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L’acqua che passa sotto il ponte non è mai la stessa.
Così come chi percorre il Ponte della Pace

 

Il 24 aprile scorso questo giornale ha pubblicato un mio post dal titolo “In questo ponte ho camminato sul ponte [Vedi qui] in cui lamentavo lo stato di degrado di una delle due targhe dedicate ad Altiero Spinelli sul Ponte della Pace e confidavo che il Comune di Ferrara si impegnasse al più presto a ripulirla.
Stamattina ho ricevuto un messaggio sorprendente da Giorgio Breveglieri, un carissimo amico e compagno di banco all’Istituto Magistrale diversi decenni fa.
Il messaggio iniziava con il suo rammarico, perché “purtroppo la vernice penetra nei pori del marmo e sarebbe necessaria una fresatura seguita da lucidatura per riportare la piena dignità alla targa”, ma continuava con la fotografia di quella stessa targa che lui ha  rimesso a nuovo o comunque che ha notevolmente ripulito dalla carognata di quelle scritte nere fatte da un anonimo writer.

Giorgio mi ha scritto anche:Più ripulivo e meglio mi sentivo. Si sono fermate delle persone mentre ero intento nel mio lavoro e hombambini provato una forte emozione pensando a quel 19enne in carcere perché antifascista. Mi sono venute le lacrime agli occhi mentre una anziana signora mi parlava del degrado e della volgarità.”

Giorgio ha concluso il suo messaggio con le frasi: “Watermelon kids (formerly known as Bambini del Cocomero) are alright and back for a better world. Siamo tutti Bambini del Cocomero. Teach your children once again!!. Lui è un amico dell’associazione I bambini del Cocomero, il giornale che abbiamo creato alla Scuola Bruno Ciari qualche anno fa e crede fortemente in un’educazione ed un’istruzione scolastica che abbiano come protagonisti attivi i bambini e le bambine.

Giorgio ha fatto un gesto potentissimo, non solo per la pulizia della targa in sé ma perché, con il suo gesto senza clamore, ci ha inviato un messaggio chiaro: ciascuno di noi, nel proprio piccolo, può produrre cambiamento…basterebbero la volontà, l’impegno, la partecipazione che sono le medicine efficaci per guarire da due fra le varie malattie del nostro tempo: l’apatia e l’indifferenza.

Giorgio ha dimostrato un attaccamento appassionato alla propria città, ai beni comuni, a quel ponte, a quel simbolo, a quel ragazzo di 19 anni incarcerato perché antifascista.
Giorgio ha celebrato meravigliosamente la Festa della Liberazione restituendo dignità a quella targa e di conseguenza alla memoria di Altiero Spinelli.

Una persona detenuta in carcere a Ferrara, frequentante la redazione del giornale che coordino, due anni fa scrisse: “Il ponte è un’esigenza dell’anima. Senza ponte non c’è vita. Non c’è futuro senza passato e non c’è futuro senza comunità. Il ponte è il futuro”.
Grazie Giorgio per averci insegnato a sperare in un futuro immaginato, progettato e realizzato da una comunità resa viva e vivace da persone come te.

Ferrara: la targa dedicata ad Altiero Spinelli sul Ponte della Pace ripulita delle scritte il 25 aprile 2021. A fianco, una copia del giornale “I bambini del cocomero”.

DIARIO IN PUBBLICO
Il fallimento della cultura e le colpe degli intellettuali

S’allontana il delirio ferragostano funestato dalle terribili notizie del ponte crollato a Genova sul torrente Polcevera. Le immagini ripetute ossessivamente dalle tv e da internet ci mostrano uno dei più assurdi attraversamenti di una città. Un ponte che sovrasta case e scavalca un fiume, una situazione ambientale e paesaggistica indegna anche delle più spaventose realtà orientali. Una noncuranza etica e umana che è stata imposta ad una tra le città più importanti storicamente dell’Occidente. Rileggo in questa luce i contributi apparsi sull’‘Espresso’ del 12 agosto che propone una rivisitazione del “Caro diario” di Nanni Moretti nel 2018 a pochi giorni dalla tragedia di Genova. Moretti nel film ripercorreva in vespa Roma deserta tra il 1992 e il Ferragosto 1993; abbandona il suo alter ego Michele Apicella protagonista dei film precedenti, si riappropria della sua identità e per primo è capace di testimoniare la frattura tra la cosiddetta intellighentia e la scelta politica degli italiani, prodromo del governo giallo-verde. Ne dà conto l’articolo di Giovanni Orsina, Intellighenzia addio, che in exergo scrive “Gli italiani sono uno dei popoli più condizionati e volgari del mondo”.
Ed è verissimo.

