani sempre pronti a confondersi e fondersi con il vincitore di turno.
Amici americani assicurano che mai Donald Trump vincerà le elezioni. Esattamente con le stesse parole che sentii decenni fa in Usa prima del giorno della vittoria (da declamare secondo l’incipit verdiano del Macbeth) che proclamò un mediocre attore Ronald Reagan a imperatore del mondo.
Certo non c’è gara tra Salvini, Grillo e perfino Renzi e il colosso Trump. Ma facciamo attenzione….
Sicuramente tra noi radical-chic lo sbeffeggìo imperversa come severamente ricorda il consulente ferrarese di Renzi, Marattin, mentre all’interno del Pd se le danno di santa ragione i probabili successori al posto ottimamente ricoperto dal sindaco Tiziano Tagliani. “Vengo anch’io! No tu no… cantava un grande saltimbanco della satira”.
Ma per rendere più credibile il clima sanremese si vedano i tal kshow dove loro, i politici, cercano di offrire l’apparenza di sé. Voci impostate, tono querulo di cui è maestra la Santanché. Tono affermativo rassicurante della Serracchiani. Occhio rotante e sempre stupito di Alfano. Voce beffarda e molto chic di Massimo Cacciari; con tutto il coro di commentatori onnipresenti sempre quelli e che ripetono tutti lo stesso concetto.”E’ tutto sbagliato”.
Se la vita è teatro, il teatro in questo caso è quello dell’Ariston, benedetto anche dal Primo Ministro in visita all’estero che ringrazia la Rai d’aver confezionato sì bello e applaudito show.
Mai che nessuno a questo punto pronunci come nelle favole le ingenue parole :”Il re è nudo”?

girolamo-savonarola

Il rispetto e l’arroganza delle caste. Ricordando Savonarola

di Massimo Maiarelli

“… ho visto l’infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, l’idolatria, il torpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene….”
Chi scriveva queste cose non è stato il cittadino, il cronista, la persona offesa da quanto tutto i giorni i media ci propinano o da quanto è successo al Tribunale di Milano, piuttosto che a Parigi nei mesi scorsi. Quella frase è molto antica, risale alla seconda metà del 1400 ed a pronunciarla è stato Girolamo Savonarola. Per le sue affermazioni, nel 1497 fu scomunicato da Papa Alessandro VI e l’anno seguente impiccato e bruciato sul rogo come “eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove”.
Sono passati oltre 500 anni, in realtà sembra di essere davanti al nostro televisore ad assistere ad una delle tante trasmissioni televisive, dai tg alle performance dei nostri politici che frequentano ormai più assiduamente gli studi televisivi rispetto alle aule parlamentari.
Chissà cosa direbbe oggi Savonarola di loro? E non solo di loro. Oltre alla casta dei politici, che spesso non offre una immagine positiva, oggi le caste sono tante, come erano tante le corporazioni ai tempi di Savonarola. Nulla è cambiato, forse è solo peggiorato.
Oggi si sente dire sovente “ci hanno lasciati soli, ci sentiamo isolati”. Sicuramente l’isolamento porta alla paura, alla emarginazione, ogni tanto alla violenza. Ma chi si sente “lasciato solo o isolato”, si interroga del perché si sente tale? Cosa ha fatto o non ha fatto per sentirsi emarginato?
Un proverbio sostiene che si raccoglie quello che si semina. Dicono anche che i proverbi sono la saggezza dei popoli. Ed oggi purtroppo l’autocritica, l’umiltà, il pudore, la vergogna non appartengono ai nostri tempi. Oggi prevalgono i diritti acquisiti, le caste, le lobby, la prepotenza, l’arroganza, le ruberie, tanto per rubare una parola al buon Girolamo Savonarola.
“Dobbiamo fare sistema”, altra frase che si sente spesso. Ma per fare sistema occorre uscire dall’isolamento, rendersi conto delle situazioni e delle opportunità che ci circondano, assecondare le esigenze altrui, spesso rinunciando a qualcosa. Non pare che sia questa la strada imboccata dalla maggioranza, la maggioranza è egoista, pensa al proprio orticello, ai propri diritti acquisiti e così facendo, ovviamente ed automaticamente, si isola e non può poi piangersi addosso e chiedere aiuto.
Rispetto, altra parola abusata. Quando ci scappano dei morti il rispetto va a tutti i morti, indistintamente, perché la vita è sacra, sacra per tutti.
Il mio non vuole essere cinismo, semplicemente una visione reale di quello che succede. L’isolamento è figlio del comportamento, dell’atteggiamento, entrambi spesso vissuti egoisticamente, con lenti troppo spesse o deformate, lenti che non consentono di vedere il mondo e la società con la giusta obiettività.
All’Università, quando studiavo giurisprudenza, mi avevano insegnato la sfera giuridica come quella cosa che ciascuno di noi ha e dentro la quale deve convivere. Se qualcuno tenta di allargare, più o meno colpevolmente, la propria sfera giuridica, è evidente che va a sovrapporla a quella di un altro, a calpestarla, a togliere qualcosa al proprio vicino. Anche questo è rispetto, anche questo andrebbe rispettato. Come va rispettato il credo politico o quello religioso, solo per citarne due. Tutti hanno bisogno di rispetto, che si deve innalzare all’ennesima potenza quando viene violato il nostro bene più grande: la vita.