Quando un popolo sospetta della sua identità culturale e la schernisce per rivolgersi al ‘fatto’ nudo e crudo la frattura sembra irreversibile (e questo ‘sembra’ invece di ‘è’ lascia ancora un esile filo di speranza). Orsina ribadisce un concetto assai chiaro: “Gli intellettuali sono in una spirale: più la realtà li ignora, più loro la detestano. Un fallimento politico macroscopico”.

Sulla ‘Repubblica’ del 15 agosto così scrive Nadia Urbinati. “Il degrado delle infrastrutture che la tragedia di Genova (a quanto pare annunciata e quindi evitabile) ha mostrato è il segno di un degrado etico e ambientale profondo. Sta insieme alla caduta di responsabilità del pubblico rispetto alla cura e alla valorizzazione dei suoi beni, che sono i beni della Repubblica, non di una parte della popolazione, non di uno specifico territorio. Il viadotto di Genova era parte della rete nazionale di autostrade, di un sistema di comunicazione che è come la spina dorsale del paese, ramificazione che connette le aree e la gente che le abita. E’ una componente essenziale del “paesaggio” che insieme al “patrimonio storico e artistico” l’articolo 9 della Costituzione assegna alla Repubblica il “dovere” di “tutelare”. Degrado etico e ambientale e caduta della responsabilità pubblica e politica verso i beni pubblici sono andati di pari passo”.
Una considerazione che considero fondamentale per capire il fallimento dell’intellighenzia.

Che la sconfitta della cultura fomentata da una politica tesa a sfruttare il consenso immediato senza più agganciarsi a un programma o un’adesione al progetto è la colpa più grave da imputarsi alla sinistra che dopo Berlinguer e fino a Renzi non ha saputo impegnarsi a risolvere una crisi che dai valori si è trasferita all’etica. Il riflesso più evidente di questo abbandono lo si nota anche nel costume e nel comportamento, le spie più evidenti di questa scelta al ribasso.

Dal mio osservatorio sotto l’ombrellone i commenti che ascolto sono l’esatta proiezione del non-pensiero che coinvolge ormai l’80% degli ‘itagliani’. Queste considerazioni potranno consolidare il mio pensiero da radical-chic o shit a seconda dei punti di vista ma è ormai fatto comune e ampiamente pervasivo. Ultra sessantenni di tagli forte esibiscono bikini che nella separazione tra le due culatte si riducono a un filo. Panciuti ‘umarel’ ciabattano verso la riva avvolti nella seconda pelle dei tatuaggi che li rivestono come i protagonisti di qualche film sulla mafia cinese. Sono gli eredi di quella classe sociale operaia o piccolo-borghese che erano i frequentatori delle feste dell’Unità o dei circoli Pci.

E noi intellettuali? Come ci sentivamo nel giusto a vendere il giornale la domenica illusorio esempio di una parità sociale improbabile! E all’Università? Il voto politico e l’assoluzione dell’anarchismo. Era una fede con quel che di sbagliato ma anche di costruttivo che si può richiedere a questo concetto.

Solo Pasolini predicava la sua complessa adesione alle ragioni dei figli del Sud impiegati nelle forze dell’ordine contro l’anarchismo dei giovani intellettuali. Ma lui poteva scrivere anche sulle pagine del ‘Corriere’ perché era un uomo di mondo, un artista e quindi sempre contro-corrente.

Errori dunque ma nei migliori dettati da una consapevolezza di far parte di una società che s’identificava in programmi politici.
Nel fallimento attuale ciò che manca, ciò che ci rattrista è la mancanza di una riflessione, di un atto di umiltà. Regna solo il silenzio.
E in attesa di questo necessario ripensamento che significa ritornare a un visione etica della politica assistiamo al trionfo corporale del ministro Salvini.

Nell’ansito che monta, nell’attesa di toccare il ministro del miracolo, di poterlo assimilare a ognuno di noi, di imitarne mosse, atteggiamenti, scelte da quelle vestimentarie a quelle politiche lasciandosi andare al fremito del minuto che lo si fa riconoscere simile se non uguale a chi implora un selfie con lui, la storia capitola e si sbriciola come attesta il proprietario Tonino Tringali della casa di Brancaleone Calabro in cui visse Cesare Pavese mandato al confino “La sua presenza qui ha un significato, non si può negare” (Brunella Giovara, ‘La Repubblica 18 agosto, 2018, p.21).

E allo studioso di Pavese scendono lacrime amare.

Ritorni

di Maria Luigia Giusto

Al ritorno nebbia. Solo nebbia che ingoia tutto. Non si capirebbe che tra tre minuti si sarà arrivati in stazione se non fosse per il rumore diverso delle rotaie del treno sul ponte sospeso, più intenso, rimbombante nel vuoto. “Siamo in bilico nel nulla”, é il pensiero in quel minuto di passaggio del confine. L’acqua divide, é sotto, é intorno in stato diverso. I pallidi lumi blu e gialli affogati indicano la rotta a chiatte fantasma: non ne passano più. Quella stessa acqua unisce, é una linea continua fino all’Adriatico. Lì i lumi sfavillano nelle acque ondeggianti dei porti. Sono a casa.

Mille frammenti di tempo presente… e un meraviglioso salto finale

Sento freddo, il vento gelido del nord è giunto. Il cuore scoppia. Mille frammenti, scintille di dolore e gioia, lacrime di malinconia. Pezzi di me persi nel tempo. Poi il ricordo del suo viso, sempre giovane dopo tanti anni…

Sul ponte, poche centinaia di metri più avanti, trovo una piazzola di sosta e mi fermo. Scendo dalla Jeep e, nonostante la notte, vedo un panorama mozzafiato.
Davanti a me si apre buona parte della baia settentrionale e, al di là del ponte, le luci di Norgate e delle isole di Camden e Rutherford, le cui coste sono a circa cinque o sei miglia in linea d’aria. Distanza che non m’impedisce di scorgere abbastanza distintamente i contorni nerissimi delle loro alture che lambiscono un cielo color ruggine interamente ricoperto di nuvole.
Il mare sotto di me cattura i riflessi purpurei della coltre temporalesca rimescolandoli nelle tenebre vorticose della corrente che, proprio lì sotto, è particolarmente insidiosa.
Vedo sulla destra, in lontananza, la distesa buia e piatta di River Bay: è il luogo dove dovrei essere in questo momento. Che fare allora? Sento che una soluzione posso ancora trovarla. Sento Kobi abbaiare all’interno della Jeep come se fosse impazzito, fisso quei vortici oscuri che tormentano la superficie del mare. Innumerevoli frattali in eterno movimento, elementi di un caos senza fine che dal mare, lentamente, stanno per insinuarsi nei miei pensieri. Ne avverto la terribile meraviglia, l’irresistibile seduzione.
Sento il rumore del vento e delle onde che s’infrangono con violenza tra gli scogli affioranti.
Questo rumore assordante non è più ostile…
Ora è dolce, come una musica. E mi accompagnerà finalmente da lei… a casa.

Clocks (Coldplay, 2002)

testo e traduzione di Clocks

La telenovela del ponte sullo Stretto: piuttosto andiamo a nuoto

Per favore, no. Un altro dibattito sul ponte dello stretto di Messina no. Sento che stavolta non usciremmo vivi da una nuova strage di sondaggi, opinioni, cittadini in libera uscita (favorevoli e contrari), che telefonano alle trasmissioni tv e radio.
E poi gli esperti: alla fine salta sempre fuori che esistono anche cattedre universitarie di pontologia, e pure applicata.
Possiamo capire che il Presidente del Consiglio, per catturare l’elettorato in prospettiva referendum costituzionale, le provi tutte pur di ribaltare sondaggi che pare pendano per il momento sul “no”. Però aggiungere, come ha fatto Matteo Renzi in occasione dei 110 anni del colosso delle costruzioni Salini-Impregilo, che si possono creare 100mila posti di lavoro, in una terra nella quale la parola “lavoro” è stata in pratica cancellata dal vocabolario…
Stupisce che ci sia ancora chi si ostina a vedere una partita continuamente rinviata per nebbia.
È come la barzelletta di quel tale che va al cinema a vedere il film in cui due cavalli fanno a gara. “Scommettiamo che vince quello nero?”, dà di gomito al vicino di poltrona. Constatato che il primo ad arrivare al traguardo è il purosangue bianco, sbotta: “È la centesima volta che vedo questo film, eppure stavolta mi sembrava che il nero avesse uno spunto in più”.
Il problema non è tanto se si sia d’accordo o contrari, ma come si possa continuare a credere che un paese che con la Salerno-Reggio Calabria sta facendo da decenni una figura da pirla davanti a tutti, possa ora realizzare un ponte mai nemmeno tentato da nessuno al mondo.
Chi mai scommetterebbe un centesimo, per esempio, che un panzone che passa le giornate al bar a forza di spritz e olive all’ascolana possa di punto in bianco battere il tempo di Usain Bolt sui cento metri piani, senza nemmeno essere certi che durante il seppur breve tragitto non sia assalito da una crisi d’identità?