eleganza-politica

L’OPINIONE
Eleganza e politica

Con l’inasprirsi della contesa politica, l’immaginario verbale degli addetti ai lavori si restringe e metafore, simboli, allusioni si concentrano ancora e soprattutto sulle poche parole che sembrano reggere alla velocissima usura a cui sono sottoposte.
In prima linea rimane e impera la parola principe “culo” nelle sue varie e molteplici varianti: dall’elegante ma un po’ vecchia definizione di papa Bergoglio “là dove non batte il sole” all’intramontabile “vaffan…” usato indifferentemente da tutti gli schieramenti politici, nonostante la indubitabile premazia grillina, naturalmente raccolto e adattato alle esigenze italiote dall’intramontabile espressione anglo-americana, “fuck”, accompagnata dal dito medio alzato. Anzi, direi che è frequentata con entusiasmo proprio da coloro che per le loro scelte sessuali dovrebbero sentirsi offesi da un simile invito.
In mezzo corrono, anche se un po’ smorzate se non icasticamente rilevate, locuzioni come “cul de sac” o la meno frequente “parlare con la bocca a culo di gallina”, corretta traduzione dell’immortale e tipicamente francese “cul de poule”.
Ma sono le funzioni scatologiche (eh sì! correte a controllare sul vocabolario che è sempre un utile esercizio) che trionfano. Il primato spetta allo straordinario “Merdinellum”, neologismo strepitoso e di finezza ineguagliabile proposto dal senatore della Lega Stefano Candiani per definire l’emendamento Esposito, a cui l’informatissimo Filippo Ceccarelli su La Repubblica accoppia il termine “tafazzismo” che mi ha obbligato a ricerche sulla rete e che qui riporto integralmente: “Tafazzismo” è un neologismo che nasce negli anni Novanta ed è sinonimo di “masochismo”. Tafazzi è un personaggio comico interpretato da Giacomo Poretti: è vestito con una calzamaglia nera e un sospensorio bianco. Si colpisce le parti intime con una bottiglia, ricavandone piacere e intonando una melodia tratta dalla canzone klezmer “Gam Gam”, del film “Jona che visse nella balena”. Da allora capita sovente che si parli di “tafazzismo” quando si vuole indicare una pratica dolorosa autoinflitta.
Come si può capire non è proprio un “bel dire”, anche se la storia della Repubblica italiana in certe svolte storiche ha reagito con violenza ancor maggiore a passaggi epocali, ma quel che in questo momento sconcerta è la piatta adesione naturalistica all’escremento e ai canali del corpo umano interessati. Ben commenta Ceccarelli: come a scuola, come allo stadio.
Che la cultura dello stadio diventi dunque fondamentale per la lotta politica molto dice sull’elevato senso di responsabilità e di dignità proprio ai rappresentanti del popolo, in tutte le varianti dell’arco costituzionale o anche al di fuori di esso. Il grandissimo Crozza potrà nutrire la sua insostituibile satira per mesi o forse per sempre.
Altro segno di un mediocre ripiegamento dei segni corporali della politica le ‘mises’ dei parlamentari e senatori. Tramontati alla buon’ora gli sciarponi alla Renato Brunetta, ora si usano sciarpette anguilliformi attorcigliate ai colli non avvenenti di maturi politici (Orfini?). Sempre indice di un’interpretazione stile ‘mauvais gôut’, i grandiosi stilemi del senatore Calderoli: barbetta incolta (che si potrebbe declinare nelle due versioni – vocabolario!!! – incòlta o incólta); occhiali bicolori, pochette verde-lega, formale giacchetta – a volte doppio petto – su blue jeans molto usurati. Incommentabili le tute e i maglioni di Salvini. Resiste ancora il vestito ‘intero’ impiegatizio di Bersani o l’imponente doppio petto berlusconiano che viene allacciato con aria sopraffina tutte le volte che l’ex cav. scende dalla macchina. In mezzo a questi segni d’eleganza maschile, dove si distingue lo stile sobriamente adatto alla bisogna di Dario Franceschini, impazzano le giustamente notabili scelte delle signore della politica. Ridimensionata la borsa gigantesca tenuta al braccio col segno dell’ombrello, resistono i tacchi 12, gli abbinamenti giacchetta-pantaloni, i vestiti da sera indossati alle sedute delle sette di mattino o scollature generose, come quella esibita dalla ministra Pinotti a confronto con madame Le Pen nella trasmissione “Di martedì”, dove la suprema eleganza della francese risaltava in uno straordinario cappotto che imitava con tutta l’esperienza della couture francese una divisa militare ricca di pellami e di tasche.
La più elegante per me? Naturalmente la Rosy Bindi con i suoi vestiti da casalinga toscana; a seguire l’acconciatura della ministra Marianna Maida evocante prati fioriti e situazioni pre-raffaelite.
Dell’esasperazione modaiola del premier troppo ho già detto. Insomma! Se volessimo concludere questo scherzo fatto in modo di “ragionar per isfogar la mente” (sì! il solito Dante…) allora quale conclusione dovremmo trarre?

Che la ‘mediocritas’ politica non è sempre aurea.