Già Silvio Berlusconi dette il via all’inutile telenovela del ponte sullo stretto. Inutile per tutti tranne che per lo studio tecnico di chi curò, pare non gratis, la progettazione di un’opera che al confronto la piramide di Cheope sembrerebbe un bilocale con vista deserto.
Oltre alla sinistra, che pure quando ha i suoi cinque minuti buoni di luna di miele col paese si domanda “Dove ho sbagliato?”; prima o poi anche la destra dovrà fare i conti col proprio passato (anche) recente e analizzare senza sconti (stavo per dire in modo onesto, ma…) un consenso – spesso adorante e genuflesso – a un signore che qualcuno ha osato chiamare statista, anche se, già al momento della sua discesa in campo, era chiarissimo a gente come Fedele (sic!) Confalonieri e Indro Montanelli come in cima alla sua scala di priorità non ci fossero gli interessi nazionali.
Se ce la raccontano tutta, nella città in cui si vorrebbero fare le Olimpiadi, salta fuori che l’azienda pubblica dei rifiuti ha speso attorno al miliardo di euro per lavori senza mai avere fatto una gara d’appalto. Senza contare che la bellezza di un orizzonte unico al mondo è arricchito di nuovi ruderi, concepiti in occasione dei mondiali di nuoto del 2009 (non avanti Cristo). Geniale e originalissimo omaggio alla classicità.
Cosa fa pensare che stavolta il cantiere olimpico sarebbe stato diverso? C’è un esempio negli ultimi decenni di opera pubblica di un certo rilievo nel cui iter le cose siano andate come Dio comanda, o giornali e tv si divertono a raccontarci una storia campata in aria?

L’Italia, come dice il sindaco di Messina (non so e non m’importa di che colore sia), è il paese nel quale da una parte e dall’altra dello stretto, a eccezione forse dei sentieri Cai, mancano le infrastrutture più elementari e si pensa di stupire urbi et orbi facendo il record del mondo senza avere mai fatto una (dico una) seduta di allenamento.
Se nel calcio si dice che per stare in campo servono i fondamentali, oppure nella musica che per suonare il pianoforte prima bisogna sputare sangue da un solfeggio all’altro, perché mai c’è ancora qualcuno nel 2016 disposto a prestare orecchio a chi dice che i somari volano?
Come diceva Totò: “È la somma che fa il totale” e basterebbe vedere che qui di addendi ce ne sono davvero pochini.

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IL RICORDO
Alex Langer: una vita a costruire ponti per la pace

di Daniele Lugli

Alex-Langer
Alex Langer

Forse nessuna metafora è più usata a proposito di Langer di quella del ponte. E’ nella sua biografia forse anche da prima ma, almeno, da quando, ventunenne, fonda la rivista bilingue “die brücke – il ponte”, e scrive su “Il Ponte” di Enriques Agnoletti, già di Piero Calamandrei, un lungo articolo sul Sudtirolo. E’ parso perciò naturale a un amico consigliere comunale promuovere  l’intestazione a Langer  di un piccolo ponte a Ferrara, una passerella ciclo pedonale, come già si è fatto a Bolzano.
Quello di Ferrara, più largo che lungo, scavalca un fosso, dove scorre il Gramicia, un tempo pieno di vita dove i ragazzi pescavano e facevano il bagno. Il ponticello collega alla città un grande parco che giunge fino al Po. A Ferrara c’è un Ponte della Pace su un vecchio ramo del fiume, ma molti, forse i più, lo chiamano ancora Ponte dell’Impero. Almeno quello intitolato ad Alex non avrà questo ricordo.
Lui stesso si sentiva ponte e scriveva: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”. Ponte lui stesso dunque e di ponti costruttore ovunque si è portato, viaggiatore leggero come nessun altro. Generoso costruttore per noi, lui non ne aveva bisogno: saltava i fossi per la lunga! Straordinario esempio di leggerezza, come nella lezione di Italo Calvino: “Cavalcanti che si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”. Nel salto Alex non abbiamo saputo, né sappiamo, seguirlo, ma neppure proseguire in ciò che era giusto, come ci ha raccomandato nel suo congedo. E come ci ricorda Nadia Scardeoni Palumbo presentandone un’ antologia di scritti: “Ed è dalla sua storia – se possiamo intuire la fatica del vivere separati nella casa comune – da quel suo essere una sorta di laboratorio armonico di organi propedeutici la formazione dei cittadini del mondo, che si innalza la sua creatura: il ponte, la più ardita e la più fragile delle costruzioni relazionali. Il ponte per il superamento delle diversità, degli ostacoli naturali, delle fratture anche le più violente. Ovunque le storie degli uomini sono divise e cieche di fronte al loro indivisibile destino, Alex lavora, studia, analizza, progetta, propone. Ed era un fiorire di ponti”.

Dobbiamo essere capaci di essere ponti quando ci viene richiesto e riconoscerli dove sono, per improbabili che appaiano. Alla fine del Novanta, mentre si preannunciava il crollo del regime, ci invitava a essere per gli albanesi come loro ci vedevano “dirimpettai italiani … un ponte verso tutta l’Europa”. Loro ci apparvero solo molto fastidiosi e pericolosi invasori. Nel 1991, è in Palestina-Israele, come costantemente diceva e scriveva: “Quanto più sacra la terra, tanto più aspra la contesa”, riconosceva. Ma vedeva un aspetto positivo in quello che ai più, e anche a me, pare un punto particolarmente critico: “la competizione demografica può costruire il ponte tra Israele e i Palestinesi”. Sempre in quell’anno, prima del dono del “Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica”, ha scritto: “gli immigrati che rappresentano la diretta sporgenza ed ingerenza del Sud (e dell’Est) nel nostro mondo, sono oggi anche il primo banco di prova di tutti i nostri discorsi sulla cooperazione equa e solidale e sul risarcimento, e possono diventare un importante “ponte” tra le nostre società e le loro comunità di provenienza”.

Non vuol dire che non si possa o debba prendere posizione di fronte all’aggressione. La vicenda dei Balcani è forse quella che ha più dolorosamente colpito Alex. E’ quando il ponte sembra separare il bene dal male: succede, è successo.
Calvino in “Oltre il ponte” canta: “Avevamo vent’anni e oltre il ponte/ Oltre il ponte che è in mano nemica/ Vedevam l’altra riva, la vita,/ Tutto il bene del mondo oltre il ponte…/ Tutto il male avevamo di fronte,/ Tutto il bene avevamo nel cuore,/ A vent’anni la vita è oltre il ponte,/ Oltre il fuoco comincia l’amore”.

Ma poi i ponti vanno ricostruiti e come i suoi amici della Fondazione, a partire da Edi Rabini, ricordano: “un ponte si regge su due sponde, e identificarsi con una soltanto è uno sbilanciamento esiziale, come lo è illudersi che il ponte esista ancora mentre è invece crollato”. E i ponti necessari sono tanti: “fra memorie amaramente contrastanti”, come fa Adopt Srebrenica, premio Langer 2015 o un ponte fra chi soffre e chi può imparare a condividere il dolore, secondo l’azione di Borderline Sicilia, per una fratellanza euromediterranea, premio Langer 2014.

Questo aspetto non è sfuggito a due giovani, Jacopo Frey e Nicola Gobbi, che per la loro età non hanno potuto conoscerlo, ma lo hanno studiato, ne hanno scritto e disegnato e il risultato è: “In fondo alla speranza. Ipotesi su Alex Langer”. E’ scritto nella recensione su l’Alto Adige: “Ed eccolo allora, costruttore di ponti, a ricostruire il ponte di Mehemed Pascià, un ponte ideale e simbolico che assomma il ponte sulla Drina e quello sulla Zepa, raccontati da Ivo Andrich, tanto amato da Langer. E poi ancora il ponte di Mostar e perfino compare il ponte Talvera, durante la famosa manifestazione contro le gabbie etniche e il censimento”. Li ho visti quei ponti in Jugoslavia negli anni Sessanta e non più dopo. Di quello sul Talvera ho ricordi più recenti: separava nettamente, e credo separi ancora, dal centro tedesco la zona nuova, italiana. Ci stavano miei parenti, ora scomparsi, e ancora qualche amica e amico cari. Nell’autunno del 1980, Langer, con alcuni compagni, al ponte, ferma i passanti e chiede “Italiano o Tedesco?”. Secondo la risposta li fa a passare da una parte o dall’altra del ponte, segno di una separazione persistente nella sua terra amata e ribadita dal censimento etnico.

Quanto ha puntato Alex a un’ Europa unita, ponte capace di superare ogni confine, di ogni tipo, nel continente e di promuovere diritti e unità anche oltre, a partire dal Mediterraneo. Siamo ben lontani da questo necessario obiettivo che apparve più chiaro nell’immediato dopoguerra. Anche a questo ci riporta Goffredo Fofi, introducendo “Il viaggiatore leggero”: “Piero Calamandrei fondando, a guerra appena conclusa, una rivista che si chiamava Il Ponte, il significato metaforico ma anche concreto dei ponti, da riedificare dopo le distruzioni della guerra che si era accanita a distruggerli. Ponti veri, che gli uni o gli altri avevano fatto saltare, e che dovevano mettere di nuovo in comunicazione e in commercio persone e città, culture e territori. Ponti ideali, che potessero permettere ai vinti e ai vincitori, tutti infine perdenti, sopravvissuti ai conflitti e alle stragi e cioè al dominio della morte, di ritrovare nell’incontro e nel dialogo la possibilità di un futuro migliore”.

Sempre Fofi ci ricorda “Il progetto semplicissimo e immenso di far da ponte tra le parti in lotta, che ad Alex costò infine la vita, è fallito e continua a fallire”. E’ un desiderio che l’amico e compagno Franco Lorenzoni ha visto in lui di essere ponte, di incarnare del ponte quella linea leggera che regge il peso delle pietre in virtù della sua curva, grazie all’intuizione di una forma e di un azzardo. E’ una linea che rintracciamo a fatica, ma nella consapevolezza anche che la linea non basta. Ci vogliono pietre capaci di tradurla nella realtà, di renderla effettiva e percorribile. Queste pietre siamo noi, con le nostre istituzioni, le nostre relazioni. E anche qui, con l’attenzione al dettaglio e nella sua capacità analitica, ci è d’aiuto Alex, ma c’è tanto da lavorare.
L’ha detto, ancora una volta, bene Italo Calvino ne “Le città invisibili”: “Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan. – Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano. Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? è solo dell’arco che mi importa. Polo risponde: – Senza pietre non c’é arco”.

Riprendo ancora da Fofi: “Alex Langer ha svolto una funzione di ponte in due direzioni prioritarie: quella di accostare popoli e fazioni, di attutirne lo scontro e di promuoverne l’incontro, e quella dell’apertura a un rapporto nuovo tra l’uomo e il suo ambiente naturale. E se nel primo caso, quello più determinato dalle pesanti contingenze della storia (per Alex, la guerra interna alla ex Jugoslavia), si trattava di far da ponte ma anche da intercapedine, da camera d’aria dove potesse esprimersi un dialogo assai difficile, nel secondo si trattava piuttosto di additare nuovi territori all’azione politica responsabile, allargandone il significato da città a contesto, da polis a natura”.

Il piccolo ponte che collega la città di Ferrara, patrimonio dell’Unesco per l’impianto urbanistico, a un grande parco fortemente voluto da Italia nostra (intitolato a Giorgio Bassani, che ne fu agli inizi presidente) risponde bene a questa seconda direzione. L’intitolazione di una scuola, alla quale si pensa, può richiamarsi alla prima.

L’inaugurazione è prevista per la mattina di sabato 23 aprile. Seguirà il programma dettagliato dell’iniziativa.

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Il ponte in costruzione che collegherà via Beethoven alla tangenziale ovest, ormai in fase di completamento (foto di Roberto Fontanelli) – clicca sulle immagini per ingrandirle

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Il ponte in costruzione che collegherà via Beethoven alla tangenziale ovest, ormai in fase di completamento (foto di Roberto Fontanelli)
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A Ostellato l’idrovia porta un nuovo ponte (foto di Aldo Gessi) – clicca sull’immagine per ingrandirla

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