abbottonarsi-rituale-politico

Abbottonarsi la giacchetta,
un rituale politico

Abbottonarsi è un gesto politico assai complesso, non solo fattuale ma anche simbolico. La cerimonia dell’ ‘abbottonìo’ – mi si passi il neologismo- è molto complesso e rivela il carattere del politico che usa la giacca come ‘instrumentum regni’ oppure come simbolo della sua condizione. L’unico pericolo è se la vestizione della giacca – o meglio della giacchetta – per usare il termine toscano a cui si riferisce l’ormai proverbiale ammonimento: “non tiratemi per la giacchetta” – viene effettuata davanti a fotografi e giornalisti che nella frettolosa apparizione del politico riescono ad immortalare solo il lato B dell’indumento di solito stazzonato dall’uso e soprattutto rivelatore attraverso gli spacchetti laterali del tentativo di nascondere forme callipige (consiglio un rapido sguardo al vocabolario per conoscere il significato del desueto vocabolo). Chi esibisce una forma di tal tipo è sicuramente Obama che preferisce e impone una visione della giacchetta dal lato A. Ma lasciando queste non inutili precisazioni veniamo alla cerimonia dell’abbottonìo. Ormai celebre la discesa dalla macchina del giovane Presidente del consiglio atteso per la prima volta da Frau Merkel (espertissima di giacchette, in quanto non passa giorno, da anni, che non ne esibisca una nuova e perfetta) che affannosamente nel tentativo di abbottonarsi sbaglia asola e produce una goffa assimmetria sul suo firmatissimo – e fiorentino – capo di vestiario. Da quella non riuscita esibizione dell’abbottonarsi Renzi preferisce ora la scioltezza della camicia, sempre e solo bianca, come simbolo di apertura che, tuttavia e purtroppo, rivela preoccupanti rotoli di grasso non nascosti dalla camicia fasciante. I due, però, che usano la giacchetta e il cerimoniale dell’abbottonìo con rara perizia sono sicuramente Berlusconi e Alfano. Ma il più spettacolare, l’appena sceso in campo (non calcistico ma politico) Diego della Valle che esibisce, oltre alle sue magnifiche scarpe, sonanti braccialettini in studiata confusione e uno spettacolare collo ‘à la Robespierre’, come si diceva ai miei tempi, tenuto assieme, non a caso, da una fusciacca a mezzo tra pashmina e cravatta. Che si proponga davvero come un Robespierre che mette a posto il giovane Matteo?
Vedete come la presentazione della giacchetta corrisponda a un mix di termini antichi (callipigio, fusciacca) e di moderni ed eversivi (job act, tasse, rumors e tradimenti, quest’ultimo vocabolo sempre attuale in politica).

Pensiamo alla inimitabile cerimonia dell’abbottonamento messa in pratica dall’ex Cavaliere. Si sa che lui predilige il completo doppio petto, lontano ricordo delle sue frequentazioni crocieristiche. Ma questa forma di giaccona più che di giacchetta obbliga a contorcimenti (politici e fisici) faticosissimi. Il travaglio è molteplice perché occorre prima agganciare il bottone interno, indi sistemare la doppia fila di quelli esterni stando attenti – dio non voglia – di chiudere il primo: segno di selvaggiume e cafoneria. Ecco allora il sorriso tirato del Nostro che s’assetta – direbbe Boccaccio a uso e consumo dei fotografi, mentre sul viso stampa il sorriso di rappresentanza sotto il casco non metaforico della rossiccia capigliatura. Se si traspone il rito in mito, ecco che Berlusconi con l’abbottonìo rivela la sua strategia politica fatta di strepitosa convenzione a certi valori – e varianti politiche – che tuttavia dissimulano l’incapacità di attuarli senza il robusto sistema del nascondimento della vera intenzione.

Del tutto plateale, l’abbottonamento di Alfano: meridionale, ampio. Un ruotar di braccia che centra le maniche con precisione millimetrica; indi, con un colpo secco la chiusura della giacchetta. Solo a quel punto fluisce la suadente parlantina che a volte, studiatamente, si trasforma in urletto.

Ma quale è l’abbottonìo che preferisco? Sicuramente quello del Ministro dei Beni Culturali. Franceschini – beato lui – può esibire fisico asciutto e scattante. Come porta la giacca? Anzi! Come non la porta? In modo assolutamente artistico, come ben s’addice a chi regge il ministero a mio avviso più importante d’Italia. Con aria tra l’assorto e il perspicace, l’appende a un dito e con mossa scattante la fa scivolare sulla spalla. A questa novità anticonformistica spero segua una immediata e pronta risoluzione dei terribili problemi che affliggono l’abbandonato giacimento aurifero dei beni culturali. Un caro amico che di questi problemi si occupa senza far sconti a nessuno, Tomaso Montanari, richiesto di un voto di apprezzamento sulla politica del ministro da parte di Conchita de Gregorio, che l’intervistava, ha dato un sei, cioè una sufficienza, rispetto al disastroso punteggio di quasi tutti i predecessori del ferrarese ministro. A questo punto, auspico e spero che la giacchetta appesa al dito del non conformista Franceschini possa, almeno in parte, avviare un processo di riforme tale da ritrovare la via perduta che conduce al tesoro nascosto dell’immenso patrimonio della cultura italiana.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi